volume-11

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-76; L. Levati, Menologia dei Barnabiti, IX, Genova 1936, pp. 154-58. Virginio M. Colciago

SECOLARIZZAZIONE (dei religiosi): v. esclaustrazione e secolarizzazione; (dei beni ecclesiastici): v. usurpazione dei beni ecclesiastici.

SECONDA, santa, martire : v. massima, domitilla e seconda, sante, martiri.

SECONDIANO, vescovo di Singiduno. - Nel 366 era ancora prete e seguace di Ursacio e Valente, come appare dalla lettera da questi diretta a Germinio vescovo di Sirmio (CSEL, 65, p. 180).

Creato vescovo, fu giudicato e condannato come omoiano nel 378 a Sirmio, ma si appellò all'imperatore Graziano, chiedendo di essere giudicato ed ascoltato in un concilio generale, che si poté adunare solo nel 381 ad Aquileia, sotto la direzione di s. Ambrogio. Nonostante le sue tergiversazioni, S. fu smascherato come eretico e condannato.

Bibl.: Tillemont, X, p. 126 sgg.; Hefele-Leclercq, II, pp. 49-51; Mansi, III, pp. 600-32; Fliche-Martin-Fruta, III, p. 288 vg . Agostino Amore

SECONDO (SECONDINO) di Trento. - Scrisse una «succinctam de Langobardorum gestis historiolam" che Paolo Diacono (v.) utilizzò.

Nel maggio 599 papa Gregorio I - Secundino servo Dei incluso" inviò una risposta ad alcuni quesiti che costui gli aveva proposto a proposito della questione dei Tre Capitoli e di altri argomenti. In un'altra lettera alla regina Teodolinda io chiama "Secun-
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(da G. Stein-G. Junker, La Specola Vaticana, Città del Vaticano 168, tiv. 102 pp. 16-17)
Secchi, Angelo - Ritratto.

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(fat. P. Ledermann)
Secovin, diocesi di - Veduta dell'Abbazia benedettina di Seckau con la Hochalm (alt. m. 1863).
dus abbas a. Paolo riferisce che Adaloaldo, figlio della regina e di Agilulfo, "susceptus de fonte est a Secundo servo Christi de Tridento n nella chiesa di S. Giovanni Battista di Monza. S. deve avere percib avuto parte importante in questo fatto che rompeva una tradizione dinastica nei Longobardi ariani; il re Autari infatti aveva proibito ai suoi sudditi di ricevere il Battesimo cattolico (s. Gregorio I, Registri, I, n. 17). S. mori nel 612.

BibL.: s. Gregorio I, Registr. epist., XIV, nn. 12 e 147 in MGH, Ep., I (1887): Paolo Discono, Hist. Lungenh., III, 29; IV, 27; IV, 40 in MGH, Scrib. rerum Langoh., ed. G. Waitz (1878): A. Ziegler, Storia del Trentino e dell'Alto Adige, Trento 1926, p. 35 sg. Pio Paschini

SECONDO, SAVERIANO e CONSOCI, santi, martiri : v. CORONATI QUATTRO, santi.

SECOVIA (Seckau), diocesi di. - Diocesi e abbazia nella Stiria (Austria).

1. La diocesi. - L'attuale diocesi di S. ha una superficie di 16.373 kmq . con 1.106 .581 ab . dei quali 970.000 cattolici; ha 360 parrocchie in 64 decanati, quasi 1000 sacerdoti e quasi 2000 suore (statistiche del 1952). Esiste la Facoltà teologica nell'Università, due seminari, molti istituti di educazione ed istruzione; quasi tutti gli ordini e congregazioni di rilievo vi sono rappresentati.

La diocesi di S. deve la sua origine all'arcivescovo Eberardo II di Salisburgo, il quale, con il consenso di Onorio III (22 luglio 1218) e dell'imperatore Federico II (17 febbr. 1219) creò, con sede nell'abbazia di S., uno di quei vescovati suffraganei che sono una peculiarità unica della metropoli di Salisburgo (v.). La diocesi, di minima estensione, fu stabilita pro forma, in quanto il vescovo di S. era di fatto semplicemente il vicario generale dell'arcivescovo (1218-1786) per tutta la vastissima regione alpina
della Stiria superiore e inferiore, tanto distante dalla sede metropolitana, e vi esercitò una giurisdizione che, con l'andar del tempo, divenne praticamente quella di un vero vescovo ordinario. La prima residenza ufficiale fu il castello di Seggau, Stiria inferiore, grandioso complesso medievale; poi, già dal sec. xili un palazzo nella capitale della Stiria, a Graz. Anche la diocesi si ingrandì alquanto fino al tempo di Giuseppe II, il quale, in seguito al riordinamento ecclesiastico dei territori austriaci, soppresse, con successiva approvazione pontificia, i vescovati suffraganei salisburghesi, nella loro forma originaria, sostituendoli con diocesi autonome: per la Stiria eresse la sede di S. con residenza a Graz, per tutta la Stiria meridionale, e la sede di Leoben, con residenza a Göss (v.), per la Stiria settentrionale. Nel 1859, però, con un altro riordinamento, la parte della Stiria di lingua slovena fu eretta in diocesi propria (Lavant, con sede in Maribor), la diocesi di Leoben fu soppressa e tutta la Stiria di lingua tedesca unita nell'unica diocesi di S., sempre con residenza nella capitale Graz. Nel 1934, con il Concordato austriaco, cessarono le ultime prerogative dell'arcivescovo di Salisburgo, il quale rimane metropolita, secondo il diritto comune.

Fra i vescovi di S. si ricordano Martino Brenner (1585-1615), denominato il "martello dei protestanti", perché seppe con energia e costanza condurre a termine la difficile opera della Riforma cattolica in tutta la Stiria. Nel secolo scorso ebbe un simile compito il vescovo Romano Zängerle (1824-48), discepolo di s. Clemente M. Hofbauer, il quale dovette, con dure lotte e sotto immense difficoltà, superare la situazione deplorevalissima, religiosa e statale, creata dal giuseppinismo. Grande influsso ebbe, nell'epoca della Controriforma, l'Università di Graz, fondata appositamente da Carlo II ( 1585 ) e riconosciuta da Sisto V nel 1586. Carlo l'affidò alla Compagnia di Gesù che la tenne fino alla sua soppressione (1773). Durante il sec. xix, per molti anni, i Benedettini di Admont fornirono i professori all'Università.

BibL.: J. v. Zahn, Urhundenbuch des Herzogtums Steiermark, 3 voll., Graz 1879; E. Tomek, Gesch. der Diäzese S., I, ivi 1917; id., Kurze Gesch. der Diäzese S., ivi 1918; id., Kirehengesch. Osterr., I e II, Innsbruck 1935-49, v. indice; H. WetzertB. Welte, Graz, in Kirehenlex., $2^{\text {a }}$ ed., V, p. 1627 sge.; V. Redlich, Seckau, in LTbK, IX, coll. 393-98; Schematismus der Diäzese S., pubblicazione annuale ufficiale.
II. L'Abbazia. - Il conte Adalramo di Waldeck eresse nel 1140, nella località dell'odierna St. Marcín (Stiria superiore, allora arcidiocesi di Salisburgo), un piccolo convento per i Canonici regolari di S. Agostino. Già nel 1143 esso fu trasferito sul posto dell'attuale S., più adatto. La canonia fiorì ben presto, arricchita da molte donazioni; vi si aggiunse un monastero di canonichezze, estinto dopo le devastazioni dei Turchi, alla fine del sec. xv. Sin dal 1359 il prevosto (abate) godé del diritto delle insegne pontificali. La floridezza dell'abbazia fu troncata da Giuseppe II che la soppresse nel 1782. Nel 1883 i Benedettini della Congregazione di Beuron acquistarono gli edifici rimasti, e vi eressero l'attuale abbazia benedettina. Nel corso degli anni procedettero a profondi restauri e ricostruzioni, specialmente della basilica, aprirono un ginnasio pubblico con convitto e si dedicarono molto all'apostolato liturgico. Sotto il nassamo vi fu una nuova soppressione (1941-45); ma la ripresa fu sicura e S. è tornata ad essere uno dei centri più in vista della vita culturale austriaca. Notevoli le molte pubblicazioni, soprattutto in materia di filosofia, storia, cultura cattolica e liturgia. Le esecuzioni liturgiche, specialmente in certi tempi dell'anno, hanno fama internazionale. La biblioteca è moderna.

La chiesa, una basilica romanica, di tipo austro-bavarese, ma con elementi di scuola sassone, è uno dei massimi esempi, rimasti quasi intatti, nel territorio alpino orientale. La prima dedicazione risale al 1162. Le ricostruzioni seguite agli incendi, la trasformazione delle volte (gotiche) e un radicale restauro moderno non hanno alterato l'impressione generale severa e imponente della costruzione. Si sono conservate molte lapidi sepolcrali, gotiche e rinascimentali e il celebre altare del prevosto Dirnberger,

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del 1507, in legno dorato e dipinto, con una strana rappresentazione della S.ma Trinità (tre persone umane, con unico tronco) che incorona la Madonna. Notevolissimo il grandioso mausoleo di Carlo II di Stiria (m. nel 1590), opera del tardo Rinascimento e di maestri italiani (Carlone, Verga, Ghisi e altri), di una unità e ricchezza straordinaria : comprende il sarcofago con Carlo e la moglie, figure di angeli e vari rilievi, decorazioni in stucco, affreschi, balaustre di marmo e bronze, e un altare magnifico: il complesso è inserito nell'abside sinistra della Basilica. Il convento è stato ricostruito durante i secc. xvI e xvir, con vasto cortile ad arcate roscane, chiostro interno, in parte ancora romanico e gotico.

Bibl.: importantissima la serie Sechauer geschichtl. Studien, sotto la direzione di B. Roth (1933 sgg.), con monografie e studi di carattere storico, cconomico, artistico sull'abbazia antica: E. Tomck, Kirchengesch. Osterr., I, Innsbruck 1935, pp. 60, 185, 188 e passim; K. Ginhart, Die bildende Kunst in Osterr., 2 voll., Baden 1926-39, v. indica; E. Schaffran, Kunstgesch. Osterr., Vienna 1948, v. indice; Cortinesu. II, coll. 2489-90.
III. Arte, arbazie, santuan nel territorio della diocesi. - La Stiria, abitata sin da remota antichità (l'Eraberg, la montagna di ferro, era nota ai Celti e Romani come le saline di Hull e di Aussee, ecc.), ha chiese che rimontano all'epoca della seconda penetrazione missionaria di Salisburgo, dopo il 950 (St. Michael).

A Graz, e da notare la Cattedrale (tale dal 1786 ) di S. Egidio, prima parrocchiale della città, ricostruita dall'imperatore Federico III (1438-60), dichiarata chiesa di corte, dal 1577 affidata alla cura della Compagnia di Gesù; costruzione tardo gotica, con navate assai vaste e resti di affreschi; altari e mobilio sacro in stile barocco. Di molto interesse artistico sono a Graz altre chiese gotiche o barocche, di vari Ordini antichi (Domenicani, Francescani, Ordine teutonico). Da notare il Landhaus, sede del governo e della Dieta, opera di D. Allio, con il più bel cortile rinascimentale fuori d'Italia: il Zeughaus, con l'armeria più completa, opera di A. Solari (1643-1645), il Mauscolo di Ferdinando II (1614-39); e il Joanneum, museo folkloristico tra i primi fondati (1811).

Nella diocesi di S. esistono il massimo santuario austriaco, Mariazell (v.), e l'abbazia di St. Lambrecht (v.), l'ex abbazia cistercense di Neuburg, fondata nel 1327, nonché quella più nota di Admont.

Quest'ultima abbazia benedettina, nella Valle dell'Enns, in posizione assai pittoresca, fu fondata nel 1072 con i beni di s. Emma (v.), dall'arcivescovo di Salisburgo, Gebardo. La prima dedicazione della chiesa si ebbe nel 1074. I monaci vennero dall'abbazia di St. Peter di Salisburgo. Ben presto l'abbazia si affilò alla riforma di Hirsau ed ebbe un periodo aureo nei secc. xim-xiv, specialmente
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Secovia, diocesi di - Fianco della chiesa di S. Egidio, dal 1786 chiesa cattedrale, costruita da Federico III (1 138-60) con aggiunte di epoca barocca - Graz.
sotto gli abati Goffredo di Vemmingen (dal 1138), Enrico V (1275-97), e il noto e dottissimo Engelberto (v.). Sin dal 1115 ca. vi esisteva anche un convento di Benedettine, con celebre scuola, estinta nel 1570. Dopo una stasi durante il sec. xvi. si iniziò una seconda fioritura, all'epoca barocca, con vaste ricostruzioni. Nel 1664 fu aperto un ginnasio, integrato nel 1710 con due sezioni di filosofia e di teologia. Giuseppe II trasferì il ginnasio nella città di Leoben, ove i monaci tennero le cattedre fino agli ultimi anni del secolo scorso. Un tremendo incendio nel 1863 distrusse chiesa, monastero e paese, ad eccezione della grandiosa e celeberrima biblioteca. La chiesa fu ricostruita in forme gotiche moderne, il monastero in semplici forme di barocco moderno. La biblioteca, ricca di ca. 80.000 volumi, molti manoscritti e incunaboli con annesso museo, ha sede in un'ala costruita da G. Havberger, di 70 m . di lunghezza, con affreschi di B. Altomonte e sculture di J. Th. Stammel, scaffali in rococò, in bianco e oro. La soppressione nazista (1939-45) inflisse alla biblioteca e al convento non lievi perdite. L'abbazia ha cura di 29 parrocchie incorporate, che comprendono tutto l'immenso territorio nel quale essa esercitò per molti secoli una intensa attività culturale di ogni genere. Da notare nel tesoro, che comprende i resti salvati dall'incendio: paramenti, sculture, arti minori, dall'epoca romanica fino alla barocca. Vicino, sopra una collina, sorge il santuario di Frauenberg, gioiello di architettura barocca. In molte chiese appartenenti all'abbazia di Admont si ammirano le sculture in legno di J. Th. Stammel, artista di casa dell'abbazia ( $1699-1765$ ). - Vedi tav. XIV.

Bibl., per Admont. Annales Admonterum. Continuatio Admonteretis, in MGH, Script. IX, pp. 569-1425; J. Wichner, Gesch. des Ben. Stiftes Admont, 4 voll., Graz 1874-80; A. Krause, Die Stiftsbibliothek in Admont, Admont 1948; id., Frauenberg bei Admont, ivi 1949; H. Tausch, Benediktin. Mönchtem in Osterr., Vienna 1940, passim; C. Wolfsgruber, Admont, in H. Wetzer-B. Weltc, Kirchenlex., $2^{4}$ ed., I, pp. 235-37; Cortinesu, I, pp. 19-21.

Giuseppe Löw
SECRETA (sottinteso oratio; Super oblata; Saccal. - L'orazione della Messa che si recita sulle offerte prima del Prefazio, detta Super oblata nei libri del tipo gregoriano.

Il titolo $S$. ricorre nel Gelasiano antico (cod. Vat. Reg. lat. 316, della metà del sec. viII) e già un mezzo secolo prima nel cosiddetto Messale di Bobbio (Parigi, Bibl. naz., lat. 13246) si ha collectio secreta, forse un segno della provenienza gallicana. Lo Jungmann spiega il nome dall'uso gallicano di recitare questa orazione a voce bassa, mentre nel rito romano primitivo e tuttora nel rito ambrosiano l'orazione viene detta ad alta voce. La differenza tra l'antico uso romano e quello nuovo gallicano-franco si vede nell'avviso dell'Ordo XV, 35 (Andrieu, 102) : "... dicit orationem super oblationes (oppure oblatas secrete; cf. Ordo $V, 58$ ), "ita ut nullus praeter Deum et ipsum audiat"; similmente nell'Ordo XVII, 46 (Andrieu, 181); ciò si faceva a cagione di un silenzio rigoroso, imposto a questo punto nella liturgia gallicana, sotto influsso orientale. Dell'uso di recitare a voce bassa la S. si ha una testimonianza del sec. viI-viII in un graffito del cimitero di CommoJilla (v.). Il Righetti invece lo spiega per mezzo di due azioni liturgiche concomitanti - anch'esse nel rito orientale - l'una compiuta dal celebrante in segreto, l'altra dal diacono ad alta voce (il diacono recita i nomi degli offerenti, mentre il sacerdote dice, per economia di tempo, l'orazione sulle offerte). Altre derivazioni, p. es., da secernere o secretio (i fedeli dai catecumeni, le offerte per la consacrazione da quelle per la sola benedizione) o da un equivalente di benedictio o di consacratio (Batiffol) o da una orazione preparatoria al Prefazio o all'azione di consacrazione, detta $S$. (Brinktrine), sono meno verisimili.

La $S$. entrava nell'ordinario della Messa assieme con le Collecta, Postcommunio, Super

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populum. Al tempo della lettera di Innocenzo I a Decenzio, nel 416, non vi si trovavano. Come la Colletta, s'indirizza di solito al Padre ed è una formola di oblazione: "Accepta sint...»; "Offerimus "...; domanda la consacrazione delle offerte ed implora le grazie sacramentali; spesso in relazione con la festa relativa. L'ultima parte della conclusione si canta ad alta voce.

Biml.: H. Leclercq, Secrete, in DACL, XV, I, coll. 11291132; G. Brinktrinc, La S. Messa, Roma 1945, pp. 135-38; M. Kufhetti, Man, di stor. liturg., III, Milano 1949, pp. 287-90; I. A. Jungmann. Missarum sollemnia, II, Vienna 1949, pp. 108-117. Pietro Siffrin

SECRETAN, Charles. - Filosofo, n. a Losanna il 19 genn. 1815 , ivi m. il 20 genn. 1895. Vi insegnò filosofia per circa trent'anni.

Problema centrale della filosofia di S. è il problema della libertà, che egli intende, al modo di Kant, come regno della metafisica e della morale: la libertà come principio metafisico è Dio stesso che agisce sul mondo. Ma l'interesse più vivo e sentito dal S. è quello etico-religioso. La legge della carità diviene la legge suprema: "la carità tende all'unità e se le aspirazioni della carità saranno pienamente realizzate, l'unità morale sarà costituita per mezzo della libertà... Questa unione è l'amore, atto di libertà... La creatura non può raggiungere la sua suprema destinazione se non unendo se stessa a Dio, per mezzo della sua libertà" (La raison et le christianisme, pp. 202-203).

Opere principali: La philosophie de Leibniz (Losanna 1849); Philosophie de la liberté (Parigi 1849); Recherches de la méthode (Losanna 1857); La raison et le christianisme (Parigi 1863); Etudes sociales (Losanna 1889); Les droits de l'humanité (ivi 1890).

Bib.: L. Mayer, La christologie de S., Montauban 1801; F. Billon, La philos. de S., Parigi 1898; F. Abausit, L'énigme du monde et sa solution velon C. S., ivi 1902; A. Bournier, La pensée de C. S., etc., Neuchâtel 1934; Ph. Daulte, Philosophie et révélation chez C. S., in Rev. de théol. et de philos., 28 (1940), pp. 36-62. Altre indicazioni in G. A. De Bric, Bibliographia philosophica 1934-45, I, Utrecht 1950, pp. 492-93. Enzo Maccagnolo

SEGUSIO, Bonaventura. - Frate minore, patriarca di Costantinopoli e nunzio, n. a Caltagirone ca. il 1558 , m. a Catania il 29 marzo 1618.

Ammirato per la sua scienza ed eloquenza, fu visitatore della diocesi di Palermo (1586). Eletto generale a Valladolid ( 5 giugno 1593), governo l'Ordine per sette anni; incrementò gli studi, curò la disciplina, promulgò le Costituzioni Vallisoletane, promosse ovunque la riforma, specialmente in Francia e in Belgio. Rese pure grandi servizi alla causa della pace tra la Spagna e la Francia. Clemente VIII lo mandò alle corti di Madrid e Parigi ed egli accanto al card. A. de' Medici lavorò indefessamente per la concordia fra i due regni, finché si firmò il Trattato di Vervins ( 2 maggio 1598). Eletto patriarca di Costantinopoli (10 marzo 1599), venne destinato nunzio straordinario in Francia per comporre le divergenze sul Marchesato di Saluzzo, tra la Francia e la Savoia. Le trattative per suo mezzo firmate a Parigi il 27 febbr. 1600 , rotte per sopravvenute difficoltà, furono definitivamente concluse con il card. P. Aldobrandini, legato, nella pace di Lione il 17 genn. 1601. Per intervento di Filippo III di Spagna, fu creato vescovo di Patti (30 apr. 1601), indi trasferito a Messina (17 ag. 1605) poi a Catania ( 10 giugno 1609 ) dove morì.

Scrisse: Passe inter Philippum II Hispaniarum et Henricum IV Galliarum reges historia e e Constitutiones sinodales ecclesiae Catanensis.

Biml.: P. Matthieu, Hist. di Francia, Milano 1624; C. Coloma, Las guerras de los Estados Baxos, lib. X, Anversa 1623, pp. 447, 494 sgg.; V. Nigido, Bonav. S., Catania 1898; L. Fumi, La legaz. in Francia del card. P. Aldobrandini, narrata da lui medesimo, Città di Castello 1903; Pastor, XI, pp. 155 sg., 168 sg.; A. Louant, L'intervention de Clément VIII dans le traité de Vervins, in Bull. de l'Inst. histor. belge de Rome, 12 (1932), pp. 127-86; G. Bentivoglio, Memorie e lettere a cura di Costantino Paniguda, lib. II, Bari 1934, capp. 5-6; Wadding, Annales, XXIII, XXIV, XXV, passim (v. indici).

Damiano Consentino
SEDECIA (ebr. Sịdhajijāh $\bar{u}$ "giustizia di Jahweh»). - Ultimo re di Giuda (597-86), figlio del re

Iosia (v.) e fratello di Ioachaz (v.); fu posto sul trono in età di 21 anni da Nabuchodonosor (v.) in luogo del nipote Ioachin (v.), tratto in esilio a Babilonia. Il suo nome era Matthania, cambiato in quello di S. dallo stesso Nabuchodonosor (II Reg. 24, 17), che gli impone anche il giuntenento di fedeltà (II Par. 36, 13).

Sui fatti del suo regno, appena abbozzati nei libri storici (II Reg. 24-25; II Par. 36), si hanno copiose informazioni dal libro di Geremia (capp. 27-39). Governò in un periodo difficilissimo, sia per la dura condizione di vassallaggio verso Babilonia, stabilitasi con il primo intervento di Nabuchodonosor nel 597, sia per le interferenze dell'Egitto nella politica del barcollante regno di Giuda.

Dubbioso ed incerto, non fu mai all'altezza della situazione e la sua arrendevolezza alla politica della fazione antibabilonese, contro i ripetuti consigli di Geremia, accelerò la catastrofe finale. Sulla sua condotta religiosa e morale è dato questo sfavorevole giudizio: "Fece ciò che dispisce al Signore Dio suo; non si piegò al profeta Geremia che gli parlava in nome di Dio" (II Par. 36, 12). Finché visse il faraone Nechao, il quale dopo la disfatta di Carcamis ( 605 a. C.) ritenne prudente non immischiarsi nelle faccende palestinesi, la situazione si mantenne abbastanza tranquilla; ma l'anno della di lui morte ( 593 a. C.) S., per istigazione del partito antibabilonese, promosse in Gerusalemme un convegno dei vari Stati palestinesi, Edom. Moab. Ammon. Tiro e Sidone (Jer. 27, 3) con l'evidente scopo di scuotere il giogo babilonese. L'astensione del faraone Psammetico II determinò il fallimento della lega, ma il re di Giuda S. dovette recarsi a Babilonia e giustificarsi presso Nabuchodonosor, cui il detto convegno era apparso più che sospetto. Tornato a Gerusalemme, ridivenne preda dello stesso partito, rinfocolato dall'azione sobillatrice di vari pseudo-profeti che preconizzavano l'imminente autonomia del regno (Jer. 28), mentre il Tempio era aperto all'invadenza dei culti idolatrici (Ex. 8). Succeduto a Psammetico II nel 588 il faraone Ephree, decisamente avverso alla potenza babilonese, la corrente agitatoria divampò in aperta rivolta. Contro il Re di Babilonia presero le armi, insieme al Re di Giuda, tutti gli Stati palestinesi, stretti in una lega che faceva capo all'Egitto. Ma Nabuchodonosor, partito in quello stesso anno con un grosso esercito, si accampò a Rebizcha sull'Oronte; poi invase il territorio di Giuda e strinse d'assedio Gerusalemme (anno $9^{\circ}$ di Sedecia, verso dic. del 588 a. C.; II Reg. 25, 1); la città si difese eroicamente per 18 mesi, in attesa che arrivasse l'aiuto egizio; Geremia, che per la salvezza di Gerusalemme e della nazione consigliava la resa ai Caldei, fu gettato in prigione; anche qui S. continuò segretamente a consultarlo, senza però seguirne mai i consigli (Jer. 27, 17 sgg.; 38, 14 sgg.). Dopo un anno, avendo dovuto i Caldei interrompere l'assedio per non essere presi alle spalle dagli Egizi, sembrò spuntare a Gerusalemme l'aurora della vittoria; i Caldei, sbarazzatisi presto degli Egizi, ripresero l'assedio. La città, già estenuata dalla fame e dalle epidemie, non resistette più a lungo e l'anno $11^{\circ}$ di S., nel giugno 587 a. C., fu invasa dagli assedianti, che la misero a ferro e a fuoco. S., fuggito con i principali capitani, fu raggiunto presso Gerico e fatto prigioniero (Jer. 39, 2 sgg.). Condotto a Rebizcha avanti a Nabuchodonosor, l'infelice padre vide sgozzare alla sua presenza tutti i suoi figli (II Reg. 25, 2-4); dopo di che il re caldeo gli fece cavare gli occhi ed incatenato lo spedì a Babilonia (ibid. 25, 6-7), ove morì in prigione. Cosi ebbe tragicamente fine il Regno di Giuda: il Tempio fu incendiato, tutto il paese devastato (ibid. 25, 8-21).

Biml.: H. Hellmann, Chronologia libri Regum, Roma 1914, pp. 701-14; A. Pohl, Historia populi Israël a divisione regni ad exilium, ivi 1933, pp. 157-61; W. Caspari, Vorfahren und Vorgeschnitten des Ietzen jodäbischen Königs, in Klio, 26 (1933), pp. 186210; G. Ricciotti, Storia d'Itraele, I, Torino 1934, pp. 485-95. Gaetano Stano

SEDER (sëdher "ordine»). - Termine ebraico liturgico, che in particolare si riferisce all'« ordine» o cerimoniale da usarsi per la cena pasquale ebraica e che mira, secondo Ex. 13,3.8, a narrare in modo comprensibile la storia dell'esodo dall'Egitto.

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(per cortesia del Direttore della Scuola)
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(per cortesia del Direttore della Scuola)
In alto: INTERNO DELLA CHIESA DELLA S. FAMIGLIA a Cederna (Monza), costruita dalla Scuola "Beato Angelico" (1937-38). In basso: LA CAPPELLA DEI TEOLOGI, nel Seminario di Venegono, decorata dalla Scuola "Beato Angelico" (1941).

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(fol. Alianri)
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(fol. Alianri)
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(fol. Sennini)
In alto a sinistra: S. SEBASTIANO E DUE DONATORI. Dipinto attribuito a Antoniazzo Romano (seconda metà del sec. xv) - Roma, Museo di Palazzo Venezia. In alto a destra: S. SEBASTIANO. Dipinto di Antonello da Messina ( 1475 ca.) - Dresda, Pinacoteca. In basso: S. SEBASTIANO. Scultura di Antonio Giorgini su modello di G. L. Bernini (sec. xvir) - Roma, basilica di S. Sebastiano.

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![img-6.jpeg](img-6.jpeg)

# SEBASTIANO DEL PIOMBO

## TAV. XIII

### (per mancanza dell'istituto restando del restauro)

*A sinistra:* **DEPOSIZIONE** (dopo il restauro) - Viterbo, Museo.

*A destra:* **RITRATTO D'IGNOTO** detto "Il malato" (1514) - Firenze, Uffizi.

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In alto a sinistra: MAUSOLEO DI FERDINANDO II, dall'architetto Pietro di Pomis (1614-33), terminato da Pietro Valnegro (1638) - Graz. In alto a destra: INTERNO DELLA CHIESA ABBAZIALE DI SECKAU, costruita nel 1142-64, restaurata nel 1890. All'inizio del coro, in alto sotto la volta, gruppo della Crocifissione del sec. xili. In basso: INTERNO DELLA CHIESA DELL'EX-ABBAZIA CISTERCENSE (sec. xiv) con altari d'epoca barocca - Neuberg sulla Mitte.

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In ossequio all'insegnamento di Rabbān Gamaliele, si spiegano i tre elementi costitutivi : il sacrificio (l'agnello) pasquale, il pane azzimo, le erbe amare. Segue la recita dei salmi 113-14, la benedizione per la liberazione ed una serie di aggiunte di carattere omiletico. Le erbe amare ricordano le sofferenze subite in Egitto; un impasto di mele, noci ecc. (v. HANGsETII) ricorda i mattoni fabbricati in Egitto (Ex. 1, 14). Le quattro coppe di vino per ciascuno dei commensali si spiegano come allusione alle quattro espressioni per "liberare, salvare" che ricorrono nel sacro testo. La cena si inizia con la benedizione sulla $1^{a}$ coppa, qiddûl (v.). Segue l'ablusione delle mani e la consumazione di erbe bagnate cen acqua salata. Delle tre azzime preparate quella di mezzo viene divisa in due parti, di cui una è destinata a seguire in seguito la chiusura delta cena. Questo pane riservato (v. AFIQOMEN) viene avvolto in un panno bianco (Ex. 12, 34). Si riempie la $2^{a}$ coppa e un bimbo pone quattro domande, con le quali chiede la spiegazione dei ricordi storici a cui si riferisce il cerimoniale. Si fa l'abluzione delle mani prima della cena, si recita la benedizione sul pane e si consumano le erbe amare, la malta e le azzime (Num. 9, 11). Si mangiano le uova e si consuma la cena. Si ringrazia poi Dio per il pasto e si beve la $3^{a}$ coppa. Si recitano a porta aperta i testi : Ps. 79, 6-7; 69, 23; Lam. 3, 66. Si riempie la $4^{a}$ coppa e si leggono i Ps. 115-18 (v. HALLÉL), 136 e vari inni extra-biblici. Si beve la $4^{a}$ coppa e si recita la benedizione (lode) per il vino.

Bibl.: M. Zobel, Das Jahr der Juden in Brauch und Liturgie, Berlino 1936, pp. 171-76; M. Joseph, in Yud. Lex., V, coll. 314-19; B. Reike, Diakonie, Festivende und Zeise in Verbindung mit der altchristl. Agapeufeter, Uppsala 1931, p. 108 sgg.

Eugenio Zolli

## SEDE VACANTE : v. VACANZA DELLA SEDE APOSTOLICA.

SEDIARI PONTIFICI. - Sono familiari del Papa che prestano servizio di sala e per il trasporto del S. Padre in sedia gestatoria, in occasione di solenni cerimonie. In questo secondo ufficio essi ricevono l'ordine di partenza dal foriere maggiore.

Si riallacciano un po' ai lecticarii in uso nel mondo romano, specialmente nell'età imperiale e durante tutto il medinevo fino al Settecento, quando alle lettighe si sostituiscono le carozze. Nelle cerimonie sacre, alla lettiga fu sostituito le scamnum, o sella, o sellare, da cui il nome di sellarii per coloro che portavano il Papa sulle loro spalle (cf. Ordo Romanus I, 4-5: PL 78, 939; Ordo Rom. II, 2 : ibid., 699).

Si fa risalire a Pio IV l'istituzione di un vero corpo di cavalieri, dotti s. p., per portare il Papa in sedia gestatoria, ma, oltre l'uso della sedia gestatoria, anche l'esistenza d'un corpo di s. p. è più notica: basti vedere le loro compagne negli affreschi di Raffaello, come nel Miracolo di Bolsena e nella Cacciata di Eliodoro dal tempio. Non si trovano però elencati a parte nei ruoli della famiglia pontificia sotto Leone X e Pio IV. Sono infatti confusi con i parafrenarii o famuli in genere. Famuli infatti sono chiamati nella presa di possesso di Alessandro VII (sublimis gestatus, subcollantibus famulis purpurea toga couspicuis: P. Cancellieri, Storia dei solemni possessi, Roma 1822, p. 272, cf. anche p. 146, nota 2) e parafrenieri (parafrenarii) vengono chiamati sotto Paolo III, a. 1533 (op. cit., p. 92) e ancora sotto Pio VIII (op. cit., p. 489). I s. p. e i parafrenieri formarono anche insieme una Confracernita ed ebbero fin dal tempo di Pio IV (a. 1565) una chiesa propria: S. Anna dei parafrenieri nell'interno del Vaticano, scambiata poi, dopo il 1929, per l'erezione della chiesa a parrocchia, con S. Caterina della Rota.

Attualmente i s. p. sono 14 , oltre il decano (o decano di sala [in Ann. Pont. 1952, p. 937]) e sotto decano, e sono coadiuvati da alcuni soprannumero, da due ordinanze di sala e da straordinari o supplenti (specialmente negli Anni Santi). Indossano una livrea, di color nero per il decano e sottodecano e di color rosso per i s. tutti. La livrea, formata da casacca e calzoni con lunghe guide scendenti dagli spallini, dette ali, è di velluto cre-
misi con maniche di raso, su disegno depositato in stile Rinascimento, e, per l'estate, di damasco cremisi con maniche di seta "nobiltà ", sempre sullo stesso disegno, con lo stemma del Pontefice sul davanti. Ora si usa lo stemma uniforme della S. Sede per tutti i pontofici, con le chiavi e la tura. Si conservano però livree con stemmi da Pio VI a Pio IX. Oltre la livrea hanno scarpette dello stesso stile, la camicetta ed i calzari appropriati. Anticamente dipendevano dalla prefettura dei SS. Palazzi Apostolici; oggi sono alle dipendenze del maestro di Camera, tramite il maestro di Casa, che li sorveglia e ne coordina il servizio. Ad essi è demandato il compito del servizio di sala o di anticamera, e percio fanno parte del personale della sala. Svolgono il servizio a turno, nelle udienze private e speciali, nelle udienze generali; assistono insitre il Pontefice nelle manifestazioni più solenni (pontificati, ricevimenti); di giorno e di notte stanno intorno alla persona del Papa. Anticamente due vegliavano anche davanti all'appartamento pontificio privato ed anche oggi uno di essi dorme ad immediato contatto dell'appartamento pontificio, per essere pronto ad ogni chiamata. Fanno parte della famiglia pontificia (v.) e percio sono detti anche - famigli -.

BibL.: G. Valentino Stivano, De levutione seu portatione Pontifcici, Venezia 1278-79; Moroni, LXI, p. 193 sgg.; Th. R. v. Sicloel, Ein "ruolo di famiglia" des Papiess Pius II', Innsbruck 1893: A. Ferraioli, Il ruolo della Corte di Leone X, Roma 1911; R. Strauss, Carriages und Geschen, Londra 1912; D. Tardini, L'incoronac. del Papa ed il salerno possesso del Laterano, Roma 1925, p. 3 sgg.

Giuseppe Palazzini

## - SEDIBUS CAELI NITIDIS RECEPTOS :. -

Inno dei Vespri nell'Ufficio dei ss. Cirillo e Metodio, la cui festa Leone XIII rese obbligatoria per la Chiesa universale il 30 sett. 1880.

L'inno fu composto dallo scolopio p. Leonetti con aggiunta una strofa del Salvati, segretario della S. Congr. dei Riti; il tutto emendato dal Tripepi e dal Caprara.

Dopo un invito alla celebrazione della festa dei due santi fratelli, colonne della Chiesa slava, il poeta ne esalta le gesta nella evangelizzazione dei Bulgari, dei Moravi, e dei Boemi, e vi fa con estrema delicatezza un appello alla unione dell'Oriente con l'Occidente.

BibL.: Analecta Iuris Pont., 20 (1880), p. 118; C. Albin, Poésie du Brevnaire Liune s. a., pp. 302-304; A. Mitra, Gli imni del Breviario romano, Napoli 1947, pp. 121-23. Silverio Mattei

SEDIZIONE. - S. (da seorsum ire) è la violenta sollevazione collettiva contro i pubblici poteri o contro determinate persone investite di autorità oppure di pubblici interessi

Il fine politico spiega molte s. che si trovano nella storia antica, ove una fazione cercava di sopraffarne una altra o per imporre un nuovo ordinamento o per soppiantare gli esponenti dell'altra. Non fu assente però il fine sociale, specie in tempi più moderni quando una serie di s. fu l'inizio d'un generale sconvolgimento tendente ad innovazioni e riforme in quest'ordine, come avvenne nella Rivoluzione inglese e in quella francese e prima ancora nella riforma iuterana. Il pretesto religioso servì pure molte volte a s., specialmente nell'Impero bizantino e nelle vicende medievali della storia Romana. In ogni caso la s. implica il concorso di più persone che tentano di sovvertire l'ordine prestabilito con atti di violenza collettiva; ed in questo trova la sua generica qualifica di reato. Ma in realtà essa si aggreva quasi sempre di nuovi elementi che la specificano in diversi delitti e ne peggiorano la natura criminosa, come quando implica omicidi, stragi, devastazioni ecc.

Per un giudizio morale occorre tener presenti il fine e le circostanze che provocano l'atto violento. Distinguere inoltre i mandanti o i complici principali dai semplici gregari che vi partecipano in misura non determinante. Infine bisogna vagliare i limiti e i modi eventualmente predefiniti, nonché l'efficacia dei mezzi preventivi stabiliti contro eventuali conseguenze non desiderate e in ogni caso considerare la possibile ritrattazione che, se tempestiva e piena, toglie ogni responsabilità morale.

Come misura estrema di difesa contro un tiranno

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sanguinario la s. può esser giustificata se può indurlo a dimettersi. Bisogna però prevedere e prevenire il male maggiore, quale potrebbe essere la guerra civile, la strage, le distruzioni ecc. che aggraverebbero la situazione e forse impedirebbero la liberazione sperata (v. tirannia). In ogni altro caso ben difficilmente la s., specialmente se sanguinosà, potrebbe essere moralmente giustificata. Anziutito perché di sua natura calpesta il principio di autorità che è essenziale alla vita sociale e morale dell'uomo; in secondo luogo perché provoca passioni che ben difficilmente potrebbero essere controllate e conducono quasi fatalmente ad altri delitti che tolgono il carattere di legittima protesta che la sollevazione popolare potrebbe avere in qualche caso. Infine perché ben difficilmente l'atto violento ottiene duraturi miglioramenti mentre spesso obbedisce ad interessi faziosi. Quindi s'impone la prudenza che cerca non il sovvertimento dell'ordine costituito ma il razionale progressivo miglioramento dei rapporti, sotto l'egida di una più alta giustizia.

Meno ancora giustificata è la s. quando persegue fini religiosi ovvero privati. Nel primo caso è palese la 'violazione della legge divina che nel cristianesimo ha creato una gerarchia di poteri e che sola è depositaria e tutrice dei veri interessi religiosi dell'umanità. Quindi la s. contro la divina autorità della Chiesa o contro i suoi legittimi rappresentanti è delitto e sacrilegio in ogni caso, anche quando persegue un particolare fine morale o religioso che non contrasta con i fini della Chiesa. I provvedimenti opportuni possono essere richiesti od implorati secondo la prevista disciplina e nei modi consentiti, non mai imposti all'autorità con la pubblica violenza. Molte volte sotto il pretesto religioso operano interessi privati o settari; allora la s. si aggrava di nuova malizia perché sovvertendo il principio di autorità inganna il popolo, esponendolo a gravi pericoli per inconfessabili scopi di parte. Le responsabilità dei mandanti e dei sobillatori rimangono pertanto dimostrate, ma la complicità accessoria non vien meno, specialmente se l'inganno poteva esser facilmente superato od evidenti fossero le responsabilità individuali.

Mentre le leggi penali moderne non considerano la s. nel suo generico significato quanto le particolari specificazioni che si aggiungono all'elemento fondamentale di delitto collettivo (cf. Cod. pen. ital., artt. 20-21; 303-307) la morale cattolica e il CIC insistono parimenti sul concetto di cooperazione e su quello di rivolta contro l'autorità che implicitamente almeno si verifica in ogni s. Il can. 2209 stabilisce il criterio di imputabilità, distinguendo la complicità principale o necessaria da quella secondaria o accessoria. La prima viene riconosciuta ai mandanti ed ai sobillatori come agli esecutori materiali del delitto, se una preventiva ritrattazione efficace non fa annullò in partenza; parimenti il can. 2211 sancisce per essi la responsabilità solidale circa i danni causati. Ai complici secondari rimane invece la responsabilità che di fatto contrassero singolarmente, aggravata sempre dallo scandalo dato.

Quanto all'implicita ed esplicita rivolta contro l'autorità che la s. comporta il CIC la considera espressamente come diretto attentato contro l'ordine costituito o contro persone rivestite di legittimo potere: cosi il can. 2331 § 2 colpisce la cospirazione contro il pontefice e i suoi legati o il proprio vescovo anche quando si estrinseca in manifestazioni sediziose; il can. 2337 punisce il parroco sobillatore del popolo che tenta di impedire l'ingresso del legittimo successore. L'odium plebis (v.), infine, che può manifestarsi in una s. è considerato causa sufficiente per la rimozione d'un parroco, senza che venga giustificata la stessa s. In questi casi di delitti collettivi la Chiesa commina sanzioni dello stesso carattere, quali l'interdetto; ma non trascura gli altri provvedimenti penali che colpiscono i responsabili principali con maggiore severità.

BibL.: per il diritto canonico, cf. i commenti ai canoni sopra cit.: per il diritto penale italiano, cf. i commenti agli articoli sopra cit. E inoltre: G. G. Rubbiani, s. v. in Nuovo Digesto Ital., XI, pp. 1225-27. Salvatore Indelicato

SEDULIO. - Di S. (Caelius o Coelius Sedulius) è incerto il luogo di nascita e il periodo in cui visse.

Dalle «subscriptiones» agli antichi codici Piteano e License, il documento più accreditato della biografia seduliana, si apprende che egli visse al tempo degli imperatori Teodosio II e Valentiniano III; sarebbe nato in Italia, ma in Grecia avrebbe trascorso parte della sua vita. Fu presbitero e forse anche vescovo. Morì con ogni probabilità verso il 449-50 d. C.

L'opera maggiore di S. è il Paschale carmen, o Mirabiliun divinorum libri (sottotitolo che talora, nei codici più tardi, funge da titolo) in 5 ll. (gli antichi studiosi parlano anche di quattro e di tre, ma si tratterà di semplici sviste), una rielaborazione alquanto libera (molto più che in Giovenco) dei quattro Evangeli (II-V II.), cui fa da introduzione il primo libro di carattere apologeticoformativo con larga esemplificazione di episodi miracolistici tratti dal Vecchio Testamento. Allegorie, simbolismi, sovrabbondanza di ornamenti retorici comprimono spesso l'ispirazione poetica, ma non mancano episodi e tratti di un certo interesse (Invocazione a Maria, II, 63-69; Tempesta seduta, III, 46-69; Pesca miracolosa, IV, 109-24). Il Paschale Carmen è in esametri, tranne i vv. i-16 del I 1., la Praefatio all'opera, ricca di tutti i "topoi" della retorica cristiana. Di scarso rilievo poetico è la Collatio Veteris et Nova Testamenti, in 55 distici di struttura epandettica; gli antichi studiosi ed editori erano anzi restii ad attribuirla a S.; i moderni invece, pur giudicandola ben povera cosa, hanno comunque optato per l'attribuzione. L'inno ambrosiano A solis ortus cardine è invece, pur nella sua brevità, il capolavoro di S. La Chiesa ne ha riconosciuto i meriti introducendone nella liturgia due brani significativi (strofe I-VII e strofe VIII, IX, XI, XIII). L'attribuzione a S. di un Carmen de Verbi Incarnatione, tentata su prove storiche invero alquanto malferme, urta decisamente contro stridenti divergenze di lingua e di stile. L'unica opera in prosa di S., il Paschale opus, nacque dalla necessità di difendere l'ortodossia del poeta, messa a dura prova dai detrattori della sua opera poetica. Artisticamente è ben povera cosa, ricca com'è di tutti i difetti e di ben pochi dei pregi dell'autore.
S., da "scholasticus" com'era, attinse largamente al mondo classico: Virgilio fu il suo modello preferito; molto imitatı Lucano e Persio, l'uno per il gusto dell'orribile, l'altro per i suoi interessi didascalici; seguono nell'ordine Ovidio, Orazio, Tibullo; fra i cristiani solo Prudenzio e Giovenco lasciarono un'eco distinta nella poesia seduliana.

Scarsi consensi suscitò il Paschale Carmen al suo primo apparire. Ma il tempo capovolse il primitivo giudizio della critica. In tale clima ormai favorevole S. si apprestava a ritpubblicare la sua opera, quando fu colto dalla morte. Il Paschale Carmen comunque uscì, curato, in questa seconda edizione, dal console Asterio. La fortuna di S. andò poi crescendo nei secoli e oggi si tende a giudicarlo il più rappresentativo dei parafrasfi del Vangelo del sec. v.

BibL.: edizioni generali: PL. 19, 233 sgg.; J. Huemer, Sedulit opera omnia, Vienna 1885 (CSEL). Studi: J. Huemer, De S. poëtor vita et scriptis commentatio, Vienna 1878; J. Candel, De clausulis a S. in eius libris qui contribuotur Pascha/e Opus adhibitis, Tolosa 1004; T. Mayr, Studien zu dem Paschale Carmen des christlichen Dichters S., Diss. Monaco-Augusta 1916; C. Weyman, Beiträge zur Geschichte der christlich-latvinischen Poesie, Monaco 1926, p. 121 sg.; id., La poesia di S., Catania 1945; F. Corsaro, L'opera poetica di S., Catania 1940 e La lingua di S., Catania 1949.

Francesco Corsaro
SEDULIO Scoto (il Giovane). - Scrittore del sec. IX, letterato e teologo, detto Scotus o Scotus dalla sua patria di origine, l'Irlanda, e Iunior, per distingherlo dal poeta cristiano del sec. v. Alcuni lo considerano un laico, altri, con maggiore probabilità, un monaco.

Ca. l'848 è a Liegi, bene accolto con i suoi compagni dal vescovo Artagaro (840-54), e vi crea la scuola di S. Lamberto, formandovi il "Circolo di S.", focolare di cultura, che diede rinomanza alla città. Si fece amico di tutte le personalità del tempo e compose versi elogiatori a vari membri della famiglia reale e della nobiltà, mo-

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strandosi "un buon tipo medievale di cortigiano istruito". Dopo l'858 si perdono le sue tracce. Secondo G. Morin si sarebbe recato a Milano, sotto il vescovo Tado (860-68), ove avrebbe fatto, sul testo greco, la revisione del Salterio ambrosiano che si conserva nel ms. 343 di Monaco.

Poeta, grammatico, filosofo ed esegeta, S. svolse multiforme attività letteraria. Scrisse: In grammaticam Eulichii, un Commentum super Priscianum e forse una Expositio categoriorum; ha lasciato un vasto Collectaneum o raccolta di estratti da autori pagani e cristiani, un'antologia di massime morali e di modelli letterari, tra i quali un Liber provorfiorum graecorum (lettera dedicatoria, a cura di E. Dümmler, in MGH, Epist., VI, p. 206). Più importanti sono i suoi Carmina, criticamente editi da L. Traube (MGH, Poët. Lat. aevi Carol., III, pp. 131-240), che impiegano una grande varietà di metri classici, e fanno considerare S. come il "Virgilio di Liegi" (cf. ibid., p. 153). Celebre il suo trattato De rectoribus christiani et de convenientibus regulis quibus res publica rite gubernanda, bell'esempio dei tradizionali Specula principis, diviso in 20 capp., in fondo a ciascuno dei quali vi è un carme riassuntivo (PL 103, 291-332; ed. Hellmann, cit. in bibl., pp. 1-91); i carmi, riuniti dal Traube, dànno l'intero trattato in versi (MGH, Poët. Lat. aevi Carol., III, pp. 154-66, in 21 poemetti). Secondo Hellmann sarebbe stato dedicato a Lotario II, ma più probabilmente a Carlo il Calvo. S. stima l'arte del governare una delle cose più difficili, ma non formula una tecnica politica. Lavori teologici: Collectanea in omnes b. Pauli epistolas (PL 103, 9-270), l'opera maggiore e più nota di S.; Collectaneum in Matthaeum (manoscritto); Libri de artibus Prophetarum (manoscritto); diverse Explanationes introduttive ai Vangeli, secondo la lettera di s. Girolamo a papa Damaso (PL 103, 271-90 e 321-52). Di S. si conserva l'esemplare del Salterio greco, scritto in caratteri onciali da lui stesso con versione latina interlineare e firmato $\Sigma \eta \delta \delta \lambda 0 \varsigma ~ \sigma \varkappa \delta \tau \tau o s ~ \xi \tau \omega$ $\xi \gamma \rho \alpha \dot{\omega} \alpha$ (Parigi, Bibl. de l'Arsenal, ms. 8407). Come esegeta, S. utilizza autori antichi, specie s. Girolamo e s. Agostino, ed anche Pelagio, ma si distingue per una esegesi filologica e accurata, dando importanza al greco e all'ebraico, e ponendo particolare cura nell'ordinare il testo (PL 103, 15 A) e le circostanze (ibid., 273 D). Onde la sua importanza nella storia dell'esegesi biblica, anche perché S. era uno degli uomini più colti del suo tempo.

Bibs.: E. Dünneter, Aus Handschriften, in Neues Archiv, 3 (1878), pp. 187-89; id., S. S., ibid., 4 (1879), pp. 315-20; id., Epist. breves, quae ex Scottorum colonis Leodiensi ariri videntur, in MGH, Epist., VI, pp. 192-97; G. Morin, Une révision du Paautier sur le texte grec par un anonyme du IXe siècle, in Rev. bèuld., 10 (1893), pp. 193-97; S. Hellmann, S. S., Monaco 1906; G. M. Dreves, An. Ilyour., t. L. Lipsia 1907, pp. 229-36; Manitius, I, pp. 312-23; F. Raby, Hist. of christ. latin poetry, Oxford 1927, pp. 193-96; J. F. Kenney, The sources for the early hist. of Ireland, I, Nuova York 1929, pp. 223-69; A. J. Carlyle, A hist. of mediaeval political theory, I, 3* ed., Edinburgh e Londra 1930, v. indice; L. K. Born, The Specula Principia of the Carolingian renaissance, in Rev. belge philol. hist., 12 (1933), pp. 238-612; G. Martini, Un codice scenor, del "De rectoribus christiani's di S. S., in Bull. dell' Ist. stor. ital. per il m. e. e Arch. murat., 50 (1932), pp. 49-62; C. Spicq, Esquisse d'une hist. de l'exégèse lat. an moyen âge, Parigi 1944, p. 13. Iaino Cocchetti

SEDUZIONE. - Nel linguaggio biblico il termine ha significati diversi. Talvolta indica qualsiasi azione diretta a indurre altri all'errore o alla colpa: in tal senso il demonio è detto spesso il "seduttore", la sua opera per indurre al male, soprattutto alla fine dei tempi, è qualificata precisamente come s. (cf. II Thess. 2, 10; II Io. 7, ecc.). In particolare viene detta s. l'azione per indurre all'idolatria (cf. Deut. 7, 4) e all'impurità (cf. Prov. 5, 20; cf. anche Gen. 34, 1-31; II Sam. 13).

Della s. nell'ultimo senso indicato il Vecchio Testamento si occupa in Ex. 22, 16 sg. e Deut. 22, 23 sgg. Nel primo passo si dice che "se uno seduce una vergine non ancora fidanzata la doterà e la sposerà; se il padre della fanciulla non vuole darla, pagherà una somma di denaro secondo la dote che sogliono ricevere le fanciulle ". Nel
secondo si dice che in caso di s. di vergine fidanzata, avvenuta in una città, essa ed il seduttore "saranno lapidati : la fanciulla perché non ha gridato... l'uomo perché ha umiliato la donna del suo prossimo ". Se ciò avviene in campagna e con uso di violenza "la fanciulla non soffrirà nulla ". Rimarà solo la pena di morte per il seduttore. Se poi la fanciulla violata in tali condizioni non è fidanzata, il seduttore "darà al padre della fanciulla cinquanta sicil d'argento e l'avrà per moglie, perché l'ha umiliata, e non potrà ripudiarla per tutto il tempo di sua vita ". Come si vede, si fa sempre distinzione fra vergine fidanzata e non fidanzata, fra città e campagna, e non manca mai un accenno alla forza e quindi alla violenza. Quando si giunge al matrimonio, si ha l'esclusione della possibilità del ripudio.

Le prescrizioni del Vecchio Testamento influirono notevolmente sulla legislazione canonica, la quale volle che il seduttore d'una vergine, oltre a condurla in sposa, le costituisse anche una dote, restringendosi al solo dovere di dotarla quando essa o il padre non consentissero al matrimonio ( $\mathrm{r}, \mathrm{X}, 5,16$ ). La pratica però avviò sempre più verso un'interpretazione disgiuntiva: o sposare la giovane o fornirle la dote: "hodie contra stuprantes virgines sine vi, non est in usu alia poena, quam ut illas ducant in uxores, vel condesenter dotent" (I. Clarus, Practica criminalis de stage., n. 3, in Opera omnia, II, Venezia 1614). Senonché tali disposizioni risultarono talvolta più che un freno un incentivo alla s.; ragazze e genitori vi scorsero la via per ottenere la dote o per arrivare al matrimonio. Per tale motivo qualche legislatore stabili che lo stupratore fosse condannato ad una pena da devolversi a vantaggio dei poveri. Qualcuno giunse perfino a togliere ogni pena e addirittura la stessa azione.

L'attuale legislazione italiana riconosce il reato di s. " quando vi è stata congiunzione carnale" (art. 526, del Cod. pen. ital.) e stabilisce che "chiunque, con promessa di matrimonio, seduce una donna minore di età, inducendola in errore sul proprio stato di persona coniugata, è punito con la redusione da tre mesi a due anni"; la sola promessa quindi non è delitto; perché questo ci sia occorre che la donna sia minorenne e che vi sia stato inganno sulla propria posizione di coniugato; non esiste quindi reato quando la donna è maggiorenne e quando il seduttore è celibe.

L'attuale legislazione canonica non contempla un reato di s. nel senso specifico dell'Esodo e del Deuteronomio e del Cod. pen. ital. Qualcosa di affine è previsto nel can. 2353 e 2354 , nei quali però si sottolinea soprattutto l'aspetto di violenza e di ratto. Spesso però il CIC si occupa di reati che in un senso più largo si potrebbero chiamare di s.: meritano di essere ricordati segnatamente il can. 904 riguardante la sollecitazione ad turpia compiuta dal sacerdote confessore (v. sollicittazione) e il can. 2359, riguardante le violazioni della castità operate da chierici.

Dal punto di vista morale poi la s. è gravemente