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con la confessione (v.), con il sacrificio, detto percio espiatorio, con il digiuno, con numerose altre pratiche penitenziali di semplice raccoglimento e silenzio, di mortificazione, di atti dolorosi e cruenti; tutto ciò è poi fatto personalmente o per mezzo di altri, per il peccato o i peccati di una persona o di tutta una comunità, da una persona o da tutto un gruppo sociale.
a. La preghiera individuale per domandare perdono a Dio, è un atto tutto interiore, spesso senza una forma determinata; e si può conoscere all'esterno, solo se viene manifestato. Presso i Pigmei del Gabun, in Africa, quando appare l'arcobaleno si usa rivolgergli una preghiera, che in fondo è una domanda di perdono a Dio. Ogni pigmeo, o il capo del villaggio, se sono tutti riuniti, rivolgendosi all'arcobaleno, gli dice tra l'altro: "O arcobaleno, rendigli (cioè a Dio) grazie per noi. - Digli che non sia adirato. - Digli che non sia irritato. - Digli di non ucciderci. Poiché noi abbiamo gran timore. - O arcobaleno, diglielo ".

I Pigmei credono che Dio punisce ogni delitto, facendo morire gli uomini, anche per mezzo del fulmine. Essi temono l'arcobaleno, perché questo, creduto una manifestazione divina, è collegato con la vendetta di Dio. Raccontano, infatti, che quattro uomini, che attentarono alla vita del padre, furono sorpresi ed annientati nel bosco da un violento temporale; allora sorse l'arcobaleno. Perciò è temuto e si spiega come quella preghiera sia espiatoria. Presso i medesimi Pigmei del Gabun e quelli Semang della penisola di Malacca esiste il sacrificio espiatorio, fatto con il proprio sangue. L'offerta di questo sacrificio è obbligatoria, e l'inadempienza ad un tale dovere avrebbe per conseguenza il diluvio, non solo per qualche tribù, ma per tutta l'umanità. Quando rimbomba il tuono, i peccatori offrono in sacrificio il proprio sangue, gli innocenti accendono un fuoco per significare a Dio la propria innocenza.

Presso gli altri popoli etnologicamente più antichi non è stato osservato il sacrificio d'espiazione. Esso esiste presso molti popoli di civiltà più recente e anche di civiltà elevata. Vi sono popoli che offrono il sacrificio d'espiazione solo in determinati casi o per certi peccati e delitti più gravi. Così presso i Nuer una determinata malattia è considerata come punizione divina dell'incesto; percio colui che ne soffre è ritenuto senz'altro colpevole e deve offrire, per ovviare alla sfortuna, un toro in sacrificio d'espiazione. Presso i Dinos (Raik) si crede che una ragazza incestuosa sarebbe punita con la sterilità nel futuro matrimonio, percio è obbligata a confessare la sua colpa e a fare il sacrificio. Se prima del sacri-
ficio essa o uno dei suoi parenti morisse, il suo seduttore porterebbe la pena del sangue e dovrebbe pagare un toro e una pecora per il sacrificio da farsi, nonché da uno a tre animali bovini, tra cui una vacca per il padre o il tutore della ragazza. Presso i Banyoro i sacrifici vengono offerti dopo il parto della ragazza sedotta. Presso gli antichi Messicani si offrire un sacrificio umano dopo che ciascuna persona della comunità aveva confessati sulla vittima i suoi peccati (v. confessione). Lo spirito di penitenza che animava il peccatore traspare dalla seguente preghiera, che recitava il sacerdote prima della confessione individuale, ben differente da quella comune: "Tu, Signore, che sei il padre e la madre degli dèi e la divinità più antica, sappi che viene qui il tuo vassallo, il tuo servo; egli, piangendo, si avvicina con grande tristezza, è immerso nella sua contrizione, perché riconosce di essere caduto nell'errore... Nostro Padrone misericordioso, che sei il sostegno e il difensore di tutti, ricevi in penitenza e ascolta nelle angosce il tuo servo e vassallo. ".

Presso i Yaoze in Cina vi è una festa di penitenza, che si celebra ogni dieci anni per ottenere la remissione dei peccati. Durante i tre giorni della festa vengono letti al popolo ed ai sacerdoti i comandamenti e le leggi dell'Essere Sommo. I sacerdoti e il popolo fanno penitenza dei peccati degli anni trascorsi, pregando, piangendo e digiunando. Presso i Lolo della Cina sud-occidentale al principio del nuovo anno si fa un sacrificio per tutto il villaggio. I sacrificatori devono essere tre, sediti tra le persone del villaggio, che durante l'anno non ebbero morti in famiglia. In alcune tribù lolotte questo sacrificio può essere paragonato a quello del capro espiatorio della solenne festa di espiazione degli Ebrei: la capra, invece di essere uccisa, è cacciata nelle selve. Gli stessi Lolo celebrano una festa particolare, che è fatta da un villaggio, inviandovi tutti i villaggi più vicini, nella quale si fa la lotta sacra per ottenere dall'Essere Sommo la cessazione di una epidemia o di una carestia, lotta sacra paragonata ai "perdoni" di Francia.
3. Riguardo all'origine del sacrificio di espiazione sono state escogitate tre ipotesi: a) che esso provenga dai riti di purificazione. W. Wundt sostenne che fosse derivato dalla necessità di purificarsi dalla macchia contratta con la trasgressione dei tabù totemisti, perciò noto nella civiltà totemista; ma è un errore; oggi è dimostrato che nella civiltà dei raccoglitori, la quale etnologicamente è più antica di quella dei totemisti, esiste già un ideale morale, della cui osservanza, come si è detto, l'uomo e la società si sentono responsabili dinanzi a Dio. Si potrebbe pensare piuttosto che i riti di purificazione, specialmente quando si usa il sangue, siano provenuti, per un simbolismo naturale, dal sacrificio di espiazione e vi siano in qualche modo strettamente congiunti. b) Che esso sia originato dalla semplice offerta del dono, nel senso cioè che come è naturale con un dono far piacere ad una persona e rendersela amica, così è purimenti naturale con un dono rendersi nuovamente amico colui che si è offeso per il peccato. c) Che esso provenga dall'idea di castigo per la trasgressione di una legge morale. Difatti, questa idea si trova sviluppata nella civiltà etnologicamente più antica. La libera accettazione di un castigo, già fissato dall'Essere Supremo, avrebbe il carattere di sacrificio espiatorio. Per cui il Westermarck rileva giustamente che il digiuno in alcuni casi può essere un residuo di tale sacrificio. "L'offerta di cibi - dice egli - fatta alla divinità, si trasforma in un sacrificio, che consistere in un'astensione dei cibi da parte dell'uomo". Lo stesso potrebbe valere per alcune forme di ascetica. Per cui si venne alla idea che ad ogni sacrificio appartiene necessariamente una mortificazione, cosicché nella lingua ordinaria "sacrificio " e "privazione " sono spesso divenuti sinonimi. Sembra che questa sia proprio l'idea del sacrificio di espiazione come appare presso i Pigmei del Gabun. Dei quali racconta il p. Trilles, che in una battuta di caccia all'alefante una terza parte degli uomini dell'accampamento furono calpestati dall'alefante inferocito. Allora il capo della spedizione, ferito egli stesso, ma scampato dalla morte, offrì in sacrificio il proprio sangue. Ciò doveva essere offerto al Creatore adirato, spiegò egli, al fine di

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" rinnovare l'alleanza" (réte). Si rileva, inoltre, che presso gli stessi Pigmei quando due persone vogliono unirsi in amicizia fraterna, vi è l'uso di mescolare il proprio sangue. Ora, nota giustamente il p. Schmidt, il detto sacrificio per placare l'ira di Dio e rinnovare l'alleanza con lui, fu offerto dopo che era stato constatato che il precedente sacrificio dell'animale non aveva avuto il suo effetto. Quindi nella mente del Pigmeo il sacrificio dell'animale rappresentava quello del sangue dell'uomo; ed era stato fatto soltanto come un sacrificio di prova, al fine di risparmiare quello del proprio sangue, che era propriamente richiesto, tanto vero che pure in questo sacrificio dell'animale viene usato il sangue come tale. Anche quando si fa il sacrificio all'arcobaleno, con il sangue della bestia vengono mescolate alcune gocce di sangue umano, estratto dal braccio.

Quindi, l'idea principale del sacrificio di espiazione sarebbe questa: l'uomo con il suo peccato si rende degno di morte; il peccatore riconosce ciò dinanzi a Dio, facendo il sacrificio di espiazione in cui l'animale fa le sue veci, e ritorna in pace con lui, credendo di aver soddisfatto cosi la giustizia divina.

BibL.: J. Feldmann, Paradies und Sündenfall, Münster in V. 1913, pp. 485 sgg.; W. Schmidt, Ethnologische Bemerkungen zu theologischen Opfertheorien, in. Jahrbuch des Missionshauses St. Gabriel Mödling bei Wien, Vienna 1922, pp. 1-67; W. Schmidt, Der Ursprung der Gottesidse. Eine historisch-britische und positive Studie. IV: Die Religionen der Urväller Afrihas, Münster in V. 1933, pp. 77-79; VI: Endipartiese der Religionen der Urväller Amerikas, Asiens, Australiens, Afrihas, ivi 1935, pp. 17, 71, 217, 218, 220, 239, 266, passim; E. Mosbacher, Untersuchungen zum Sündenbegriff der Naturväller, in Baestler Archiv, 17 (1934), pp. 1-46: Espiazione e redenzione. Atti ufficiali della XI settimana di cultura della U. M. D. C., $2^{\circ}$ ed., Roma 1935, p. 63 sgg.; A. Midebiolle, Espiation, in DBs, III (1938), coll. 48-112; R. Mohr, Ricerche sull'etica sessuale di alcune popolazioni dell'Africa centrale, in Architolo per l'antropologia e l'etnologia, vol. LXX, Firenze 1939, pp. 186, 255, 256-57, 259; L. Vannicelli, La religione dei Lala. Contributo allo studio etnologico delle religioni dell'Estremo Oriente, Milano 1944, pp. 85-86, 97, 98, 100; R.P. Trilles, Au coeur de la forêt équatoriale. L'âme du Pygmè d'Afrique, Parigi 1945, p. 108 sgg.; W. Kuppers, Der Urneunzö und sein Weltbild, Vienna 1949, p. 22 sgg.; W. Schmidt, Geist und Ethos der Urkultur, in Wissenschaft und Weltbild, Vienna 1949, p. 19; id., Der Ursprung der Gottesidee. VIII: Die afrikanischen Hirtenvöller: Niloten und Synthese mit Hamiten und Hamitsiden, Münster in V. 1949, pp. 319-24, passim. Luigi Vannicelli

SODDISFAZIONE SACRAMENTALE. - Nel linguaggio della Chiesa cattolica l'espressione indica le preghiere, le opere buone o pratiche diverse di pietà, che il confessore impone al penitente prima di dargli l'assoluzione. Si suole chiamare anche " penitenza sacramentale", per distinguerla dalle opere di pietà, che ciascuno può compiere per conto proprio. Tale soddisfazione è la condizione del perdono del peccato. Accettandola, il peccatore manifesta la disposizione in cui si trova o deve trovarsi, di riparare le offese fatte a Dio. Questo fa capire il senso-primitivo del termine "soddisfare".

Etimologicamente significa: "fare abbastanza" per contentare qualcuno, per placarlo, per ottenere che rinunci a volere il castigo di un'ingiuria o ad esigere il pagamento di un debito. Vi è compresa l'idea di giustizia, ma non rigorosa, perché soddisfare un creditore non equivale a rimborsare integralmente l'importo di un debito, ma equivale a riconoscersene debitore mediante la premura adoperata a soddisfarlo nella misura del possibile. Lo stesso che nella riparazione di un'offesa, soddisfare per essa non equivale a subire la punizione che merita, ma a porre un atto, più o meno oneroso, in cui si manifesta la confessione di essersi resi colpevoli e l'intenzione di sollecitare il perdono. Ora, nel peccato, c'è un po' di tutto questo : un debito da pagare, un'ingiuria da riparare, una collera da placare, un perdono da sollecitare. L'accettazione da parte del penitente della soddisfazione impostagli è come una confessione del debito contratto da lui per rispetto alla giustizia divina, e completa la sua contrizione e la sua confessione. Perciò la s. appartiene
a quegli atti, con i quali si domanda al penitente di contribuire in qualche modo alla costituzione del Sacramento amministrato dal sacerdote. Solo differisce dagli altri due atti, contrizione e confessione, perché può compiersi dopo l'assoluzione. Una volta accettata, si commetterà un peccato più o meno grava omettendo la soddisfazione promessa; tuttavia i peccati per cui è stata imposta restano perdonati. Se è vero, infatti, che l'intenzione di soddisfare a Dio fa parte del pentimento di averlo offeso, tuttavia l'adempimento della soddisfazione, in quanto tale, non tende propriamente che ad ottenere la remissione della pena temporale, che rimane da scontare dopo la remissione della colpa.

Questa dottrina della s. s. è stata definita dal Concilio di Trento contro i protestanti, che si ostinavano a denunciarvi un'ingiuria alla efficacia infinita della soddisfazione offerta per noi a Dio da Cristo stesso. Ma Cristo, gli Apostoli, la Chiesa hanno sempre richiesta la penitenza da parte del peccatore, pertanto non può sussistere alcun dubbio intorno a questa obbligazionc. Certamente Cristo ci ha reso possibile il perdono, ma la sua formale volontà è che, per poterne godere, diamo prova noi stessi di apprezzare la gravità del male, dal quale ci ha ottenuto di essere liberati. Rientrati in grazia con Dio, in virtù dei meriti del Redentore e posti cosi al riparo dai castighi eterni, non segue senz'altro che possiamo con questo sfuggire ai castighi temporali, con cui Dio si riserva di far sentire a tutti quanto costi l'aver preso partito contro di lui (sess. VI, capp. 14 e 15 ; sess. XIV, capp. 8 e 9; cann. 13-15; Denz-U, 807-10; 901-906; 923-25).

Tuttavia questa remissione della pena temporale che rimane da scontare dopo il ricopero della Grazia non costituisce l'unico scopo della penitenza sacramentale, la quale, nel pensiero della Chiesa, è ordinata anche ad altri fini. Essa, infatti, non serve soltanto a ricordare la gravità del peccato, ma deve anche contribuire a correggere e a ridurne le conseguenze, che sono molte e di ordine naturale e soprannaturale insieme. Infatti la capitolazione della coscienza, rappresentata da ogni peccato, si ripercuote sull'insieme della vita psicologica e morale. La volontà ne resta indebolita; a forza di cedere o di abbandonarsi ad una passione, se ne diventa schiavi; ciò produce un asserntmento, dal quale l'assoluzione di per se stessa non libera affatto; si vuole una reazione personale.

Una volta guariti dal male, che consiste nella privazione della Grazia, perseverano nell'anima tracce, quasi ferite, talora assai profonde, del peccato. La penitenza in generale e la penitenza sacramentale in particolare hanno per scopo ed effetto di guarirle e l'assoluzione dà diritto a soccorsi speciali per aiutare a questo raddrizzamento e risanamento, i quali però non si completano se non mediante la s. s.

Questa molteplicità e varietà di fini assegnati alla s. s. spiegano la varietà delle forme che essa può prendere, e di fatto ha preso, attraverso i secoli. Senza mai perdere di vista il fine primario, che è la riparazione per i peccati perdonati o da perdonare, i ministri del Sacramento della Penitenza hanno sempre considerato di propria competenza, anzi di proprio dovere, il dosarla variamente tenendo conto non soltanto della gravità delle colpe commesse, ma anche della mentalità dei colpevoli e delle condizioni di vita in cui questi si trovavano; non tutti i malati guariscono con gli stessi rimedi. Ora, non c'è nulla di più variabile che l'apprezzamento di questi fattori.

All'epoca in cui affluivano nella Chiesa moltitudini di uomini, ignari perfino della nozione di peccato e della necessità di tenersene lontani o di ripararlo, la Chiesa giudicò opportuno d'imporre a coloro che si rendevano colpevoli delle mancanze più gravi, penitenze lunghe e a tutti manifeste. E lo fece stabilendo, a partire dal sec. III, quelle che oggi si chiama "penitenza pubblica", e che nel linguaggio della Chiesa viene designata con le espressioni : " domandare, imporre, ricevere, fare la penitenza ". I scistiani ferventi vi ricorrerano anche per mancanze minori. Questa penitenza pubblica, mentre mirava all'emendamento del colpevole, serviva anche a mettere in guardia contro la tentazione di imitarlo e la riparazione

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per l'offesa fatta a Dio prendeva pure l'aspetto di riparazione dello scandalo dato alla comunità cristiana. Normalmente essa doveva compiersi prima dell'assoluzione, ma non era raro il caso che si compisse dopo o anche venisse omessa. Il che avveniva particolarmente nel caso, assai più frequente degli altri, in cui era imposta ai malati in pericolo di morte. Questo prova anche come l'adempimento della penitenza non era considerato come indispensabile per ricevere l'assoluzione del peccato per cui era imposta; e importa pure l'obbligo di riconoscere nella forma di penitenza cosi praticata un'istituzione o un'usanza di origine propriamente ecclesiastica, e per conseguenza possibile di modifiche fino alla soppressione. Cio faceva notare nel sec. xvir il p. Petavio (v. petau) al giansenista A. Arnould (v.), che nella scomparsa di questa pratica trovava una prova della corruzione verificatasi da parecchi secoli nella Chiesa. L'autorità, gli fu risposto, che ha approvato ed approva la pratica attuale non è meno infallibile di quella che aveva adottato la pratica della penitenza pubblica. Pertanto, qualche anno più tardi ( 1699 ), il papa Alessandro VII proscrisse la dottrina che pretendeva di far risalire l'antica usanza di compiere la penitenza prima dell'assoluzione ad una "legge di Gesù Cristo" e non ad una disposizione della Chiesa (Denz-U, 1306); proscrizione rinnovata da Pio VI nel 1794 contro il Sinodo di Pistoia (Denz-U, 1534).

Rimane pertanto che la penitenza sacramentale, quale è comunemente imposta oggi, abbia piuttosto un aspetto simbolico. Come tutto lo stesso Sacramento, essa è un "segno"; significa, richiama al penitente il dovere che gli resta di fare penitenza per i peccati, di cui riceve l'assoluzione. Ridotta, come avviene spesso, alla recita di alcune preghiere, deve certamente alla virtù del Sacramento il potere di ottenere una remissione delle pene temporali superiore a quella che avrebbe potuto ottenere di per se stesso; ma è nello stesso tempo un invito a procurare personalmente, con il soccorso della Grazia, la propria piena liberazione dalle conseguenze del peccato. Come diceva s. Cipriano (Epist., 55, 20) e come ricordano i teologi, colui che si limita a compiere il minimo di penitenza imposta dal confessore, si espone o si condanna a pagare, dopo la morte, il suo debito verso la giustizia divina, che gli sarebbe stato possibile già in questa vita, se egli stesso si fosse applicato a fare coscienziosamente penitenza.

Bibl.: s. Tommaso, IV Sent., d. 14 e 20; Summ. Teol., Supplom., n. 18; Opasc., 65 66. 58): de officiis sacerdotis; s. Antonino di Firenze, Summa, parte $3^{2}$, tit. 17; F. Lugo, De Sacram. Pornit., disp. 23, sect. 4; Goner, De Pornit., disp. 13, a. 3, 3; s. Alfonso de' Liguori, De Pornit., cap. 1, dub. 4, a. 1; P. Gaitier, De Pornit., thes., 35 e 36, $2^{2}$ ed., Roma 1930; id., Satisfaction, in DThC. XIV, coll. 1129-1210; M. Cheyn-Bouillard, L'effort personnel dans le Sacrement de pénitence, in Nouvelle revue théol., 49 (1922), pp. 73-93; id., La religion catholique en esprit et vérité, ibid., 20 (1923), pp. 28 sgg., 227 sgg.; J. Muscat, De satisfaczione iustorum in ordine ad alias, Piacenza 1937; F. Fabbi, La confessione dei peccati nel cristianesimo, Assisi 1947, pp. 180-84; P. Galtier, Il peccato e la penitenza, trad. it., Alba 1952. Paolo Galtier

SODDISFAZIONE VICARIA. - Etimologicamente (satis facere) indica compensazione sufficiente, in vece e a favore di una persona, per un debito materiale o morale, di cui essa per propria colpa è debitrice, secondo giustizia, verso una terza persona. In teologia il termine ricorre nel concetto della Redenzione operata da Gesù Cristo in nostro favore (per cui v. redenzione) e nel concetto di Corpo mistico e di Comunione dei Santi (per cui v. le relative voci).

SODEN, Hermann Freiberg von. - Critico neotestamentario, n. a Cincinnati (Stati Uniti) il 16 ag. 1852, m. a Berlino il 15 genn. 1914. Frequento l'Università di Tubinga; fu ministro "evangelico" nel Württemberg (1845-80), pastore a Dresda (1881), a Chemnitz (1882), a Berlino (1887), libero docente (1889), professore ordinario onorario a Berlino (1893).

Scrisse di esegesi, sulla Palestina, di questioni sociali, antica letteratura cristiana e altri argomenti. Dedico talento ed energia allo studio delle fonti testuali del Nuovo

Testamento e ne pubblicò i risultati in Die Schriften des Neuen Testament in ihrer ältesten erreichbaren Gestaltung (1. Untersuchungen; 1. Textzeugen, Berlino 1902; 2. Textformen: A. Evangelien, ivi 1909; 3. Textformen: B. Apostolns und Apokalypsis, ivi 1910; II. Text, Apparat, Ergänzungen zu Teil I., Gottinga 1913; ed. manuale : Text mit kurzem Apparat, ivi 1913). Questa opera monumentale, benché inevitabilmente non perfetta, assicurò al suo autore un posto di alto onore nella storia delle scienze bibliche. Propose un nuovo sistema di sigle per i manoscritti, indicandone il contenuto: $\mathrm{s}=$ Vangeli, $\alpha=$ Atti e Epistole, $S=$ tutto il Nuovo Testamento; sono indicate, per la scelta del numero, la presenza o assenza dell'Apocalisse (per i manoscritti dal sec. xi in poi) e l'età (dal sec. x in poi). Ma questi vantaggi furono diminuiti dalla complessità e dal difficile maneggio del sistema, che non fu accettato. Immenso fu il lavoro di S. riguardo ai minuscoli e alle fonti secondarie. Diatinse le seguenti forme di testo: $\mathrm{H}(=$ più o meno il "neutrale" + "alessandrino" di Westcott-Hort, senza distinzione). $\mathrm{K}(=$ "siro-antiocheno"), e I (= il resto, al quale appartiene anche l'«occidentale" per quanto si può inserire in questa classificazione). Ricostrul gli antenati ipotetici di queste recensioni, spiegando le varianti trovate in fonti antiche come corruzioni oriunde dal Distessoron di Taziano. La sua classificazione di forme testuali, i metodi da lui adoperati nella ricostruzione del testo e i suoi risultati furono giustamente criticati, ma la sua opera rimane finora come l'edizione fondamentale di tutta la tradizione testuale del Nuovo Testamento. Giuseppe Smith

SÖDERbLOM, Nathan. - Vescovo luterano di Uppsala e primate della Chiesa luterana svedese, n. a Trönö (Söderhamn) il 15 genn. 1866, m. a Uppsala il 12 luglio 1931.

Cominciò la sua carriera di pastore e di studioso a Parigi pubblicando due opere sullo zoroastrismo: Les Fravashis, Parigi 1897, e La vie future d'après le macadéisme, ivi 1900. Nel 1912 professò a Lipsia la storia delle religioni, e nel 1914 fu nominato vescovo di Uppsala. Si occupò molto del movimento di unione delle Chiese cristiane (Conferenza ecumenica di Stoccolma 1924; Conferenza del movimento Faith and Order, Losanna 1927). Come storico delle religioni, oltre alle due opere sopra citate, scrisse: Cindetvans uppkomst, 1914, tradotto in tedesco: Das Werden des Gottesglaubens, 1915, $2^{\text {a }}$ ed. 1926, nel quale espone la sua tesi di Dio come creatore (Urheber); il manualetto Die Religionen der Erde, Tubinga 1903, trad. it. Roma 1908; rialaborò il Kompendium der Religionsgeschichte del Tiele, $6^{a}$ ed. Berlino 1930; Natürliche Theologie und allgemeine Religionsgeschichte, 1941; Einführung in die Religionsgeschichte, $2^{2}$ ed. 1928; Christliche Einheit, 1928; Dieu vivant dans l'histoire, Parigi 1937, trad. di J. De Coussange delle Gifford Lectures tenute a Edimburgo nel 1931. Il S. ebbe una fede vivissima in Dio e disse sul letto di morte: "Io so che Dio vive e posso provarlo con la storia delle religioni ". L'ultimo libro è la dimostrazione di questa sua fede.

Bibl.: F. Katz, N. S., Halle 1922; T. Andrae, N. S., $3^{2}$ ed., Uppsala 1932. Nicola Turchi

SODERINI, Edoardo. - Uomo politico italiano, n. a Roma il 22 nov. 1853 , m. ivi il 15 maggio 1934.

Devotissimo alla S. Sede, fu tra i più autorevoli di quel gruppo di cattolici italiani che auspicarono il consenso pontificio alla partecipazione dei cattolici italiani alla vita politica e alla costituzione di un partito conservatore : espirazioni che espresse dalla rivista romana Rassegna italiana, organo di quel gruppo. Fu, nelle elezioni amministrative, tra i candidati dell'Unione romana e venne eletto consigliere comunale. Amico di Leone XIII, compilò la biografia di quel Pontefice (Milano 1932-34). Deputato di Osimo per la XXIV legislatura, fu senatore dal 1923. Tra le sue opere vanno ricordate: Socialismo e cattoliciismo (Roma 1896); Clericali e monarchia in Italia (ivi 1898); Il pontificato di Leone XIII (Milano 1932, 3 voll).

Bibl.: A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948, p. 652.

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SODERINI, Francesco. - Cardinale, n. a Firenze nel 1453, m. a Roma il 17 maggio 1524.

Era famigliare di Sisto IV, quando a 24 anni fu nominato vescovo di Volterra, l'i i marzo 1478. Fratello di Piero, che dopo la cacciata dei Medici fu gonfaloniere di Firenze, sostenne le parti di lui fino che, a sua volta, quegli fu cacciato dai Medici nel 1512 e con lui condivise l'avversione a quella casa. Non senza grossa spesa fu creato cardinale da Alessandro VI il 31 maggio 1503, ma non rinunciò a Volterra che il 23 maggio 1509; intanto aveva avuto in commenda il vescovato di Saintes il 27 genn. 1507 e lo tenne sino al 1514 : egli seguiva infatti le parti della Francia come mostrò nel Conclave del sett. 1503. Partecipò al Conclave da cui uscì Leone X; si riconcilib con lui e gli parve amico; ma fu accusato di avere in qualche modo avuto parte nella congiura del card. Petrucci e multato di 12.000 ducati ( 8 giugno 1517), per cui fuggì a Palestrina e poi nel Regno e non ritornò a Roma che alla morte di Leone. Capeggiò nel Conclave (dic. 1521) l'opposizione contro i cardd. Giulio de' Medici ed Alessandro Farnese; e come abile uomo di governo, si rese potente presso Adriano VI. Ma per l'eccessivo favore negli affari di Francia fu imprigionato in Castello (27 apr. 1523) e sottoposto a processo. Sebbene questo fosse ancora pendente fu ammesso al Conclave nell'ott. 1523, si riconcilib allora con Giulio de' Medici che ne usci papa Clemente VII e ne ebbe amnistia. Il S., che il 12 giugno 1514 aveva avuto in commenda il vescovato di Vicenza e nel 1517 anche quello di Anagni, era anche vescovo di Ostia dal 18 dic. 1523 e decano del S. Collegio. Aveva costruito in Borgo un palazzo ora distrutto accanto a quello, pure importante, del card. Castellesi.

BibL.: Pastor, II-III-IV, passim (v. indice). Pio Paschini
SODOMA, Giovanni Antonio Bazzi, detto il. Pittore, n. a Vercelli nel 1477, m. a Siena il 15 febbr. 1549 .

Fu allogato tradicenne dal padre ad apprendere l'arte presso Martino Spanzotti, col quale si trasferiva nel 1496 a Casale : ma nel 1503 risultava già passato in Toscana, dove nel 1504 terminava il suo primo ciclo di affreschi nel refettorio del monastero olivetano di S. Anna in Camprena presso Pienza (Siena). Tra il 1505 e il 1508 eseguì nel chiostro del monastero di Monteoliveto Maggiore (Siena) 31 storie a fresco della vita di s. Benedetto, in continuazione di un ciclo iniziato da Luca Signorelli (1497-1501), e nello stesso anno stipulava un contratto per la decorazione del soffitto della Stanza della Segnatura in Vaticano. Del 1512 sono gli affreschi nella Villa Farnesina a Roma, con la Storia di Alessandro e Pizzana, l'opera sua migliore. In quel tempo però era già divenuto il pittore più famoso in Siena, dove esplicò intensissima ed ininterrotta (salvo brevi soggiorni a Firenze, Volterra, Pisa, Lucca e Piombino) attività : tra le più importanti commissioni affidategli sono due affreschi nell'oratorio di S. Bernardino (1518), lo stendardo per la confraternita di S. Sebastiano (1525, ora conservato nella Galleria Pitti), i notissimi affreschi con l'Estasi e lo Svenimento di s. Caterino da Siena e l'Esecuzione di Nicolò di Tuldo nella cappella di S. Caterina in S. Domenico (1526), le immagini dei SS. Ansano e Vittore nel Palazzo pubblico (1529), la decorazione della cappella degli Spagnoli in S. Spirito (1530), il grande affresco sopra la Porta S. Viene (o dei Pispini, 1531), la tavola con la Risurrezione nel Museo nazionale di Napoli (1535), l'affresco nella cappella del Campo (1537-39) e le tavole col Sacrificio di Isacco e la Deposizione nel Duomo di Pisa (1540-41). Oltre a tali opere, sicuramente datate e documentate, vanno ricordate per il periodo giovanile uno stendardo con la Crocifistione recentemente identificato a Montalcino (Museo d'arte sacra), che è forse la sua più antica opera, il tondo con la Natività (n. 512) e la grande tavola con la Deposizione (n. 413) della Pinacoteca di Siena; intorno al 1514 va posto il celebratissimo affresco col Cristo alla Colonna già nel chiostro di S. Francesco, ora nella Pinacoteca di Siena (n. 352), mentre ad un periodo più tardo appartengono
altri due capolavori : la grande tavola con l'Epifania nella chiesa di S. Agostino di Siena e la tavola con la S. Famiglia e s. Leonardo già nel Duomo e ora nel Palazzo pubblico di Siena (ca. 1530), che suscitò l'ammirazione di Annibale Carracci. Scarse, nella pur vastissima produzione del S., le opere di soggetto profano e mitologico, ma spesso di qualità assai alta come il tondo con l'Allegoria d'Amore del Louvre e la Lucrezia del Museo di Hannover. Nel 1510 il S. sposò Beatrice di Luca Galli da Siena, dalla quale ebbe una figlia che diede in moglie al suo prediletto allievo, il pittore e architetto senese Bartolomeo Neroni detto "il Riccio". Temperamento bizzarro e disordinato, tale da meritargli il nomignolo di "Mattaccio", prodigo e amante dei cavalli, il S. fu nondimeno protetto ed onorato dai potenti, tra i quali Sigismondo Chigi, Jacopo d'Appiano principe di Piombino e il pontefice Leone X che lo insigni Cavaliere di Cristo : non accertata è invece la sua nomina a Conte Palatino da da parte di Carlo V. L'incostanza del suo carattere di uomo si riflette nella sua produzione d'artista, la quale presenta sensibilissimi dislivelli qualitativi, dovuti soprattutto alla fretta ed alla scarsa accuratezza con cui talvolta egli lavorava. Il suo percorso stilistico è caratterizzato inizialmente da un'adesione alla tradizione piernoon-tese-lombarda, da poco rinsanguata con apporti della scuola umbra e fiorentina: ma ben presto, e soprattutto dopo il soggiorno a Roma del 1512, il S. risentì l'ascendente di Raffaello, e più ancora di Leonardo, del cui "sfumato" egli fu uno dei più intelligenti ed abili interpreti. Narratore fantasioso e piacevole, e dalla tecnica duttilissima e ricca di infinite risorse, il S. diede la più alta misura della sue grandi possibilità quando, conformandosi ad un ideale di classica sobriccia nel rigore della composizione e nell'espressione degli affetti, seppe evitare quel sentimentalismo languido e delciastro cui troppo spesso indulse, e che tuttavia gli guadagnò, specie nel secolo scorso, una larghissima popolarità. La sua posizione storica è di somma importanza perché egli fu il rinnovatore e il dominatore del gusto pittorico senese durante tutto il sec. xvi. - Vedi tav. LVII.

BibL.: G. Vasari, Le Vite... etc., ed. Milanesi, VI, Firenze 1881; G. Frizzoni, L'arte italiana del Rinascimento, Milano 1891; Priuli-Bon, S., Londra 1900; C. G. Faccio, G. A. Bazzi, Ver. celli 1902; H. Cust, G. A. Bazzi, Londra 1906; A. Jacobson, S. und das Cinquercinta in Siena, Strasburgo 1910; A. Sezard, S., Parigi 1910; L. Gielly, S., Parigi 1911; H. Hauvette, Le S., Parigi 1911; W. Suida, s. v. in Thieme-Becker, XXXI, pp. 108 202; E. Carli, Catalogo della mostra delle opere di G. A. Bazzi detto il S., Vercelli 1950.

Enzo Carli
SODOMA e GOMORRA. - Nomi delle due prime città della Pentapoli (v.) distrutte dalla giustizia divina per la lussuria e vizi contro natura degli abitanti (Gen. 13, 13; 18, 16-19, 29). I nomi ebraici delle città sono Sēdhōm (Settanta Zó80/2) e 'Ámōrāh (gr. Гouópox).

La catastrofe, già presentata da Mosè (Deut. 29, 22) come immagine dei castighi che colpiranno i nemici di Dio, è spesso rievocata nella tradizione biblica o con il solo nome di S. (Ex. 16, 49; Mt. 11, 23.24; Lc. 10,12) o associata con G. (Am. 4,11; Is. 1,9; 13,19; Ier. 23,14; 49,18; 50, 40; Mt. 10, 15; Rom. 9, 26; Jud. 7; II Pt. 2,6 : esempio per quelli che in avvenire sarebbero vissuti da empi s).

Le scarse indicazioni topografiche del testo biblico non permettono di accertare se S. e G. fossero situate al nord o al sud del Mar Morto, come comporterebbe l'espressione "distretto (kihhdr) del Giordano" (Gen. 13, 12). Nella separazione di Abramo da Lot in Bethel (ibid. 13, 13), questi scelse per residenza "il distretto del Giordano che era tutto irrigato - prima che il Signore distruggesse S. e G. - come il giardino di Dio, come il paese d'Egitto" (ibid. 13, 10-14); ma da Bethel non si può scorgere la parte meridionale del Mar Morto, e quindi S., residenza di Lot, sembrerebbe doversi trovare nella parte settentrionale, opinione presentata da scrittori moderni. Tutti gli altri episodi, come la battaglia di Chodorlahomor nella valle di Siddim (v.), la preghiera

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di Abramo dalle alture di Hebron (Gen. 18, 16) perché fosse risparmiato Lot dalla distruzione, la vista del fumo che si alzava dalla città "sulla quale piovve zolfo e fuoco dal cielo" (ibid. 19, 24) si adattano meglio alla parte meridionale. La tradizione ha sempre indicato S. e G. al sud della penisola di el-Lisān nel Mar Morto. A questa parte più che al nord conviene l'aspetto di desolazione descritta dai profeti. Il nome di Ġebel Uzdum, collina di sale sulla destra del Mar Morto, perpetua il nome della città di S., come 'Ajn Gamah, 65 km . più a sud, può ricordare il sito della città di G. Circa l'apporto alla teoria del sud dalla scoperta del cimitero e santuario di Bāb ed Drā' ad est di el-Lisān, v. pentapoli.

Bim.: 1. Pencose Harland, Sadom and Gomarrah, in Bibl. archæelogist. 6 (1943), pp. 42-54. Donato Baldi
SOFFERENZA. - Un problema filo-solico-morale, psicologicamente arduo, è posto dal fatto che la s. accompagna la vita di ognuno. La Rivelazione cristiana ha dato al " problema del dolore " l'unica risposta che calma lo spirito e lo sublima anche nella s. più accrba. Dio non si diletta della morte e dei dolori degli uomini (Sap. 1,13), anzi, in un piano di provvidenza che fu frustrato dal peccato, aveva stabilito che l'uomo passasse dalla vita terrena a quella celeste senza attraversare la dissoluzione: ma a motivo del peccato è entrata nel mondo la morte, con tutte le dolorose sue sequele (Rom. 5, 17). I dolori che colpiscono l'umanità sono fisici (le ambasce corporali, dall'indigenza, povertà, fame e sete, alle malattie più atroci fino alla morte) e morali (le tentazioni, aridità, ansietà, incomprensioni, avversità, fino all'odio ed alle persecuzioni). Ogni sorta di modi e di gradi. E oltre i dolori individuali, vi sono i collettivi e sociali, come guerre, carestie e altre calamità pubbliche.

La s. è una sequela naturale della limitatezza umana, soggetta all'azione disgregatrice dell'ambiente e agli attacchi delle libertà altrui, né ha di per sé valore soprannaturale. Però è per l'uomo un richiamo, uno stimolo, un tonico morale, come già dimostrarono i moralisti della antichità classica, specialmente gli stoici (cf. Cicerone, Tussolane disputationes, II. I-III). Per le anime vivificate dalla Grazia santificante, ogni s. acquista un valore sia meritorio ed impetratorio, che attira loro i favori divini, sia soddisfattorio e propiziatorio, per cui espiano le colpe ed allontanano da sé e dai propri cari molti castighi meritati. Nella vita morale la s. è un preservativo contro molti peccati, favorendo il distacco dalle creature, ed una luce che fa vedere meglio i vari valori della vita. Generalmente parlando, a parità di condizioni, il dolore sopportato con amore e con rassegnazione aumenta il merito delle azioni ed unisce più intimamante a Dio, rendendo il sofferente più simile al Divino Salvatore, che volle attraverso al dolore ed alla croce redimere l'umano genere dalla colpa.

La tradizione cattolica ha sempre riconosciuto questi valori della s. Gtà s. Agostino osservava: «da ogni parte Dio chiama gli uomini col flagello della tribolazione" (Enarr. in Ps., 102, 8) e notava che il dolore ha valore diverso secondo il modo con cui si sopporta: "Non qualia, sed qualis quisque patiatur" (De Citeit. Dei, I. 8). S. Francesco di Sales affermò che "Nostro Signore ci fa spesso un bene maggiore per mezzo dei travagli e delle afflazioni che per mezzo della felicità e delle consolazioni" (Lettera 814). Infatti attraverso alla prova della s. si afferma e si affina la virtù ( $I$ Pt. 1, 7), che acquista consistenza come il vaso di creta al fuoco (s. Agostino, in Ps., 75, v. 16). Perciò già s. Paolo si congratulava con i Filippesi, che Iddio avesse fatto loro la grazia « non solo di credere in Cristo, ma di patire per lui" (Phil. 1, 29).
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Soffitto - S. con ritratti e stemmi della sala della Giustizia (sec. xv). Saluzzo. Casa Cavassa (Museo civico).

Nell'ascetica è di grande valore l'accettazione generosa della s. "Beati quelli che piangono. perché essi saranno consolati" (Mt. 5, 5). La s. entra nei disegni salviBci di Dio, non solo come elemento di espiazione, ma per manifestare le opere di Dio (Io. 9, 3) e che tutti i mali sono indirizzati a un bene. Cosi fu la malattia di Lazzaro, ordinata dalla Provvidenza acciocché "il Figliuolo di Dio fosse glorificato" (Io. 11, 4). Il fedele deve quindi accettare la s. con spirito di fede: senza ribellarsi, ma con rassegnazione. Oltre a questo fondamentale dovere, vi sono gradi di maggiore perfezione, qualora si accetti la s. con esplicita conformità alla divina volontà, ad imitazione del Salvatore, il quale asserì che "colui il quale non porta la sua croce non può essere suo discopolo" (Le. 14, 27). Il più alto si ha quando non solo si accetta con piena dedizione la s., ma si abbraccia con gioia per amore del Signore.

Tutti i santi amarono perciò la s. e la esaltarono. Ignazio di Loyola chiamava "la malattia un dono non minore dalla sanità " (Custit. d. C. d. G., parte 3a, cap. 1, n. 17), e s. Giovanna di Chantal affermava con sincerità : "Per me terrei in conto di grande grazia che neppure un giorno solo della mia vita fosse senza dolore; anzi neppure un'ora, affine di fare penitenza dei tanti peccati che ogni giorno vado commettendo" (Lettera 310). Nel De imitatione Christi è compendiata la dottrina cristiana sulla s. nel capitolo De regia via sanctae crucis (II, 12).

Bim.: O. Cohnosz, Menschen die am Leben leiden, Lippia 1922; A. Zacchi, Il dolore, $6^{2}$ ed., Roma 1944; J. Lyonnais, L'apostolat de la souffrance, Parigi 1926; F. Rouvier, Saper soffrire, Torino 1929; P. La Scala da Mazzarino, Il dolore, Catania 1930; M. Bougaud, De la douleur, Parigi 1931; R. de la Chevasserie, Bienheureux ceux qui souffrent, ivi 1931: H. Riendel, Consolamini, ivi 1938; G. Gaudati, Il dolore, Roma 1943. Arnaldo M. Lanz
SOFFITTO. - Elemento architettonico tendente a mascherare le soprastanti strutture del tetto o, più semplicemente, il cielo di un locale. Quello che qui interessa è, naturalmente, la funzione estetica di tale elemento, che, nei vari periodi storici, ha subito forme svariate di decorazione, sia che a tal fine venissero usate le travi del solaio per ottenere il s. cosiddetto a lacunari o cassettonato, sia che la decorazione della superficie in piano del s. sia stata coperta da dipinti.

Un tipo speciale di decorazione, quindi, che rientra tuttavia nella storia dell'intaglio in legno e dello stucco per quanto riguarda particolarmente il primo tipo, e in quello della pittura vera e propria per quanto riguarda il secondo tipo e per il quale si suole distinguere tra il s. e la vòlta decorata. Opere alle quali venne sempre data grande importanza; ed è noto, a causa del ricco s. che

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Soffitto - S. in legno (sec. xv) - Fano, Seminario.
l'adornava, l'appellativo di "in ciel d'oro " rimasto alla chiesa di S. Pietro in Pavia (sec. xi), o quello di "aurea" dato per la stessa ragione alla chiesa di S. Giovanni in Laterano a Roma.

Tra le più antiche opere rimaste si ricorda il s. del Cappella Palatina di Palermo (ca. il 1149), nel quale "tra gli ornamenti musulmani stanno figure di profana beatitudine, alzando i nappi, sedute all' orientale" (Toesca): tavolette di s. dipinte, di stile bizantino, restano anche nel Capitolo di S. Niccolò a Treviso. Un tipo, questo, che non ha cessato mai di avere grande fortuna, specialmente in Sicilia, e si ricorderanno, per le epoche posteriori, quello del Palazzo Chiaramonte a Palermo di Simone di Corleone e Cecco di Naro (1377-80), di una fantastica ricchezza decorativa, con soggetti profani alternati a quelli sacri. E questo, inoltre, uno dei pochi esemplari rimasti di s. decorato di una casa privata medievale, mentre non difettano esempi per le costruzioni religiose, come il s. a travature decorate (dat. 1334) della chiesa di S. Giovanni Evangelista a Ravenna. Scarsi invece d'importanza artistica sembrano essere stati, per lo spirito stesso d'arte che li generava, is. del periodo gotico, durante il quale si fece più frequente ricorso a coperture a volta.

Una ripresa notevole si ha durante il Rinascimento, il periodo classico dei grandi s. intagliati e dorati e anche dipinti, nei quali fecero le loro prove artisti come i Lendinara, Giuliano da Sangallo (che assieme a Domenico del Tasso ha lasciato il ricchissimo s. della Sala dei Dugente nel Palazzo della Signoria a Firenze), il fratello Benedetto, Matteo Cividali, Antonio da Sangallo (s. di Palazzo Farnese a Roma), Giulio Romano (Palazzo del Tè, a Mantova), il Primaticcio (appartamento di Troia in Palazzo Ducale a Mantova). Accanto a questi opera tutta una legione di artisti minori, di cui restano, sfortunatamente, solo pochi nomi (Giacomo Fiorentino a Urbino; Antonio Viani a Mantova; Michelangelo Leggi a Cortona; Giovanni Sega a Carpi e altri). L'arte del Seicento ha lasciato esempi notevoli di s. in legno, specialmente a Genova, ove è ricordata l'opera del lucchese Gaspare Forzani; a Firenze, ove si ricorderà il s. della chiesa della S.ma Annunziata (1664); nel Palazzo Reale di Torino, ove lavorarono Pietro e Bartolomeo Botto (nel 1656 e nel 1660 rispettivamente), Quirico Castelli
(1662-63). Pier Luca Bertolina (1658-59), Emanuele e Francesco Dugar, ecc.

Il tipo di s. in piano dipinto è più difficilmente separabile in maniera netta dalle vòtte decorate e per le quali occorre rifarsi a tempi più remoti. Troppo celebri sono, tuttavia, i ricchi s. di questo tipo eseguiti durante il Rinascimento perché occorra ricordarli particolarmente e per i quali bisognerebbe ancora ripetere nomi di artisti famosi, da Mantogna al Pinturicchio, a Raffaello, a Giulio Romano, per proseguire poi con i nomi dei maggiori artisti del Seicento e del Settecento. E invece opportuno ricordare che nel periodo barocco, assieme alle ardite visioni di sottinsù realizzate dai pittori, si ebbe una particolare e naturale ripresa della decorazione a stucco, oltre che in legno (e basterà fare il nome del Serpotta), sino a che "perduta ormai la tradizione delle solenni e potenti invenzioni decorative, quella virtuosità si esercitò magnificamente nelle infinite risorse di una grazia molle e artificiosa" (A. Colasanti) - Vedi tav. LVIII.

Bibl.: oltre le opere più note di storia dell'arte, v. in particolare L. Crema, s. v. in Ene. Ital., XXXII, pp. 17-19; e, soprattutto per il materiale illustrativo, A. Colasani, Folte e soffitti italiani, Milano 1926.

Gilberto Ronci
SOFIA. - Città capitale della Bulgaria (v.), così chiamata dall'antica Basilica dedicata a s. Sofia (Sveta Sofija), è il centro più popolato del paese, situata a 550 m . s. m., in un pianalto compreso tra il passo del Bragoman e il massiccio del Vitoscia, tra le catene dei Balcani e del Rila.

Capitale del nuovo Stato della Bulgaria (1879), progredì sempre più per l'importanza della sue industrie (janifici, cotonifici, essenza, oli, gomma) e per l'aumento della popolazione. S. è in posizione eccentrica rispetto al territorio dello Stato, e favorevole alle comunicazioni e al commercio internazionale, trovandosi sulla via che da Belgrado va al Mar Nero, toccata anche dalla linea ferroviaria dell'Oriente Express (Belgrado - Nissa - S. - Filippopoli - Adrianopoli - Instanbui). Alla fine del sec. xix S. contava ca. 30.000 ab., ne aveva ca. 290.000 nel 1934 e 400.000 (con i sobborghi) nel 1942.

Bibl.: G. Dainelli, La regione balcanica, Firenze 1922; Autori vari, Bulgaria (Il Mondo d'oggi), Roma 1930; L. G. Clenton.
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Soffitto - S. di una sala della Biblioteca Geral, decorato in prospettiva (1723) - Coimbra, Università.

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# TREMA SANO DEI CHEI DI STAFFE E HISPANO 

(Iti. Alinari)
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(fot. Alinari)
In alto: LA MADONNA RIVESTE S. ILDEFONSO DI TOLEDO DELLA PIANETA. Affresco nella cappella degli Spagnoli - Siena, chiesa di S. Spirito. In basso: PRESENTAZIONE DELLA VERGINE AL TEMPIO. Particolare degli affreschi (1518-32) nella cappella sup. dell'oratorio di S. Bernardino - Siena.

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(fol. Alinari)
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(fol. Alinari)
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(fol. R. Mosciomi)
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(fol. Alinari)
In alto a sinistra: SOFFITTO DELLA BASILICA DI S. MARIA MAGGIORE, con stucchi dorati di G. da Sangallo (sec. xv) - Roma. In alto a destra: SOFFITTO DI UNA SALA DEL PALAZZO DEI PENITENZIERI, già Della Rovere, affrescato dal Pinturicchio (fine del sec. xv) - Roma. In basso a sinistra: SOFFITTO DELLA CAPPELLA PAOLINA, con stucchi di Martino Ferabosco (1615-17) - Roma, Palazzo del Quirinale. In basso a destra: SOFFITTO DELLA SALA DEI DUECENTO, attribuito a Benedetto da Maiano (sec. xv) Firenze, Palazzo Vecchio.

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Bulgaria, past and present, Manchester 1936; Y. Teodorov, Le grandi strade romane in Bulgaria, Roma 1937; G. Caraci, La Bulgaria, in Geogr. univ. illustr., I, parte $2^{\circ}$. Torino 1940. Gastone Imbrigh
I. Ancheologia. - A sud dell'antica Ulpia Serdica si trovavano le sue aree sepolcrali pagane e quelle cimiteriali cristiane all'aperto, costituite di tombe a inumazione a vòlta in mattoni e di cappelle, rinvenute in esplorazioni sotto l'attuale chiesa di S. Sofia. Le monete ivi trovate datano dal tempo di Galerio fino a Giustiniano II. Alcune tombe furono trovate a ca. 3 m . di profondita; una di esse conteneva 15 cadaveri. Tra le iscrizioni si notano quelle di un a vir beatissimus Theupreprius episcop(us) (CIL, III, 14207), di un a Maxentius presby(ter) s (ibid., 14207), di un a vir religiosus Lconianus presbyter s (E. Diehl, Inscr. latin. christ. veteres, Berlino 1925-31, n. 1666 A), di un a Demetrius diaconus s (ibid., 1225 A), di un a Decius famulus sci Andrese s (ibid., 1301), di un a Iulius Dabridius neofitus s (Revue archéol., $5^{\circ}$ serie, 9-10 [1919], p. 350, n. 172), di un - Ioannes filius Georgi inlustris s (E. Diehl, op. cit., n. 215). Oltre queste e altre iscrizioni in latino se ne hanno poche in greco, cioè una "Maptio máp $\theta \varepsilon v o \varsigma$ " e un "A $\mu \mu \sigma \tilde{\omega} \pi \varsigma$ à $\pi \dot{\sigma} \Sigma \varepsilon \lambda \eta \nu \tilde{\omega} v \tau \varepsilon \varsigma$ " cioè da Selinunte in Cilicia (Revue archéol., 9-10 [1919], p. 317, n. 169 e p. 348, n. 3). Nel 1895 in una tomba fu trovata una cassetta in argento di cm . $7 \times 8$ contenente avanzi di materie organiche; all'esterno su una delle facce era il "signum Christi" A $\mathfrak{K}^{\prime}$ tra le due lettere apocalittiche; sull'altra la croce monogrammatica $\&$; negli altri due lati e nel coperchio decorazione geometriche (E. Le Blant, Inscriptions chrétiennes et Cuffret de S., in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr. et belles lettres, 1896, p. 291 sgg.). In una tomba si è rinvenuto un affresco con l'adorazione di Uriel (J. Mijatev, Dekorationata Sivopis na sofijchija nekropol, Sofia 1925, fig. 36). Al di sopra di quest'area cimiteriale sorse nel sec. vi la chiesa di S. Sofia, a tre navi divise da pilastri con largo transetto e cupola sulla crocera; rifatta dai Bizantini (1018-1186), subí poi altri restauri; nelle pareti sono affreschi dei secc. xII e xiv (J. Ebersolt, Monum. d'archit. byz., Parigi 1934, p. 45 e fig. 38; V. Ivanova, Les anciennes basiliques de Bulgarie, in Bull. de l'Inst. arch. Bulgare, 9 [1935], pp. 211-15). La chiesa di S. Giorgio fu in origine un bagno romano poi trasformato in chiesa. la cupola romana crollò in parte e fu costruita una nuova cupola più alta. Sotto il pavimento era l'ipocausto; le quattro absidi erano in origine piscine (V. Ivanova, Gaditnih du Musée nat. de S., 1921, p. 183; J. Ebersolt, op. cit., p. 20). Nella Biblioteca nazionale di S. sono con-
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(da B. Filov, L'antica chiesa di S. Giorgio, Sofia 1222, tav. a pag. 2) Sofia - Chiesa di S. Giorgio (sec. iv-v).
29. - Encicloppoia Cattolica. - XI.
servati due notevoli manoscritti : il primo (cod. 307), detto il "Tetravangelo di Dobrejšo", in pergamena, scritto in bulgaro e datato ca. al 1221 proviene dalla Macedonia ( 48 fogli sono nella Bibl. naz. di Belgrado) ed è decorato da tre miniature raffiguranti gli Evangelisti; manca quella di Matteo (A. Grabar, Rech. sur les influences orient. dans l'art byz., Parigi 1928, pp. 92-107); il secondo del sec. xv (cod. 771) contiene il romanzo di Alessandro ed è illustrato con 13 miniature (A. Grabar, op. cit., pp. 108-33).

La grande moschea eretta dai Turchi nel 1474 è oggi adibita a Museo nazionale che contiene anche la collezione più notevole di pitture e sculture di arte antica, medievale e moderna.
II. Istittuti. - S. possiede una Università di Stato e una Università libera; un'Accademia delle scienze fondata fin dal 1869 a Braila in Romania e trasferita a S. nel 1881 con le tre sezioni di storia e filologia, filosofia e sociologia, fisica-matematica; l'Accademia di belle arti fondata nel 1896 e trasformata nel 1921; l'Accademia di musica fondata nel 1921; l'Istituto scientifico macedone fondato nel 1925 .
III. Vicariato apostolico di S. e Filippop