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on solo sul piano orizzontale della società esistente, ma anche in quello verticale della società storica.

Il termine s. è oggi usato anche nella teologia dogmatica riguardo a particolari questioni : s. in Adamo, in Gesù Cristo, tra gli uomini; v.: COMUNIONE DEI SANTI; PROCATO ORIGINALE; REDENZIONE; per lo stesso concetto sviluppato nella teologia morale, v.: COOPERAZIONE; GIUSTIZIA; RESTITUZIONE.

Bibl.: P. Leroux, De l'humanité, de son principe et de son avenir, 2 voll., Parigi 1840; A. Comte, Système de politique positive, ivi 1851 ; C. Marion, De la solidarité morale, $2^{2}$ ed., ivi 1880; E. Renan, L'avenir de la science, ivi 1890; L. Bourgeois, La solidarité, ivi 1879, $3^{2}$ ed. 1902; E. Durkheim, La division du travail social, ivi 1893; E. A. Ross, Social Control, Nuova York 1901, pp. 14 sgg., 296 sgg.; G. Glotz, La solidarité de la famille dans le droit criminel en Grèce, Parigi 1904; R. Jacob, Devoir, ivi 1907, cap. 9, p. 211 sgg.; C. Bouglé, Le solidarisme, ivi 1924; A. Gandlach, Solidarismus, in Gregorianum, 17 (1936), pp. 271-95; J. Leclercq, Les grandes lignes de la philos. morale, Lovanio 1947, p. 118 sgg.

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SOLIMENA, Francesco. - Detto l'abate Ciccio, pittore ed architetto, n. a Canale di Serino (Avellino) il 4 ott. 1657, m. a Barra presso Napoli il 5 apr. 1747 .

Caposcuola dell'Accademia pittorica napoletana del sec. xviri, si dedicò interamente all'attività artistica e all'insegnamento e legò il suo nome a una produzione copiosissima, sparsa nelle chiese e palazzi di Napoli e della Campania e nelle principali raccolte pubbliche e private europee. La sua influenza sulla cultura artistica del sec. xviri nell'Italia e in Francia (Fragonard) fu determinante e giunse anche a Venezia, dove ebbe esiti persino sul linguaggio pittorico di un Piazzetta e di un Tiepolo.

Oltre il padre Angelo, non ignobile pittore giordanesco, il S. ebbe come maestro Francesco De Maria, epigono dell'Accademia bolognese. Ma la sua versatilità ricettiva gli indicò piuttosto come punto di arrivo un ecletismo in cui la larghezza dell'impianto compositivo fosse sostenuta dal rigore dell'accordo cromatico e luministico.

Perciò il S. fu portato a risalire a Mattia Preti, non senza suggerimenti cortoneschi e veneti, mediati dagli esempi dell'attività napoletana di Luca Giordano. Ad acquistare uno stile inconfondibile gli valsero tuttavia una incata sapienza architettonica e una straordinaria disid. voltura dell'articolazione narrativa, che gli consentirono di soddisfare alle più disparate esigenze iconografiche, puntando sulla intrinseca qualità della pennellata, sempre densa e vibrante. Anche nei momenti di minor vena il S. rivela infatti una sostenutezza tematica, che lo tiene lontano dalla ripetizione vacua e dall'involuzione grafica : l'abilità tecnica non scade quasi mai nell'artificiosità gratuita, anche quando è più evidente il compiacimento manieristico. L'evoluzione del suo stile si segue senza fatica dai giovanili affreschi di S. Giorgio dei Mannesi, di S. Anna al Gesù Nuovo in Napoli e di S. Giorgio a Salerno, fino al ciclo conclusivo di queste prime esperienze nell'abside di S. Maria Donna Regina ( $1680-84$ ). Su questa strada il S. procederà con sempre maggiore coerenza, raggiungendo il vertice delle sue possibilità nei magnifoguenti complessi delle sacrestie di S. Paolo Maggiore e di S. Domenico e nella magistrale, movimentatissima, Cavriata di Eliodoro dal Tempio nella parete interna della facciata del Gesù Nuovo (1725). Altre testimonianze della felicità narrativa di questi anni rimangono nella tela della badia di Montecassino con s. Francesco e s. Antonio ( 1681 ), negli affreschi di S. Patrizia (1682), in quelli della vòtta di S. Nicola alla Carità (1701) e soprattutto nell'affollatissima tela con santi di S. Girolamo delle Monache, che ha in primo piano una mirabile natura morta di fiori sparsi (1693), e in quelle veneziane con Rebecca ed Eleazuro e Rebecca e Giacobbe al pozzo.

La qualità delle opere perdute ci è rivelata dai bozzetti delle tele eseguite per il Consiglio di Genova (17081717), conservati nella Pinacoteca di Napoli : scene folte di figure minute, di gusto presepiale. Dei moltissimi ritratti si ricorderanno quello della principessa Caracciolo, già impostato su accordi preziosi di tonalità chiare, e l'autoritratto agli Uffisi, uno dei capolavori di questo genere, per efficacia espressionistica.

Il gusto e la maniera del S. influirono su tutta l'arte napoletana, dall'architettura alle figurine di presepio in terracotta. Come costruttore ha lasciato un alto saggio nell'armoniosa facciata di S. Nicola alla Carità. E a due ordini, secondo il modulo barocco, ma vigorosamente concepita in un equilibrio di aggetti e rientranze che esaltano le strutture, non sopraffatte dalla decorazione. Altre testimonianze rimangono in disegni, conservati nell'Archivio di Stato di Napoli, e in un gran numero di altari, portali e monumenti sepolcrali, sparsi nelle chiese di Napoli e dintorni.

Dalla scuola del S. uscirono gli architetti Domenico Antonio Vaccaro e G. Battista Fauclerio; gli scultori F. Celebraoo e G. Sammartino, vale a dire alcuni degli artisti più fecondi e geniali della Napoli settecentesca; e dalla sua opera di pittura furono influenzati i maggiori maestri della scuola napoletana del sec. xviII : il De Mura, il ${ }^{n}$ nito, il Giaquinto e il Diana. - Vedi tav. LXI.

Bial.: A. De Rinaldia, s. v. in Enc. Ital., XXXI, pp. 76-78: ivi per bibl. precedente al 1934: V. G. Ceci, F. S., in ThiemeBecker, XXXI (1937) pp. 243-46; C. Lorenzetti, La pitt. napolet. del sec. XVII, in Catalogo della Mostra della patt. napol., Napoli 1938, pp. 156-67; R. Pane, Architett. dell'vta barocca in Napoli, iv 1939, pp. 141-52; G. Lorenzetti, La pitt. italiana del ' 360 . Novara 1942, pp. vi-viII; R. Pallucchini, I capolavori dei Musci veneti, Catalogo, Venesia 1946, pp. 166-67; G. FogoIari, Scritti vari. Milano 1946, pp. 292 sgn. Riccardo Averini

SOLJARSKIJ, Paul. - Teologo dissidente, n. a Vladimir sul Kljasma nel 1803 e m. a Pietroburgo il 4 maggio 1890.

E autore della più voluminosa opera russa intorno alla morale (Zapiski po movstvennomu pravodlawnomu bogaolloviu, 3 voll., Pietroburgo 1860-64). Essa è stata insegnata lungo tempo nelle accademie ecclesiastiche dell'Impero zarista, come libro classico. Nella forma esterna segue il metodo scolastico, il che le ha procurato aspre critiche da altri moralisti russi.

Bial.: S. Tyszkiewicz, Moralistes de Russie, in Orientalia christ. periodica, 16 (1950), pp. 384-95. Stanislao Tyszkiewicz

SOLLECITAZIONE. - S. nel significato generico, in campo etico, è sinonimo di seduzione (v.) o di istigazione (v.), per cui valgono i principi della cooperazione (v.) al male. In senso specifico, in teologia morale e diritto canonico, è l'abuso del sacramento della Penitenza, che si ha con il provocare il penitente a peccato grave contro la castità (v.), da parte del sacerdote confessore.

La santità del sacramento della Penitenza esige un profondo rispetto; per questo la Chiesa ha emesso una lunga serie di severe disposizioni dirette a regolarne il buon andamento e ad evitare abusi da parte sia del ministro sia del penitente. Tra gli altri possibili pericoli c'è quello: 1) da parte del sacerdote confessore di gravemente abusare della propria autorità, trasformando il Sacramento in strumento di perdizione, specie in materia di castità; 2) da parte del penitente di abusare del segreto sacramentale, per avanzare contro il sacerdote confessore, per ignoranza o per malizia, una delle più gravi calunnie, quella dell'abuso del Sacramento, in materia di castità. Simili abusi costituiscono gravissimi peccati contro la religione, castità ecc., e nel diritto canonico sono anche delitti specifici : delitto di s. e delitto di falsa denunzia per s.

1. Cenni storici. - La Chiesa ha emanato molte leggi contro la s.; la prima di cui si ha memoria è del Concilio di Treviri del 1221 (cap. 8). Il 16 apr. 1561 Pio IV (cost. Cum sicut) comandava all'Inquisizione generale della Spagna di indagare sui provocatori ad turpisi in actu sacramentali. Paolo V estese questa disciplina al Portogallo ( 1608 ) e la perfezionò ( 16 nov. 1612). Il 30 ag. 1622 Gregorio XV emetteva la bolla Universi, in cui comandava che fossero puniti e denunciati i sacerdoti sollecitanti (F. Gasparri, CIC, Fontes, n. 734). Questa fu la prima legge in materia che ebbe un potere obbligante per tutta la Chiesa. Anche la S. Congregazione del S. Uffizio intervenne più volte (v. soprattutto le risposte dell' 1 febbr. 1661 e l'Istruzione ai Vescovi del 9 febbr. 1867). Alessandro VII condannò ( 24 sett. 1667) due proposizioni attinenti a questa materia (prop. 6-7: Dens-U. 1106-1107). Tutta la dottrina e l'àmbito della s. vennero poi determinati dalla cost. Sacramentum Poenitentiae di Benedetto XIV ( 17 giugno 1741 : CIC, Appendix, doc. V) che rimane anche oggi d'attualità (can. 904). Con successiva cost. Etsi pastoralis ( 26 marzo 1742, § 9, n. 5) dichiarava che le leggi attinenti a questa materia obbligavano anche gli Orientali. Le pene comminate contro i sollecitanti furono conservate anche nella cost. di Pio IX Apostolicae Sedis, § 4, n. 4 (12 ott. 1869). Le misure così severe, più che dalla frequenza del delitto, piuttosto eccezionale, sono state ispirate dalla pericolosità del reato.
II. Peccato e delitto. - Secondo la bolla Sacramentum Poenitentiae, confermata dal can. 904, commettono s. i sacerdoti che o nell'atto della confessione sacramentale o prima o immediatamente dopo la confessione, o

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prendendo occasione o pretesto dalla confessione, ma in confessionale o in altro luogo destinato o scelto per ascoltarvi le confessioni, abbiano tentato di sollecitare o provocare qualche penitente (qualunque persona sia) a cose disoneste e turpi, o con parole, segni, cenni, tatti, o con scritture da leggersi subito o dopo; oppure abbiano temerariamente avuto con essi discorsi illeciti e disonesti. Chi cosi agisce, oltre il peccato contro la castità, pecca naturalmente contro la religione, la carità, e, se parroco, contro la giustizia. Per costituire il delitto occorre: 1) che vi sia l'ecclesione (gravemente colpevole in chi la compie, sotto il profilo della lussuria) di donna od uomo, fatta in modo esplicito od implicito, ad atti interni od esterni, ma gravi contro la castita; 2) che il sollecitante sia sacerdote nell'atto della confessione; 3) che solleciti immediatamente prima o dopo o durante la confessione e sotto il pretesto della confessione. Si ha la s. vera e propria anche se il sollecitato non acconsente; né è necessario che il sollecitato diretto sia il penitente, ma può essere anche una terza persona da avvicinarsi dal penitente. Le relative pene: sospensione dalla celebrazione della S. Messa e dall'udire le confessioni; nei casi più gravi, inabilità all'ufficio di confessore, privazione di benefici, uffici e dignità, della voce attiva e passiva e dichiarazione di inabilità alle medesime cariche e benefici; in casi gravissimi, degradazione. Sono tutte pene ferendae sententiae, data la necessità di una valutazione della gravità del delitto (can. 2368 § 1), prima di poterle irrogare. Sono esenti da queste sanzioni penali i cardinali; l'esenzione dei vescovi, propugnata da alcuni, non pare che si sostenga.

La determinazione delle condizioni per la configurazione del delitto ha dato luogo ad un'abbondante casistica, che non è qui il luogo di vagliare o discutere. L'interpretazione pratica che viene data dalla S. Congregazione del S. Uffizio (can. 247 § 2), competente in materia, è piuttosto restrittiva e severa.
III. Obbligo della denuncia. - Ogni persona, abbia o non abbia aderito alla sollecitazione, di qualunque condizione essa sia, è tenuta a denunciare il sollecitante entro un mese sotto pena di incorrere nella scomunica nemini reservatio (can. $2368 \S \mathrm{2}$ ). Il tempo va computato dal momento in cui si ha conoscenza della s. L'obbligo della denuncia si estende a tutte le persone che conoscono il fatto della s.; però la conoscenza dev'essere certa, trattandosi di un caso, cosi pieno di tristi conseguenze. Il can. 904 sembra restringere l'obbligo della denuncia alla sola persona sollecitata, ma, ció nonostante, l'estensione dell'obbligo a tutti coloro che ne abbiano conoscenza viene insinuata nella risposta del S. Uffizio dell' 11 febbr. 1661 ed espressa chiaramente nella risposta del 3 genn. 1663. Tuttavia il confessore sollecitante non è tenuto a denunciarsi; ma se lo fa, dev'essere trattato con minore rigore (istruzione del S. Uffizio del 20 febbr. 1866). Non si è tenuti ancora alla denuncia se si ha il dubbio che sia esistita vero e propria s.; ma se l'azione esterna importi evidentemente la s., e si dubiti solo dell'intenzione del confessore, rimane il dovere della denuncia. Il sacerdote graviter onerata eius conscientia (can. 904) deve ammonire il fedele dell'obbligo della denuncia; e non può assolverlo finché non abbia adempiuto a tale obbligo (can. 2368 § 2). Se il penitente prova ripugnanza a fare la denuncia, il confessore, dopo aver saggiamente esaminato il caso, deve aiutarlo e consigliarlo nel miglior modo possibile. L'obbligo della denuncia è un grave obbligo di carità (per impedire l'ulteriore rovina delle anime) e di obbedienza verso la legge ecclesiastica, che tratta di una materia gravissima. Ci sono tuttavia cause che scusano dall'obbligo della denuncia. Esse sono: 1) l'impossibilità di poter fare la denuncia; 2) la morte del confessore sollecitante. Tuttavia, finché egli è vivo, anche se la s. è passata da molto tempo, rimane sempre l'obbligo della denuncia, a meno che non siasi perfettamente emendato da un anno; 3) un grave pericolo di vita, di infamia, di perdita di beni di fortuna, o un grave disagio della persona sollecitata; 4) il sigillo sacramentale; 5) la dispensa ottenuta dal S. Uffizio o dalla S. Penitenzieria. Essa però non viene quasi mai concessa.
IV. Forma della denuncia. - La denuncia secondo il can. 2363 deve essere fatta ai superiori ecclesiastici che
hanno potestà di inquisire in materia, e cioè gli Ordinari del luogo, secondo l'estensione del can. 198, e il S. Uffizio. Secondo l'opinione comune il Vicario generale non può ricevere la denuncia di s. Infatti le parole della cost. di Benedetto XIV, Sacramentum poenitentiae, $1^{\circ}$ giugno 1741 : "inquirant et procedant contra omnes..." richiedono una potestà giudiziale che il vicario generale senza un mandato speciale non ha.

Si può distinguere una duplice specie di denuncia: una forma semplice o estragiudiziale, per es., per lettera; e una forma giudiziale. La forma semplice non è proibita, ma per sé non è sufficiente per soddisfare all'obbligo della denuncia, né per procedere contro il presunto reo. Tuttavia può offrire occasione al S. Uffizio e all'Ordinario del luogo per indagare e ottenere, se ce ne fosse bisogno, una denuncia pienamente giudiziale. La denuncia giudiziale deve farsi a viva voce al S. Uffizio o al vescovo o ad un loro delegato con l'intervento di un ecclesiastico che funga da notaio. L'Ordinario può per motivi giusti dispensare dalla presenza del notaio. Il vescovo può delegare a ricevere la denuncia anche un semplice sacerdote; questi però dovrà trasmettere integri tutti i documenti all'Ordinario senza riservarsene copia.

Perché raggiunga pienamente il suo fine la denuncia deve contenere l'esposizione particolareggiata del delitto con le circostanze di tempo, di luogo, ecc., il nome del confessore sollecitante, il domicilio e il nome del denunciante. Ciò oggi è molto facile, perché basta riempire il formulario che ha il S. Uffizio o l'Ordinario del luogo. Il denunciante d'altra parte è tenuto a rispondere con la massima sincerità alle domande che gli vengono fatte : anzi è bene promettere un giuramento sul Vangelo di dire tutta la verità. Inoltre il denunciante deve sottoscrivere tutte le sue dichiarazioni.
V. Processo contro i sollecitanti.- Il processo va fatto secondo le Istruzioni della S. Congr. del S. Uffizio del 20 febbr. 1886, 20 luglio 1890,6 ag. 1897 (P. Gasparri, op. cit., nn. 990, 1123, 1190). ma può essere fatto anche ex informata conscientia (can. 2186 sg..; S. Congr. S. Uffizio 20 febbr. 1866, nn. 10-11). Tutto deve svolgersi nel massimo segreto. Una prima indagine deve essere fatta sulla veracità del denunziante, da accertarsi attraverso testimoni (almeno due) giuarii de credibilitate. Se è necessario, il denunziante potrà essere di nuovo interrogato. Viene quindi interrogato il reo, che successivamente è ammesso alla difesa scritta da farsi da sé o a mezzo di avvocato (can. 1862 agg.). La sentenza deve essere pronunciata dal vescovo e non già da un suo delegato, sull'esistenza o meno del delitto e, in caso positivo, sulle pene da infliggersi a norma del can. 2368 § 1. Inoltre se l'imputato, nel corso del processo, abbia confessato il delitto, deve fare l'abiura (v.) per purgarsi dal sospetto di eresia (v.).

Il processo d'ordinario non tiene dietro alla prima denuncia, ma per prassi del S. Uffizio (S. Uffizio, 6 luglio 1833; Instruclio, 20 febbr. 1866) si procede solo dopo la terza. Nei primi due casi si conserva la denuncia scritta e si sottopone il sacerdote confessore a vigilanza; ma non è escluso che si possa procedere anche dopo la prima denuncia.
VI. Falsa denunzia della s. - La denuncia di s. contro i sacerdoti innocenti acquista una speciale malvagità che giustamente la Chiesa punisce con gravissima pena. Prima del CIC la falsa denuncia di s. era peccato riservato alla S. Sede specialissimo modo. Oggi invece come peccato è riservato alla S. Sede ratione sui e come delitto viene punito con la scomunica, speciali modo riservata, per la cui assoluzione si richiede previa ritrattazione, riparazione nella misura possibile e grave e diuturna penitenza (cann. 894, 2363). Per incorrere tali pene si richiede: 1) che vi sia una falsa denuncia del sacerdote nella sua qualità di confessore; 2) che il denunciante sia consapevole della sua falsità; 3) che vi sia stata una denuncia giudiziale, cioè fatta secondo le norme sopra esposte; 4) che il denunciante abbia conoscenza della censura. Concordemente si ritiene che l'ignoranza, purché non affettata, supina o crassa, scusi dall'incorrere nelle censure; ma non scusi dalla riserva, sebbene qualche teologo pensi diversamente.

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![img-10.jpeg](img-10.jpeg)
(da Camla de Saint-Saud, Paul Huat, Margue de Fayolle, la
bebille et les origines du venerable A. de S., Parigi 1863).

SolminHhac, Alain de, venerabile Ritratto.

Per quanto riguarda il confessore sollecitante, l'assoluzione segue le norme consuete dell'assoluzione da censure, ma la riabilitazione è lenta, e mai piena. Da parte del falsodenunziante, per l'assoluzione dalla censura si richiede inoltre la ritrattazione formale della calunnia e la riparazione, nei limiti delle possibilità, dei danni arrecati. Queste condizioni sono sempre richieste; anche in pericolo di vita. La ritrattazione deve essere formale. Ogni volta che si presenti una difficoltà, fisica o morale, basta che la ritrattazione sia fatta nel modo migliore. Però l'assoluzione data senza una formale ritrattazione è valida, purché il penitente sia in buona fede e il sacerdote abbia la debita potestà.

BibL.: oltre i trattati di teologia morale (de paenitentia, de censuris) e i commenti al CIC (de poenitentia, de delictis et pomici, cf. E. Benzeli, De sollicitatione et absolutione complicis, Faenza 1897; A. De Smet, De absolutione complicis et sollicitatione, Bruges 1921; P. Cerato, De delictu sollicitationis, Padova 1922; G. Lawrence Murphy, Delinquencies and Penalties in the Administration and Reception of the Sacraments, Washington 1923; E. Murphy, Suspension ex informata conscientia, Washington 1932; B. H. Merkelbach, Ouaest. de poenitentiae ministro eiusque officiis, Liegi 1932, p. 112 sgg.; F. Cimetier, Sollicitation, in DThC, XIV, 2338-41; H. Linenberger, The false denunciation of an innocent confessor, Washington 1949.

Pietro Palazzini
SOLMI, Abrioo. - Storico del diritto, n. a Finale Emilia il 27 genn. 1873, m. a Roma il 5 marzo 1944.

Sostenitore dell'indirizzo sociologico con un lodato e discusso studio giovanile sulle Associazioni (1898), affrontava poi con l'opera su Stato e Chiesa da Carlomagno al Concordato di Worms il problema della essenza religiosa medievale e dei rapporti fra l'uomo e lo Stato. La sua padronanza della storia giuridica doveva apparire con il suo Manuale di Storia del diritto italiano ( $1^{\text {a }}$ ed. Milano 1907; $3^{\text {a }}$ ed. ivi 1930) : panorama fra i più completi e sintetic: della storia del diritto in Italia. Con la riscoperta della Honorantiae civitatis Papiae, cui dedicava una ricca edizione critica, riprese il tema della continuità delle antiche istituzioni civili in Italia, che, incoraggiato dall'opera del Mayer, gli faceva cercare un accordo con i punti di contrasto delle sue pagine giovanili : all'indirizzo di questo secondo periodo appartengono vari studi minori, i Discorsi sulla Storia d'Italia e l'opera postuma sul Senato romano. Fondò e diresse l'Archivio storico della Svizzera italiana, fu ministro guardasigilli e senatore del Regno; contribuì ad avviare i rapporti col Vaticano agli Accordi Lateranensi, di cui fu nel 1929 relatore alla Camera. Dal numerosi scritti politici, pur nell'adesione all'indirizzo dell'epoca, appare nella struttura l'idea nazionalista dalla quale egli proveniva. Attese all'elaborazione del nuovo Codice civile, condotto a termine dal ministro Grandi chiamato a succedergli. Esaltatore dei valori storici della nazione, motivo ricorrente in quasi tutti i suoi scritti, vi tenne fede sino ai suoi ultimi giorni, nei quali si andava concludendo anche il dramma di Roma e dell'Italia.

BibL.: E. Rota, A.S. nella sua opera di storico e di politico, Pavia 1934; G. P. Bognetti, L'opera storico-giuridica di A. S. e il problema dell'oggetto
e del metodo della storiogr. del dir. ital., in Riv. di stor. del dir. ital., 17-20 (1944-47), pp. 171-99.; E. Besta, Commemoraz., in Rendic. Accad. Lincei, cl. Sc. morali, stor. e filol., $8^{a}$ serie, 3 (1948), pp. 269-73.

Fulvio Crocera
SOLMINIHAC, Alain de, venerabile. - Vescovo di Cahors, uno dei restauratori della vita cattolica francese nel sec. XVII, n. il 25 nov. 1593 nel castello avito di Belet, m. il 31 dic. 1659 nel castello episcopale di Mercués.

Ricevuta una sommaria istruzione umanistica nel castello di Belet (Périgord), a 21 anni divenne abate del monastero di Chancelade, dei Canonici Regolari, per rinuncia dello zio. Alain si propose di vivere da religioso e di rialzare le sorti dell'abbazia distrutta dagli ugonotti. Completata la sua formazione intellettuale all'Università di Parigi, dove strinse amicizia con s. Vincenzo de' Paoli e l'Olier, ricostruì gli edifici conventuali di Chancelade e vi ripratinò, seguito soltanto da uno dei vecchi canonici, la vita regolare, secondo le nuove Costituzioni scritte da lui, con accentuato rigore di pratiche ascetiche.

Molti monasteri di Canonici Regolari chiadevano ad Alain di estendere anche ad essi la sua riforma, ma questa espansione venne attraversata dal disegno del card. de La Rochefoucauld (v.) di unire tutti i Canonici Regolari nell'unica "Congregazione di Francia". Per l'energia di S., l'abbazia di Chancelade rimase autonoma e perseverò tale fino alla Rivoluzione. Nel 1636, costretto ad accettare il vescovato di Cahors, continuò a vivere da religioso insieme a cinque dei suoi Canonici Regolari; aumentó, anzi, la sua austerità.

Secondo lo spirito del Tridentino, provvide alla riforma della sua diocesi; fece ininterrottamente la visita pastorale, preceduto dai suoi Canonici Regolari che predicavano, a sue spese, le missioni; ricostruì ospedali, aprì orfanotrofi, andò incontro ai bisogni del popolo profondendo tutte le sue entrate nei periodi di carestia o di peste. Scrisse un catechismo rimato perché i fedeli imparassero più facilmente le verità della fede. Ogni anno convocò il sínodo; costrinse i parroci alla residenza, fondò il Seminario, impose al clero il ritiro mensile e gli esercizi spirituali ogni anno. Vigilantissimo contro il pericolo protestante, controllava i libri, i predicatori e gl'insegnanti, allontanando dai posti di responsabilità tutti i sennetti di cresia. Non si dette pace fino a che non vide condannato il giansenismo e prosciutto il Traité des droits et libertés de l'Eglise gallicane dei fratelli Dupuy. Il suo corpo riposa nella cattedrale di Cahors. Sempre universalmente esaltato come un gran santo, il popolo lo invoca con lo strano titolo di «bienheureux Jérusalem». Pio XI ne proclamò l'eroicità delle virtù il 19 giugno 1927.

BibL.: E. Sol, Le véndrable A. de S., abbé de Chancelade et évêque de Cahors, Cahors 1928 (con tutta la vasta bibl. precedente). Giorgio Idamo Scatena
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(da Comte de Saint-Saud, Pami Huat, Marguis de Fayolle, op. cit., pag. 171) Solminihac, Alain de, venerabile - Castello di Belet, presso Grignols, ove nacque il Venerabile.

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SOLOV'EV, VLADIMIR ŠERGHĖEVIČ. - Il più grande filosofo russo, n. il 16 (28) genn. 1853 a Mosca, m. il 31 luglio (13 ag.) 1900 presso Mosca.

Studiò nell'Università e nell'Accademia ecclesiastica di Mosca. Nel 1874 difese la tesi La crisi della filosofia occidentale, contro i positivisti. Insegnò nell'Università di Mosca (genn.-maggio 1875). Viaggiò in seguito a Londra, Parigi, Nizza, in Egitto (dove ebbe la celebre visione della "Sofia-Sapienza": cf. la sua poesia Tre incontri). Tra il 1880-81 tenne lezioni anche nell'Università di Pietroburgo. Di quel tempo sono: I fondamenti filosofici della conoscenza integrale (1877), La critica dei principi astratti (1877-80) e, più importante, Lezioni sulla divinoumanità (1878-81). Nel 1881 dovette rinunciare all'inser gnamento, perché aveva fatto pubblico appello alla elemenza per gli uccisori dello zar Alessandro II. Seguirono altri viaggi all'estero ( 1886,1888 -89, 1893 e 1899). Nel 1886 scrisse a Zagabria una parte di La storia e l'avvenire della teocrazia, ed ivi nel 1888 l'introduzione a La Russie et l'Eglise universelle (trad. it.), altra parte della vasta opera rimasta incompiuta. Si dedicò interamente allo studio di questioni religiose e politiche e ad un'ampia attività politico-religiosa per la riunione dei cristiani separati. Prima slavofilo, negli aa. $188 \mathrm{z}-88$ si distaccò sempre più dall'opinione degli antichi slavofili sulla causa dello scisma tra Oriente ed Occidente, e finì con l'accettare la dottrina cattolica sullo sviluppo dogmatico ed il primato del Papa. Al principio di quel periodo scrisse I fondamenti religiosi (più tardi spirituali) della vita (1882-84). Le ultime opere importanti sono: Sulla giustificazione del bene (1894-97; $2^{\mathrm{a}}$ ed. 1898), l'etica del S., e Tre discorsi (con alla fine, la Leggenda sull'Anticristo, 1899-1900). Iniziò pure una traduzione dei dialoghi di Platone. Nel 1896 S. accettò di nascosto il credo cattolico. Ricevette gli ultimi Sacramenti nella proprietà dei principi S. e E. Trubetskoj, non essendovi un sacerdote cattolico, del parroco non-cattolico del paese.
S. sta al centro della filosofia russa. Ha subito diversissime influenze: del neoplatonismo, di Spinoza, dellidealismo (Schelling, von Baader, ma anche Hegel), di Böhme, Shopenhauer, E. von Hartmann, A. Comte, della Cabala, teosofia, ecc. e fu in rapporto con i russi più eminenti del tempo (Dostoevskij, L. Tolstoj, K. Leont'ev, e molti altri). Egli cercava la sintesi, come di fede e ragione in un realismo intuitivo-mistico, cosi delle due correnti principali del pensiero russo, slavofilismo ed occidentalismo. Ha influenzato notevolmente il a Rinascimento russo "all'inizio del sec. xz ed i migliori filosofi russi : S. ed E. Trubetskoj, V. Ern, S. Bulgakov, N. Berdjaev, P. Florenskij, V. Ivanov, L. Karsavin, altri.

Le grandi idee sintetiche e universali del pensiero di S. sono : la "tuttunita" (vseedinstvo) di Dio e dell'universo cosmico e storico (nelle varie fasi della creazione, caduta, redenzione, escatologia); la "divino-umanità " (bogo-čelovĕčestvo) del Logos e della Sofia (Sapienza), di Cristo e della Chiesa; l'insieme della "teosofia, teocrazia e teurgia"; la "teocrazia universale" cristiana, cioè il regno di Cristo in terra (di cui fanno parte i tre principi del sacerdocio, del regno e del libero profetismo: il principio "trinitario "). S. abbandonò poi l'idea dell'attuazione terrestre della teocrazia, senza tuttavia rinunciare all'universalità della propria sintesi culturale, filosofica, religioso-cristiana.
S. fu uno spirito sistematico, con esperienze intuitivo-mistiche a base delle sue speculazioni teoriche. Ammirevole è il suo itinerario dalla posizione slavofila antiromana sino all'accettazione del primato del papa. Confutò in maniera classica lo slavofilismo. La sua sintesi presenta tuttavia dal punto di vista cattolico alcune incertezze : nel rapporto tra Dio e la creatura è trascurata l'analogia dell'essere increato e creato; la relazione di Dio al mondo è simile a quella tra l'anima e il corpo, per cui S. si avvicina al panteismo. Tentando dedurre logicamente misteri soprannaturali, come quello della
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(per cartevia di mens. A. P. Frutaz)
Solov'ev, Vladimir Senghevic - Ritratto di S. a 38 anni.
S.ma Trinità (la cui esistenza egli suppone d'altra parte come rivelata), indulge a un certo semirazionalismo. Nell'intento di affermare e appropriarsi tutto ciò che è vero nelle varie confessioni cristiane, e specialmente volendo essere insieme "cattolico ed ortodosso ", S. si espresse talvolta nel senso di un sopraconfessionalismo, in cui non risulta abbastanza chiaramente che la Chiesa cattolica è l'unica vera Chiesa di Cristo, rimasta essenzialmente universale anche dopo le grandi separazioni d'oriente e d'occidente.

Biol.: opere in russo, $1^{\circ}$ ed. in 9 voll., Pietroburgo 19011907: $2^{\circ}$ ed. in 10 voll., ivi 1911-14; L'idea russe, Parigi 1888; La Russie et l'Eglise universelle, $1^{\circ}$ ed. Parigi 1889: $4^{\circ}$ ed. ivi 1922. Le lettere in russo, 3 voll., Pietroburgo 1908-11: $4^{\circ}$ vol., ivi 1923. Sono state tradotte parecchie opere di S. in ted. e alcune in franc.: in it.: I fondamenti spirituali della vita, Bologna 1922; nuova ed., Torino 1930; La Russia e la Chiesa universale, Milano 1947. - Studi : su S. fondamentale E. Trubetskoj, La concezione del mondo di V. S., 2 voll., Mosca 1913: M. D'Herbigny, Un Newman russe, $3^{\circ}$ ed., Parigi 1911: $6^{\circ}$ ed. 1934, in it. con il titolo L'avvenire religioso russo nel pensiero di V. S., Brescia 1928; D. Strémooukhoff, V. S. et son anuvre menianique, Parigi 1933: B. Schultze, Pensatori russi di fronte a Cristo, I. Firenze 1947: II-III. ivi 1949, passim; id., Russische Denker. Ihre Stellung zu Christus, Kirche und Papsttum, Vienna 1950, pp. 253-290; id., V. S. e i tre principi nella Chiesa, in Civ. Catt., 1920, III, pp. 37-52; id., V. S. ed il cattolicesimo, in Humanitas, 3 (1930), pp. 653-61; L. Müller, S. und der Protestantismus, Friburgo in Br. 1931.

Bernardo Schultze
SOLOVKI. - Nome con cui ordinariamente viene chiamato il celebre convento russo, un tempo «stauropighiale ", nell'arcipelago di Solovjeckij (Mar Bianco a nord di Archangelsk), fondato nel 1429 dai monaci German e Savvatij; a loro si aggiunse poco dopo il monaco Zosima, che divenne con l'andar del tempo, assieme con Savvatij, uno dei più celebri santi della Chiesa russa. I monaci occuparono gradualmente tutte l'isole e parte del continente.

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Solsona, diocesi di - Abside della Cattedrale (sec. xit).

Il convento fu circondato nel 1548 da muraglie per proteggerlo contro assalti avversari. In esso fiorirono monaci di santa vita come l'ignmeno Irinarch (1613-46) e l'anacoreta Eleazar che visse nell'isola di Anzer (la metà del sec. xvir). Vi fu anche per un certo tempo Nikon, poi patriarca di Mosca. Negli inizi dello scisma dei Vecchicredenti S. si ribellò alle "innovazioni» di Nikon. Fu conquistato soltanto nel 1676 dopo un assedio di sette anni. Da quel tempo diventò sempre più la meta di numerosi pellegrinaggi durante l'estate.

Dopo la Rivoluzione bolscevica S. perdette tutti i possedimenti, l'isola fu trasformata in campo di concentramento, nel quale furono deportati numerosi sacerdoti cattolici condannati a lavori forzati in quelle foreste. Il convento non fu però ufficialmente soppresso; è possibile che tuttora (1953) vi risiedano alcuni monaci.

Biel.: P. Pascal, Accubum et les débats du Rashid, Parigi 1938; A. M. Ammann. Storia della Chiesa russa, Torino 1948, passim. Alberto Maria Ammann

SOLSONA, diOCESI di. - Città e diocesi della Spagna. Si estende nelle province civili di Lezida e Barcellona con una superficie di 4000 kmq .; ha 200.000 ab. tutti cattolici, e consta di 186 parrocchie e 426 chiese; il clero diocesano è composto di 264 individui; il clero regolare da 110 . Le case religiose maschili sono 12 , con 370 soggetti; le femminili sono 41 , con 417 religiose. Ne è vescovo Vincenzo Enrique y Tarancon, consacrato nel 1946. La diocesi è suffraganea di Tarragona.

La diocesi di S. in origine fece parte della diocesi di Urgel. Ma la regione di S., situata in zona assai montuosa e difficile, non poteva essere agevolmente visitata e sorvegliata dai vescovi urgellesi; e, per prevenire le infiltrazioni della cresia luterana, il re Filippo II ottenne dal pontefice Clemente VIII la creazione della nuova diocesi, con sede vescovile nella città di S. L'antica e celebre canonica di S. Maria, fondata nel sec. x e da poco secolarizzata dallo stesso Pontefice, fu scelta come cattedrale del nuovo Capitolo. La data di erezione della diocesi è del 19 luglio 1593 e il 4 ag. ne fu preconizzato primo vescovo il canonico di Barcellona Luigi Sanz.

Ventidue vescovi la ressero sino al 1838 , quando, decesso il vescovo Tejada, e con le rivoluzioni di quei tempi, restò prima senza presale e dopo, nel Concordato dell'anno 1851, fu soppressa ed unita alla diocesi di Vich. Tra i vescovi di S. sono degni di speciale memoria il p. Giovanni de S. Maria Alonso y Valencia, O.F.M. (1694-99), che meritò grandi distinzioni dei papi Innocenzo XI, Alessandro VIII ed Innocenzo XII, ed intervenne nei negoziati per la Pace di Ryswick; Giuseppe di Mezquia y Dias (1746-42), promotore di grandi attività
pastorali, e Raffaello Lasala y Locela, O.S.A. (1773-93), di esimia santità e carità; al suo tempo fu ordinato il ricchissimo Archivio dell'antica canonica. Restaurata la diocesi nel 1891, ebbe, prima, amministratore apostolico il vescovo di Vich e amministratore proprio nel 1895 ; nel 1933 risequiatò il titolo di vescovo. Tra gli amministratori apostolici si ricordano Francesco Vidal y Barraquer (1913-19), poi cardinale-socivescovo di Tarragona, fondatore del a Musaeum Archaeologicum Diocesanum s, con interessanti collezioni di preistoria regionale ed altre di arte medievale.

Oltre la Cattedrale, la cui costruzione ogivale conserva le absidi del sec. xir, meritano menzione la chiesa di S. Vincenzo di Cardona, del sec. xi; la piccola chiesa di pianta circolare di S. Pietro « el Gros», del sec. xi, a Cervera; l'abbazia di S. Pietro di Agor, la cui chiesa assai rovinata è del sec. xi; il monastero di S. Pietro della Portella, del sec. xi; e S. Maria di Serrateix, del sec. xi-xir.

Biel.: J. Villanueva, Viaje literario a las iglesias de España, VIII e IX, Valencia 1821; anon., La Diocesis de S., Barcellona 1904; J. Puig y Cadafalch, A. De Palguera, J. Goday, L'Arquitetura románica a Catalunya, II, iv; 1911; III, iv; 1918; P. Fr. Kehr, Papsturkunden in Spanien. Vorarbeitete zur Hispania Pontificia, I, Catalanmen, Berlino 1926. pp. 185-93.

Pietro Batlle
SOMAGLIA, Giulio della : v. della somaglia, giulio maria.

SOMALIA. - La S. corrisponde alla sporgenza triangolare dell'Africa orientale delimitata dal Golfo di Aden, l'Oceano Indiano ed il corso del Giuba.
I. Geografia. - Il paese si presenta come una serie di ripiani che dall'orlo montuoso dell'Etiopia continuantesi dall'Ogaden al Capo Guardafui, declina sull'ampia e piatta fascia litoranea, orlata da cordoni di dune. Il clima è monsonico subdesertico, con temperature elevate, forti escursioni termiche diurne e piogge scarse, limitate al periodo estivo. Il paesaggio dominante è la boscaglia o la steppa, questa predominante a N., dove le condizioni di aridità si fanno più decise, mentre lungo l'orlo montuoso le precipitazioni sono più copiose, ed il clima è più sano. In complesso, la S. è paese d'allevamento e di nomadi; l'agricoltura vi è possibile solo dove vi sia disponibilità di acque (pozzi e soprattutto irrigazioni dagli unici due fiumi che attraversano la S., l'Uebi Scebeli ed il Giuba), e l'industria ha scarsissime prospettive, data l'assoluta mancanza di risorse minerarie (tranne il sale ed un po' di stagno) e di fonti di energia. Sull'ampio territorio (oltre 700 mila kmq .) vivono appena 1,6 milioni di ab., quasi tutti Etiopici, distinti in Galla, per lo più agricoltori e sedentari dell'interno, e Somali sul litorale, in prevalenza pastori, gli uni e gli altri maomettani.

Oltre i prodotti spontanei (incensi e gomme), se ne ricava soprattutto cotone, canna da zucchero, banane, sesamo, ricino e arachidi; i cereali (dura a granturco) servono all'alimentazione locale. Il capoluogo della S. italiana è Mogadiacio ( 35 mila ab., di cui 2500 italiani). Sul Golfo di Aden guardano il territorio ( 176 mila kmq.) della S. britannica (protettorato), sul quale vivono 700 mila ab., in grande prevalenza pastori, e che ha per capoluogo Berbera ( 20 mila ab.), e il piccolo ( 21 mila kmq.) lembo etiopico (a rigore fuori della S. vera e propriol della cosiddetta S. francese, che conta 46 mila ab. e si stende attorno a Gibuti ( 17 mila ab.), dove ha inizio l'unica ferrovia che penetri sull'altopiano abissino. A 150 miglia dal Capo Guardafui, nell'Oceano Indiano, è l'Isola di Socotra, estrema cuspide di nord-est della S. Ampia e desertica nella sua parte occidentale, l'Isola è montuosa e rivestita di boscaglie in quella orientale. La popolazione ( 12 mila ab., Arabi, Indiani, Somali) coltiva la palma da datteri e l'aloe, e vi alleva bestiame brado. Il capoluogo è Tamarida ( 1.500 ab .),

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Socotra fa parte del sultanato di Mara o Qishni, compreso nel protettorato orientale di Aden.

BibL.: A. E. Prons, S., Londra 1902; C. Cornu, La S. ital., Milano 1937; A. de la Rue, La S. francuise, Parigi 1939. Giuseppe Caraci
II. Storia civile. - Le vicende della S. prima della diffusione dell'islamismo sono avvolte nell'oscurità. L'ipotesi formulata da qualche studioso che la cosiddetta terra di Punt, menzionata in iscrizioni dell'antico Egitto faraonico, fosse da identificarsi con le regioni settentrionali della S. non poggia su dati certi.

Più attendibili sono le notizie relative alla expansione musulmana che sembra si iniziasse dalla vicina penisola araba nel sec. vir, allorche seguaci di Maometto, provenienti dallo Jemen, costituirono sull'altra sponda del golfo di Aden un sultanato con centro a Zeila, nell'odierna S. britannica. Tre secoli dopo pare che un'altra ondata di Arabi ponesse piede per la prima volta nella S. italiana e fondasse le città di Mogadisco e di Brava. Mogadiscio divenne di li a poco il centro più importante della regione e verso la metà del sec. xir sede di un sultanato ereditario. Agli albori dell'età moderna si hanno notizie vaghe di un Regno di Adel, stendentesi lungo le coste della S. inglese e comprendente i porti di Zeila e di Berbera, regno che nel corso del sec. xvi si estese fino a Horrar, per essere successivamente distrutto da invasioni di popolazioni galla. Dopo una assai temporanea e puramente nominale occupazione portoghese di Mogadiscio e di Brava, effettuata rispettivamente nel 1503 e nel 1507 da Tristão da Cunha, la cui possibilità fu già di per sé un'evidente testimonianza della decadenza del dominio arabo, si ebbe un risveglio della popolazione autoctona che, forse nel sec. xvir, distrusse Mogadiscio. Intorno allo stesso periodo si sfaldò il Regno di Adel, al quale subentrarono diversi emirati e sultanati indipendenti. Passeggera, dopo quella portoghese dei primi anni del sec. xvi, fu pure l'occupazione dei centri della costa somala meridionale da parte di un inviato dell'emiro di Oman, che ebbe in realtà l'unico scopo di affermare su quelle terre diritti nominali di sovranità, passati in seguito quali eredi dei sultani dell'Oman, a quelli di Zanzibar. La prima potenza europea che si interessò della S. fu la Gran Bretagna. Nell'intento di rendere sicura la via delle Indie con l'acquisto di un approdo per le navi, l'Inghilterra concluse infatti nel 1840 accordi con i Sultani di Tagiura e di Zeila.

Di li a poco anche la Francia di Napoleone III estese il dominio sulla regione del golfo di Aden, concludendo nel 1862 una Convenzione con il Sultano di Tagiura in virtù della quale, dietro versamento di 1000 talleri, essa entrava in possesso di Obock e di una finitima striscia litoranea di ca. 300 km . sul golfo di Tagiura. Tuttavia l'occupazione inglese e francese di tali territori acquistò un vero e proprio carattere duraturo e politico solo verso la fine del secolo. Fu l'insurrezione del Mahdi nel Sudan a spingere le due potenze ad ampliare la propria sovranità sul retroterra dei porti somali per impedire che le turbe di quel fanatico se ne potessero impadronire all'improvviso. Nel 1884 la Terza Repubblica concluse pertanto convenzioni con i Sultani di Tagiura e di Gobad per cui
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(propr. Enc. Catt.)
Somalia - 1) Confini di colonia; 2) confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) ferrovie.
essa entrò in possesso di tutto il golfo di Tagiura ed estese il proprio dominio sul litorale fino oltre Gibuti. L'anno dopo il protettorato sul sultanato degli Issa garantì alla stessa Francia l'influenza sul retroterra per una profondità di ca. 200 km . Nello stesso 1884 l'Inghilterra occupò i porti di Zeila, Bulhar e Berbera e convenzioni stipulate negli anni successivi con i sultani locali provvidero a rafforzare tali teste di ponte. Sulle restanti coste non ancora sottoposte ad influenze europee affermò il proprio protettorato l'Italia. Il primo sultano che richiese la protezione italiana fu quello di Obbia (febbr. 1889) cui seguì poche settimane dopo, nell'apr., l'altro dei Migiurtini. Nel 1891 furono delimitate le sfere d'influenza inglese ed italiana e tutta la regione ad est del fiume Giuba, con i territori di Merca, Brava, Mogadiscio, fu assegnata all'Italia. I confini con la S. britannica furono invece fissati nel 1894. L'anno successivo alla delimitazione delle sfere d'influenza, nel 1892, l'Italia era entrata anche in possesso della regione litoranea sita tra la foce del Giuba ed il protettorato di Obbia mediante una convenzione con il Sultano di Zanzibar, che esercitava la sovranità su quelle terre, dietro pagamento di un canone annuo: solo tredici anni dopo, nel 1903, l'Italia acquisterà tuttavia la piena sovranità su quella regione e vi eserciterà il suo diretto dominio. Promulgata nel 1908 la legge sull'ordinamento amministrativo della colonia con a capo un governatore civile, la S. italiana, nello stesso anno, ebbe definiti anche i suoi confini verso l'Etiopia in seguito ad un trattato stipulato con il negus Menelik. Nei decenni successivi si provvide a normalizzare ed a pacificare la colonia

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(per cortesia di Massimo Peltus)
Somalia - Ponte in cemento sull'Uebi Scébeli a Mahaddei.
curandone in modo particolare lo sviluppo agricolo con risultati assai lusinghieri. Durante la seconda guerra mondiale la S. italiana fu occupata da forze imperiali britanniche al comando del generale A. G. Cunningham nei primi mesi del 1941. Nello stesso periodo l'Inghilterra ritornò con la forza delle armi anche in possesso della S. britannica, che era stata occupata dall'Italia nell'ag. 1940. La S. francese, invece, mantenuta agli ordini del governo di Vichy fino al dic. 1943, passò il 28 di quel mese dalla parte del generale De Gaulle. In seguito al Trattato di pace di Parigi del 1947 l'Italia rinunciò, a norma dell'art. 23, alla sua sovranità sulla S., di cui tuttavia le Nazioni Unite il 21 nov. 1949 le affidarono l'amministrazione fiduciaria per dieci anni, trascorsi i quali la regione sarà costituita in Stato indipendente.

Biel.: A. E. Pease, Somaliland, Londra 1902; R. E. DrakeBrockman, British Somaliland, ivi 1917; L'Africa Orient., a cura della R. Soc. geogr. ital., Bologna 1935, p. 352 sgg.; L'Africa Orient., a cura dell'Ist. per gli studi di politica interna2., II, Milano 1936, p. 519 sgg.; G. Cerni, S. italiana, 2 voll., ivi 1937; E. Aubert De La Rue, La Somalie française, $3^{4}$ ed., Parigi 1939, Silvio Furlani
III. Evangelizzazione. - I. S. britannica. - Dipende dal vicariato apost. dell'Arabia con sede ad Aden, e non prima del 1891 i Cappuccini poterono lavorarvi. Fu eretta una residenza a Berbera e un'altra a Shimbafaleh. Ma nel 1910 il governo inglese allontanò i missionari, proibendo qualsiasi azione tra i Somali islamici. Solo nel 1931 fu di nuovo permesso ai missionari di esercitarvi di tempo in tempo il ministero tra i cattolici ivi abitanti.
2. S. francese. - Apparteneva al vicariato apost. di Galla. Una piccola stazione era stata eretta a Gibuti. Quando i missionari e i cristiani furono espulsi dalla S. britannica trovarono rifugio a Uras nella S. francese. Nel 1913 una terza stazione fu fondata a Daudah. Nel 1914 Gibuti fu eretta in prefettura apost. e affidata ai Cappuccini. La missione nelle 3 stazioni contava complessivamente 150 cristiani, quando nel 1915 fu ristretta alla stazione di Gibuti. Nel 1925 una parte del vicariato dei Galla, la S. etiopica, fu unita alla prefettura di Gibuti e vi furono erette 4 stazioni. In occasione della nuova organizzazione delle missioni etiopiche nel 1937 la prefettura di Gibuti fu ristretta alla S. francese e dipende dalla delegazione apost. di Dakkar (v. Gibutr).

Birl: Clemente da Tersorio, Le missioni dei Minori Capp., X. Africa, Roma 1938, pp. 219-26; autori vari, Diiboiti, in Grandi Lacs, 62 (1946-47), pp. 64.
3. S. italiana. - Nel 1904 fu eretta in prefettura apost. col nome di Benadir e affidata ai Trinitari. Il governatore italiano Mercatelli, però, non accordò l'accesso ai missionari, che perciò dovettero fondare la prima stazione sul confine nella S. britannica. Soltanto dopo il 1906, essendo stato richiamato il governatore nemico delle missioni, poterono stabilirsi a Brava e Dhelíh, li-
mitando la loro attività quasi esclusivamente al ministero tra i coloni italiani. Fu questo l'unico lavoro dei Missionari della Consolata, che assunsero la prefettura nel 1924, elevata a vicariato apost. nel 1927 col nome di Mogadiscio, e dei Francescani ai quali fu trasferita nel 1930. Tra i Somali musulmani i progressi sono molto lenti e quindi il numero dei cattolici indigeni nel 1939 era di 270 su 13.350 in tutto. E molto probabile che questo numero non sia aumentato di molto tra i 3340 cattolici coloni italiani (v. mogadiscio).

Birl.: G. B. Tragella, Italia missionaria, Roma-Milano 1939, pp. 274, 282-83; id., Il vicariato apostolico di Mogadiscio, Storia della Missione, in Le Missioni Cattoliche, 71 (1942), pp. 1921, 33-36, 43-47.

Giovanni Romourakirchen
IV. - Condizione giuridica della Chiesa. - Il vicariato apost. di Mogadiscio, che durante la guerra aveva abbastanza sofferto per scarsezza di personale, si è andato a mano a mano riprendendo. La missione gode oggi piena libertà di azione ed è in ottime relazioni con le autorità locali italiane. Naturalmente, trovandosi in un paese musulmano, l'attività missionaria consiste soprattutto, relativamente agl'indigeni, in una opera di penetrazione per mezzo di scuole, orfanotrofi, ospedali e nell' esercizio di altre opere di carità, che sono argomenti efficacissimi per un orientamento verso lo religione di Cristo. Così, in momenti molto difficili per quella colonia, la missione cattolica è risultata quale elemento insostituibile per l'opera di pacificazione intesa dal governo civile. - Vedi inv. LXII.

Birl.: Arch. S. Congr. de Prop. Fide, pos. prot. nn. 490/51, 2652/52.

Carlo Corvo
SOMASCHI. - Ordine religioso fondato per la cura degli orfani dal patrizio veneziano s. Girolamo Emiliani (o Miani [v.]) nel 1528, nella parrocchia di S. Basilio a Venezia, con l'appoggio morale di s. Gaetano Thiene e dal vescovo Gian Pietro Carafa (il futuro Paolo IV), direttore spirituale dell'Emiliani.

Poco a poco l'opera crebbe, e verso il 1532 le case erano otto, sparse nello Stato veneziano fino a Somasca (Bergamo) donde il nome dell'Ordine. In quell'anno l'Emiliani, visto che la sua opera si era sviluppata in una congregazione religiosa, radunò i suoi cooperatori a Merone per una specie di consulta allo scopo di coordinare i metodi ed il lavoro. E questo il primo Capitolo dell'Ordine, a meglio - secondo il nome che il Santo gli diede allora della Compagnia dei servi dei poveri. Alla morte del fondatore (1537), però, la Congregazione non aveva ancora consistenza canonica. I più fedeli si raccolsero allora in un secondo Capitolo a Somasca e si elessero ufficialmente a capo il p. Angiolo Marco Gambarana, con l'incarico di ottenere dalla S. Sede la conferma della Compagnia, che fu concessa da Paolo III il 4 giugno 1540 con la bolla Ex iniuncto nobis. Sei anni dopo il medesimo Papa, dietro preghiera dei padri S. e del card. Carafa, unil le due Congregazioni dei Teatini e dei S., lasciando liberi i secondi dal pronunciare i voti solenni. Lo scopo di tale unione era di sopperire con elementi teatini all'opera dei S. troppo poco numerosi rispetto agli orfani assistiti, ma presto si vide che l'opera caritativa dell'Emiliani avrebbe finito con lo scomparire, data la missione diversa dei Teatini; perciò lo stesso card. Carafa, divenuto Papa, separò di nuovo le due istituz