aduto e però avvertono più drammaticamente il suo appello a un soccorso straordinario da parte di Dio.
III. Conclusione. - Il problema del rapporto fra natura e s. è uno dei più vivi e dei più delicati nella teologia moderna. Dopo l'esperienza del modernismo e la sua condanna (encic). Pascendi) se ne può parlare con maggior comprensione e precisione. Ci sono punti fermi imposti dalla dottrina definita dalla Chiesa, come questi : a) esiste il mondo s. distinto dalla natura umana e da tutto l'universo cosmico (natura naturans e natura naturata); b) il s. trascende tutte le forze e tutte le esigenze della natura intellettuale creata (angelo-uomo) nel senso che questa natura non può conseguire il s. con le sue forze né ha tale diritto da costituire Dio debitore rispetto ad esso; c) oggi di fatto l'uomo non ha altro fine segnato da Dio che quello s. (visione beatifica), ma di diritto Dio poteva creare l'uomo senza elevarlo a quel fine; d) è legittima dunque l'ipotesi di una natura pura che non ripugna alla potenza assoluta né alla potenza ordinata di Dio. Tale ipotesi è la condizione della assoluta gratuità dell'o. s.
Ma questa dottrina ben determinata e tradizionale, ormai, non esaurisce il problema. L'apporto di Blondel, smussato nelle esprezze, può essere utile ad attenuare la rigida trascendenza preferita da molti teologi classici e moderni. Anaitutto va notato che non si può equiparare l'ipotetica natura pura allo stato attuale dell'uomo, in seguito al peccato originale. Nella natura pura ci sarebbe stata soltanto l'assenza del s., nella natura decaduta c'è invece la privazione di esso. Di qui l'angoscioso disagio dello spirito, che nel corso dei secoli ha dato origine al pessimismo nella religione, nella filosofia e nell'arte. Dal disagio scaturisce un appello a Dio per superare la cosciente insufficienza della natura. Il termine di questo appello, senza la Rivelazione, rimane oscuro, ma implica il presentimento di un soccorso straordinario. In un senso più largo il Blondel ha ragione di estendere il senso di indigenza dall'uomo a tutto l'universo creato, in cui domina il limite e la contingenza e però è implicito il ri chiamo all'Assoluto.
Ma un punto più delicato è la potenza o capacità obbedienziale della natura. S. Agostino e s. Tommaso, tanto solleciti della trascendenza del s., sono tuttavia d'accordo nell'asserire una capacità naturale a riceverlo da Dio: «Posse habere fidem, sicut posse habere caritatem naturae est hominum; habere autem fidem, quemadmodum habere caritatem, gratia est fidelium" (s. Agostino, De praedestinatione sanctorum, cap. 5, 10). Es. Tommaso, come vedemmo, parla della capacità naturale dell'anima rispetto alla Grazia e del desiderio naturale dell'uomo rispetto a Dio, ma avverte costantemente che mai la natura può conseguire la Grazia e il possesso di Dio nella visione beatifica senza i mezzi soprannaturali : "Quamvis enim homo naturaliter inclinetur in finem ultimum, non tamen potest naturaliter illum consequi, sed soluto per Gratiam, et hoc est propter eminentiam illius finis" (In Boeth. de Trinitate, q. 6, a. 4 ad 5).
E lecito dunque e giusto vedere nella potenza obbedienziale più che una morta passività o una mera non repugnanza. E finalmente, ad evitare un assurdo estrinsecismo nell'economia della Grazia (così profondamente e umanamente vitale), il s. deve essere presentato come complemento e perfezionamento della natura, cui Dio stesso non è estraneo; un complemento di somma convenienza ontologica e psicologica, che risponde pienamente alle aspirazioni e alle indigenze della natura, fiaccata dalla colpa di origine.
In tal modo gli ultimi sviluppi della dottrina cattolica compongono in armonica sintesi la trascendenza e l'umanenza, e risolvono l'apparente antinomia tra estrinsecismo e intrinsecismo nel quadro di una antropologia s., in cui la natura umana si eleva, senza annullarsi, a una vitale partecipazione di Dio.
Bib.: M. de Ripalda, De ente supernaturali disputat. in theol. univ., s voll., Lione 1663-66; M. J. Scheeben, Natur und Gnade, Magonza 1861; id., Dogmatique, vers. franc., III, Parigi 1877, p. 406 sgg.; C. Schrader, De triplici ordine: naturali, prosternaturali et supernaturali comment., Vienna 1864; H. Borzianelli, Il t. ossia la elevata, e l'ultimo destino dell'uomo, Roma 1864; C. Alimonda, Il t. nell'uomo, Torino 1888; I. V. Bainvel, Nature et surnaturel, Parigi 1904 ( $3^{\circ}$ ed. 1931); H. Ligouel, La théol. scolast. et la transcendence du surnat., Parigi 1908; L. Mauprieux, Estrinsézione de la Grâce, in Rev. august., 2 (1909), p. 106 sgg.; D. Palmieri, De ordine supernat, et de lapsu Angelorum, Prato 1910; J. de Tonquédec, Immanence, Parigi 1913, $2^{\circ}$ ed. 1933; M. J. Bliguet, Le point d'inertion de la Grâce dans l'homme, in Rev. sc. phil. théol., 12 (1923), p. 47 sgg.; G. De Broglie, La place du surnaturel dans la philos. de st Thomas, in Rech. des sc. relig., 13 (1924), pp. 193-243, 481-97; P. Ehrardt, Le surnat., Avignone 1930; A. Verriele, Le surnat. en nous et le péché originel, Parigi 1932; M. Blondel, Le problème de la philos. cath., ivi 1932: sul pensiero di Blondel, v. B. Romeyer, La philos. relig. de M. Blondel, ivi 1943; H. De Lubac, Surnaturel. Etud. histor., ivi 1946 (opera storica e teologica che ha suscitato molte critiche, specialmente per la tendenza ad eliminare un ordine ed un fine semplicemente naturale dell'uomo via dal punto di vista storico che in linea di ipotesi); G. De Broglie, De fine ultima humanae vitae, ivi 1948 (sottopone l'opera del Dr. Lubac a diligente analisi critica); A. Michel, Surnaturel, in DThC, XIV, II; coll. 2849-59. V. anche bibl. sotto le voci deglierio naturale di didi: natura pura e in Z. Alszeghi, La teologia dell'o. s. nella scolastica antica, in Gregorianum, 31 (1930), pp. 414-50, specialmente pp. 444-48.
IV. Potenza obbedienziale. - E la capacità di ogni essere creato a ricevere in sé l'azione di Dio coi suoi effetti. S. Tommaso così la descrive (De virtutibus in communi, q. unica, art. 10, ad 13): «In tota creatura est quaedam oboediantialis potentia, prout tota creatura obedit Deo ad suscipiendum in se quidquid Deus voluerit».
I teologi differiscono nella concezione della potenza obbedienziale secondo i diversi modi con cui intendono e spiegano quel rapporto.
I tomisti, sulle orme di s. Tommaso (De veritate, q. 29, a. 3, ad 3; Sum. Theol., $3^{\text {a }}$, q. 11, a. 1), stanno per una cetta distinzione tra i due ordini e quindi per la perfetta trascendenza del s. Conseguentemente distinguono in ogni creatura una potenza naturale passiva o capacità di ricevere dagli agenti naturali perfezioni proporzionate alle sue condizioni proprie, e una potenza passiva s., che è capacità di ricevere da Dio quelle perfezioni, che non impertano ripugnanza metafisica per la natura che le riceve. Questa potenza passiva è pura capacità e non dice ordine diretto alla perfezione, ma a Dio che gliela può largire, se vuole. Così, p. es., l'intelletto umano è naturalmente capace di ricevere le specie intelligibili astratte dai fantasmi, ma non può vedere intuitivamente l'essenza divina, se Dio non lo eleva e non lo dispone con la Grazia e il lume della gloria. Pertanto l'intelletto umano nulla può fare con le sue forze per attingere la visione beatifica, anzi non può neppure desiderarla esplicitamente (v. deHiberio naturale di Dio).
Contro questa dottrina tomistica gli scotisti (cf. Scoto, Opus Oxoniense, IV, d. 49, q. 9) sostengono che, essendo intimamente connessi l'ordine naturale e l'o. s., la potenza obbedienziale non è pura capacità passiva, né appartiene alla sfera soprannaturale, ma è innata tendenza a raggiungere un oggetto di ordine superiore, a cui è naturalmente aperta, senza un intervento speciale di Dio. Anche il Suárez si discosta dal tomismo, attribuendo alla potenza obbedienziale una certa innata virtualità in ordine al s. Gli autori che, come il Blondel, tendono a moderare la trascendenza del s. con una forma attenuata di immanenza preferiscono logicamente la teoria scotistica. Qui, come nella questione del rapporto tra i due ordini, naturali e s., bisogna evitare gli estremismi. Affermare una tendenza innata a una capacità attiva della natura di fronte al s., equivale a porre nella natura una vera esigenza dell'oggetto che la trascende. E questo è inconciliabile con la dottrina cattolica esposta da Pio X nell'encicl. Pascendi. D'altra parte ridurre la potenza obbedienziale a una pura passività inerte, sembra suggerire il concetto di un s. del tutto estraneo alla natura e
## Page 586
alla psicologia dell'uomo, in cui pure si attua in maniera vitale. Occorre dunque concepire la potenza obbedienziale come un'apertura dello spirito che, specialmente in seguito al peccato originale, è agitato dalla nostalgia verso il mondo superiore perduto. Una potenza, dunque, quasi dinamica sebbene inefficace e impari al conseguimento dell'oggetto senza la Grazia divina (v. desiderio naturale di dio; immanenza).
BibL.: G. de Broglie, De la place du surnaturel dans la philos. de st Thomas, in Rech. de se. relig., 14 (1924), pp. 481-96; P. Martin, De potentia passiva hominis ad Gratiam et de potentia obedient, in Epitom. theol. Lovan., 1 (1924), pp. 352-54; G. Laporta, La notion d'appétit naturel et de puissance obédientielle chez st Thomas d'Aq., ibid., 5 (1928), pp. 257-77; V. Doucet, De naturali seu innato supernaturalis beatitudinis desiderio invito theologos a sec. XIII usque ad XX, in Antonianum, 4 (1929), pp. 167-208; A. Verriele, Le surnaturel en nous et le péché originel, Parigi 1932, pp. 49-62; R. Ritzler, De naturali desiderio beatitudinis supernat. ad mentem s. Thomaz, Roma 1938; L. B. Grillon, Béatitude et désir de cuir Dieu au moyen âge, in Angelicum, 26 (1949), pp. 3-30, 113-42.
Pietro Parente
SORA: v. aQuino, sORA, PONTECORVO, dIOcesi di.
SORDELLO. - Trovatore italiano, n. a Goito ca. il 1200 , m. ca. il 1269 .
Dopo una gioventù avventurosa e turbolenta (a Ricciardo di S. Bonifacio rapi in Verona la moglie Cunizza, per volere del fratello di costei, Ezzelino III da Romano), in Provenza, ove cercò scampo presso il conte Raimondo Berengario IV, sembra abbia assunto più corretto tenor di vita, che giustifica la sua fama di gentil cavaliere. Fu al seguito di Carlo I d'Angiò nella spedizione in Italia: in un breve del 22 febbr. 1261 papa Clemente IV rintacciava al Re la sua ingratitudine verso S., di cui celebrava le lodi. Nel 1269 S. riceveva dall'Angioino l'investitura di alcuni castelli d'Abruzzo. La seconda fase della vita di S., nonché la suggestione del Campianto in morte di ser Blacatz, violenta satira dei sovrani del tempo, e dell'Ensenhamento de honor, codice del vivere eletto, spiegano la celebrazione che ne fa Dante nel canto VI del Purgatorio. Di S. l'Alighieri ebbe anche a lodare, nel De vulgari eloquentia, la leggiadria del linguaggio poetico. Ci restano, oltre le poesie citate, altre 45 liriche in cui su qualche nota lasciva prevale il vagheggiamento platonico della donna amata e cantata con accenti che preludono al dolce stil nuovo.
BibL.: C. De Lollis, Vita e poesia di S. di G., Halle 1896; G. Bertoni, Nuove rime di S., in Giorn. stor. lett. ital., 38 (1901), pp. 269-309; id., S. e Reforzat, in Studi romanzi, 12 (1915), pp. 187-209; V. De Bartholomaeis, Poesie provenzali storiche relatise all'Italia, II, Roma 1931, pp. 62-63, 71-78, 134-263; F. A. Ugolini, La poesia provenzale e l'Italia, Modena 1939, p. 55X 559.
Enzo Navarra
SORDI, Domenico e Serafino. - Due tra i cinque fratelli S. piacentini, tutti gesuiti, che si distinsero per il contributo dato al rinnovamento della filosofia scolastica nel sec. xix, seguendo l'indirizzo ricevuto dal can. Vincenzo Buzzetti, loro maestro nel Seminario di Piacenza.
Domenico (n. a Centenaro di Piacenza il 30 apr. 1790, m. a Piacenza il 10 dic. 1880), insegnando etica e diritto naturale a Napoli (1829-30), fu il principale collaboratore del Taparelli (v.) nella riforma degli studi nel nuovo scolasticato napoletano, ma per il suo atteggiamento imprudente fu allontanato dall'insegnamento e non lasciò scritti filosofici. Invece Serafino (n. a Centenaro di Piacenza il 3 febbr. 1793, m. a Verona il 17 maggio 1865), esercitò un notevolissimo influsso nella rinascita tomista con l'insegnamento, con gli scritti, con il contatto con uomini eminenti quali il Taparelli, il Curci e Giuseppe Pecci. Insegnò a Ferrara, Modena, Forlì, Spoleto, fu rettore a Urbino, Modena, Piacenza e Reggio, provinciale a Roma, scrittore a La Cividità Cattolica. Scrisse parecchi opuscoli di carattere filosofico esaminando e criticando le idee filosofiche di Gioberti, Rosmini (Lettere intorno al Nuovo Saggio sull'origine delle idee dell'ab. A. Rosmini, Modena 1843; I primi elementi del sistema di V. Gioberti dialogizzati tra lui e un
lettore dell'opera sua, Bergamo 1849; I misteri di Demofila per S. S. professore di filosofia, Torino 1850); altri scritti in cui espone il suo pensiero filosofico rimasero inediti e alcuni sono stati recentemente pubblicati ( $O n$ tologia, Theologia naturalis aliaque philosophica scripta, a cura di P. Dezza, Milano 1941-44). Benefici suoi primi studi fossero di indirizzo non scolastico, venuto a contatto con il pensiero tomista ne fu preso d'ammirazione e da allora non ebbe più incertezze ed esitazioni, donde la convinzione profonda che traspare dai suoi scritti, insieme con una penetrazione e acutezza di speculazione, solida logica nello sviluppo del proprio pensiero, conoscenza vasta di autori e sistemi moderni, chiarezza di esposizione. Di carattere modesto e riservato fino a pubblicare anonime alcune opere, il suo nome non ebbe la risonanza che la sua opera meritava.
BibL.: Sommarvogel, VII, coll. 1389-90; Hurter, V, 1, col. 1388; A. Masnovo, Il neotomismo in Italia, Milano 1923, pp. 142-72; E. Ferrari, I fratelli S. e il neotomismo in Italia, in Il filosofia can. Buzzetti, Piacenza 1925, pp. 105-24; P. Pirri, Intorno alle origini del rinnovamento neotomista in Italia, in Cic. Catt., 1927, 1, pp. 107-21, 309-409; 1928, ir. pp. 215-29, 396-411; P. Dezza, Alle origini del neotomismo, Milano 1940, pp. 63-76 (D. Sordi), pp. 29-64 (S. Sordi). Paolo Dezza
SORDINI, Caterina. - In religione Maria Maddalena dell'Incarnazione, fondatrice delle Adoratrici perpetue del S.mo Sacramento, n. a Porto S. Stefano (Grosseto) il 16 apr. 1770, m. a Roma il 29 nov. 1824.
Entrata tra le Francescane del Terz'ordine ad Ischia nel 1788, ed eletta superiora nel 1802, si sentì spinta ad attuare un ordine divino, già ricevuto in una visione, di fondare un convento, dove fosse instaurata l'adorazione perpetua. Passata, perciò, con due consorelle a Roma nel 1807, acquistò dai Carmelitani la casa e la chiesa dei SS. Gioacchino ed Anna alle Quattro Fontane, dove l'8 luglio ebbe inizio il nuovo Istituto delle Adoratrici. Il 2 febbr. 1808 ne furono approvate le Costituzioni e concessa l'esposizione continua del S.mo Sacramento; il 22 luglio 1818, l'Istituto ebbe la conferma di Pio VII, rinnovata in seguito da Gregorio XVI (1838), Leone XIII (1898) e Pio XI (1927). Sotto Gregorio XVI ottenne un convento più ampio (S. Maddalena al Quirinale, ora S. Gioacchino dei Monti) e non tardò a propagarsi in Italia, in Europa e nelle Americhe.
BibL.: G. Bideschi, Breve storia della fondazione delle Religiose perpetue adoratrici del Divin Sacramento, Napoli-1839; G. Renenti, Anima eucaristica. Vita uella serva di Dio M. M. dell'I..., Grottaferrata 1929; anon., Venite adoremus! Vita della serva di Dio M. M. dell'I., Milano 1938. Celestino Testore
SORDOMUTI. - Quanti mancano di facoltà uditiva e vocale. Nella forma congenita, o che si sviluppa nei primissimi anni della vita, pur potendo dipendere da difetti degli apparati periferici, il sordomutismo spesso è legato a "sordità verbale" per lesioni corticali e sottocorticali del lobo temporale (audimutismo sensorio).
Il danno di tali regioni encefaliche può esser prodotto attraverso un meccanismo germinale, in rapporto a fattori ereditari (alterazioni genotipiche o idiotipiche), o a traumi subiti durante la gestazione e il parto, o a malattie infettive (meningo-encefaliti) che colpirono l'individuo nel periodo della vita intrauterina o nei primi anni dopo la nascita. Molti ritengono che i s. frequentemente sono figli di consanguinei (particolarmente cogini); non raramente il sordomutismo è legato al creinismo. Il difetto può essere completo o soltanto parziale per cui rimangono conservati residui più o meno abbondanti di capacità uditiva. Il sordomutismo vero va distinto dal mutismo per ritardo di sviluppo (S. De Sanctis), che non si protrae di solito oltre il terzo anno di vita ed è d'origine familiare; né va confuso con l'audimutismo motorio in cui, pur essendo integro l'apparato uditivo e conservata l'audizione verbale, l'individuo è incapace di parlare spontaneamente.
Il sordomutismo, se non suscettibile di educazione
## Page 587
o abbandonato a se stesso, conduce a un arresto delle facoltà psichiche e a grave deficienza del patrimonio intellettivo.
BibL.: E. Tanai-E. Luopro, Trottato delle malattie mentali, Milano 1923, v. indice; G. Moglie, Manuale di psichiatria, Roma 1946, pp. 142, 360; E. Boganelli, Carpo e spirito, ivi 1951, pp. 27-28, 23-35; G. De Ninno, Questioni medico-mentali, ivi 1951, pp. 168-69, 175, 197.
Giuseppe de Ninno
I. Educazione. - Pedagogicamente i s. possono considerarsi come anormali sensoriali; possiedono, infatti, la capacità di esprimere i loro pensieri e desideri in altri modi, che non siano, almeno sugli inizi, la parola parlata, p. es., con la mimica dei gesti, il diverso collocamento e intreccio delle dita, la scrittura. Donde, favorito dallo sviluppo delle scienze sperimentali, lo studio di ritrovare e man mano perfezionare i metodi e i mezzi per superare il più perfettamente possibile l'anomalia del sordomutismo.
1. Storia L'occasione dell'intenso movimento moderno,

(da Madre Savina Petrilli, Roma 1818, p. ii)
Sordomuti - Una suora insegna ad una piccola sordomuta. Istituto nazionale s., diretto dalle Sorelle dei Poveri di S. Caterina - Genova.
cosi ampio ed efficace, in pro dei s. risale soltanto agli inizi del sec. xvi. Il distinto umanista Rodolfo Agricola (1443-85) aveva accennato di aver veduto, con grande sua sorpresa, un s. scambiare discorsi e ragionamenti con gli altri per mezzo della scrittura (De inventione dialectica, I. III, cap. 16); a questa meraviglia rispose il medico Girolamo Cardano (1501-76) osservando che la scrittura è associata alla parola, la parola al pensiero; ma che i caratteri scritti possono associarsi insieme anche senza l'intervento di suoni, per cui un s. può sentire leggendo e parlare scrivendo (Paralipomena, III, cap. 8: De surdo et muto litteras edocto). Di qui la conseguenza che la parola non è affatto necessaria allo sviluppo della intelligenza, quantunque ne sia il mezzo più efficace e adeguato e che per mezzo di una sostituzione di stimoli sensoriali si può portare il s. alla espressione visibile del suo pensiero per mezzo di segni che fanno appello alla vista, posto che gli appelli per altre vie restano impervi e insuperabili.
Rimaneva, ora, il compito di trovare praticamente il modo di attuare questa constatata possibilità di istruire il s. Il primo tentativo fu intrapreso dal monaco benedettino Pedro Ponce de León (1520-84) del monastero di S. Salvador di Oña. Partendo dal principio che la parola parlata non è soltanto un fenomeno uditivo, ma anche visivo, egli pensò di indurre il s. a imitare i movimenti che compie l'organo vocale nell'atto stesso di pronunciare una determinata lettera alfabetica o sillaba o parola; cosi, imitando l'elemento visibile si poteva arrivare ad ottenere la produzione, da parte del s., anche dell'elemento udibile. Adottata come mezzo iniziale la scrittura, riuscì a far pronunciare al s. tutte le lettere dell'alfabeto, poi le varie sillabe e infine le varie parole; i nomi dei vari oggetti da esse rappresentati, a fare calcoli, recitare con senso le preghiere, confessarsi oralmente. Non lasciò nulla di scritto intorno al suo metodo; ma non molto dopo il sacerdote aragonesc Juan Pablo Bonet, che ne segul i procedimenti, li espose anche in un trattato teoricopratico: Reducción de las letras y arte para enseñar a hablar los mudos (Madrid 1620), primo trattato di didat-
tica speciale per i s. Egli si servi di un alfabeto manuale, inventò un sistema di segni visibili, rappresentanti il suono delle parole e diede anche una descrizione della posizione degli organi vocali nella pronuncia delle singole lettere, aggiungendo suggerimenti efficaci, ancora in uso presso i moderni cultori dell'articolazione vocale e della lettura labiale.
Il fisico gesuita Francesco Lana Terzi (1631-87), dopo aver accennato ad alcuni esempi di ottima riuscita del metodo orale, si indugia a descriverne l'arte "veramente mirabile", la stessa del Ponce e del Bonet, osservando che "ognuno di noi, anche prima che avesse l'uso di ragione, imparò a proferire le parole con meravigliosa industria della natura che, stimolata dalla necessità, si affaticava di imitare l'altrui parola con dare alle labbra diversi moti, fin tanto che ritrovasse quello che articolava la ricercata parola " (Prodromo owero Saggio di alcune invenzioni nuove, Brescia 1670, p. 48). Anche il celebre filologo Lorenzo Hervas y Panduro (1735-1809), missionario in America, pubblicò : Escuela española de surdo-mutas (2 voll., Madrid 1795), in cui insiste specialmente sul metodo di insegnare al sordo il significato delle parole astratte, dei termini della filosofia, teologia, sociologia, ecc.
Frattanto il metodo del Bonet si diffondeva nell'Inghilterra e nella Scozia per opera di Kenelm Digby (1603-65) seguito da alcuni membri della Società fonosofica di Londra, soprattutto da John Bulwer (1600-69), il quale con le sue opere : Chirologia e chironomia (Londra 1644) e Philocophus (ivi 1648) si propose di dimostrare che il fenomeno acustico della parola si trasforma per il sordo in fenomeno visivo, in cui è riposta l'essenza della lettura labiale, che rende utilizzabile nella vita sociale la parola articolata con o senza fonesi, nelle reciproche relazioni fra s., e fra s. e udenti parlanti. In questo modo completava la teoria del Bonet, che aveva trascurata la lettura labiale per fermarsi sulla comunicazione con l'allievo mediante un alfabeto manuale. Lo seguirono altri membri : John Wallis (1616-1703), William Holder (16161698). Tutti costoro trattarono l'argomento in opere a parte, riconoscendo agli istruttori dei s. un posto eminente nella storia della fonetica. Sulla stessa linea sono da ricordare per la Scozia Giorgio Delgarno (1628-87) di Aberdeen, che pubblicò nel 1661 Ars signorum e nel 1680 Didascolocophus or Deaf and dumb man's tutor, inventando un duplice alfabeto manuale; per l'Olanda, G. R. von Helmont (1618-99) con la sua dissertazione pubblicata nel 1682: Surdus loquens, e Giovanni Corrado Amman (1689-1724), originario svizzero, che nel 1700 pubblicò Dissertatio de loquela, lavoro che occupa uno dei primi posti nella letteratura didattica del sordomutismo.
La Germania, in questo campo, non ereò nulla di originale, ma tradusse parecchie delle opere accennate e le pose efficacemente in pratica. Vi si distinse soprattutto Samuele Heinicke (1729-90), chiamato il grande paladino del metodo orale (contro il metodo dei segni dell'abate de L'Epée), che fondò a Lipsia nel 1778 il primo istituto pubblico per i s. in Germania e diede una più logica applicazione ai principi fissati dal Bonet, dal
## Page 588
Wallis e dall'Amman. In questo arringo l'avevano preceduto Guglielmo Kerger (1620-85), Giorgio Raphel (16731740) e Ferdinando Arnoldi (1737-83). Lo segui, invece, Federico Maurizio Hill (1803-74), considerato come il vero fondatore del cosiddetto "metodo tedesco", in contrapposizione al "metodo francese".
Il quale venne proclamato e divulgato dall'ab. Carlo Michele de l'Epée (1712-89). Preso da compassione per la triste condizione dei s., volle rimediarvi e avendo osservato come essi, prima ancora di ricevere qualsiasi istruzione, comunicavano tra di loro nel gioco e in altre occupazioni con una specie di pantomima e usavano gesti naturali significativi di oggetti e delle loro qualità e poteri, si fissò sull'idea di servirsi, come mezzo di istruzione, del linguaggio dei segni. Se le parole sono segni convenzionali delle idee, perché non lo possono essere anche i gesti naturali? Si rese perciò familiari i non molti gesti osservati, altri ne aggiunse di propria inventiva e nel 1760 aprì a Parigi la prima scuola per s., che resse fino alla morte, lasciandovi, come successore, l'ab. Ambrogio Sicard (1742-1822), che introdusse importanti perfezionamenti a colmare l'opera lacunosa del suo predecessore.
La scuola di Parigi assurse ben presto a fama europea e mondiale, sia perché il metodo dei segni era più facile ed estensibile ad un numero maggiore di s., sia perché vi furono invitati educatori di ogni nazione, che seppero poi muovere i rispettivi governi o gruppi di persone benefiche a istituire altre scuole nelle varie nazioni, in cui fossero applicati i metodi appresi alla scuola del de l'Epée e del Sicard. Così da Roma vi giunse il sac. Tommaso Silvestri, il quale poi nel 1784, per l'interessamento dell'irrocato concistoriale Pasquale di Pietro, che l'aveva inviato a Parigi, fonderà a Roma il primo istituto italiano per s.; dall'Austria il sac. F. Stork e G. May, che aprirono poi un istituto a Vienna nel 1779; dalla Svizzera il parroco Keller (1728-1802). Né l'America rimase indietro nel movimento ormai avviato. Già l'istituto dei s. sorto ad Edimburgo nel 1760 per opera di Tommaso Braidwood aveva tentato di stabilire nel 1812 altre scuole in Virginia, Nuova-York e Baltimora, ma con esito negativo. Perciò venne inviato in Europa il sac. Tommaso Hokins Gallaudet, il quale, incontratosi con l'ab. Sicard, ne visitò la scuola a Parigi, ne studiò i metodi e ne ottenne, come aiuto per la sua futura impresa, il migliore degli alunni, Lorenzo Clerc. Tornato in patria fondò ad Hartwood (Connecticut) il primo istituto americano per s. nel 1817.
Si entra così, dopo un cammino abbastanza lento ed aspro, nel sec. xix, che a ragione può chiamarsi per tutte le nazioni civili il secolo d'oro dell'assistenza ai minorati dell'udito e della parola, sia per il numero di istituzioni sorte, sia per le decisioni prese in vari congressi in favore del metodo orale e dell'inserzione dei s. nella vita sociale comune.
Né si deve tacere che questo è dovuto in maniera tutta particolare alle iniziative e agli sforzi del clero secolare e regolare e delle numerose Congregazioni religiose femminili, le quali abbracciarono tra le loro attività anche l'educazione integrale dei s. avviandoli sia alla conquista della favella con metodi scientifici e apparecchi sempre più perfezionati, sia all'apprendimento d'un mestiere per la vita mediante le scuole artigiane.
In Italia, la fioritura fu veramente meravigliosa. Seguendo, a prova, la Guida D, Annuario della Scuola e della cultura, edito dal Centro Didattico Nazionale di Firenze (Firenze-Roma 1951, pp. 788-97) si hanno i seguenti Istituti :
a) Statali - Roma, Istituto statale per s., fondato nel 1841 dal governo pontificio; Milano, Istituto nazionale di Stato per i s., sorto nel 1805 come scuola privata ad opera del lionese Antonio Eyraud e dichiarato istituto governativo con decreto imperiale del 1818; Palermo, Istituto statale per s. di Sicilia, fondato nel 1834 da Ferdinando II di Borbone.
b) Riconosciuti - Alessandria, Istituto per s., fondato nel 1893 per iniziativa del sac. Federico Sbrocca; Assisi (Perugia), Istituto serafico per i s., fondato nel 1871 dal p. Ludovico da Casoria; Bari, Pio Istituto a Filippo Smaldone s, fondato e retto dalle Suore Salesiane dei SS.
Cuori, istituite dal sac. F. Smaldone; Bergamo, Istituto per s. d'ambo i sessi, sorto per iniziativa di carità cittadina, nel 1843, affidato alle Suore Canossiane, che lo lasciarono nel 1860; Bologna, Istituto a Gualandi s, fondato nel 1850 dai fratelli sacerdoti Cesare e Giuseppe Gualandi, istitutori anche di due Congregazioni religiose, maschile e femminile, appositamente per l'educazione dei s., sotto il nome di "Piccola Missione per i s."; Brescia, Pio Istituto a Pavoni s, fondato nel 1827 dal can. Ludovico Pavoni; Cagliari, Istituto dei s., fondato per iniziativa di Ignazio Argiolas nel 1882 e affidata alle Figlie della Carità; Catanzaro, Istituto provinciale dei s., fondato nel 1859 dal sac. Luigi Aiello; Catania, Istituto a Maddalena di Canossa s, fondato dalle Suore Canossiane; Circolo didattico "Tito Minniti s, scuola statale ortolonica, ha funzionato nel 1949-50; Crema, Opera pia s. povere, fondata dalla b. Maddalena di Canossa nel 1840; Cremona, Scuola maschile per s., fondata nel 1847 da mons. Antonio Padovani e affidata alle Suore Canossiane; Istituto S. Canossiane, fondato dalle stesse nel 1947; Cimse, Istituto per s. e sordomute, fondato nel 1902 dalla locale Congregazione delle Suore di S. Giuseppe; Fano (Pesaro), Istituto "Palazzi Zavarese", per sordomute, fondato da mons. Pietro Bonilli, e affidato alle Suore della S. Famiglia; Firenze, Istituto nazionale per i s., sorto nel 1899 ad opera della Società fiorentina di Patronato per l'educazione dei s.; Genova, Istituto nazionale per s., sorto come scuola privata nel 1801 ad opera del p. G. B. Ottavio Assarotti (v.) scolopio, e nel 1805 diventata scuola ufficiale; Scuola statale per logopatici, fondata nel 1932-33 dal Comune; Istituto Contubernio d'Albertia, fondato nel 1866 da mons. G. B. d'Albertis, con Patronato per le ex alunne; Giulianova (Teramo), Istituto a Gualandi s, filiale di quello di Bologna, fondato nel 1903; Gorizia, Istituto provinciale s., fondato nel 1940 da mons. Valentino Stanig; Lecce, Istituto a Filippo Smaldone s, sorto nel 1883 per cura del sac. F. Smaldone; Licata (Agrigento), Scuola per s. (ortofonica) aperta nel 1947-48; Milano, Pio Istituto s. poveri, creato per iniziativa del conte Paolo Taverna e del sac. Eliseo Ghislandi. Il sac. Giulio Tarra vi profuse poi tutte le sue doti di ministro di Dio e di studioso dei problemi di psicologia, pedagogia e didattica; dipendono da questa casa : la "Casa lavoro" di Vedano Olona per le ex-allieve e la Casa dei sordoparlanti di Milano per la rieducazione dei giovani s. e ritrovo degli exallievi; Scuola speciale a Giulio Tarra s, aperta dal Comune nel 1919 per otologopatici; Molfetta (Bari), Istituto provinciale a Apicella s sorto nel 1863 per cura del sac. Luigi Aiello; Modena, Istituto delle Figlie della Provvidenza per le sordomute a Severino Fabriani s, sorto nel 1822 per iniziativa del sac. S. Fabriani; Magliano Veneto (Treviso), Istituto provinciale s.; Mompiano (Brescia), Istituto Canossiano per sordomute, fondato nel 1856 dalla canossiana Giulia Fantasia; Monte Olimpino (Como), Istituto provinciale sordomute, delle Suore Canossiane, riconosciuto idoneo nel 1936; Napoli, Istituto s., fondato nel 1778 dal sac. Benedetto Cozzolino, e riorganizzato nel 1890 dal prof. Ernesto Scuri; Pia Casa arcivescovile per s. e sordomute, sorta nel 1856 per opera del sac. Luigi Aiello, ora diretta dai Salesiani; Noventa Padovana (Padova), Istituto per s., pia fondazione Elena Vendramin Calergi ved. Valmarana, affidata alle Suore Canossiane; Oneglia (Imperia), Istituto s., fondato nel 1852 dal p. G. B. Negri, scolopio; Pavia, Pio Istituto s., sorto nel 1850 per cura di mons. Angelo Ramazzotti; Roma, Istituto a Gualandi s (filiale di quello di Bologna), sorto nel 1884; Istituto a Filippo Smaldoni s, filiale di quello di Lecce, fondato e retto dalle Suore Salesiane dei SS. Cuori; Saliceto (Modena), Educatorio per s. "Tommaso Pellegrini"; Sassari, Istituto per s., creato dalle province di Sassari e Nuoro nel 1925; Siena, Istituto a Pendola s, fondato nel 1828 dal p. Tommaso Pendola, scolopio; Sondrio, Istituto s., fondato dal sac. Emilio Citterio; Spoleto (Perugia), Istituto Nazareno per sordomute, fondato nel 1887 a Cannaiola da mons. Pietro Bonilli e trasferito a Spoleto nel 1898, affidato alle Suore della S. Famiglia; Torino, Istituto per s., fondato nel 1835 dal sac. Francesco Bracco di Acqui; Isti-
## Page 589
tuto s. "Lorenzo Prinotti", sorto nel 1881 per iniziativa del sac. L. Prinotti; Trento, Istituto s., fondato nel 1833 dal vescovo Giovanni de Tschiderer; Trieste, Scuola provinciale per s., istituita nel 1882 dal maestro Federico Camus; Verona, Istituto "Provolo ", fondato nel 1829 dal sac. Antonio Provolo, il quale tra le materie d'insegnamento introdusse, e con esito soddisfacente, anche il canto.
c) Istituti prinoti, non riconosciuti dallo Stato - Chiavari (Genova), Istituto "Ottavio Assarotti", fondato nel 1878 dallo scolopio G. B. Ottavio Assarotti; Piacenza, Istituto s. "Madonna della bomba", sorto nel 1903 per iniziativa del canonico Francesco Torta; Istituto sordomute "Scalabrini", fondato nel 1880 dal vescovo mons. G. B. Scalabrini; Salerno, Istituto "Filippo Smaldone", aperto nel 1908 dalle Suore Salesiane dei SS. Cuori, fondate dal sac. F. Smaldone.
Come si rileva da questo rapido elenco, dei 34 istituti accennati la massima parte è stata fondata ed è retta dal clero o dalle suore.
d) Scuole di metodo - Per la preparazione degli insegnanti specializzati per l'istruzione dei s.: Milano, Scuola di metodo "Girolamo Cardano ", annessa all'Istituto statale dei s.; Roma, Scuola di metodo "Tommaso Silvestri "; Siena, Scuola di metodo "Tommaso Pendola".
2. Istitodi e congressi. - Il sec. xix non vide soltanto il rapido fiorire di istituti per i minorati dell'udito e della parola, ma anche il ragionevole trionfo del metodo orale su quello dei segni, cioè della cosiddetta scuola tedesca su quella francese. E ciò in conseguenza delle accese controversie sorte fin dal principio fra S. Heinicke, propugnatore del metodo antico della parola parlata e l'abate de l'Epée, ideatore del metodo minico o dei segni, diffuso quasi dappertutto fuori della Germania. Questo, infatti, se era più semplice e più rapido nell'insegnare un maggior numero di segni rappresentativi di cose e di azioni (in grammatica: nomi e verbi), tendeva però ad una specie di agrammatismo, perché trascurava le parti del discorso che rappresentano i nessi logici del pensiero. Privo dell'insegnamento accurato mediante l'esercizio discorsivo e conversativo, il s. tendeva al minor sforzo, cioè all'espressione più accellerate del pensiero, per la quale erano sufficienti i nomi e i verbi. L'altro metodo, invece, abituava il s. a percepire la parola parlata e scritta e letta dal labbro con tale rapidità da seguire con l'occhio tutto il discorso, come se la udisse. Si risvegliò, pertanto, un'azione comune per la revisione dei metodi, fomentata da Davide Hirsch, direttore dell'Istituto di Rotterdam, e in seguito da Maurizio Hill e in Italia dal prof. Pasquale Fornari del R. Istituto di Milano e più ancora dal sac. Giulio Tarra, tutti favorevoli al ritorno del metodo orale. Fra i tanti congressi nazionali e internazionali radunati per discutere i problemi del nuovo indirizzo, quello che riveste importanza storica è il Congresso internazionale tenuto a Milano nel 1880, presieduto dal Tarra, dove fu appunto deciso il ritorno al metodo della parola parlata e la decisione fu accolta favorevolmente da tutte la nazioni. Da allora non si mirò che a dare al metodo una pratica sempre più semplice, ma anche sempre più aggiornata alle conquiste scientifiche. Non solo, ma si presero a studiare i mezzi per risolvere i vecchi e nuovi problemi che riguardano l'assistenza medica, pedagogica e sociale dei s. e la loro condizione civile e giuridica di fronte alla legislazione dei singoli Stati, la loro entrata nel diritto comune a tutti i cittadini.
3. Il nuovo metodo vibratorio. - Constatata la gioia dei s. nell'avvertire in se stessi vibrazioni e la maggior facilità che hanno di leggere dalle labbra dei maestri, quando simultaneamente captano vibrazioni attraverso un mezzo conduttore, il prof. T. Rutten, dell'Università di Nimega, introdusse nelle sue scuole dei s. la musica e la danza accompagnata dall'organo. Con questo ottenne che i s. giungessero a riferire diverse vibrazioni colte in sé dalle diverse note e da vari toni e anche dalle minime sfumature ai diversi colori e alle diverse posizioni delle membra e del corpo per intrecciare le danze più armoniose (cf. U. Piazza, Musica per ricostruire la vita, in Ecclesia, 10 [1951], pp. 94-96).
4. S. ciechi. - La teoria della vicarietà degli stimoli
di percezione della parola, ha reso possibile la ricerca di un metodo anche per l'educazione dei s. ciechi. L'iniziativa di questi procedimenti si deve al fondatore dell'Istituto per i ciechi di Boston, S. G. Howe (1801-76), il quale ottenne pieno successo nell'assistenza alla s. Laura Bridgman. La tecnica e la pratica dell'Howe condusse ad analoghi risultati in Elena A. Keller, educata da Anna Sullivan, cieca ed educata a sua volta a Boston; la Keller riusci a frequentare i corsi universitari e ad imparare le lingue straniere; come pure in Clarence Selby, poetessa e scrittrice, educata da suor Doates della Congregazione di S. Maria; in Lottie Sullivan, educata dalla signora G. W. Veditz, ecc. (cf. American annals of deaf, a cura di E. A. Fay, Washington giugno 1900). Fondamentalmente il metodo si serve del tatto nelle sue due immagini di senso-percezione, cioè contattopressione e forma-movimento. In questi procedimenti il tatto si affina tanto, che, come nel caso di E. Keller, può rilevare la parola del labbro di chi la pronuncia, posandogli, leggermente sulla faccia le tre dita della mano destra.
Biss., T. Pendola, Le istituzioni dei s., in Italia, $3^{e}$ ed., Siena 1867; G. Monaci, Notizie storiche sui R. Istii, dei s. di Genova, Gevona 1881; G. Ferreri, Il s. e la sua educazione, III, Siena 1896; id., Le istituzioni americane per l'educazione dei s., Palermo 1903; id., Documenti per la storia della educazione dei s., 2 voll., Siena-Milano 1903-21; id., Disegno storico dell'educazione dei s., 2 voll., Siena 1917-20; id., Contributi pedagogicodidattici della R. Suola di metodo "Girolamo Cardano", 2 voll., Milano 1927-30; E. Scuri, Heiniche e de l'Epée nella controversia intorno ai metodi d'insegnamento dei s., Napoli 1906; S. Heinicke, Del modo di pensare dei s., vers. it., Siena 1914; A. Gaddi, Contributi pedagogico-didattici della R. Scuola di metodo "Girolamo Cardano", $2^{2}$ serie, 2 voll., Milano 1934-38. Inoltre: F. A. Moeller, Education of the Deaf and Dumb, in Cath. Dec., V (1902), pp. 313-21 (con bibl.); H. Firth, Taubstummabildung, in Lex. der Pädagogik, V (1917), coll. 48-61 (con bibl.). Per l'educazione dei s. ciechi, cf. Mead Howe - Fl. Howe Hall, Laura Bridgman Dr Howe's famous pupil and what he taught her, Boston 1903: H. Keller, The story of my life, Boston 1902, vers. it., Firenze 1907; id., The Word I Live in, ivi 1910, vers. it., Milano 1910; H. Fietl, Taubstummblind, in Lex. der Pädagogik, V (1917), coll. $44-48$.
Celestino Testore
II. Il problema etico. - Nel campo etico interessa soprattutto il problema della capacità morale e giuridica dei s. 1) Circa l'imputabilità il CIC non ha norme specifiche, applicandosi i principi degli atti umani, ripresi dal can. 2201, che parla di incapacità al delitto se si ha difetto totale dell'uso di ragione, di diminuzione proporzionata in caso di difetto parziale. Non sono certo responsabili come i sani; e anche se educati pienamente, le condizioni psichiche possono importare una diminuzione di imputabilità, da risolversi dai periti caso per caso. 2) Il Cod. pen. ital. (artt. 96, 141, 219, 222), esclude ogni imputabilità nei s., incapaci di intendere o volere; l'ammette diminuita nel caso di infermità di grado minore, perseguibile giudizialmente, imponendo però il ricovero in stabilimenti di cura. Il Cod. civ. invece (art. 413) ammette la capacità giuridica, se il s. ebbe educazione sufficiente; con particolari cautele può testare (artt. 603603) e deporre in tribunale (Cod. prov. civ., art. 124). 3) Quanto ai Sacramenti valgono le norme generali sulla capacità di intendere; in caso di incapacità totale o quasi sono da trattare come infanti (Battesimo e Cresima). Se capaci di peccati almeno veniali o nel dubbio, possono ricevere (sotto condizione) l'Estrema Unzione e l'assoluzione in pericolo di morte; mentre per la Comunione e Confessione da sani si esige una certa capacità di capire il valore del Sacramento. Constando della capacità psichica. p. es., per l'educazione avuta, possono accedere ai Sacramenti come tutti: escluso l'Ordine per irregolarità ex defectu (can. 984, n. 2); per il matrimonio valgono i principi che regolano il difetto di consenso e l'ignoranza (can. 1081 sgg.), per cui se il s. non è capace di consenso o ignori quello che è indispensabile per il valore dell'atto (can. 1082) il matrimonio è nullo. Per la Confessione in particolare, v. confessione. Il can. 936, derogando al can. 934, facilita l'acquisto delle indulgenze anche per i s., in quanto è sufficiente che, per la recita di orazioni eventualmente prescritte, si uniscano agli altri con disposizioni interne, o privatamente recitandole manifestino i
## Page 590

(da Madre Savina Petrilli, Roma 1818. p. 18)
Sorelle dei Poveri di Santa Caterina da Siena - La Casa Madre dell'Istituto di S. Caterina - Siena
loro sentimenti con segni o le scorrano con l'occhio. - Vedi tav. LXIV.
Biel.: D. Prummer, Man. theol. moralis, III, $4^{4-5^{4}}$ edd., Friburgo 1928, nn. 189, 365, 556, 616, 755. Sisinio da Romallo
SOREL, Georges. - Sociologo francese, n. a Cherbourg il 2 nov. 1847, m. a Boulogne-sur-Seine il 30 ag. 1922. Esercitò per alcuni anni la professione d'ingegnere.
Dei suoi scritti (L'avenir socialiste des syndicats [1900]; Les illusions du progrès [1908]; La décomposition du marxisme [1908]; Matériaux d'une théorie du prolétariat [1919], ecc.) il più significativo resta Réflexions sur la violence (1908; trad. it. sulla $6^{a}$ ed. del 1923, Bari 1926). Egli è uno dei maestri del sindacalismo (v.) moderno e uno dei critici più scuti del marxismo (v.). Il suo pensiero politico-sociale è fortemente influenzato dal Bergson (v.) e dal bergsonismo, dalle filosofie dell'azione (v.) e della vita, tra cui bisogna annoverare la sua propria. Ciò spiega il suo disprezzo per la democrazia, espressione della mediocrità borghese e la sua critica severa dei "dogmi ciarlataneschi del sec. xviri. In questa condanna del mediocre egoismo, di cui la democrazia è espressione e nella contrapposizione ad esso della lotta eroica, dell'eccezionale e del vitale, il S. s'incontra con altri rappresentanti della Lebensphilosophie, quali Nietzsche (v.), Ortega, ecc.
Il punto di contatto essenziale tra S. e Marx (v.) è la lotta di classe come eliminazione radicale della società capitalista; per il resto, la "filosofia" del S. si muove su direttrici diverse da quella di Marx e precisamente si svolge sulla base di un assoluto volontarismo (v.) : la storia è divenire, azione, libertà, che si conquista attraverso la lotta violenta. Da qui il tema centrale della dottrina del S., la contrapposizione tra "mondo fantastico" e " mondo storico"; il primo, negazione del secondo, dipende dalla nostra attività, è creato dalla nostra volontà e perciò rende possibile la libertà. Agire ed esser liberi è crearsi un mito, che, sentito e voluto dalla massa, diventa sociale. Il mito si oppone all' "utopia ", prodotto dell' "intelletto" e non della volontà, modello o esemplare (nel senso platonico) di una società perfetta, alla quale si confrontano quelle esistenti (storiche) per riformarle o correggerle. Al contrario, il mito non modifica il mondo storico, lo distrugge; non si adatta, rivoluziona; non si dimostra e non si confuta, si attua con la lotta di classe e la violenza. In tal modo il volontarismo del S. sposta il socialismo dal piano intellettualistico e riformista della utopia (anche il marxismo è, secondo lui, appesantito da elementi utopistici) a quello del mito o della volontà appassionata e dell'azione libera, che, esaltata dal mito, irrompe e distrugge la situazione storica attraverso la lotta di classe totale e violenta. Questo il "sindacalismo", in cui il S. vede
l'espressione più alta del socialismo, l'affermazione delle virtù eroiche del proletariato, dello slancio vitale, che solo la guerra aperta e violenta può salvare dalle mortificazioni inevitabili, in cui vorrebbero imbrigliarlo il riformismo e le concessioni parziali. Alla violenza il socialismo deve " gli alti valori morali con cui offre al mondo moderno la sua salvezza" (Réflexions, p. 333). Oltre che espressione di energia vitale e di potenza d'azione, la violenza è infatti anche assertrice di valori morali, in quanto distrugga la "forza", che è propria della società e dello Stato borghese: la forza è dei deboli ed è oppressiva della libertà, la violenza è degli eroi che, negata la forza, rendono possibile una società di uomini liberi; la forza, potrebbe dirvi con Bergson, è della morale "statica", la violenza della morale "dinamica ", che è slancio ed eroismo. Il mito capace di alimentare, secondo il S., la lotta di classe e di mantenerla in uno stato continuo d'incandescenza è lo sciopero (v.) generale, il solo che possa tener desta la combattività del proletariato e segnare il passaggio dalla società capitalista a quella socialista; che è molto di più e diverso di un passaggio: è una "catastrofe", qualcosa di "grave, temibile, e sublime" (ibid., p. 168). il risultato di una potente energia spirituale. Né ha importanza che il mito si realizzi o no, in quanto il suo valore è nell'essere suscitatore di azione. Così il S. dà alla lotta di classe e al socialismo una portata non più economica ma spirituale; però il suo "mito", che prescinde da ogni situazione di fatto e vuole essere l'espressione dell'antintellettualismo, è anche esso una costruzione intellettualistica e perciò una utopia nel senso non migliore del termine.
Il S. ha avuto grande influenza sul movimento sociale francese e anche sul comunismo russo come pure, in Italia, sul fascismo (v.), che vide in lui, oltre che un sociologo volontarista e di spiriti nietzschiani e anche "dannunziani ", il critico di Wilson (v.) e di Versailles e il sostenitore delle rivendicazioni italiane. Bibl.: G. Perou, X. G., Parigi 1924; P. Perrin, Les idées sociales de S. G., ivi 1925: P. Angel, Essais sur S. G., 1: De la notion de la classe à la doctrine de la violence, ivi 1936; J. de Kadr, S. G. Het einde van een myrke, Amsterdam 1938; P. Th. Neill, S.s social myth., in The modern schoolmoms, 22 (1944-45), pp. 209-21: R. Humphrey, G. S., Cambridge, Mass., 1951.
Michele Federico Sciacca
SORELLE DEI POVERI DI SANTA CATERINA DA SIENA. - Fondate in Siena, l'8 dic. 1873, da Savina Petrilli (v.).
Il decreto di lode è del 5 sett. 1899. Le Costituzioni furono definitivamente approvate il 30 giugno 1906 e, revisionate in armonia col Codice, l'11 febbr. 1924.
Le suore si occupano dei poveri e dei sofferenti e in aiuto dell'infanzia: scuole, laboratori, asili, educandati, convitti, ricoveri, manicomi, ospedali, ricreatori. La Casa generalizia è a Roma, le suore sono oltre 750 in ca. So case.
Bibl.: Arch. della S. Congr. dei Religiosi, R. 39; G. Bonardi, Una volontà. M. Savina Petrilli, Torino 1937. Agostino Pugliese
SORELLE DELLA MISERICORDIA.- Fondate nella diocesi di Verona nel 1840, da Vincenza Puloni.
Il decreto di lode è dell'8 luglio 1931 e l'approvazione definitiva delle Costituzioni del 5 ag. 1941. Scopo: assistenza agli infermi, anche contagiosi, e istruzione ed educazione della gioventù specialmente povera (ospedali, ricoveri, sanatori, case di cura, orfanotrofi, asili, scuole comunali, scuole di lavoro). La Casa generalizia è a Verona. Le religiose sono oggi 2100 in 216 case.
Bibl.: Arch. della S. Congr. dei Religiosi, V. 92.
Agostino Pugliese
SORELLE MINIME DELLA CARITÀ DI MARIA ADDOLORATA (CAMPOSTRINI).- Sorte in Verona nel 1817 per opera della patrizia veronese Teodora Campostrini.
## Page 591
Approvazione pontificia nel 1833; approvazione temporanea della Costituzione nel 1940. Scopo: istruzione ed educazione cristiana delle giovani. La Casa generalizia è a Verona. Le suore sono 131 in 13 case.
Bib.: Arch. della S. Congr. dei Religiosi, V. 2.
Agostino Pugliese
SORETH, Jean, beato. - Generale dei Carmelitani, n. a Caen nel 1394-95, m. ad Angers nel 1471.
Designato all'insegnamento della Bibbia e delle Sentenze nell'Università di Parigi del 1430 , vi ottenne la licenza nel div. 1437 e il magistero nel maggio 1438 , assumendo la reggenza nel successivo sett. Dal 1430 fu provinciale di Francia. Nel Capitolo del 1451 fu eletto unanimemente priore generale di tutto l'Ordine. Intervenne attivamente negli avvenimenti ecclesiastici del suo tempo; da notare il suo fermo atteggiamento nelle sedizioni che turbarono la Chiesa di Liegi. Venerato presto come santo, il suo culto fu approvato nel 1866. Festa il 28 (27) luglio.
La grande opera del S. fu la riforma dell'Ordine. Aiuto efficacemente la Congregazione di Mantova e in tutte le province costitui conventi riformati per la rigida pratica dell'osservanza regolare. Valendosi di una bolla di Niccolò V (1452), promosse la fondazione di monasteri di monache carmelitane (tra le quali ricevette la duchessa di Brexagna, beata Francesca d'Amboise) e di fraternite del Terz'ordine secolare, per il quale compose la prima Regola.
Scritti: Expositio paraenetica in Regulum Carmelitarum, stampata a Parigi nel 1625 con la vita scritta da Walter de Terranova, suo socio, ristampata nello Speculum Carm. (I, Anversa 1680, pp. 689-741); Constitutiones Ord. Carm., approvate dal Capitolo generale del 1462, stampate negli aa. 1499, 1524, 1573; Troisième règle des Frères et Socurs de Nostre Dame du Mont Carmel, stampata dal p. Filippo della Visitazione nel 1675 e ristampata in Anal