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Nicola Turchi
SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA. - E il più antico, illustre, benemerito degli ordini cavallereschi (v.) e ripete le sue origini da quel quartiere che i mercanti di Amalfi avevano costituito a Gerusalemme, resistendo ai più fanatici ritorni di prepotenza musulmana. Era costituito da un fondaco commerciale con un ospedale di ricovero per pellegrini ed infermi ed una chiesa eretta in onore di S. Giovanni Battista. Quando nel 1099 i Crociati conquistarono Gerusalemme reggeva l'ospedale un Gerardo, forse amallitano, assistito da alcuni servienti, formando una specie di confraternita. Essi rivestirono un abito e mantello nero con croce bianca sulla spalla e si diedero un ordinamento proprio che Pasquale II, nel 1113, approvò.
Ebbe cosi origine un Istituto canonicamente eretto, riconosciuto dai principi di Occidente, sostenuto dalle elemosine e dai contributi di tutta la cristianità. Morto Gerardo, su cui lavorò la pia leggenda, nel 1120 , Raimondo du Puy (de Podio) provenzale, che gli successe nel governo, diede all'Istituto nuove funzioni militari-cavalleresche di protezione armata ai poveri ed ai pellegrini, e dal 1137 assunse anche il più largo compito della difesa del Regno latino di Gerusalemme e della guerra contro gli infedeli. Per questo il nuovo Ordine ricevette donazioni, non solo in Palestina, ma in tutto l'Occidente, privilegi sempre più ampi dai pontefici e dai sovrani, e fu ben presto in grado di costruire fortissimi castelli a difesa dei punti più pericolosi del Regno, di costituire, con gli indigeni, una cavalleria leggera a modo di quella degli infedeli (i Turcopoli) e di assumere spedizioni armate per iniziativa propria, mettendosi non di rado in contrasto con gli stessi re di Gerusalemme. Soggetti, come veri religiosi, alla diretta dipendenza del papa e distinti nei tre gradi di cavalieri propriamente detti, di chierici e di serventi, crearono anche nei diversi paesi di Occidente un'organizzazione di rase ("domus hospitales, mansiones"), ciascuna con ospedale per ricetto e difesa dei pellegrini e tutela delle strade nei punti di passaggio obbligato, con dotazione propria e con alcuni frati tutti di origine nobile, sotto un precettore (poi commendatore) per la custodia ed i servizi necessari; un gruppo di ospizi o commende formò un baliaggio, governato da un balivo (ball). In tal modo si provvedeva al reclutamento del personale necessario.
La caduta di Acri, dopo valorosa difesa, nel 1291 e la fine del Regno di Gerusalemme che ne consegui, non interruppero l'attività dei cavalieri. Essi trovarono ricovero dal 1292 al 1305 a Limisso (Cipro) presso il re Enrico di Lusignano, dove incominciò la potenza navale dell'Ordine che tentò anche una riconquista nel vicino continente e mise gli occhi sull'isola di Rodi (v.); nel 1308 riusci a togliere definitivamente l'isola all'Impero d'Oriente trasportandovi la propria sede. L'Ordine fu qui realmente sovrano, con flotta propria sulla quale inalberava la sua bandiera con la bianca croce in campo rosso, batteva moneta, costruiva difese e dimore sontuose. Dal 1344 al 1402 estese anche il suo dominio su Smirne, mentre organizzava spedizioni sulle città litoranee della Siria e sulla stessa Alessandria d'Egitto. Lo scisma d'Occidente portò discordia nell'Ordine che non si sottrasse alla rilassatezza di disciplina diventata generale, a quel tempo, nella Chiesa; di più la conquista di Costantinopoli (1453) per opera dei Turchi creò condizioni nuove nei
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mari d'Oriente e l'Ordine subj le conseguenze dell'allargarsi progressivo delle loro conquiste. Nel 1480 anche Rodi subì un duro assedio che riusci a superare, grazie al valore dei cavalieri guidati dal gran maestro Pietro d'Aubusson (v.); ma poi il 2I dic. 1522, mancato un sufficiente aiuto dall'Occidente, dovette piegarsi dopo disperata difesa. I superstiti si diedero a cercare un'altra sede ed intanto, per invito del Pontefice, unico loro superiore, sbarcati a Civitavecchia s'insediarono a Viterbo. Fu loro proposto di passare a Malta che dipendeva allora dalla Sicilia, cioè da Carlo V che, con la madre, ne era il sovrano. Clemente VII ch'era stato dignitario dell'Ordine li favorì, particolarmente quando, dopo il sacco di Roma, riprese le buone relazioni con Carlo V; sicché questi con diploma rilasciato a Castelfranco d'Emilia il 23 marzo 1530 cedette all'Ordine in a feudo perpetuo nobile e franco e le isole di Malta (v.) e Gozo e la città e castello di Tripoli assoggettando ad esso gli abitanti, con l'unico obbligo di offrire ogni anno, ad Ognissanti, un falcone o sparviere in ricognizione di dominio e di prestare il solito giuramento di fedeltà. Così l'Ordine otteneva la sua sede centrale quale feudo del Regno di Sicilia, senza cessare per questo di dipendere, come "religione", dall'autorità pontificia.
Malta divenne ben presto posizione chiave nel Mediterraneo per la sua importanza strategica, posta com'era fra i territori dominati dai Turchi e le nazioni cristiane. Rotto il governo del gran maestro Filippo Villiers de l'Isle Adam (1521-34) s'incominciarono quelle grandiose opere di fortificazione che ne fecero un propugnacolo inespugnabile, mentre si erigevano chiese e palazzi ancora più sontuosi di quelli dovuti abbandonare a Rodi, adornando la nuova residenza delle più belle espressioni dell'arte italiana. Intanto si provvedeva a dare agli abitanti i ne necessari ordinamenti civili badando a che il governo rimanesse completamente nelle mani del Gran maestro e dei capi delle otto lingue nelle quali l'Ordine era diviso, cioè di Italia, Castiglia e Portogallo, Aragona con Catalogna e Navarra, Francia, Alvernia, Provenza, Alemagna, Inghilterra. E sebbene, col distacco dell'Inghilterra e di gran parte della Germania, l'Ordine perdesse molta parte dei beni e fosse ben presto costretto a lasciare Tripoli, nulla perdette della sua potenza che gli permetteva di sorvegliare i movimenti dei Turchi sul mare e di tener viva la lotta contro i corsari. Due volte all'anno esso spediva in "carovana" le sue forze marittime, governate sempre da un ammiraglio della lingua italiana, in spedizione tutto intorno, mentre si teneva sempre pronto contro gli attacchi sull'isola; e memorabile fu l'assedio sostenuto dal 25 maggio al 7 sett. 1565 , eroicamente e vittoriosamente dal gran maestro Giov. de la Vallette (1557-68) contro l'esercito e la flotta turca risoluti a togliere di mezzo il più costante impedimento al loro incontrastato dominio sul mare. Così le galere di Malta parteciparono alla vittoria di Lepanto (1571) e furono di valido aiuto a Venezia nella guerra di Candia del secolo seguente. Un collegio gesuitico provvide all'istruzione secondaria, mentre si ritenne necessario da Roma stabilire a Malta una succursale della Inquisizione Romana. Una certa fastosità si palesa nel sec. xvir nelle usanze interne ed il gran maestro assunse il titolo di Altezza Eminen tissima; e nel sec. xviri si manifestano segni di decadenza, dovuti al diffondersi delle idee nuove, alle congiure ed alla insofferenza dei Maltesi dovute al progressivo assolutismo dell'Ordine nel governo; tuttavia ebbe origine in questa età il Gran Priorato di Polonia e nel 1797 il Gran Priorato di Russia per l'ambizione dell'imperatore Paolo che avrebbe voluto creare la lingua di Russia in seno all'Ordine. Invece si avvicinavano i giorni del tradimento. Il 7 giugno 1798 Napoleone con la flotta francese si avvicinava all'isola e senza colpo ferire, il 12, s'impadronì della fortezza ritenuta imprendibile. Il gran maestro Ferdinando von Hompesch (1797-99) rinunciò alla sovranità e l'Ordine il 27 luglio portò la sua sede provvisoria a Trieste sotto la protezione dell'imperatore Francesco. Protestarono i cavalieri russi ed elessero, il 7 nov. 1798, a Gran maestro l'imperatore Paolo che morì nel 1801 e nulla poté fare a difesa dell'Ordine. Intanto la
flotta inglese, dopo sconfitta quella francese ad Aboukir, s'impadroni di Malta nel sett. 1800; e sebbene per il Trattato di Amiens del 1802 Malta dovesse essere restituita ai cavalieri, gli Inglesi vi rimasero e nel Trattato di Parigi del 1814 se ne fecero riconoscere la sovranità che conservarono sino ad oggi. Deferita l'elezione di un nuovo gran maestro a papa Pio VII, fu nominato il 9 febbr. 1803 Giovan Battista Tommasi di Cortona che risiedette in Sicilia, e morto lui nel 1805 , il governo dell'Ordine, privo ormai della sua sede sovrana, fu affidato ad un luogotenente eletto dal consiglio e ratificato dal papa. Nel 1834 la sede dell'Ordine fu trasferita dalla Sicilia a Roma, dov'esso aveva un palazzo, residenza del suo rappresentante presso la S. Sede, il priorato sull'Aventino e la casa presso il loro d'Augusto. Finalmente il 29 marzo 1879 con bolla di Leone XIII fu ristabilito l'ufficio del Gran Maestro con sede a Roma; sussistono ancora i gran priorati di Roma, Lombardia e Venezia, Napoli e Sicilia, Boemia, Moravia, Austria e dodici associazioni di cavalieri divisi per nazioni. I cavalieri sono: di giustizia, ed emettono voti; di onore e devozione, che non emettono voti ma sono ammessi con prove di nobiltà. Vi sono poi le dame di onore e devozione per le quali pure sono richieste le prove di nobiltà. Sono pure affigliati all'Ordine i cavalieri gran croce magistrali, i cavalieri magistrali ed i donati di giustizia e quelli di grazia divisi in tre classi. Il clero è composto di cappellani conventuali e cappellani di obbedienza.
Perduta la sovranità territoriale e cessata anche la sua attività militare, l'Ordine ha ripreso il suo iniziale compito della beneficenza secondo le moderne esigenze, col provvedere al servizio dei feriti di guerra, alle vittime dei disastri sismici o di altre gravi necessità sociali ed alla assistenza dei malati in occasione di gravi epidemie dove speciale si presenta il bisogno. Per questo con i frutti dei suoi beni e con contributo dei suoi soci ha potuto mettere insieme moderno materiale ospedaliero, ed arruolare un suo personale che, in modo particolare, nella prima guerra mondiale, prestò lodevolissimo servizio sui treni ospedali e negli ospedali apprestati appositamente grazie alle speciali convenzioni col governo italiano; anche nella seconda guerra mondiale l'Ordine contribuì al trasporto dei feriti con gli serei. Fu sempre presente in occasione dei terremoti che desolarono intere regioni, svolgendo l'opera sua affiancata a quella della Croce Rossa. La recente sentenza cardinalizia del 24 genn. 1953 riconobbe all'Ordine le qualità di religioso e di sovrano alle dipendenze della S. Sede, per il tramite rispettivo della S. Congo, dei Religiosi e della Segreteria di Stato. - Vedi tav. LXV.
Bib.: è contenuta in F. de Hellwald, Bibliogr. method. de l'Ordre Suor. de St. Jean de Jérusalem, Roma 1882, completato poi da E. Rossi con aggiunto del 1024 e del 1929 e T. Guarnaschelli-E. Valenziani in Archivio storico di Malta, 1938, p. 436 sgg. Il primo vero storico dell'Ordine fu con la sua opera monumentale A. Bosio, Dell'istoria della S. Religione et Ill.ma Militia di S. Gimanni, Roma 1594, e 1802, Napoli 1683; J. Doleville Le Roul, Cartulaire général de l'Ordre des Hospitaliers de S. fean (1110-1310), Parigi 1894-1901; Th. M. de Pierredon, Histoire politique de l'Ordre sono. de Malte, Parigi 1926; G. Cansacchi, L'O. di M. e le sue commende famigliari nell'ordinamento giuridico ital., Temi Emiliana 1927 sgg.; A. Visconti, La sovranità dell'Ordine di Malta nel diritto italiano, in Riv. di diritto privato, 6 (1936), parte 2a, pp. 195-215; G. Cansacchi, La personalità di diritto internaz. del S.O.M. di Malta, in Il diritto eccles., 47 (1 936), pp. 89-118; C. Bottarelli-M. Monterisi, Storia politica e militare del Sovrano Ordine di S. Giov. di Gerusalemme, 2 voll., Milano 1940; G. C. Boscopè, L'O. S. di M. e gli Ordini equestri della Chiesa nella storia e nel diritto, Milano 1941. Si hanno pure i periodici: Archivio storico di Malta, Rivista S.M.O. di Malta oltre gli articoli contenuti nella Rivista arabica. Numerose pubblicazioni illustrano diversi momenti della storia dell'Ordine o alcuni dei personaggi più illustri o delle diverse istituzioni e luoghi dell'Ordine.
Pio Paschini
SOZOMENO. - Salamanes Ermias, secondo Fozio (Bibl., 30). Storico ecclesiastico, n. da famiglia cristiana nel villaggio di Bethelia presso Gaza e vissuto in un ambiente in cui erano vivi i ricordi del monaco Ilarione. Ignote le date di nascita e di morte.
Divenne avvocato, visse a Costantinopoli, dove dedicò la sua Storia ecclesiastica all'imperatore Teodosio II
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Spada, Virgilio - Isole fra le Vie Borgo Vecchio e Borgo Nuovo, da Piazza S. Pietro a Piazza S. Giacomo, con il valore locativo delle singole case. Disegno autografo di V. S. - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 11457, f. 6.
Questa storia era stata preceduta (Hist. eccl., I, 11, 12) da una più sintetica che narrava la storia della Chiesa dall'Ascensione fino a Licinio, che è andata perduta. La Storia ecclesiastica consisteva di nove libri e doveva giungere al 439 ; il testo conservato va fino al 425 ; ne manca per ragioni sconosciute la fine (forse la metà di un libro).
L'opera fu scritta dopo il 443 e presuppone la conoscenza della Storia ecclesiastica di Socrate. Oltre a Socrate l'autore ha usato scritti sinodali, epistole degli imperatori, leggi ed altri documenti. Egli ha trovato questo materiale ufficiale in gran parte nella collezione di Sabino (cf. P. Batiffol, Sozomène et Sabinos, in Byzantinische Zeitschrift, 7 [1898], p. 265 sgg .) e nella Historia Athanasii (P. Batiffol, Le Synodihon de st Athanase, ibid., 10 [1901], p. 128 sgg .); inoltre ha conosciuto opere di Atanasio, Eusebio e Rufino. Per la storia profana dipende da Olimpiodoro. S. era giurista e non teologo e perciò non sempre chiaro nel suo giudizio, ma era uomo più, ammiratore della vita ascetica. Fozio è del parere che l'opera di S. superasse stilisticamente quella di Socrate.
BibL.: ed. PG. 67 : Hussey, Oxford 1860, in 3 voll. Monografie; L. Jorp, Quellen und Untertuch. zu den griechischen Kirchenbistorihern (Flecheisens Zohrbücher für class. Philol., Supplemento, 14), Lipsia 1883, pp. 137-54; G. Schoo, Die Quellen der Kirchenhistorihern S., Berlino 1911; I. Bidez, La tradition manuscrite de Sozomène et la Tripartite de Théodore le Lecteur, Lipsia 1908; id., Le texte du prologue de S. et de ses chapitres VI, 16-14, in Sitzungsberichte Berliner Ahad., 1935; Eltester, s. v. in PaulyWissowa, II, III, coll. 1240-48; G. Loeschcke, in Bauch's R. E., XVIII, p. 45 I sg : A. Siegmund, Die Überlieferung der griechischchristl. Liter. in der latein. Kirche, München-Pasing 1949, p. 55 sg.
Erik Poisson
SPACIL, Teofilo. - Professore di teologia bizan-tino-slava comparata nel Pontificio istituto di Studi orientali in Roma (1918-37).
N. il 25 apr. 1875 a Výmyslice in Moravia, m. il 5 e 8 dic. 1950, confinato nel monastero Osek presso Teplice in Boemia. Dopo essere stato alunno del Collegio Germanico a Roma (1895-1902) entrò (1905) nella Compagnia di Gesù. Tra gli anni 1912-18 fu professore di filosofia e teologia fondamentale nell'Università di Innsbruck. Dal 1938 al 1945 governò la provincia gesuitica della Boemia. Tra i primi professori dell'Istituto Orientale, cooperò a porre le fondamenta della teologia orientale cristiana comparata, specialmente coi suoi studi apparsi su Orientalia Christiana, poi Or. Chr. Analecta e Or. Chr. Periodica. Degnedi rilievo le sue indagini sull'insegnamento dei teologi orientali separati circa la Chiesa, il Battesimo e l'Eucaristia. Fu il primo a scrivere sulla teologia fondamentale comparata e sulla dottrina dei teologi separati sui Sacramenti in genere.
Bibl.: note biografiche e l'elenco delle sue pubblicazioni si trovano in Or. Chr. Per., 17 (1951), 220-23. Bernardo Schultze
SPADA, Giuseppe. - Storico, n. a Roma il 21 luglio 1793, m. ivi il 3 nov. 1867. Nel 1811 entrò nel
banco dei Torlonia, del quale divenne presto procuratore e, nel 1863 , comproprietario.
Scrisse la Storia della Rivoluzione di Roma (ed. parziale postuma del figlio Alessandro, 1868-69). La tesi fondamentale dell'origine "forestiera" della Rivoluzione romana, si manifesta in La difesa dei Romani e nelle Trecento biografie di "forestieri" venuti in Roma in quel periodo a turbare la tranquilla vita della popolazione locale, tesi che ricompare, attenuata, anche nella Storia.
Lo S., cattolico conservatore, non comprese certo a pieno il significato e il valore delle nuove correnti politico sociali alle quali decisamente si oppose. La sua Storia non è però opera faziosa e la narrazione, pur fiacca e prolissa, si svolge serena ed onesta, e va considerata come una delle più serie ed utili fonti a stampa per lo studio della Rivoluzione romana.
Opere edite: Osservazioni storiche sulla unità e nazionalità italiana (Roma 1860); Storia della Rivoluzione di Roma e della restaurazione del governo pontificio dal ro giugno 1846 al 15 luglio 1849 (3 voll., Firenze 1868-69). Inedite: una Cronaca di tutti gli avvenimenti di Roma dal 16 giugno 1846 al 3 luglio 1849; e Sommario ossia raccolta di alcuni documenti riportati in appoggio alla storia di Roma.
Bibl.: A. Monti, Mem. intorno la vita del comm. G. S.. Roma 1867; A. Spada, Presentaz., in G. S.. Stor. della rivoluo. di Roma, I. Roma 1868, pp. 3-12; E. Masi, La stor. del Risorg. nei libri. Bibliogr. ragionata, Bologna 1911, pp. 117-19; E. Michel, La racc. stor. Spada dell'Arch. Vaticana, in Rasc. stor. del Risorg., 12 (1925), p. 177 sgg .; F. Fonzi, G. S. stor. della Rivoluz. romana, in Capitolium, 24 (1949), pp. 411-22; P. Moraldi, G. S. stor. della Rivoluzione Romana, Roma 1953. Fausto Fonzi
SPADA, Mariano. - Teologo domenicano, n. ad Acireale il $1^{\circ}$ genn. 1796, m. a Roma il 15 nov. 1873.
Religioso a Taormina, fu reggente degli studi nel Collegio S. Tommaso di Roma, socio di parecchi maestri generali, maestro del S. Palazzo (1867-72) e vescovo di Girgenti (1867). Acuto teologo e di vasta erudizione, fu molto stimato da Gregorio XVI e da Pio IX. Consultore di varie Congregazioni romane, le molteplici sue occupazioni non gli permisero di scrivere molto; lasciò tuttavia: L'esame critico sulla dottrina dell' Angelico Dottore s. Tommaso d'Aguina circa il peccato originale relativamente alla B. V. Maria (Napoli 1835); Animadversiones in opus I. B. Malou de dogmate Immaculatae Conceptionis B. Mariae Virginis (Roma 1862); Purgatorio dei reprobi sostenuto dal sac. Vincenzo de Vit (ivi 1864).
Bibl.: Acta cap. gen. O. P., Roma 1886, pp. 83-86; A. G. Sesta, Del p. M. S., in Il Rosario : Memorie domenicane, 27 (1910), pp. 484-94; L. Taurisano, Hierarchia O. P., Roma 1916, pp. 62, 108; A. Andaloro, Il P. M. S., in Memorie domenicane, 68 (1951), pp. 160-81.
Alfonso D'Amato
SPADA, Virgilio. - Oratoriano, architetto, n. a Brisighella (Faenza) il 17 luglio 1596, m. a Roma l'ri dic. 1662.
Stretto congiunto dei cardd. Bernardino (m. nel
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1661) e Fabrizio (m. nel 1717), venne a Roma dopo una gioventù avventurosa ed il 14 ott. 1622 , già prete, fu ammesso nell'Oratorio e ne fu dal $1^{\circ}$ apr. 1638 al 10 giugno 1645 anche preposito. Fu elemosinicre di Innocenzo X e di Alessandro VII e dal 15 marzo 1636 commendatore di S. Spirito. Si rese molto benemerito per la sua grande abilità amministrativa e la competenza tecnica nel campo delle costruzioni. Fu in relazione con il Bernini, con il Borromini, con il Rainaldi, con l'Algardi, con il p. Grassi, con Carlo Fontana ed altri noti architetti di quel periodo. L'opera sua fu particolarmente preziosa nella Congregazione dell'Oratorio, poiché provvide al completamento della Chiesa Nuova, rimanendo molto vicino al Borromini. Col 1645 fece parte dell'amministrazione della Basilica Vaticana, partecipando così alle discussioni di quegli anni, particolarmente a proposito del campanile e del colonnato famoso. Prima che questo sorgesse, stese nel 1651 un progetto molto particolareggiato per creare una grande piazza dinanzi alla Basilica Vaticana, demolendo le case comprese fra Borgo Vecchio e Borgo Nuovo. Prestò la sua assistenza anche nella costruzione delle Carceri nuove ed in altre fabbriche. Opera sua è l'Opus architectonicum che andò sotto il nome del Borromini.
Bial.: P. Aringhi, Mem. stor. della vita del p. V. S., Venezia 1788; Fr. Ehrle, Dalla carte e dai disegni di V. S., in Mem. della Pont. accad. rom. di archeol., II. Roma 1928, p. 17; G. Tardini, Basilica Vatic. e Borghi, Roma s. d., p. 57 sgg.
Renata Orazi Ausenda
## SPADA E CAPPA, CAMERIERE di : v. FAMIGLIA PONTIFICIA.
SPADAFORA, Domenico, beato. - Predicatore domenicano, n. a Messina nel 1450, m. a Montecerignone il 21 dic. 1521.
Per 8 anni predicò in Sicilia. Si dedicò alla riforma del suo Ordine come il suo maestro b. Pietro Geremia. Fu socio del generale Gioacchino Torriani e da lui incaricato di fondare un Convento di stretta osservanza (1491) a Montecerignone (Ducato di Urbino), missione che S. assolse con l'erezione della chiesa di S. Maria delle Grazie (1498) col convento. Il suo culto fu approvato il 12 genn. 1921. Secondo il Quétif-Echard S. scrisse Sermones de tempore et de Sanctis.
Bial.: R. Diaccini, Vita del b. D. S., Foligno 1921; QuétifEchard. II, p. 235.
Antonino Silli
SPAGNA. - Lo Stato spagnolo abbraccia un po' più degli $8 / 10$ del territorio e un po' meno degli 8/10 della popolazione della Penisola iberica. Con 505.720 kmq . di superficie (ivi comprese le Canarie), occupa, per ampiezza, il secondo posto in Europa (senza l'U.R.S.S.), dopo ed a non grande distanza dalla Francia. Quanto a popolazione, invece ( 28 milioni di ab. nel 1950), sta al settimo posto, precedendo di poco la Polonia. Il suo territorio ha contatto con soli due Stati : il Portogallo ( 989 kmq . di frontiera) e la Francia ( 667 km .), se non si tien conto della minuscola Repubblica di Andorra (nel settore pirenaico) e di Gibilterra all'estremità meridionale.
Sommario: I. Geografia - II. Storia civile - III. S. musulmana - IV. Storia ecclesiastica - V. Condizione giuridica della Chiesa - VI. Letteratura - VII. Archeologia - VIII. Arte sacra IX. Ordinamento scolastico.
I. Geografia. - La S. consta di un vasto altopiano interno (la meseta) che una serie di rilievi mediani (sierre) divide in due parti (Vecchia e Nuova Castiglia) e che altri rilievi periferici segregano dall'influsso marino: i Monti Cantabrici ed i Pirenei a N., i Monti Iberici a NE., la cosiddetta catena Catalena a E., la Sierra Nevada a S. Questa barriera montuosa è rafforzata localmente da altri rilievi più interni, separati dai primi per mezzo di depressioni, le quali corrispondono ai bacini dell'Ebro a N., tra i Pirenei e i M. Iberici, e del Guadalquivir a S., tra la Nevada e la Sierra Morena. I Pirenei non raggiungono altezze pari a quelle alpine (Punta d'Aneto : 3404 m .), ma, compatti e tagliati da pochi ed elevati passaggi fra l'uno e l'altro versante, costituiscono una muraglia difensiva che in ogni tempo ha isolato la penisola dalla finitima Europa occi-
dentale. La Sierra Nevada culmina nel Cerro de Mulhacén ( 348 m .), la vetta più elevata di tutta l'Europa all'infuori delle Alpi : su di essa si trova un piccolo ghiacciaio, il più meridionale fra gli europei. Tutti gli altri gruppi montuosi hanno dimensioni ed altezze assai più modeste. Delle due parti che formano la meseta, la settentrionale (Vecchia Castiglia) è alta in media sui 700-900 m.: la meridionale sui 500-600; ma ambedue inclinano dagli erti margini orientali verso l'Allantico, dove terminano con larghi terrazzi. Il contrasto morfologico fra interno e periferia si acuisce per il contrasto climatico che ne consegue : al clima oceanico di quest'ultima, con precipitazioni copiose (a N.) od anche modeste (ad E.), si oppone, nella meseta e nei bacini interni, un clima continentale tipico, con escursioni diurne ed annue forti e con scarsezza di piogge quasi dappertutto. Mentre cosi le regioni litorance o sublitorance presentano un paesaggio ricco di varietà locali e con vegetazione più o meno rigogliosa, l'altopiano corrisponde ad un'arida e montuosa sieppa, che trapassa talora (Mancia) addirittura a deserto.
L'Iberia, e tanto più la S., è un pacse essenzialmente agricolo, non estante le larghe possibilità che le risorse minerarie offrono allo sviluppo delle industrie: in complesso, del resto, la potenzialità economica del pacse è certo assai maggiore che non oppaia dall'attuale situazione, nella quale si riflettono le conseguenze della recente guerra civile e, non meno chiaramente, quella della lunga decadenza che l'ha preceduta. L'arativo rappresenta meno di $1 / 3$ della superficie territoriale: per una metà, all'incirca, destinato ai cereali. In realtà, l'agricoltura trova il suo optimum nelle colture legnose: l'olivo (la S. è alla testa della produzione mondiale di olio), la vite ( 14,3 milioni di hl. di vino: la S. è al terzo posto in Europa), gli agrumi e gli alberi da frutta (fichi e mandorle), ma questa produzione interessa soprattutto le regioni periferiche (Andalusia per l'olio, Catalogna per la vite, il Levante per gli agrumi). La meseta e le regioni interne sono il dominio della cerealicoltura; la metà dei terreni è destinata al frumento ( $30-35$ milioni di quintali; soprattutto le due Castiglie), accanto al quale hanno importanza l'orzo ( $10-15$ milioni di quintali), il mais ( $5-6$ milioni), la segale, l'avena; e ancor più la potata ( $30-40$ milioni di quintali), la barbabietola da zucchero e i legumi. Prato naturale, pascolo e macchia occupano quasi la metà della superficie territoriale, ma nell'allevamento prevalgono gli ovini ( 16 milioni di capi) sui caprini $(4,2)$ e sui bovini $(3,3)$ : questi ultimi trovano condizioni più favorevoli nelle regioni settentrionali più umide, mentre ovini e caprini si adattano a quelle centrali e meridionali, e specialmente alla meseta. Notevoli la sericoltura e l'apicoltura ed anche più la pesca, che alimenta una fiorente industria di scotolati (Galizia). Le foreste sono scarse, ma il sughero è essenza assai diffusa ed utilizzata nell'industria.
Il sottosuolo della S. è ricco: il carbone ( 11 milioni di tonn.: estratti quasi tutti dalle miniere asturiane) copre il fabbisogno interno, ma è impari ad una industria di trasformazione che volesse trattare le molte materie prime disponibili: il ferro (regione di Santander, di Bilbao e di Oviedo), le piriti zollifere, il rame (Sierra Morena, Rio Tinto), il piombo (Sierra Morena, Peñarroya), lo zinco (Santander), il mercurio (Almadén), il tungsteno (Salamanca), la potassa (Catalogna), il salgemma, ecc. Per il mercurio, piombo, zinco la S. figura tra i maggiori produttori europei. D'altronde le regioni minerarie sono quasi tutte periferiche, e alimentano soprattutto l'esportazione di materiale grezzo.
Delle industrie le più sviluppate sono le tessili (Catalogna); nel resto si è ancora lontani dal coprire il fabbisogno interno, nonostante i grandi progressi realizzati negli ultimi anni, e la varietà di rami che vi sono rappresentati.
La popolazione spagnola appare in complesso più compatta dal punto di vista religioso che da quello etnico, per le varietà regionali dovute alla sua storia millenaria ed ai molti, diversi apporti di sangue che vi hanno confluito e che si riflettono, più che nelle tendenze centrifughe di alcune di queste regioni (Catalogna), nel vigore
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Spagna - Carta della S. di Giacomo Angelo Fiorentino (1472) - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 277, ff. 122*-23.
delle tradizioni locali e della stessa letteratura di alcuni dei gruppi meglio individualizzati (Catalani, Galleghi, Baschi, ecc.). Questa popolazione è assai variamente distribuita: le massime densità si riscontrano nelle regioni litoranee settentrionali (Biscaglia, Catalogna), le minime nell'interno, i cui indici discendono, per larghi spazi, al di sotto dei 25 ab . a kmq.
La Costituzione spagnola è quella di uno Stato autoritario, a capo del quale è ora il Caudillo, che dal 1942 è coadiuvato, nel governo della cosa pubblica, dalle ripristinate Cortes; organo legislativo composto di 438 membri, solo in parte elettivi.
| Regioni storiche | Superf. <br> kmq. | Popol. <br> cesa. 1948 <br> (in 1000 <br> ab.) | Dens. <br> kmq. | Capoluogo (e <br> popolazione rel. <br> in 1000 ab.) |
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| Andalusia | 87218 | 5219 | 60 | Siviglia 383 |
| Aragona | 47609 | 1059 | 23 | Saragozza 267 |
| Asturie | 10895 | 837 | 77 | Oviedo 104 |
| Baleari | 5014 | 407 | 81 | Palma 138 |
| Basche (Pro- <br> vince) | 7260 | 956 | 131 | Bilbao 231 |
| Canarie | 7273 | 680 | 91 | Las Palmas 150 |
| Castiglia <br> (Nuova) | 72347 | 3129 | 43 | Madrid 1440 |
| Castiglia (Vec- <br> chia) | 50221 | 1577 | 32 | Burgos 70 |
| Catalogna | 31940 | 2891 | 91 | Barcellona 1240 |
| Extremadura | 19940 | 511 | 30 | Badajoz 85 |
| Galizia | 28449 | 2496 | 86 | La Coruña 125 |
| León | 53338 | 1732 | 32 | León 53 |
| Murcia | 26179 | 1093 | 42 | Murcia 215 |
| Navarra | 10421 | 370 | 35 | Pamplona 73 |
| Valenza | 23304 | 2177 | 93 | Valenza 527 |
| Spagna | 503061 | 25878 | 51 | |
Bibl.: E. H. Villar, Archico geográfico de la Península ibérica, Madrid-Barcellona 1916; id., El valor geográfico de España, Ma-
drid 1921; A. Mousset, L'Espagne dans la politique mondiale, Parigi 1923; L. M. Echeverria, Geografia de España, Barcellona 1928; H. Lautensack, Spanien und Portugal, Potsdam 1931: M. Sorre, Espagne, Parigi 1934; I. Ortega y Gasset, La S. e l' Europa, trad. it., Napoli 1936; F. M. - B. H. Gescher, L'Espagne dans le monde, Parigi 1937; E. Latronico, S. economica, oggi e domani, Milano 1938; G. Caraci, Stati Iberici, Torino 1940; J. Vincent Vives, España-geopolitica del Estado y del Imperio, Barcellona 1940; A. Ganivet, Spain: an interpretation, Londra 1946; E. Resche Nielsen, Spanien 1931-47, Copenhagen 1946; F. Cortada Reus, Geografia economica de España, Barcellona 1946; A. Blanquez Fraile, Geografia de España, ivi s. d.
Giuseppe Caraci
II. Storia civile. - 1. La dominazione romana. Quando i Romani conquistarono la penisola iberica, trovarono un paese in cui era già avvenuto un profondo mescolamento di razze. Lo strato più antico della popolazione era formato da Liguri ed Iberi : nel sec. vi a. C. tribù celtiche si erano spinte, secondo Erodoto, sino al golfo di Cadice; le tracce linguistiche dei Celti si fermano al Tago. Il mescolarsi di questi elementi diede origine al termine generale di Celtiberi. Sulle coste prima del 1000 a. C. i Fenici usavano l'emporio di Cadice per il traffico dello stagno delle Cassiteridi e quello di Tartesso (Tharsia) per l'argento della Andalusia; da Massalia erano discesi lungo le coste i Focesi. Le ricchezze minerarie iberiche fin dalla preistoria ebbero importanza nella formazione della civiltà mediterranea. Il programma cartaginese di creare un vasto impero afro-iberico trovò opposizione in Roma. Nel 210 comparve in S. il console Gneo Scipione; nel 206 la Betica era conquistata, la prima colonia, Italica, era fondata e da quell'anno comincia l'èra della provincia romana di S.
Dopo Zama, le legioni romane iniziarono aspra lotta con le tribù celtibere ribelli; in mezzo ai moti furono organizzate le due province dette Citeriore ed Ulteriore (197). Alle repressioni violente succedettero non poche in-
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(per cortesia dell'Ufficio spagnolo del Turismo) SPAGNA - I Pirenei aragonesi.
surrezioni e solo la distruzione di Numanzia dopo eroica difesa nel 133 a. C. segnò la pacificazione definitiva. Una ripresa si ebbe con la ribellione di Sertorio, causata dalla lotta tra Mario e Silla; il capo ribelle fu assassinato nel 72 a. C.
Lo sviluppo della vita civile nelle province organizzate dai proconsoli romani fu a lungo disturbato dalle incursioni delle tribù indipendenti degli Asturi e dei Cantabri che soltanto Augusto sottomise nel suo soggiorno in S. tra il 27 ed il 25 a. C. Allora le province ebbero assetto definitivo: la Tarraconense (Citeriore), la Lusitania, la Betica. La vasta penisola trovò nella occupazione romana una notevole unificazione politica e civile.
Le colonie romane ed i vecchi centri sistemati a municipl furono centri di diffusione della lingua latina. Soprattutto le città sud-orientali riuscirono ad inserirsi perfettamente nella civiltà latina e diventarono centri notevoli di cultura; le lettere latine ebbero dalla S. non pochi scrittori di grande importanza: Seneca, Lucano, Marziale, Pomponio Mela, Columella, Quintiliano; la politica ebbe vari grandi imperatori, Traiano, Adriano, Marco Aurelio, Teodosio I. Durante l'età imperiale, pochi avvenimenti politici sono da ricordare per le province spagnole. Nella riorganizzazione dioclezianea dell'Impero, la S. formò una diocesi della prefettura di Gallia e fu divisa in cinque province: Lusitania, Tarraconense, Betica, Cartaginese, Gallecia.
2. La dominazione dei Visigoti. - Nel 409 alcune tribù germaniche che avevano invaso la Gallia nel 406 attraversarono i Pirenei e presero a saccheggiare le province spagnole: Svevi e Vandali Asdingi nella Galizia, Alani in Lusitania, Vandali Silingi nella Betica. Il governo imperiale per combatterli usò come alleati mercenari i Visigoti che aveva stabilito in quegli stessi anni nella Gallia attorno a Tolosa. Nel 429 i Vandali Silingi abbandonarono la S. ed il possesso della penisola fu discusso tra Svevi, Alani e Visigoti. Gli Svevi tentarono la conquista di tutta la S., i Visigoti sotto re Teodorico II li respinsero dalla Lusitania nei monti di Galizia. E difficile precisare le tappe della espansione visigotica : dal 466 re Eurico si allarga nella Tarragonense, e dopo il 484 Alarico II nella Cartaginese e nella Betica. Questo periodo rappresenta il massimo sviluppo della potenza visigotica. Eurico inizia la legislazione visigotica, facendo scrivere le consuetudini nazionali; Alarico II raccoglie nel Breviarium Alarici le leggi dei sudditi romani. Contro il pericolo di una avanzata franca, il giovane Amalarico, successo ad Alarico II (m. nel 507), fu protetto dal congiunto Teodorico, re d'Italia, che mise in S. come reggente il suo fidato Theudis.
Scomparso Teodorico, i Franchi attaccarono di nuovo i Visigoti: Amalarico fu sconfitto a Narbona (531). Di
nuovo assunse il governo Theudis che si proclamò re e ricacciò i Franchi giunti sino a Saragozza. Pare che Theudis avesse la sua sede a Barcellona; a lui successero Teudisei e poi Agila che si stabili a Merida. La spedizione contro i romano-ispani della regione di Cordoba provocò contro Agila una ribellione: fu proclamato re Atanagildo. Nella lotta intervenne l'imperatore Giustiniano; un esercito imperiale sbarcò sulle coste meridionali ed iniziò l'occupazione della Cartaginense e della Betica, tra la foce del Iucar e quella del Guadalquivir (554). Ucciso Agila, fu padrone del regno Atanagildo che si stabili a Toledo ed iniziò la lotta contro gli imperiali. Strinse alleanza con i Franchi, diede la figlia Brunecfulde in sposa a re Sigelberto. Nel 567 salirono al trono i due fratelli Liuva e Leovigildo che dopo il 573 rimase solo al potere. Una serie di campagne felici distrusse il Regno svevo (585) e diede ai Visigoti il possesso del nord-ovest. Le tribù ancora indipendenti furono domate; cosi furono soffocate le aspirazioni bizantine di allargare la provincia imperiale.
Nella famiglia di re Leovigildo incominciarono ora gravi discordie: il figlio maggiore Ermenegildo (v.) sotto l'influsso della consorte, la franca Ingunthi, e del vescovo di Siviglia, s. Leandro, passo al cattolicesimo e si ribellò al padre; vinto, fu fatto prigioniero ed ucciso (585). A Leovigildo successe nel 587 il secondogenito Recaredo che passò al cattolicesimo, costringendo i sudditi a seguirlo.
Questo fatto favorì la fusione delle due razze: la soppressione del divieto di matrimonio, nel 585 , ne è indice. Recaredo accelerò l'uguaglianza di diritto tra Goti e Romani e pubblicò delle leggi valide per tutte e due le popolazioni. Dopo la morte di Recaredo ( 601 ), il figlio Leova II fu vittima di una ribellione di nobili ariani che difendendo il principio di elezione portarono al trono Witteric; assassinato questi nel 6ro, gli successe Gunthimar; nel 612 salì al trono Sisibuto che per il primo fu consacrato introducendo così nelle incoronazioni regie l'unzione sacra. Sisibuto ottenne dal governatore Cesario la cessione di Malaga e Cartagena e l'Impero conservò il possedimento d'Algarvia con le città di Ossonoba e Lacobriga, occupate però anch'esse dopo il 620 dal successore Swinthila genero di Sisibuto. Tuttavia successive ribellioni mostrano come la monarchia visigota non riuscisse a domare l'aristocrazia troppo ricca e potente; anche l'episcopato era legato ad essa da vincoli familiari e ne condivideva gli interessi.
Il re Kindaswinth si sforzò di abbattere l'aristocrazia, mandando a morte tutti i sospetti; nel VII Concilio del 646 decreto esilio e confisca dei beni contro i ribelli laici ed ecclesiastici. Ma tutti i suoi sforzi furono inutili. Nell'VIII Concilio del 653 fu stabilito che il re dovesse essere eletto dai grandi laici e prelati; per il re fu redatto una specie di codice morale: obbligo di difendere la fede cattolica, di essere moderato, di non estorcere denaro ai sudditi, di non usare dei beni dello Stato nel proprio interesse; ogni re prima di salire al trono doveva giurare tali impegni sotto pena di scomunica e di perdita del trono. Sotto il re Kindaswinth vi fu presso i Visigoti una attività legislativa notevole: fu abolito il Breviarum Alarici, fu stabilito che tutti i sudditi, sia barbari come romani, fossero giudicati secondo la sola legge visigotica (Forum judicum o Fuero fuzzo) e dagli stessi giudici. La monarchia visigota si avviava così alla fusione delle due società, romana e barbara, sotto gli auspici della Chiesa cattolica.
Dopo la morte di re Rekiswinth nel 672 ricominciarono le lotte civili. L'aristocrazia di corte proclamò re Wamba, mentre in Settimania fu proclamato re Hilderich conte di Nimea. Il duca Paolo dopo represse la ribellione fu a sua volta proclamato re. La crisi fu rapidamente superata da Wamba: batté e sottomise le tribù basche ribelli; rioccupò la Tarragonense e la Settimania; catturò
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1. Confoil di Stato - 2. Confoil di circoscrizione ecclesiastica - 3. Ferrovie.
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il rivale Paolo. Però non era una vera vittoria della monarchia: si trattava di lotta tra due gruppi della aristocrazia. Il tentativo di Wamba di rendere obbligatorio il servizio militare per tutti i sudditi senza distinzione di razza e di stato falli. Nel 680 Wamba si ritirò a vita privata e designò come successore Erwig; questi fu riconosciuto nel XII Concilio toletano ed abbandonó le riforme di Wamba. Sulla monarchia dominarono ora apertamente i nobili ed i vescovi : i concili apparvero come il fondamento unico dello Stato. Rimaneva però un partito fedele a Wamba ed Erwig fu costretto a dare in sposa la figlia ad Egika, figlio di Wamba, e poi ad abbandonargli il trono. Lo Stato era ora in pieno disordine : cospirazioni di nobili, ribellioni di ebrei d'accordo con quelli d'Africa. Nel 698 Egika associò il figlio Witiza che gli successe nel 701. Non si conoscono gli avvenimenti di questi anni: nel 7 II pare che a Witiza si sostituisse con la violenza Roderich. La lotta civile spiega l'intervento di un corpo di Arabo-berber; inviato nel 7 II da Mūsā ibn-Nusajr: nel 712 le forze visigote condotte dal re Roderich vennero distrutte in battaglia sul Rio Salato tra Vejer de la Frontera e Conil. La conquista della S. avvenne senza difficoltà. Un nuovo periodo storico incominciava per la S.
3. Organizzazione cristiana-visigotica della S. settentrionale. - Fuggendo davanti all'avanzarsi degli araboberberi, visigoti e romani organizzarono la resistenza in Asturia. Loro capo fu Pelagio che portò la lotta sui monti Peñas de Europa, e Asturia, Santander, Burgos, Leon, Galicia formarono l'occupazione cristiana mentre gli invasori si arrestarono sul Duero; fra mezzo si stendeva una regione deserta abbandonata su cui si disputava da ambo le parti. A Pelagio successe pure verso il 717 un Alfonso I. La storia di questi principi si riduce a respingere tentativi nemici a soffocare ribellioni di gruppi nobiliari autonomisti. Nell'età di Carlomagno il centro principale dei cristiani era Oviedo; altri centri si formavano in Navarra ed in Aragona. La Catalogna alla fine del sec. vir veniva da Carlomagno liberata dai musulmani e formò la Marca spagnola nel quadro della organizzazione carolingia.
La vita degli staterelli cristiani si svolse nei secc. viriIX assai misera : la povertà e ristrettezza del paese poco atto all'agricoltura spingeva i principi alla conquista dei territori musulmani fertili e ricchi. L'avanzata a sud forniva ai principi non solo i maszarabi ma anche i mudejares.

(per carteria dell'Uficio spagnolo del turismo)
Spagna - Punta di Ifach (Alicante).

18a Ars Hispanus, I, Madrid BÚ, 29. 291
Spagna - Interno del grande dolmen di Soto (Huclva), composto di massi monolitici con incisioni di carattere rituale.
i musulmani vinti che rimanevano sotto il governo dei principi cristiani con le loro leggi e la loro religione, elemento prezioso per la vita economica degli Stati cristiani. Non solo i principi, ma anche ricchi signori, chiese, monasteri attendevano al popolamento delle terre conquistate in virtù delle lettere di popolamento (carias paeblas) che davano il diritto di possedere le terre occupate, di avere in proprietà i terreni dissodati con esenzione da tributi. Alla fine del sec. ix tutta la regione settentrionale dalla Galizia alla Catalogna era libera dall'islàm, ma non si poteva parlare di una avanzata sistematica verso sud e neppure vi era unità : alla morte di Ordoño I (866) i figli si spartirono i domini, ma subirono il predominio di 'Abd ar-Raḥmān III; le lotte interne facilitavano i califfi di Cordova: Sancho, figlio di Ramiro II, in lotta con il fratello Ordoño si rifugiò a Cordova ed un esercito arabo lo rimise sul trono.
Solo la decadenza del califfato al principio del sec. XI segna l'inizio della riconquista cristiana, e tutta la storia della S. per cinque secoli è dominata da questa idea motrice. E vero che tra i principi cristiani le lotte eran continue. León, Castiglia, Navarra sono retti da principi strettamente imparentati, ma in lotta tra di loro; Sancho di Navarra riesce ad assorbire Castiglia e León; nel 1035 i figli si dividono i domini; nel 1037 Ferdinando riunisce Castiglia e León e domina su tutti i territori tra il Duero ed il Mare cantabrico. A parte continuarono a vivere la Navarra e l'Aragona. Così alla metà del sec. xI tre erano i nuclei cristiani principali della S. La disgregazione del califfato nei vari staterelli dei re di Taifas fu sfruttata assai presto dai principi cristiani. Ferdinando I di Castiglia tra il ro6o ed il ro6s sottomise a tributo i re berberi di Toledo, Badajoz e Siviglia e conquistò la zona tra il basso Douro ed il Mondego con Coimbra. Contemporaneamente Ramiro I iniziò l'espansione nella valle del Gallego ed il figlio Sancho Ramirez combatté con il re di Huesca. Nel ro6s alla morte di Ferdinando I di Castiglia i figli lottarono aspramente per la divisione. Di essi nel 1085 Alfonso VI riusci ad occupare Toledo e si spinse con rapida corsa sino a Siviglia ed al mare; al suo servizio fu Rodrigo Diaz detto el Cid Campeador. La minaccia cristiana commosse il mondo islamico: l'emiro almoravide Jūsuf passò in S. e batté i cristiani a Sagrajas (Zalacca) nel 1086. Fortunatamente Jūsuf non potésfruttare la vittoria perché i principi di Taifas spaventati osteggiarono il pericoloso vincitore. Alfonso VI poté conservare Toledo.
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(da Ars Hispanius, 1. Modrid 155).
Spagna - Giarra iberica, proveniente dalla necropoli del Cabecio del Tesoro. Murcia, Museo provinciale.
Barcellona, Raimondo Berengario IV. Cosil si operò l'unione dell'Aragona e della Catalogna si da costituire una potenza iberica mediterranea.
Ad occidente invece il Regno di Castiglia-León subì un indebolimento per la separazione del Portogallo (v.). Alfonso Enrico nel 1139 arbitrariamente si proclamò re, poi nel 1143 vassallo del Papa; riconciliatosi con il re di Castiglia, lo riconobbe suo signore, ma nel 1179 si fece prosciogliere da ogni legame.
Dopo la morte di Alfonso VI di Castiglia, la figlia ed erede Urraca, rimasta vedova di Raimondo di Barcellona, sposò Alfonso I re di Aragona. Cosi per un momento si ebbe, al principio del sec. xir, l'unione di Aragona e di Castiglia; ma il matrimonio fu dichiarato nullo dal Papa ed i due Regni ritornarono divisi. Il figlio di Urraca, Alfonso VII, nell'ambizione di dominare tutta la S. nel 1135 assunse a León il titolo di imperatore di S., imponendo ai vari principi l'omaggio feudale. Non dimenticava però la lotta contro l'islâm : nel 1146 occupò Cordova. Nel 1147 comparve in S. il capo degli Almohadi, nuovo movimento islamico sviluppatosi nel Magrib. La nuova ondata ritolse ai cristiani molte città conquistate : la difesa di Castiglia e di Aragona era impacciata dai contrasti tra i due re. Solo dopo il 1147 si ebbe l'intesa tra castigliani ed aragonesi e nel 1179 stabilita tra Alfonso II di Aragona ed Alfonso VIII di Castiglia la divisione delle future conquiste. Il califfo almohade as-Nàṣir fu vinto nella grande battaglia di Las Navas di Tulosa (1212) da Alfonso VIII di Castiglia e Pietro II di Aragona. Sebbene la vittoria non fosse subito sfruttata, era evidente che con la caduta degli Almohadi, anche l'alamismo spagnuolo avesse perduto tutta la sua vivacità e capacità offensiva.
4. L'equilibrio tra le monarchie spagnole nei secc. XIII$X V$. - Se durante il sec. xir tra i vari Stati iberici aveva tenuto la supremazia la Castiglia, nel sec. xiri lo Stato aragonese-catalano, accresciuto ancora delle contee di Montpellier e di Urgel, fu in grado di rivaleggiare vittoriosamente con quello castigliano. Pietro II nel 1204 visitò papa Innocenzo III ed ottenne da lui la corona regia. Dopo la battaglia di Las Navas la lotta contro gli arabi posò; solo Giacomo I nel 1229 riprese l'avanzata : sloggiò i musulmani da Maiorca e da Minorca, poi occupò il Regno di Valencia sino al capo de La Nao. Contemporaneamente Ferdinando III di Castiglia occupava l'Andalusia, faceva vassallo il Re di Murcia ed imponeva la sua alleanza al Re di Granata. I due Re cristiani ora conchiusero un accordo per spartire le conquiste: il punto di confine sarebbe stato Biar presso Alicante; i paesi conquistati a sud sarebbero spettati alla Castiglia. Castiglia ed Aragona ora avevano una vita indipendente. A Ferdinando III successe in Castiglia Alfonso X il Saggio (1252-84). Alla lotta contro i Mori di Granata dedicò una spedizione contro Cadice ed una contro Cartagena.
La sua attenzione era però rivolta altrove. La sua opera giuridica Las siete partidas si ispirava al diritto romano, la sua attività politica rivelò una tendenza assolutista contro la quale si alzarono in armi i nobili del Regno. Riprendendo vecchie ambizioni degli avi aspirò a fare della S. il centro della politica europea conquistando la corona imperiale : nel 1257 alcuni Elettori di Germania lo elessero re dei Romani, ma non osò mai affrontare il problema di un viaggio in Germania. Sebbene egli stabilisse come principio la successione del figlio primogenito e suoi discendenti, essendo morto il figlio ed erede Ferdinando de la Cerda, fu costretto dalla nobiltà a riconoscere come erede il secondogenito Sancio anziché i nipoti de La Cerda; poi si disdisse e riconobbe il buon diritto dei nipoti. Il Regno di Sancio IV fu ora funestato dalla lotta contro i La Cerda. La lotta si aggravò per l'intervento del re di Francia a favore dei La Cerda e solo nel 1308 la questione fu composta con un indennizzo ai pretendenti. Al principio del sec. xiv vi fu una attività militare contro Granata; ristabilita la pace, il Re moro di Granata si impegnò a pagare un tributo. Morto giovane Ferdinando IV (1295-1312), il lungo Regno di Alfonso XI (1312-50) fu funestato da lunghe lotte civili per le pretese dei vari principi alla reggenza e poi al governo. Più violente lotte si svolsero dopo il 1350 tra Pietro il Crudele figlio di prime nozze di Alfonso XI ed il suo fratello illegittimo Enrico di Trastumara che si fece proclamare nel 1366. Nel conflitto intervennero Francia ed Inghilterra e la guerra in Castiglia diventò un vivace episodio della guerra dei Cent'anni. Prevalse con l'aiuto francese Enrico di Trastumara che riusci a chiudere i conflitti con le monarchie limirrofe; il suo erede Giovanni I si riconcilio anche con l'Inghilterra sposando il figlio Enrico - che per primo fu detto principe delle Asturie con una principessa inglese. Enrico III sall al trono attraverso una nuova fase di lotte tra i principi per la reggenza: ristabilita la pace, iniziò una bella attività guerresca, distruggendo i pirati di Tetuan ed occupando le Canarie. Più tranquilla si svolse durante questa età la vita politica interna del Regno d'Aragona che fu costretto ad occuparsi dei problemi mediterranei.
Pietro III, figlio e successore di Giacomo I, avendo sposato Costanza, figlia dello svevo Manfredi Re di Sicilia, nell'ag. 1282 sbarcò a Trapani in aiuto dei Siciliani ribellatisi nel marco al re Carlo d'Angiò. La guerra tra Angiò ed Aragona si complicò per l'intervento del Papa e della monarchia francese. Bonifacio VIII nel 1295 concesse con il Trattato di Anagni a Giacomo II le isole di Sardegna e di Corsica, ma Federico, fratello di Giacomo, conservò, con il Trattato di Caltabellotta, la Sicilia. La conquista della Sardegna occupò i Regni di Alfonso IV (1327-36) e di Pietro IV il Cerimonioso (1336-87) : i re aragonesi corretti a combattere con le Repubbliche di Genova e di Pisa, che avevano interessi nelle due grandi isole, cercarono l'alleanza di Venezia. S