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eros, fondatore dell'Università di Alcalá de Henares. La stessa aspirazione all'umanesimo comincia ad affiorare e precisarsi anche nella produzione poetica (Iñigo de Mendoza e Ambrosio Montesinos) per diventare vivace e schietta in Juan del Encina. A lui si deve un'interessante traduzione delle Bucoliche, fatta con propositi umanistici e preconcetti medievali, e, più ancora, un'elaborazione dell'auto che dalle forme antiche rivestite di elementi bucolici (Autos della Natività e della Passione) per influenze rinascimentali arriva alla più densa e libera manifestazione dell'Egloga de Cristino y Febea e alla commedia italianeggiante Plácida y Victoriano. Ormai i nuovi tempi sembrano incalzare da ogni parte cosi che, nonostante il ritorno di Lucas Fernández alla forma del debate e dell'auto religioso, sorge il capolavoro del Rinascimento spagnolo, la Celestina. L'opera, attribuita tutta o in parte a Fernando de Rojas, è giunta attraverso l'edizione del 1499 in sedici atti e, nell'edizione sivigliana del 1502 , in ventun atti. Oltre a quello della paternità, è quindi dibattutissimo il problema della rappresentabilità dell'opera, e del fine a cui era destinata dall'autore. Se però la libertà di divisione e la mancanza di unità possono
ricordare la quasi sicura ignoranza da parte dello scrittore della poetica aristotelica o possono far pensare a una voluta libertà di divisione, è fuor di dubbio la drammaticità intensa di tutta l'opera che si accentra verso la soluzione tragica. Il dramma di Calisto e Melibea è immerso in una idealizzazione neoplatonica venuta e accentuata dalla vivida realtà di alcuni tocchi. Gli elementi tipicamente spagnoli che appaiono nella tragicommedia non intaccano l'essenza dell'opera che è, insieme alla lirica di Garcilaso, l'unico momento in cui la S. segue pienamente la via del Rinascimento italiano.

Con l'avvento di Carlo V al trono, la parentesi di serenità apertasi nella letteratura dei re cattolici si continua ancora per poco con Boscán e Garcilaso, per poi chiudersi completamente. L'epoca dell'Imperatore appare come il preludio del periodo aureo della letteratura spagnola; correnti di pensiero, di passioni e nuove tendenze letterarie vi si agitano in modo complesso e violento. Juan Boscán e Garcilaso de la Vega rappresentano il trionfo della lirica petrarcheggiante e rinascimentale. Al primo - uomo di limitate possibilità artistiche - si deve l'adattamento di metri italiani (canzone, sonetto, ottava, ecc.) alla lingua spagnola in modo perfetto e definitivo; a Garcilaso va la gloria di aver animato queste forme con il soffio dell'arte. Egli fu il prototipo del Rinascimento spagnolo e sembrò racchiudere in sè tutte le doti vagheggiate da Baldassar Castiglione per il suo perfetto cortigiano. La sua poesia si effonde in completa armonia di suoni e di sentimenti (si ricordino la Egloga I e III e i sonetti), senza urti violenti, ne passoni angosciose, o pensieri di morte, in una musicale stilizzazione in cui ogni contorno è sfumato. L'imitazione dei modelli italiani si nobilita nella rielaborazione personale e nella perfetta eleganza di lingua e di metri. Questa ideale oasi di Rinascimento contrasta con la vitalità dinamica e battagliera delle altre manifestazioni letterarie. Erasmo suscita violenti polemiche (celebri quelle con Luis de Carvajal e Diego López de Zúñiga) e appassionati seguaci (Alonso de Valdés, Alonso de Virues, Juan Vergara, ecc.); s. Ignazio di Loyola fonda la sua Compagnia e scrive gli Esercizi spirituali e la Autobiografia; gli storiografi commentano entusiasti le imprese di Carlo V (Pero Mexía, Luis de Ávila y Zúñiga, ecc.) e commemorano le conquiste delle terre americane (Francisco López de Gómara, Bernal Díaz del Castillo, Bartolomé de las Casas, Gonzalo Fernández de Oviedo). Antonio de Guevara cerca di comporre ogni dissidio in un saggio e blando stoicismo infiorato di espressioni retoriche (si ricordi il famosissimo Reloj de los Princípes ed aspira a un'ascetica modesta ma umana e cordiale (Monte Calvario e Oratorio de Religiosos). L'anonimo autore del Lazarillo de Tormes con una vena di erasmismo, ma senza aspresse polemiche, si augura anch'egli un mondo migliore in cui l'uomo sia rivalutato e in cui i valori terreni e divini raggiungano un armonico equilibrio. La breve operetta inizia il genere che dal tipo del protagonista fu detto picaresco. Per la prima volta l'anonimo autore pone l'accento su un mondo plebeo che soffre e si dibatte, ma egli non cerca rimedi ai mali che segnala e si chiude nella comprensione affettuosa e aristocratica che si esaurisce nel sorriso e nell'arguzia. Nel teatro Torres Naharro ripresenta ancora atteggiamenti erasmiani (Comedio Jacinto), ma dimostra di aver appreso la lezione che poteva dargli il teatro italiano di cui ebbe esperienze nel suo lungo soggiorno romano. Così il portoghese Gil Vicente introduce nel suo mondo medievale gli elementi derivati dall'ambiente rinascimentale.

Amplissima è la produzione dei libri di cavalleria che si sogliono raggruppare in due cicli : quello degli Amadigi e quello dei Palmerini. Riprendono e rinnovano la tradizione bretone e l'esempio più tipico lo presenta Garci Rodriguez de Montalbo pubblicando nel 1598 l'Amadis. Le leggende antiche offrono lo spunto e parte del materiale dell'intreccio novelleseo, ma lo spirito e gli ideali sono completamente diversi. Nell'Amadis come nel Palmerio l'atteggiamento epico domina, ma non si muta in sentimento. Amadis era il risultato di una serie di adattamenti a luoghi e circostanze diverse, e al tempo

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stesso era l'espressione del suo secolo fantasioso più che realistico, agitato e inquieto. Le varie tendenze manifestatesi durante il regno di Carlo V trovano la loro soluzione e la loro migliore espressione nella "Edad de Oro" in cui si suole comprendere il periodo che va dalla abdicazione dell'Imperatore (1556) alla fine del Seicento.

Il poema pastorale è l'ultima e stanca espressione del Rinascimento italianeggiante, una moda forzata che si esaurisce rapidamente. E da notare che il capolavoro del genere - la Diana di Jorge de Montemayor - è di un portoghese che scrive in castigliano. Una maggiore vivacità di rappresentazione è nella Diana Enamorada di Gil Polo, animata dall'entusiasmo dell'autore che gode nel ritrarre alcuni paesaggi.

Anche nella lirica Fernando de Herrera riprende i modelli petrarchisti, ma non riesce a ricostruire l'atmosfera armoniosa creata da Garcilaso. Non può conciliare il mondo rinascimentale con la sua tendenza religiosa e finisce con l'immergersi in un contrasto violento che genera un dolore angoscioso e oscuro. La Torre, Figueroa, Aldana, Medrano ripetono, anche se con le personali varianti, lo stesso atteggiamento. Contemporaneamente, Luis de León (1527?-91) supera la posizione drammatica per giungere alla divina solitudine dell'uomo giusto, a quella che il Vossler chiama a nostalgia della vita eterna (cf. Noche serena). Luis de Góngora y Argote (15611627) pur sentendo a volte - specie nelle Soledades la malinconia, vi reagisce non rifugiandosi come Luis de Leon nella religione, ma costruendo un mondo ideale che si dissolve nella esasperata percezione di ogni elemento fornito dalla natura circostante. La nuova forma poetica di Góngora - detta culteranesimo o cultismo generò nei contemporanei un'accanita opposizione e pochi seguaci (principali Juan de Tassis conde Villamediana, Pedro Soto de Rojas, Sor Juana Inés de la Cruz). I critici posteriori additarono in lui il prototipo del seicentismo e del più gonfio e retorico barocco, ma attualmente l'opera gongorina è stata rivalutata sia nella critica (Dámaso Alonso) sia nel gusto poetico generale. Il problema religioso agitato nell'epoca dell'Imperatore si risolve nella Edad de Oro con una poderosa affermazione cattolica che trova la sua più aperta manifestazione letteraria nella vastissima produzione ascetico-mistica. Questa suole raggrupparsi secondo le principali scuole (agostiniana, domenicana, francescana, ignaziana, carmelitana). I maggiori rappresentanti sono Juan de Avila, Bernardino de Laredo, Francisco de Osuna, Luis de Granada, Juan de los Angeles e, eccelsi fra tutti, s. Teresa de Avila (v.) e s. Giovanni della Croce (v.).

Nella prosa con intenti più propriamente letterari domina, sintesi del genio spagnolo, la figura di Miguel de Cervantes ([v.] 1547-1616).

Infranto il mondo della cavalleria, riportata l'attenzione sui valori umani, l'onda dello sconforto - subli-
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(da Ars Hispanias, IV, Madrid 1858, fig. 507)
Spagna - Decorazione in stucco del chiostro di S. Fernando nel monastero di Las Huelgas (1230-60) - Burgos.
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Spagna - Retablo di S. Lucia (sec. XV) - Lérida, chiesa di S. Lorenzo.
mata da Cervantes - non riesce a mantenersi nella stessa altezza e si abbatte verso il pessimismo. Il picaro, negazione dell'eroismo e dell'ideale, diventa il protagonista di questo triste dramma. Il Lazarillo si incupisce e si chiude nella desolazione, diventa Guzmán de Alfarache. Con questo titolo Mateo Alemán pubblicò la sua opera, modello di lingua castigliana e prototipo della produzione picaresca. Il racconto delle innumerevoli e drammatiche vicende di Guzmán è alternato a disquisizioni moraleggianti attribuite allo stesso protagonista, che perciò è presentato colto. Il pessimismo più sconfortato si attenua appena nella rassegnazione stoica e cristiana, ma l'opera non riesce a liberarsi dell'incubo pesante del dolore a cui pare condannata l'umanità. Il picaro diventa quasi il pretesto intorno a cui ruota tutto il mondo spirituale e culturale degli ultimi anni del sec. XVI e della prima metà del sec. XVII. Nella fedeltà con cui è ritratto questo mondo consiste il realismo della novela picaresca, più che nella descrizione di ambienti e figure. Vi si ritrovano quindi l'ossequio alle teorie aristoteliche e rinascimentali, l'influenza senechiana, la tendenza satirica, il problema religioso, mentre nel fondo si agitano angosciosamente i sintomi preannunciatori della decadenza. Il genere fu imitato da autori di gran lunga inferiori all'Alemán (Espinel, Salas Barbadillo, Castillo Solórzano, Esteban González), decadendo rapidamente verso le forme di una storia, spesso prolissa, di avventure da bassifondi o trasformandosi in un pesante centone di insegnamenti morali appena uniti dalle avventure di un giovane servo (cf. El donado hablador Alonso di Jerónimo de Alcalá Yáñez), strana versione a lo divino di un genere ormai esaurito. E però da ricordare anche nel periodo meno felice della picaresca una delle produzioni migliori : El Buscón di Francisco de Quevedo y Villegas (v.) in cui la satira prende il sopravvento e nasconde l'amarezza.

Nello stile di Quevedo si suol vedere un modello della corrente concettista che, opponendosi al cultismo di Góngora, voleva continuare la tradizione classica non portando violente innovazioni, ma interessandosi solo

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Spagna - Cristo morto, opera di José Planes (sec. xx).
di curare il contenuto. Tale indirizzo è, in parte, precisato da Baltasar Gracián (v.) che nella Arte y agudeza de ingenio forma il "codice dell'intellettualismo poetico". Troppo preso dal pensiero, egli disprezza il vuoto di immagini prive di meditazione e arriva a suggerire un elenco dei vari tipi di agudezas che si possono applicare nello scrivere. Se a tale genere si devono le esagerazioni degli equivoguitas, gli si deve anche il merito di una delle creazioni più originali del Seicento spagnolo, il Criticón. Nelle sue precedenti opere Gracián aveva costruito rigidamente, quasi freddamente logico il suo mondo spirituale e il suo eroe. Individualista, forte del suo sapere e della sciocchezza altrui, l'uomo di Gracián non ha alcuna debolezza sentimentale, alcuna illusione; lotta contro il destino e contro il mondo, sicuro di raggiungere la vittoria con la sua volontà e la sua arte. Perciò ha anche una politica infida che ammette la simulazione e l'inganno. Questa dura visione del mondo sembra placarsi nel Criticón, dove l'héroe trova infine la sua consolazione nella certezza dell'immortalità. Gracián fu coinvolto dalla critica negatrice dell'arte seicentesca, fin quando Schopenauer non intraprese la rivalutazione della sua opera.

Di fronte alle figure eccezionali che si son venute segnalando, la storiografia della Edad de Oro non presenta produzioni eccessivamente interessanti, pur notandosi le opere dei gesuiti Ribadeneyra e Mariana (Historia eclesiástica del Scisma del Reino de Inglaterra e Historia de España), e, più tardi, quelle di Saavedra Fajardo (Corona Gótica, Castellana y Austriaca, ecc.). Molto meno si distingue l'epica con la Araucana, di Ercilla (in cui pure si possono notare pregi di colorito e vivacità descrittiva) e i poemi di Balbuena e di Hojeda, il quale ultimo si volge a un genere di epica sacra, trattando in La Cristiada la Passione di Cristo. Invece la Edad de Oro si manifesta con eccezionale esuberanza nel campo teatrale. Dai timidi ed incerti tentativi di Encina e Torres Naharro si passa al grande teatro secentesco con tappe brevissime e rapidissime che possono segnalarsi in Juan de la Cueva, che continua a sviluppare la tendenza classicheggiante, e in Lope de Rueda che riafferma una tradizione di schietto e popolareggiante realismo. Con Cervantes si è già non solo di fronte ad opere di notevole pregio ( $E l$ trato de Argel, El cerco de Numancia, Ocho Comedias e soprattutto Ocho entremeses), ma anche nel vivo della polemica sul teatro. Il popolo spagnolo partecipò compatto alla vita teatrale; le rappresentazioni si facevano nelle piazze e poi nei corrales, senza alcuna comodità e senza apparato scenico, ma vi assistevano con lo stesso entusiasmo volgo, nobiltà e reali. Nell'epoca di Filippo IV tale passione trionfa per l'aperta protezione del Re, cosi che personaggi della Corte non disdegnano di partecipare alla rappresentazione in veste di attori. Nel teatro si discurono problemi estetici e teologici; si riporta la storia del passato e soprattutto quella del presente, poiché anche le opere che per il loro argomento si riferiscono ad avvenimenti antichi hanno lo spirito e gli interessi del Seicento. Nel teatro si odono anche le forme metriche più
varie dalle facili roplas dei romances a complete composizioni liriche od epiche dai metri complicati e solenni. In una parola, il teatro del Seicento è tutta la vita della S., che sente drammaticamente le sue vicende politiche, i suoi ideali, la sua religione, e che ha il bisogno di vedersi, un po' per ammirarsi e molto per sentirsi vivere nella sua intensa realtà. Forse il Rinascimento non aveva prodotto un grande teatro in S. perche volava mantenersi legato a ristretti concetti di imitazione classica, ciononostante servi di preparazione. I classicisti, dando al concetto aristotelico di mimesi la più ampia interpretazione, preparano la base essenziale per la produzione secentesca. Ed infatti, quando la polemica si accende di fronte alle innovazioni di Lope de Vega e, più ancora, dei suoi seguaci, non si condannò il principio di verdad humana sancito da Lope, ma le esagerazioni che da tale principio allontanavano. Lope de Vega ([v.] 1562-1635) riassunse i principi della sua riforma teatrale in El arte nuevo de hacer comedias (1601). Egli comprese che il teatro spagnolo precedente si era dibattuto tra la tendenza erudita verso le forme classiche e la esigenza di rimanere vicino alla vita del popolo, e decisamente optò per questa. Ammise quindi come unica regola la naturalezza e la spontaneità, derivando da ciò la necessità dello studio dei caratteri, dell'ambiente e l'interesse per argomenti e problemi di attualità. La sua enorme produzione drammatica (ca. 1500 opere) può dividersi in due grandi gruppi: opere ad argomento religioso (motos e divanas vacras) e opere profane o di capa y espada, intendendo questo termine nel senso più largo. Le prime non eccellono in modo particolare poiché la religiosità di Lope, fervida e indiscussa, non genera conflitti profondi e si risolve spesso in atteggiamenti lirici soffusi di tenerezza. Rappresentano però un'interessante evoluzione del genere, quasi la tappa preparatoria e indispensabile per giungere a Calderón. I drammi e le commedie profane sono esuberanti di vitalità, e costituiscono, nel loro insieme, il quadro più completo della vita spagnola nella Edad de Oro. Se alcuni elementi e problemi di attualità richiamano molto direttamente all'epoca dell'autore, non va tuttavia dimenticata l'universalità e la umanità di alcuni personaggi che ancor oggi si presentano in tutta la loro primaverile freschezza. Sulla scia di Lope è Gabriel Téllez, più conosciuto con lo pseudonimo di Tirso de Molina ([v.] 1584 f-1648), che limita ma approfondisce il suo campo di interessi. Le sue commedie diventano acuti e vivaci studi di caratteri - specie femminili - mentre si attenuano i problemi sociali agitati da Lope de Vega.

A lui sono attribuite due tra le opere maggiori di tutto il teatro spagnolo: El Burlador de Sevilla (o Don Juan Tenorio) e il Condemado por desconfiado. Già il Farinelli notò come i due drammi riflettano gli aspetti dello stesso problema del libero arbitrio: a don Juan, condannato per eccesso di fiducia nella pietà divina, fa riscontro Pablo che si perde per sfiducia. Nelle due opere il concetto teologico costituisce la tesi, ma a questa si intrecciano motivi profondamente umani che fanno dei

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protagonisti due prototipi dell'umana natura. Il contrasto che è in entrambi tra le esigenze della vita e della ragione e quelle dell'oltretomba si risolve in Enrico che sa infine svalutare il mondo e credere nell'eternità.

Tirso entra nell'intimo dell'anima umana, sfruttando tutti gli elementi che aveva accumulato nella sua giovinezza disprezzata di figlio naturale, nei suoi viaggi in terra di S. e d'America, nella vita cortigiana e negli anni di preparazione teologica e di meditazione religiosa. I suoi drammi sono al culmine di quella lenta e graduale preparazione che permetterà al popolo spagnolo di ascoltare la voce di Calderón. Pedro Calderón de la Barca ([v.] 1600-81) non si ferma alla trattazione di problemi sociali né alla descrizione di ambienti, ma indaga le cause che hanno prodotto quei problemi e quegli ambienti e ne trova la soluzione nel campo religioso. Ma la religione è presentata non nell'asprezza del dibattito polemico, bensi con un senso di nobile cavalleria che può far immaginare Calderón come paladino del cristianesimo. Abbondano gli elementi decorativi, la ricerca di dinamismo, la tendenza alla personificazione e stilizzazione, la musicalità nel verso. Nella numerosa schiera di seguaci più o meno diretti di Lope de Vega sono da ricordare in modo particolare grandi commediografi e drammaturghi come Guillén de Castro, Montalbán, Mira de Amoscua, Vélos de Guevara e soprattutto Juan Ruiz de Alarcón che, mentre semplifica alquanto lo sviluppo della azione, accentua lo studio dei caratteri (La verdad sospechosa, Las paredes oyen, ecc.) e l'attenta osservazione del particolare, giovandosi anche di uno stile raffinato ed accurato. Tra i seguaci di Calderón sono da annoverarsi Francisco de Rojas Zorrilla che riporta i problemi dell'onore coniugale (Cada cual lo que le toca) e dei doveri verso la monarchia (No hay ser padre siendo rey) con una visione più ampia ed umana di quella data dai suoi contemporanei; Agustín Moreto y Cavaña, raffinatissimo, elegante, acuto psicologo, che approfondisce e cesella i suoi temi sottolineandoli con ricorsi musicali ed effetti scenici (p. es., Lo que puede la apensión, La confusión de un jardín); Brancas Candamo, che porta la realtà in un campo di pura fantasia. Continua e rafforza la tradizione degli entremeses Quifones de Benavente, vivacissimo e burlesco, fertile di trovate umoristiche e di acuti tratti realistici. La fine degli Austrias (Carlo II muore nel 1700), l'avvento dei Borboni con Filippo V spezzano quel senso di supremazia intellettuale, in cui si era chiusa la S. della Edad de Oro e portano l'influenza diretta della cultura francese. Il problema dell'illuminismo e dell'enciclopedismo sembra rivoluzionare la S.; la borghesia vuole affermarsi; la scienza diventa il centro di ogni interesse e scuote la fede religiosa. Cerca di inserire il movimento nella cultura tradizionale, liberata di molti e diffusi errori, il benedettino Benito Jerónimo Feijóo ([v.] 1676-1764). Già celebre maestro, pubblica il Teatro critico come sintesi di un'intera vita di raccoglimento e di studio metodico. Scienziato più che letterato, si servì della letteratura per esporre le sue dottrine; lo stile delle sue opere chiaro, tagliente, procede dignitosamente sobrio e classicamente composto, solo indulgendo a qualche breve inciso che apre un nuovo orizzonte nell'efficacia di una rievocazione o nel balenio di un'intuizione. Esclusivamente critica e teorica è invece l'opera di Ignacio de Lusán (La puttica a reglas de la poesía) in cui la visione amplissima che della cultura aveva il Feijóo si riduce a una fredda e rigida sottomissione della poesia all'etica, anche se a volte lo scrittore riesce a manifestare il suo gusto raffinato e la sua sensibilità in uno stile sobrio, elegante e in alcune acute osservazioni. Alla sua estetica - ispirata in gran parte a quella di Boileau - si rifà il maggior autore teatrale del Settecento spagnolo, Leandro Fernández de Moratín, contorta figura di timido scontento ed astioso, attivo partigiano dei Francesi nel periodo napoizonico. Fu autore della fresca commedia El si de las niñas, che resta come modello di equilibrio e buon
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(fol. Thomas)
Spagna - Il Salvatore benedicente tra angeli. Frammento di baldacchino dipinto nel sec. XII - Vich, Museo episcopale.
gusto e di una vivace sensibilità realistica. Iriarte e Samaniego sono i satirici che, imbevuti di cultura francese, imitano La Fontaine con finezza e sensibilità, apportando anche qualche innovazione. Juan Pablo Forner dà invece alla sua satira un tono molto più violento e aspro, riuscendo, a volte, pesante e monotono. Si rivolge soprattutto alla critica letteraria e nelle sue Exequias de la lengua castellana spera nella risurrezione della letteratura spagnola che aveva appassionatamente difesa nella Oración apologética. A questa corrente critica si ricollegano Juan Francisco de Mandeu, Gregorio Mayans y Siscar, Juan Andrés, Arteaga, distaccandosi tra tutti Gaspar Melchor de Jovellanos, poeta e drammaturgo mediocre, ma vivace critico d'arte (Elogio de los bellos artes) che unisce ad idee liberali l'amore per un saldo cattolicesimo.

Riappare in questo secolo anche la novela picaresca, in una elaborazione presentata da Torres Villaroel nella sua Vida in cui, quasi picaro egli stesso, descrive molte avventure e numerosi personaggi con spirito ameno. Vi aggiunge l'apporto di un'erudizione arruffata e capricciosa e di uno spirito satirico, acuto e mordente. Questo si manifesta anche nei Sueños morales, in cui con evidenti ricordi di Quevedo sono ritratti i costumi madrileni. Tendenze analoghe dimostra il gesuita José Francisco de Isla con il suo ridanciano e satirico Fray Gerundio. E questo un picaro che si offre sorridendo alla critica, riunendo in sé tutti i mali della sua epoca e soprattutto i difetti del peggiore barocco caduto nel ridicolo delle stantie predicazioni sacre. Con una tecnica di violenti contrasti, che ricerca i migliori effetti nei susseguirsi di scene in cui il realismo viene esagerato fino al grentesco e al fantastico, il de Isla cerca di fondere la migliore tradizione castigliana con il nuovo orientamento critico del suo tempo.

L'influenza del neoclassicismo può dirsi conclusa con Manuel José Quintana, enfatico, solenne, freddo cantore della libertà e del progresso, ma critico abbastanza acuto e migliore evocatore delle biografie di spagnoli celebri. Con Meléndez Valdés, Nicasio Alvarez de Cienfuegos, Alberto Lista si ha il preromanticismo spagnolo, che forma il gusto per una poesia più intima e raccolta di quella neoclassica e che favorisce la tendenza verso la malinconia, il tenebroso, l'introspezione. Lentamente ci si avvia al Romanticismo, ma questo si acclimata male in S. e, pur contando una produzione abbondante, risponde più a un'amorevole ma spesso enfatica rivalutazione della tradizione, che a una necessità di rinnovamento di pensiero e quindi di espressione artistica. Mentre la lirica offre una decorosa se non entusiasmante manifestazione nella poesia di Espronceda, e la narrativa, invece, si disperde ed avvilisce in pesanti romanzi ispirati a Walter Scott o ad Alessandro Dumas, il teatro presenta la migliore produzione del Romanticismo spagnolo in drammi di fama indiscussa come La fuerza del sino del Duque de Rivas, il Don Juan Tenorio di Zorrilla, El Trovador di García Gutiérrez. Molto più modesto nei suoi intenti, ma dotato di sano equilibrio e di una notevole vis comica è Bretón de los Herreros. Con il neoroman-

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Spagna - Adorazione del S.mo Sacramento, dipinto di C. Cuello (1624-35) - Madrid, Escuriale.
ticismo anche il teatro cade nella retorica dei drammi di Echegaray, né offre migliori frutti il teatro realistico di Tamayo y Baus. Non si sollevano di molto da tale decadenza i lirici postromantici (Béaquer, Campoamor, Núñez de Arce) per cui si comincia ora a mitigare un ingiustificato entusiasmo critico.

Giunto ormai ai suoi ultimi anni, l'Ottocento presenta il romanziere Pedro de Alarcón, con il brioso Sombrero de tres picos; l'interessante, anche se disuguale Juan Valera (a cui si deve il celebre romanzo Pepita Jiménez) e soprattutto José María de Pereda che nei suoi romanzj principali (Peñas arriba e Sotileza) e nelle sue novelle riportò l'ambiente della regione santanderina velandolo della malinconia penetrante di chi saluta un mondo che va scomparendo. La figura di Pérez Galdós (v.) non ancora messa sufficientemente in rilievo dalla critica, riassume le vicende storiche e spirituali del secolo dall'epica lotta contro Napoleone allo sconforto dall'ultimo decennio. Pittore di Madrid, nelle sue numerosissime opere, fa una rassegna dei tipi più vari e caratteristici, ma soprattutto di quelli più umili e dolenti. Il realismo della sua arte sobria e vigorosa ne incide i volti, formando una galleria di indimenticabili ritratti, e mentre afferma che l'intima essenza dell'uomo è il dolore, sostiene anche la fiducia nella bontà umana che quel dolore rende tollerabile. A cavallo dei due secoli, ma decisamente protesa verso il Novecento è la generazione dei modernisti, che, scavra delle preoccupazioni religiose del contemporaneo e omonimo movimento europeo e nordamericano, tende a rinnovare la poesia con la ricerca e la valutazione di nuovi elementi formali. Rubén Darío, nicaraguese, è l'iniziatore del movimento e a lui si devono interessanti innovazioni metriche, ma la personalità di Ramón del Valle Incilan si impone a tutti i suoi compagni di fede estetica (Manuel Machado, Ramón Jiménez, Villaespesa, Ardavin, Pemán) per la perfezione formale delle sue opere - specie quelle della prima maniera tra cui le famosissime Sonatas - e per il mondo concitato e abnorme delle sue opere drammatiche e degli Experpentos. Particolare interesse offrono gli uomini della cosiddetta Generación del ' 68 . Con tale denominazione Azorín chiamò gli autori che, fioriti intorno all'anno della disfatta spagnola a Cuba,
di fronte al generale abbattimento, tornarono decisamente, attraverso una critica acuta e spesso severa, alla rivalutazione della loro terra e dei caratteri nazionali. Tale nome di Generación ormai convalidato dall'uso, è però convenzionale e a posteriori, poiché i vari scrittori, diversi per intenti artistici e per interessi spirituali, agirono in modo del tutto indipendente e personale. Si suole vedere in Angel Ganivet il precursore della Generación poiché egli, nel suo Idearium Español medita sul problema nazionale e si augura la rinascita. Miguel de Unamuno è il grande filosofo del suo gruppo. Nei saggi più celebri (En torno al casticismo. La vida de Don Quijote y Sancho, La agonía del cristianismo, ecc.) affronta il problema della religione (che risolve in modo esistenzialistico) e della sua nazione, affermando il valore della infra-historia. Antonio Machado, cantore della Castiglia (Soledades, Campos de Castilla, ecc.), crea un mondo fluido nelle sue sensazioni esteriori, ma volto a una intimità sognante che accoglie le vasi più tenui e dissolve il dramma nel pianto. Pio Baroja riporta nei suoi romanzi coscienze tormentate dall'esistenzialismo, ma più spesso personaggi dolorosi, vivi della sua terra, ricordando in parte Pérez Galdós, José Martínez Ruiz (Azorín), brillante saggista e descrittore del paesaggio spagnolo, si disperde poi in una artificiosa ricerca di novità formale e nel desiderio - per lui poco opportuno - di fare filosofia. Sempre nei primi anni del Novecento il teatro è rinnovato da Jacinto Benavente (La Malquerida, Señora ama, Las intereses creadas, ecc.); la critica letteraria da M. Menéndez y Pelayo e da R. Menendez Pidal; la saggistica a sfondo filosofico da J. Ortega y Gasset (Glosario).

L'ultimo ventennio appare esuberante di nuove forze. Garcia Lorca ha già ottenuto fama mondiale per le sue opere teatrali (Bodas de sangre. Yermia, La casa de Bernarda Alba, ecc.) e poetiche (Canciones, Romancero gitano, ecc.), ma accanto a lui attendono e meritano più ampio riconoscimento di quello che è stato loro dato finora in Europa Rafael Alberti, Pedro Salinas, Jorge Guillén, Vicente Aleixandre. Il romanzo e la novellistica si rinnova con Juan Antonio Zunzunegui (La Ulcera, Las ratas del barco, ecc.), mentre nuove personalità di giovanissimi si affacciano anche nella lirica, come Valverde e Ridruejo, ricche di interessi e di promesse.

Bib.: il repertorio bibl. più completo e aggiornato è quello, non ancora interam, pubbl., di J. Simon, Bibl. de la literat. hégon., Madrid 1920 e sgg. La stor. letter, più ampia e più ricca di documentaz., ma farraginoso, di difficile consultas, e attualmente non rispondente per la parte moderna, è quella di J. Cejador y Frauca, Hist. de la lengua y literat. castellana, 16 voll., Madrid 1913-22. Negli ultimi anni sono state pubblicate storie letterarie: J. M. Blocus, Hist. literaria española, Zaragoza 1946-47, 2 voll.; J. Hurtado-A. González Palencia, Hist. de la lengua española, $6^{a}$ ed., Madrid 1949; A. Valbuena Prat, Hist. de la literatura española, $3^{a}$ ed., Barcellona 1931.

Guido Mancini
VII. Archeologia. - 1. Periodo paleocristiano - Nonostante che l'inizio e lo sviluppo della cristianizzazione della S. fin dai primissimi secoli sia assai confermata, i documenti monumentali sicuri non cominciano prima del sec. Iv. Con la predicazione apostolica (la venuta di s. Paolo è un fatto storico) si formano e si sviluppano le comunità cristiane, le quali erano già molte e ben organizzate nel sec. III, con la gerarchia, le loro chiese e cimiteri; si ricordino, p. es., i martiri di Tarragona (259), s. Fructuoso vescovo, e i diaconi Augurio ed Eulogio, nei cui Atti autentici si parla pure di un lettore e di una numerosa comunità; è per altro ben noto il rimprovero di s. Cipriano (Ep., 67) contro il vescovo Marziale, che attesta l'esistenza di cimiteri cristiani nella metà del sec. III; sembra pure che il celebre can. 36 del Concilio Illiberitano, dove furono rappresentate varie diocesi, confermi l'esistenza anteriore di edifici sacri decorati con pitture. Non si è conservato però alcun ricordo monumentale di questi tempi. Alcune iscrizioni del sec. III, con formule indifferenti, pubblicate come probabilmente cristiane, restano dubbie e non recano note caratteristiche.
2. Monumenti architettonici. - Dopo la Pace di Costantino tutti i centri cristiani dovettero avere le loro chiese, sia adattate in anteriori fabbriche, sia costruite sul

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tipo basilicale, ma purtroppo i vestigi di esse venuti in luce sono scarsi. I monumenti cristiani primitivi della S. ebbero a soffrire molto dalle invasioni barbariche, la prima nel 262 e la seconda nel 414 attestata da Paolo Orosio dopo la penetrazione visigota del 409 (Hist. adversus paganos, VII, 22-28). Le 49 Composizioni di Prudenzio (24 relative al Vecchio Testamento e 25 al Nuovo) furono scritte per essere poste come testo esplicativo delle relative scene del ciclo biblico decorante una delle basiliche della S., probabilmente in Saragozza (J. P. Kirsch, Le Dittochneum de Prudence et les monuments de l'antiquité chrétienne, in Atti del II Congresso interno2. di arch. crist., Roma 1904, p. 127 sgg.). Prudenzio nel Peristephanon indica alcune chiese assai sontuose costruite sui sepolcri dei martiri; della basilica di S. Engrazia di Merida (inno iti) dice che aveva il pavimento musivo come un prato pieno di fiori, marmi preziosi nell'atrio e soffitto dorato; di questo santuario, identificato con la chiesa della martire fuori le mura della città, non restano altro, forse, che due capitelli corinzi in marmo sorreggenti l'arco trianfale della chiesa attuale. Parimenti, nell'inno iv, allude al cassettonato aureo della Basilica eretta sulla tomba di s. Fruttuoso a Tarragona; i resti di questa, venuti in luce nello scavo del cimitero cristiano, hanno riveduto che era a tre navate separate da colonne, probabilmente con bema e con abside semicircolare, pavimentata con musaico di grandi tessere di marmo e con sepolcri, alcuni coperti da musaico; misura $50 \times 19 \mathrm{~m}$.; aveva intorno monumenti sepolcrali, uno dei quali, accanto all'abside, comunica con la navata laterale sinistra.

Vestigia di chiese basilicali, di sviluppo posteriore e con evidenti relazioni con i monumenti africani, sono stati trovati nelle Isole Baleari, presso la località di Manacor (Maiorca); sono a tre navate separate da pilastri, con abside rettangolare; due di esse, di S. Maria e di S. Peretó, avevano musaici pavimentali; simile è quella di Son Bou (Minorca), recentissimamente scoperta, ma ha l'abside internamente semicircolare. Altre chiese meno solenni sono ad una sola navata; tale quella detta "cella memoriae " di Ampurias (Gerona), datata del sec. iv-v, che è un'aula di $14 \times 5.50 \mathrm{~m}$. con abside semicircolare e con nartiere che ha ingresso laterale; sotto il pavimento aveva sepolture. Sono posteriori quelle di Elche (Alicante) e Jativa (Valencia), di pianta quadrata, la prima con abside inscritta nella costruzione, la seconda senza abside; rappresentano l'influsso orientale, venuto forse attraverso il dominio bizantino e che si svilupperà negli edifici visigoti. La cosiddetta "casa-basilica", con doppia sala absidata di Merida è probabilmente adattazione di un edificio anteriore.

Merita attenzione particolare l'insieme architettonico di Contcelles (Tarragona), senza dubbio il più importante della S. e di destinazione funeraria; i ruderi occupano un'area di ca. $90 \times 20 \mathrm{~m}$. e il nucleo centrale è formato da due costruzioni unite, esteriormente quadrate ed interiormente circolare la prima e più conservata, quadrilobata la seconda; la prima è coperta da cupola decorata da musaici, dei quali si conservano resti interessantissimi.

Quanto ai cimiteri dovettero essere aree sopraterra; tradizioni antiche parlano di cimiteri sotterranei a Gerona e Saragozza, ma non sono state confermate da alcuna scoperta. I cimiteri all'aperto avevano tombe e monumenti di varie forme, che vanno dai tipi più semplici e poveri agli edifici più o meno monumentali. Se ne ha un esempio caratteristico nel cimitero di S. Fruttuoso a Tarragona (v.), scoperto nel 1923 bene esplorato e studiato.
3. Scultura. - Oltre una piccola statua del Buon Pastodel sec. vi, conservata nel Museo di Siviglia, la S. possiede una serie relativamente ricca di sarcofagi decorati con rilievi storiati, la cui importanza consiste specialmente nel fatto che essi segnalano officine di artisti locali. Gli schemi di decorazione non sono differenti da quelli del mondo romano: campi di strigili verticali od ondulati
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(1st. G. Garrabella)
Spagna - Cofano con cimeli del Cid (sec. xili), conservato nella cattedrale di Burgos.
soli o misti a rilievi istoriati, o rilievi in tutta l'ampiezza delle fronti, con le scene in fregio o separate da colonnine od alberi; non c'è alcun esempio a due ordini sovrapposti. Si possono raggruppare in vari centri o regioni. Il gruppo più importante e numeroso è quello di Tarragona, con ben quindici pezzi, completi o frammenti notevoli. Oltre quello della facciata della Cattedrale, del tempo teodosiano, e un frammento simile, gli altri, trovati negli scavi del cimitero cristiano, appartengono all'officina locale e sono del sec. v; tagliati quasi tutti in calcare del paese, come altri anteriori e pagani più o meno decorati, presentano uno schema simile: nel centro, la cartella per l'iscrizione posata su un basamento, campi di strigili ai lati e figure all'estremità; gli strigili sono ampi e poco profondi, posti in due direzioni opposte, formando nodo centrale caratteristico; è schema paragonabile con i sarcofagi trovati a Cartugine; i quadri istoriati recano figure di oranti, il sacrificio d'Isacco e personaggi, forse Apostoli, con rotolo nelle mani e sotto cortinaggio. Lo stile dei rilievi - figure allungate ma corrette, e pieghe nelle vesti strette e profuse - presenta nella sua uniformità elementi di mani diverse e di una interessante evoluzione.

Il gruppo della regione nord-centrale della Catalogna è integrato da sei sarcofagi di Gerona, uno di Ampurias e due di Barcellona; per lo stile sono piuttosto affini a quelli della Francia meridionale. I sei di Gerona si conservano nella chiesa di S. Felice, fuori le antiche mura della città; essa fu costruita probabilmente sopra un antico cimitero dal quale verrebbero i sarcofagi; tra i temi, comuni ai rilievi dei sarcofagi cristiani, sono da notare la storia di Susanna descritta in cinque episodi, che occupano tutta la fronte; G. Cristo sopra un leone, allusione, forse, alle parole del salmo 90, 13: "conculcabia leonem et draconem ". Quello di Ampurias (nel Museo provinciale di Gerona) ha la figura del Buon Pastore tra le rappresentazioni delle stagioni, geni alati e scene di vendemmia e raccolta delle olive; per il tempo - sec. iv come gli anteriori - si può considerare cristiano, benché la figura del Buon Pastore non sia sicura. I due di Barcellona, uno con due campi di strigili tra i rilievi, e l'altro a fregio, hanno le solite scene.

Il gruppo di Valencia, con tre esemplari nella città, uno di Hellin (Albacete) ed un frammento di Denia, non è così uniforme; di quelli di Valencia, semplici e con strigili, uno ha, nel centro, il solito simbolo della Risurrezione di Cristo, ma con qualche singolarità; è una croce gemmata con due colombe sulle braccia e due agnelli sotto, in luogo dei soldati. Il sarcofago di Hellin (Accademia della Storia, Madrid) ha le scene separate da pilastri: nei tre spazi centrali è G. Cristo acclamato da quattro Apostoli; il frammento di Denia ha una decorazione simile.

Il gruppo di Saragozza è costituito dai due sarcofagi della cripta di S. Engrazia, nella detta città, ed uno di Castiliacar. Di quelli di Saragozza, il più importante ha le

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scene anche nelle facciate laterali, e negli angoli carlatidi che sorreggono la cornice; nel centro si vede una figura femminile tra due Apostoli, elevata verso il cielo da una mano divina; questa scena si è voluta interpretare da alcuni come rappresentazione dell'Assunzione della Vergine, ma potrebbe essere l'anima della defunta. Nomi iscritti sulle varie figure, con lettere antiche, forse contemporanee, intendono identificare i personaggi, ma spesso arbitrariamente. Il sarcofago di Castiliscar (Saragozza), adoperato come altare, come anche gli altri due, è un esemplare stilisticamente isolato ed assai originale, proveniente da officina spagnola; nella scena della moltiplicazione dei pani, i sette cesti si sono convertiti in anfore, quasi fosse avvenuta una confusione con il miracolo di Cana.

I sarcofagi che si raggruppano intorno a Toledo sono tre completi e due frammenti, provenienti da quattro distinte località e senza affinità stilistiche; i due frammenti (di Erustes e Toledo, Puerta del Sol) appartennero a fronti con campi di strigili e scene tra colonnine, gli altri sono a fregio; due di Layos (Toledo), con le scene solite provenienti, probabilmente, da officine spagnole, ed uno di Puebla Nueva (Toledo), più singolare, con i dodici Apostoli e G. Cristo nel centro, assiso in alta cattedra, separati da colonne, tutti con forte inclinazione verso destra; avevano i nomi scritti nella cornice superiore con lettere contemporanee. Nella regione nord-occidentale è un sarcofago di Astorba, simile al primo di Layos, ed un altro di Villanueva de Lerenzana (Lugo) - con strigili a forma di 3 - del sec. v. Della regione di Merida, così abbondante in iscrizioni ed altre memorie cristiane, non si conserva altro che un frammento di coperchio con le scene di Noè e di un banchetto, ed un sarcofago liscio con una corona dipinta nel coperchio. Resti sono anche scarsi nella regione della Betica; un sarcofago a Martos (Jaén) con le scene separate da colonne, e quello di Berja (Almeria) in cui si vedono i due Principi degli Apostoli davanti ad un personaggio seduto con un diadema sulla testa; due frammenti di Palacios (Siviglia) e di Cordova hanno scene, tra le colonne, il primo, e campi di strigili e rilievi, il secondo. Altri tre sarcofagi, del sec. iv inoltrato, trovati a Covarubias (Burgos), Carteya (Cadige) e Prado (Siviglia) potrebbero essere cristiani ma non hanno che temi profani.
4. Musatici. - Non si conservano pitture con temi cristiani, ma i musaici sono relativamente abbondanti; tra i pavimentali, i più antichi si sono trovati in edifici non sacri, come quello della villa di Fortunatus a Fraga (Huesca) e di Estrada (Huesca), il primo con il monogramma di Cristo e l'altro, assai rozzo, con pani, pesci, svastiche, dischi, fiori, ecc. Nelle chiese accennate di S. Peretó e S. Maria (Mallorca) e di Elche (Alicante), si trovarono musaici non anteriori al sec. v con decorazione geometrica e con scene del Vecchio Testamento, in quella di Elche, con iscrizioni indicanti il posto dei minierci e dei fedeli. Nella cupola di Centcelles (v. tarragona) con musaici conservati solo in parte, i temi sono funerari : scena di caccia, le stagioni, Daniele fra i leoni, la nave di Giona, i tre fanciulli nella fornace e forse Noé; le scene vengono separate da colonne come in una fronte di sarcofago: sono del sec. iv. Più interessante ancora è la serie di musaici tombali, ristretti alla metà orientale della penisola e paragonabili a quelli dell'Africa cristiana, con i quali formano un insieme geografico chiuso. Se ne conservano tre frammenti a Tarragona, tra i quali è bellissimo quello di Optimus, con la figura del defunto e iscrizione metrica; un gruppo assai notevole di Montecillas (Huesca), i più simili agli africani; uno ad Alafaro (Logrono), uno a Denia (Valencia) e parecchi a Menacur (Maiorca), tutti questi con solo l'iscrizione e temi decorativi.
5. Periodo visigotico. - Mentre le diverse province spagnole, quasi tutte profondamente romanizzate, restarono in relazione con la Metropoli ed in contatti con le province vicine, le tradizioni artistiche indigene, specie dell'Africa, ebbero un influsso poco importante sui monumenti. Ma con le invasioni dei barbari, e soprattutto dal sec. v con il dominio visigotico, restarono centri isolati,
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(1st. S. Gornhella)
Spagna - Stendardo preso ai musulmani durante la battaglia di - Las Navas de Tolma - (1212), conservato nel monastero di Las Huelgas - Burgos.
prima, e dopo la maggioranza delle regioni furono staccate quasi totalmente dalle ereditá classiche; l'influsso germanico, però, è notevole soltanto nelle arti minori (fibule aquiliformi) e quasi nulla nell'architettura e scultura : si intensificarono gli influssi della tradizione indigena (arco a ferro di cavallo, disegni geometrici profondamente tagliati, corde, ecc.) e quelli orientali arrivati attraverso l'Africa bizantina. Così si formarono centri di cultura sulle coste del Mediterraneo, principalmente nella Betica, ed anche nella Lusitania, da dove l'arte monumentale visigotica irradió verso Toledo e, dopo, in tutta la penisola.
6. Architettura. - Già si è notato questo influsso orien-tale-africano nelle chiese basilicali delle Baleari : altre simili sono state segnalate a Tarrassa (Egara) ed a Cabeza de Griego (Cuenca), questa con la pianta quasi quadrata, ma a tre navi, come quella di Algezares (Murcia), con abside semicircolare, portico e piscina battesimale. Quelle di S. Pietro di Alcantara (Malaga), Alcacerejos (Cordoba) e Casa Herrera (Merida) hanno due absidi opposte e portico laterale; la seconda con grande battistero che ha, nell'ingresso della cappella absidale, l'arco a ferro di cavallo. Due più orientali, S. Cugat de Vallés (Barcellona) e Fraga (Huesca), hanno una sola abside a ferro di cavallo.

Del sec. VII inoltrato si conservano varie chiese, tutte costruite con blocchi di pietra ben tagliati, con abside quadrata, archi a ferro di cavallo ed abbondantemente decorate sia all'interno che all'esterno. Esistono due tipi di pianta: basilicale e cruciforme; sono di tipo basilicale quelle di S. Juan de Baños (Palencia) che conserva l'iscrizione della fondazione, dell'a. 66r, S. Pietro de Balsemao (al nord del Portogallo) e S. Maria de Quinta-

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(ft. Mav)
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(ft. Mav)
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(ft. Mav)
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In alto a sinistra: ADORAZIONE DEI MAGI, dipinto di ignoto spagnolo del sec. xv - Nuova York, Coll. Kress. In alto a destra: S. BERNARDINO CHE ASSISTE UN FERITO. Particolare del polittico di S. Bernardino, dipinto di G. Figuerra e R. Thomas (1455-56) - Cagliari, Museo nazionale. In basso: CRISTO IN TRONO E STORIE DELLA VITA DI S. LORENZO. Antependio in legno dipinto del sec. xi - Vich, Museo episcopale.

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In alto a sinistra: SALITA AL CALVARIO. Particolare dell'affresco di Giovanni Olivieri (1330) - Pamplona, refettorio della Cattedrale. In alto a destra: S. CATERINA. Particolare del retablo dei ss. Caterina, Lorenzo e Prudenzio, eseguito da Juan de Levi (1392-1404) - Tarazona, Cattedrale, Cappella dei cardinali. In basso a sinistra: APPARIZIONE DI S. LEOCADIA A S. ILGEFONSO. Dipinto di F. Gallego (sec. xv). Retablo di S. Ildefonso - Zamora, Cattedrale. In basso a destra: ULTIMA COMUNIONE DI S. GIUSEPPE CALASANZIO. Particolare del dipinto di Goya (1820) - Madrid, chiesa di S. Antonio.

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(Jul. Miser)

A sinistra: S. MAKIA EGIZIACA - Roma, Galleria Borghese. A destra: S. AGNESSE - Dresda, Finacateca.

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nilla de las Viñas (Burgos), questa con nave traversa e ricca decorazione, anche con rilievi figurati, ma molto rozzi, datata del sec. viII.

Parallelamente si sviluppa il tipo cruciforme, come la cappella funeraria di S. Fruttuoso di Braga (Portogallo), della metà del sec. vir, il cui prospetto esteriore ricorda assai quello del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna; nelle chiese di S. Pietro de la Mata (Toledo) dedicata al tempo di Wamba (67a-81) e S. Comba de Bande (Orense) la pianta cruciforme iscritta in una pianta quadrata, con celle, forse monacali, negli spazi fra la croce e il quadrato; questa forma si ritrova ancora più sviluppata nella chiesa di S. Pietro della Nave (Zamora), del sec. viII, nella quale i bracci della croce sporgono fuori del rettangolo. La decorazione interna di queste chiese è ricchissima, specie nell'ultima, con due capitelli in forma di piramide tronca rovesciata, ornati con le scene del sacrificio d'Isacco. Daniele fra i leoni e busti di Apostoli, con iscrizione.

7. Scultura. - Nella scultura visigotica i temi sono prevalentemente decorativi : disegni geometrici, cordati, intrecci, tralci ondulati, fiori, frutti, animali, uccelli, pesci, vasi ansati con colombe, nicchie con croci o monogrammi, con le are molto allargate, e fiancheggiati da palme od anche da angeli; si trovano, come si è già accennato, nei muri delle chiese, cornici, transenne, stipiti, pilastri, mattoni ed altri elementi architettonici. I centri principali di sviluppo sono a Merida, Toledo, Cordova, da dove passarono i tipi un po' da per tutto, ma meno nella parte orientale. Anche sui sarcofagi si trovano rilievi istoriati e qualche volta in capitelli e lastre. Tra i sarcofagi sono da ricordare quello di Briviesca (Burgos) ed altri due della stessa regione (Cameno e Poza de Sul), procedenti dalla stessa officina, con decorazione nelle quattro facciate; e quelli di Ecija ed Alcaudete, nella regione meridionale, tutti in stile orientale; quasi tutte le scene sono del Vecchio Testamento, non sempre identificabili per la singolarità; è notissimo quello di Ecija (Siviglia), nel quale figurano il sacrificio d'Isacco, Daniele tra i leoni, e, nel centro, il Buon Pastore, con iscrizioni greche.
8. Arti minori. - Oltre le fibule squiliformi ed i fermagli in metallo, qualche volta preziosi ed incrostati di vetri a colori, importati dai Visigoti e dai quali derivano simili gioielli spagnoli, hanno un interesse singolare le corone e croci votive, trovate nei celebri Tesori di Guarrazar (Toledo) e Torredonjimeno (Jean), di metalli preziosi e con gemme, sontuose e ricchissime, tutte con iscrizioni che hanno i nomi di donatori accompagnati quasi sempre dalla parola viтa. Interessanti sono i vasi o piccoli anfore ed i piatti liturgici, spesso ansati, in argento con iscrizioni simili; sono uguali a quelli orientali, specialmente dell'Egitto, da dove sarebbero stati importati, ma altri sono evidentemente fabbricati in