tte con iscrizioni che hanno i nomi di donatori accompagnati quasi sempre dalla parola viтa. Interessanti sono i vasi o piccoli anfore ed i piatti liturgici, spesso ansati, in argento con iscrizioni simili; sono uguali a quelli orientali, specialmente dell'Egitto, da dove sarebbero stati importati, ma altri sono evidentemente fabbricati in S.
9. Epigrafia. - Le iscrizioni anteriori alla metà del sec. Iv sono scarsissime; potrebbero essere cristiane alcune del sec. III con testo indifferente, specie quelle con le formole "memoria illius" o "posuit memoriam", che dalla metà del sec. Iv si trovano insieme con simboli ed espressioni cristiane, come "receptus", "recessit", con o senza "in pace". Dalla metà del sec. v e durante tutto il tempo visigotico, i formulari prendono caratteristiche particolari nelle varie regioni. Nella provincia citeriore, dove le iscrizioni sono scarsissime, tranne la città di Tarragona che è il centro più ricco ed antico della S., si conserva più costante la romanità: non vi si trova la datazione per l'èra ispanica e solo il consolato, nelle 6 o 7 datate (la più antica del 393 e le altre del sec.v); i formulari sono vari, più frequenti " hic requiescit" o "quiescit", ma anche con esempi di "hic iacet", "recessit", "perivit", "redivit in pace" (Cartaginesse), "depositus", "visit in pace", "quiescet", "requiescit", "quiescat"; come formole notevoli sono da notarsi 4 esempi di Tarragona con allusione alla Risurrezione: "sperano resurrectionem a Deo", e lodi singolari; nei mosaici tombali di Coscojuela si trova la frase "sepulchrum adornavit». Per la S. occidentale è caratteristica comune e frequente la datazione secondo l'èra spagnola e l'uso dell'appellativo "famulus Dei", portata dai Visigoti dalla Francia, e, dal sec. vi, "famulus Christi".
Nella Lusitania, con centri importanti a Merida, Mertola e Beja, la formola propria è "requievit in pace", ma non senza esempi di "recessit, receptus in pace", nelle più antiche, e "obdormivit" o "decessit in pace"; dopo la metà del sec. v, lo schema più generale è : "N. Famulus Dei (Christi) - visit annos (annis) tot - requievit in pace (Domini, Domini nostri Jesu Christi) die (dalla metà del vi, sub die)... Era... ".
Come decorazione è frequente una corona che circonda il testo con monogramma o croce nella parte superiore. Come formole notevoli sono da ricordarsi quelle relative alla penitenza: "N. penitens; accepta poenitentia, requievit... ".
La Betica, regione assai presto ed intensamente romanizzata, è la più ricca, benché nessun centro singolare abbia tante iscrizioni come Tarragona o Merida. Lo schema caratteristico è, come nella Lusitania, ma con la formola "recessit in pace", invece di "requievit in pace"; ha pure esempi di "receptus in pace, quiescit - requiescit in pace, hic requiescit", ecc.; "defunctus est, mortuus, obiit, migravit ", ecc.; la varietà sub die per la data della morte è solo frequente nel Convento Cordubense, dove si trova più presso l'appellativo "famulus Christi". Si trovano anche allusioni alla penitenza: " in coena Domini accepit penitentiam... cum penitentia recessit", alla Risurrezione: "credo quod Redemptor meus vivit...", ed al Battesimo. Vengono spesso decorate da monogrammi o croci dentro corone o cerchi e fiancheggiati da colombe.
Le iscrizioni metriche non sono molto numerose, ma importanti per la storia, perché quasi tutte sono di personaggi della gerarchia ecclesiastica. Le scarse iscrizioni in greco appartengono quasi tutte alle province della Betica e della Lusitania. Più interessanti sono le iscrizioni monumentali, specie su edifizi sacri, differenti dalle altre del mondo romano; in queste si fa memoria della costruzione, restauro o, in caso, della dedicazione dell'edificio, ma non vi si nota la data relativa; nelle spagnole, invece, si trovano le indicazioni liturgiche relative alla consacrazione, il nome del dedicante, e tutte hanno il giorno, che sempre cade in domenica. Sono anche di grande interesse per la storia del culto dei santi le liste di reliquie, deposte nell'altare o conservate nella chiesa; si devono considerare posteriori all'a. 600 , perché le iscrizioni dedicatorie datate non si hanno prima di questa data; i due gruppi sono meno abbondanti nella S. orientale. Anche le iscrizioni monumentali civili hanno carattere religioso, sia per monogrammi, sia per espressioni sacre. Altri gruppi vengono formati dai calendari liturgici, iscrizioni su oggetti votivi - quasi sempre con la formola "ille offeret" - e su diversi gioielli, con il nome in vocativo e le parole "vivas" o "vita"; simili iscrizioni sono anche sui mattoni e tegole, oppure con il ricordo "salvo illo".
Il sistema di datazione per l'èra spagnola, la quale comincia, come è noto, 38 anni prima dell'èra cristiana, e che è la esclusiva delle iscrizioni delle regioni occidentali, è la stessa che si trova dal sec. III in alcune iscrizioni pagane nelle regioni Asturica e Cantabra, indicata con la formola "aera cos."; in questa regione sarebbe nato questo sistema di datazione e da qui si propagò nelle regioni vicine: a Merida, dal sec. Iv, alle province di Lusitania, Betica e Gallaecia, dalla fine del sec. v, ed alla parte occidentale della Cartigense, dalla metà del sec. vi.
Una singolarità paleografica che si trova nelle iscrizioni occidentali ed anche nei manoscritti fino al sec. xII, è il numerale XL, con le lettere in nesso speciale.
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Pietro Batlle Huguet
VIII. Arte sacra. - Nel periodo paleocristiano, sulle dominanti strutture classiche, ereditate da Roma imperiale, si avvertono innesti orientali e precisamente musulmani, come gli archi a ferro di cavallo che compaiono fin dal sec. II in talune stele funerarie. Ma una tipica impronta medievale fu conferita all'edilizia religiosa dal sec. v all'viit, per opera dei Visigoti che arricchirono le forme romane di ornamenti esuberanti e policromi. Lo attesta in particolar modo la chiesa basilicale di S. Giovanni di Baños (Palencia), consacrata verso il 660 , dove le decorazioni plastiche, con pietre a taglio obliquo, accoppiano agli influssi bizantini motivi visigoti. Benché ricordate da s. Isidoro di Siviglia, le decorazioni pittoriche di tale periodo sono dovunque scomparse.
Documentano invece il gusto visigotico nell'arte applicata le preziose oreficerie del Museo di Cluny, a Parigi, fra cui le croci e corone votive con pietre dure e paste vitree, incastonate in alveoli metallici e provenienti da Guarrazar (Toledo). Dopo la travolgente invasione dei
Mori, effettuatasi nel sec. viII, si ebbe al nord della penisola iberica, e precisamente nelle Asturie, un centro di fertile attività cristiana, contrassegnata da due tipi diversi di costruzioni chessatiche, che presentano la comune particolarità della camera sopra la cappella maggiore, adibita a rifugio e in cui si entra soltanto da una finestra alta. Al primo tipo appartengono chiese dove si conserva la tradizione classica, ma con elementi affini al gusto carolingio, e vi si notano speroni, contrafforti e la navata di tran-
setto (ad es.: S. Giovanni di Pravia [780] e Santullano di Oviedo). Del secondo tipo, fiorito sotto Ramiro I (842-50), fanno parte costruzioni di modello orientale che preannunziano lo stile romanico, con il loro accentuato sviluppo in altezza, le vólte semicilindriche e le pareti interne alleggerite da archi ciechi su colonne agili. Basterà citare S. Maria di Naranco, presso Oviedo, di pianta rettangolare, S. Michele di Lillo e S. Cristina e Lena. In entrambi i tipi di chiese figurano rilievi caratteristici, che as-
sumono una certa finezza, derivata probabilmente da oreficerie e sculture in avorio, nei monumenti di origine ramirense. Benché limitato a pochi decenni, è da ricordare, dopo lo sviluppo dell'arte islamica nel calif. fato di Cordova, quello dell'arte detta mozarabica, dai mozarabi o cristiani sottomessi, che raggiunse il suo splendore massimo nella zona di Léon ma si diffuse pure in Galizia, nelle Asturie, in Castiglia, in Aragona e in Catalogna. Sono elementi confovani, negli edifici di cotesto stile, gli archi a ferro di cavallo e le vólte ad archi incrociati, mentre rammentano Bisanzio i capitelli corinzi e le transenne di pietra nelle finestre. Appartengono tutte al sec. x: S. Maria di Melque (To-
ledo), S. Michele di Celanova (Orense) e l'ornatissimo S. Michele di Escalada (Léon) che è l'esemplare più co-
spicuo. Le manifestazioni plastiche, in assenza di figure umane, ebbero il loro maggiore impiego nell'intaglio dell'avorio e mirabili appaiono le stilizzazioni di animali nella serie dei codici, quali la Bibbia Hispalensis (metà del sec. x). Agli inizi del sec. xi risalgono le prime costruzioni romaniche, cioè le chiese di Caserres, Tabernales e Cardona. E qualche anno dopo, con l'introduzione della riforma cluniacense nei monasteri, dovuta al re di Na varra Sancho il Maggiore (1023), il nuovo stile europeo si diffuse rapidamente anche in S. Singolari esempi di esso sono, nella seconda metà del sec. xi, il portico detto Pantheon reale in S. Isidoro a Léon, che accusa influenze lombarde, bizantine e normanne e vanta stupende figurazioni nei capoclli, e la cattedrale di Iaca, a tre navate e transetto, con un bellissimo sistema di vólte e ornamentazioni plastiche di gusto più classico che bizantino.
Tra i maggiori monumenti dell'età romanica, con solo nella penisola, è la cattedrale castigliana di Santiago di Compostella (1103), adorna di preziose sculture nella Puerta de las Platerias e nel Portico de la Gloria. Influssi musulmani si avvertono negli avori della cassa di S. Millan (Museo archeologico di Madrid) e nella grande arca della Camera Santa di Oviedo, in argento dorato. Fra i documenti pittorici di questo periodo si ricordano, in Castiglia, le scene bibliche e venatorie a S. Baduel di Casillas de Berlanga e, in Catalogna, quelle della chiesa mozarabica di Pedret. Più tardi, nelle pitture della cattedrale di Urgel e di S. Clemente di Tahull appaiono manifesti rapporti stilistici con la scultura della Francia meridionale.
Già nel sopra citato Portico de la Gloria a Santiago di Compostella, che fu eseguito fra il 1168 e il 1188 , compaiono i primi archi ogivali del gotico e nel medesimo periodo si hanno analoghi innesti di codesto stile sulle membrature romaniche, per iniziativa soprattutto dell'ordine sistercense, a Poblet e a Santas Creus in Catalogna; caratteristiche, inoltre, le cattedrali gotiche, dall'aspetto militaresco, di Avila e di Tuy (Galizia). Ma
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fu per opera dei Francescani e dei Domenicani, sotto il regno di Ferdinando III il Santo, cugino di s. Luigi IX re di Francia, che si afferrnò l'architettura ogivale, nella prima metà del sec. xili, con la cattedrale di Burgos, arieggiante le forme francesi, e con quella imponente di Toledo dai lievi accenti moreschi; è da ritenersi un esemplare sporadico, poi, la Cattedrale posteriore, e di un gusto per nulla iberico, di Léon con la sua tendenza a rendere quasi eteree le masse, a somiglianza di quella di Beauvais in Francia. Come in altre parti di Europa, l'edilizia gotica in S. ebbe corso anche durante i secc. xv e xvi, smarrendo via via lo stancio inventivo ma non la perfezione tecnica, come dimostrano le cattedrali di Salamanca e di Segovia. La scultura duecentesca, specie sulle facciate chiesastiche, assurse ad alto livello qualitativo, si da rivaleggiare con quella francese, decadde nel Trecento e riacquistò prestigio nel secolo successivo anche per l'apporto di valenti maestri francesi, tedeschi, fiamminghi ed italiani, che non tardarono ad acclimatarsi nel paese ospitale. A Valenza, sui primi del Quattrocento, operava Giuliano
Fiorentino, seguace dei Ghiberti; Juan de la Huerta collaborava con il celebre Claus Sluter a Digione, e a Pamplona si trova il borgognone Janin de Lome. Tipico prodotto della scultura spagnola, in questo periodo, furono, inoltre, gli altari (a Tarragona, a Burgos, nella certosa di Miraflores e, più tardi, a Siviglia e a Toledo) e gli stalli corali, fra cui memorabili quelli, in stile gotico fiorito, di S. Tommaso ad Avila e di Cèlanova (Galizia) e gli altri, figurati, di León, Ciudad Rodrigo, Plasencia e Toledo. La pittura segue ancora gli arcaismi romanici nel sec. xili e il primo maestro castigliano a noi noto è Antonio Sanchez di Segovia che decorava nel 1262 la cappella di S. Martino nella cattedrale vecchia di Salamanca. Ma verso la prima metà del Trecento recavano un nuovo soffio figurativo i pittori senesi, a cui succedevano il fiorentino Gherardo di Jacopo Starnina (la sua maniera è visibile nella cattedrale di Toledo) e l'anonimo, italianissimo autore del polittico della certosa di Porta Coeli (ora nel Museo di Valenza). E verso la metà del ' 100 Dello di Nicola, detto Nicola Fiorentino, dipingeva l'altare nella cattedrale di Salamanca. Qualche anno prima, anche i modi fiamminghi avevano conquistato spiritualmente la S. ad opera del grande Jan van Eyck, e, quindi, di Lluis Dalman, spagnolo pensionato in Fiandra, fin che Jaime Baço Jacomart, pittore del re Alfonso V, realizzava la fusione dello stile italiano con la tecnica fiamminga, aprendo nuove vie all'arte della sua terra.
Con l'avvento del re Ferdinando d'Aragona e di Isabella di Castiglia (1472), favorita dalla raggiunta unità nazionale, aveva origine una tendenza di trapasso, detta stile Isabella, che risente del gotico fiorito, ma non manca di motivi moreschi. I suoi monumenti architettonici sono la chiesa di S. Giovanni de los Reyes, a Toledo, il castello del Real de Manzanares (Madrid) e il Collegio di S. Gregorio a Valladolid. Fra i pittori, pur nel dominante gusto fiammingo, s'impongono, alla Corte di Burgos, l'italianizzante Rodrigo di Osana, Bartolomeo Bermejo di Cordova, dall'aspro realismo iberico; Alejo Fernandez, più evoluto e delicato, e Pedro Berruguete, castigliano, che dopo aver operato ad Urbino, accanto a Giusto di Gand, dipinse in Toledo e in Avila con robusto colore. Verso la fine del Quattrocento anche la Catalogna possedeva uno squisito colorista: Janne Huguet.
Sebbene in ritardo, lo stile della Rinascenza italiana trovò fruttifera accoglienza in Castiglia per merito del card. d. Pedro Gonzales de Mendoza, che fondava nel 1491 il Collegio di S. Croce a Valladolid. Durante il Cinquecento avanzato seppe assorbire brillantemente i ritmi classici, desunti dall'Italia, Pedro Machuca, che eresse il Palazzo di Carlo V nell'Albambra di Granata.

Spagna - Ordinazione di oltre 800 sacerdoti nello stadio di Barcellona, in occasione del Congresso Eucaristico Internazionale del 1952.
Nel campo plastico si ricordano la tomba del predetto card. Mendoza, nella cattedrale di Toledo, e le altre scolpite più tardi dai fiorentini Domenico di Alessandro Fancelli (ad Avila, a Granata, ad Alcalá) e Pietro Torregiani, a Siviglia. Di scarsa importanza furono allora i pittori venuti dall'Italia; risultò proficua, invece, l'educazione italiana per il sopra citato Pedro Machuca, che assimilò atteggiamenti da Michelangelo e dal Correggio, per i due leonardeschi Fernán Yánez de la Almedina e Fernán Llanos, per l'allievo di Michelangelo Alonso Berruguete, che fu soprattutto scultore. Da menzionare, inoltre, a Siviglia, il correggesco Luis de Vargas; a Valenza, il raffacilesco Juan de Juanes, nonché il solitario arcainizzante Luis de Morales, detto il Dicina, per i suoi soggetti religiosi, trattati con pia tenerezza.
Durante il sec. xvi non mancò neppure una fioritura d'arte con evidenti caratteri nazionali. Preceduto dal cosiddetto stile Niménez (a ricordo del card. Jiménez de Cisneros che lo promosse, con elementi italiani, su fondo gotico, e tecniche e reminiscenze moresche), lo stile piateresco (da plateros = orafi) si distingue per l'abbondanza degli ornati e delle minute squisitezze, si da soffocare la purezza della linea architettonica. Se ne fece assertore un altro presule: don Alonso de Fonseca, arcivescovo di Santiago e di Toledo (m. nel 1534), a cui si deve l'erezione della casa della Salina e del Collegio arcivescovile, a Salamanca, e della facciata e del cortile dell'Università di Alcalá. Emersero fra gli architetti di codesta tendenza Alonso de Covarrubias, Pedro Gumiel e Diego de Siloe; fra gli scultori, oltre al più vigoroso, dinamico e drammatico, cioè Alonso Berruguete, Vasco de Zarza, Damiano Forment e il francese baroccheggiante Juan de Juni. Una vigorosa ripresa di classicismo italianizzante si ebbe sotto il regno di Filippo II (15631584) le cui preferenze estetiche, determinate da uno spirito ardente di riforma cattolica si cristallizzano nelle severe armonie dell'Escorial, costruito da Juan de Herrera. In esso rifulsono l'altare bronzeo e i mausolei di Leone e Pompeo Leoni e i tesori pittorici colà radunati da quel sovrano e dovuti alla grande triade veneta; Tiziano, Veronese, Tintoretto e all'insigne ritrattista Alonso Sanchez Coello (1532-88), discepolo di Antonio Moro. Alla morte di Filippo II (1598) erano attive le scuole pittoriche di Madrid, Toledo, Siviglia e Valenza, mentre la scultura prosperava principalmente a Valladolid e a Granata.
Notevoli la tendenza realistica, affine al caravaggismo, che Francesco Ribalta iniziava a Valenza e le attività sivigliane del forte naturalista Francisco de Herrera il Vecchio, del dotto Francisco Pacheco e del venezianeggiante Juan de Roeısa. Ma uno splendore ben più vivo e durevole s'effondeva dalla pittura di Toledo, dove
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il geniale Domenico Theotocopuli, detto il Greco, impersonava l'anima mistica della S. anticipando, nel colorito e nei particolari compositivi, le manifestazioni dell'espressionismo moderno. A Valladolid, illanguidita la tradizione classica dei Leoni, prendeva consistenza, ad opera del gallego Gregorio Fernandez, il realismo della illustre scuola plastica castigliana. Codesto maestro, m. nel 1636, è noto soprattutto per le sue scene della Passione (paese), eseguite in gruppi di figure lignee che avevano un ufficio processionale. Una tendenza più classica e dolce manifestava in Andalusia l'altro scultore eminente Juan Montanes (m. nel 1649 ).
In pieno periodo barocco, il Regno di Filippo IV (1621-65) segnava la massima fioritura dell'arte iberica, per lo meno nell'ambito della pittura da cavalletto.
Manifestazioni cospicue di quel gusto architetto nico, cui diedero l'opera loro Sebastian Herrera Barunevo, Pedro de la Torre e Francisco Herrera il Giovane, rimangono il Pantheon dello Escorial, costruito in gran parte dall'italiano G. B. Crescenzio, la cappella di S. Isidoro a Madrid, il Sagrario della cattedrale e la Carità di Siviglia, la navata della certosa di Granata ecc. Nella scultura emerse Alonso Cano, a cui seguirono, con análogo stile, Pedro de Mena (m. nel 1688) e José de Mora (m. nel 1724). La scuola pittorica di Madrid fu dominata da un vero genio: Diego Velazquez, che tuttavia non ha lasciato la sua impronta più valida nelle opere di carattere sacro. Ne seguirono l'attività continuandone l'accentazione realistica G. B. Martínez del Mazo (m. nel 1867), che divenne poi genero del maestro, Antonio Puga e Juan de Pareja; a Valenza fiorirono Francesco Ribalta, Gerolamo Giacinto Espinosa e il vigoroso Giuseppe Ribera, prima di trasferirsi a Napoli, dove assunse il nomignolo di Spagnoletto; a Granata si distinse Alonso Cano, già citato fra gli scultori, e nella scuola di Siviglia operò con infaticabile vena e profondo spirito religioso, tipicamente iberico, Francisco Zurbaran.
I caratteri nazionali si attenuarono nella seconda metà del sec. xvir, sotto il regno di Carlo II; meritea menzione, comunque, le esuberanti e decorative forme architettoniche di José Churriguera, le sculture emotive di Pedro Roldan, le opere pittoriche di Juan Carreño de Miranda, ottimo ritrattista, detto il van Dirk spagnolo, Francisco de Herrera il Giovane, già menzionato quale architetto, e Claudio Coello, a Madrid, mentre alla scuola sivigliana appartengono l'intenso Juan de Valdes Leal e Bartolomeo Esteban Murillo, realista nei soggetti di genere e creatore nel campo sacro di seducenti tipologie che ebbero una immensa popolarità in tutto il mondo cattolico fino alle soglie del secolo attuale.
All'inizio del Settecento, salito al trono Filippo V di Borbone, schiere di artisti francesi, in particolare architetti e pittori, si installarono alla Corte di Madrid e ne segui una generale stasi delle genuine virtù figurative, le quali ebbero una ripresa sotto Fernando VI e meglio ancora sotto Carlo III (1759-88), con l'erezione del nuovo Palazzo reale, su disegni del messinese Filippo Juvara, e la venuta a Madrid del veneziano G. B. Tiepolo e del boemo Antonio Raffaele Mengs. Le tendenze neoclassiche di quest'ultimo infliurono sul pittore sragonesse Francesco Bayeu, maestro e, quindi, cognato del grande colorista Francesco Goya, che seppe, fra l'altro, interpretare quasi tutte le inclinazioni etniche dell'anima spagnola, ma non lo spirito religioso, sebbene alle sue scarse opere sacre non difettino originali virtù espressive. Il neoclassicismo edilizio ebbe un rappresentante notevole in Ventura Rodriguez, autore della cappella del Pilar a Saragozza e della chiesa di S. Vittoria a Cordova, e alla medesima tendenza s'ispirarono gli scultori Luis Salvador Carmona e Ferreiro.
Ancora nei primi decenni del sec. xix l'arte spagnola partecipava al più vivo fermento innovatore europeo, con le creazioni pittoriche e acquattortistiche di Goya, ma, in seguito, specie sotto l'aspetto religioso, essa rimase chiusa nell'eclettismo accademico, sfruttando motivi recenti, cinquecenteschi e barocchi, sebbene taluni pittori del tardo Ottocento, come la dinastia dei Madraen, Mariano Fortuny (m. nel 1874) e i più recenti Ignazio Zu-
loaga e Gioacchino Sorolla y Bastida acquistassero fama internazionale. A costoro si riallaccia in parte José Gutierrez Solana (n. nel 1885 e m. nel 1945) a cui non si possono negare virtù narrative singolari e vigorose suggestioni di misticismo iberico.
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IX. Ordinamento scolastico. - L'insegnamento primario è stato ordinato dalla legge del 1945. Esso comprende la scuola materna (dai 2 ai 4 anni di età); la scuola dei pargoli (dai 4 ai 6); la scuola elementare obbligatoria (dai 6 ai 12 ) a cui segue eventualmente il corso d'avviamento professionale (dai 12 ai 15 ). L'insegnamento secondario è imperniato sul baccellierato, diviso in inferiore di quattro anni, e superiore che aggiunge altri due anni. Vi si giunge mediante due rispettivi esami. Vi sono anche scuole del magistero, chiamate normales, e scuole per specialità tecniche (Institutos laborales). Ai corsi universitari si premette un anno di preparazione o ingresso da compiersi nei centri di secondo insegnamento. Tali sono le norme della nuova legge del 1953. L'ordinamento universitario segue le ordinanze emanate nel 1943.
Durante più di un secolo il monopolio statale più assoluto ha regnato nell'insegnamento spagnolo. La Chiesa poteva bensi insegnare, ma tutti i suoi alunni dovevano sottostare agli esami, testi e programmi dello Stato. Soltanto il regime di Franco ha introdotto la parificazione dei centri della Chiesa che ancora urta contro la mentalità di alcuni intellettuali, specialmente fra i professori statali. La parificazione è un fatto nella scuola primaria e nel baccellierato. Il tribunale per gli esami è composto per il baccellierato inferiore da un preside, insegnante statale, da due professori dell'alunno e da due ispettori. Per il baccellierato superiore il preside del tribunale è un professore di università. I convitti della Chiesa per baccellierato devono accettare un $10 \%$ di alunni stipendiati dallo Stato, la cui ammissione però deve essere approvata dal rettore del collegio.
In tutti i gradi dell'insegnamento statale, compresa le università, v'è scuola obbligatoria di religione dalla quale vengono dispensati i non cattolici. Attorno alle principali università vi sono i Colegios Mayores, ossia convitti universitari in cui non mancano il cappellano e la disciplina morale e religiosa. I parroci hanno diritto di visitare le scuole primarie site nelle proprie parrocchie e di spiegarvi il catechismo.
L'ordinanza 9 dell'ordinamento universitario riconosce il diritto della Chiesa di fondare proprie università; ma finora non è stata accordata la parificazione che all'1 Instituto Católico de Artes e Industrias e di Madrid, diretto dai Gesuiti. Altri istituti universitari non parificati vengono tenuti dalla Chiesa a Madrid (Collegio Mayor de S. Pablo, Instituto de Leon XIII per scienze sociali); Bilbao (diritto e commercio); Barcellona (chimica, bio-
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logia); Escorial (diritto). La Chiesa ha inoltre le sue Università Pontificie di Comillas (v.) e Salamanca. Dal 1951 un comitato nazionale di vescovi tutela i diritti della Chiesa nell'insegnamento.
Le statistiche del 1951-52 davano alla Chiesa 2890 scuole primarie con 307.65 I alunni di cui 261.834 gratuiti contro 70.12 I scuole dello Stato con ca. 2.300 .000 alunni. Invece ca. il $70 \%$ degli alunni di barcellierato frequenta i collegi della Chiesa in numero di ca. 120.000 . Vedi tavv. LXVI-LXXI.
BibL.: I. Erondonea, En defensa de la ley de Franco sobre segunda enseñanza, in Razón y Fe, 127 (1943), pp. 102-106, 197205, 312-30; J. Ibañez Martin, Diez años de servicios a la cultura española, Madrid 1930-49; Anuario de la enseñanza primaria, curso 1931-52, ivi 1952. Ignazio Ortiz de Urbina
SPAGNOLETTO, Jusepe de Ribera, detto lo. Pittore, n. a Jativa (Spagna) il 12 genn. 1588, m. a Posillipo (Napoli) il 2 sett. 1652.
Adolescente, a Valenza fu attratto dalle opere di Francesco Ribalta, principale esponente della pittura valenzana del tempo, il quale contemperava l'innato realismo con l'insegnamento dei Carracci da lui osservati durante un viaggio in Italia. Anche il R. si recò presto in Italia; prima a Roma, dove per la vita scapigliata ricevette il nome di Spagnoletto, e poi, nel 1616, dopo aver viaggiato nell'Italia settentrionale (a Parma, a Padova e altrove) ed aver ammirato il Correggio, Tiziano, il Veronese (di cui risulta che copiasse un dipinto a Padova) e gli altri veneti, si stabilí a Napoli e vi sposò la figlia di un pittore locale e godette la protezione del viceré duca d'Osuna, e dei suoi successori. Nel 1626 fu cletto membro della romana Accademia di S. Luca. La tendenza naturalistica, a cui l'aveva indirizzato il Ribalta, si rafforza in Italia a contatto con la pittura del Caravaggio che egli peraltro interpreta personalmente, con una inusitata ricchezza di pasta cromatica, attinta forse alla pittura del Bassano, nell'ostentata contraffazione dei più minuti e sensuali particolari (cf. le figure dei pastori nell'Adorazione dei pastori [1650] del Louvre). A ciò egli aggiunge una illuminazione veemente e drammatica, in corrispondenza dei temi trattati, nei quali l'enfasi appassionata ed il cupo ascetismo (tipica la S. Maria Egiziana della Galleria Borghese di Roma) di rado si alternano al pietismo barocco di provenienza bolognese. Alla scuola emiliana peraltro egli si accosta per le tonalità bionde e trasparenti di carattere correggesco di certi suoi dipinti, quali la S. Agnese di Dresda ( 1641 ), per le ritmiche eleganze di talune figure ispirate alla bellezza accademica del Reni, come l'Adone morto della Gall. naz. d'arte antica in Roma, l'Apallo e Marzio di Bruxelles, il S. Sebastiano dell'Ermitage, nonché per l'imbambolata dolcezza di certe Madonne.
Tali lineamenti stilistici dello S. appaiono compiutamente definiti sin dalle prime opere (i dipinti Osuna per la collegiale di Osuna in Andalusia, 1616; e quelli con le Storie della vita di s. Ignazio nel Gesù Nuovo di Napoli, nei quali predomina un correggismo temperato da modi veneti) e non subiscono mutamenti sostanziali nel corso della sua feconda attività. Creatore di personaggi vigorosamente realistici, che egli rappresenta interi o a mezza figura, isolati nel campo del quadro (Archimede, 1630, Madrid, Prado; S. Pietro, Diogene, Dresda; S. Maria Egiziano, 1641, Montpellier, Museo, affine a quella citata della Gall. Borghese di Roma; il Pie' storto, 1642, Parigi, Louvre), egli raggiunge il suo capolavoro nei potenti dodici Profeti della certosa di S. Martino a Napoli (16381643). E sebbene di rado si induca a composizioni complesse, tuttavia dà anche in questo campo opere notevoli quali il Martirio di s. Andrea del Museo di Budapest (1628) ed il famoso Martirio di s. Bartolomeo (1630) del Prado. Da ricordarsi sono pure: Il Sileno ebbro (1626, Napoli, Pinacoteca), il S. Gerolamo con l'Angelo (ivi), la Pietà (1637) e la Comunione degli Apostoli (1651), nella certosa di S. Martino: opere che contribuirono ad affermare l'influsso dello S. sulla pittura napoletana del 1600 ed in particolare sullo Stanzione, su Andrea Vaccaro, su Francesco Francanzano, su G. B. Ruoppolo. - Vedi tar. LXXII.
BibL.: A. L. Meyer, Ribera Jusepe, in Thieme-Becker, XXVIII (1934), pp. 232-36, con bibl.; M. Legendre - E. Harris, La pein-
ture espagnole, Parigi 1937, p. 36 e passim; [S. Ortolani], La mostra della pitt. napol. dei secc. XVII-XIX, Napoli 1938, p. 32 sgg.; J. Goudiol, Spanish painting, Toledo Museum of Arts, Londra 1941, p. 83 sgg.; D. Fita Darby, The gentle Ribera, painter of the Madonna and the Holy Family, ibid., 29 (1946), p. 153 sgg.; H. Bédarida, Ribera et l'art italien de la Contre-Béforme, in $A$ trucors l'art italien du XV e au XXe siècle, Parigi 1949, pp. 133-32; P. Guinard-J. Baticle, Hist. de la peinture espagn. du XIIe au XIXe siècle, ivi 1950, pp. 77 sgg., 165-66. Amalia Mezzetti
SPAGNUOLO (SPAGNOLO), Battista (Baptista Mantuanus), beato. - N. a Mantova il 17 apr. 1448, m. ivi nel 1516 .
Dopo aver frequentato gli studi a Padova e altrove, entrò nell'Ordine carmelitano, di cui fu eletto generale nel 1513. Buon umanista e letterato; nel suo tempo fu stimato un nuovo Virgilio e riscosse l'ammirazione, fra gli altri, di Erasmo e di Pico della Mirandola, con il quale era in cordiale amicizia. Furono celebri le sue Eglogae, in stile virgiliano, e soprattutto le Parthenicae, esametri dedicati alla Vergine e ad alcune sante. Nelle sue composizioni ricorre di frequente l'intento parenetico, con esplicite deplorazioni per la corruzione dell'ambiente curiale romano. Il suo culto fu confermato da Leone XIII il 17 dic. 1885. Festa il 20 marzo.
BibL.: G. Tiraboschi, Storia della letter. ital., VI. Modena 1790, pp. 938-60; F. Gabotto, Un poeta beatificato, in Ateneo veneto, $16^{\circ}$ serie, I (1892), p. 3 sgg.; W. Zabughin, Un beato poeta, Roma 1918. Altra bibl. in V. Turri-G. Renda, Diz. storico critico della letter. ital., Torino 1941, p. 1014. Antonio Cistellini
SPAHN, Peter. - Uomo politico tedesco, n. il 22 maggio 1846 a Winkel nel Rheingau, m. il 31 ag. 1925 a Bad Wildungen.
Entrò nella magistratura nel 1874 quale giudice a Marienburg, e per vari gradi raggiunse l'ufficio di presidente della Suprema Corte regionale di Francoforte sul Meno nel 1910. Nel 1882 iniziò la sua attività parlamentare nelle file del Centro, e ne divenne una delle figure più rappresentative. Membro della Camera dei deputati prussiani dal 1882 al 1900, del Reichstag dal 1884 al 1917, della Camera Alta nel 1917-18, non rinunziò alla vita politica dopo l'abdicazione di Guglielmo II e fece parte, durante la Repubblica di Weimar, dell'Assemblea nazionale che elaborò la nuova Costituzione, e poi dei diversi parlamenti che si succedettero fino alla sua morte. Oltre ad avere incarichi politici di particolare rilievo (dal 1912 al 1917 fu presidente del gruppo parlamentare del Centro), partecipò attivamente all'azione legislativa; dal 1891 fece parte della commissione preparatoria del nuovo codice civile, di cui fu anche presidente; dall'ag. 1917 al nov. 1918 fu ministro della Giustizia e nel 1919 insieme ad altri delegati venne incaricato dal Centro a trattare con i socialdemocratici per la conclusione di un modus vivendi sull'attribuzione delle più alte cariche statali.
Tra i suoi scritti si ricordano: Das Eherecht im Entsourf des bürgerlichen Gesetzbuches (1890); Die Verwaltung des Vermögens der Kirche (1891); Verwandtschaft und Vormundschaft nach dem bürgerlichen Gesetzbuch (1900).
BibL.: Deutsches Zeitgenossenden., Lipsia 1903, col. 1388; K. Hoeber, s. v. in LThK, IX, coll. 698-99; C. Severing, Mein Lebensweg. I, Colonia 1950, passim. Silvio Furlani
SPALATO (SPLIT), Diocesi di. - Città e diocesi della Croazia (Jugoslavia). La diocesi ha una superficie di 3668 kmq . con una popolazione di 306.340 ab. dei quali 285.400 cattolici; è divisa in 7 decanati comprendenti 146 parrocchie e 6 cappellanie indipendenti servite da 153 sacerdoti diocesani e 94 regolari; ha un seminario, 14 comunità religiose maschili e 31 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 383).
S. sorse, come l'erede dell'antica Salona (v.), non lontano da questa, ed i primordi di S. vanno cercati nella vita municipale svoltasi entro il perimetro del Palazzo di Diocleziano, il quale dopo la morte dell'Imperatore divenne bene pubblico e abitato da una popolazione venuta in gran parte dalla vicina Salona. Entre le sue mura visse l'Imperatore detronizzato Giulio Nepote. I fuggiaschi di S. si salvarono in parte, passando nel vicino
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(per carissia di mens. A. P. Frataz) Spalato, diocesi di - Il porto.
Palazzo, che non aveva subito la sorte della metropoli dalmata, altri invece cercarono un rifugio provvisorio su alcune isole dalmate adiacenti. Passato il pericolo imminente, rientrarono anche questi sulla terra ferma, e fecero parte della popolazione della nuova città, che cominciò a chiamarsi S., con il nome, cioè, che era in uso già da secoli (basandosi sulle preziose informazioni offerteci dalla famosa Tabula Peutingeriana) come toponimo su questa piccola penisola, ove doveva esistere un piccolo villaggio ancora dai tempi della colonizzazione greca della Dalmazia. Questo nucleo della città posteriore, che racchiude ancora oggi da 3000 a 4000 ab. dell'odierna città, rimase entro le mura turrite del Palazzo sino al sec. xit; da allora cominciò a svilupparsi verso ponente, dove si creò in seguito un altro importante centro di vita medievale della città.
S. fa parte in quest'epoca del tema bizantino di Dalmazia. La città bizantina, avendo pure una popolazione romana, o illirica romanizzata, era circondata dalla popolazione croata, che in Dalmazia, nel corso di due secoli successivi, aveva organizzato un forte Stato indipendente. Ben presto quindi fra la popolazione della città bizantina e quella slava dei territori adiacenti cominció un benefico processo di assimilazione che ebbe per conseguenza il cambiamento graduale, ma costante, dello strato etnico della città. Incorporate le città bizantine della Dalmazia al territorio croato, anche S. venne a far parte dello Stato croato nei secc. $\mathbf{x}$ e xi (con una interruzione nella prima metà del sec. xi quando ne prese possesso il doge Pietro II Orsedio). In questo periodo S. godeva di una autonomia simile a quella delle città della Dalmazia romana, ed era presieduta da un priore.
Con l'estinzione della dinastia dei Trpimirovici e la morte dell'ultimo re croato Zvonimir, dopo aspre lotte con invasori ungheresi che terminarono con trattative (i cosiddetti Pacta conventa del 1102), il trono croato passò ai re d'Ungheria in unione personale. S. riconobbe allora il potere dei re d'Ungheria e Croazia, continuando a godere un'autonomia completa nell'organizzazione municipale che prese la forma delle ormai classiche comunità medievali dalmate. E questa l'epoca di massima floridezza della città riguardo alla vita economica (sono da notarsi le piccole monete d'argento coniate a S., dette comunemente "spalatini "), l'arte, l'attività edilizia ecc. Nel 1420 S. insieme con altra parte del territorio dalmato passò sotto Venezia, e vi rimase sino alla caduta della Repubblica nel 1797, governata da un nobile veneto. Molte famiglie veneziane si stabilirono allora a S. e nei suoi dintorni, ed a loro è dovuto l'abbellimento della città estessai ormai fuori del Palazzo. Un'intera serie di palazzi in stile gotico fiorito, ancor oggi in gran parte conservati, adornò le vie e le piazze dell'antica e della parte nuova della città. In base al Trattato di Campoformio (1797) S. fu occupata dall'Austria, nel 1806 Napoleone l'incorporò prima al Regno Italico (1806-1809) e dopo alle
Province Illiriche (1809-13). Una seconda occupazione austriaca finí ca. un intero secolo dopo (1813-1918); allora la città entrò a far parte del nuovo Stato degli Slavi del sud (Jugoslavia).
La Chiesa di S. è l'erede di Salona, che prima della distruzione di quella città era metropolitana per tutta la Dalmazia. Organizzata da Giovanni da Ravenna, che fu il primo arcivescovo di S., nel corso del sec. vir, essa ereditò e mantenne il primato fra le altre diocesi della Dalmazia sino al 1828, quando, con la bolla di Leone XII Locum Beati Petri, divenne semplice diocesi suffraganea di Zara.
La Chiesa di S. dovette avere considerevole parte nella conversione della popolazione slava della Dalmazia, grazie ai rapporti con i primi principi. Dopo i due Concili tenuti a S. (nel 925 e nel 928), che avevano all'ordine del giorno la questione di primato sul territorio croato, in competizione col vescovo creato di Nona, l'arcivescovo di S. si assicurò la giurisdizione metropolitana e cominciò a chiamarsi Primus Dalmatico et Croatico. Il territorio dipendente dall'arcidiocesi di S. a poco a poco diminuí con la creazione di alcune nuove dincesi (Antivari e Ragusa, nel sec. xif) o con la formazione di altre arcidiocesi (Zara), sotto la giurisdizione delle quali passarono alcuni suffraganei dell'arcivescovo di S. (Veglia, Ossero e Arbe). Infine, la creazione di una nuova diocesi a Lesina (nel 1147) diminuí ancor più la stessa diocesi di S., con la perdita delle due isole dalmate, Lesina e Brazza. Una nuova diminuzione ebbe luogo durante le incursioni dei Turchi sul territorio dalmato; quando esse cessarono, S. riacquistò i territori perduti.
Mediante la bolla citata del 1828 , fu abolita la diocesi di Traù, il territorio della quale venne in massima parte annesso alla diocesi di S. La diocesi di Macarsca invece, in base alla stessa bolla, fu associata alla diocesi di S., si che da quel tempo il vescovo di S. è nello stesso tempo anche vescovo di Macarsca (episcopus Spalutensis et Macarensis, alim Salonicum).
Il mausoleo di Diocleziano (v. salona) convertito in chiesa cristiana già nel sec. vir, subito dopo l'organizzazione della Chiesa di S., è oggi la Cattedrale dedicata alla B. Vergine Assunta. Il patrono della diocesi e della città di S. è s. Doimo, vescovo e martire, la cui festa cade il 7 marzo. Le più importanti chiese e conventi della città di S.: sono la chiesa e il convento di S. Francesco alla marina (la cui fondazione è nella tradizione attribuita allo stesso Santo), la chiesa della Madonna delle Grazie a Paludi, con il convento dei Francescani, la chiesa della Madonna della Salute, con il convento dei Francescani (parrocchiale), la chiesa della Madonna del Carmine, con il convento dei Cappuccini (parrocchiale), la chiesa di S. Domenico, con il convento dei Domenicani, la chiesa di S. Croce (parrocchiale); altre chiese di alto interesse storico ed artistico. Infine, il Seminario vescovile e il Seminario teologico completano la serie delle istituzioni ecclesiastiche della città.
Fra i più importanti e noti arcivescovi di S. si ricordano: Giovanni da Ravenna, organizzatore della Chiesa di S., Lorenzo il Dalmata, amico e persona di fiducia del re croato Zvonimir (sec. xi), Lorenzo Zane, nipote di papa Eugenio IV e patriarca titolare di Antiochia, Marcantonio de Dominis, fisico, poi eretico (sec. xvir), Stefano Cupilli, che Innocenzo XII definì «un altro s. Francesco di Sales», P. Bizza, noto collaboratore del Riceputi (Illyricum sacrum).
I più notevoli artisti di S. sono : lo scultore A. Buvina, autore dei battenti del Duomo, T. Arcidiacono, cronista medievale, autore della Historia Salonicana (sec. xiv), Marco Marulić (Marulo), umanista filosofo e poeta. A S. hanno lavorato molti artisti dalmati e stranieri, i quali hanno lasciato vicissime tracce della loro attività.
S. possiede numerosi monumenti e opere d'arte di varie epoche e stili, oltre il Palazzo di Diocleziano, primo
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fra tutti l'imponente campanile romanico. S. ha moltissime istituzioni scientifiche e culturali, come l'Istituto di oceanografia, l'Alta Scuola per gli insegnanti di scuole medie, vari musei (archeologico, delle antichità croate, etnografico, civico, della Marina, di storia naturale), e gallerie (d'arte, di Meštrović, del Tesoro del Duomo). Importantissimo è il Museo archeologico, fondato nel 1821 , contenente i monumenti e il materiale proveniente dagli scavi di Salona. A S. nel 1894 fu tenuto il I Congresso internazionale di archeologia cristiana.-Vedi tav. LXXIII.
BibL.: fonti: Statuta et leves civitatis Spalati, Zagabria 1878; Mica Medio, Historia, in Programma del Gino, super. di Zara, Zara 1878, pp. 3-61; T. Arcidiacono, Hist. Salmitana, Zagabria 1893. Studi: D. Farlati, Illyricum sacrum, III, Venezia 1765; F. Carrara, Arch. capitolare di S., Spalato 1844; L. Jelić, Guida di S. e Salona, Zara 1894; C. M. Ivokovic, Dalmatiens Architehtur und Plastik, 8 voll., Vienna 1910-27; Ch. Segvic, Chronologie des évêques de Salone, suivie de la chronologie des évêques de S., in Anal. Bolland., 33 (1914), pp. 263-73; V. Novak, Le plus ancien manuscrit dalmate, l'Evangeliarism Spalatesas. Etude paléographique sur une école d'écriture semi-sociale du VIIIe siècle, in Bull. di arch. e storia dalmata, 46 (1923), pp. 1-88; G. Marcucchia, Lineamenti della star, di S., in Riv. dalmatica, 9 (1927), p. 13 sgg . Una serie di articoli di $V$. Bulić in Bullett. di arch. e star. dalmata, 21 (1898), p. 113 sgg.; 29 (1906), p. 3 sgg.; 30 (1907), p. 160 sgg.; 31 (1908), pp. 86 sgg., 111 sgg. 188 sgg.; G. Niemann, Der Palast Diocletiana in S., Vienna 1910; H. Leclercq, Diocle̋tien (palais de), in DACL, IV, 1, coll. 1903-34; A. Duden, La Dalmazza nell'arte italiana, 2 voll., Milano 19211952, passim; V. Bulić, Kaiser Diocletians Palast in Split, Zagabria 1929; A. Selen, Tumanas Arcidiacona e la star, mediev. di S., $2^{\circ}$ ed., Zara 1933; Lj. Karaman, Umjetnost u Dalmaciji (XV-XVI s.), Zagabria 1933; E. Dyggeve, History of Salmitan Christianity, Oslo 1931.
Vinko Brajevic
SPALDING, Martin John. - Apologista e arcivescovo, n. a Bardstown (Kentucky, Stati Unit.) il 23 maggio 1810, m. a Baltimora il 7 febbr. 1872.
Entrato nel St. Mary's College di Lebanon (Kentucky) nel 1821, s'imsegnò matematica a 14 anni, prese i gradi nel 1826 e studiò filosofia e teologia nel Seminario di Bardstown. Nel 1830 entrò, a Roma, nel Collegio di

(1st. Stahler)
Spalato, diocesi di - L'interno della Cattedrale (ex Mausoleo di Diocleziano), con l'altare di S. Doimo.
Propaganda Fide, ove si laureò in teologia con la difesa pubblica di 256 tesi. Ordinato sacerdote nel 1834 , ritornò a Bardstown come parroco della Cattedrale ed editore del Catholic Advocate, fondato nel 1835 . Fu vicario generale a Louisville (1844), coadiutore cum iure successionis (1848) e vescovo (1850) di Louisville. Ivi consacrò la Cattedrale (1852) e istituì scuole per ragazzi; a Lovainio aprì il Collegio Americano (1857); combatte con conferenze e scritti contro il Know-Nothing Movement e il sistema di scuola laica allora in voga. Successe a mons. Kenrick nella sede arcivescovile di Baltimora (1864), presiedette il secondo Concilio plenario (1866), che approvò il suo progetto di fondare un'università cattolica. Partecipò alle celebrazioni del centenario del martirio di s. Pietro a Roma (1867). Invitò il futuro card. Herbert Vaughan ad evangelizzare i negri (1871) e aiutò il p. Hecker a fondare a Nuova York la Catholic Publication Society. Fu membro, al Concilio Vaticano, della Commissione per la fede e della Commissione per i postulati. Deciso sostenitore dell'infallibilità pontificia, redasse una memoria dove preferiva una definizione implicita del dogma piuttosto che una esplicita. Subito dopo la definizione del dogma, indirizzò una pastorale alla sua archidiocesi per spiegarne il contenuto.
Notevoli i suoi lavori apologetici : Evidences of Catholicity (serie di conferenze tenute dal 1844 al 1848); History of the Reformation (1840).
Bibl.: J. L. Spalding, The Life of the most rev. M. 7. Spalding, Nuova York e Baltimora 1873; id., The apologetic of M. 7. S., Washington 1931.
Massimo Cogliati
SPALLANZANI, LAZZARO. - N. il 12 sett. 1729 a Scandiano (Reggio Emilia), m. il 12 febbr. 1799 a Pavia. Dopo gli studi di grammatica a Scandiano compì gli studi di filosofia a Reggio, presso i Gesuiti, nel 1747 si trasferì a Bologna per studiarvi giurisprudenza, secondo la volontà del padre.
Cominciò intanto a frequentare il salotto della celebre Laura Bassi, e innamoratosi degli studi scientifi