volume-11

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tudi di grammatica a Scandiano compì gli studi di filosofia a Reggio, presso i Gesuiti, nel 1747 si trasferì a Bologna per studiarvi giurisprudenza, secondo la volontà del padre.

Cominciò intanto a frequentare il salotto della celebre Laura Bassi, e innamoratosi degli studi scientifici riuscì ad ottenere il permesso del padre per seguire il suo genio. Non trascurò però le lingue italiana, latina e greca, tanto che nel 1753 (aveva intanto vestito l'abito dei Sacerdoti di Maria; prese anche gli Ordini maggiori, ma non si sa quando) si recò ad insegnare logica, metafisica e greco nel Collegio di Reggio (l'antico Seminario); nella stessa città, due anni dopo, ebbe la cattedra di fisica e matematica all'Università (fondata nel 1753). Nel 1763 passò a Modena ove insegnò greco e matematica nel Collegio S. Carlo, fisica e filosofia all'Università; nel 1769 fu chiamato alla cattedra di zoologia della Università di Pavia che tenne fino alla morte, rifiutando gli inviti di altre città, tra cui Padova e Parigi.

Le sue più importanti ricerche sono di biologia animale, fra cui il famoso Saggio di osservazioni microscopiche concernenti il sistema dei Signori di Needham e Buffon (Modena 1763), con il quale entra in campo decisamente contro la teoria della generazione spontanea, al quale saggio aggiunse poi esperienze e fatti nuovi nelle Lettere (1767) e nella Prolusione (1770); nel 1776, nel I vol. degli Opuscoli di vita animale e vegetale, riprende e coordina tutta la questione, ribattendo molti argomenti oppostigli. Nel secondo di questi opuscoli espone una lunga

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serie di ricerche sugli spermatozoi dell'uomo e dei vertebrati, e nel II vol. delle Dissertazioni studia la fecondazione in molti animali e lo sviluppo dell'uovo ed espone belle esperienze sulla fecondazione artificiale (che ottenne anche nel cane). Curioso notare che nonostante queste esperienze, con cui provava la necessità dello sperma fecondatore per lo sviluppo delle uova, egli sia stato un preformista ovista, abbia cioè ritenuto che il futuro essere è già preformato nell'uovo degli animali. E cercò di studiare la questione anche nelle piante, ma senza notevoli risultati. Altro campo di studio fu per lui quello delle rigenerazioni; fin dal 1768, a Modena, lo S. aveva dato alle stampe un Prodromo di un'opera da imprimersi sulle riproduzioni degli animali, ma solo nel 1783 uscirono i Risultati di esperienze sopra la riproduzione della testa nelle lumache terrestri, che non rappresenta ancora la definitiva conclusione delle ricerche, non mai pubblicata. Ciò nonostante la sua affermazione che le lumache sono capaci di rigenerare la testa - destò un grande scalpore e tutta una fioritura di critiche e di controcritiche, tanto che nel 1768 l'Accademia di Francia nominò una apposita commissione, che confermò pienamente " questo nuovo miracolo della storia naturale ". Fu allora che S. usci nel famoso detto : "sperimentare comunque è mestiere di tutti; sperimentare a dovere fu e sarà sempre mestiere di pochi ". Esegui anche ricerche sulla circolazione; scoprì la circolazione capillare sia negli animali a sangue freddo che in quelli a sangue caldo; dimostrò la contrattilità del bulbo arterioso nella rana; la inesistenza di bolle d'aria nel sangue circolante, e vide anche i globuli bianchi che però non interpretò esattamente. Altro suo monumento scientifico furono le ricerche sulla digestione e sulla respirazione, queste pubblicate postume da Jean Senebier, bibliotecario ginevrino (Memorie sulla respirazione, Milano 1803), confermando sperimentalmente e luminosamente l'ipotesi di Lagrange e stabilendo la dottrina della respirazione interna dei tessuti.

Fra le opere minori vanno citate le relazioni dei suoi viaggi scientifici: 1781, 1782 e 1783 sulle coste del Tirreno e dell'Adriatico, con osservazioni sui "piantanimali" o zoofiti (pennatule, madrepore, gorgonie, coralli, di cui sostiene l'animaltà) e sulla geologia e la paleontologia; 1785 a Costantinopoli, con osservazioni nei più vari rami delle scienze, dalla mineralogia alla meteorologia, dalla zoologia alla storia dei costumi dei popoli visitati; nelle Due Seclle, con descrizioni delle ascensioni sull'Etna e sul Vesuvio e dei fenomeni vulcanici (1788-89); nell'Appennino modenese, ove descrisse le salse di Reggio di Querzola, i fuochi di Barigazzo e il petrolio di Monte Zirbio (1792). Da notare ancora le lettere sopra il sospetto di un nuovo senso nei pipistrelli (Torino 1794) in cui studia la facoltà di orientamento di questi animali anche al buio e privi di vari sensi (vista, olfatto); le ricerche sull'elettricità delle torpedini, di cui descrisse il muscolo falcato e le sue connessioni nervose; sulla riproduzione delle anguille, annose, problema non completamente risolto e sulla reviviscenza degli animaletti dei muschi dei tetti (Rotiferi e Tardigradi) dopo il disseccamento.

Giustamente lo S. fu definito il a Galileo della biologia $r$, ed i suoi scritti rivelano anche un raro senso grammaticale ed una notevole piacevolezza di stile, per cui restano magnifici esempi di ricerca scientifica.

Bib.: G. B. Venturi, Storia di Scandiano, Modena 1822; A. Zona, Nel primo centenario della morte di L. S., Reggio Em. 1900; P. Capparoni, in Profili bio-bibliografici di medici e naturalisti, Roma 1928; Municipio di Reggio E., Onoranze a L. S. nel 20 centen. della nascita, Reggio 1929; F. Lanzoni, L. di Borbono e L. S. in un celebre dibattito, in Aurea Parma, 20 (1936).

Celso Guareschi
SPARAGANA, Ludovico. - Ufficiale pontificio, n. a Monte S. Giovanni (Frosinone) il 30 marzo 1813, m. in Roma il 21 ag. 1885.

Volontario nella fanteria pontificia il 25 apr. 1831, prese parte ai fatti d'arme di quell'anno e del seguente, distinguendosi poi, con il grado di tenente, nel corso della campagna del 1848. Nel 1859, allorché gli Austriaci lasciarono in preda alla rivoluzione le Legazioni, il maggiore
S. si condusse da soldato fedele raggiungendo fra grandi difficoltà, con l'intero suo battaglione, Pesaro e contribuendo a ristabilire l'ordine in alcuni centri delle Marche.

Tra il maggio ed il sett. 1860 fece parte della colonna de Pimodan (v.), che sbaragliò a Grotte di Castro i garbaldini dello Zambianchi (v.), e combatte valerosamente con le truppe indigene a Castelfidardo. Posto in seguito al comando del reggimento fanteria di linea, concorse attivamente alla salvaguardia ed al riscopioato del viterbese nell'autunno del 1867. Tenente colonnello comandante del battaglione Cacciatori, diresse il 20 sett. 1870 , con slancio e perizia, la difesa delle mura di Roma fra Porta Portese e Porta S. Pancrasio, ritirandosi, quindi, a vita privata.

Bibl.: A. M. Bonetti, Venticinque anni di Roma capitale d'Italia e suoi precedenti (1873-95), Roma 1896, v. indici; A. Vigevano, La fine dell'esercito pontif., ivi 1920; id., La campagna delle Marche e dell'Umbria, ivi 1922; P. Dalla Torre, L'anno di Montana, Torino 1938; id., Materiali per una stor. dell'esercito pontif., in Rass. stor. del Risorg., 18 (1941), p. 47 dell'estr.

Paolo Dalla Torre
SPARTANI. - Nei libri dei Maccabei si legge con sorpresa che Giudei e S. si consideravano "fratelli ". In II Mach. 5, 9 si accenna appena ad una relazione amichevole, mentre in I Mach. 12, 1-23; 14, 20-23 si parla di una vera alleanza conchiusa da Ionathan (v.) e rinnovata dal fratello Simone (v.). In occasione della conclusione dell'alleanza l'autore riporta non solo la lettera di Ionathan (12, 6-18), ma anche un curioso documento più antico, la lettera del re Areo al sommo sacerdote Onia (12, 19-23). In questo documento si afferma che gli S. hanno appreso da una "scrittura" di essere "fratelli" con i Giudei in quanto discendenti di Abramo; perciò Areo propone una specie di comunanza di beni. Ionathan nella sua lettera si riferisce espressamente a tale documento, comunica notizie sommarie, richiede il rinnovo di tale fratellanza, il cui sentimento non sarebbe venuto mai meno fra i Giudei, presenta gli ambasciatori diretti a Roma per rinnovare l'alleanza.

La singolarità di questi testi ha sollevato un grande problema di critica storica. Alcuni, per eludere in parte la difficoltà, hanno parlato di S. dell'Asia Minore (Hitzig) o di Círene (Büchler); altri (Kautzsch, WilamowitzMoellendorf, Willrich) rigettano come falsificati tutti questi documenti od almeno parte di essi. A. Momigliano rigetta quanto riguarda l'alleanza promossa da Ionathan, mentre Bickermann si limita a ripudiare la lettera di Areo, su cui convergono i maggiori dubbi.

Quanti riconoscono l'autenticità dei documenti segnalano il re Areo I (309-265 a. C.) come corrispondente del sommo sacerdote Onia I. Si è tentato di spiegare la "parentela" con varie ipotesi ingegnose. Ma poté trattarsi di una semplice leggenda sorta nelle colonie giudaiche, a Sparta od in qualche città ellenistica. La menzione nella Bibbia non le conferisce nessuna autorità particolare; poggia solo sulla fede di Areo. La proposta comunanza dei beni va intesa forse come un'espressione enfatica per accentuare lo spirito di amicizia. La lettera di Areo fu suggerita probabilmente, oltre che da una certa affinità fra i due popoli, da motivi pratici che ora sfuggono. La lettera di Ionathan si spiega bene con la sua politica di cercare alleanze ed appoggi diplomatici. L'esistenza del documento di Areo, e l'importanza che ancora godeva la città libera di Sparta, spiegano il suo gesto.

Bibl.: G. Wernsdorf, Commentatio hittoricovcritica de fide historia Machabavorum, Breslavia 1741, pp. 140-71; H. J. E. Palmer, De epistolarum, quas Spartani atque Iudaei invicem ubi notitue dicuntur, veritate, Darmstadt 1828; E. Beurlier, Lacddémoniene, in DB. IV, coll. 7-10; A. Momigliano, Prime linee di storia della tradizione neocabaica, Roma 1930, pp. 141-70; F.-M. Abol, Les livres des Maccabées, Parigi 1949, pp. 231-33. Angelo Penna

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SPARZIANO, Elio. - Uno dei sei scrittori della Storia Augusta.

A lui si debbono le vite: di Adriano, condotta sull'autobiografia di quell'imperatore o su altre fonti (cf. capp. 1, 3, 5, 7, 16 e Vita Acl. Veri, 3); di Elio Vero diretta a Diocleziano, nel prologo della quale dichiara esser suo proposito scrivere la vita anche di coloro che furono soltanto Cesari o principi, senza giungere al trono imperiale; di Didio Giuliano; di Sertimio Severo; di Pescennio Nigro; di Caracalla; di Geta, quest'ultima dedicata a Costantino.

Biel.: v. storia augusta.
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(da B. S., La politica della destra, Bari 1881
SPAVENTA, BERTRANDO - Rittatto.
Spaventa, Bertrando - Rittatto.

Nicola Turchi
SPAUR, Carlo von. - Diplomatico bavarese, n. il 4 genn. 1794, m. il 26 ott. 1854 a Firenze. Conte di Winckel c Laudeck, iniziò la carriera diplomatica quale segretario di legazione a Berlino ed a Francoforte. Quindi passò a Roma, prima come incaricato d'affari e poi come ministro.

Nel sett. 1833 si unì in matrimonio con Teresa Giraud (n. in Roma si primi del sec. xix, m. presso Innsbruck il 27 marzo 1873), nipote del commediografo Giovanni Giraud e vedova dell'archeologo inglese Edoardo Didwell, una delle donne più brillanti della Roma di allora. Il conte fu assai ben visto da Gregorio XVI, poi da Pio IX. Dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi ( 15 nov. 1848) una ulteriore permanenza a Roma del Pontefice si presentava oltremodo rischiosa, sicché prese forma nella mente dello S. il disegno di convincere il Papa a lasciare Roma, dove era praticamente prigioniero nel suo Palazzo e dove la sua libertà d'azione era stata del tutto annullata dagli avvenimenti susseguitisí negli ultimi mesi. Messosi portanto in contatto con il proprio ambasciatore, Martino de la Rosa, e con l'ambasciatore di Francia, duca d'Harcourt, che ne approvarono il progetto di far allontanare il Papa da Roma, riusci a convincere lo stesso Pontefice alla segreta partenza. La sera del 24 nov., mentre l'Harcourt, che aveva chiesto udienza al Pontefice, distoglieva l'attenzione delle guardie, con il fingere di essere trattenuto, nell'interno dell'appartamento, in una accesa discussione con Pio IX, il Papa, vestito da semplice sacerdote, usciva da una porta secondaria del Quirinale e saliva su una carrozza che lo portò nei pressi del Colosseo, dove lo attendeva il conte S. Salito sulla vettura di lui, uscirono insieme da Porta S. Giovanni, e raggiunsero Ariccia. Ivi li aspettava la contessa S. insieme con il figlio, con Liebl, aio del ragazzo, e due servitori. Il Pontefice e lo S. cambiarono di nuovo carrozza ed il mattino dopo giunsero felicemente a Mola di Gaeta, dove li attendeva il card. Antonelli, precedentemente giunto insieme con il segretario della legazione spagnola. Subito lo S. fu incaricato da Pio IX di portare a Ferdinando II in Napoli una sua lettera, in cui gli chiedeva ospitalità nel Regno. Per ringraziarlo della sua assistenza Pio IX gli conferì la Gran croce dell'Ordine Piano e nominò suo figlio cavaliere dell'Ordine di Cristo. Nel 1851, durante una sua visita a Torino, lo S., noto come persona assai gradita a Pio IX, fu pregato da Vittorio Emanuele II a farsi interprete presso il Papa delle buone intenzioni di giungere ad un modus vivendi per la soluzione delle controversie pendenti con lo S. Sede. Qualche anno dopo, mentre stava per recarsi a Merano, S. venne a morte.

Biel.: T. Spaur, Relax. del viaggio di Pio IX a Gaeta, Firenze 1851; A. Reumont, Therese Grdfin S., in Biograph. Denkblätter, Lipsia 1878, pp. 263-86; L. Simeoni, La fuga di Pio IX a Gaeta nella relax. del ministro di Saniera conte S., in Rian. stor. del Risorg., 19 (1932), pp. 223-63 (Atti del XIX Congr. sociale di Modena); G. De Chambrun, Un proiet de séjour en France du pape Pie IX, in Revue d'hist. diplomatique, ott-dic. 1936; G. Mollat, La fuite de Pie IX a Gakte, in Rev. d'hist. ecclés., 35 (1939), pp. 266-82; P. Pori, Pio IX e Vittorio Emanuele II dal loro carteggio privato, I. Roma 1944, pp. 77, 85; id., Relazione inedita di Sebastiano Liebl sulla fuga di Pio IX a Gaeta, in Miro. Pio Paschini, II, Roma 1949, pp. 421-32.

Silvio Furlani
SPAUR, Francesco. - Preposito generale dei Somaschi, di nobile famiglia tridentina, già prete secolare; entrato nell'Ordine somasco vi rifulse per virtù e zelo, governando parecchi orfanotrofi.

Fondò in Roma la casa di S. Biagio in Montecitorio (1573) alla quale era annessa la cura degli orfanotrofi di S. Maria in Aquiro e dei SS. Quattro Coronati. Fu secondo preposito generale dell'Ordine (1571-74) e con il favore di s. Carlo Borromeo aperto parecchie case e orfanotrofi, e codificò le Regole che la Congregazione doveva tenere nell'accettare e dirigere gli orfanotrofi secondo le tradizioni provenienti dal fondatore s. Girolamo Miani. Dopo aver più volte rifiutato la nomina a vescovo suffraganeo del principato di Trento, morì in concetto di santità nel 1583.

Biel.: E. Bernardi, P. G. F. Sporo, in Eco del Seminario di Trento, 9 (1936), pp. 19-23, 35-39, 52-54, 67-70, 83-86, 99-101, 116-19.

Marco Teziorio
SPAVENTA, Bertrando. - Filosofo, n. a Bomba (Chieti) il 26 giugno 1817, m. a Napoli il 20 febbr. 1883.

Allievo del Seminario di Chieti, poi insegnante nel Seminario di Montecassino (1838-40), ricevette gli Ordini sacri (1840) e si stabilì a Napoli dove da O. Colecchi venne indirizzato allo studio della filosofia moderna, soprattutto di Kant e di Hegel. Nel 1846 aprì una scuola di filosofia che il successore di Galluppi (v.) all'Università fece chiudere, per le idee professate da S. Questi allora (1848) si fece precettore del figlio del generale Pignatelli e insieme con lui, nel 1849, passò a Firenze. Nel 1850 lasciò l'abito sacerdotale, causa la maturata crisi filosofico-religiosa, e si trasferì a Torino, dove trovò ambiente favorevole ai suoi sentimenti politici, e invece contrasti per la dissonanza tra il suo crescente laicismo e l'ambiente religioso e filosofico. In questi anni pubblicò gli Studi sopra la filos. di Hegel (in Riv. ital., 1850, pp. 1-78) e i Principi della filos. pratica di G. Bruno (in Atti dell' Accedi. di filos. italica, Genova 1854, ristamp. in Saggi di critica filos., politic., e relig., Napoli 1867, pp. 139-75). Visse della sua opera di pubblicista scrivendo su giornali e riviste e prese posizione contro il pensiero cattolico circa la libertà d'insegnamento (gli scritti pubblicati nel 1851 sul Progresso vennero raccolti da G. Gentile nel volume La libertà d'insegnamento, Firenze 1920). Polemizzò pure contro La civiltà cattolica, con articoli sul Cimento, e nel quotidiano Il Piemonte (raccolti dal Gentile con il titolo La politica dei Gesuiti nel sec. XVI e XIX, Roma 1911). Dopo un breve insegnamento a Modena e Bologna ottenne la cattedra di filosofia a Napoli. Qui sviluppò il suo pensiero esponendo Hegel (scritti riuniti dal Gentile nel volume Scritti filosofici, Napoli 1900), e sistemando il proprio punto di vista speculativo, con il volume (incompiuto) Principi di filosofia (ivi 1861, integrato e ristampato dal Gentile con il titolo Logica e metafisica, Bari 1911), e con gli studi sull'etica di Hegel (ristampati da Gentile con il titolo Principi di etica, Napoli 1904). Scrisse inoltre su Bruno e Campanella (Rinascimento, Riforma e Controriforma, Venezia 1928), su Gioberti (La filosofia del Gioberti, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Napoli 1883) e soprattutto gli studi raccolti dal Gentile nei voll. Da Socrate a Hegel (Bari 1905) e La filos. ital. nelle sue relazioni con la filos. europea (ivi 1908; nuova ed. scolastica a cura di G. Gentile, Firenze 1937; di G. Tarozzi, Torino 1937; di E. Vigorita, Napoli 1938). Membro del

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Consiglio Superiore dal 1861 e deputato al Parlamento nella X, XI e XII legislatura, lo S. nell'ultimo periodo della sua vita fondò il Giornale napoletano di filos. e lettore "lottando contro l'indirizzo positivistico" negatore della metafisica (cf. Esperienza e metafisica, edito da D. Jaja, Torino 1888).
S. mirò a ripensare criticamente Hegel (v.) e insieme rinnovare la dialettica mediante una valorizzazione del pensiero umano, inteso non come il punto di arrivo, ma come il punto di partenza presente fin dalla prima categoria della logica. Di qui il suo singolare approfondimento della logica hegeliana, anche in rapporto a una concezione dell'esperienza, capace di superare i punti di vista parziali dell'hegelismo e del positivismo (v.). Egli riconosce la necessità della metafisica (con cui va integrato il pensiero kantiano); ma metafisica non significa trascendenza, bensì, piuttosto, affermazione del trascendentale. La posizione dello S. fu spesso polemica e chiarificatrice, più che originale; tuttavia va notato il suo notevole influsso sull'attualismo (v.) gentiliano. Egli intese di reinserire la filosofia italiana nella filosofia europea: mantenendo la sua originalità e nazionalità e chiarendo la sua efficacia nel pensiero europeo già fin dal Rinascimento, in cui Bruno preluderebbe a Spinoza, Campanella a Cartesio, mentre Vico sostituirebbe alla metafisica dell'essere la metafisica della mente. La filosofia italiana ebbe nuovo rilievo nel sec. xix, subendo tuttavia l'influsso del pensiero germanico, con Galluppi "kantista suo malgrado", Rosmini, scopritore dell's unità dello spirito ", e Gioberti.

BibL.: G. Gentile, B. S., Firenze 1920 (pp. 201-215 bibl. degli scritti di S.); id., B. S. nel $1^{\circ}$ centen. delle sua morte, in Annali della R. Scuola normale nat. di Pisa, 1934, pp. 165-84; id., B. S. e la riforma dell' hegelismo, in Origini della filos. ital., III, parte $2^{\circ}$, Messina 1922; E. Guastalla, La fortuna di B. S. nell'idealismo attualist., in Arch. di stor. della filor., 3 (1934), pp. 334-46; F. Alderinio, L'esigenza realist. nell'idealismo di B. S., ibid., 4 (1935), pp. 99-132; I. Pellegrini, Nazionalità e universalità della filos. nel pensiero di B. S., Firenze 1938; E. Vigorita, B. S., Napoli 1938.

Spaventa, Silvio. - Patriota e giureconsulto, n. a Bomba (Chieti) il ro maggio 1822, m. a Roma il 21 giugno 1893, fratello del filosofo idealista Bertrando, di cui sentì molto l'influenza.

Studiò a Chieti, poi a Montecassino e a Napoli, ove si avviò agli studi giuridici. Ostile al governo borbonico, propugnò, mediante il suo giornale il Nazionale e una setta, da lui fondata, il federalismo, quale primo passo per l'unità d'Italia. Per tale sua attività fu condannato alla pena di morte, commutata poi nell'ergastolo. Dopo sette anni al bagno di Ventutene ( 1848 ), fu esiliato. A Londra suscitò negli animi degli esponenti liberali vivo interesse per le vicende italiane. Tornato in Italia, dopo l'unione del Regno delle Due Sicilie all'Italia, ebbe l'incarico di dirigere a Napoli la polizia (1860-61). Eletto deputato al Parlamento, con il suo pensiero contribuì a rafforzare la posizione della destra storica. Ebbe importantissimi incarichi di governo, tra cui quello di segretario generale degli Interni (1864), consigliere di Stato, ministro dei Lavori Pubblici (1876).

Da F. Crippi, esponente della sinistra, fu nominato presidente della $4^{a}$ Sezione del Consiglio di Stato, alla cui creazione aveva contribuito con il suo pensiero sulla giustizia amministrativa. Propugnò infatti l'istituzione di una difesa giurisdizionale per quel vasto numero di diritti e interessi, lesi dagli atti del governo, ritenuti illeggittimi dagli interessati, che erano rimasti privi di qualsiasi tutela del genere con la riforma operata dalla legge del 20 marzo 1865 , invocando l'esempio di altri paesi, che avevano trovato tutela nei tribunali del contenzioso, appositamente istituiti. Fu così creata la IV Sezione del Consiglio di Stato con funzioni giurisdizionali; Sezione che, per opera sua, acquistò molto credito e sulla quale si fonda l'organismo della giustizia amministrativa tuttora in vigore. Fu nominato senatore il 15 dic. 1889.

BibL.: R. de Cesare, S. S. e i suoi tempi, in Nuova Antologia, $3^{2}$ serie, 46 (1893), pp. 29-60; F. P. Gabrieli, s. v. in Enc.

Ital., XII, pp. 709-710; F. Battaglia, s. v. in Dizionario politico ital., IV, p. 331 ; P. Romano, S. S., Barı 1942. Francesco Ercolani

SPAZIO. - Nell'accezione comune è il luogo nel quale si immaginano i corpi e i movimenti. Esso comporta alcune distinzioni fondamentali. S. reale è lo s. nella sua realtà oggettiva; lo s. considerato dalla fisica è il luogo dei corpi con le loro proprietà fisico-chiimiche; lo s. ideale è l'idea astratta di estensione; lo s. immaginario è l'immagine di una estensione sussistente senza corpi; lo s. geometrico è quello studiato dalla geometria, luogo dei corpi geometrici.
I. Filosofia. - 1. Cenni storici. - Un luogo o s. affermarono i Pitagorici (Aristotele, Phys., IV, 6, 213 b 22-27). Parmenide identifica il vuoto, cioè lo s., con il non-essere: «L'essere (il pieno) è, il non-essere (il vuoto) non è" (H. Diels, Die Frugm. d. Vors., Berlino 1934-36, fr., 6, v. 1-2). Senone formula la prima aporia dello s. (luogo, "óros) : se tutto è nello s., anche lo s. è in un altro s. e cosi via (Aristotele, Phys., IV, 1, 209 a 23); Leucippo e Democrito sostengono che il non-essere, cioè il vuoto ( $x \times v o ́ v$ ) esiste e rende possibile la molteplicità e il moto degli atomi (Aristotele, Met., I, 4, 985 b 8-9). Aristotele parla del luogo ( $\mathrm{v} / \mathrm{ros} \mathrm{\varsigma}$ ), definito come la parte dello s. occupata dal corpo (Phys., IV, 1). Epicuro, come Democrito, ammette io s. vuoto e infinito, nel quale sono infiniti atomi (Epist. a Erod., 41-42, ed. E. Bignone, Bari 1920; cf. Lucrezio, De rerum natura, I, 951 sgg.). Secondo Proclo, lo s. è costituito di luce finissima (Simplicio, Phys., 142 a, 143 b; ed. H. Diels, Berliom 1882-95). S. Tommaso, che sostiene la teoria aristotelica del luogo, afferma "non fuisse locum aut spatium ante mundum" (Sum. Theol., q. 46, a. 1, ad 4), cioè lo s. dipende dalla realtà corporea. La stessa dottrina in Suárez: "Quatenus hoc spatium apprehenditur per modum entis positivi, distincti a corporibus, mihi videtur esse ens rationis... sumpto fundamento in ipsis corporibus, quatenus sua extensione apta sunt constituere spatia realia" (Disp. Met., d. 51, s. 1, n. 12).

Nella filosofia moderna Descartes identifica lo s. (estensione) con la materia: "Revera enim extensio in longum latum et profundum, quae spatium constituit, eadem plane est cum illa quae constituit corpus" (Princ. philos., II, ro); differiscono solamente "in nostro modo concipiendi" (ibid., II, 12). Questo s. è indefinito, perché non si possono immaginare i suoi limiti (ibid., II, 21). Secondo Spinoza, lo s. (estensione) è un attributo della sostanza divina (Ethica, parte $1^{\circ}$, prop. 15 , schol.). P. Gassendi, riprendendo Epicuro, afferma lo s. "non pendere a corporibus corporeumque adeo accidens non esse" (Phys., sez. $1^{\circ}$, l. I; ed. Lione 1658, t. I, p. 182); ma lo s., infinito, improdotto, indipendente da Dio, immobile, incorporeo, non è sostanza: "vox incorporei nihil aliud sonet, quam negationem corporis, corporearumve dimensionum; non autem positivam ullam naturam" (ibid., p. 183). I. Newton, dall'esperienza meccanica delle forze centrifughe del moto rotatorio, deduce l'esistenza dello s. assoluto, indipendente dai corpi: "Spatium absolutum, natura sua absque relatione ad externum quodvis, semper manet similare et immobile" (Philos. naturalis principia mathematica, Amsterdam 1723, p. 6; cf. p. 9). Newton suggerisce che Dio "non est aeternitas vel infinitas, sed aeternus et infinitus; non est duratio vel spatium, sed durat et adest... resistendo semper et ubique durationem et spatium, aeternitatem et infinitatem constituit" (ibid., p. 483). Clarke, discepolo di Newton, da tali premesse deduce che "lo s. e la durata non sono fuori di Dio sono nelle conseguenze immediate e necessarie della sua esistenza; senza le quali egli non sarebbe eterno e presente dappertutto" (Quatrième replique de M. Clarke, n. 10; ed. Dutens, Ginevra 1768, t. $1^{\circ}$, parte $2^{\circ}$, p. 176). G. Leibniz oppone che "se lo s. infinito è l'immensità di Dio... bisognerà dunque dire che ciò che è nello s. è nell'immensità di Dio e per conseguenza nella sua essenza" (Cinquième écrit de M. Leibniz, n. 4, ed. cit., p. 151). "Come sarebbe accettabile l'opinione che i corpi passeggiano nelle parti dell'essenza divina? " (ibid., n. 50 ;

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ed. cit., p. 154). Secondo Leibnis lo s. è «quelque chose de purement relatif.... un ordre de coésistences (Troisième écrit de M. Leibniz, n. 4; ed. cit., p. 121). Lo s. è il complesso delle reciproche posizioni dei corpi (cf. Cinquième écrit de M. Leibniz, n. 47; ed. cit., pp. 151-53). Tuttavia, a causa dell'antinomia del continuo (v.), Leibniz afferma che lo s. è un fenomeno; ma phoenomenon bene fundatum, phénonès est. Per G. Locke lo s. è un'idea semplice, dataci dalla percezione della distanza tra due oggetti (s. propriamente detto) o tra parti di uno stesso corpo (estensione propriamente detta). Contro R. Descartes, Locke è favorevole a uno s. in senso newtoniano, indipendente dai corpi (An essay concerning human understanding, 1. II, cap. 13; cf. nn. 16, 17). Per Berkeley invece lo s. non può essere assoluto, ma solo relativo ai corpi (Treatise on the principles of human knowledge, n. 1 io sgg.), quindi, come questi, è un'idea. In Hume l'idea dello s. o della estensione non è altro che "l'idea di punti visibili e tangibili distribuiti con un certo ordine; ne segue che non possiamo avere nessuna idea del vuoto, ossia di uno s. in cui non sia niente di visibile o tangibile" (Treatise on human nature, 1. I, parte 2², sez. 58, n. 1; trad. it. di A. Carlini, Bari 1926, pp. 77-78).
E. Kant si interessò dapprima all'antinomia leibniziana del continuo (cf. Metaphysicae cum geometria iunctac usus in phalosophia naturali, monadologia physica, 1756). Nel Von dem ersten Grunde des Unterschiedes der Gegenden zu Resune (1768), parla di uno s. assoluto "non puramente ideale" (trad. it. di P. Carabellese, Bari 1923, p. 208). Il De mundi sensibilis atque intelligibilis forma et principio (1770) contiene la dottrina definitiva dello s., quale cosi ripetuta nella Kritik der reinen Vernunft (1781). Kant afferma che "lo s. non è un concetto empirico, ricavato da esperienze esterne...; è una rappresentazione necessaria a priori, la quale sta a fondamento di tutte le intuizioni esterne...; non è un concetto discorsivo o, come si dice, universale dei rapporti delle cose in generale, ma una intuizione pura" (Critica della ragione pura, trad. it. di G. Gentile e G. Lombardo-Radice, Bari 1924, pp. 66-67). "Noi possiamo quindi solo dal punto di vista umano parlare di s., esseri estesi, ecc. Ma se usciamo fuori dalla condizione soggettiva... l'idea di s. non significherebbe più nulla" (ibid.).

Per G. Hegel la natura è la prima estrinsecazione dell'idea distendentesi nello s. e nel tempo. Lo s. è la esteriorità del tutto astratta, senza differenza determinata, è l'essere fuori di sé : "La prima o immediata determinazione della natura è l'universalità astratta nella sua esteriorità; la cui indifferenza priva di mediazione è lo s." (Encicl., trad. it. di B. Croce, Bari 1923, p. 204). Secondo G. Gentile "la natura, regno dell'esistente... si è rappresentata appunto come l'insieme degl'individui coesistenti nello s. e successivi nel tempo" (Teoria generale dello spirito come atto puro, Firenze 1938, p. 112). Perciò lo s. è la stessa molteplicità dei positivi reciprocamente escludentisi: "Una pura molteplicità immediatamente data è s." (ibid., p. 116); la quale molteplicità viene inverata nell'unità dialettica dello spirito (ibid., p. 127).
2. Conclusioni. - La nozione di s. assoluto nel senso di Gassendi e di Newton, esistente indipendentemente dai corpi e loro luogo necessario, ha origine dalla nostra immaginazione, ma risulta inconsistente. Illogicamente Newton, dalle forze centrifughe di un corpo in rotazione deduce lo s. assoluto, come termine reale di riferimento del moto rotatorio; il quale può in vece riferirsi a tutto l'universo, come notavano G. Berkeley (De motu, n. 64, ed. Fraser, I, Londra 1871, p. 524) e E. Mach (I principi della meccanica, Milano-Roma 1929, pp. 242-46). Altri pongono lo s. assoluto come condizione della possibilità di posizione e movimento di un corpo isolato; cosi L. Eulero, C. Flammarion, C. G. Neumann, ecc. (cf. D. Nys, La notion d'espace, Lovanio 1930, pp. 28-29). Ma non è dimostrato che la posizione e il movimento siano necessarie condizioni della realtà materiale. Inoltre lo s. assoluto,
come osservarono Leibniz (loc. cit.) e Berkeley (Treatise on the principles of human knowledge, n. 117), implica attributi divini e pertanto coinvolge la negazione della trascendenza di Dio.

Le concezioni soggettivistiche dello s. o sono proposte per superare particolari difficoltà intrinseche alla nozione di s., o sono conseguenza di concetti metafisici più generali. Con lo s. fenomenale Leibniz tenta evitare l'antinomia del continuo (v.). Kant non ha cura di distinguere lo s. reale da quello immaginario (cf. Critica della ragione pura, ed. cit., p. 66 sgg.). Si comprende allora come, attribuendo allo s. reale le proprietà dello s. immaginario, l'autore del criticismo giudichi lo s. reale assurdo e ricorra alla forma a priori. Gratuita è l'affermazione kantiana che la geometria come scienza necessaria sia possibile solo ammettendo la forma a priori dello s. (sp. cit., p. 52,69 ) : il valore di universalità e necessità delle proposizioni geometriche è infatti sufficientemente fondato dal carattere astratto della rappresentazione dello s. Pertanto lo s. reale va inteso come la estensione reale dell'universo, o, in altri termini, lo stesso universo reale, astraendo da ogni proprietà fisico-chimica e considerando solo la sua realtà dimensiva. Lo s. reale non è quindi destinato dall'estensione reale dei corpi, di cui è un particolare aspetto. Intendendo per dimensione la direzione secondo la quale, per uno spostamento, un ente geometrico esce tutto da se stesso e dà luogo a un altro di genere diverso (punto-linea, linea-superficie, superficie-volume; cf. Aristotele, De An., I, 4, 409 a 4; Euclide, Elementi, Termini, nn. 2, 3, 5, 6, ed F. Enriques, Roma 1923, p. i sgg.), lo s. reale ha tre dimensioni; non esiste infatti il quarto spostamento generatore di un ente geometrico diverso dal volume (cf. F. Enriques, s. v. Dimensioni, in Enc. Ital., XII, pp. 849-50).

Lo s. reale non è dilatabile o condensabile, né eterogeneo (cioè diverso nei diversi punti), né curvo : proprietà, queste, fisiche, da cui lo s. reale prescinde; e che non sono concepibili, se non supponendole in uno s. non condensabile e rettilineo.
II. Matematica. - Lo s. geometrico è lo s. considerato dalla geometria, luogo delle figure geometriche. Venne comunemente identificato con lo s. immaginario, che possiede le proprietà dello s. reale. Cosi lo intese Euclide e tutta la geometria antica (s. euclideo). Nello studio critico dei principi di Euclide, specialmente del V postulato (per un punto ad una retta passa una sola parallela), per opera specialmente di G. Saccheri, S. J. (Euclides ab omni naevo vindicatus, Milano 1733), di G. F. Gauss, N. I. Lobačevskij, G. Bolyai (cf. C. Fano, Geometria non euclidea, Bologna 1935, p. i sgg.). si arrivò a costruire una geometria perfettamente coerente nella quale il V postulato era sostituito da un altro: per un punto ad una retta passano infinite parallele. B. Riemann costrui una terza geometria in cui era mutato ancora il V postulato : per un punto ad una retta non passa nessuna parallela. Queste geometrie non euclidee conducono alla nozione di s. curvo: lo s. di Lobačevskij ha curvatura negativa, quello di Riemann ha curvatura positiva. Lo s. euclideo risulta a curvatura nulla. Da qui ancora la nozione di s. a 4 dimensioni, di cui alcune curve (s. non-euclidei) o no (s. pseudo-euclideo) rispetto a una quarta: p. es., in modo analogo la superficie sferica è a 2 dimensioni curve rispetto a una terza (raggio finito), il piano è a 2 dimensioni non curve rispetto a una terza (raggio finito), il piano è a 2 dimensioni non curve rispetto a una terza (raggio infinito). Ma si può anche pensare uno s. a 4 dimensioni diversamente curve tra di loro con curvatura variabile da punto a punto; analogamente, p. es., una superficie può avere curvatura variabile da punto a punto.

Nella geometria analitica le funzioni possono avere una rappresentazione spaziale; come le funzioni a 1, 2, 3, variabili, sono rappresentate rispettivamente nello s. a 1 (linea), 2 (piano), 3 (s. comune euclideo) dimensioni, cosi le funzioni a $4,5, \ldots$ n. variabili possono rappresentarsi nello s. a 4, 5, ... n. dimensioni. Le quali possono essere diversamente curve tra di loro. In tal modo sono sorte le teorie degli iperspazi.

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Per lo studio del calcolo dei funzionali si fu indotti alla creazione di s. astratti, nei quali le variabili sono linee, superfici, funzioni, ecc. Si ottengono cosi gli s. metrici, lineari, topologici, ecc. Tra di essi sono s. s. infinite dimensioni, p. es., lo s. hilbertiano, che è euclideo a infinite dimensioni.

La quarta dimensione e la curvatura spaziale sono inimmaginabili e percio, siccome s in mathematicis oportet cognitionem secundum iudicium terminari ad imaginationem s (s. Tommaso, In Boetium de Trin., q. 6, a. 2), non hanno significato di realtà (cf. J. Maritain, Les degrés du savoir, Parigi 1949, p. 329 sgg.). Gli iperspazi sono concepibili solo analogicamente allo s. euclideo; valgono come enti ideali con fondamento nella realta, senza interne contraddizioni e percio sono oggetto di studio della geometria. A maggior ragione cio vale per gli s. a $5,6, \ldots \mathrm{n}$. dimensioni e per gli s. astratti.

III. Fisica. - Lo s. fisico è lo s. considerato dalla fisica, nel quale sono i corpi con le loro proprietà chimicofisiche. Fino al principio del presente secolo, lo s. fisico era stato assunto come euclideo, indipendente dal movimento e dalle proprietà della materia. La teoria della relatività (v.) di A. Einstein introdusse la materia e le sue proprietà nella struttura dello s. Dalla relatività ristretta, in forza di un nuovo concetto di simultaneità (v. tempo), fondato sul postulato che la luce corre a velocità costante (ca. $3,10^{10} \mathrm{~cm} / \mathrm{sec}$ ) per tutti i sistemi di riferimento in meno inerziale, risulta che lo s. è relativo al sistema di riferimento : quindi un regolo di lunghezza $K$, in moto rispetto a un osservatore, diventa lungo $\mathrm{K} \sqrt{\frac{\mathrm{v}-\mathrm{v}^{2}}{\mathrm{t}-\mathrm{a}}}$ cioè si accorcia, non per cause fisiche, ma per la stessa contrazione dello s. nella direzione del moto relativo, restando non contratto nelle altre direzioni. Inoltre per qualche loro somiglianza, s. e tempo furono collegati insieme da H. Minkowski (1908) in un universo (Welt, cronotopo) a 4 dimensioni, di cui tre spaziali, $x, y, z$, e la quarta temporale c $\mathrm{f}^{-1} \mathrm{t}$ (v. universo). Nella teoria della relatività generale, per il principio di equivalenza, secondo cui un sistema accelerato può ritenersi equivalente a uno in riposo in un campo di gravitazione, lo s.-tempo si incurva. Nel vuoto lo s.-tempo è euclideo a 4 dimensioni; dove c'è materia ed energia è riemaniano a 4 dimensioni; p. es., un raggio di luce si incurva passando vicino a una stella. Estendendo queste considerazioni a tutta la realtà materiale, si deduce che tutto lo s.-tempo è incurvato su se stesso secondo la geometria riemaniana; ciò che risolve, con la concezione di uno s. finito ma illimitato (come una superfice sferica è finita ma senza limiti), la questione dell'estensione dell'universo. Interpretando la legge di gravitazione della relatività generale $\mathrm{G}_{\mathrm{pv}}=3 \mathrm{~g}_{\mathrm{pv}}$, nella quale $\mathrm{G}_{\mathrm{pv}}$ indica l'attrazione newtoniana, e $\lambda \mathrm{g}_{\mathrm{pv}}$ la dispersione cosmica proporzionale alla distanza, si proposero diversi modelli dello s. fisico (universo) : quello di A. Einstein, secondo cui l'universo ha le proprietà della superficie di una ipersfera a 4 dimensioni, con raggio fisso e contiene materia distribuita uniformemente; quello di W. De Sitter, secondo cui l'universo ha le proprietà della superficie di una ipersfera a 5 dimensioni con raggio immaginario ed è vuoto di materia : in esso due punti materiali si allontanano continuamente tra di loro. Oltre a queste due soluzioni statiche dell'equazione gravitazionale, ci sono soluzioni intermedie dinamiche. Quella proposta da A. Friedmann (1922) e da G. Lemaître (1927) ammette che il raggio dell'universo cresce con il tempo e ciò dà luogo a un accrescimento di tutte le grandezze, come le figure disegnate sulla superficie di un palloncino di gomma che si gonfia. Ciò spiegherebbe (effetto Doppler-Fizeau) lo spostamento verso il rosso, osservato nelle righe spettrali delle nebulose extra-galattiche come effetto di un allontanamento indicato dalle equazioni della relatività generale (cf. A. Eddington, The expanding universe, Cambridge 1933; G. Lemaître, L'univers, Lovanio 1950). Si comprende come sia possibile, secondo queste teorie, calcolare l'estensione dell'universo e la quantità di materia in esso contenuta.

Per costruire una geometria dell'universo più generale, si pensò di introdurre nella struttura dello s., oltre il campo gravitazionale, anche i campi elettromagnetici in una teoria unitaria; venne cosi ancora ampliato il concetto di s. Tentativi del genere furono fatti da H. Weyl, A. Eddington e, a diverse riprese, da A. Einstein (The meaning of relativity, $3^{\text {rd }}$ ed. including the generalized theory of gravitation, Princeton 1950), con diverso successo.

Lo s. della relatività non può avere valore di realtà oggettiva. Infatti la contrazione dello s. deriva dal postulato della costanza della velocità della luce, che non si può dire sperimentalmente dimostrato per il fatto che le esperienze di Michelson e altri, per quanto precise, ebbero risultato negativo. L'omologazione dello s. con il tempo nell'universo di Minkowski è evidentemente solo formale per l'insopprimibile diversità tra s. e tempo. Indimostrato è pure il valore oggettivo del principio di equivalenza, ovvio del resto dal punto di vista matematico, e incerte sono le prove sperimentali della relatività generale. E chiaro inoltre che le teorie unitarie dei campi sono tentativi di sintesi. Infine la condensazione e la curvatura sono proprietà della materia, che non vanno attribuite allo s. : infatti l'una e l'altra non si possono comprendere e non possono esistere se non presupponendo l'immutabilità metrica e la certilincità spaziale (cf. P. Landucci, Lo s. e la fisica moderna, Roma 1935, pp. 160-62).

Del resto se l'esperienza conferma le conclusioni della relatività, segue che questa è una buona teoria fisica, non necessariamente che essa abbia significato di verità oggettiva. Pertanto lo s. della relatività è uno s. fisico-matematico, ente logico con fondamento nella realta, simbolo che riassume, in una geniale geometrizzazione della fisica, le proprietà osservabili della materia. Esso sintetizza, nelle esperienze che lo confermano, la lettura degli strumenti di misura, senza pretendere di esprimere la natura delle cose, secondo l'indirizzo della scienza sperimentale moderna, diretta verso l'osservabile in quanto tale.

Bibl.: oltre le opere citate, cf. per la filosofia: Aristotele, Physica, IV; s. Tommaso, In Phys. Aristotelis commentaria; H. Poincaré, Dernière pensée, Parigi 1924, cap. 3; F. Enricque, Probl. della scienza, Bologna 1925, p. 151 sgg.; E. Meyerson, La didactica relativiste, Parigi 1925; M. Schlick, Raum und Zeit in der gegente, Phytik, Berlino 1925; L. Urbano, Estudio critico de las teorias relativ., Madrid 1926; D. Nys, La notion d'espace, Lovanio 1950; P. Landucci, Lo s. e la fisica moderna, Roma 1935; J. Morcosi, L'espace chez Aristote, in Gieon. di metodi., 4 (1949), pp. 351-60, 525-42; J. Favard, Espace et dimension, Parigi 1950; W. Hallpach, Dimensionen in Raum und Zeit, in Pädagogik, natur., I (1950), p. 179 sgg. Per la matematica: F. Enricque, S. e tempo davanti alla critica moderna, in Quest. riguardanti la mater. mat. element., II, Bologna 1925, p. 429 sgg. Per gli s. non euclideli: H. Weyl, Mathematische Analyse des Raumproblemes, Berlino 1923; F. Gonseth, Les fondements des mathématiques, ivi 1926; M. Boucher, Essai sur l'hyperespace, Parigi 1927; K. Menger, Dimensionstheorie, Lipais-Berlino 1928; M. Fréchet, Les espaces abstraits, Parigi 1928; G. Pano, Geometria non euclideo, Bologna 1932 (buona bibl.); N. Bourbaki, Eléments de mathématique, Parigi 1939; Per la fisica: esistono innumerevoli opere sulla relatività: M. V. Laue, Die Relativitätstheorie, Brunswick 1912; A. Eddington, Space, time and gravitation, Londra 1920; A. Einstein, Sulla teoria speciale e generale della relut., Bologna 1921; H. Weyl, Raum. Zeit. Materie, Berlino 1921; A. Eddington, The mathematical theory of gravitation, Cambridge 1923; P. Stranon, Tvaria della relut., Roma 1924; A. Einstein, Sur la structure cosmologique de l'espace, Parigi 1933; G. Armellini, Trattato di astron. inferale, III, Bologna 1936; G. J. Whitrow, The structure of universe, Londra 1949; G. Giorgi, Dalla s. alla materia, in Riv. di filos. neasc., 42 (1950), pp. 154-58; P. Coudere, L'expansion de l'univers, Parigi 1950; M. Sansoni, La teoria unitaria di Einstein, in Sophia, 19 (1951), p. 193 sgg.; P. Jordan, Nature Geichispunkte der kosmologischen Theorieabildung, in Philos. Jahrbuch, 61 (1951), p. 8 sgg. Roberto Masi

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SPECIANO, CESARE. - Vescovo e nunzio, n. a Cremona nel 1539, m. ivi il 20 ag. 1607.

Primo canonico della Metropolitana milanese con s. Carlo Borromeo di cui fu molto amico. Inviato a Roma ebbe varie cariche, poi Pio V lo assegno quale consultore alla nunziatura di Madrid e Gregorio XIII lo creò vescovo di Novara nel 1584. Fu poi nunzio presso Filippo II per due anni, e nel 1591 Gregorio XIV lo trasferì al vescovato di Cremona.

Poco dopo Clemente VIII lo inviò a Praga come legato all'imperatore Rodolfo II e qui rimase dal 1592 al 1598 svolgendo intensa attività per l'istruzione ecclesiastica e per la conversione degli utraquisti e degli ussiti. Tornato a Cremona, si dedicò alla cura delle anime e fondò un collegio di Gesuiti. Scrisse un'opera (Propositioni christiane) stampata dal Muratori nel 1735.

Bias.: Upholli, IV, pp. 617 e 726; Pastor, X e XI, v. indici; N. Mosconi, Le Propositioni cristiane morali e civili di C. S., in Connicioni, 3 (1931), pp. 347-63; id., La nunziatura del cremoneo C. S. negli anni 1326-28 alla corte di Filippo II, Cremona 1939.

Michelangelo Mendella
SPECIE. - Entità biologica, cui l'isolamento fisiologico consente da un lato di trasmettere nei discendenti il complesso dei caratteri ereditati dagli antenati, caratteri comuni ai vari frontipi o razze che la compongono, e dall'altro le impedisce di mescolarsi con altri complessi affini. Secondo questa descrizione una specie non si mescola con un'altra, in ciò diversificando dalle razze che la compongono, le quali possono mescolarsi tra loro mediante incrocio. La specie è una realtà sentita dall'uomo. L'autore della Gencsi afferma che Dio, creando le piante e gli animali, ordinò alla terra di germinare le prime ed alle acque di produrre i secondi, ciascuno secondo la sua specie.

Lo zoologo, quando studia gli organismi inferiori, pur non riuscendo ancora ad afferrare le differenze intime di ciascun protoplasma, che sono indubbiamente di natura chimica, non può dubitare della esistenza di quelle, quando vede depositarsi in ciascuna forma specifica prodotti organici ed anche inorganici, come sali di costituzione differente e vede che la diversità non si limita alla elaborazione di sostanze chimiche determinate, ma che ciascuna di queste assume un aspetto fisico diverso da specie a specie, da uno ad altro gruppo di specie. Nei batteri la specie si manifesta nel comportamento biologico; gli stessi virus filtrabili che, allo stato attuale delle nostre conoscenze, esigono per moltiplicarsi la presenza di cellule viventi, dimostrano la loro specificità con le reazioni svariate che provocano nell'organismo, animale o vegetale, che li ospita. Questi fatti sembrano provare che non esiste vita senza specie e che, presumibilmente, le specie sorsero fino dall'origine della vita, nel senso che il protoplasma o sostanza vivente non si sia organizzato in maniera uniforme, ma in maniera specificamente diversa, fino da principio. La teoria del differenziamento specifico del protoplasma, successivo all'affermarsi della vita sulla terra, non sembra potersi sostenere di fronte ad un esame obiettivo dei fatti.

Non basta che la nozione di specie sia fondata su differenze più o meno sensibili fra gli organismi; bisogna che queste differenze separino, gli uni dagli altri, gruppi di individui somiglianti, discesi da un solo individuo per apogamia o partenogenesi, oppure da una coppia di individui di sesso diverso, per anfigonia, capaci di trasmettere i loro caratteri si discendenti. Perché sia possibile attribuire a un gruppo di organismi che offrono caratteri comuni la denominazione di "specie", la trasmissione ereditaria delle differenze costituisce dunque una condizione necessaria, ma non però sufficiente. Un precursore di Linneo, John Ray, vissuto nella seconda metà del xvir sec. afferma nella sua Historia plantarum che i caratteri di una specie conservano in perpetuo la loro natura attraverso i genitori o semi e non possono essere prodotti da semi di altra specie. Linneo, fino dal 1738 , confermò
la perpetuità della specie, affermando che questa entità è stata creata da Dio: species tot sunt quot diversas formas ab initio produxit infinitum Ens. Pose in tal modo il principio che egli stesso attenuo nella $12^{a}$ ediz. del suo Systeme Naturae, dove riconobbe l'esistenza di varietà di piante derivate da cause accidentali, come clima, suolo, temperatura, venti, ecc. e limitò la creazione primitiva a poche forme le quali, mescolandosi, avrebbero poi prodotto le specie esistenti attualmente.

Da Linneo ai nostri giorni il concetto di specie è andato sempre più precisandosi, specialmente in ciò che concerne le condizioni riconosciute come necessarie perché un gruppo di organismi, simili tra loro, possa essere distinto da altri gruppi più o meno affini ed essere considerato come specie.

Una prima difficoltà è quella che deriva dalla contraddizione inerente al fatto che i caratteri specifici sono essenzialmente ereditari, e tuttavia possono subire modificazioni. La specie si trasmette di generazione in generazione, ma è altrettanto provato che cause intrinseche ed estrinseche possono determinare nei discendenti modificazioni ora effimere ed ora stabili.

Nella valutazione di queste od anche semplicemente in quella dei caratteri specifici, che è quanto dire nei criteri di distinzione specifica, entra in campo un elemento convenzionale e soggettivo che varia da uno ad altro studioso in rapporto con la natura degli organismi studiati. S'è già detto che le specie reagiscono diversamente all'azione dell'ambiente : ora, fra l'ambiente e le piante esistono rapporti talmente stretti da rendere impossibile la loro assimilazione a quelli che esistono fra animali ed ambiente. La pianta è, per cosi dire, legata al suolo e non può sottrarsi all'azione fisico-chimica del terreno né a quella del clima, mentre l'animale è del tutto indipendente dal terreno e dalla sua costituzione fisico-chimica e può sottrarsi, con la migrazione e con il letargo, all'azione del clima.

L'apprezzamento dei caratteri specifici degli animali non può essere condotto con criteri uniformi per tutti i gruppi, ed è facile rendersi conto che quelli adottati nella valutazione delle differenze fra gli Insetti, non possono essere gli stessi che valgono per distinguere i Celenterati, ovvero l'una o l'altra classe di Vertebrati. Per evidenti ragioni di necessità le specie sono fondate in massima parte su caratteri morfologici, ora interni ed ora esterni, caratteri che variano peralt