volume-11

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a valutazione delle differenze fra gli Insetti, non possono essere gli stessi che valgono per distinguere i Celenterati, ovvero l'una o l'altra classe di Vertebrati. Per evidenti ragioni di necessità le specie sono fondate in massima parte su caratteri morfologici, ora interni ed ora esterni, caratteri che variano peraltro non solo da gruppo a gruppo, ma anche da autore ad autore.

Sotto un aspetto più generale, da Buffon in poi, è stato adottato quale mezzo di distinzione dei caratteri specifici, il criterio fisiologico della interfecondità, nel senso che tutte le forme che dànno luogo a prodotti fecondi, anche se morfologicamente differenti, appartengono alla medesima specie, mentre costituiscono specie distinte quelle che non sono feconde fra loro o che producono ibridi sterili. Questo criterio fisiologico è di applicazione assai rara, perché esige la realizzazione di una prova sperimentale molto difficile, specialmente quando si tratta di animali. Inoltre fra la completa interfecondità e la sterilità esiste una serie di condizioni intermedie: 1) due forme interfeconde in ambiente sperimentale, non lo sono in quello naturale : a) per completa separazione delle aree da esse abitate; b) per mancanza di contemporaneità nella maturazione delle cellule germinali; c) per mancanza di attrazione reciproca o addirittura per ripulsione; d) per ostacoli meccanici all'accoppiamento o alla penetrazione dello spermio nell'uovo. 2) Due forme che si accoppiano naturalmente o artificialmente, producono ibridi fecondi nel sesso omozigotico e sterili nell'altro, eterozigotico. In questo si formano: a) cellule germinali incapaci di fecondare o di essere fecondate (negli uccelli uova piccole o anche normali, ma non fecondabili); b) non si formano cellule germinali (negli uccelli completa infertilità della femmina ibrida); c) la sterilità del sesso eterozigotico scompare nel primo reincrocio; d) la sterilità del medesimo scompare nel secondo reincrocio; e) la sterilità del medesimo scompare nel terzo reincrocio. 3) Le condizioni suddette possono essere accompagnate in ognuno dei due sessi da parasterilità, vale a dire da produzione statisticamente ridotta di cellule germinali mature e con-

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seguentemente di pochi esemplari che raggiungono lo stato adulto. 4) Gl'ibridi sono sterili in ambo i sessi. 5) Gl'ibridi vitali appartengono soltanto al sesso omozigotico e sono ugualmente sterili.

Tutte queste condizioni dimostrano che la definizione della specie, fondata sulla fecondità e sterilità degli ibridi non è, da sola, cosi assoluta come si potrebbe credere a prima vista ed è pertanto opportuno attenuarla, tenendo conto subordinatamente di qualche elemento non fisiologico. Va peraltro affermato che tutta la sistematica è stata praticamente fondata sulla valutazione morfologica.

Infatti se è facile distinguere una specie da una razza, quando si tratti di animali domestici e di piante coltivate, il cui numero è estremamente limitato, è altrettanto difficile distinguere le specie che si trovano in natura, perché l'esperienza ha potuto soltanto in pochi casi stabilirne l'identità. Ne deriva la necessità di ammettere che accanto a poche specie realmente esistenti come tali ed a noi note, ne esista una miriade che noi consideriamo come specie nella sistematica, perché in base a differenze di forma o di comportamento, il naturalista presume che esse siano specie reali, mentre possono non essere tali. Queste specie possono essere indicate col nome di specie sistematiche, nel senso che tali sono considerate nel sistema e senza certezza alcuna che esse siano veramente distinte nella realtà. Sono specie provvisorie, secondo l'espressione del botanico De Vries, in attesa che una esperienza futura confermi o neghi la loro natura di specie.

Premesso che la conoscenza della specie reale cioè realmente esistente rappresenta, nella quasi totalità dei casi, una aspirazione da raggiungere, si può affermare che in vari casi non esiste affatto coincidenza tra l'affinità fisiologica e quella morfologica.

La specie fu considerata da Linneo come l'entità biologica reale e fu da lui posta a base del suo Systema Naturae e della sua nomenclatura binomia. Secondo questa, ogni specie è designata con due nomi, indissolubili sotto l'aspetto specifico, giacché il secondo nome che si riferisce alla specie non ha alcun valore, dissociato dal primo che corrisponde al genere.

Va notato peraltro che mentre la specie si riferisce ad una entità che si presume esistere realmente, il genere è un aggregato soggettivo, che esprime affinità di varie specie fra di loro, senza che alcun fatto preciso ci dia la possibilità di definirne la vera natura e l'estensione.

Attualmente la nomenclatura è trinomia : il primo nome è sempre quello del genere, il secondo si riferisce dunque alla specie ed il terzo alla sottospecie o razza. Il genere è per solito anche oggi quell'entità fondata in special modo su affinità morfologiche, valutate secondo criteri soggettivi e personali di ogni autore e corrisponde generalmente alla specie linneana; la specie è l'entità reale, fisiologicamente più o meno separata dalle altre affini a mezzo di interfecondità incompleta o di parasterilità; la sottospecie o razza, designata col terzo nome, è forma sostanzialmente genotipica, legata a territorio geografico od ecologico determinato.

Con l'avvento della genetica sperimentale, il concetto di specie ha tuttavia acquistato un significato anche più preciso. I caratteri specifici sono l'estrinsecazione di geni allineati nei cromosomi e che si influenzano gli uni con gli altri e subiscono a loro volta l'influenza di uno o più fattori esterni, donde l'apparizione di fenotipi, che sono altresì il risultato di interazioni di fattori di ambiente e di fattori genetici. Giova ricordare che molte piante posseggono parecchi fenotipi per il colore dei fiori, secondo che esse fioriscono a temperature medie, alte o basse, che le farfalle che hanno due generazioni annuali offrono due fenotipi stagionali di colore, uno primaverile e un'altro estivo-autunnale, in rapporto con la temperatura elevata o bassa o, nei paesi tropicali, in rapporto con la stagione secca o con quella delle piogge.

La genetica moderna ha inoltre dimostrato che molti fenotipi, ai quali si suole attribuire carattere specifico, sono il risultato di incroci e che questi, secondo che sono in stato omozigotico (puro) e eterozigotico (impuro) sono stabili o instabili. Nel primo caso le specie possono essere considerate reali, perché assicurano alla loro discendenza, in condizioni uniformi di ambiente, la continuità fenotipica, ossia del loro aspetto esteriore. Le leggi di Mendel, e specialmente il principio della separazione dei caratteri negli ibridi e quello della indipendenza dei geni, esplicano, come è dimostrato dall'esperienza e dall'indagine statistica, il meccanismo di questo fenomeno, il quale è d'altronde condizionato dall'isolamento territoriale e geografico. E evidente che lo stato omozigotico di un fenotipo risultante da ibridazione, non può determinarsi né conservarsi là dove permanga la possibilità di ulteriori incroci con altri fenotipi affini. Tale è il caso delle piante coltivate separatamente e isolatamente e degli animali allevati in regime cellulare. In natura l'isolamento più caratteristico è quello offerto dalle isole, specialmente se appartenenti allo stesso arcipelago (Hawai, Galapagos, Antille, ecc.). Esempi dell'effetto dell'isolamento geografico sul differenziamento delle forme, è dato anche da montagne e rispettivamente da valli isolate, da oasi desertiche ecc. ecc.

Esiste anche un isolamento ecologico, dovuto a una differente maniera di reagire dell'organismo a distinti ambienti climatici, come il deserto, la foresta, la savana e alle differenti altitudini sul livello del mare di tali formazioni geologiche e vegetali.

Questi fenomeni sono particolarmente evidenti quando le forme considerate sono interfeconde e possono essere dunque considerate come razze della medesima specie. Ci troviamo in presenza di una razza ogni volta che la esperienza dimostra che una popolazione di fenotipi, animali o vegetali, è composta di individui omozigotici per caratteri che si contrappongono ai corrispondenti (alleli) di altra popolazione di fenotipi più o meno affine a quella precedentemente considerata. "Razza può essere definita una popolazione che conserva il proprio fenotipo, riproducendosi allo stato omozigotico in ambiente uniforme". L'espressione "razza " è sostanzialmente sinonima di quella di sottospecie, o specie elementare o giordanone, dal botanico francese Jordan, che considera come specie gruppi di individui che differiscono l'un dall'altro per caratteri poco accentuati. Anche le razze possono essere geografiche o ecologiche, secondo che si tratta di genotipi che si conservano allo stato omozigotico per effetto di isolamento geografico e che si dicono anche razze locali; ovvero sono forme dovute a particolari norme ereditarie di reazioni alla natura del suolo o del clima. L'origine di tali razze, tanto geografiche quanto ecologiche, va cercata, almeno in parte, in condizioni nuove determinate da incrocio, ma in maggioranza a mutazioni : nell'uno e nell'altro caso la loro stabilizzazione è subordinata all'intervento di agenti isolatori e selezionatori e principalmente alla riproduzione consanguinea. Per comprendere in che cosa consiste una mutazione agli effetti della formazione di una nuova razza o sottospecie ed, eventualmente, di una specie, occorre avere sempre presente quanto abbiamo già detto e cioè che il fenotipo, cioè il complesso dei caratteri somatici che individuano un gruppo omogeneo di organismi, è dovuto ad un complesso di particelle elementari : i geni, allineati nei singoli cromosomi. L'esperienza ha dimostrato che durante la maturazione delle cellule germinali, agenti esterni, come cambiamenti di temperatura e di umidità, agenti chimici, radiazioni, possono provocare la caduta o lo spostamento di uno o più geni determinati in un singolo cromosomo, oppure cambiamenti nella struttura di uno o più cromosomi e finalmente cambiamenti nell'assetto generale del corredo cromosomico. Queste mutazioni geniche e rispettivamente cromosomiche e genomiche, sono responsabili di cambiamenti stabili del genotipo e conseguentemente del fenotipo. Si tratta però di solito di piccole specie, di quelle che abbiamo indicate come specie elementari o giordaniane, sorte nella cerchia di un'unica specie collettiva o linneana, intendendo con questa espressione allodere alle specie istituite da Linneo, grandi specie collettive, che comprendono di solito

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un numero talvolta grandissimo di piccole specie elementari.

I biologi hanno voluto anche sperimentare se altri criteri, oltre quelli sui quali ci siamo intrattenuti, possono avere valore per individuare le specie, ma i risultati sono stati negativi. I criteri citologici, specialmente quelli che riguardano il numero e la forma dei cromosomi, non hanno dato risultati positivi, giacché spesso il numero di questi è il medesimo in gruppi molto differenti di animali, oppure appartiene a tutte le specie di una medesima famiglia (cavallette); in altri casi razze della stessa specie hanno numero doppio, triplo o quadruplo di quello esistente nella razza primitiva. Anche i criteri chimici e sierologici valgono piuttosto a distinguere razze e stirpi della medesima razza, che non specie da specie. Notevoli affinità sierologiche sono state riscontrate tra alcune scimmie e l'uomo, ma nessuno pensa che queste forme appartengano alla medesima specie.

Da quanto è stato esposto risulta che la definizione che abbiamo dato della specie è quella che corrisponde meglio alle nostre conoscenze sull'argomento, ma le difficoltà di realizzare od accertare sperimentalmente quanto riguarda l'interfecandita o l'aminaia rende la predetta definizione più teorica che pratica.

Dato il numero enorme di specie note e la necessità di classificarle sistematicamente, gli zoologi sono costretti a non limitarsi alla difficile e spesso impossibile sperimentazione fisiologica ed a tener conto di altri caratteri morfologici, geografici, ecologici e di comportamento. Bibl.: v. zoologia.

SPECIE (filosofia) : v. PREDICABILI.
SPECIE CONSACRATE (delitto contro le). - La profanazione dell'Eucaristia è un sacrilegio, una ingiuria reale verso Dio. Già anticamente costituiva un gravissimo delitto, per il quale era stabilita, nonostante la minore età del reo, la consegna al braccio secolare, nel cui fòro era contemplata la pena di morte. Per i chierici era inoltre prevista la pena della degradazione reale.

Il CIC enumera varie specie di questo delitto: qui species consecratas abiecerit vel ad malum finem abduxerit aut retinuerit (can. 2320).

Innanzi tutto si deve trattare di Specie di pane o di vino validamente consacrate, anche se in parte minima. Perché si abbia il delitto non è necessaria nel delinquente la fede nella Eucaristia; è sufficiente che egli sia battezzato e cosciente.

Abizere significa gettar via, spargere, versare irriverentemente le Specie in luogo profano, anche se non sordido, come in terra, sul pavimento, fuori della chiesa, ecc. Non è richiesto il fine cattivo; basta solamente il fatto dell'effusione o del gettito delle S. c. in luogo inadatto, perché il fine cattivo è già implicito nell'atto che si compie. Abducere si dice di chi trasferisce le S. c. dal proprio in altro luogo. Così abducit chi estrae dal tabernacolo, dalla pisside, dall'ostensorio, dalla bocca, e nasconde le S. c. Retinere si dice di chi conserva le S. c. presso di sé, ossia in tasca, in casa o altrove, ovvero presso altri, sia occultamente che pubblicamente, sia gratuitamente che dietro compenso.

Nel caso dell'addurre e del ritenere, tra gli estremi del reato è richiesto lo scopo cattivo (ad malum finem), la profanazione, cioè, dell'Eucaristia; ad es., l'uso delle S. c. a scopo di maleficio, di sortilegio, di divinazione, ecc. Abicere, abducere e retinere costituiscono tre delitti e quindi importano una triplice pena (cf. can. 2244 §§ 1-2), eccettuato il caso in cui i tre atti siano cosi strettamente legati tra loro da potersi considerare un unico atto.

Secondo il can. 2320 chi commette il delitto in ciascuna delle figure descritte: a) è sospetto d'eresia (cf. can. 2313 ); b) incorre nella scomunica latae sententiae riservata specialissimo modo alla Sede Apostolica; c) è ipso facto infame d'infamia di diritto; d) se chierico, è inoltre soggetto alla deposizione ferendae sententiae (cf. can. 2207).

Bibl.: per la storia: G. Pertile, Storia del dir. pen. ital., Milano 1905, p. 194: per il diritto vigente, cf. i commenti al can. 2320 . Angelo Criscito
SPECOLA VATICANA: v. vaticano.
SPECULAZIONE. - Operazione finanziaria nella quale il guadagno, in misura generalmente assai superiore al normale rispetto al capitale impiegato e alla durata dell'operazione stessa, non deriva da una produzione di beni, ma da una eccezionalmente favorevole oscillazione di prezzi. L'operatore ne profitta, avendola preveduta, oppur cogliendola a volo prima degli altri e ad esclusione di altri, ovvero determinandola artificiosamente e dolosamente.

Spesso, infatti, chi specula si induce a comprare e poi a vendere, o viceversa, perché viene in possesso di notizie che altri non hanno circa le cause di improvvise ascese o cadute di prezzo che subiranno certi terreni, o merci, o titoli, oppure l'oro o una data valuta estera: ovvero le intuisce. Se in tal caso a lavorare è ancora l'intelligenza, e vengono premiati l'iniziativa e il rischio, negli altri è soltanto questione di furberia, di prontezza e di audacia. Talora, infatti, le notizie e gli allarmi vengono sparsi ad arte, o vengono fatte incette di merci allo scopo preciso di ingenerare preoccupazioni o pànico, e di conseguenza un fluttuare di prezzi in misura imprevista e imprevedibile, tale da consentire rapidi e ingenti guadagni a chi è pronto e preparato a coglierli prima che la verità si riveli e l'equilibrio si ristabilisca. Operazioni di questo genere non sono infrequenti particolarmente nelle Borse valori, dove costituiscono il reato di aggiunggig (v.), punto dal Codice e condannabile prima di tutto nel campo etico. Tollerato è invece, nelle Borse stesse, il "contratto a termine" nonostante che, consentendo di vendere titoli che non si posseggono e di acquistare con denaro di cui non si dispone, si presti a facili manovre di s. al rialzo e al ribasso. Uno spirito speculativo sano e misurato giova a tonificare il mercato ed invoglia il capitale ad affrontare impieghi brevi e rischiosi, dove o quando anche un alto tasso d'interesse non riuscirebbe ad attrarli. Ma se la s. si fa temeraria, e viene tentata con vasti mezzi e con assenza di scrupoli, essa è sovente causa di confusione e di rovine, intimidisce il capitale invece di incoraggiarlo, inclinando verso l'organizzazione sistematica di artificiose alterazioni di prezzi. Ciò eccita lo spirito di avventura a scapito della operosità intelligente, e contribuisce a mantenere la vita economica in una irrequietezza poco favorevole al suo sano sviluppo.

Intesa in un senso ancora più largo la s. è un poco di tutti, specialmente del ceto commerciante il cui mestiere comporta appunto di dover prevedere i prezzi e i gusti di domani : onde, praticamente, nell'atto di commercio, ma in certa misura anche in quello produttivo, c'è sempre un contenuto speculativo, vale a dire un elemento di rischio coscientemente affrontato, che la realtà s'incarica poi di risolvere in un successo o in un insuccesso.

Tale istinto di s. è nel fondo dello spirito umano, sicché assai difficilmente l'uomo rinuncia al tentativo di conseguire un profino d'eccezione che prometta di mutare rapidamente la propria situazione personale o familiare : e ciò con tanto maggiore accanimento quanto più rilassato è il costume morale, e più stentati e inadeguati sono i guadagni consentiti dalla normale vita di lavoro e di risparmio. Onde si assiste, in tempi difficili, a vaste frenesie per il giuoco di borsa, per i giuochi d'azzardo, le lotterie e i concorsi-pronostici, sportivi e pubblicitari.

Un elemento speculativo composto di coraggio e di speranza, su base di realtà e di logica, è implicito in ogni iniziativa, ed è congenito in quella caratteristica dote degli uomini e dei popoli generosi e dinamici che si chiama spirito d'intraprendenza. Purtroppo, se le forze morali non siano salde e operanti, rischiano di passare per spirito d'intraprendenza, che è una virtù, ogni tentativo temerario, ogni audacia sfrontata e ogni malsano spirito d'avventura e di rapina.

Bibl.: R. Laschi, La delinquenza bancaria, Torino 1899; A. De Fiorri Tonelli, La Borsa, Milano 1928; L. Amoroso,

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![img-4.jpeg](img-4.jpeg)

Speculum humanar salvationis - Cristo schernito, miniatura di scuola tedesca che oena un codice ms. dello Speculum del sec. xiv - Karlsruhe, Biblioteca, ms. 79.

Contributo alla teoria mat. della dinamica..., Torino 1932; G. Del Vecchio, Lezioni di economia applicata, parte $1^{*}$, Padova 1937; M. Baronci, Far quattrini, Roma 1941. Mario Baronci

## SPECULUM HUMANAE SALVATIONIS

("Specchio dell'umana salvezza "). - Esposizione della storia dell'umana Redenzione in 45 capitoli di versi rimati, abbellita di miniature e poi di xilografie (scene simboliche tratte anche dalla storia profana), e arricchita di passi della cosiddetta Biblia pauperum (v.).

Opera dell'inizio del sec. xiv, attribuita a domenicani di Strasburgo o al certosino Ludolfo di Sassonia (v.), divulgata in moltissimi esemplari manoscritti (ca. 300), non pochi dei quali ornati di nastri miniati con sopra iscrizioni. Queste decorazioni risentono profondamente dello stile fiammingo e le scene simboliche si trovano riprodotte anche sulle vetrate di alcune chiese della Renania.

Le sue prime edizioni sono considerate come il primo esempio di stampa illustrata da xilografie.

BibL.: J. Lutz, Les verrières de l'ancienne église de St-Etienne d Mulhouse, Lipsia 1906; id. e P. Perdrizet, S. h. s., 2 voll., Parigi 1907-1909; P. Perdrizet, Etude sur le S. h. s., ivi 1908.

Felice da Mareto
SPECULUM PERFECTIONIS. - Operetta dovuta ad un frate minore della tendenza degli spirituali, scritta all'inizio del sec. xiv, ritenuta una delle fonti della spiritualità francescana, scevra com'è d'artifizio letterario, soffusa di sentimento e di umanità francescana.

Paul Sibıtier, primo editore (Speculum perfectionis, seu S. Francisci Assistensis legenda antiquissima, auctore Fr. Leone; con apparato critico, Parigi 1898) l'attribuiva a fr. Leone, compagno di s. Francesco; i critici però sono su ciò discordi (cf. Ilarino da Milano, in recensione a

Lo specchio di perfezione, volgarizzato da F. Pennacchi, in Collect. Franc., 13 [1943], pp. 310-11). Per il suo intrinseco pregio, l'opera già è stata ripetutamente tradotta e edita in varie lingue; Quaracchi 1901, a cura del p. Leonardo Lemmens; Assisi 1905; Parigi 1911; Londra s. a. (con prefazione del p. Cuthberto da Brighton); Friburgo 1922; testo latino e inglese con studio critico, Manchester 1928-31; Milano 1943.

BibL.: V. Facchinetti, S. Francesco d'Assisi nella storia, nella leggenda e nell'arte, Milano 1926, pp. xx-xxII; D. Sparacio, Storia di s. Francesco d'Assisi, Assisi 1928, p. 18. Felice da Mareto

SPEDALIERI, Nicola. - Apologeta e pubblicista, n. a Bronte (Catania) il 6 dic. 1740, m. a Roma il 26 nov. 1795 .

Compl i primi studi nel Seminario di Monreale, dove, ordinato sacerdote, insegnò filosofia, matematica e teologia. Trasferitosi a Roma (1773), fu ammesso nell'Arcadia con diploma gratuito e vi assunse, secondo la consuctudine di quella istituzione, il nome di Melanzio Alcioneo, tenendovi frequenti dissertazioni. Coltivò pure la musica, la pittura e la poesia. Da Pio VI fu creato canonico beneficiato della Basilica Vaticana. Morì improvvisamente (si parlò perfino di avvelenamento) e fu sepolto nella demolita chiesetta dei SS. Michele e Magno, dove lo ricordava un'epigrafe dell'amico mons. Nicolai. Nel 1903 gli fu eretta nella piazzetta di S. Andrea della Valle una grande statua di bronzo (opera di Mario Rutelli), su ispirazione di un comitato di esponenti massoni (promotore il conterraneo Cimbali) i quali però, svinandone, come fu poi dimostrato, per ignoranza, la figura e il pensiero, vol. lero esaltare cosi un preteso carattere rivoluzionario del "prete giacobino", quale lo S. non fu mai, suscitando contrasti e aspre polemiche, che, con evidente imbarazzo dei malcauti promotori, ristabilirono la verità. Il monumento, per ragioni di viabilità, è stato trasferito nel 1951 nella piazzetta Sforza Cesarini.

La fama dello S. è legata alla sua vasta produzione apologetica. Nell'Analisi dell'esame critico del sig. Nicola Freret sulle prove del cristianesimo (Roma 1778) egli difende la vericità e l'autenticità dei libri del Nuovo Testamento; e nella Confutazione dell'esame critico del cristianesimo fatto dal sig. E. Gibbon (ivi 1784) dimostra l'assurdità delle teorie razionalistiche sull'origine del cristianesimo. Alcune sue tesi, consurate a Monreale come sospette di eresia, furono invece, dietro suo ricorso, approvate dalla Curia Vaticana e pubblicate (1772) con il titolo Propositionum theologicarum specimen, ecc. In Roma aveva pure iniziato una Historia delle Paludi Pontine di cui Pio VI aveva iniziato il prosciugamento. Il lavoro rimasto incompiuto per la morte dell'autore, venne poi stampato, tradotto in italiano e ampliato, dall'amico mons. Nicolai.

L'opera maggiore, che suscitò al suo apparire discordie e polemiche, specialmente per la reazione dei giansenisti e delle corti europee, è: Dei diritti dell'uomo libri sei nei quali si dimostra che la più sicura custode dei medesimi nella società civile è la religione cristiana (Assisi 1791). Esaurita in breve la $1^{\text {a }}$ ed., uscita a Roma ma con la falsa data di Assisi per accordi con lo stesso Vaticano, si raggiunse presto la quarta, mentre quasi tutte le corti europee si affrettarono a proscriverla. In essa lo S., oltre a combattere il deismo (v.), l'ateismo (v.) e la cosiddetta "religione naturale", che avevano trionfato con il sorgere della Rivoluzione Francese, difende il cattolicesimo anche contro il giansenismo (v.) e la massoneria (v.), imperante dove più, dove meno, a sostegno appunto dell'assolutismo e del dispotismo dei principi riformatori. Con uno stile limpido ed elegante l'A. dimostra che alla proclamazione dei diritti deve seguire una valida tutela dei medesimi, possibile soltanto nella dottrina cristiana, dove diritti e doveri si fondono insieme nel carattere sacro della personalità individuale. L'opera destò tuttavia viva opposizione in molti ambienti cattolici, che accusarono lo S., ma senza solido fondamento, di avere preso a modello il Rousseau (v.). Nel I. I lo S. sostiene che la sovranità risiede nel popolo, il quale la depone tuttavia nelle mani dei princ'pi e dei governanti che ne sono soltanto i deposi-

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tari. Non pochi autori moderni (V. Mangano, V. Schilirò, E. Martire) ritengono e non a torto che lo S. rappresenti una autentica fonte di quella dottrina sociale e politica che fa in seguito sviluppata da altri scrittori cattolici, donando impulso e vita alla Democrazia Cristiana (v.).

Bibl.: T. Mamiani, Lo S., a cura di G. Cimbali, Roma 1804; E. Mini, N. S., Bologna 1804; G. Cimbali, N. S. pubblicista e riformatore del sec. XVIII, 2 voll., $2^{2}$ ed., Città di Castello 1906; id., L'Antispedalieri, ossia despoti e clericali contro la dottrina di N. S., Torino 1909; V. Schilirò, N. S. e la filos. del diritto, Catania 1939; id., I diritti dell'uomo di N. S., ivi 1940; A. Schibuolo, N. S. e il cattolicesimo liberale, Forli 1940. Valerio Mario

SPEE von LANGENFELD, Friedrich. - Gesuita, poeta e scrittore spirituale ascetico, n. il 25 febbr. 1591 a Kaiserwerth, m. a Treviri il 7 ag. 1635.

Entrato nell'Ordine il 22 sett. 1610, e ordinato sacerdote nel 1622 , si dedicò prima al ministero con grande successo, specialmente durante la guerra dei Trent'anni, convertendo parecchi paesi al cattolicesimo, quindi all'insegnamento della filosofia e della teologia morale a Colonia, Paderborn e Treviri. Morì curando gli appestati. Lo S. fu poeta di delicatissimi sentimenti e di profonda spiritualità.

Il suo capolavoro è il Trutznachtigal (Colonia 1649), che ebbe molte riedizioni, una anche a cura di Cl. Brentano (1817); ed il Guldene Tugendbuch, che Leibnitz definì «uno dei più solidi e commoventi libri di devozione». Di grande valore fu pure la sua opera Cautio criminalis (Rinteln 1631) in condanna dei processi contro le streghe.

Bibl.: Sommervogel, VII, coll. 1424-31; H. Cardauns, F. S., Francoforte 1884; E. Wolff, Das deutsche Kirchenlied des 16 . u. 17. Jahrb. (Deutsche Nationalitcr., 31), Berlino, 1890, pp. 229-470; T. Ebnct, S. und die Hexenprozesse seiner Zeit, Monaco 1898; H. Schachter, Naturbilder in S. Dichtungen, Berlino 1906; A. Jungbluth, Beiträge zur Dichtersprache S., Bonn 1906; B. Duhr, Gesch. der Jesuiten, II, II, Friburgo i. Br., 1913, 743-66; E. Schröder, Die Cautio criminalis, in Literat. Jahrb. der Görresger., 3 (1928), pp. 134-50; I. Ruttenauer, Ein Verhinder der Hoffnung, der Seelsorger P. v. S., in Geist u. Leben, 22 (1949), pp. 248-57; F. v. S., Ein lebendiger Mietgzer, Friburgo in Br. 1951. Arnaldo M. Lanz
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(fot. Enc. Catt.)
Spedalieri, Nicola - Ritratto, Incisione di P. Bombelli, premessa ai Dei diritti dell'uomo, Assisi 1791 - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale.

SPENCER, Herbert. - Filosofo inglese, n. a Derby il 27 apr. 1820, m. a Brighton l'8 dic. 1903. Appartemente a famiglia colta, ebbe in essa la sua completa istruzione. Dapprima ingegnere delle ferrovie, lasciò questa occupazione nel 1845 per dedicarsi agli studi.

Esordì come scrittore di politica e di economia (dal 1848 al 1853 fu uno dei redattori di Economist) e solo
nel 1855 pubblicò la sua prima opera filosofica, Principles of sociology, alla quale seguirono Progress, its law and cause (1857) e il prospetto del suo Sistema di filosofia sintetica (A system of synthetic philosophy, Program [1860]), di cui il I vol., First principles (1862; $6^{2}$ ed. 1899) resta il documento fondamentale: le opere successive (Principles of biology, 2 voll., 1864-67; $2^{2}$ ed. 1898; Principles of psychology, 2 voll., 1870-72; $5^{2}$ ed. 1890 ; Principles of sociology, 4 voll., 1876-83; Principles of ethics, 4 voll., 1879-93; ecc.) sono un'applicazione delle tesi principali in esso contenute. Anche gli Essays (2 voll., 1858-63) e l'Autobiography (2 voll., 1904, postuma) vanno tenuti presenti. S. è considerato, a ragione, il maggiore pensatore del positivismo (v.) inglese; tuttavia, valutato in se stesso il suo pensiero difetta di vigore filosofico, di senso critico e di finezza speculativa. L'«ottimismo» dello S., la sua entusiastica fiducia nel "progresso", la sua dogmatica accettazione dell'«evoluzione» (v.) come principio metafisico e il suo scientismo (v.) denunziano una carenza di attitudine speculativa e un'ingenuità critica che hanno fatto precocemente e irrimediabilmente invecchiare la sua vasta e quasi enciclopedica opera.

Evoluzione e progresso sono i due principi-base del positivismo spenceriano: di qualunque cosa si tratti (dello sviluppo della terra o della società, di quello dell'industria o della letteratura, ecc.), "il fondo di ogni progresso è la stessa evoluzione che va dal semplice al complesso attraverso successive differenziazioni n. "Evoluzionismo metafisico ", dunque, secondo il quale l'evoluzione è principio cosmico e causa prima di ogni progresso. "Legge della evoluzione" è il passaggio della materia da uno stato di "dispersione" a uno di "integrazione" o di "concentrazione"; la determinazione fondamentale del processo evolutivo è la "differenziazione "o passaggio "dall'omogeneo all'eterogeneo ". L'evoluzione è, secondo S., "un'integrazione di materia e una concomitante dissipazione di movimento, durante la quale la materia passa da una omogeneità indefinita e incoerente a una eterogeneità definita e coerente e il movimento conservato soggiace a una trasformazione parallela" (First principles, § 145). Quando l'evoluzione ha raggiunto il suo culmine, cioè il massimo di differenziazione e il massimo di concentrazione, si determina il processo opposto della "dissoluzione ", la quale però non preoccupa l'ottimismo dello S., in quanto la dissoluzione è inizio di un'altra evoluzione. Il processo evolutivo umano porta alla realizzazione di una sempre maggiore armonia tra la natura spirituale dell'uomo e le sue condizioni di vita; e qui risiedono la sua perfezione e la sua piena felicità. Ma, per S., il principio dell'evoluzione vale solo per conoscere e sistemare i fenomeni di esperienza o il dominio del "conoscibile" o della scienza, al di là del quale vi è l'Inconoscibile, dominio della religione, regno

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del mistero inaccessibile, che noi "ignoriamo e ignoreremo». Lo S. fa suo l'agnosticismo (v.) di Hamilton (v.) e di Mansel (v.), derivato dalla scuola scozzese (v.) e di esso si serve per indicare il punto d'incontro e di conciliazione tra religione e scienza. Secondo questa teoria, non solo la scienza, ma anche la religione si ferma di fronte al mistero (all'Assoluto, all'Incondizionato); tutte le credenze religiose (compreso il cristianesimo) intorno all'assoluto non dicono nulla che possa essere logicamente dimostrato e scientificamente provato; c'è una forza misteriosa, causa di tutti i fenomeni, assolutamente inconcepibile per l'uomo, ignota insieme alla scienza e alla religione. Tale forza misteriosa l'uomo puó rappresentarsela solo per mezzo di simboli. Affermazioni, queste dello S., evidentemente erronee e superficiali. Mentre proclama Dio inconoscibile, egli lo identifica con una forza imminente alla natura. La conclusione poi che anche la religione, come la scienza, si arresta di fronte all'Inconoscibile è fondata sul presupposto accettato a priori, dogmaticamente, dell'impossibilità della Rivelazione. A parte questo, la dottrina spenceriana è intrinsecamente inconsistente se religione e scienza s'incontrano di fronte al mistero dell'Inconoscibile e l'una e l'altra dispongono delle stesse vie e degli stessi mezzi insufficienti a penetrarlo, è annullata la distinzione tra fede religiosa e conoscenza scientifica, cioè la distinzione tra i due regni del "conoscibile" e dell's inconoscibile». Il problema dell'incontro della religione con la scienza non ha allora più senso, dato che le vie dell'una sono naturali come quelle dell'altra; tutt'al più si tratta di due modi umani di porre il problema dell'Assoluto, ma in tal caso non si parla più di religione, ch'è identificata con un grado inferiore della coscienza umana (quello dell'ignoranza), di fronte a quello superiore della scienza, che se non altro conosce il fenomenico. Si è così fuori del concetto di religione, che, per mancanza di esperienza religiosa lo S. non ha saputo cogliere nella sua autenticità.

Manifestazione dell'Inconoscibile sono i fenomeni, dominio della scienza. L'io e il non io (soggetto e oggetto) sono raggruppamenti "persistenti» di fenomeni, effetti condizionati della Causa incondizionata; cioè, pur essendo sconosciuto il rapporto tra l'Inconoscibile e i fenomeni, può supporsi una corrispondenza ipotetica (realismo trasfigurato, cf. First princ., § 50). La differenza tra filosofia e scienza, per S., è solo di grado di unificazione : la filosofia realizza una conoscenza completamente unificata, la scienza solo parzialmente. Dove la scienza si ferma, comincia la filosofia, non nel senso che quest'ultima abbia un oggetto e un metodo propri, ma nell'altro (che è negazione del contenuto e dell'autonomia della filosofia) che, essendo questa la conoscenza nel suo più alto grado di generalità, pone come suo punto di partenza i principi generali (indistruttibilità della materia, continuità del movimento, persistenza della forza) a cui è pervenuta la scienza. Ora questi principi si fondano sulla legge dell'evoluzione; dunque la filosofia è soltanto teoria dell'evoluzione. A questo punto, non restava allo S. che applicare dogmaticamente (e facendo un fascio di spirito e materia, di Dio e natura, ecc.) il principio evolutivo alle varie scienze : biologia, psicologia, sociologia, etica, religione. E così tutto il sistema è costruito su un'ipotesi (l'evoluzione nel senso di Darwin [v.]), che non è dimostrata vera né dalla scienza, né dalla filosofia.

La biologia è lo studio dell'evoluzione dei fenomeni organici : la vita consiste in un adattamento" (attraverso cui si formano e si differenziano gli organi) sempre più completo delle condizioni interne a quelle esterne; l'ereditarietá conserva e accumula i mutamenti organici individuali. Nell'uomo, anche la coscienza è una forma di adattamento (S. ammette una sostanza spirituale inconoscibile) ; pure la ragione è una forma del processo evolutivo. Ci sono sì nozioni a priori (indipendenti dall'esperienza), ma solo per l'individuo, non per la specie; prodotto dell'esperienza accumulata, trasmessa per ereditarietà. Anche la sociologia è studio o descrizione (e qui lo S. si allontana dalla sociologia del Comte [v.]) dello sviluppo evolutivo della società; fissare gli ideali o le
mete di questo sviluppo compete alla morale. S. sostiene che lo sviluppo sociale dev'essere lasciato completamente libero, affidato solo alla sua forza spontanea, senza interventi dello Stato (che fa tutto male), senza forzare l'evoluzione e anticiparla, che è disturbarla e ostacolarla con gravi conseguenze (perturbazioni sociali, guerre ecc.). S. è per la difesa di tutte le libertà individuali. Oggetto della morale è la condotta dell'uomo che, nell'evoluzionismo biologico dello S., significa adattamento progressivo dell'uomo alle sue condizioni di vita; pertanto la vita migliore è quella più adatta alle sue condizioni: il bene si identifica col piacere (edonismo, utilitarismo [v.]). Però S. ammette un sentimento di obbligazione (v.) morale, che è tale per l'individuo, non per la specie; cioè è il risultato del processo evolutivo, per cui la coazione (che si è sperimentata utile) diventa interiore (autonoma) e non esteriore. Con l'evoluzione questo sentimento di dovere o di obbligazione morale scomparirà : "le azioni più elevate, richieste per lo svolgimento armonico della vita, saranno cosi comuni come ora lo sono quelle inferori a cui ci spinge il semplice desiderio" (The principles of ethics, § 46). A questo stadio dell'evoluzione la coincidenza del benessere del singolo con quello attusi produce l'accordo finale tra egoismo e altruismo. Anche la pedagogia (Education, intellectual, moral and physical, 1861; Essays on education, 1911, postuma) è fondata sugli stessi principi. Bisogna insegnore ciò che è utile a realizzare migliori condizioni di vita; l'importanza delle cognizioni è data pertanto dai bisogni che esse soddisfano secondo il loro grado di urgenza, e quindi dai bisogni relativi : 1) alla nostra conservazione; 2) all'allevamento dei figli; 3) al mantenimento dell'ordine sociale; 4) agli ozi da riempire per soddisfazione dei nostri gusti. Le scienze biologiche, psicologiche e sociali soddisfano i primi tre gradi di bisogni; il quarto soddisfatto dall'istruzione umanistica, è un lusso e non una necessità. Affermazione, questa, che conferma la scarsa sensibilità dello S. per i problemi dello spirito.

BibL.: quasi tutti gli scritti principali dello S. furono tradotti in ital. tra il 1901 e il 1907 (Milano). O. Gaupp, H. S., Stoccarda 1897, trad. it., Palermo 1911; P. Carus, Kent and S., Chicago 1889; G. Vidari, S.e flosmini, Milano 1899; G. Seraf, La sociologia di H. S., Roma 1903; G. Solari, L'opera filosofica di H. S., Bergamo 1904; E. Thouverace, H. S., Parigi 1905; J. Thomson, H. S., Londra 1907; W. D. Hudson, H. S., ivi 1909; E. Parinot, H. S., Parigi 1911; D. Modotti, S., Udine 1912; A. Srodier, H. S.s Ethik, Lipsia 1913; G. Allevo, La psicolog. di H. S., $2^{\circ}$ ed., Torino 1914; H. Elliot, H. S., Londra 1917; M. Jarger, H. S.s Principien d. Ethik, Amburgo 1922; J. Rummes, H. S.s sociology, Londra 1934; E. Diaconide, Etude critique sur la sociologie de H. S., Parigi 1938. Ampia leld. per nozioni in Ülervog, V. pp. 187-89. Altro indicazioni in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lexihon, II, Berlino 1920, pp. 271-82. Michele Federico Sciacca

SPENER, PHILIPP : v. PIETISMO.
SPENGLER, Oswald. - Filosofo, n. il 29 maggio 1880 a Blankenburg, m. l'8 maggio 1936 a Monaco di Baviera. Studiò matematica e filosofia a Monaco e Berlino. Insegnò matematica a Monaco.

Nell'opera sua più nota, ma dilettantesca e superficiale, Der Untergang des Abendlandes. Umrisse einer Morphologie der Weltgeschichte, 2 voll., 1918-22, spinge alle estreme conseguenze lo storicismo del Dilthey (v.): le strutture storiche si succedono fatalmente (senza significato e senza scopo, come le famiglie della fauna e della flora) e i valori che esprimono tramontano e passano come i fiori e le foglie (relatirismo assoluto). Ogni " civiltà" è caratterizzata da una "forma", costituisce un "universo formale", che abbraccia tutte le manifestazioni di un'epoca (arte, filosofia, religione, scienza, ecc.), nasce, fiorisce e muore. La civiltà occidentale è "faustiana" e la sua legge è la "forza". Questa civiltà, espressa soprattutto dalla Germania, è destinata fatalmente al tramonto. S. scriveva ciò dopo la sconfitta della Germania nella prima guerra mondiale, che vide il crollo del pangermanesimo e dell'ideale politico di Bismarck (v.). Con l'avvento del nazismo S. vide di nuovo

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nella Germania l'erede della civiltà faustiana (Johre der Entscheidung, 1, Deutschland u. die Weltgeschichtl. Entwioklung, Monaco 1933).

Biml.: K. Schüch, S.t Geschichtsphilos., Karlsruhe 1921; A. Mesner, S. als Philosoph, Stoccarda 1922; L. Giusso, O. S. e la dottrina degli universi formali, Napoli 1935; W. Vogel, S.t Staatsmännisches, Denken, Monaco 1942. Ampia bibl. con elenco delle opere in W. Ziegenfuss, Philosophen-Lexihon, II, Berlino 1950, pp. $583-85$.

Michels Federico Sciseca
SPENSER, EdmUND. - Poeta inglese, n. a Londra nel 1552, m. ivi il 16 genn. 1599, dopo aver trascorso gran parte della vita in Irlanda, come colonizzatore e diplomatico.

In lui si assommano i movimenti del Rinascimento e della Riforma protestante, in una vasta produzione poetica, che rappresenta la pastorale (The Shepheardes Calendar. 1579), la lirica di carattere petrarcheggiante (i sonetti dal titolo Amoretti [1595], e numerose liriche di carattere amoroso, fra cui un Prothalamion e un Epitholamion), la lirica filosofico-religiosa (Hymnes in honour of Love and Benuty, 1596) e la poesia epica. In quest'ultimo campo il suo poema (The Faerie Queene, 1590-96) che sta accanto a quelli dell'Ariosto e del Tasso, ha un carattere allegorico-pedagogico, intendendo il poeta rappresentare le virtú dell'uomo magnanimo di Aristotele, allo scopo di - formare un gentlemnn, vale a dire una persona nobile nella disciplina virtuosa e gentile $n$. Lo fa narrando le gesta di Arturo e dei cavalieri della corte di Gloriana (la regina Elisabetta). Dei 24 libri progettati (ciascuno di 12 canti) soltanto 6 sono stati compiuti, dedicati alle leggende della santità, della temperanza, della castità, dell'amicizia, della giustizia e della cortesia. Contro il punto di vista tradizionale, si è sostenuto di recente che le deviazioni dall'anglicanesimo ortodosso di S. hanno origine piuttosto cattolica che calvinista.

Biml.: ed. : Works, a cura di E. Greslaw, C. G. Osgood e F. M. Padelford, 8 voll., Baltimora 1932 sgg. Studi : W. R. Renwick, E. S.: an essay on Renaissance poetry, Londra 1925; A. C. Judson, The life of E. S., Baltimora 1945; V. K. Whitaker, The relljious basis of S.'s thought, Oxford 1950. Alberto Castelli

SPERANDIO di Mantova. - Scultore e incisore, figlio dell'orafo romano Bartolomeo di S. Savelli, n. a Mantova nel 1431, m. ivi nel 1504. Trasferitosi
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(let. Alinari)
Sperandio di Mantova - Ritratto di Giovanni II Bentivoglio. Rilievo in marmo - Parigi, Museo del Louvre.
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(let. Alinari)
Speranza - La s. Panello della porta sud del battistero di S. Giovanni con rilievi di A. Pisano (1330-36) - Firenze.
a Ferrara vi acquistò rinomanza come incisore e scultore specie in terracotta. Fu anche a Faenza, a Bologna, a Padova (1494) e quindi a Venezia (1496) ove si fermò qualche tempo in qualità di fonditore della Repubblica.

Le sue medaglie si distinguono come appartenenti a sei periodi: Ferrara (1460-77), Faenza (1477-78), Bologna (1478-90), Ferrara (1490-95), Mantova (1495-96), Venezia (1496-1504). I periodi migliori furono quelli di Ferrara e di Mantova con le medaglie degli Este e dei Gonzaga. Come scultore fu in special modo noto per i bassorilievi in marmo e in terracotta. Di essi uno raffigurante Ercole d'Este è a Ferrara e due, dello stesso soggetto, uno in terracotta ed uno in marmo, al Louvre. Bello il sepolcro di Alessandro V modellato in terracotta nel S. Francesco di Bologna del 1482. Esistono anche terracotte dipinte da lui a Berlino e a Londra, al Victoria and Albert Museum, ove sono un ritratto e un bassorilievo con l'immagine di Eleonora d'Este. Tipica la placchetta con la Deposizione di Cristo, di cui esistono più esemplari a Parigi, ed una placchetta con la Risurrezione ora a Berlino. Alla sua attività d'architetto va assegnato il modello per la ricostruzione del campanile di S. Petronio a Bologna.

Biml.: Venturi, VI, pp. 84-95; VIII, it, p. 447 sg.; id., s. v. in Eoc. Ital., XXXII, pp. 334-35; J. B. Supino, La scultura in Bologna nel sec. XV, Bologna 1910, p. 113; G. F. Hill, s. v. in Thieme-Becker, XXXI, pp. 359-60. Emilia Durini

SPERANZA. - Il significato primigenio del termine E̊̃̃ic è desiderio; sperare è tendere verso un oggetto che ci appare come un bene. La s., considerata nel piano naturale, è il desiderio di un bene futuro, arduo, ma possibile (Sum. Theol., $1^{0}-2^{60}$, q. 40 , a. 2). Suoi elementi essenziali sono il desiderio e la fiducia. E la tensione di chi non è ancora tutto quello che deve essere, ma ha coscienza insieme della sua imperfezione e della sua perfettibilità.

La s. cristiana presenta la medesima struttura : ma la tensione supera la nativa capacità dell'uomo, spingendosi fino al possesso eterno di Dio. Per questo è

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(fot. Alinari)
Speranza - La s. Particolare degli affreschi di Andrea del Sarto nel chiosiro dello Scalzo (1514-26) - Firenze.
essenzialmente un suo dono. Infusa nell'anima del battezzato come qualità permanente, insieme con la virtù della fede, la s. è, sotto il soffio della Grazia attuale, il principio di quella santa inquietudine, che stimola l'uomo, oltre la sua debolezza e le sue colpe, a superarsi continuamente fino a raggiungere il fine supremo.

1. Oggetto e motivo della s. cristiana. - Oggetto principale della s. cristiana sono i tesori dell'eredità incorruttibile, la beatitudine suprema nel possesso eterno di Dio. Conseguentemente la s. cristiana si estende a tutti i mezzi necessari a ciascuno per raggiungere la stessa beatitudine (Rom. 5, 2; I Io. 3, 2). Anche i beni terreni possono cadere nell'orbita del suo raggio, ma solo nella misura e nel modo con cui Iddio li ordina alla nostra salute. Percib è sempre Iddio che stimola i nostri desideri ed alimenta la nostra attesa. Per elevarci tanto su di noi e protenderci verso di lui, noi non possiamo far calcolo sulle nostre forze e sull'aiuto delle creature, ma far leva su di lui, sulla sua bontà, sulla sua onnipotenza ausiliatrice e sulle sue divine promesse: questi i motivi della nostra s. presi tutti insieme, piuttosto che l'uno o l'altro preso isolatamente, come la bontà riguardo a noi (Scoto, Suárez), l'onnipotenza ausiliatrice di Dio, ossia l'onnipotenza e misericordia (Prümmer), o la fedeltà alle promesse, considerate in se stesse come motivi unici.

Per questo a base della s. sta la fede, nell'onnipotenza di Dio, nella sua volontà salvifica e nella sua indefettibile bontà. E come la fede si incontra in Cristo, cosí la s. culmina in lui: egli è la nostra s. (I Tim. 1, 1; Col. 1,26-27). In lui Iddio ha riassunto e ha mantenuto tutte le sue promesse, svelando e attuando il suo disegno salvifico. Se per tutti noi non ha risparmiato il suo figliuolo, come non ci dona ogni cosa con lui? (Rom. 8,32). Nel Cristo noi siamo stati salvati (Rom. 5, 10; cf. anche Eph. 2, 12 sgg.; II Cor. 5, 18 sgg.). La sua Risurrezione è sicura garanzia della nostra (I Cor. 6,14; cf. anche Eph. 1, 18-20). Uniti a lui come membra al capo, noi siamo già in un certo senso nella gloria, poiché non c'è
a nessuna dannazione per coloro che sono in Cristo Gesù. Chi crede in lui ha già la vita eterna s (Io. 3, 18, 36; Rom. 9,33; 10,11).
II. Valore e necessita della s. - 1. Il valore della s. - E immenso per quello che dà e per quello che promette. La s. cristiana dà all'uomo un nuovo grado di vita, potenziandone al massimo la natura ed il valore. L'anima protendendosi verso il futuro, in Dio, respira già, pregustandola, l'aria beata di Dio. Non solo. Le promesse divine conferiscono all'uomo la massima sicurezza, gli dànno quasi il senso dell'onnipotenza: "io posso ogni cosa in calui che mi dà forza" (Phil. 4, 13). Solo su questo terreno può fiorire la vittoriosa persuasione che resiste e trionfa di fronte ai compiti più ardui. Di qui l'invitta fermezza nella prova, la sicura fiducia che l'aiuto divino non sarà mai inferiore alla sua violenza. Di qui la certezza che nulla potrà separarci dall'amore di Dio (Rom. 8, 38). Di qui infine la trasformazione del dolore nella letizia cristiana, che trae alimento dalla stessa sofferenza e che si rinnova ogni giorno nell'attesa del Signore vicino.

Ciò non toglie però che egli abbia ad attendere alla sua salvezza "in timore e tremore" (Eph. 6, 5), cosciente della propria fragilità e defettibilità. Anzi codesto timore completa la sicurezza, preservando inomune la confidenza in Dio dalla menomazioni e che la leggerezza e l'imperfetta valutazione delle cose potrebbe arrecarle
2. Necessità della s. - Senza la s. la nostra vita soprannaturale non avrebbe senso. E la Grazia il seme della gloria, ed il seme è, per definizione, promessa, aspettazione principio. D'altra parte la nostra attesa sarebbe ingiustificata e assurda, se non riposasse sulle promesse di Dio e sull'aiuto di Cristo. Per questo la s. cristiana, fatta di desiderio e di fiducia, è indispensabile per conseguire la salvezza: in essa noi siamo stati salvati (Conc. Trid., sess. VI, capp. 6-7, de iustif.: Denz-U, 798,800) e l'Apostolo ci ammonisce di indossare come elmo la s. della salute (I Thess. 5,8), di essere gioiosi nella s. (Rom. 12,12) e di vivere piamente in questo mondo nell'aspettazione della beata s. (Tit. 2, 13). Per questo stesso motivo non esiste condizione di vita e grado di santità da cui la s. debba o possa essere esclusa. Né la s. può essere intesa, come è parsa ad alcuni, aspettazione disinteressata di un'eternità, in cui trionferà l'amore, quasiche il desiderio e l'attesa della propria felicità costituissero un calcolo incompatibile con lo stato dei perfetti. Tra gli scattolici Kant (v.) è uno degli apostoli dell'amore puro.

L'amore ordinato di sé non è incompatibile con il più perfetto amore di Dio; anzi il primo condiziona in un certo senso il secondo, non essendo possibile l'amore dell'oggetto, se il soggetto non ama se stesso. Del resto codesto amore trova la sua piena giustificazione nell'adeguazione perfetta della volontà umana con la volontà divina. Dio vuole la nostra felicità. E continuo nel Vangelo e nella predicazione degli Apostoli il richiamo amoroso e premuroso alla mercede copiosa dei cieli, alla retribuzione dell'eredità, alla corona incorruttibile che attende gli atleti dello spirito (cf. Mt. 5, 12; Le. 12, 5; I Cor. 9, 24; Col. 3, 24). Pertanto il c