franchigie del quartiere francese. M. a Roma il 4 genn. 1704. Fu suo nipote Niccolò, n. in Spagna il 20 febbr. 1659, chierico di Camera sotto Innocenzo XII, nunzio a Firenze poi in Polonia, uditore di Camera, creato cardinale da Clemente XI il 16 dic. 1715; m. a Roma il 12 apr. 1735. Contemporaneo a lui fu Giorgio genovese, n. il 16 giugno 1667, vicelegato di Ferrara, governatore di Civitavecchia, Viterbo e Perugia, inqui-
sitore di Malta nel 1703, commendatore di S. Spirito, arcivescovo di Cesarea e nunzio a Barcellona dal 1711-13 poi a Vienna (1713-20), dove fu durante laguerra contro il Turco nel 1713-16; fu creato cardinale da Clemente XI il 29 nov. 1719. Innocenzo XIII lo volle segretario di Stato; i Francesi si opposero che lo fosse sotto Clemente XII. Fu legato a Bologna e m. a Roma il 17 genn. 1739.
Giovanni Battista II, n. a Genova il 6 luglio 1681, chierico di Camera nel 1722, governatore di Roma per sei anni, cardinale diacono di Clemente XII il 28 sett. 1733; m. vescovo di Albano il 21 ag. 1753.
Girolamo, n. a Genova il 15 ott. 1713; fu nunzio a Madrid che lasciò dopo essere stato creato cardinale il 24 sett. 1759, lasciando relazioni scritte sulle condizioni ecclesiastiche di quel Regno. Nel Conclave del 1775 fu tenacemente avversato da Vienna e da Madrid. M. a Roma il 22 luglio 1784.
Ugo Pietro, n. a Genova il 23 giugno 1791; fu delegato apostolico a Macerata (1823-26), nunzio a Vienna, donde ritornò dopo creato cardinale nel luglio 1832. Legato a Bologna nel 1833 e poi nel 1842-44, ed in occasione dei tumulti politici per reprimere i quali costituì una commissione straordinaria presieduta dal colonnello Freddi. Fu quindi prodatario sino alla morte che lo colse a Roma il 24 genn. 1858 (E. Michel, in Diz. Ris. naz., IV. Milano 1937, p. 332).
Bibl.: Pastor, IV-XIV. Su Ambrogio S. cf. la bibl. citata in I. Lefèvre, S. et la Belgique, Bruxelles 1947.
Pio Paschini
Agostino, n. a Genova nel 1677; compiuta la sua prima educazione nel Collegio S. Giorgio di Novi Li gure dei Somaschi, ne abbracciò la Regola, e presto accupò nell'Ordine le cariche più importanti, oltre l'insegnamento della filosofia e della teologia.
Fu teologo del card. Giuseppe Renato Imperiale, legato a Carlo III re di Spagna; rettore del Collegio clementino di Roma e viceprocuratore generale nella Curia romana. Nel 1716 fu eletto vescovo di Aiaccio e nel 1722 traslato alla sede di Savona. M. il 16 ott. 1735. Nel 1718 convocò il Sinodo ad Aiaccio in cui emanò molte sapienti leggi. A Savona sostenne con fermezza le libertà ecclesiastiche, meritandosi gli elogi di Benedetto XIII; ri formò il Seminario, emanando le Constitutiones pro seminario episcopali (Milano 1738) modellate su quelle di s. Carlo Borromeo, ma ricche di esperienza personale e di sati criteri di attualità. Per tutto il clero pubblico varie notificazioni pastorali, raccolte nel Monitum spirituale (ivi 1740), tendenti soprattutto ad organizzare l'insegnamento della dottrina cristiana ai fanciulli, l'amministrazione dei Sacramenti e la santificazione delle feste.
Bibl.: M. Tentorin, Mons. A. S., in Il Collegio di S. Giorgio, Novi Ligure, marzo 1949.
Marco Tentorio
Carlo, beato. - Gesuita, missionario e martire, n. a Genova nel 1564, dal ramo degli S. di Tassarolo, m. a Nagasaki il 10 sett. 1622.
Entrato nell'Ordine nel 1564 e inviato in Giappone nel 1597, non riuscì a raggiungere le meta che dopo sette anni di avventure. Arrivato, infatti, al Capo di Buona Speranza, una avaria alla nave indusse il capitano a rifare la rotta verso Lisbona; ma, assaliti dai pirati inglesi, i viaggiatori furono portati in Inghilterra. Di là, lo S. riuscì a imbarcarsi travestito per Lisbona, donde, dopo un anno di attesa, salpò di nuovo e raggiunse il Giappone nel 1602. Vi lavorò 20 anni di seguito, con grande successo di conversioni, finché nel 1618 fu arrestato, per l'editto anticristiano dell'imperatore Daifusama, e trasportato con altri compagni nelle prigioni di Omura. Dopo 4 anni di stenti e di malattia, subì il martirio del rogo a Nagasaki sulla collina chiamata dei martiri, dove un'altra schiera l'aveva preceduto nel 1597. Fu beatificato, con 204 altri martiri giapponesi. Festa l'11 sett.
BibL.: gli Anal. Boll., 6 (1887), pp. 52-72 pubblicano una lettera ined. dello S., una bibl. aggiornata e un elenco completo, al possibile, delle lettere edite e ined. Vite : F. Ambrogio Spinala,
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## VITA <br> D R L P A R E CARLO SPINOLA della Compagnia D I G I E S V* Morto per la Santa Fede nel Giappone. Sistita del P. Faito, Ambrofio Spinal dell'illeffa Compagnia.

(fot. Enc. Catt.)
Spinala, Famiolia - Frontespizio della Vita del P. Carlo S., scritta dal p. F. Ambrogio S., Bologna 1647 - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale.
Vita del p. C. S., Roma 1628; con correz. ed aggiunta, a cura di G. Boero, ivi 1869; G. Boero, Della gloriosa morte di CCV bb. Martiri nel Giappone, ivi 1867 ; L. Pagès, Hist. de la religion chrétienne au Japon, depuis 1598 jusqu'à 1651, a voll., Parigi 1870-71, v. indini.
Celestino Testore
Fabio Ambrogio. - Scrittore ascetico e predicatore, n. a Genova il 3 ott. 1593, m. ivi il 28 ag. 1671 .
Entrato nella Compagnia di Gesù (1610), fu professore di filosofia e di S. Scrittura, predicatore, rettore del Collegio Germani co a Roma e 4 volte della Casa professa di Genova. Tra le sue orazioni furono celebri quella in Parascese ad Urbanum VIII, tenuta in Vaticano (1626), e della
corona reale, pronunziata a Genova nella chiesa di S. Caterina alla presenza del Doge e delle autorità ( 1638 ).
Scrisse la biografia del p. Carlo S., martire della fede in Giappone (Roma 1628), poi beatificato, della ven. madre Maria Vittoria, fondatrice dell'Ordine dell'Annunziata (Genova 1649), e del p. Sopranis gesuita. Ma la sua celebrità è dovuta soprattutto ai suoi libri di meditazioni, specialmente sopra la vita di Gesù, distribuite per tutti i giorni dell'anno, dell'Avvento alla festa della S.ma Trinità e dalla S.ma Trinità sino alla prima domenica di Avvento (Genova 1652, 1653) e sulle feste di N. Signora e dei santi principali di tutto l'anno. Le suddette meditazioni furono poi ridotte in compendio (Venezia 1673) ed ebbero grande diffusione. Anche delle sue prediche quaresimali fu fatta una pubblicazione a Genova nel 1667, dedicata all'imperatrice Eleonora.
Bibl.: Sommervogel, VII, coll. 1448-52. Arnaldo M. Lanz
SPINOLA y MAESTRE, Marcel. - Cardinale, arcivescovo di Siviglia, n. a S. Fernando (dioc. di Cadice) il 14 genn. 1835, m. a Siviglia il 22 genn. 1906.
Già laureato in giurisprudenza, rinunciò al diritto di primogenitura, per abbracciare la vocazione ecclesiastica. Nel 1871, parroco a S. Lorenzo in Siviglia, si diede con premura a fondare opere in favore del popolo, aprendo asili e scuole per le fanciulle e case per gli orfani e le orfanelle. Fu eletto ausiliare dell'arcivescovo il 16 dic. 1880; nel 1884 passò alla sede di Coria, nel 1886 a quella di Malaga e finalmente nel 1895 a quelle di Siviglia.
Oratore fecondo e zelante, partecipò a tutti i Congressi cattolici di Spagna, diede impulso ai circoli operai dell'andibonesi, perorò al Senato la causa del riposo domenicale e le relazione fra lo Stato e la Chiesa, continuando sempre a dimostrare la sua paterna generosità in soccorso di ogni necessità e di ogni sventura.
Bibl.: [P. Silva], Necrologio, in Civ. Catt., 1906, i, p. 104. Celestino Testore
SPINOZA, BARUCH de. - Filosofo, n. in Amsterdam il 24 nov. 1632 da una famiglia israelita d'origine portoghese, m. all'Aia il 21 febbr. 1677. Rappresenta la massima e più coerente espressione
del razionalismo moderno, cartesiano, matematico, fenomenistico, che egli conduce logicamente alle estreme conclusioni razionalistico-monistiche, non ostacolato da motivi pratici, come Malebranche e pure Leibniz (v.), e sta nella piccola schiera dei grandi filosofi moderni.
1. Vita ed opere. - S. trasse dalla forte educazione ebraica quell'incombente e assorbente senso del divino, che gli è caratteristico. Fu quindi introdotto alla filosofia ebraica, neoplatonico-medievale, dal celebre Rabbi Mortcirc: onde gli venne la concezione pantesistica del divino. Ma una tale concezione - ove Dio e il mondo sono risolti in unità di natura - non è in alcun modo coerente con una Rivelazione, che presuppone la trascendenza divina. Di questo l'acuto intelletto di S. dovette accorgersi tosto; mentre la sua lineare volontà gli impediva di aderire a una religione, di cui non era razionalmente convinto. Onde rifiutando egli ogni pratico compromesso, fu solennemente scomunicato dalla Sinagoga, che l'aveva avviato al rabbinato, il 27 luglio 1636; e quindi pure esiliato dalle autorità protestanti di Amsterdam, come blasfematore della Scrittura. S. si ritirò prima nei dintorni di Amsterdam, poi a Leida e di là all'Aia (1664). A ventiquattr'anni, senza patria, famiglia, salute, ricchezze, S. rimarrà isolato anche religiosamente. Gli altri fatti più notevoli nella sua formazione spirituale e speculativa sono il suo discepolato presso Francesco van den Ende e la sua partecipazione ad alcuni ambienti cri-stiano-protestanti d'Olanda. Da van den Ende S. apprese anzitutto la scienza e la filosofia cartesiana, che gli sarà strumento prezioso per la sistemazione razionale della sua fondamentale intuizione mistico-panteistica, e quindi il latino e un po' di greco. Gli ambienti religiosi olandesi che S. frequente propugnavano un cristianesimo senza dogmi e a contenuto essenzialmente moralistico (Collegianti, Menoniti, ecc.) : da cui dipende la sua sostanziale conoscenza del cristianesimo, e, almeno in parte, la sua filosofia religiosa. All'infuori di questi, si può dire che altri fatti esteriori non si incontrano nella breve e intensa vita di S. Ai suoi limitatissimi bisogni materiali provvedeva essenzialmente con la preparazione di lenti ottiche, per microscopi e telescopi, assai ricercate a causa della loro perfezione; e anche con qualche piccolo aiuto dallo scelto gruppo di ammiratori, amici e discepoli. Ma rifiutò ogni condizione che avesse potuto limitare o turbare la sua quiete speculativa e indipendenza scientifica (il ricco legato testamentario di Simone de Vries; la pensione vitalizia offertagli dal gran Condé; la cattedra all'Università di Heidelberg, propostagli dall'elettore palatino Carlo Ludovico, fratello della principessa Elisabetta, ammiratrice di Descartes). Come osserva Pascal, pare che egli avesse capito - a differenza del mondano Leibniz - come e tutti i mali vengono dal non saper stare in riposo in una camera $*$.
Minato da una tisi ereditaria, dopo qualche mese di degenza S. si spense quietamente a soli 44 anni. I suoi risparmi furono appena sufficienti a pagare i pochi insignificanti debiti contratti durante la malattia. La debole salute non impedì a S. di essere un grande pensatore : anzi ne sarebbe stata - secondo il contemporaneo Pascaluna condizione necessaria. Un altro tratto caratteristico della personalità di S. è la sua concezione etica della filosofia, come risolutrice del problema della vita, onde anche la rigorosa coerenza della sua vita alla sua filosofia; ma nello stesso tempo il suo fermo convincimento che la risoluzione di tale problema ultimo non sia possibile se non teoreticamente, con la contemplazione razionale e intellettuale della Realtà eterna e infinita (cf. l'esordio al De intellectus emendatione e l'appendice al I. IV del. l'Ethica). Ma poiché all'intelletto dell'uomo non è dato vedere concretamente la razionalità del mondo, per la imponente presenza del male di negazione e di privazione, a S. fu necessaria una tremenda forza d'animo onde vincere umanamente questa duplice resistenza del male che viene a sfociare nell'orgoglio spirituale.
Le opere di S. sono relativamente poche ma profondamente meditate, sintetiche e contenenti, anche se
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alcune incompiute, un compiuto sistema filosofico. Le principali sono l'Ethica, more geometrico demonstrata, in 5 II. (postuma, Amsterdam 1677) che contiene il suo sistema filosofico ed è il suo capolavoro; e il Tractatus theologico-politicus, pubblicato anonimo (Amburgo 1670) che contiene la sua filosofia religiosa e politica. L'elenco delle opere (filosofiche) comprende inoltre Renati des Cartes Principiorum philosophiae pars I et II more geometrico demonstratae (Amsterdam 1663); Tractatus de intellectus emendatione, incompiuto (postumo, ivi 1677); Tractatus politicus, incompiuto (postumo, ivi 1677); Tractatus de Deo et homine eiusque felicitate, ritrovato nel secolo scorso, scritto originalmente in latino ma di cui restano due versioni olandesi (ed. di E. Böhmer, Halle 1852); Epistulae, assai accresciute nelle edizioni più recenti e assai importanti per intendere il suo pensiero.
II. Pensiero. - Le fonti del pensiero spinoziano sono in sostanza quattro : a) la religione ebraico-or-todosso-teistica; 2) la speculazione ebraico-neoplatonico-panteistica; 3) la filosofia cartesiana in particolare: 4) il pensiero moderno in genere (Bruno, Hobbes, ecc.). Ignorato e disprezzato per ca. un secolo dopo la sua morte, il pensiero di S. interessò e influenzò particolarmente e potentemente la cultura tedesca dopo Kant (Lessing, Goethe, Fichte, Schelling, Schleiermacher, Hegel, Schopenhauer), fornendo all'idealismo l'elemento metafisico monistico, naturalmente filtrato attraverso la critica kantiana.
a) Dio. - La teologia, ossia la metafisica spinoziana è contenuta sostanzialmente nel I 1. dell'Ethica (De Deo). Da Dio S. vorrebbe dedurre razionalmente, logicamente, geometricamente tutto il reale. Dio come è l'unica causa, è l'unica sostanza (Ethica, 1. 1, defin. 3). La sostanza divina è eterna e infinita, ossia sopratemporale ed esplicantesi in un numero infinito di perfezioni o attributi infiniti. Di tali attributi però l'intelletto umano, nonostante possa realizzare la sua identificazione con l'intelletto divino, ne conosce due soli : lo spirito e la materia, la cogitatio e l'estensio. Le quali, da sostanze diminuite com'erano in Descartes, sfociano nel monismo spinoziano ad attributi dell'unica sostanza. Il pensiero e l'estensione sono espressioni diverse e irriducibili della sostanza assoluta, ma unificate, corrispondenti in essa grazie alla dottrina spinoziana del parallelismo psicofisico. Qui sorge il problema esegetico-critico del rapporto tra sostanza e attributi, particolarmente discusso dal'Erdmann e dal Fischer, anzitutto sulla base della defin. $3^{\circ}$ del II. dell'Ethica. La sostanza e gli attributi costituiscono la natura naturans. Dalla natura naturans (Dio) precede il mondo delle cose, ossia i modi: che sono modificazioni degli attributi e che S. chiama natura naturata. I modi poi si distinguono in primitivi e derivati. I modi primitivi rappresentano le determinazioni più immediate e universali degli attributi e sono eterni e infiniti: ad es., nell'attributo pensiero l'intellectus infinitus e nell'attributo estensione il motus infinitus. I modi derivati rappresentano a lor volta le modificazioni dei modi primitivi, e sono temporali e finiti : ad es., le varie anime e i vari corpi umani, che non sono sostanze, ma complessi di modi derivati (elementari) del pensiero e dell'estensione. La legge del parallelismo psico-fisico, che governa il mondo degli attributi, regge conseguentemente tutto il mondo dei modi primitivi e derivati : per così dire, ogni corpo ha un'anima (mens) come ogni anima ha un corpo, che costituirebbe il contenuto fondamentale del conoscere di quella (mens $=$ idea corporis : cf. Ethica, 1. II, prop. 13). Ossia a ogni modo d'essere e d'operare nella estensione corrisponde un modo d'essere e d'operare nel pensiero: «ordo et connexio idearum idem est ac ordo et connexio rerum» (ibid., prop. 7). Nessuna azione è possibile tra l'anima e il corpo, come pensava anche Descartes, e come S. sostiene fino in fondo. La suprema legge dell'unica e universale realtà spinoziana è la necessità (v.). Come tutto è necessario nella natura naturans (ossia il rapporto tra la so-

(da B. S., L'Etica, a cura di E. Troia, Milano s. a.)
Spinoza, Baruch de - Ritratto.
stanza e gli attributi), tutto è altrettanto necessario nella natura naturata (ossia il rapporto tra i vari modi nell'àmbito dei rispettivi attributi) e ugualmente necessario è il legame che unisce tra loro la natura naturans e la natura naturata. Dio è razionalmente necessitato non solo nella sua vita interiore, ma necessariamente si manifesta (si determina) nel mondo, in cui a sua volta tutto è necessario, la materia e lo spirito, l'intelletto e la volontà.
Le interpretazioni principali del monismo spinoziano si possono distinguere in emanatistica e acosmica. Per l'interpretazione emanatistica (ad es., Delbos), accanto alla natura naturans (sostanza e attributi) starebbe la natura naturata (modi primitivi e derivati), anche se connesse tra loro dalla necessità dell'emanazione. Per l'interpretazione acosmica (ad es., Camerer) la natura naturata sarebbe (ontologicamente) risolta nella natura naturans, con il passaggio dalla conoscenza illusoria, sensibile, alla conoscenza vera, razionale. L'interpretazione più attendibile sembra quella panteistico-emanatistico-causale (per i rapporti della natura naturata con la natura naturans), ove però ha parte anche la concezione panteistico-acosmico-razionale (per quanto concerne la natura naturans in sé).
b) L'uomo. - Nel II 1. dell'Ethica S. considera lo spirito umano (De mente), o meglio l'uomo integrale, anima e corpo: perché, per il suo parallelismo psicofisico, non sarebbe possibile considerare l'anima e il corpo separatamente. Non occorre ripetere che per S. l'uomo non è una sostanza. Ma la cosiddetta anima non è che un complesso di modi derivati elementari dell'attributo pensiero dell'unica sostanza. E così il corpo non è che un complesso di modi derivati elementari dell'attributo estensione della sostanza stessa. L'uomo, anima e corpo, risulta disciolto in un complesso di fenomeni psicofisici. Pure negando l'anima e le sue facoltà, S. riconosce varie attività psichiche, teoretica e pratica, ciascuna sdoppiata in grado sensibile e grado razionale. Per quanto riguarda la conoscenza sensibile (imaginatio), essa sarebbe, come tale, tutta soggettiva. Nel senso che la conoscenza sensibile non dà la natura della cosa conosciuta ma una rappresentazione, ove risulterebbero confuse le qualità dell'oggetto conosciuto e del soggetto conoscente; e disposte tali rappresentazioni in un ordine frammentario e irrazionale (associazione, memoria, ecc.). Onde, se essa conoscenza sensibile viene considerata come assoluta, si ha l'errore (cf. Ethica, 1. II, prop. 35). La conoscenza razionale è distinta in due gradi : generale e particolare. La conoscenza razionale generale dà gli attributi (e i modi primitivi) nella loro universalità. L'ordine fornitoci dalla conoscenza razionale particolare non è altro che la sostanza divina, la quale abbraccia razionalmente nella sua unità gl'infiniti attributi e gl'infiniti modi che la determinano. E da questa conoscenza intuitiva (mistica) discende necessariamente la suprema felicità e virtù (cui la conoscenza razionale-generale era avviamente); come dalla limitazione della conoscenza sensibile necessariamente discende il dolore e la passione, data l'universale corrispondenza spinoziana di teoretico e pratico (ibid., coroll. della prop. 49). In realtà questa sapienza generatrice di felicità finisce ad essere una rassegnazione di fronte alla necessità universale, più o meno razionale.
Dato il parallelismo psico-fisico, non occorre dire che la conoscenza per S. non è costituita dal rapporto della
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mente con la cosa, ma dal rapporto della mens del soggetto conoscente con la mens dell'oggetto conosciuto; mentre parallelamente a questo rapporto nell'ordine del pensiero avviene uno specifico rapporto nell'ordine dell'estensione. E la conoscenza, l'idea vera non consisterà nell'adeguazione a un ideato, a una cosa (adaegnatio mentis et rei), ma nell'adeguazione all'ordine logico delle idee nel divino attributo pensiero, cui corrisponde parallelamente l'ordine fisico degli ideati nel divino attributo estensione (ibid., def. 4 e prop. 3).
c) La morale. - Il problema morale è trattato nei ll. III-V dell'Ethica. Nel III L (Dell'origine e della natura delle passioni) S. fa una storia naturale delle passioni, ossia considera le passioni teoreticamente, scientificamente, non praticamente, moralisticamente. Il filosofo deve "humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere ", come S. si esprime energicamente nel proemio al 1. III. In lui poi questo atteggiamento rigidamente scientifico vien favorito dalla sua concezione universalmente deterministica della realtà, per cui il meccanismo delle passioni umane è necessario come il meccanismo fisico-matematico, e le passioni possono essere trattate con la stessa serena indifferenza che linee, superfici, figure geometriche. E cosi S. cerca di ricostruire, dedurre il mondo delle passioni da alcune passioni fondamentali, derivate alla lor volta dalla natura umana. Dopo aver dato un sistema del meccanismo delle passioni, nel 1. IV (Della schiavitù umana o della forza delle passioni), S. illustra particolarmente la schiavitù dell'uomo soggetto alle passioni. Servaggio che è necessariamente connesso all'errore della conoscenza sensibile: per cui l'uomo considera le cose finite come assolute e quindi cozzanti tra loro e con lui, e pertanto viene a trovarsi fatalmente in una condizione di passività di fronte ad esse. Allora la liberazione sarà necessariamente connessa alla conoscenza razionale, vera: la realizzazione della quale però non dipende dal libero arbitrio umano - che S. nega - ma dalla particolare natura onde i singoli individui sono originalmente forniti. "L'insensato non è obbligato a vivere secondo le leggi della ragione, più che il gatto non possa essere obbligato a vivere secondo le leggi della natura del leone" (Tractatus theologico-politicus, cap. 16). Se la liberazione dalle passioni dipende dalla conoscenza razionale, bisogna però tener presente che la pura conoscenza (la conoscenza astratta) non può aver efficacia sulle passioni (le quali sono concrete) se non a condizione di divenire pratica, affettiva essa stessa : poiché solo la passione può vincere la passione, come solo una conoscenza (vera) può inverare una conoscenza (falsa) (Ethica, V, prop. 42).
Data questa morale spinoziana - eudemonistica, monistica, razionalistica - è naturale che essa non sia assolutamente ascetica, nonostante l'inganno che può derivare dal disprezzo di S. per il mondo empirico : non in sé, perché sostanzialmente è divino, ma unicamente come vien presentato dall'illusione della conoscenza sensibile, dalla quale soltanto dipende il male, morale e fisico, come metafisico (Ethica, IV, scolio della prop. 43).
Nel V e ultimo 1. dell'Ethica (Della potenza dell'intelletto o della libertà umana) S. illustra particolarmente la condizione del sapiente il quale, ormai libero dal servaggio delle passioni e dall'ignoranza, ha realizzato la felicità e la virtù insieme con la conoscenza razionale. Poiché la felicità e la virtù dipende dalla scienza, dalla conoscenza razionale intuitiva, che è poi la conoscenza delle cose in Dio, il saggio qui pervenuto amerà necessariamente Dio, il quale è causa della sua felicità e potenza : amor Dei intellectualis, ossia la gioia accompagnata dalla causa razionale che la produce: Dio. Questo amore dell'uomo verso Dio viene ricambiato da Dio all'uomo : non come tra due persone, perché la personalità è esclusa dalla metafisica di S., ma nel senso che l'uomo è identico panteisticamente a Dio : e dunque l'amore degli uomini verso Dio è identico all'amore di Dio verso se stesso (ibid., V, coroll. della prop. 36). Arrivato alla conoscenza e alla vita razionale, il saggio vive già nell'eternità, nel senso che ha conoscenza eterna dell'eterno. Quanto all'immortalità dell'anima, questa viene naturalmente esclusa
da S. come sopravvivenza personale, perché persona e memoria appartengono all'imaginalio. L'immortalità allora non potrà essere intesa che come l'eternità delle idee vere, le quali appartengono alla stessa divina sostanza. Unde immortali, ossia eterni, o per massima parte immortali, saranno le anime o i pensieri dei sapienti, ossia dei filosofi. Laddove all'anima e ai pensieri del volgare, quasi limitato alla conoscenza e alla vita sensibile, è riservata la quasi totale nullificazione nel sistema razionale della sostanza divina.
d) Politica e religione. - S. ha esaminato particolarmente il problema politico e religioso nel Tractatus theo-logico-politicus, considerando lo Stato e la Chiesa come mezzi irrazionali per l'avvento della razionalità (cf. specialmente il cap. 16, e pure 6 e 20). Le azioni fatte - o tralasciate - in vista delle pene o dei premi temporali ed eterni, minacciati e promessi dallo Stato e dalla Chiesa, dipendono dal timore e dalla speranza : che per S. sono passioni irrazionali, ma servono alla tranquillità del saggio e all'addestramento del volgare. Nello stato di natura, precedente l'organizzazione politica, gli uomini si trovano in guerra perpetua, in una lotta di tutti contro tutti. E l'egoismo stesso il quale spinge gli uomini ad unirsi, accordarsi tra loro in una specie di patto sociale, per cui promettono di rinunciare a ogni violenza, givvandosi reciprocamente. Ma il solo patto non basta, se non è provvisto di una forza capace a sostencilo, poiché per esso gli uomini non hanno cessato di essere più o meno irrazionali; e il diritto senza forza non ha efficacia. Allora i componenti debbono cedere a un potere centrale la forza di cui dispongono, dando ad esso l'incarico e il modo di proteggere i diritti di ciascuno. Solo cosi lo Stato risulta veramente costituito. Senonché lo Stato, il governo, il sovrano può far tutto ciò che vuole: ne ha la potenza e dunque ne ha il diritto, trovandosi egli ancora nello stato di natura, da cui i sudditi sono usciti. Lo Stato però non può essere il dominatore supremo, perché non rappresenta il fine supremo dell'uomo. Il suo fine supremo è conoscere Dio mediante la ragione e agire conformemente, onde sarà la ragione norma suprema della vita umana. L'ufficio dello Stato è di aiutare l'uomo nel conseguimento razionale di Dio. Quindi se lo Stato si mantenease nella violenza e irrazionalità primitiva, ostacolando lo svolgimento razionale della società, i sudditi - se più razionali e dunque più potenti di lui, per il parallelismo psicofisico - gli si ribelleranno necessariamente ed esso cadrà. Mancandogli la forza gli verrà meno anche il diritto. E dalla sua rovina dovrà sorgere uno Stato più conforme a ragione. Cosi S. dallo Stato naturalistico ricava lo stato razionale.
L'altro grande istituto irrazionale al servizio della razionalità è, secondo S., la religione : la quale rappresenta un surrogato della filosofia per il volgo. Il contenuto della religione positiva, rivelata, è razionale, ma, è assolutamente irrazionale la forma. Perché la conoscenza razionale di Dio decade in una rivelazione mitica; l'azione razionale, la quale dovrebbe discendere dalla conoscenza razionale con la stessa necessità onde la luce emana del sole, decade nel comandamento divino eteronomo. Ossia la religione positiva, rivelata, rappresenta sensibilmente, simbolicamente, in maniera adatta alla mentalità popolare, le verità razionali filosofiche su Dio e sull'uomo, che possono giovare al bene di quest'ultimo, concretandole nei dogmi. Quindi ciò che vale di essi non è, secondo S., la formulazione esteriore, ma il contenuto morale; né si deve cercare in essi sensi metafisici arcani, perché il loro scopo è essenzialmente pratico; indurre cioè alla sommessione a Dio e all'amore del prossimo, nell'unificazione finale di tutti e di tutti in Dio.
BibL.: edd. : Opera, a cura di C. Gebhardt, a voll., Heidelberg 1923-24; Oeuvres, trad. franc. e annotaz. di C. Applion, 3 voll., Parigi 1904; Ethica, a cura di G. Gentile, Bari torz; Chronicon Spinosaonum, fond. dalla Societas Spinosaona nel 1920. Aja 1921 sgg. - Studi: I. Caird. S., Edimburgo 1888; F. Bosch, Quotieme doctrina quam S. de fide expousit cum tota eiusdem philosophia cokavret, Tolosa 1890; V. Delbos, Le probleme moral dans la philosophie de S. et dans l'histoire du spinozisme, Parigi 1893; A. Godfernan, De S. psychologias physioloyicae antecessore, ivi
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(d) F. Witte, Tausend Jaber (atichis liwot an Rhen, II, Icmo v.a., tan 77 , SPIRA (Speyer), DIOCESI di - Secchiello di rame per l'acqua benedetta con rilievi ( $1^{\circ}$ metà del sec. xI) - Spira.
nel IV centenario della nascita (num. straordinario della Rie. di Sllm. wensel.), Milano 1934; T. Moretti-Costanzi, S., Roma 1945; G. Rensi, S., Milano 1945. Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, Philosophen-Leuchon, II, Berlino 1930, pp. 603-606. Umberto A. Padovani
SPIRA (Speyer), diocesi di. - Città e diocesi della Germania nel Palatinato. Ha una superficie di 5964 kmq . con una popolazione di 1.218 .165 ab . dei quali 558.231 cattolici, distribuiti in 307 parrocchie servite da 529 sacerdoti diocesani e 46 regolari; ha un seminario, 7 comunità religiose maschili e 273 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 407).
Sugli inizi del cristianesimo e sui primi vescovi di S. del sec. iv al vi non si hanno notizie sicure; nel Concilio di Parigi del 10 ott. 614 fu presente il vescovo Ilderico (MGH, Concilio, I, p. 192). La lista regolare si ha dal vescovo Rasino in poi (m. nel 782) nel periodo carolingio alcuni vescovi furono anche abati di Wissentburg. Il vescovo David figura tra quelli a cui fu indirizzata una lettera del papa Zaccaria il $1^{\circ}$ maggio 748 ; il vescovo Gebcardo è ricordato in una lettera di papa Nicola I (858-63). La serie dei vescovi dalla fine del sec. xi è in MGH, Scriptores, XIII, p. 219, ed è riprodotta da L. Duchesne in Fautes épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1910, pp. 163-66. Tra i vescovi recenti si ricordano mons. Giov. von Geissel ( $1836-41$ ) poi arcivescovo di Colonia, il benedettino Daniele Bonifazio von Haneberg (1872-76) e Michele von Faulhaber (1911-17), poi arcivescovo di Monaco e Frisinga e cardinale.
S. fu molto beneficata dai re Sigeberto III nel 653 , Childerico II (664-66), Carlomagno (782), dall'imperatore Ottone I nel 969; gli imperatori della dinastia salica ebbero sepolture nella Cattedrale; ricchi doni ebbe la diocesi da Corrado II nel 1032; da Enrico III nel 1036 e da Enrico IV negli aa. 1063-65, 1074, 1086, 1087, in cui donò le abbazie di S. Lamberto, di Lintburch, di Eschinewage e di Hornbach a Blisenzove in diocesi di Metz. Perciò i vescovi di S. furono sempre favorevoli al l'Impero, tanto che il papa Gregorio VII chiamò a Roma nel 1074 il vescovo Enrico I e lo sospese nel febbr. 1075.
La diocesi comprese quattro arcidiaconati; fino al 1803 S. fu suffraganea di Magonza; in detto anno venne soppressa e, ripristinata nel 1817, divenne suffraganea di Bamberga, dopo che i confini della diocesi furono limitati alla sinistra del Reno, cioè a un quarto della sua antica superficie.
La Cattedrale dedicata a Maria S.ma e a s. Stefano è già ricordata in una carta del re Childerico II (MGH, Diplomata Merovingica, XXVII, n. 28). La nuova Cattedrale fu iniziata da Corrado II nel 1030 e, pur non essendo compiuta, venne dedicata nel 1061 (MGH, Scriptores, XIII, p. 732). Il papa Vittore II il 28 ott. 1036 vi aveva seppellito l'imperatore Enrico e il Duomo divenne luogo di sepoltura imperiale. Ma nel sec. xiri, dubitandoṣsi della sua consacrazione, il vescovo Federico di Bolandno nel 1281 riconseceò la Cattedrale. Questa soffrì parecchi incendi e venne quasi distrutta in quello del 1689; ma venne sempre restaurata; essa costituisce uno dei più cospicui prodotti dell'architettura romanica per l'imponente sua pianta e il suo sviluppo; è a due absidi contrapposte, offre reminiscenze lombarde nelle loggette esterne, nelle cupole e nei campanili. A S., al tempo del vescovo Gunther von Henneberg (1148-61), si recò s. Bernardo a predicare la Crociata.
L'Archivio vescovile è ricco di documenti e diplomi. La Biblioteca della Cattedrale andò distrutta da un incendio nel 1689; quella episcopale, molto ricca, fu dispersa alla fine del sec. xvir dai Francesi.
La chiesa collegiata di S. Germano. - Quantunque gli Annales Spizenses scrivano che il re Dagoberto avrebbe dato a monaci la chiesa di S. Germano (MGH, Scriptores, XII, p. 82), non si hanno notizie sicure di questa chiesa fino al sec. xir, in cui si hanno gli arcidiaconi quali preposti a tale collegiata che fu saccheggiata nel 1422 e nel 1462 ; essa venne trasferita alla chiesa di S. Maurizio nel 1468 e poi distrutta nel 1794. Il suo Archivio è oggi in quello di Monaco (A. Pfeiffer-F. Klinom, Das Stututenbuch des St. German-und St. Moritzstiftes, in PalatinaAlmanach, 1925, pp. 21-25).
La chiesa di S. Maria. - In Hördt, dell'Ordine di S. Agostino, fu fondata da un tale Ermanno al tempo di Enrico III. I beni e i diritti di tale chiesa furono confermati nel 1155 dal papa Innocenzo II e dall'imperatore Federico I; essa fiorì fino al sec. xiv. Nel 1523 fu rovinata e soppressa poi dall'elettore Palatino dal 1557; nel 1625 il vescovo ne trasferì la fondazione alla parrocchia di Philippsburg. Nell'Archivio di Karlsruhe si conservano alcuni documenti della chiesa: tra questi il privilegio di Innocenzo II (I. Baumann, Zur Geschichte von Hördt, Speyer 1909; G. Buindo, Zur Geschichte der Propstei Hördt, in Blätter für Pfälzische Kirchengeschichte, 6 [1930], pp. 93-96).
Bibl.: F. X. Remling, Gesch. der Bischöfe zu Speyer, Magonza 1822-24; id., Neuere Gesch. der Bischöfe von Speyer, ivi 1867: Eubel, I, p. 460; II, p. 265; III, p. 322; IV, p. 320; V, p. 362; O. Riedner, Die geistl. Gerichtshöfe zu Speier im Mittelal., Paderborn 1912; L. Grünsowald, Die goldene Handsske, von Speyer, in Pfälz. Museum, 40 (1923), pp. 108-16; id., Scheukungen der Salischen Kaiser on die Kirchen in Speyer, in Palatina, 1925, n. 42 sgg.; L. Mezzetti, Die verfassungsrechtl. Stellung des Bistums und der Stadt Speyer zur Zeit des Bischofs Bzenger von Entringen (1222-32) in Mittelr. der hist. Vereins der Pfalz, 48 (1927); H. Schreibmüller, Name und Herkunft des Speyerer Bischofs Hermann (1073-90), in Pfälz. Museum. 43 (1927), pp. 93-95; K. Kloe, Die Wahlbaptialationen der Bischöfe zu Speyer. 1272-1862, Speyer 1928; id., Dom und Bistum Speyer. Literaturnachweis, in Pfälz. Museum, 47 (1930), pp. 157-74; E. Carlebach, Stadt und Bistum Speyer im Laufe der Jahrh., Heidelberg 1932; H. Weigert, Die Kaiserdame Speyer, Mainz und Worma, Berlino 1933; A. Brackmann, Germania Pontif., III, Berlino 1935, p. 88 sgg.
Enrico Josi
Diete di S. - Due furono le diete imperiali tenute a S. e presiedute da Ferdinando fratello di Carlo V, che ebbero speciale importanza nelle vicende religiose della Germania nel sec. xvi. Nella prima, del 1526, fu deciso: «Fino alla riunione di un concilio o d'un'assemblea nazionale sulle materie concernenti l'Editto pubblicato... alla Dieta di Worms (1521) abbiamo risoluto e deciso all'unanimità di vivere con i nostri sudditi, di governare e di comportarci in modo che ciascuno di noi spera e pensa poter rispondere davanti a Dio ed a sua maestà imperiale». Ma i principi luterani interpretavano questo testo nel senso di avere piena libertà di "riformare" in senso luterano la religione nei loro territori.
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Nella Dieta del 1520 ( 15 marzo-7 apr.) si intese metter fine a questo modo d'agire procedendo in senso opposto e fu presentata una "Proposizione imperiale" con la quale si avvertivano i prlncipi che era loro proibito permettere o favorire innovazioni religiose sotto pena di perdere i loro Stati, diritti, libertà e privilegi ". Dopo aspre discussioni si adottarono tre decisioni : $1^{\circ}$ che avesse pieno valore la condanna inflitta a Lutero a Worms nel 1521; $2^{\circ}$ che non si dovesse assolutamente sopprimere la Messa; $3^{\circ}$ che non si usasse da uno Stato contro un altro la forza sotto pretesto di religione. Quest'ultima colpiva, senza nominarle, il lundgravio d'Assia.
Gli Stati luterani non si piegarono alle decisioni della maggioranza ed elevarono solenne protesta, trasformata poi il 25 apr. in "Strumento d'appello"; di qui la loro qualifica di protestanti, che divenne comune per coloro che si separarono dall'unità della Chiesa (v. protestantesimo). - Vedi tav. LXXIV.
Biel.: J. Kühn, Die Gesch. des Speyrer Reichstags 1509, Lipsia 1929.
Pio Paschini
SPIRA, Giovanni e Vindelino da (Johann und Windelin von Speyer). - Nome di due fratelli tedeschi tipografi, emigrati a Venezia ed ivi operanti dal 1469 al 1477.
Giovanni fu il prototipografo di Venezia con le due edizioni delle Epistolae familiares di Cicerone e la Naturalis historia di Plinio, impresse nel 1469 per le quali ottenne un privilegio per la durata di 5 anni. Iniziò anche la stampa del De civitate Dei di s. Agostino, che lasciò interrotta per la morte avvenuta verso la fine dello stesso anno.
Gli successe il fratello Vindelino che, nel 1470 , ultimò la suddetta edizione iniziando l'attività tipografica durata fino al 1477. Stampò numerose opere tra cui sono le edizioni prlncipi di alcuni classici latini: Tacito, Sallustio, Prisciano (1470), Plauto, Tibullo (1472); quelle delle Rime del Petrarca (1470), la Genealogia deorum del Boccaccio (1472), la notissima Bibbia volgarizzata di Niccolò Mallermi in 2 voll. (1471) e una pregevole edizione della Commedia di Dante con il commento già attribuito a Benvenuto da Imola, del quale è autore invece Jacopo della Lana. Documenti comprovano che, posteriormente al 1473, V. fu associato con Giovanni da Colonia.
Biel.: G. Castellani, La stampa in Venezia, Venezia 1889; G. Ludwig, Contratti fra lo stampador Zuan di Colonia e i suoi socii, ivi 1902; Prince d'Essling, Les premiers ornements xylographiques dans les livres de Venise, in La Bibliofilia, 8 (1906-1907), pp. 121-29; K. Haehler, Die deutschen Buchdrucker des XV. Fahrh. im Auslande, Monaco 1924, pp. 24-39. Giannetto Avanzi
SPIRIDIONE, santo. - Vescovo di 'Trimitunda (Cipro), vissuto nel sec. IV.
Prima di entrare nella carriera ecclesiastica fu pastore di greggi ed ebbe moglie. Non si hanno molti particolari della sua vita. Nel Concilio di Nicea (325) si fece notare per il suo spirito combattivo contro l'arianesimo. Nella Chiesa greca, che lo onora del titolo di "taumaturgo", gode di un culto molto popolare. La sua festa liturgica è celebrata il 12 dic. In tale circostanza al Pireo, la cui Cattedrale è dedicata precisamente a s. S., si tengono tre giorni di feste. Anche ad Atene, nel quartiere dello stadio, si hanno manifestazioni religiose popolari. Il suo corpo si venera oggi a Corfù.
Biel.: Rufino, Hist. eccl., I, 3-5; BHL, 7831; BHG, 1647; Synax. Constantinop., p. 303; Martyr. Romanum, p. 583. Martiniano Roncaglia
SPIRITISMO. - Nel tentativo di dare una spiegazione ai fenomeni oggetto della metapsichica (v.), notevole e particolarmente seguita sin dai primi tempi, dopo le rivelazioni e le "sedute" delle sorelle Fox (Hydesville, U.S.A., 1848), è l'ipotesi spiritica, secondo la quale i fenomeni paranormali, sia di ordine psichico che fisico, sarebbero dovuti alle anime disincarnate dei defunti. L'interpretazione spiritica dei fenomeni metapsichici, particolarmente di quelli che per lo più si allontanano dalla normalità e che, ammessi veri, più difficilmente sopportano una spiegazione scientifica (ectoplasmia, telecinesi, chiaro-

(dn A. Lehmann, Aberglaube und Lauberei, Stoccarda 198), tav. i, fig. 2) SPIRITISMO - Una presunta materializzazione.
veggenza [v.] premonitoria di eventi futuri), è stata in ordine cronologico la prima a essere avanzata, sia perché una spiegazione a base antropologica poteva più facilmente dare ragione dell'apparenza finalistica e intelligente dei fenomeni, sia per la naturale tendenza della mente umana a volgersi, nell'incomprensione dei fenomeni più oscuri e complessi, verso le spiegazioni animistiche e meravigliose.
Infatti la signora Fox e le sue figlie svolsero le prime esibizioni dei nuovi fenomeni in forma spiritistica, immaginando di intravolare la conversazione con presunti spiriti ( 1877 ). "Sei forse uno spirito?" interrogò la signora Fox; "Se tale sei batti due colpi". La pronta obbedienza del presunto disincarnato, il racconto "tiptologico" da lui fatto della sua età e della sua uccisione in quella stessa casa, fu il primo passo dei cordiali rapporti tra gli spiriti e la famiglia Fox, fu l'inizio ufficiale della fede e della spiegazione spiritistica delle manifestazioni metapsichiche. Sulla stessa strada, un illustre fisico, William Crookes, dedicatosi, con tecnica assai criticabile dal lato scientifico, a esperienze spiritiche, ammise la natura spiritica di un'assai discutibile materializzazione (fantasma di Katie King per opera della medium Fiorenza Cook, 1874). Un altro scienziato di fama, Oliver Lodge, negli anni che seguirono la prima guerra mondiale, affermò la sua convinzione di esser entrato in rapporto, nel corso di sedute spiritiche, con il figlio Raimondo, morto in guerra (O. Lodge, Raymond or Life and Death, $12^{\circ}$ ed., Londra s. a.). Si tralascia di parlare di altre presunte materializzazioni proclamatesi spiriti di disincarnati (fantasma di Bien-Bos con la medium Marta Béraud e il controllo del Richet, ecc.).
La principale fonte di affermazioni e la più larga copia d'informazioni e basi di sviluppo dell'ipotesi spiritica dei fenomeni metapsichici ci vengono dalle parole dei "medium" in "trance" o dai loro scritti vergati, nelle stesse condizioni, con il mezzo della "scrittura
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automatica s. Si è qui nel campo della cosiddetta metapsichica soggettiva, manifestazione in cui rientrano molti fenomeni certamente dell'ordine naturale (v. chiaroveggenza). I "messaggi d'oltre tomba", che gli spiritisti affermano di ricevere con i suddetti mezzi, sono serviti, particolarmente ai più autorevoli di essi, a mettere insieme tutta una costruzione di credenze e di precetti che costituiscono un vero "credon, una specie di religione in cui vengono dogmaticamente rivelati i misteri dell'essenza di un Essere creatore, i suoi rapporti con i mondi e le creature, le gerarchie e la costituzione di queste, i loro destini e sviluppi futuri, le norme di vita cui gli incarnati debbono attenersi.
Tra tali pontefici della "rivelazione " spiritica va considerato massimo Leone Ippolito Denizart Rivail, generalmente noto con lo pseudonimo di Allan Kardec, nato a Lione nel 1804. Egli affermando un gran numero di comunicazioni spiritiche, avute principalmente per mezzo della scrittura automatica di un notevole numero di "medium" alle sue dipendenze, si proclama investito della missione di fondatore di una nuova vera religione, la spiritica, che dovrà annullare e sostituire tutte le altre. La dottrina di Allan Kardec, nella folla di affermazioni e costruzioni quanto mai arbitraria, confuse, contrastanti, spesso poerilmente ridicole e in se stesse contraddittorie, affermate dai singoli spiritisti come genuine rivelazioni delle anime disincarnate, dà l'impressione di un qualcosa di più pienamente elaborato, grazie alle particolari note di indole e di preparazione culturale scientifico-filosofica del Rivail, già allievo del Pestalozzi nella scuola di lui a Iverdun in Svizzera e insegnante da parecchi anni, dotato di una natura eccezionalmente fantastica.
La dottrina spiritista del Kardec è esposta diffusamente nella sua opera: Le livre des esprits selon l'enseignement donné par les Esprits supérieurs à l'aide de divers mediums (177 ed., Parigi 1869). I caposaldi di essa sono : Dio è eterno, immutabile, unico, onnipotente, giusto, buono, creatore di tutte le cose animate e inanimate, materiali e immateriali; gli spiriti possono temporaneamente incarnarsi vivendo sulla terra dopo aver assunto il particolare involucro temporaneo rappresentato dal corpo, la cui distruzione, per opera della morte, pone lo spirito nuovamente in libertà; l'uomo è costituito dalla parte materiale (corpo) analoga agli animali, dalla porzione immateriale (anima), dal principio intermedio e di collegamento tra le due parti (perispirito) di natura semimateriale; distrutto il corpo dalla morte, il perispirito persiste formando allo spirito un corpo eterzo o astrale, normalmente non percepibile dagli incarnati, salvo che in condizioni particolari (apparizioni spiritiche), in cui può divenire perfettamente sensibile; esiste una gerarchia di spiriti, dai superiori, più intelligenti, buoni, vicini a Dio, ai meno buoni, imbroglioni e chiacchieroni (folletti o spiriti leggeri), per gradi fino agli infimi e più malvagi, pieni delle nostre peggiori passioni e vizi, contenti delle cattive azioni; gli spiriti non posseggono una condizione stabile, ma tendono alla perfezione, passando da una gerarchia inferiore a una superiore con periodi intermedi di reincarnazione, a volte con valore di espiazione, a volte di missione; in rapporto a ciò tutti avremmo avuto precedenti esistenze (metempsicosi) o sulla terra o in altri mondi, sempre però con reincarnazioni sotto specie umana; ogni spirito disincarnato può venire in rapporto con gli uomini viventi, sia spontaneamente sia dopo evocazione; la morale spiritica si riassume nel fare il bene e non il male, secondo la massima "fare agli altri quel che vorremmo fosse fatto a noi"; non esiste colpa che non possa esser perdonata, ogni cosa essendo espiata nelle vite che si susseguono; il libero arbitrio è ammesso.
Le rivelazioni spiritiche larghe dal Kardec contengono, inoltre, punti negativi in cui vengono demolite credenze di altre religioni, in particolare dogmi della religione cristiana e cattolica, contro cui si scatena il più violento attacco e il maggior odio della dottrina spiritica. Viene così negata la Trinità, la divinità di Cristo (considernto soltanto un grande spirito), e dei Sacri Testi, l'esistenza del Purgatorio e dell'Inferno; bersaglio prediletto è la Chiesa cattolica e il Papa, destinati a scomparire
per opera della "religione spiritica". La dottrina del Kardec, che da principio assunse grande sviluppo e autorità nel mondo degli spiritisti, è andata man mano, dopo la morte del suo compilatore, perdendo autorità e universalità; attualmente i seguaci dello s. sono divisi da diversità di credenze, spesso contraddittorie anche nei punti più sostanziali; da ciò numerose "confessioni" che dalle posizioni più vicine alle dottrine cristiane vanno alle più anticristiane, abbracciando le più eterogenee ingarbugliate forme a ispirazione buddhistica e paganeggiante. Dallo studio degli atti dei vari congressi spiritisti nazionali o internazionali (Londra 1928, Barcellona 1934, ecc.) appare chiaramente una tale incertezza, varietà, confusione di dottrine e credenze dello s. attuale.
La dottrina spiritica elaborata da Allan Kardec (e lo stesso può affermarsi di tutte le successive variazioni) a un esame critico appare chiaramente inconsistente ed empia. Inconsistente : infatti, essa non è una costruzione originale e razionale, ma un'accozzaglia di elementi eterogenei e contrastanti tra loro, presi dalle più disparate religioni e costruzioni filosofiche (v. buddhismo; Reincarnazione; religioni, studio comparato delle; teosotia). Le sue affermazioni, sedicenti rivelate, non si appoggiano ad alcuna autorità di valore assoluto o dimostrato, salvo la gratuita affermazione di esser comunicate da spiriti viventi nell'aldilà. Tali presunti messaggi vorrebbero trovare in se stessi la loro giustificazione; al contrario, il loro esame critico li dimostra tali da non sorpassare il livello di una normale (spesso meschina) intelligenza umana, contraddittori, il più delle volte di livello morale assai basso; alcuni elementi in essi contenuti, acquisiti dalla parola o dalla scrittura automatica del "medium", che potrebbero apparire a prima vista estranei e superiori al contenuto della coscienza di lui, bene studiati possono facilmente essere spiegati con fenomeni dell'ordine naturale (v. Chiaroveggenza; SMEAPSICHICA). D'altra parte l'esistenza e l'ordinario intervento di spiriti disincarnati nelle manifestazioni spiritiche non è provato dalle vantate materializzazioni e dai fenomeni di telecinesi, eventi assai rari nelle sedute medianiche, insufficientemente controllati, assai spesso inquinati dalle frodi, mentre esistono serie ragioni per negare l'attribuzione delle manifestazioni spiritiche alle anime disincarnate (v. A. Zacchi, L'uomo, II, Roma 1921, pp. 445-56). In sostanza, le prove dell'origine soprannaturale delle dottrine spiritiche si perdono miseramente in un circolo vizioso: le affermazioni dovrebbero esser sostenute dall'autorità preternaturale degli spiriti; viceversa, della loro esistenza, natura, missione non si dà altra dimostrazione all'infiori delle loro stesse affermazioni, unica prova della natura e dell'autorità dei rivelatori. Empia: infatti, la dottrina spiritica è negatrice della vera essenza di Dio (v.) e dei suoi attributi, quali sono postulati dalla retta ragione e la Rivelazione (v.) ci fa conoscere; mira a distruggere la divinità del Figlio di Dio e l'origine, la natura, il magistero della Chiesa (v.) e della religione cattolica, fondata sulla parola e sui miracoli di Cristo, dei profeti, dei santi. Chi volesse ammettere per veri alcuni fatti assolutamente preternaturali (se pure ne esistano), che si asserisce essersi svolti nel corso delle manifestazioni medianiche, e volesse accettarli come dimostrazione dell'origine ultraterrena della rivelazione spiritica, in rapporto a tutta l'ispirazione antireligiosa che imbeve le dottrine spiritiche, sarebbe costretto ad ammettere nello svolgimento di tali fatti l'intervento di spiriti di natura diabolica.
Sotto l'aspetto morale, lasciando impregiudicata la questione sulla natura dei fatti medianici (il cui valore preternaturale molti