volume-11

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cchi testi costituzionali, come quello italiano, abbondano di enunziati generici e programmatici, che non hanno carattere di legge, ma o riflettono particolari concezioni politiche o servono di orientamento per i poteri pubblici.

Nella seconda, detta organica, sono comprese le norme che riguardano la struttura dello Stato, la forma del regime, la divisione dei poteri e gli organi rispettivi con la relativa sfera di competenza, le camere rappresentative e l'organizzazione del suffragio, i poteri del capo dello Stato e la composizione del governo. Maggiore varietà si riscontra in questa parte, la quale dipende dalle tendenze politiche dominanti al momento della formulazione del testo costituzionale.
III. Fondamento giuridico delle c. - Circa il fondamento giuridico delle c. le opinioni sono diversissime, riferendosi sulla soluzione della questione la varietà delle ideologie sul diritto e sulla sua fonte. Per una retta impostazione del problema occorre distinguere in ogni c. due parti : una sostanziale, che si compone di quei principi immanenti alla vita sociale, o gruppo di norme costituzionali implicite in ogni formazione politica, per il fatto stesso della sua esistenza come istituzione naturale; una accidentale, che dipende dalla libera scelta dell'uomo, nell'organizzazione positiva dello Stato e viene in pratica a coincidere con quella sopra denominata organica. Il fondamento giuridico della prima è lo stesso ordine naturale di giustizia e le esigenze obiettive e universali della vita sociale, che si traducono in norme di valore autonomo, rese positive dal testo delle c. come principi assunti da un ordinamento preesistente. La validità della seconda dipende dall'espressione della volontà del legittimo potere esistente in ogni Stato, o diffuso ancora in tutto il popolo, organicamente concepito, o già raccolto in un soggetto determinato. Nell'una e nell'altra supposizione agisce il potere sovrano originario e immanente allo Stato; né occorre in alcun modo ricorrere al motivo del contratto o del patto, che non si dimostra fittizio soltanto nel caso in cui la c. sia effetto di un compromesso politico-giuridico tra l'autorità e il popolo.
IV. C. e potere costituente. - L'argomento appena toccato ha un'intima connessione con la questione rela-

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tiva al potere costituente, alla quale conviene fare un sccenno, per chiarirne la natura, il fondamento giuridico, le mansioni e i limiti. Il potere costituente non è un potere di fatto, come da molti viene configurato, ma rientra nel numero delle facoltà morali originariamente possedute dall'organismo politico, ossia è un diritto fondamentale dello Stato, la cui nota specifica è data dalla funzione, che è chiamato a esplicare, la formazione della c. o la sua riforma. Esso è, quindi, un potere essenzialmente legislativo, che si distingue da quello ordinario, in quanto, mentre questo è un potere costituito, la cui funzione si esplica nella formazione della legge ordinaria, conformandosi alle norme statutarie già esistenti, l'altro è costituente e opera in modo autonomo, in un tempo in cui il primo rimane sospeso. Non è tuttavia necessario concepirli come due poteri distinti, potendosi molto bene considerare come due funzioni dell'unico e indiviso potere legislativo, inerente alla sovranità dello Stato, e con ciò rimane risolta in modo negativo la questione, se il potere costituente assommi in sé tutti gli altri poteri dello Stato, l'esecutivo e il giudiziario. Altra sua nota distintiva è la temporancità: esplicata la sua funzione rientra allo stato potenziale, per risorgere in caso di necessità.

Erroneamente è stato definito un potere essenzialmente rivoluzionario. Non è certamente tale nell'ipotesi di una riforma costituzionale operata secondo le norme previste dalla c. esistente, né in quella di una società di nuova formazione, rispetto alla quale la legittimità della sua opera si appoggia sopra il diritto originario dell'organismo politico di darsi una struttura positiva, stabilendo le leggi fondamentali per il regolare svolgimento della vita sociale. Potrebbe apparire tale e perciò stesso essere considerato come un potere di fatto, nella supposizione che la sua insorgenza sia dovuta a un moto, che rovescio un ordinamento esistente per crearne uno nuovo, nel qual caso, secondo un'opinione assai diffusa, la legalità dei suoi atti si otterrebbe mediante un riflesso retroattivo della legge dal medesimo approvata. A parte la difficoltà insolubile di far derivare il diritto da un puro fatto, contro questa soluzione è da rilevare come lo Stato in tempo di rivoluzione non si eclissa, ma continua ad esistere con tutti i suoi poteri originari. Se, pertanto, la rivoluzione è giusta, la legittimità del potere costituente deriva dal ritorno della sovranità nel suo soggetto primitivo, il popolo, che, secondo il Bellarmino, il Lessio e il Suárez, la conserva in radice e ne può far uso, quando il titolare legittimo è venuto meno. Se la rivoluzione fosse, invece, ingiusta, il potere costituente e tutti i suoi atti rimarrebbero illegali, mancando ad essi l'appoggio del diritto. Tuttavia la c. da esso promulgata e imposta, quando il nuovo ordinamento si fosse vittoriosamente affermato, acquista un valore giuridico, in virtù della norma fondamentale della vita sociale, la quale richiede la conservazione dell'ordine, la stabilità delle relazioni e la certezza del diritto. In questo caso non è il fatto a trasformarsi in diritto, ma una superiore esigenza di vita che comunica giunblicità alle norme stabilite.

E superfluo poi avvertire che il potere costituente, come qualsiasi altro potere dello Stato, è limitato nelle sue facoltà, non solo dalla sua funzione specifica, ma anche da tutti i limiti intrinseci, che condizionano in modo imperativo l'esercizio della sovranità, della quale è una funzione straordinaria. Nella determinazione delle norme costituzionali è tenuto soprattutto a rispettare la costituzione sostanziale sopra ricordata e ad accoglierne i principi in modo integrale, adattandoli alle condizioni concrete della vita sociale, senza tuttavia violarli o disconoscerli; altrimenti la c., o in tutto o in parte, non potrà avere valore di legge direttiva e imperativa per la collettività.

Bibl.: G. Arengio-Ruiz, Del potere costituente, Napoli 1887; R. Carré de Malberg, Contribution à la théorie générale de l'Etat, Parigi 1922: H. Kelsen, Allgemeine Staatslehre, Berlino 1925; L. Duguet, Traité de droit constitutionnel, Parigi 1927; A. Esmeire H. Nezard, Elements de droit constitutionnel, ivi 1928; M. Houriou,

Précis de droit constitutionnel, ivi 1929; G. Jellinck, Allgemeine Staatslehre, Berlino 1929; A. Origone, Sulle leggi costituzionali, Roma 1933: S. Romano, Principi di diritto costituzionale, Milano 1942; C. Mortati, La Costituente, Roma 1942; A. Messineo, Il potere costituente, ivi 1942; F. Pergolesi, Diritto costituzionale, Bologna 1949; G. Balladore-Pallicri, Diritto costituzionale, Milano 1949.

Antonio Messineo
STATUTI MISSIONARI. - Siccome molte circoscrizioni missionarie sono affidate a religioni, sorgono numerosi rapporti fra gli istituti, a cui appartengono i missionari, e le missioni stesse.

Della complessa materia hanno trattato molti rescritti e istruzioni della Congr. di Prop. Fide fin dalla sua origine, e dal secolo scorso si è cercato di regolarla nei riguardi di certi Ordini o congregazioni religiose per mezzo degli S. m., i quali sono una collezione di norme determinanti i diritti e i doveri dei superiori ecclesiastici delle missioni e dei superiori generali dei rispettivi Ordini o congregazioni religiose. Se essi riguardano una missione speciale sono chiamati particolari, generali se regolano i rapporti con tutte le missioni affidate ad un Ordine o ad una congregazione religiosa. Al presente sono in vigore gli S. m. generali per le missioni affidate ai Cappuccini, Domenicani, Carmelicani Scalzi, Congr. dei SS. Cuori di Gesù e Maria, Oblati di Maria Immacolata, Società del Divin Salvatore, Società dei Missionari del S. Cuore di Gesù, Ordine dei Frati Minori, Società del Verbo Divino, Congreg. dei Figli del S. Cuore di Gesù, Congreg. dei Sacerdoti del S.mo Cuore di Gesù, Congreg. dei Missionari di Mariannhill, Congreg. belga dell'Ordine di S. Benedetto, Congreg. dei pp. Passionisti, Pia Società di S. Francesco Saverio, Congreg. della S. Croce, Istituto Missioni Consolata, Ordine della S. Croce, Servi di Maria.

I più recenti hanno una disposizione più uniforme della materia trattata, la quale in genere comprende questioni riguardanti i superiori ecclesiastici e quelli religioni e le loro mutue relazioni, la formazione, l'invio e il sostentamento dei missionari nonché l'amministrazione e la distinzione dei beni fra le missioni e l'istituto religioso. In qualche caso parlano anche dell'organizzazione che i vari istituti hanno internamente per promuovere il progresso delle proprie missioni.

Al riguardo meritano una particolare menzione le costituzioni di parecchi istituti dipendenti da Propaganda con scopo esclusivamente missionario. In materia, però, ha un valore fondamentale l'istruzione della Congreg. di Prop. Fide dell'8 dic. 1929.

Bibl.: X. Paventi, De Statutis pro missionibus, in Commentarium pro religionis et missionariis, 26 (1947), pp. 289-97; id., Breviarium iuris missionalis, Roma 1932, pp. 68-70.

Saverio Pavent
STAUDENMAIER, Franz Anton. - Teologo, n. l'11 sett. 1800 a Dorzdorf (Würtemberg), m. il 19 genn. 1836 a Friburgo in Br.

Ottenuta la laurea in teologia a Tubinga con la tesi Geschichte der Bischofssahlen (Tubinga 1830), dopo la sua Ordinazione e un anno di vita pastorale fu professore di apologetica e di dogmatica nell'Università di Giessen (1830), ove con il Kubn (v.) fondò gli Jahrbücher für Theologie und christliche Philosophie (1834-38), in cui pubblicò vari articoli. Le stesse materie insegnò nell'Università di Friburgo in Br. (1837), ove fondò con i colleghi la Zeitschrift für Theologie (1829-48); nel 1843 fu nominato canonico della Cattedrale friburgese e svolse una intensa attività scientifica e religiosa.

Dopo un saggio incompleto, sull'Eriugena Johannes Scotus (Francoforte 1834), pubblicò una serie di monografie teologiche, nelle quali si manifesta il suo acume speculativo, da principio troppo personale, poi sempre più aderente ai documenti della Rivelazione e del magistero della Chiesa : Encyclopädie der theologischen Wissenschaften als System der gesammten Theologie (Magonza 1834; $2^{\circ}$ ed. 1840 , in 2 voll., di cui solo il $1^{\circ}$ usci); Geist des Christenthums (ivi 1850 ) : ispirato al Génie du christianisme del Chateaubriand; Geist der göttlichen Offenbarung, oder Wissenschaft der Geschichtsprincipien des Christenthums

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(Giessen 1837); Die Philosophie des Christenthums oder Metaphysik der heiligen Schrift als Lehre von den göttlichen Ideen und ihrer Entwichelung in der Natur, im Geiste und in der Geschichte (ivi 1838, rimasta alla $1^{2}$ parte, su quattro annunciate) : dedicata a Günther (v.J; Die christliche Dogmatik (I-II, Friburgo 1844; III, ivi 1848; IV, ivi 1852, incompleta): opera ricca di vedute personali, centrata sull'idea del regnum Dei : è una dogmatica concepita in senso prevalentemente ecclesiologico. Scrisse altre importanti opere per confutare Kant e Hegel (sopratutto il suo concetto di filosofia della storia), di cui in gioventù aveva subito il fascino.

Bibl.: F. Lauchert, F. A. S., Friburgo in Br. 1901; J. Bellamy, La Théol. cath. au XIX' siècle, $2^{\text {a }}$ ed., Parigi 1904, pp. 3940; Hurter, IV, coll. 927-31; E. Amann, s. v. in DTNC, XIV, II, coll. 2379-80; I. Allievi, Disegno di stor. della teol., Torino 1939, pp. 397-99; F. Schnabel, Stor. religiosa della Germania nell'Ottocento, trad. it., Milano 1944, pp. 71, 72, 89; E. Hocedes, Histoire de la théologie au XIXe siècle, II, Bruxelles-Parigi 1952, pp. 299-301 Antonio Piolanti

STAUPITZ, Johann von. - Teologo e mistico tedesco del sec. XVI, professore di teologia a Wittenberg e vicario generale degli Agostiniani in Germania.

Fu maestro ed amico di Lutero, al quale cedette la cattedra nel 1512 e che sostenne e protesse nei primi tempi della rivolta. Nel 1518 lo accompagnò alla presenza del cardinal legato ad Augusta e lo sciolse dal vincolo d'ubbidienza. Rinunciò più tardi al vicariato, sconfessò le dottrine luterane e mori nell'abbazia benedettina di St. Peter a Salisburgo (1524).

I suoi trattati : Imitazione della morte di Gesù Cristo; Dell'amor di Dio, Della retta fede cristiana e le sue prediche risentono l'influsso dei mistici tedeschi del sec. xiv ed ebbero efficacia sulla formazione spirituale di Lutero.

Bibl.: odd.: i Trattati a cura di F. G. Pistoth Schöpff, a voll., Dresda 1862-64; le Opere in tedesco, a cura di J. R. Knaske, Potsdam 1867; G. Buchwald-F. Wolf, Staupitz' Tübinger Predigten, Lipsia 1927. Bibl. generale, cf. in : K. Schottenloher, Bibliogr. zur deutschen Geschichte im Zeitalter der Glaubensspaltung (1717-83), II, Lipsia 1935. La miglior monografia è quella di A. Jeremias, $\mathrm{X}$ e. St., Luthers Vater u. Schüler. Sein Leben, sein Verhältnis zu Luther und eine Ausouhl aus seinen Schriften, ivi 1929; J. Lertz, Die Reformation in Deutschland, $3^{2}$ ed., Friburgo in Br. 1949, v. indice.

Fernando Gagliudo
STAUROPEGIO. - Nel diritto canonico bizantino, indica un privilegio concesso dal patriarca in virtù del quale un luogo o una fondazione pia viene sottratta all'autorità ordinaria del Vescovo locale e sottomessa, direttamente ed esclusivamente, al patriarca, o al capo della Chiesa in una data nazione, arcivescovo o sinodo (questa seconda forma esiste soltanto presso i dissidenti).

Il nome (da $\sigma \tau \alpha \alpha \rho \circ ́ s=$ croce e $\pi \eta \gamma \nu \tilde{v} \alpha \mathrm{~s}=$ conficcare o piantare) deriva dal fatto che si suol piantare una croce nella fondazione di una chiesa od altro luogo pio per insignirlo con questo privilegio. La croce viene piantata principalmente dove sarà eretto l'altare o il santuario. L'uso è dovuto alla norma, in virtù della quale tracciare una croce su una persona o una cosa vuol dire, nel rito bizantino, consacrarlo a Dio, e farlo, per conseguenza, dipendere dalla Chiesa. Se la cosa è già, per sé o per destinazione, sacra, piantare in essa la croce vuol dire prenderne possesso da parte dell'autorità ecclesiastica. L'istituto dello s. è dovuto ad una consuetudine immemorabile (Balsamone, al can. 31 apostolico); se ne trova menzione già nel sec. viII; ma, probabilmente, anche prima che esistesse il termine, v'erano monasteri dipendenti dai patriarchi o dagli imperatori. Questa consuetudine si basa sui cann. 6, 7 del Concilio Niceno e 1, 2 del Costantinopolitano I, i quali riconoscono ai patriarchi vera giurisdizione ecclesiastica su tutto il territorio patriarcale. Anche la concessione di immunità ai monasteri, da parte degli imperatori, ha contribuito all'introduzione dello s. In ciò ebbe pure il suo influsso la reazione dei superiori dei monaci contro l'ingerenza eccessiva di alcuni vescovi negli affari anche interni dei
monasteri. A giustificare quest'ingerenza, i vescovi invocavano le disposizioni, abbastanza generiche, del can. 4 del Concilio di Calcedonia. Vi influì pure la facoltà attribuita al fondatore di un monastero o altro luogo di designare l'autorità da cui esso doveva dipendere; i fondatori designavano per le più l'autorità patriarcale. Lo s. fiorì dal sec. Ix in poi, e raggiunse il massimo sviluppo alla fine del sec. xili e fino alla caduta di Costantinopoli (1455). Balsamone parla della reazione dei metropoliti e dei vescovi contro la concessione dello s. e delle loro insistenze che esso venisse abolito; tale reazione mosse i patriarchi a definire meglio l'istituto e a sopprimere molti abusi.

Oltre che con il piantare la croce nella fondazione del luogo sacro, lo s. viene concesso con un decreto, ossia sigillo dal patriarca. Nel decreto sono stabilite pene contro chi viola lo s. Lo s. si istituisce anche con l'omissione del sintrono ( $=$ cattedra con sedili, eretta nell'abside della chiesa dietro l'altare), ove siede il vescovo durante i divini uffici. Il sintrono indica, infatti, che il vescovo ha giurisdizione sulla Chiesa. Il rito dello s. è descritto nell'Eneologia (ed. di Roma 1873, pp. 316-17).

Lo s. comprende, oltre il luogo privilegiato, i metochi ( $\mu \varepsilon \tau \dot{\eta} \gamma \alpha$ ) da esso dipendenti e i beni ad esso appartenenti. I metochi, però, non seguono necessariamente la condizione giuridica del monastero principale. Quanto al tempo, la concessione è perpetua, e non revocabile.

Il patriarca ha piena giurisdizione ecclesiastica nel luogo stauropegico e sulle persone ad esso appartenenti. Quindi a lui spettano di diritto l'essere commemorato nei divini uffici e il tributo ( $\alpha \alpha \nu \nu \nu \varepsilon \dot{\varepsilon} \nu$ o $\sigma \cup \nu \dot{\eta} \delta \varepsilon \alpha$ ), la visita canonica, con diritto e obbligo di promuovere la disciplina ecclesiastica, sopprimendo anche abusi, la benedizione dell'egumeno e l'Ordinazione dei preti o diaconi. Le prime due prerogative vengono talvolta omesse a favore del vescovo del luogo, specialmente quando lo s. viene concesso a edificio già costruito.

La concessione dello s. comporta l'autonomia nel regime e nell'amministrazione del luogo stauropegico; le immunità definite nei tipici (carte di fondazione); l'elezione libera dell'egumeno di un monastero stauropegico; inoltre, ordinariamente all'egumeno compete la facoltà di dare lettere dimissorie per le ordinazioni e attestati per le ordinazioni ricevute; l'egumeno può essere ornato di qualche insegna pontificale.

Il recente motu proprio di Pio XII Postquam apostolicis Litteris (9 febbr. 1952) dà norme precise circa i monasteri stauropegici.

Bibl.: N. Milal Nicodemo, versione greca fatta da Melèzio Apostopulos: Tò $\varepsilon \chi \alpha \lambda \varepsilon \sigma \iota \alpha \sigma \tau \iota \alpha \dot{\eta} \nu$ öl $\alpha \alpha \iota \nu \nu$ тĕs $\sigma \rho \vartheta \circ \delta \dot{\sigma} \sigma \omega$ $\alpha \dot{\alpha} \alpha \tau \iota \lambda \iota \alpha \tilde{\eta} \varsigma \varepsilon \alpha \alpha \lambda \eta \sigma i \alpha \varsigma$. Atene 1906; E. Hermann, Ricerche sulle istituzioni monaci. fec., in Orient. christ. period., 6 (1940), nn. 3-4; F. De Maester, Fonti della Cod. can. or., $2^{2}$ serie, X. De monachico stato iuxta discipl. hyo., Città del Vaticano 1942, pp. 103104. 119-25 e passimi; Sp. P. Lempera, Nåos $\mathrm{K} \lambda \lambda \eta \nu \eta \nu \nu \eta \omega \nu \nu$. V. Atene 1908; VI, ivi 1909; J. P. Zepos, Jus Graeco-Romanum. I-VIII, ivi 1930-31.

## STAUROPIGHIA di Leopoli. - Confraternita

di commercianti galiziani, moldavi e greci con sede a Leopoli, confermata nel 1596 dal patriarca antiocheno Gioacchino e nel 1587 dal patriarca bizantino Geremia II, il quale la mise sotto l'immediata sua dipendenza, donde il nome di S.

Scopo della S. era, fra altro, la sorveglianza sulla retta dottrina e sul mantenimento dei legittimi usi ecclesiastici a Leopoli, il che dette origine a dispute coi vescovi locali, dalla cui giurisdizione la S. era esente. Essa possedeva una tipografia e una scuola e più tardi un monastero e un ospedale. La S. avversò durante tutto il sec. xvir l'Unione di Brest-Litovsk ( 1596 ), da lei accettata soltanto nel 1709. Papa Clemente XI concesse alla S. l'eseazione. Anche nei tempi posteriori la S. si mostrò di spirito conservativo e filorussa. Il metropolita Andrea Szeptyckij tolse alla S. il diritto di nominare da sé i suoi cappellani.

Bibl.: A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi limitrofi, Torino 1948, v. indice.

Alberto M. Ammann

## STAUROTECA: v. ENCOLPIO.

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![img-0.jpeg](img-0.jpeg)
(lat. Giordani)
Stazione liturgica - S. quaresimale di S. Ciriaco : la processione nella chiesa di S. Maria in Via Lata, che sostituisce l'antica chiesa di S. Ciriaco, distrutta - Roma.

STAZIONE LITURGICA. - Chiesa in cui si celebrano, in determinate circostanze, le funzioni liturgiche.
I. Nozioni generali. - Originariamente statio significa l'atto di fermarsi, il luogo in cui ci si ferma, e finalmente le persone che si fermano nel punto indicato. In queste tre accezioni fondamentali, la parola ebbe i più svariati significati : soggiorno, posta di cavalli, quartiere, drappello di guardia militare, rada o porto nella lingua marinara. Si ha, ad es., la "statio aquarum, annonae, municipiorum ", ecc. come sede di magistrati particolari o di uffici. La stessa parola entrò naturalmente anche nell'uso cristiano, con accezioni derivate proprie, ma sempre collegate al senso primitivo. Così, ad es., la parola statio fu adoperata, come nel linguaggio militare, nel senso di sentinella avanzata, attenta, tesa all'azione, per significare lo stato del cristiano in tempo di digiuno, cioè tutto proteso alla più rigida guardia, sia del corpo che dell'anima : celebre al riguardo l'apostrofe di s. Ambrogio al suo popolo all'inizio della Quaresima in cui paragona l's iter quadraginta dierum " con la vita militare e la "devotio ieiuniorum" con i "castra", onde egli deriva la parola "stationes", perché "stantes et commorantes in eis, inimicorum insidias repellamus. Castra enim sunt ieiunia christianis" (Sermo 21 : PL 17, 644). In questo senso sta anche l'accezione della parola stazione nel significato specifico di digiuno "stazionale", vale a dire di mezza giornata, nelle ferie liturgiche del mercoledì e del venerdì, usanza che presto andò in disuso (cf. il Pastore di Erma, Similit., V, 1, ed. F. X. Funk, I, 328, e la Didachè, VIII, ed. F. X. Funk-K. Bihlmeyer, Tubinga 1924, p. 5).
II. La s. l. in particolare. - Era quindi cosa naturale che la parola s. fosse presa per indicare la casa, e in seguito la chiesa in cui sarebbero stati celebrati i divini Misteri, e in seguito per estensione la stessa celebrazione liturgica e l'adunanza dei fedeli. Questo uso è assai antico, e si trova in Tertulliano, De ieiunio (ed. Oehler), cap. 1 (p. 852); cap. 2 (p. 853); cap. 10 (p. 864); e nell' $A d$
uxorem (ed. Ochler), II, cap. 4 (p. 688), e in altri luoghi; poi in Cassiano, in De institutis coenobiorum, lib. I, cap. 5 (PL 49, 236-43) e in Isidoro, Etymologiae, lib. VI, cap. 19 (PL 82, 258).
III. Le s. l. fuori di Roma. - In molte sedi vescovili antiche, munite di numerose chiese, i vescovi usarono celebrare, in certi giorni festivi o per altri motivi liturgici, ora in una, ora in un'altra : queste riunioni liturgiche, e le relative chiese furono chiamate stationes. Le notizie intorno a queste s. l. fuori di Roma sono alquanto frammentarie; permettono tuttavia di conoscere che quest'uso, e il relativo termine tecnico era noto, ad es., già dal sec. Iv in Antiochia, in Gerusalemme (cf. la Peregrinatio di Eteria), in Egitto ad Oxirinoo (papiro del 535); in Occidente a Milano, Cartagine, Ravenna, Vercelli, nelle Gallie e in Germania, a Parigi, Strasburgo, Magonza, Colonia. Le s. l. in uso a Tours sono elencate nel cosiddetto Calendario del vescovo Perpetuo (ca. il 460), conservato da Gregorio di Tours (Hist. Francorum, X, 31 : PL 71, 556) : il 3 can. del Concilio di Orléans (541) prescriveva di celebrare le feste maggiori e la Pasqua con il vescovo (Mansi, IX, 114). Il vescovo Crodegango di Metz (766) stabilì nella sua sede tutto un sistema di s. 1., improntato all'uso romano.
IV. Lo sviluppo particolare delle s. l. a Roma. Il luogo ove le s. 1. ebbero uno sviluppo tutto particocolare ed assunsero un'importanza generale nella vita e prassi liturgica, è Roma. Le solenni celebrazioni pontificie alle quali, soprattutto dopo la pace costantiniana, si dette con il rapido sviluppo dell'anno liturgico, una straordinaria solennità anche esterna, non erano legate alla chiesa annessa alla residenza papale (Laterano), ma ebbero luogo anche in altre grandi basiliche urbane e cimiteriali, e nei tioni cittadini. Già nell'epistolario scambiato fra papa Cornelio e Cipriano di Cartagine (metà del sec. iII), occorre il termine s. nel senso di s. 1. come cosa ordinaria (Cipriano, Ep. 43, ad Cornelium; Ep. 48, Cornelii ad Cyprianum; ed. G. Hartel, II, 597, 612). I presbiteri luciferiani Fausto e Marcellino, nel loro Libellus precum contro Damaso, presentato nel 384 a T'codosio il Grande, parlano della s. tenuta da Ursino, antipapa (PL 13, 81, 83). Il Lib. Pont. (I, pp. 244, 246) riferisce che papa Ilaro (481-68) donò un grandioso servizio liturgico, comprendente i vasi sacri necessari per le s. 1. alla Chiesa romana; ma un sistema regolare di s. 1. dové esistere certamente già molto tempo prima. Anche più tardi il Lib. Pont. e altre fonti riferiscono di doni popali per la celebrazioni stazionali. Gli Ordines trattano invece del modo di celebrarle (cf., ad es., G. Lów, Il Codice A 14 della Biblioi. Vallicell. [del sec. IX] e il suo contributo alla liturgia romana, in Misc. L. C. Mohlberg, II, Roma 1949, pp. $246-48$ ).

Gregorio Magno riordinò anche le s. romane, non solo nei testi e cantici liturgici, ma, come pare, anche con ritocchi all'ordine delle chiese stazionali. Ad ogni modo egli fece del tutto per mantenere vive ed operanti le s. 1. come grande mezzo di liturgia pastorale. Giovanni Diacono riferisce nella sua Vita (II, 18, 19: PL 75, 94) non solo sull'accennato riordinamento, ma soprattutto sul fervore del Pontefice nella predicazione e sull'entusiasmo religioso del popolo, che accorreva anche da lontano per prendere parte alla s. I. Il sistema stazionale stabilito da Gregorio M. fu completato da Gregorio II (m. nel 731) con l'aggiunta delle s. del giovedì della Quaresima, rimasto per antica tradizione libero dal pesante servizio stazionale (Lib. Pont., I, p. 402), sicché con il sec. viri tutti i giorni della Quaresima ebbero lo stesso servizio. Dagli Ordines Romani si sa che le s. 1. romane continuarono ad aver luogo con immutato splendore e decoro sino all'epoca di Avignone. Dopo decaddero e al ritorno del Papa a Roma la s. 1. non fu più considerata come funzione pontificale. Continuò però, in forme minori e più modeste, come si rileva dagli Ordines Romani posteriori e da altre fonti. Molto interessante al riguardo è, ad es., la descrizione della Quaresima con le sue s., lasciata dal sacerdote (parroco e predicatore della corte di Monaco in Baviera) Giacomo Rabus, durante l'Anno Santo 1575 (ed. K. Schottenloher, Monaco 1925).

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V. Le chiese stazionali romane. 1. Quaresima. - Il sistema più completo di s. 1. si ha nella Quaresima, però anche qui il completamento avvenne in tempi successivi. Le prime ad avere s. furono le ferie II, IV, VI e il sabato; seguirono poi le ferie III, V e le domeniche aliturgiche a causa di una celebrazione vigiliare.
a) Le grandi Basiliche come s. l. quaresimali. - S. Giovanni in Laterano, cattedrale del Papa: domenica $1^{\circ}$ di Quaresima (cioè l'inizio primitivo del grande digiuno); Domenica delle Palme (cioè l'inizio della Settimana Santa); Giovedi Santo, e veglia pasquale fra Sabato Santo sera e il Mattutino della domenica di Pasqua, ossia i giorni dei massimi Sacramenti. S. Pietro in Vaticano: Domenica di Passione (ossia l'inizio del tempo di digiuno più primitivo: ma la s. è relativamente recente, poiché precedeva una celebrazione vigiliare che si chiudeva in domenica). S. Paolo fuori le mura: Mercoledi (IV sett. di Quaresima), il giorno del grande scrutinio per i catecumeni. S. Maria Maggiore: Mercoledi della Settimane Santa, che in origine ebbe un grande servizio liturgico simile a quello del Venerdì Santo (sitreché nelle Tempora, v. appresso). S. Croce in Gerusalemme: Domenica IV e Venerdì Santo. S. Lorenzo al Verano: Domenica III.
b) Le ferie liturgiche quaresimali più antiche. - Si indica, fra parentesi rotonde, la "collecta", ossia la chiesa nella quale si raccoglieva il popolo per andare poi processionalmente alla chiesa stazionale, in genere vicina. Le ferie II: I settimana di Quaresima: (SS. Cosma e Damiano), S. Pietro in Vincoli (era il secondo giorno della primitiva Quaresima, quindi presentazione della comunità romana al Principe degli Apostoli); II sett.: (S. Cosma e Damiano), S. Clemente; III sett.: (S. Adriano), S. Marco; IV sett.: (S. Stefano al Celio), SS. Quattro Coronati; sett. della Passione: (S. Giorgio in Velabro), S. Crisogono (due chiese di martiri creduti soldati); Settimana Santa: (S. Balbina), SS. Nereo ed Achilleo, S. Prassede (fino al sec. x si ebbero più volte cambiamenti fra le due chiese stazionali indicate). Le ferie III: I sett.: (S. Nicola in Carcere), S. Anastasia (da notare che S. Nicola esiste soltanto fin dal sec. Ix) : a S. Anastasia, come chiesa quasi palatina, fu la seconda s. dopo la prima domenica; II sett.: S. Balbina; III sett.: (S. Sergio), S. Pudenziana fattualmente con pari diritto anche S. Agata dei Goti); IV sett.: (S. Maria de domna Rosa), S. Lorenzo in Damaso; sett. di Passione : S. Ciriaco (distrutto nel sec. xv; la s. è trasferita a S. Maria in Via Lata); Sett. Santa: (S. Maria in Porticu), S. Prisca. Le ferie IV: I sett.: Tempora, v. sotto; II sett.: (S. Giorgio in Velabro), S. Cecilia; III sett.: (S. Balbina), S. Sisto vecchio; IV sett.: S. Paolo (v. sopra); sett. di Passione: (S. Marco), S. Marcello; Sett. Santa: (S. Pietro in Vinc.), S. Maria Maggiore (v. sopra). Le ferie VI: I sett. Tempora, v. sotto; II sett.: (S. Agata dei Goti), S. Vitale; III sett.: (S. Maria ad martyres, cioè il Pantheon, consacrato al culto nel 613), S. Lorenzo in Lucina; IV sett.: (S. Vito), S. Eusebio; sett. di Passione: (SS. Giovanni e Paolo), S. Stefano sul Celio. c) I sabati: I sett., Tempora, v. sotto; II sett.: (S. Clemente), SS. Marcellino e Pietro; III sett.: (S. Vitale), S. Susanna; IV sett.: sabato detto "Sitientes", di particolare importanza nel sistema della preparazione dei catecumeni, S. Lorenzo in Lucina, sostituita più tardi da S. Nicola in Carcere, chiesa nota soltanto dal sec. Ix.
2. Stazioni aggiunte con le loro chiese. - a) Sotto Gregorio Magno: questo Papa avendo avanzato l'inizio della Quaresima al mercoledi precedente la prima domenica di Quaresima, cioè alle "Ceneri", per portare i giorni di digiuno effettivo al numero di 40 , istituì le due s. 1.: "Ceneri": (S. Anastasia), S. Sabina; venerdì dopo le Ceneri (S. Lucia in Septizonio), SS. Giovanni e
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(1M. Giordani)

Stazione liturgica - S. quaresimale nella basilica di S. Marco: esposizione delle Reliquie - Roma.

Paolo. b) sotto Gregorio II (m. nel 731): le ferie V della Quaresima: dopo le Ceneri: (S. Nicola in Carcere del sec. (x), S. Giorgio in Velabro; I sett.: (S. Agata dei Goti), S. Lorenzo in Panisperna; II sett. (S.: Crisogono), S. Maria in Trastevere; III sett.: (S. Marco), SS. Cosma e Damiano; IV sett.: (SS. Quirico e Giulitta), SS. Silvestro e Martino; sett. di Passione: (S. Maria in Via Lata), S. Apollinare. c) in tempo imprecisato (probabilmente durante i secc. ix-x) alcuni giorni aliturgici ebbero la loro s. 1.: Domenica II, aliturgica perché preceduta dalle Ordinazioni delle Tempora a S. Pietro con vigilia: S. Maria in Domnica, sede dell'arcidiacono romano. Sabato dopo le Ceneri : S. Trifone, ora distrutta, sostituita dalla vicina chiesa di S. Agostino. Sabato di Passione: S. Giovanni ante Portam Latinam. d) Le s. delle "Pre-Quaresima", di origine posteriore a quelle primitive quaresimali, ma anteriori a Gregorio Magno. Domenica Settuag.: S. Lorenzo fuori le mura; Sessagesima: S. Paolo fuori le mura; Quinquagesima: S. Pietro in Vaticano: i tre grandi patroni dell'Urbe.
3. Tempo pasquale. - L'ottava di Pasqua, con s. fra le più antiche, essendo uso di visitare, con i neofiti, le chiese più rinomate della città, per celebrare le s. pasquali solenni. Domenica di Pasqua: S. Maria Maggiore (di istituzione posteriore, dato che in origine la Veglia pasquale si chiudeva al mattino della stessa domenica, a S. Giovanni in Laterano); lunedi : S. Pietro in Vaticano; martedi : S. Paolo fuori le mura; mercoledi : S. Lorenzo fuori le mura: visita dunque alle chiese principali dei tre grandi patroni dell'Urbe. Giovedi: SS. Apostoli; venerdì: S. Maria ad Martyres; sabato in albis: S. Giovanni in Laterano, la vera "ottava" del Battesimo; Domenica "in albis": S. Pancrazio, il giovane martire modello dei neofiti: quest'ultima s. quindi è una aggiunta, però abbastanza antica. Le domeniche dopo Pasqua, pur avendo formulari di Messe molto antiche non ebbero però s. 1; solo per la domenica 11 dopo Pasqua si trova un'isolata notizia che indica la s. ai SS. Cosma e Damiano, ma deve trattarsi di una usanza tarda e di breve durata. Ascensione: S. Pietro in Vaticano, s. 1. almeno sin dai secc. viI-viII.
4. Pentecoste e ottava. - Da notare subito che le Tempora estive sono state fissate nella stessa ottava di Pentecoste solo fra i secc. viI-viII. Sabato ossia vigilia di Pentecoste: celebrazione battesimale come alla Veglia pasquale, quindi s. ai Laterano. Domenica: forse senza s., come in origine la domenica di Pasqua, poi S. Pietro in Vaticano; lunedi: S. Pietro in Vincoli, martedi: S. Anastasia; mercoledi: S. Maria Maggiore; giovedi : XII Apostoli, s. primitiva, ma abbandonata presto; il giovedi rimase senza s. 1. fino al sec. x; poi vi fu destinata S. Lorenzo fuori le mura; venerdì: SS. Giovanni e

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Stazione lituridica. - S. quaresimale nella chiesa di S. Marcello ; benedizione finale con le reliquie della S. Croce-Roma.

Paolo, dopo la fissazione delle Tempora sostituita dalla chiesa dei XII Apostoli; sabato: S. Stefano al Celio, sostituita poi, nelle Tempora, da S. Pietro in Vaticano.
3. Tempo natalizio. - Le s. 1. dell'Avvento sono di epoca più recente, cioè del sec. IX, eccettuato quello delle Tempora di dic.; le s. 1. delle grandi feste natalizie sono in parte più antiche, in parte ancora più recenti. a) Le domeniche di Avvento: I dom.: S. Maria Maggiore; II dom.: S. Croce in Gerusalemme; III dom.: S. Pietro in Vaticano: forse la prima s. creata nell'Avvento. Era una celebrazione vigiliare, tenuta fino al sec. xir con massimo splendore. IV Dom.: come termine delle Tempora, con la Veglia in origine senza s.; dal sec. IX appare una chiesa di S. Eugenia, da nessun'altra fonte nota (forse per S. Eufemia, monastero celebre nel medioevo); soltanto all'epoca di Avignone appare la chiesa dei XII Apostoli. b) Le feste natalizie: la chiesa stazionale preferita per questo tempo è S. Maria Maggiore, la chiesa della " Madre di Dio" sin da Sisto III, e presso la quale, forse già da questo tempo, esisteva una rappresentazione del Presepe. c) Vigilia: è di istituzione più recente, dato che la vera Messa vigiliare era l'attuale prima Messa. Dal sec. viII anche la vigilia (come giorno precedente) ha la s. I.: S. Maria Maggiore. Natale: I Messa, la vera Messa notturna: s. S. Maria Maggiore «ad Presepe», cioè nella cappella sotterranea del "Presepe». II Messa: S. Anastasia, dall'epoca bizantina, dato che la festa della Santa cadde lo stesso 25 dic.; III Messa : S. Pietro in Vat. (questa era la primitiva s. 1. per il Natale); pare che sotto Innocenzo II (1130-43) vi sia stata sostituita l'attuale s. a S. Maria Maggiore (essendo troppo pesante la trina celebrazione in tre chiese così distanti). 26 dic., festa di s. Stefano : S. Stefano al Celio, la s. 1. si trova notata esplicitamente soltanto dal sec. xir. 28 dic., festa di s. Giovanni ap.: s. forse al Laterano; certo i messali dell'epoca avignonese portano questa indicazione; soltanto con i messali stampati appare la s. attuale: S. Maria Maggiore. 28 dic., festa degli Innocenti: S. Paolo fuori le mura; la s. è
notata sin dal sec. viri; forse sin da questa epoca, e certamente più tardi ivi si veneravano reliquie di questi santi. d) Ottava del Natale (Circoncisione), s. primitiva al Pantheon, ossia a S. Maria ad Martyres, sostituita da S. Maria in Trastevere dall'epoca di Avignone. e) Epifania: S. Pietro in Vaticano; dom. II dopo Epifania: SS. Giovanni e Paolo; dom. III dopo Epifania: S. Eusebio; ma queste s. compaiono soltanto e per breve tempo nel sec. viri.
6. Le Tempora. - Le Tempora, indipendentemente dalla loro posteriore sistemazione, parte nella Quaresima, parte nell'ottava di Pentecoste, parte nell'Avvento, ebbero sin dalla loro istituzione le loro particolari chiese stazionali, sempre di grandiose dimensioni, per poter contenere tutta la folla dei fedeli; queste s. 1. sono fisse e identiche in tutte le Tempora. Mercoledì: S. Maria Maggiore; venerdi: SS. XII Apostoli; sabato, per la celebrazione vigiliare notturna che si protracva sino al mattino dalla domenica seguente: S. Pietro in Vaticano. Si capisce anche subito la ragione per cui fu scelta la Basilica Vaticana: la dignità e la potestà degli Ordini sacri doveva partire dalla tomba del Principe degli Apostoli.
7. Le litanie. - La litania maggiore, di origine romana, legata alla data del 25 apr. (indipendentemente dalla festa di S. Marco, posteriore), con la sua grandiosa processione, aveva, in origine, una colletta e tre s.: colletta: S. Lorenzo in Lucina; I s.: S. Valentino fuori Porta Flaminia (basilica cimiteriale); II s.: S. Croce, oratorio oltrepassato il Ponte Milvio, verso il Vaticano; III s.: S. Pietro in Vaticano. Le litanie minori, introdotte dalle Gallie a Roma durante il sec. IX (Leone III, 795-816), furono celebrate nelle tre grandi basiliche maggiori: lunedi: S. Maria Maggiore; martedi : S. Giovanni in Lat.; mercoledì: S. Pietro in Vaticano.
8. Le grandi feste mariane. - Le quattro grandi feste mariane, Purificazione (2 febbr.), Annunciazione (25 marzo), Assunzione ( 15 ag.), e Natività ( 8 sett.), furono celebrate a Roma con grande solennità, cioè con la colletta a S. Adriano sul Foro romano, e la processione alla s. 1. in S. Maria Maggiore.
9. La prassi attuale. - Con la caduta del potere temporale dei Papi ( 1870 ), la manifestazione religiosa pubblica dovette ridursi all'interno delle chiese. Anche la celebrazione delle s. 1., con le sue processioni, sparì dalla vita esterna di Roma. La ripresa fu lenta. Il merito d'averle rimesse in onore apetta al "Collegium cultorum martyrum", e si può dire che negli ultimi decenni la celebrazione liturgica delle s. romane è in piena ripresa, naturalmente non più come servizio del Sommo Pontefice, ma come celebrazione liturgica pubblica che attrae sempre un grande numero di fedeli, romani e stranieri. Nelle chiese stazionali si espongono le reliquie, si cosparge il pavimento con foglia di lauro e si celebra al mattino la Messa solenne della s., mentre verso sera ha luogo, spesso con grande solennità, la processione col canto delle litanie dei santi e le preci prescritte, e si termina con la benedizione con una reliquia della s. Croce.

Sin dal medioevo alla pia pratica delle s. 1. furono annesse anche indulgenze speciali rivedute da Pio VI (9 luglio 1777) ed ora stabilite nell'Emilàridion indulgentiorum (Roma 1952, n. 780). Come già nel primo medioevo si hanno casi di imitazioni delle s. 1. romane: alcuni vescovi hanno organizzato recentemente nelle loro città residenziali una specie di s. 1., con le visite a determinate chiese e servizio religioso simile a quello romano. - Vedi tav. LXXXIX.

BibL.: O. Panvinio, De Urbis Romae stationibus, sive ad diversa templa processionibus, Lovanio 1570; P. Ugonio, Hist. delle s. di Roma, che si celebrano la quadrag., Roma 1588; J. Mabillon, In Ord. Rom. comment. praesius, V. De collectis et station. deque litanis Rom., introd. alla ed. degli Ord. Rom.: PL 78, 866-69; G. Morin, Le plus ancien Comes ou Lectionn. de l'Egl. rom., in Rev. bèndd., 27 (1911), pp. 41-47 (con l'elenco più antico delle s. 1. romane [sec. vir]); id., Liturg. et Basiliq. de Rome ou milieu du VIIe siècle, ibid., pp. 296-331; J. Bonairven, Notre statio liturg. est-elle empruntée au culte juif?, in Rech. de sc. rel., 15 (1925), pp. 258-66; H. Grisar, Das Missale im Lichte d. röm. Stadtgesch. (Stationen, Pirihopen, Bräuche), Friburgo in Br. 1925; J. P. Kirsch, Die Stationskirchen des Missale Rom., ivi 1928; L. Eisenhofer, Handbuch der hath. Lit., I, ivi 1932, p. 481 sgg.; II, ivi 1933, p. 59 sgg., 101 sgg.; P. Borella, Le s. ambrosiane, in Ambrosius,

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(fot. Uxiv)
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(fot. Uxiv)
In alto: VEDUTA DI TULSA (Oklahoma). In basso: VEDUTA DI CHICAGO, sul lago Michigan.

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(fol. Euc. Gall.)
CARTA DELLO STATO PONTIFICIO nel sec. xvir, dall' Atlas Novus sive Theatrum orbis terrarum, III, Amsterdam 1649 - Esemplare della Biblioteca Vaticana.

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(fid. Eac. Coll.)
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In alto a sinistra: MESSA AL CAMPO DELLE FORZE ARMATE PONTIFICIE, Litografia anteriore al s870. In alto a destra: ANTICA PORTA S. LORENZO E SOLDATI PONTIFICI - Roma. In basso a sinistra: ACCAMPAMENTO DI ZUAVI PONTIFICI (ca. 1865). In basso a destra: TIPI DI ZUAVI PONTIFICI (ca. 1865).

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8 (1933), pp. 38-43; R. Hierzegger, Die rôm. Stations prozess. im frühen Mittelait., in Zeitschr. f. hath Theol., 60 (1936), pp. 511-44; C. Collewaert, La dorée et le coractère du Carême ancien dansl' Eal. lat., in Sacris erudiri, Steenbrugge 1940, p. 486 sgg.; M. Righetti, Man. di st. lit., II, Milano 1946, pp. 106-11. Si v. anche V. Monnobino, La cura pastor. a Milano, Cartagine e Roma nel sec. IV, Roma 1947; J. A. Jungmann, Mitsarom sollemnia, 2 voll., 7 ed., Vienna 1952, v. indice alle voci: Statio, Stationsgottesdienst. Stationskirchen, Stationstage; H. Leclercq, Stations liturg., in DACL, XV (1951, coll. 1653-57. Giuseppe Lów

STAZIONI MISSIONARIE. - Nei territori di missione oltre alle parrocchie delle diocesi e le quasiparrocchie delle quasi-diocesi si hanno anche le s. m., che formano i primi nuclei della futura organizzazione ecclesiastica. Generalmente i confini non sono ben determinati; i fedeli al principio sono pochissimi e molto spesso invece di una chiesa od oratorio dispongono solo di un luogo separato per le funzioni sacre.

In qualche missione sono chiamate con nomi diversi; ma in genere si distinguono le s. permanenti o principali, dove il missionario risiede stabilmente; e le secondarie, visitate in modo saltuario. Il CIC non ne parla (cf. can. 216), tanto più che le amplissime facoltà concesse ai missionari provvedevano alle varie esigenze della cura di anime nelle missioni. Secondo la prassi di Propaganda, espressa nell'istruzione del 25 luglio 1920 (Sylloge Prop. Fide, n. 141) le s. m. formano un'unica parrocchia il cui parroco è l'Ordinario, il quale è assistito dai missionari quali suoi vicari cooperatori missionari. L'istruzione dell'8 dic. 1929 dice che esse possono essere costituite solo dall'Ordinario (Sylloge Prop. Fide, p. 353), possibilmente per iscritto almeno per le s. principali.

Queste sono considerate da Propaganda «ad instar quasi-parrocchie e con le dovute eccezioni ad esse, sebbene prive della personalità giuridica, possono essere applicati molti canoni circa le parrocchie, ad es., quelli per l'imministrazione dei beni, in modo che si prepari la loro trasformazione in vere parrocchie o quasi-parrocchie.

BibL.: X. Paventi, Breviarium iuris missionalis, Roma 1952, pp. 132-47. Saverio Paventi

STEFANARDO da Vimercate. - Teologo e storico domenicano, n. a Vimercate (Milano), m. a Milano nel 1297.

Più volte priore a Verona (dal 1270 al 1286) e a Milano dal 1290 al 1292, insegnò per primo teologia presso la cattedrale di Milano (1296-97), godendo di una prebenda istituita da Ottone Visconti.

L'opera che più lo rese celebre è il Liber de gestis in stoitate Medioloni (in Rer. Ital. Script., $2^{\circ}$ ed., IX, parte $1^{\circ}$, con prefazione di G. Calligaris), cronaca in versi degli avvenimenti di Milano negli aa. 1251-77, con particolare riguardo all'arcivescovo Ottone amico suo; è la fonte più importante per quel periodo di storia milanese, perché contemporanea e imparziale. Rimangono manoscritti De irregularitate (Milano, Biblioteca Ambrosiana, cod. D 35 sup., ff. 9-43); Quaestiones super certis locis apparatus decretalium (ibid., ff. 44-205); De controversia nominis et fortunae, operetta in versi elegiaci sulle vicende dolorose di Milano nella lotta tra i Torriani e i Visconti. Altre sue opere sono andate perdute.

BibL.: C. Cipolla, Ricerche storiche intorno alla chiesa di S. Anastasia in Verona, in L'arte, 17 (1914), p. 96; G. Odetto, La cronaca maggiore dell'Ordine domen. di Galvano Fiannini, in Arch. fr. Praed., 10 (1940), pp. 335-37, 364; G. Cremaschi, S. da V. contributo per la stor. della] cultura in Lombardia nel sec. XIII, Milano 1950. Alfonso D'Annato

STEFANESCHI, Giacomo. - Cardinale, n. a Roma ca. il 1270 da Pietro S. e da Perna Orsini, m. il 23 giugno 1343. Bonifacio VIII lo fece cardinale diacono di S. Giorgio al Velabro il 17 dic. 1295. Fu presente all'attentato di Anagni, commesso contro il Papa, da Guglielmo di Nogaret ( 7 sett. 1303) e ne difese la memoria nel corso del processo svoltosi durante il pontificato di Clemente V, dietro pressione di Filippo il Bello.

Le sue tendenze nettamente ghibelline gli tolsero ogni influenza politica sotto Clemente V, Giovanni XXII e Benedetto XII. Ha lasciato importanti opere che forniscono preziose informazioni storiche e liturgiche sugli avvenimenti contemporanei. L'Opus metricum è un poema storico a struttura assai complessa che egli non ebbe il tempo di rivedere. La sola edizione critica è quella di Fr. X. Seppelt nei Monumenta Coelestiniana (Paderborn 1921; v. le osservazioni raccolte da R. Morgber, Il card. Jacopo Gaetano S. e l'edizione del suo Opus metricum, in Bull. Istit. stor. ital., 46 (1931), pp. 1-39). L'Opus metricum comprende una vita di s. Pietro Celestino redatta prima del 17 dic. 1295, una memoria sull'elezione e l'incoronazione di Bonifacio VIII, terminata dopo il 1300 , e un'altra sulla canonizzazione di s. Pietro Celestino. L'opera subì ritocchi durante la vacanza della S. Sede seguita alla morte di Celestino V. L'autore vi aggiunse una lettera dedicatoria, del 28 genn. 1319, ai Celestini di Sulmona. Il Giubileo del 1300 fornì al cardinale l'occasione di esporre in un opuscolo le origini e gli scopi del Giubileo. La sua dissertazione Liber de centesimo sive Jubileo anno fu più volte stampata : in Bibliotheca maxima veterum Patrum (XXV, Lione 1677), in Bessarione, 7 (1900), p. 299 sgg.; trad. it., Brescia 1950 (cf. anche in Bull. Istit. stor. ital., 61 [1949], pp. 163-72).

Il suo cerimoniale romano costituisce una miniera di importanti informazioni sugli usi della corte pontificia nel sec. xiv e sulle differenze tra questi e quelli delle epoche precedenti. Fu pubblicato dal Mabillon, Museum Italicum (II, Parigi 1689, pp. 241-443). La sua stesura risale agli anni compresi tra il 1304 e il 1328. La primitiva stesura esiste nel manoscritto 1706 della Biblioteca di Avignone, di cui sono stati pubblicati alcuni estratti da Fr. Ehrle, Zur Geschichte des päpstlichen Hofceremoniales im XIV. Jahrhundert, in Archio für Literaturund Kirchengeschichte, 5 (1889), pp. 565-87; L. H. Labande, Le cérémonial romain de Jacques Cajétan, in Bibliothèque de l'Ecole des Chartes, 54 (1893), pp. 45-74; G. Mollat, Misc. Avenionensta, in Mel. d'archéol. et d'hist., 44 (1927), pp. 1-5 e da E. Müller, Das Konzil von Vienne, Münster 1934, pp. 671-78. M. Andrieu ha vittoriosamente contrastato la tesi sostenuta dal p. C. Colomban Fisher contro l'autenticità dell'Ordo XIV pubblicato dal Mabillon (L'Ordinaire de la chapelle papale et le card. Jacques Gaétani S., in Eph. lit., 39 [1925], pp. 230260). Una vita di s. Giorgio martire esiste nel cod. 129 C dell'Archivio capitolare della basilica di S. Pietro di Roma e secondo Garampi (Illustrazione di un agillo della Clarifagnana, Roma 1759, p. 74), risalirebbe al 1316. Il ms. lat. 5931, f. $95^{\mathrm{r}-102^{\mathrm{r}}}$ della Bibl. naz. di Parigi contiene una relazione di un miracolo avvenuto ad Avignone nel 1320 grazie alla S. Vergine. - Vedi tav. XV.

BibL.: I. Haesl, Kard. 7. Gajetani S. Ein Beitrag zur Li-teratur-und Kirchengesch. des beginn. XIV. Jahrb., Berlino 1908; C. Fisher, Un Ordo de la Corte romaine au XIVe siècle, in Bull. de littér. ecclés., 35 (1934), pp. 104-24; St. Baluze, Vitae paparum Avenionenstum, ed. G. Mollat, II, Parigi 1927, v. indice; M. Andrieu, Le Pontil. romain au moyen âge, II (Studi e testi, 87), Città del Vaticano 1940, pp. 284-94; A. Frugoni, La figura e l'opera del card. Jacopo S. (1270 c.-1343), in Atti Accad. dei Lincei. Rend. Sc. mor., 5 (1950), pp. 397-424. Guglielmo Mollat

STEFANO, santo. - I. Vita. - Protomartire (gr. Στέφανος "corona"), uno dei primi sette diaconi eletti dalla comunità apostolica di Gerusalemme per decisione dei Dodici perché attendessero alla distribuzione di alimenti e sussidi ai fedeli bisognosi (Act. 6, 1-4). Nell'elenco S. è al primo posto, e l'unico al cui nome sia aggiunto un elogio: "uomo pieno di fede e Spirito Santo". Il nome greco di S. e degli altri sei starebbe per la loro origine ellenistica: ma i nomi greci tra gli Ebrei dell'età cristiana erano molto comuni. In Act. 6-7 sono presentati con ricchezza di particolari la predicazione, l'opera e il martirio di S.

La figura di S. acquista rilievo dal momento storico in cui appare e di cui diventa rappresentativa: «Il numero dei discepoli andava sempre aumentando in Gerusalemme" (ibid. 6, 7). Lo zelo di S., accompagnato da

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(per cortesia del prof. B. M. Apolizn) (Gnetti)
Stefano, santo - Pianta di S. S. sulla Via Latina (sec. v) eseguita dalla Scuola del restauro della Scuola di Architettura di Roma (1952).
qualità carismatiche taumaturgiche, si distingue nell'azione di propaganda, che determina un movimento sempre più vasto di adesione al nuovo verbo religioso; e contro di lui si appunta la prima rappresaglia. In una sollevazione popolare viene tradotto al Sinedrio e messo sotto accusa: h