2).
qualità carismatiche taumaturgiche, si distingue nell'azione di propaganda, che determina un movimento sempre più vasto di adesione al nuovo verbo religioso; e contro di lui si appunta la prima rappresaglia. In una sollevazione popolare viene tradotto al Sinedrio e messo sotto accusa: ha bestemmiato contro Dio, la religione e il Tempio. Nel discorso di autodifesa il diacono (ibid. 7) risponde alle tre accuse, ma le idee che predominano nel suo spirito dànno al discorso la sostanza per un significato più alto: affermazione dell'universalismo cristiano a confronto con il particolarismo giudaico, che in realtà, da tutta la sua storia, risulta il reo.
La piena armonia tra la figura dell'uomo e le parole, in cui prendono espressione le idee che fermentavano in quel momento nella comunità cristiana, non lascia dubbi sull'autenticità del discorso, che formalmente può essere stato elaborato da s. Luca secondo lo schema degli scritti cristiano-ellenistici, in prevalenza apologetici, che fu seguito fin dai primi tempi nella predicazione cristiana.
Subito dopo il discorso, a furia di popolo S. viene trascinato fuori dalla città, spogliato (e il custode delle vesti è Saulo) e lapidato, mentre implora perdono per gli uccisori. Era il primo martire cristiano. L'anno della morte è probabilmente il 35,036 (Lagrange), in prossimità della festa di Pentecoste o dei Tabernacoli, perché gli avversari erano specialmente fanatici forestieri.
Bibl.: M.-J. Lagrange, St Etienne et son sanctuaire à Jérusalem, Parigi 1894; R. Schumacher, Der Diakon Stephanns (Neuest, Abb., 3, iv), Münster 1910; C. Menchini, Il discorso di S. protomartire nella letteratura e predicazione cristiana, Roma 1951.
Giovanni Rinaldi
II. Culto. - 1. Ritrovamento del corpo di s. S. nel 413. - Dopo la sua gloriosa morte, il primo $\mu \dot{\alpha} \rho \tau \iota \varsigma$ del Signore (s. Paolo in Act. 22, 20), ebbe da "uomini più" degna sepoltura (Act. 8, 2), ma non si ha il minimo cenno a manifestazioni cultuali in suo onore. Soltanto con il sec. iv, epoca in cui prende straordinario sviluppo il culto dei martiri, si hanno le prime notizie sul culto tributato a S. Questo culto si affermò e si propagò rapidamente in tutta la Chiesa, dopo il ritrovamento delle sue reliquie con quelle di Gamaliele, Nicodemo e Abibone, avvenuto il 18 o 19 dic. 415 a Kap'ar Gamlā per opera del monaco Migezio e del sacerdote del luogo, Luciano, avvisato in sogno il 3, 10 e 17 dic. da Gamaliele (v.). Si conoscono i particolari della scoperta, che commosse tutta la Chiesa e contro cui nessuno mosse il minimo dubbio, per interessamento del sac. Avito di Braga, che tradusse in latino il racconto fattogli in greco dal sac. Luciano (Epist. Lucioni ad omnem Ecclesiam de revelatione corporis Stephani martyris primi et aliorum: PL 41, 807-18 [nella $2^{\text {a }}$ colonna, è riprodotta una recensione interpolata]). Questa relazione, o più precisamente Revelatio, nelle redazioni greca, latina e sirisca e nelle versioni armena, giorgiana ecc. ebbe subito una notevole diffusione. In Occidente, fu portata da Paolo Orosio ([v.], cf. lettera di Avito a Falconio vescovo di Braga: PL 41, 805-808). Il Decretum Gelasii pone fra gli apocrifi una Revelatio quae appellatur Stephant, apocrypha (ed. E. v. Dobschüte, in DACL. Gelasien Décret, VI, 1, 744), ma non si sa se vi si debba ravvisare la lettera di Luciano.
2. Santuari e chiese in onore di s. S. - La parte principale delle reliquie, portata a Gerusalemme e deposta dal vescovo Giovanni nella chiesa di Sion, fu trasportata nel 439 dal patriarca Giovenale della chiesa della lapidazione di S., sostituita poi dalla grande Basilica dell'imperatrice Eudossia, dedicata il 15 giugno 460 . La parte che rimase a Kap'ar Gamlā (i ruderi del santuario eretto nel sec. v sono tuttora visibili) fu generosamente distribuita dal sac. Luciano a quanti gliene fecero richiesta. In Occidente alcune chiese, che si poterno procurare reliquie, divennero veri santuari nei quali la virtù taumaturgica del Santo faceva accorrere numerosi devoti : questi centri privilegiati furono l'isola di Minorca (cf. lettera del vescovo Severo [v.] : PL 41, 821-32), e in Africa Uzalum (cf. De miraculis s. Stephani l. duo: PL 41, 833-54), Calama e Ippona (memorie dedicata nel 425). S. Agostino divenne l'araldo della devozione al protomartire e si deve a lui l'iniziativa di far redigere dagli interessati, per il vescovo, il libellus, ossia il resoconto del miracolo, destinato ad essere letto al popolo (cf. De Civitate Dei, XXII, viII, 20-21: PL 41, 768-69). Notissimo il libellus di Paolo di Cesarea, miracolato nella memoria di S. in Ippona. (cf. Serm. 322 : PL 38, 1443-45; De Civitate Dei, XXII, viII, 22: PL 41, 469-71). In Italia, ad Ancona, prima ancora del ritrovamento del corpo di S., era già nota la chiesa dedicata al protomartire, in cui si credeva conservare una pietra adoperata nella sua lapidazione (cf. Agostino, Serm. 323,2: PL 38, 14451446). A Costantinopoli, ca. il 380 Aureliano, console del 400 (cf. Teodoro il Lettore, Hist. eccl. fragmenta: PG 86,221) e il vescovo novazianeo, Sisinnio (m. nel 407: cf. Sozomeno, Hist. eccl., VIII, 24), fecero erigere due chiese in onore di S., e l'imperatrice Pulcheria (m. nel 453) il celebre S. S. del Palazzo. A Roma, la vergine Demetriade (v.) costrui, sotto il pontificato di s. Leone Magno, la basilica di S. S. sulla Via Latina (cf. Lib. Pont., I, pp. 238, 531); papa Simplicio gli dedicò la chiesa a pianta centrale, detta S. S. Rotondo, sul Celio, e un'altra presso S. Lorenzo al Verano (cf. Lib. Pont., I, p. 249). Di poco posteriore dev'essere l'oratorio di S. S. del monastero di S. S. Maggiore, presso S. Pietro, l'odierno S. S. degli Abissini. A Ravenna, l'arcivescovo Massimiano dedicò a s. S., l'11 dic. 550 , una grande basilica, ora scomparsa, che sorgeva sull'area di una memoria del sec. v, sacra al protomartire (cf. Agnello, ed. A. Testi Rasponi, Bologna 1924, pp. 190-92). A Napoli, sul finire del sec. v, il vescovo Vittore eresse a s. S. una chiesa innanzi alla basilica cimiteriale di S. Gennaro (cf. D. Mallardo, Il Calendario Marmoreo di Napoli, Roma 1924, pp. 121-22). Dal sec. vi in poi le chiese in onore di S.
## Page 787
divennero ovunque numerosissime; basti dire che a Roma, oltre le menzionate, se ne contano altre 26 (cf. Ch. Hülsen, Le chiese di Roma nel medioevo, Firenze 1927, pp. 471-86) e ben 69 nella diocesi di Milano (cf. F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. La Lombardia, I, ivi 1913, p. 775).
3. Feste liturgiche. - Il nome di S. figura sin dal sec. v nel canone della Messa romana e ambrosiana (lista del Nobel quoque). Nella chiesa latina le feste in onore di S. ricorrono il 2 ag. e il 26 dic.; nella greca il 2 ag. e il 27 dic.; nella nestoriana il $4^{\circ}$ venerdí dopo l'Epitania; nella caldea, copta e sira l'8 genn. (altre date in N. Nilles, Kalendarium manuale niriusque Eccl. Orient. et Occid., 2 voll., $2^{2}$ ed., Innsbruck 1896-97, v. indice). Il giorno della morte di s. S. essendo rimasto sconosciuto, il suo dies natalis è stato assegnato al 26 dic. perché sin dal sec. iv la sua qualità di protomartire della Chiesa nascente lo fece porre a capo del gruppo di personaggi biblici che, in Oriente, vennero venerati subito dopo il Natale di Cristo per i peculiari rapporti che ebbero con la sua persona; si veda al riguardo l'interessante paragrafo 23 della demonstratio XXI di Afraste, scritta nel 344-45 (ed. J. Parisot, in R. Graffin, Patrol. Syriaca, I, Parigi 1894, p. 937). La festa del 26 dic. è attestata da s. Gregorio Nisseno nel 379 (In laudem fratris Basilii: PG 46, 789); da Asterio di Amasca, all'inizio del sec. v (Hom. XII in laudem S. Stephani: PG 40, 340), dal Martirologio siríaco del 411-12 (ed. H. Lietzmann, Bonn 1911, p. 7); dai Colendari di Silvio Polemio del 448 (ed. Th. Mommsen, in CIL, I, $2^{\circ}$ ed., Berlino 1893, p. 279), di Cartagine, dell'inizio del sec. vi (ed. Lietzmann, cit., p. 6), di Carmona in Spagna del sec. vi (ed. J. Vives, Inscripciones cristianas de la España romana y visigoda, Barcellona 1942, p. 113); dal Martirologio geronimiano; dal cosiddetto Sacramentario leoniano (ed. Ch. L. Feltoe, Cambridge 1896, pp. 85-98, il libellus missarum di S., posto al 2 ag. sotto l'indicazione di Stefano papa, comprende 9 messe di cui 8 per il dies natalis del 26 dic., come si rivela dal prefazio della messa VII [p. 89] che accenna al Natale di Cristo); dal Sacramentario gelosiano antico (ed. H. A. Wilson, Oxford 1894, pp. 6-7) e in seguito da tutti i libri liturgici occidentali. Nelle Chiese orientali, ove vigeva e vige tuttora l'uso di ricordare al 26 dic. i Parenti di Cristo, la festa di S. fu spostata al 27 dic. Questa data è attestata all'inizio del sec. vir da Sofronio di Gerusalemme (Orat. VIII in ss. apost. Petrum et Paulum: PG 87, 3361), dal Menologio siro giacobita del sec. vir (ed. F. Nau, in Patr. Orientalis, X [1915], p. 31), dai Sinassari greci, ecc. Il 2 ag. la Chiesa greca commentora la traslazione di reliquie di S. a Costantinopoli, sotto Teodosio II, nota per mezzo di un racconto anacronistico (BHL, 7857-58; BHG, 1649-51). Il 3 dello stesso mese la Chiesa latina celebra invece la festa dall'invenzione delle reliquie del Santo, avvenuta, con'è noto, il 18 o 19 dic. 415. Questa festa pur ricordata dal Martirologio geronimiano il 2 e il 3 ag., non entrò nei Sacramentari e Messali prima del sec. 16.2 (cf. A. Ebner, Missale Romanum im Mittelalter. Iter Italicum, Friburgo in Br. 1896, pp. 81, 215; V. Leroquais, Les sacramentaires et missels mss. des bibl. pub. de France, I, Parigi 1924, pp. 42, 46, 72 [v. indice, III, pp. 415-16]; A. Baumstark, Missale Romanum, Eindhoven 1929, p. 224); Stefano vescovo di Liegi (903-20) ne compose l'Ufficio, testo e melodia, che ebbe una larga diffusione (cf. A. Auda, L'école musicale de Liège au $X^{e}$ siècle. Étienne de Liège, Bruxelles 1923, pp. 42-66). In origine, la festa del 2 o 3 ag. doveva ricordare la dedicazione di una chiesa; il p. Delehaye propone di vedervi la dedica del santuario di Ancona; ma non è improbabile che a Roma si volesse ricordare in tal giorno la dedicazione di una delle Basiliche sopra ricordate, poiché nel cosiddetto Sacramentario leoniano la IX messa del libellus missarum di S. inserito al 2 ag. è stata composta per la dedicazione di una basilica al Santo, come si rileva espressamente dal Prefazio (ed. cit., p. 90).
Bibl.: Maryr. Hieronym., pp. 10, 412, 141-16; Synaxarium Comitunt., coll. 349-50, 861-64; Martyr. Rom., pp. 320-622; J.-M. Lagrange, St Etienne et son sanctuaire d'ferusalem, Parigi 1894; H. Leclercq, Etienne (martyre et sépult. de saint),

(da O. Marocchi, in Nuova Bislleth. di arch. crist., II [186], taz. 2; Stefano, santo - Affresco nel cimitero di Commodilla (sec. viI). Roma.
in DACL, V, II (1922), coll. 624-71; H. Vincent - F. - M. Abel, Jerusalem, rech. de topogr., d'archéol. et d'hist., II, iv, Parigi 1926, pp. 743-804; F.-M. Abel, La légende apocryphe de st Etienne. A propos de quelques textes géorgiens (pro manuscripto), Gerusalemme 1931; H. Delehaye, Quelques dates du martyrol. Hieronym., in Anal. Boll., 49 (1932), pp. 23-30; id., Les orig. du culte des Martyrs, $2^{\circ}$ ed., Bruxelles 1933, pp. 80-82, 122-31, passim (completare con F. Halkin, Inscript. grecques relatives à l'hagiogr., in Anal. Boll., 67 [1949], p. 503, indice: s. v.; ibid., 69 [1951], p. 462, indice, s. v.); R. Krautheimer, S. S. Rotondo a Roma e la chiesa del S. Sepolcro in Gerusalemme, in Riv. arch. crist., 12 (1935), pp. 31-102; T. Antonelli, in Verbali Soc. dei cultori di Arch. Crist. Adun. 15 apr. 1934, ibid., pp. 173-75; G. Segui Vidal, La carta-enciclica del obispo Severo estudio critico de su autenticidad e integridad con un boaquejo historico del cristianismo Balcar anterior al siglo VIII, Palma di Maiorca 1937, pp. 39-49 (Orosio e le reliquie di s. S.), 149-85 (ed. critica); V. L. Kennedy, The saints of the Canon of the Mass, Città del Vaticano 1938, pp. 145148; P. Peeters, Le tréfonds orient. de l'hagiogr. byz., Bruxelles 1950, pp. 53-58; J. M. Gooel, Siuperta di una bas. paleocristiana con battistero a Minorca, in Riv. Arch. crist., 28 (1952), pp. 184 186 (può darsi che si tratti delle rovine della chiesa dedicata a s. S.). A. Pietro Frutaz
III. Iconografia. - S. S. viene figurato come un giovane vestito dei sacri paramenti diaconali e le sue rappresentazioni vengono spesso caratterizzate dai sassi che alludono al suo martirio di lapidazione. Non di rado viene raffigurato assieme al secondo patrono dell'Ordine diaconale. cioè s. Lorenzo. Diverse raffigurazioni di s. S. sono pervenute dall'alto medioevo: tra essa le più notevoli sono quella musiva nell'arco trionfale della basilica di S. Lorenzo fuori le mura a Roma, opera databile tra il 578 e il 590 (cf. tav. cvi del vol. VII) e quelle affrescate nel cimitero di Commodilla (sec. viI) e in S. Maria Antiqua al Foro romano (sec. viII). La scena raffigurante la lapidazione del Santo, già riprodotta nel Menologio di Basilio (fine sec. x-inizio 21), si fa più frequente nel sec. XII, specie nell'arte spagnola.
La figura di s. S. si vede tra gli Apostoli e altri santi seduti ai lati di Cristo nel Giudizio universale di Pietro Cavallini, affrescato intorno al 1290 a S. Cecilia in Trastevere a Roma. Anche Giotto lo raffigura in un pannello del Museo Horne a Firenze, fornendo un eccellente modello iconografico del Santo. Una bellissima statua di bronzo di s. S. adorna il tabernacolo dei Lansiuoli nell'Orsanmichele di Firenze : essa è opera di Lorenzo
## Page 788

Stefano, santo - S. S. con le pietre della lapidazione sulla testa e su una spalla. Particolare di un trititico di Pier Francesco Bissolo (1492-1530) - Milano, Pinacoteca di Brera.
Ghiberti del 1426. Anche notevole è la figura in marmo, che adorna l'altare della basilica di S. Agnese a Via Nomentana a Roma, opera di Andrea Bregno datata al 1490.
L'intero ciclo delle Storie di s. S., assieme con quelle di s. Lorenzo, è stato affrescato verso il 1450 dal Beato Angelico sulle pareti della Cappella Niccolina nel Palazzo Vaticano. Esso si compone di sei scene e cioè : 1) della consacrazione diaconale di S.; 2) della distribuzione dell'elemosina; 3) della predica al popolo; 4) del Santo davanti al sacerdote ebreo; 5) del Santo che viene condotto al martirio; 6) della sua lapidazione.
Un altro notevole ciclo con le Storie di s. S. è stato dipinto da Vittore Carpaccio tra il 1511 e il 1515 per la scuola di S.S. a Venezia. Quattro scene di questo ciclo, ora scomposto, si conservano: una, con la consacrazione del Santo, nel Kaiser Friedrich Museum a Berlino; un'altra, con la disputa, alla Galleria Brera di Milano; una terza, con la predica del Santo, al Louvre; ed una quarta, con la lapidazione, nella Galleria di Stoccarda.
La pittura del primo Cinquecento portò alcune bellissime e molto caratteristiche rappresentazioni individuali del Santo. Si citano tra esse prima di tutto la tavola del Francia, della Galleria Borghese a Roma, dove si vede S. inginocchiato, con la testa sanguinante, in atto di preghiera durante il suo martirio (cf. tav. xciv del vol. IV), e il trittico di Pier Francesco Bissolo, della Brera di Milano, nel quale lo spartimento centrale raffigura il Santo, vestito di una dalmatica, con sassi, si direbbe miracolosamente sospesi, sulla sua testa e sul suo braccio destro.
Raffaello dipinse s. S. tra i personaggi del coro celeste nella Distuta del S.mo Sacramento, nella Stanza della Segnatura in Vaticano. La Pinacoteca Vaticana possiede un quadro con la Lapidazione di s. S. dipinto da Giorgio Vasari verso il 1560.
Fra le più notevoli pitture dell'Ottocento c'erano le Storie di s. S. e quelle di s. Lorenzo affrescate nella navata maggiore della basilica di S. Lorenzo fuori le mura da Cesare Fracassini e da altri pittori, al tempo del restauro della detta Basilica, fatto sotto il pontificato di Pio IX; ma queste pitture andarono quasi interamente distrutte per il bombardamento subito dalla Basilica il 19 luglio del 1943. - Vedi tav. XCI.
Bib.: K. Künstle, Ihonogr. der Heiligen, Friburgo in Br. 1926, pp. 144-47. Vinold Wehr
IV. Apocalisse di S. - Apocrifo, rigettato come tale (Revelatio quae appellatur [sancti] Stephani, apocr.) nel Decretum (Gelascenum) de libris recipiendis et non recipiendis ( $26^{\circ}$, dopo le Apoc. di Paolo e di Tommaso: PL 59, 177-78).
Dopo P. von Winterfeids (1902), O. Bardenhewer ne propose l'identificazione con l'originale greco (scritto nel 415, tradotto in latino da Avito di Braga) della Epist. Luciani ad omnem Ecclesiam de revelatione corporis Stephani martyris primi et aliorum, conservata in doppia recensione latina (PL 41, 805-18), che nel cod. Floriacense ad altri si inizia: Revelatio s. Stephani; ma l'ipotesi, attraente, rimane dubbia. Parimenti non dimostrata è l'identificazione con la leggendaria Revelatio o Martyrimm Stephani del ciclo pseudo-elementino il cui originale greco è perduto, ma si tramandò in una versione georgiana (Cod. del Monte Athos, sec. 2, ed. du Marr: PO 19, 689-99) e in una slava pubblicata da Jvan Franko in ucraino, poi in versione tedesca dai due manoscritti di Lwow e di Zamosii. Alcuni supposero che l'apocrifo perduto riferisse i misteri rivelati al Protomartire quando "vide i cieli aperti e Gesù ritto alla destra di Dio" (Act. 7, 55), e Sisto di Siena (Biblioth. Sancta, ed. Napoli 1742, p. 193) asserisce che tale Apocalisse di S. fu in onore tra i manichei.
Bibs.: I. Franko, in Manum. linguae, vernon litter, ukrainoruss., 3 (1902), pp. 28-33, 256-58; id., in Zeit. f. d. neutest. Wiss., 7 (1906), pp. 138-66; Bardenhewer, p. 621; F.-M. Abel, Etienne, st, in DBs, II (1934), coll. 1132-39 (Revelatio del presb. Luciano).
Antonino Romeo
STEFANO ad-Duwaifif. - Patriarca maronita, n. ad Ihden (Libano) nel 1630.
Entrò nel Collegio maronita di Roma nel 1641. Tornò nel Libano nel 1654; nel 1662 fu inviato dal patriarca G. Sib'alf ad Aleppo, dove converti molti melkiti, nestoriani e giacobiti; nel 1668 fu eletto vescovo di Cipro e nel 1670 patriarca di Antiochia per i maroniti.
E degna di rilievo la disputa teologica sostenuta nel 1683 contro Cirillo V, patriarca dei melkiti dissidenti, davanti all'emiro Ahmad b. Ma'n, in seguito alla quale Cirillo V e quattro suoi vescovi si convertirono (A. Martin, Lettres édifiantes et curieuses, I, Parigi 1838, p. 87 sg.).
Tra le opere di S. si ricordano: Mandrat al-Agdas (s Faro del santuario», a voll., ed. R. Sartūni, Beirut 1895-96), ampia spiegazione della Messa maronita; Silsilah baṭdrikah at-td'ifah al-märūnijjah (s Serie dei patriarchi della nazione maronita s, ed. R. Sartūni, ivi 1911); per cui l'autore poté consultare iscrizioni e manoscritti oggi perduti; Ta'rib al-azminah (s Annali s, ed. F. T'autel. ivi 1951); Kitāb-al-ibdifāf, di cui esiste una versione latina nel Vat. lat. 7411 col titolo Vindiciae Maronitarum.
Bibl.: R. Sartūni, Ta'rib at-td'ifah al-märūnijjah (s Storia della nazione maronita s), Beirut 1890, pp. 10-27; J. Debs, alGdmi 'al-mufayal (s Estratto di notizie s sui maroniti dalla s Storia della Siria s dello stesso autore), ivi 1905. Pietro Sfrir
STEFANO (MERCUELLO-ZABALZA) da Adoain. N. a Adoain (Navarral l'ir ott. 1808, m. a Sanlucar de Barrameda il 7 ott. 1880.
Entrato nei Cappuccini a Cintruénigo il 28 nov. 1828 e ordinato sacerdote il 22 dic. 1832 , fu mandato nel 1842 missionario nel Venezuela; nel 1853 passò a Cuba; nel 1856 nel Guatemala; nel 1872 negli Stati Uniti e nel 1874 rientrò nella Spagna.
## Page 789
Nel corso della sua attività missionaria regolò numerose famiglie cristiane, civilizzò numerosissimi selvaggi, eresse in più di 200 parrocchie associazioni religiose. Nell'America centrale pacificò insurrezioni e rivoluzioni. Assistette molte volte gli appestati. Fondò vari conventi e case d'esercizi e ciò in mezzo a persecuzioni, processi, carcerazioni, csill, gravi infermità, dimostrando una costanza prodigiosa. Rientrato nel 1874 nella Spagna, percorse ascoltatissimo l'Andalusia e la Navarra, facendo ovunque rifiorire la vita cristiana, convincendo ancor più con la sua condotta che con la voce potente. S'adoperò per la restaurazione cappuccina nella Spagna, quale commissario provinciale dell'Andalusia e vice commissario generale dei Cappuccini nella Spagna, e preparò la riunione dei Cappuccini spagnoli con il resto dell'Ordine.
La causa di beatificazione fu introdotta il 27 marzo 1936.
Bibl.: Anal. Ord. Cap., 52 (1936), pp. 114; 57 (1941), pp. 35-36; Gumersindo de Estella, Historia y impresos apostólicas del Siervo de Dios p. Esteban de Adoam. Pamplona 1944. Felice da Mareto
STEFANO di Beaugé (de Balgiaco). - Vescovo di Autun dal 1112 al 1136, m. a Cluny nel 1139, ove, lasciata la diocesi, si era ritirato.
Pietro il Venerabile (v.), che lo assistette al momento della morte, fa di lui un lusinghiero elogio (Epistolarum, 1. V, 6: PL 189, 390-91). Non è suo, ma dal suo successore Stefano II (cf. D. van den Eynde, Le tractatus - De sacramento altaris - Jaussement attribué à Etienne de Beaugé, in Rech. de Théol. anc. et méd., 19 [1952], pp. 225-43), il noto De Sacramento altaris et de iis, quae ad curios Ecclesiae mintitros ab inferioribus usque ad episcopum pertinent (PL 172, 1271-1308), interessante spiegazione liturgico-ascetica della Messa, dipendente da Oddone di Cambrai (v.), Amalario di Metz (v.) e da Ivo di Chartres (v.), che contiene una chiara affermazione dell'oblatio dei fedeli nel sacrificio (coll. 1288-1289).
Bibl.: Notitia historica, in PL 172, 1271-74; Hurter, II, col. 75: J. De Ghellinck, Eucharistie, in DThC, V, coll. 1251 e 1200; F. Holbück, Der eucharistische und der mystische Leib Christi, Roma 1941, pp. 49-63 e passim (v. indice).
Antonio Piolanti
STEFANO di Die, santo. - Certosino, n. ca. il 1155 a Lione dalla nobile famiglia dei Chatillon-les-Dombes.
Si fece religioso nella certosa di Portes (diocesi di Belley) dove condusse vita susterissima, confortato da celesti visioni, operò molti prodigi. Eletto priore nel 1196, nel 1203 fu eletto vescovo di Die, dove m. il 7 sett. 1208. Ancora vivente fu dal popolo venerato come santo;

Stefano Fiorentino - Particolare di a. Chiara. Affresco nella chiesa omonima d'Assisi.

(1st. Barnetil, Firenze)
Stefano Fiorentino - L'Annunciazione, dipinto su tavola, Genova, coll. privata.
i suoi successori nella sede episcopale ne avevano chiesta la canonizzazione, ma il suo culto fu approvato solo nel 1904 (Acta Sanctae Sedis, 36 [1904], p. 425). Festa il 7 sett.
Bibl.: Acta SS. Septembris, III, Anversa 1750, pp. 175201; L. Le Vasseur, S., in Eph. Ord. Cartusiensis, II, Montreal 1890, p. 111 sgg.
STEFANO fiofentino. - Pittore del sec. xiv, padre di quel Tommaso detto Giottino, di cui recentemente si è cercato di individuare la personalità.
In un codice di entrate di S. Giovanni fuorcivitas a Pistoia è indicato come uno dei migliori pittori attivi a Firenze, per conto dei Domenicani (fra il 1347 e il 1359). Il suo curriculum è stato di recente enucleato dal Longhi, fra le opere anonime o incertamente attribuite del ' 300 , dando credito alle indicazioni delle fonti letterarie (Filippo Villani, Lorenzo Ghiberti, Giorgio Vasari), che lodano la sua "diligenza" o il suo "fare unito". Scomparsa ogni traccia dell'attività del maestro a Firenze, la mano di lui dovrebbe pertanto rilevarsi in una Annunciazione di una raccolta privata genovese; in una Madonna in trono e in una Maddalena della Pinacoteca Vaticana, assegnata alla scuola di P. Lorenzetti, oltreché in una Crocifissione della raccolta Kress di Nuova York e in un gruppo di affreschi assisiati : Crocifissione nel vecchio Capitolo di S. Francesco; Coronazione della Vergine nel lunettone sopra il pergamo nella Chiesa inferiore; Crocifissione nell'oratorio di S. Rufinuccio; affresco con la Vergine e il Bambino, sopra una porta della città ed ora nel Museo civico, Crocifissione e Annunciazione nel convento di S. Giuseppe; La Vergine in trono fra quattro santi nella cappella di destra in S. Chiara. Soprattutto da quest'ultima opera emergerebbe l'individualità potente del maestro, da collocare fra i maggiori del ' 300 .
Bibl.: A. Chiappelli, documento in Bull. stor. pistoiese, 2 (1900), p. 1 sgg.; R. Longhi, S. F., in Paragone, n. 15, genn. 1951, pp. 18-40; P. Toesca, Il Trecento, Torino 1951, pp. 608, n. 120,626 , n. 147 .
Riccardo Averini
STEFANO il Giovane, santo, martire. - N. a Costantinopoli nel 714-15 ed ivi m. il 28 nov. 764.
I suoi ricchi genitori, costretti a fuggire durante la
## Page 790
persecuzione iconoclastica, lasciarono S. giovane di 15 anni nel monastero di S. Aussenzio presso Calcedonia. Dopo la morte del padre S. distribuì ai poveri il suo copioso patrimonio. All'età di 30 anni diventò igumeno del monastero, da lui governato con santa austerità. Più tardi rinunziò alla sua carica e fece vita eremnica.
S. fu arrestato per ordine di Costantino Copronimo, il quale tentò invano di ottenerne l'adesione al Concilio iconoclastico (754). Più tardi fu denunziato anche per aver ammesso un nuovo novizio (una spia) contro il decreto imperiale. Il suo monastero venne dato alle fiamme e S. fu condannato da un tribunale di vescovi iconoclasti e confinato a Crisopoli presso Costantinopoli. S. negò autorità ecumenica al Sinodo dal quale erano assenti Roma e gli altri patriarcati. Fu quindi esiliato nell'isola di Proconness, ma a anni più tardi trasferito nelle prigioni di Costantinopoli. Giudicato di nuovo dinanzi allo stesso Imperatore, fu trascinato per le vie della città e poi finito con un bastone.
La biografia di S. scritta dopo 42 anni da Stefano Diacono (PG 100, 1069-1185) è l'unica fonte sicura e contiene molti particolari sulla vita dei monaci, i più strenui difensori dell'ortodossia. I Latini nel Concilio di Firenze citarono parole di S. in favore del primato del Papa.
BibL.: I. Gill. The Life of St. the Younger by Stephen the Deacon, in Or. Chr. Per., 6 (1940), pp. 114-39; id., A Note on the Life of St. the Y., in Byzant. Zeitschr., 39 (1940), pp. 382-86; Martyr. Romanum, p. 323.
Giuseppe Gill
STEFANO Gohardo. - Triteista (monofisita), scrisse nel sec. vi un libro in 52 capp. (con appendice) su problemi teologici controversi, lasciando libera la scelta della soluzione al lettore.
Era dunque una specie di "disputatio in utramque partem " riguardo agli argomenti patristici. La nostra conoscenza di questa interessante opera si basa unicamente sulla descrizione che si legge in Fozio, Bibl., cod. 232. Secondo una citazione negli scoli su s. Basilio il libro era intitolato: "Theognosta" (Theologumena; v. G. Pasquali, in Nachrichten Kgl. Gesellsch. der Wissensch. zu Göttingen, Phil.-hist. Kl., 1910, p. 200 : cf. p. 215 sg.). S. cita fra altri Severiano di Gabala, Clemente di Alessandria ed anche lo Pseudo-Ignazio e lo Pseudo-Giustino.
BibL.: cd. dei frammenti in PG 103, 1092-1105; A. Harnack, The "Six et non ' of Stephanos Goharus, in The Harvard theol. Review, 16 (1923), p. 205 sgg. Erik Peterson
STEFANO il Melode. - Visse dagli inizi del quarto decennio alla fine del sec. xi ca. Oriundo dell'Italia meridionale, forse calabrese, fu monaco, a quanto pure, del monastero di Grottaferrata, il famoso cenobio di S. Nilo.
E da distinguere da altri omonimi dell'Oriente greco, l'Agiopolita, il Sabaita, lo Studita, come pure da un altro non ancora identificato, ma certamente orientale. Gli inni, che possono essergli attribuiti in base alla tradizione manoscritta, allo stile ed ai riferimenti geografici, sono dieci: due canoni e otto syntoma; tutti, ad eccezione di due, acrostici, qualcuno forse interpolato in epoca più recente. Sono dedicati a s. Gregorio Magno, a s. Nicola di Bari, a s. Eustachio, ai ss. Cosma e Damiano, a s. Gregorio d'Agrigento, a s. Giovanni Crisostomo, a s. Agata, ai ss. Quaranta Martiri, a s. Stefano, alla Vergine (nelle previgilia della Purificazione).
S. prende ispirazione spesso dalle fonti agiografiche, ma non trascura le tradizioni orali. Quanto alla sua arte si deve dire che egli, pur non distaccandosi dal formalismo della tradizione innografica orientale, sa variare talvolta le sue composizioni col dialogo (p. es., nel canone per s. Nicola, forse l'inno migliore) o con l'evocazione di miracoli, e non manca di accenti sinceri di pietà; più monotoni e meno originali appaiono i syntoma, nei quali lo schema metrico troppo rigido impediva al poeta di svolgere adeguatamente il proprio pensiero.
BibL.: G. Schirò, S. italo-greco. Studio introduttivo e testi. evtr. dal Boll. della Badia greca di Grottaferrata, I (1947) [Innografi italo-greci, 2].
Raffaele Cantarella
STEFANO I, PAPA, santo. - E commemorato nella Depositio Episcoporam il 2 ag. come sepolto nel cimitero di Callisto. Alla stessa data e luogo è ricordato dal Sacramentario leoniano (il solo nome) dal Martirologio geronimiano e dal Liber Pontificalis; gli itinerari «de locis" e Malmesburiensc lo indicano sepolto sulla Via Latina, confondendolo col protomartire omonimo al quale proprio su quella vie era dedicata una chiesa.
Il Sacramentario gregoriano e il Martirologio geronimiano lo qualificano martire, il che è ignoto all'antica tradizione liturgica romana; questa dignità gli fu attribuita nel sec. vi dall'autore della Penso (BHL, 7845 ) il quale confuse le notizie di S. con la fine del papa Sisto II (v.). Egli fu eletto il 12 maggio 254 e il suo breve pontificato fu turbato da alcune controversie riguardanti la Spagna, la Galia e l'Africa. I vescovi Basiliè di Leon ed Astorga, e Marziale di Merida erano stati deposti dai loro colleghi spagnoli come libellatici. Basiliè, però, non sopportando la deposizione si recò a Roma e riuscì a convincere S. della sua innocenza, ottenendone la riabilitazione. Gli Spagnoli allora si rivolsero a s. Cipriano e questi nel Sinodo del 254, contro la sentenza di S., dichiarò indegn e deposti i due vescovi. Allo stesso s. Cipriano si rivolse anche il vescovo Faustino di Lione, dopo avere accusato invano presso S. il suo collega Marciano di Arles come novazianista. S. Cipriano scrisse allora una forte e pressante lettera a S. incitandolo ad agire con energia per la salvaguardia della disciplina ecclesiastica e a deporre Marciano. Ultima fu la questione sorta tra lo stesso Cipriano (v.) e S. a proposito del Battesimo amministrato dagli eretici e che a Roma, in Egitto e in Palestina non si usava reiterare, al contrario di quanto invece si praticava in Siria, in Asia Minore e specialmente in Africa. La questione, già agitata nel sec. in, divenne più ardente nel sec. in; alcuni concili africani avevano proposto il proprio uso come unico legittimo, e le decisioni di quello del $255-56$ furono comunicate anche a S. perché le accettasse. Il Pontefice non volle ricevere i legati africani ed anzi scrisse una lettera a s. Cipriano ed alle chiese d'Oriente, in cui rivendicò la legittimità dell'uso romano al quale tutti dovevano uniformarsi. S. Cipriano nel sett. 256 convocò un nuovo sinodo in cui 87 vescovi riaffermarono le precedenti decisioni in proposito. La morte di S., avvenuta il 2 ag. 257 , pose fine all'incresciosa questione e la persecuzione di Valeriano, scoppiata poco dopo, sollevò altri problemi da risolvere.
BibL.: s. Cipriano, Epist., 67-75 (CSEL, III. 2. pp. 735-827); Lib. Pont., 1, p. 154; Acta SS. Augusti, I, Parigi 1867, pp. 113145; G. B. De Rossi, La Roma settem. erist., II, Roma 1867, pp. 80 87; L. Duchesne, Hist. ancien. del'Eglise, I, Parigi 1923, pp. 410429; Martyr. Rhenophonum, p. 412; sg.; Martyr. Romanum, p. 319 sg.; R. Valentini-G. Zucchetti, Cod. topogr. della città di Roma, II, Roma 1942. p. 15; Fliche-Martin-Frutaz, II, pp. 193200, 402-407.
Agostino Amore
STEFANO [II]. - Presbitero romano, eletto alla morte di Zaccaria, tra il 16 e il 23 marzo 752, ma deceduto quattro giorni dopo, prima della consecratio, allora richiesta per essere considerato papa.
Infatti il Lib. Pont. (I, p. 440), che per questo periodo è fonte contemporanea, e i più antichi cataloghi non lo considerano come tale; ciò nonostante, da alcuni è tuttora considerato come vero papa aumentando così di una unità il numero ordinale dei papi omonimi. Siccome storicamente e giuridicamente S. non può essere considerato papa è stato espunto dalla nostra cronotassi (v. PAPA).
A. Pietro Frussa
STEFANO II (III), PAPA. - Di famiglia romana. Appena eletto papa, tra il 16 e il 25 marzo 752, ebbe a combattere contro le mire del re longobardo Astolfo, che intendeva impadronirsi dal Ducato di Roma. Concluse con lui un accordo nel giugno dello stesso anno; ma la pretesa avanzata del sovrano, di imporre al popolo romano l'imposta del testatico, gettò la città nell'irrequietezza.
A S. II, poi, più ancora che ai Romani, ripugnava l'idea di essere soggetto ad un barbaro e voleva salva-
## Page 791
guardare la sua libertà di azione e la sua autorità temporale. Nulla c'era da sperare dall'imperatore di Costantinopoli: percio il Papa si rivolse ai Franchi, che pure vivevano in buona relazione con i Longobardi. S. II decise di recarsi da Pipino il Breve e di sollecitarne egli stesso l'appoggio. La partenza ebbe luogo il 13 ott. 753; dopo aver trattato inutilmente con Astolfo a Pavia, Stefano s'incontrò con Pipino a Ponthion (Marna) il 6 genn. 754 e ottenne da lui la promessa di un intervento in favore della "causa del beato Pietro e della Repubblica Romana». Una grave malattia mise in pericolo la vita del Papa nell'abbazia di S. Dionigi; riavutosi, rientrò a Roma sotto la protezione dei Franchi (ott. 745), vincitori di Astolfo. Però, quando l'armata franca ebbe rivalicate la Alpi, Astolfo investi Roma ( $1^{\circ}$ genn. 756); allora Pipino accorse in aiuto dei Romani, ne liberò le mura bloccate e ridusse alla sue mercé il Longobardo. Il vinto dovette abbandonare alla S. Sede un ampio territorio; cosi, grazie alla tenacità di S. II, ebbe la sua fondazione lo Stato Pontificio (v.).
Bim.: Lib. Pont., I, pp. 440-62; Codex Carolinus, in MGH, Epist., II, pp. 476-843; G. Schnurer, Der Verfasser der Vita Stephani II, in Histor. Zahrbuch, 15 (1899), pp. 422-38; B. Krusch, Chron. du pseudo-Prédégaire, in MGH, Script. rerum metraing., II, pp. 7-168; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontif., $3^{\circ}$ ed., Parigi 1911, pp. 34-78. Sulla consacrazione di Pimno da parte di S. II, v.: L. Levillain, in Biblio. th. de l'To. des Chartes, 88 (1927), pp. 20-42; E. Baudot, in Le Moyen der, $2^{\circ}$ serie, XXVIII, Parigi 1927, pp. 170-81; W. Levison, in Zeitschr. der Savigny-Stiftung für Rechtsgesch. Kan. Abteifene, 18 (1929).
Guglielmo Molist
STEFANO III (IV), PAPA.- Salito al soglio pontificio il $1^{\circ}$ e consacrato il 7 ag. 768 , m. il 24 genn. 772. Avendo Costantino II con un colpo di Stato ottenuto la tiara, il primiccrto Cristoforo decise di carpigliela.
Dopo aver conferito con il re dei Longobardi Desiderio, Cristoforo marciò contro Roma. Entrato per tradimento nella città, riunì tutta la popolazione romana nel for o e fece loro accettare la candidatura del sacerdote siciliano S. ( $1^{\circ}$ ag. 768 ) che fu consacrato vescovo il 7 dello stesso mese. Era un uomo degno che Cristoforo intendeva dominare. Rimaneva inoltre da trattare la sanzione di Carlo e di Carlomanno, figli di Pipino il Breve. L'emissario di Cristoforo difese con abilità la causa in favore di S. III e seppe persuadere i due principi dell'opportunità che egli aveva di tenere un Concilio dove sarebbe apparso l'episodio franco e dove sarebbero state stroncate le sorti dell'antipapa Costantino II.
La riunione conciliare si tenne al Laterano (apr. 769); furono dichiarati nulli tutti gli atti di Costantino, non valide le ordinazioni da lui fatte e senza effetti i Sacramenti da lui amministrati, ad eccezione del Battesimo; e gli fu imposta la relegazione in un monastero. Furono prese disposizioni di conseguenza, e molto gravi : non sarebbero stati più eleggibili al pontificato che cardinali sacerdoti e diaconi e non sarebbero più stati elettori se non elementi ecclesiastici. L'esercito e i laici si contentavano di rendere omaggio all'eletto e di ratificare la sua elezione. Furono prese tutte le precauzioni contro l'abuso della forza. Il Concilio dichiarò inoltre legittimo il culto reso alle immagini dei Santi, del Salvatore o della S. Vergine e promulgò l'anatema contro chiunque professasse una dottrina contraria.
Intanto S. III mal sopportava l'ingerenza di Cristoforo nella condotta degli affari della Chiesa e il re Desiderio non aveva dimenticato il modo con il quale era stato giuocato da lui durante la caduta di Costantino II. L'uno e l'altro si consultarono a Roma durante la Quaresima del 771. Quale parte ebbe il Papa nella morte del primicerio? A suo dire non fu responsabile; l'errore ricadeva sulla vittima, la quale aveva fomentato disordini a Roma, e sui suoi nemici. In realtà egli avrebbe salvato la vita a Cristoforo se l'avesse preso sotto la sua protezione.
Desiderio ingannò l'attesa del Papa rifiutandogli le soddisfazioni che questi reclamava. S. III mori il 3 febbr. 772.
Brac.: Sinti : Codex Carolinus, in MGH, Epistulae, II; vite di S. III e di Adriano I, in Lib. Pont., I, pp. 468-523. Opere:
L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat Pontifical, $3^{4}$ ed., Parigi 1911, pp. 110-32; Fliche-Martin-Frutaz, VI, nn. 29-44.
Guglielmo Moltat
STEFANO IV (V), PAPA. - Di famiglia romana, raccolse senza difficoltà, il 22 giugno 816 , i suffragi del clero romano per l'elezione al soglio pontificio.
Non attese per ricevere la consacrazione episcopale, che ebbe luogo il 22 giugno, l'autorizzazione di Ludovico il Pio. Per non urtare però la suscettibilità dell'Imperatore ebbe cura di fargli prestare dal popolo romano il giuramento di fedeltà; e inoltre mandò due messi a notificargli la sua elezione e a prevenirlo del suo prossimo arrivo. Nell'ott. successivo, a Reims, riuscì a persuadere Ludovico a ricevere dalle sue mani l'unzione liturgica e una ricca corona d'oro. Grande fu il valore di quest'atto papale, perché importava per l'Imperatore la necessità di ricorrere al Papa per il pieno esercizio dei suoi poteri; e, d'altronde, creava ad ogni modo un secondo precedente. S. ottenne anche il permesso di rientrare a Roma per coloro che nel 799 avevano partecipato ad una congiura ed erano stati perciò esiliati.
La sua morte avvenne a Roma il 24 genn. 817, poco dopo il suo ritorno.
Brac.: Lib. Pont., II, pp. 49-51; cf. anche le Vite di Ludovico il Pio in MGH, Script., II, pp. 464-516, 585-648; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontif., $3^{\circ}$ ed., Parigi 19it, pp. 187-88; Fliche-Martin-Frutaz, VI, n. 222. Guglielmo Moltat
STEFANO V (VI), PAPA. - Di famiglia romana, cardinale prete del titolo dei SS. Quattro Coronati. La sua elezione, avvenuta nel sett. 885, spiacque all'imperatore Carlo il Grosso, che mandò a Roma un emissario per farla annullare da un'assemblea di vescovi. Ma S. riuscì a sventare gli oscuri propositi del sovrano e non ebbe nessuna difficoltà a far riconoscere la sua elezione.
La dissoluzione dell'Impero carolingio creò al Papa non poche difficoltà. Guido, duca di Spoleto, aveva instaurato il modo di procedere dei Longobardi; S. avendo implorato invano contro di lui l'aiuto di Arnolfo di Germania, si rassegnò a consacrare imperatore ( 21 febbr. 891) colui che prima trattava da "cattivo cristiano".
Dal punto di vista spirituale S. esercitò la sua autorità sul mondo cristiano senza incontrare troppi ostacoli. Niccolò I aveva costituito Brema metropoli a detrimento dell'arcivescovo di Colonia; ora questi pretendava di rientrare in possesso dei suoi diritti. Allora il Papa incaricò Folco, arcivescovo di Reims, di riunire a Worms un concilio che studiasse la causa e gli fornisse gli elementi necessari ad una decisione. In Francia, Frotario, vescovo di Bordeaux, trasferito non canonicamente a Bourges, dovette ritornare alla sua antica diocesi. Aureliano, arcivescovo di Laine, si oppose invano alla elezione del diacono Tibaldo alla sede di Langres; il Papa consacrò egli stesso l'eletto e incaricò l'arcivescovo di Reims di facilitargli la via al possesso del suo vescovato. Fra il partito ignaziano e il patriarca di Costantinopoli, intronizzato dal basileus dopo la seconda deposizione di Fozio (886). S. mantenne un prudente riserbo.
Fu vittima degli intrighi del vescovo Vichingo, filotedesco contro la liturgia morava, inaugurata da s. Metodio con il consenso di Giovanni VIII. Non conoscendo che il tratto falsificato, introdotto da uno scriba della Cancelleria papale nei registri del suo predecessore, proibi l'uso di quella liturgia; per questo il principe Svanpluck bandì gli ammiratori di s. Metodio, che passarono in Bulgaria.
S. mori il 14 sett. 891.
Brac.: Lib. Pont., II, pp. 49-51; A. Lapâtre, L'Europe et le S. Siège à l'époque carolingienne. Jean VIII, Parigi 1895; F. Deurnick, Le second schisme de Photius; une mystification histori., in Byzantion, 8 (1933), pp. 425-74; Fliche-Martin-Frutaz, VI, nn. 475, 497; VII, nn. 1-8, 123; F. Dornick, Le Schisme de Photius. Hist. et légende, Parisi 1950.
Guglielmo Moltat
STEFANO VI (VII), PAPA. - Romano, vescovo di Anagni. Eletto papa (maggio 896) contrariamente alle regole della disciplina ecclesiastica allora vigente,
## Page 792

(da Varju Eizmir, Legendae sancti regis Stephani, ac Ernst.Kedze Hatenmaseval, Budapest 1695)
Stefano I, re d'Ungheria, santo - Prologo della Vita e. Stephani regis. Codice del sec. xit - Budapest, Biblioteca, cod. Ernst, f. I ${ }^{\text {v }}$.
ebbe una parte ben deplorevole quando Lamberto, consacrato imperatore nell'892 da papa Formoso, penetrò a Roma, con sua madre Agiltrude, nell'897.
Il discendente dei duchi di Spoleto non perdonò al defunto Formoso di aver consacrato imperatore il suo rivale Arnolfo il 22 febbr. 896. S. accettò di presiedere il sinistro Concilio, in cui fu portata la salma del morto, rivestita degli abiti pontificali, e credette di trarre vantaggio dalla sentenza di nullità delle ordinazioni fatte da Formoso e consolidare così il suo potere, perché veniva a scioglierà l'impedimento canonico alla sua promozione. Ma nel corso di una insurrezione popolare fu preso, relegato in una prigione e strangolato (ag. 897).
Bim.: Lib. Pont., II, p. 299; Stephani Papae VI epistolae et privilegia: PL 129, 833-60; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontif., $3^{e}$ ed., Parigi 1911, pp. 297-301; Fliche-MartinFrutas, VII, nn. 14-16.
STEFANO VII (VIII), papa. - Romano. Di questo papa, che dovette la tiara (dic. 928) a Marozia, moglie di Guido di Spoleto e onnipotente a Roma, non si conosce nessun atto. M. nel febbr. 931.
Bim.: Lib. Pont., II, p. 242.
Guglielmo Mollat
STEFANO VIII (IX), papa. - Romano, eletto il 14 luglio del 939, non compì durante il suo breve pontificato alcun atto degno di nota; m. nell'ott. del 942.
Alberico, che gli aveva procurato la tiara, si accaparrò il potere temporale. Tuttavia il Papa intervenne in favore di Luigi IV figlio di Carlo il Semplice e minacciò di scomunica i suoi sudditi indocili; ciò precluse ogni resistenza contro il Re di Francia. La pacificazione degli spiriti fu d'altronde facilitata dalla concessione dell'arcivescovato di Reims e del pallio a Ugo, figlio di uno dei più forti avversari del sovrano.
Bim.: Ph. Lauer, Le règne de Louis IV d'Outremer, Parigi 1899; Flodoardo, Historia Ecclesiae Remensis e Annales, ed. Ph. Lauer, Parigi 1906; Lib. Pont., II, p. 244; Fliche-Martin-Frutas, VII, n. 27.
Guglielmo Mollat
STEFANO IX (X), papa. - Eletto abate di Montecassino ( 23 maggio 1057) e creato cardinale prete del
titolo di S. Crisogono il 14 giugno, raccolse i suffragi degli elettori il 2 ag. e ricevette la consacrazione il 3 .
Era fratello di Goffredo, duca di Lorena. L'Imperatore non era stato avvisato della sua elezione, ma il monaco Ildebrando seppe fargliela approvare. Ebbe a cuore la riforma del clero ma gli mancò il tempo di compierla, parche m. a Firenze il 28 marzo 1058.
Bim.: Lib. Pont., II, p. 278; U. Robert, Le pape Etienne X, in Rev. des questions histor., 20 (1876), pp. 49-76; cit., Un pape belge: hist. du pape Etienne X, Bruxelles 1892; F. Wattenhof, Papst Stephan IX., Münster 1883; A. Fliche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, VIII, Parigi 1926, pp. 13-15. Guglielmo Mollat
STEFANO di Thirro, santo. - N. nel 1048, m. a Muret, presso Limoges, l'8 febbr. 1124, canonizzato da Clemente III il 21 marzo 1189. A 12 anni condotto dal padre a Bari per venerare le reliquie di s. Nicola, si trattenne per 12 anni a Benevento presso il santo arcivescovo Milone, che lo educò piamente.
Passato quindi a Roma, ottenne da Gregorio VII (1073) il permesso d'istituire un Ordine. Ritornato in patria, si ritirò sul Monte Muret (1076), ove per 50 anni condusse una vita di perfezione con alcuni discepoli. Esortati i compagni alla perseveranza, mori 8 giorni dopo la visita di due cardinali legati. Poco tempo dopo la sua morte i suoi compagni si trasferirono a Grandmont e da questo luogo ebbe nome la Congregazione del b. S., che da eremitica col tempo si trasformò in cenobitica e nel 16 io fu riformata dal p. Carlo Fremont, Festa 8 febbr.
Bim.: Acta SS. Fèbroarii, II, Parigi 1864, pp. 199-213; PL 204, 1003-46 (Vita), 1071-86 (Dieta et facta); Ch. Fremont, La vie, la mort et les miracles de st Etienne, confesseur, Digione 1647: P. Helvot, De' religiosi dell'Ordine di Grandmont, con la vita di s. S. di Mureto loro fondatore, in Storia degli Ordini monastici religiosi e militari, e delle Congregazioni secolari, vers. ital., VII, Lucca 1739, pp. 416-37; U. Chevalier, Répert. des sources hist. du moyen âge, I, Parigi 1933, p. 1378; Martyr. Romanum, p. 54.
Felice da Mareto
STEFANO di Tournai. - Vescovo e giurista, n. a Orléans nel 1128 , m. a Tournai nel 1203.
Fatti i primi studi nella città natale, si recò all'Università di Bologna (1145-50). Ca. il 1155 entrò| tra i Canonici di S. Vittore di St-Euverte d'Orléans. Andato a Chartres per completare la sua formazione, nel 1163 fu eletto abate di St-Euverte; nel 1176 di S. Genoveffa a Parigi e, dopo molte missioni diplomatiche, nel 1192 vescovo di Tournai.
Scrisse: Samma Decreti (PL 211, 575-580: il solo prooemium), importante per lo studio comparato delle idee giuridiche di Bologna e di Parigi; Quoddam figmentum Banoniae metrice compositum (L. Auvray, Un poème rythmique et une lettre d'Etienne de Tournai, in Mélanges Paul Fabre, Parigi 1902, p. 279 sgg.), che gli diede fama di buon poeta ritmico; le numerose Epistolac (PL 211, 309-561), indirizzate ai più distinti personaggi dell'epoca, hanno importanza storica; Sermones (ibid., coll. 567-68: soltanto due) : 72 discorsi, ove si fondono dialettica e misticismo.
Bim.: J. F. Schulte, Die Semona des Strplanos Tornacensis, Giessen 1891; J. Desilve, Les lettres d'Erienne de Tournai, Parigi 1893; J. Warichec, Etienne de T. et son temps, in Annales de la Société royale d'hist. et d'archéol. de Tournai, nuova serie, 1936 (rievoce tutta la storia francese del sec. xit); J. De Ghellinck, L'esser de la litt. lat. au XIIe siècle, I, Bruxelles-Parigi 1946, pp. 123-27, 223-24; Ph. Delhaye, Le Microcosmus de Godsfray de St-Victor, I, Lilla 1951, pp. 187-98. Antonio Piolanti
STEFANO I, re d'Ungheria, santo. - Figlio del principe Géza, n. verso il 969 ; battezzato insieme con il padre nel 973 o 974 , gli successe nel 997 . Fu incoronato con la corona ricevuta dal papa Silvestro II, nel Natale del 1000, dopo aver vinto in una dura battaglia Koppány, della dinastia di Árpád, il quale gli contestava la successione.
Continuò la politica del padre mantenendo rapporti pacifici con l'Occidente e adoperandosi per la conversione del popolo ungherese al cristianesimo. Tra S. ed il padre c'è tuttavia una differenza fondamentale. Géza agl per ragioni politiche, mentre S. per profonda religiosità. Il suo ideale era quello che aveva tracciato s. Agostino: essere un re giusto, pio e pacifico. Il suo potere era illimitato, ma egli non divenne mai tiranno perché volonta-
## Page 793


(fat. Gierduni)

## Page 794

A sintima: 11. CARD. STEFANESCHI INTENTO A SCRIVERE LA «VSTORIA DE BEATI GEORGII MARTIRIS MIRACULIS». Miniatura di scorta senese, nel Prologo del Codice di S. Giorgio (ca. 1340) - Biblioteca Vaticana, Arch. caz. di S. Pietro, cod. C. 129, f. 107 - A donna: 11. CARD. STEFANESCHI PRESENTA A S. PIETRO 11. MODELLO DEL POLITTICO. Particolare del Polittico eseguito da Giotto e scolari per la basilica di S. Pietro (ca. 1330) - Pioseroteca Vaticana.
## Page 795
riamente s'assoggetto ai comandamenti della religione, alle leggi ed agli insegnamenti della Chiesa. Nell'organizzazione del Regno si orientò sugli esempi occidentali, specialmente quello del Regno carolingio, ma non l'imitò servilmente: le istituzioni trapiantate dall'Occidente in Ungheria ebbero un carattere proprio. I due fondamentali aspetti dello Stato di S.: il sistema di governo centralizzato nella mano del re e il fondamento patrimoniale dello Stato, corrispondono alla tradizione ungherese. S. fu anche uno dei più grandi e forti rinnovatori della storia ungherese. Trasformò il suo popolo sia dal punto di vista politico che sociale e religioso. Seppo tuttavia conservare tutto cio che era prezioso e conciliabile con la religione cristiana. - Ciascun popolo vive secondo le proprie leggi -, dice S. nell'introduzione della raccolta delle sue leggi, e ammoni anche il figlio nelle Admonitiones che ogni popolo deve avere la libertà di poter vivere secondo le proprie leggi.
S. organizzò non solo lo Stato ma anche la Chiesa in Ungheria per la cui suprema direzione fondò due arcivescovati (Stattergom e Kalossa) e 8 vescovati (Vestprem, Pécs, Csanád, Vác, Győr, Eger, Nagyvárad, Gyulafehérvár). La sua nomina a legato pontificio è però una leggenda, creata nel sec. xit, quando, dopo le riforme gregoriane,