iorno ancora ( $19^{\circ}$ ) voluto, secondo alcuni, per ulteriore margine di prudenza verso ovulazioni eccezionalmente precoci o più lunga vitalità degli spermatozoi o secondo altri quale margine di parziale compenso delle differenze orarie inevitabili nello stabilire con l'approssimazione del giorno l'inizio del ciclo. In tutto, quindi, otto giorni lungo i quali potrebbe avvenire il concepimento. Nel caso esemplificato, quindi, ne risulta un periodo di possibile fecondabilità di 12 giorni ( $4+8$ ) sistemato nella porzione di passaggio tra la fase follicolinica e quella luteinica del ciclo sessuale. La sistemazione di tale periodo in mezzo al ciclo condurrà a un periodo fisso di s. pre-mestruale comprendente gli ultimi 11 giorni del ciclo e a uno di s. post-mestruale compreso tra l'inizio del ciclo e il 19 giorno escluso prima del futuro ritorno. Mentre il periodo di s. pre-mestruale conserva sempre una lunghezza fissa di 11 giorni, quello post-mestruale è di lunghezza variabile, in rapporto alla differente lunghezza del ciclo. Cosl, ad es., mentre per il ciclo di 26 giorni sarà di 7 giorni ( $26-19=7$ ), per quello di 30 sarà di 11 giorni ( $30-19=11$ ). Essendo incerta la lunghezza del prossimo ciclo, dovrà scegliersi presuntivamente il limite più prossimo, cioè far finire il periodo di s. con il $7^{\circ}$ giorno e calcolare gli ultimi 11 giorni di s. sulla base del ciclo più lungo; quindi considerare la fecondazione possibile dall' $8^{\circ}$ giorno al $19^{\circ}$ incluso a contare dall'inizio del ciclo in corso di svolgimento.
Sono state mosse molte obbiezioni al metodo, tali da
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apparire gravemente infirmanti la sua base e i risultati sperati; ne ricordiamo le principali. Assai grande irregolarità dei cicli particolarmente in alcuni periodi della vita della donna (climaterio, postpuerperio, allattamento, malattie intercorrenti, convalescenza, ecc.), cosi da rendere assai lungo e incerto il periodo di fecondità e corrispondentemente corti e indeterminabili i periodi di s.; improvvisi traumi fisici e psichici, perturbatori della regolarità dei cicli; possibilità di ovulazioni sopranumerarie all'infuori del periodo stabilito dalle indagini di Ogino e Knaus; tutte circostanze che potrebbero esser tali da togliere ogni sicurezza ai periodi di s. fisiologica.
Non possiamo qui entrare in una particolareggiata confutazione delle suddette obbiezioni; si può, però, senz'altro affermare (v. le opere specializzate citate in bibl.), che la grande maggioranza delle donne, particolarmente nel periodo centrale della loro vita sessuale, sono capaci di un'ottima applicazione del metodo della continenza periodica, anche senza ricorrere a particolari consigli del medico specializzato, purché applichino intelligentemente, con esattezza e cautela le regole esposte nei migliori libri sul metodo. Senza dubbio, esistono casi e circostanze in cui l'applicazione delle regole diviene difficile e anche fallace, non possibile sulla base dei soli metodi calendaristici : qui s'impone l'opera di uno specialista in materia, che, dallo studio clinico del caso, ricorrendo all'accurato esame dei fenomeni concomitanti (crisi intermeatruali, curva termica, esame diretto dei fenomeni ciclici collaterali dell'ovulazione), ponendo in opera i mezzi necessari per riordinare la funzione eventualmente alterata, seguendo mese per mese le anomalie di ritmo e la casuale interferenza dei fattori perturbatori, potrà riuscire nell'intento di dare al metodo della continenza periodica esattezza e sicurezza.
3. Esame statistico dei risultati. - Lo studio critico dei risultati pratici rappresenta l'elemento più probativo del valore del metodo della continenza periodica; qui può portarsi l'esperienza di migliaia di casi favorevoli, di cui sono ricche le statistiche di sperimentatori onesti e accurati. Di fronte ad essi, gli avversari il più delle volte non portano che casi isolati, spesso neppure personali, malamente studiati, privi di sicuri elementi clinici su cui possa farsi una critica di valore scientifico. Ad essi possono opporsi, oltre i dati dello Smulders cosi accuratamente studiati e descritti, le statistiche di Miller, Schultz e Anderson (Conception Period in normal Adult Women, in Surg. Gynecol. Obst., giugno 1933, pp. 1020-25, Chicago); di Leo Lata (The Journal of the Amer. Med. Assoc. pp. 1241-46, Chicago 1935); di Carvalho Azevedo (Das Problem der bewussten Befruchtung, in Ann. Brasil. Gynec., Rio de Janeiro 1936, pp. 255-83); di J. G. Holt (in Nederl. Tijdschr. v. Geneeskunde, 1941, 8 nov., n. 45); ecc. Nel libro dello Stecher (op. cit. in bibl., p. 106 e sgg.) è riportata una lunga osservazione fatta in una coppia di sposi per ben 17 anni di pratica del metodo; nonostante 3000 rapporti risultano solo tre concepimenti : uno prima dell'inizio dell'applicazione della continenza periodica, gli altri due (a distanza di 16 mesi e di 3 anni e mezzo) deliberatamente ottenuti. Il prof. C. G. Hartman, della Carnegie Institution di Washington, in Birth Control Review (maggio 1933), afferma, sulla base dell'esperienza, che il metodo della continenza periodica ben applicato dà per lo meno tanta sicurezza, quanto i più propagandati metodi anticoncezionali suggeriti dai consultori matrimoniali americani. Trattandosi di fatti che si svolgono nel piano biologico e quindi soggetti a tutte le alternative della variabilità fluttuante, e all'interferenza di tutte le cause individuali, sociali, cosmologiche capaci di agire continuamente sulle manifestazioni vitali del soggetto, non v'è dubbio non esser possibile fissare in maniera assoluta, con un indice numerico, la percentuale di probabilità di riuscita del metodo. Per esso si può parlare del $100 \%$ di riuscita, come del $90 \%$ (Dickinson) o dell' $80 \%$ (Dervaigne e Seguy) o di scarti assai più elevati, se applicato malamente o in particolari condizioni, che soltanto il medico può valutare e dominare (sanità fisica della donna, condizioni di equilibrio delle sue funzioni sessuali, neurovegetative, endocrine, neuro-affettive superiori). Si può
concludere, quindi, positivamente sul valore del metodo della continenza periodica e ascrivere i fallimenti riportati, in alcuni casi comuni, alle cause su accennate, fuori della guida del medico specializzato.
4. Questione morale. - Senza alcun dubbio la Chiesa ha sempre condannato tutte quelle forme di neo-malthusianismo che si propongono il controllo delle nascite viz dando il meccanismo naturale dell'atto matrimoniale (v. neo-malthusianismo). Ma in realta, il metodo della continenza periodica non può cadere direttamente sotto tali condanne, dato che in esso, a parte la volontaria scelta dei periodi di s. periodica fisiologica, il compimento dell'atto si svolge secondo il naturale processo, senza l'intervento di elementi estranei che intrinsecamente lo vizino. Per tal motivo la moralità e l'eventuale liceità degli atti compiuti, piuttosto che nei riguardi del particolare mezzo posto in opera, verte sul fine che il soggetto si propone, sui motivi da cui è mosso e le circostanze in cui si svolge. Ora, posto che il soggetto usi del matrimonio secondo l'ordine naturale predisposto dal Creatore, egli può usarne anche se il fine non coincide con quello primario (procreazione), ma quello che si propone sia oggettivamente onesto o rispondente ai fini secondari del matrimonio (incremento del mutuo amore, scambievole aiuto, soddisfazione dell'atinto, ecc.). Tali circostanze rendono senza dubbio genericamente lecito l'uso del matrimonio, indifferentemente in qualsiasi periodo e anche in quelle circostanze in cui la donna è sicuramente sterile, quali la gravidanza e dopo avvenuta la menopausa (ancor più genericamente il CIC, can. 1068, afferma: Sterilitas matrimonium nec dirimit nec impedit). Ciò, però, particolarmente per alcuni moralisti (P. Sulsmans in Ephemerides Theologicae Lovanienses, 1934, pp. 562-70) non può condurre senz'altro ad ammettere la liceità della continenza periodica in quanto che in essa esiste il particolare momento positivo della scelta di alcuni giorni e la deliberata esclusione di altri, al fine di evitare la procreazione; in tal maniera verrebbero alterati i rapporti gerarchici dei fini del matrimonio, ponendo i secondari a prevalere sui primari.
Già, però, la maggior parte dei moralisti (I. P. GuryA. Ballerini, H. Noldin, A. Lehmkuhl, P. Gasparri, I. Ferreres, E. Génicot, J. Ubach, A. Vermeersch, F. Hürth, ecc.) ammettono la liceità della continenza periodica, la quale non informa l'oggetto del matrimonio, ma solo ne muta le circostanze soggettive, per cui materia di giudizio nei riguardi della liceità diventano l'intenzione, i momenti che la determinano e le circostanze in cui si attua (cf. A. Vermeersch, Periodica de re morali, 1934, p. 241). Sempre per il passato, vanno ricordate due risposte della S. Penitenziaria (anni 1853 e 1880); in esse si dice "inquietandos non esse" quei coniugi che limitano l'uso del matrimonio a quei periodi in cui la fecondazione sia più difficile o impossibile, purché non facciano nulla per impedire il concepimento.
Ma ogni parere discorde di moralisti deve attualmente considerarsi annullato di fronte al chiaro giudizio dato ripetutamente e autoritativamente dal Pontelice XII nel discorso alle partecipanti al Congresso dell's Unione Cattolica Italiana Ostetriche" ( 29 ott. 1951); "Se l'attuazione della teoria non vuol significare altro se non che i coniugi possono far uso del loro diritto matrimoniale anche nei giorni di s. naturale, non vi è nulla da opporre; con ciò, infatti, essi non impediscono né pregiudicano in alcun modo la consumazione dell'atto naturale e le sue ulteriori naturali conseguenze... Se invece si va più altre, permettendo cioè l'atto coniugale esclusivamente in quei giorni, allora la condotta degli sposi deve essere esaminata più attentamente... Se la limitazione dell'atto ai giorni di naturale s. si riferisce... solo all'uso del diritto... la liceità morale di una tale condotta dei coniugi sarebbe da affermare o da negare secondo che l'intenzione di osservare costantemente quei tempi è basata, oppure no, su motivi morali sufficienti e sicuri. Il solo fatto che i coniugi non offendono la natura dell'atto e sono anche pronti ad accettare ed educare il figlio, che, nonostante le loro precauzioni, venisse alla luce, non basterebbe per se solo a garantire la rettitudine di
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intenzione e la moralità ineccepibile dei motivi medesimi... Il contraito matrimoniale, che conferisce agli sposi il diritto di soddisfare l'inclinazione della natura, li costituisce in uno stato di vita, lo stato matrimoniale. Ora ai coniugi che ne fanno uso con l'atto specifico del loro stato, la natura e il Greatore impongono la funzione di provvedere alla conservazione del genere umano. E questa la prestazione caratteristica, che fa il valore proprio del loro stato, il bonoio prolix... Quindi l'usare continuamente la facoltà propria [allo stato matrimoniale] e in esso solo lecita, e, d'altra parte, sottrarsi sempre e deliberatamente, senza un grave motivo, al suo primario dovere, sarebbe un peccare contro il senso della vita coniugale. Da quella prestazione positiva obbligatoria possono esimere, anche per lungo tempo, anzi per l'intera durata del matrimonio, seri motivi, come quelli che si hanno non di rado nella cosiddetta «indicazione» medica, eugenica, economica e sociale. Da ciò consegue che l'osservanza dei tempi inferendi può essere lecita sotto l'aspetto morale; e nelle condizioni menzionate è realmente tale. Se però non vi sono, secondo un giudizio ragionevole ed equo, simili gravi ragioni personali o derivanti dalle circostanze esteriori, la volontà di evitare abitualmente la fecondità della loro unione, pur continuando a soddisfare pienamente la loro sensualita, non può derivare che da un falso apprezzamento della vita e da motivi estranei alle rette norme etiche" (AAS, 43 [1951], pp. 845-46). E nel successivo discorso al "Fronte della famiglia»: "La Chiesa sa considerare con simpatia e comprensione le reali difficoltà della vita matrimoniale ai nostri giorni. Perciò nell'ultima nostra allocuzione sulla morale coniugale abbiamo affermato la legittimità e al tempo stesso i limiti, in verità ben larghi, di una regolazione della prole, la quale, contrariamente al cosiddetto "controllo delle nascite", è compatibile con la legge di Dio. Si può anzi sperare (ma in tale materia la Chiesa lascia naturalmente il giudizio alla scienza medica) che questa riesca a dare a quel metodo lecito una base sufficientemente sicura, e le più recenti informazioni sembrano confermare una tale speranza" (AAS, 43 [1951], p. 859).
Boll.: R. De Guchtencere, Les variations cycliques de la fecondité liminine, in Rev. franç. de gynéc. et d'obstr., Parigi 1913, pp. 138-57; id., A propos de la continence périod., in Saint Luc médical, Bruxelles 1939, n. 3, pp. 194-207; K. Ogino, Conception peried of women, Harrisburg (USA) 1934; J. N. Smulders, Periodike Ontbanding in het Huwelijk, 7* ed., Nijmegen-Utrecht 1934; A. Mayrond, Un problème moral: la continence périod. dans le mariage, suivant la méthode Ogina, Coublevie 1934; H. Kraus, Die period. Fruchtharbeit und Unfruchtharbeit des Weibes, Vienna 1935; L. Lata, The Rhythm of sterility and fertility in women, Chicago 1935; A. Gennaro, De period. contin. matrimon., Torino 1938 (trad. it., ivl 1947); L. Oldoni, Una questione viva. Anorva della contin. period. nel matrim., in La Scuola Catt., 67 (1939), pp. 363-67; J. Pujula, De medicina pastor., Torino 1948, pp. 2866; P. Babina, Fecondité et infecundité nel matrim., Milano 1949; L. Serenin, Diz. di morale profession. per i medici, 4* ed., Roma 1949, pp. 338-68; J. E. Georg, Agenesi e fecondità nel matrim., Torino 1950; A. Bonchi, Nuove quest. matrim., $3^{\circ}$ ed., ivl 1950; A. Niedermayer, Handbuch der speziellen Pastoralmedizin, II, Vienna 1950, pp. 1-93 (s. periodica), pp. 93-123 (s.); G. B. Guzzetti, Sguarda star.-mor. ai problemi della popolaz., in La scuola catt., 79 (1951), pp. 283-343; A. Stecher, Contin. period. nel matrim., Firenze 1951; A. Lonza - P. Palazzini, Theol. mor., Append. De castitate et luxuria, Torino Roma 1953, pp. 6986; v. bibl. din voci: matrimonio, uso del; neo-malthosianismo; nascite, controllo delle.
Giuseppe de Ninno
STERILIZZAZIONE. - E un intervento chirurgico sull'apparato della riproduzione sia maschile che femminile, diretto a impedire la formazione o la naturale utilizzazione degli elementi sessuali. La s. non mira alla totale distruzione delle glandole sessuali, distinguendosi perciò dalla castrazione che, colpendo anche le porzioni con valore di glandole endocrine, conduce, oltre che alla perdita della facoltà di procreare, anche a quella dei caratteri sessuali secondari e a gravi alterazioni generali di tutto l'organismo.
La s. particolarmente se provocata con mezzi chirurgici, può, in linea generale, esser ritenuta riparabile, sia pure con difficoltà ed esito incerto, per cui essa non
può considerarsi in senso assoluto un impedimento definitivo alla procreazione.
L'intervento può essere di due generi: $1^{\circ}$ azione elettiva sugli epiteti germinativi, così da distruggere l'attività spermatogenetica e ovogenetica delle rispettive glandole sessuali; $2^{\circ}$ distruzione della visibilità dei dotti vettori degli elementi della riproduzione, onde evitare il loro incontro. Al primo genere appartengono le ben dosate irradiazioni delle glandole specifiche sessuali con raggi X; nella donna altro metodo è quello (sperimentato particolarmente in America su animali e in Russia anche su donne) di ottenere una specie di vaccinazione immunizzante verso il seme maschile con ripetute iniezioni intramuscolari di questo; si ottengono cosi fino a 8 -io mesi di sterilità dopo ogni trattamento. Del secondo genere sono la vasectomia o deferensectomia nell'uomo e la ocoforectomia (fallectomia, tubectomia, salpingectomia) nella donna, che consiste nel taglio e nella estirpazione di un tratto dei dotti lungo i quali sono convogliati gli elementi sessuali. Si tratta per l'uomo di operazioni di modesta entità, per le quali però non sono escluse a volte complicazioni anche di notevole gravità. Nella donna, in cui è necessario un intervento laparatomico, l'entità e la gravità sono maggiori.
La s. è imposta per legge in vari paesi, come mezzo eugenico o come pena giudiziaria. In particolare, in America esisteva come misura di legge sin dal 1907 nello Stato di Indiana; ca. venti Stati della Confederazione, da allora hanno successivamente adottata la s. legale ed eugenica. Le condizioni variano; cosi, p. es., in California (dove la s. è comminata dal 1912) può essere sottoposto a s. legale chi abbia commesso almeno due volte il delitto di violazione o di seduzione di persona o tre volte altre classi di delitti, o il condannato a pena perpetua se depravato sessuale e morale, o il violatore di un minore di 10 anni; a tali categorie vanno aggiunti gli idioti e alcuni altri infermi di mente su proposta del direttore dello stabilimento in cui sono internati. Stati all'avanguardia per l'applicazione della legge, oltre la California, sono il Kansas, l'Oregon. Il Laughlin, dell's Eugenics Record Office ", vorrebbe la s. di non meno di 100.000 minorati all'anno fino a raggiungere 15 milioni di individui; solo cosi si potrebbe sperare, secondo lui, in una soddisfacente purificazione del popolo americano. Nei 28 Stati nord-americani in cui è ammessa per legge la s., solo nel 1950 ne furono praticate oltre 1500 , mentre dall'inizio della promulgazione della legge oltre 21 mila uomini e ca. 31 mila donne (complessivamente 52.233 individui) la subirono (dati della «Human Betterment Foundation of California ").
La s. legale fu imposta in Germania, con la legge del 14 luglio 1933, per tutti gli individui colpiti da un'affezione ereditaria (debilità intellettuale congenita, schizofrenia, frenosi maniaco-depressiva, epilessia ereditaria, coresa ereditaria, cecità ereditaria, sordità ereditaria, gravi malformazioni fisiche ereditarie) o da grave alcoolismo, con richiesta fatta dall'interessato o coercitivamente o dietro denunzia del medico ufficiale o del direttore dell'ospedale, casa di salute, ricovero o penitenziario. Fino al 1935 erano già state compiute 16.000 sterilizzazioni. Gli avvenimenti bellici hanno posto fine di fatto alla suddetta legge. La Svizzera pratica già da molti anni la s. coercitiva per legge in alcuni Cantoni : cosi in quello di Zurigo e di Vaud (legge del 3 sett. 1928). In Finlandia, dove già dal giugno 1929 esisteva una legge autorizzante la s. degli anormali psichici a carico dello Stato, recentemente è stata promulgato un insieme di tre leggi legalizzanti rispettivamente l'aborto, la s. e la castrazione, addirittura imponendo questi due ultimi interventi in determinate circostanze (trasmettitori di tare fisiche e psichiche, anormali sessuali). In Danimarca sin dal 1929 esiste una legge che permette la s. volontaria per chi potrebbe dar origine a prole tarata; per gli infermi di mente la decisione è presa dal tutore legale. La s. è legalizzata anche in Giappone (nel 1950 ne furono praticate ca. 11.500 ) e in via di legalizzazione in altri paesi.
Il problema morale. - Dal lato morale, la s. è gravemente illecita perché mutilazione (v.) grave che priva
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l'individuo del diritto naturale alla procreazione e lo rende dubbiamente capace a contrarre valido matrimonio. Né può essere imposta per legge dallo Stato non potendo questi avere sulla persona del cittadino poteri superiori a quelli che il cittadino possiede su se stesso (cf. encici. Casti con- $n i b i i:$ AAS, 22 [1930], p. 565). L'uomo, infatti, "può disporre di parti individuali per distruggerle o mutilarle, quando è nella misura richiesta per il bene dell'essere nel suo insieme, per assicurarne l'esistenza, o per evitare, e naturalmente per riparare gravi e durevoli danni, che altrimenti non potrebbero essere allontanati né riparati n; d'altronde " l'uomo nel suo essere personale non è ordinato in definitiva all'utilità della società, bensì, al contrario, la comunità è fatta per l'uomo n: discorso di Pio XII ai partecipanti al I Congresso internazionale d'Intopato" logia del sistema nervoso del 14 sett. 1952 (AAS, 44 [1952], p. 786); cf. anche il discorso, L'apostolato delle ostetriche, del 29 sett. 1951 (ibid., 43 [1951], pp. 843-44).
Non ha rilevanza il fatto che la s. tocchi solo una minima parte materiale dell'organo; il criterio per giudicare della gravità della mutilazione è infatti l'importanza della funzione vitale lesa, che nel caso è gravissima. Cosi pure il fatto che uno si sia legato a perpetua castità non toglie la malizia della s., che è data dall'usurpazione da parte dell'uomo di un diritto di proprietà sulle membra del proprio o altrui corpo; diritto che appartiene solo a Dio. Per lo stesso motivo non è lecita la s. eseguita allo scopo di prevenire effetti dannosi per la prole (scopi eugenici). Anche se i motivi eugenici che la consigliano fossero fondatissimi e scientificamente sicuri, resterebbe sempre l'intrinseca illiceità dell'atto per la violazione di un diritto naturale dell'uomo, il diritto della disponibilità della propria capacità genetica. Gli effetti dannosi delle malattie ereditarie vanno diminuiti solo con mezzi leciti. La s. è lecita solo entro i limiti della liceità della mutilazione, cioè se è necessaria per la salute del corpo (la parte infatti può essere sacrificata al tutto) e si ha il consenso del malato. Non si può, però, portare sullo stesso piano della malattia la pura criminalità, ritenendola una forma di morbo. La malattia è un fenomeno fisico, per cui l'organismo non è come dovrebbe essere; la criminalità pura è l'azione o la serie di azioni di chi non agisce come dovrebbe agire; è un male quindi che dipende da vizioso orientamento della volontà e non può essere corretto con la violenza (s. coatta).
La questione si presenta sotto altro aspetto se si chiede se sia lecito applicare la s. come pena. Qui la risposta può essere affermativa, se si verifichino due condizioni : a) che la pena venga applicata ad un uomo realmente reo di grave delitto. Ma la malattia fisica o psichica (demenza, idiotismo, ecc.) non è un delitto e quindi non è passibile di pena, che nel caso sarebbe la s.; b) che la pena sia buona sotto l'aspetto del diritto penale, cioè serva a raggiungere i fini proposti dal diritto penale (restaurazione dell'ordine pubblico, emendazione del delinquente). Ora sotto questo aspetto la s. non si presenta come un mezzo efficace agli scopi indicati, in quanto non importa la privazione di un bene stimato; anzi per molti, avviati al vizio, può costituire una liberazione da eventuali oneri di prole.
Due decreti del S. Uffizio (21 marzo 1931 e 21 febbr. 1940: AAS, 23 [1931], pp. 118-19; 32 [1940], p. 73) alla domanda se la s., perpetua o temporanea, nell'uomo o nella donna, sia lecita, rispondono negativamente dichiarandola, anche nella motivazione eugenica, proibita dalla legge naturale.
Nei riguardi della questione se gli sterilizzati siano da considerare affetti da impotenza e quindi esclusi dal matrimonio (v.), la maggior parte dei teologi (tra questi anche il card. P. Gasparri in Tract. can. de Matrimonio, I, Appendix, Città del Vaticano 1932, pp. 467-71) li considera tali; essendo però da altri controversa la questione (v. A. Vermeersch, Theologia morale, t. IV, Roma 1933, p. 45), nella possibilità che il danno subito possa esser riparato con un'operazione successiva (se però questa non espona a pericolo di vita o a grave danno della salute), il matrimonio può essere concesso agli sterilizati. La S. Rota, però, in una sua sentenza ( 25 ott. 1945)
dichiarò invalido il matrimonio di uno sterilizzato. La s. subita dopo il matrimonio non ne vieta l'uso.
Bib.: A. Jonsson, Les lois sur la sterilisation, in Saint Luc médical, 12 [1934], pp. 239-67; Th. Mommsen, Sterilisation und Kastration als Rechtsprobleme, Erlangen 1934; A. Vallejo Nàpara, La ascensilización de los psicópatos, Madrid 1934; P. Brouc, Die Gesch. der Entwannung, Breslaya 1936; B. H. Merkolbach, Quaest. de embryologia et de sterilizatione, Liegi 1937; C. Corozzi - F. Travagli, Tract. di medie. sociale, I, Milano 1938, p. 247; L. Scremin, Diz. di morale profesi, per i medici, 4r ed., Roma 1949, pp. 144-74; F. Domenici, La medie. legale, Milano 1950, pp. 307-309. 871-73; A. Niedermayer, Handbuch der speziellen Pastoralmedizin, IV, Vienna 1951, pp. 145-331; G. de Ninno, Quest. medico-morali, $4^{\circ}$ ed., Roma 1951, pp. 345-48. 355 sgg.; id., Medic. e personalitd umano, in Eresie del secolo, Assisi 1952, pp. 205-207; H. Pequignot, Un code d'eugénique en Fralandie, in Semaine medie., XXVIII, Parisi 1952, I, 1-2.
Giuseppe de Ninno-Pietro Palazzini
STERNE, Laurence. - Romanziere, n. a Clonmel (Irlanda) di padre inglese e di madre irlandese il 24 nov. 1713 , in. a Londra il 18 marzo 1768.
Fu un pastore anglicano bonariamente scettico e di costumi non irreprensibili. Anche di lui peraltro può osservarsi che lo scetticismo dei settecentisti inglesi non è animato da uno spirito volitoriano (nominano in un Chesterfield), che il loro illuminismo era temperato dal vagheggiamento di un tiepido cristianesimo poco preoccupato invero della nozione del peccato (una sorta di "via media" sui generis), e che infine, come è stato rilevato dal critico inglese H. J. C. Grierson, il loro caposcuola è il cristianissimo Cervantes. S. si svincola da ogni esigenza d'intreccio e la sua opera di narranore è caratterizzata e dominata dalla divagazione divertita e scherzosamente erudita e dall'analisi ironica e sentimentale insieme di se stesso e dei suoi personaggi. E infatti nel Lamb, il delizioso umorista-saggista, che può indicarsi il più degno continuatore della sua maniera nell'Ottocento, mentre soltanto nel nostro secolo questa maniera è stata riadattata alla misura del romanzo. Le opere maggiori di S. sono The life and opinions of Tristram Shandy (1760-67), considerato il suo capolavoro, e $A$ sentimental journey through France and Italy (1768, posto all'Indice con decr. 6 sett. 1819) ove per la prima volta si sottolineava in un titolo di romanzo un epiteto che ebbe tanta fortuna presso i romantici. Di qualche interesse i suoi Sermons of Mr. Yorich, ove S. adottò per la prima volta lo pseudonimo che figura in testa al Journey, e soprattutto la sua corrispondenza sentimentale: Letters from Yorich to Eliza, pubbl. postuma nel 1775.
BibL.: P. Fitzgerald, The life of L. S., 2 voll., Londra 1906; L. Melville, The life and letters of L. S., 2 voll., ivi 1911; A. De Fron, L. S. and his novels studied in the light of modern psychology, Gremings 1925; W. L. Cross, The life and times of L. S., $3^{2}$ ed., Yale 1929; tra gli studi indiani v. G. Babizzani, S. in Italia, Roma 1920; L. Berti, Foscolo traduttore di S., Firenze 1942. Tra le tradd. it., v.: S., scelta a cura di C. Linati: Versioni di Ugo Foscolo e C. Linati, Milano 1942. Augusto Guidi
STEUBENVILLE, Diocesi di. - Diocesi e città nello Stato di Ohio, U. S. A.
La diocesi copre una superficie di 5913 migliaq. con una popolazione totale (censimento del 1950) di 485.735 ab. dei quali 60.245 sono cattolici. Vi sono 106 sacerdoti diocesani ( 13 religiosi : Terz'ordine regolare di S. Francesco), 66 parrocchie, 2 cappelle, 14 missioni, 14 congregazioni femminili ( 250 suore), I seminario ( 34 seminaristi), I collegio, 2 ospedali.
La provincia ecclesiastica di Denver fu stabilita nel 1942, quella di Indianapolis nel 1944, la diocesi di Youngstown fu eretta nel 1943, quella di S. nel 1944. Nel 1945 fu creata anche la provincia di Omaha, la diocesi di Madison e nel 1947 la diocesi di Austin, nel 1948 la diocesi di Joliette.
Con la cost. apost. Dioecesium in orbe catholico, Pio XII dismembrò S. dalla diocesi di Columbus e ne fece una suffraganza di Cincinnati.
BibL.: The Official Catholic Directory 1950, Nuova York 1950, pp. 570-71; Ann. Pont., 1951, p. 387; AAS, 37 [1945], pp. 153-58; Th. Boemer, The Catholic Church in the U. S., St-Louis-Londra 1950, p. 385 sgg.
Gastone Carrière
STEUCO, Agostino. - Prelato ed erudito, n. a
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Gubbio (onde l'appellativo Eugubinus) forse nel 1497, m. a Venezia nel marzo 1548 .
Si chiamava Guido, prima di entrare, come fece nel 1513, fra i canonici di S. Secondo. Passò poi alla canonica di S. Antonio di Castello in Venezia come bibliotecario dei libri donati dal card. Grimani. Nel 1529 fu a Reggio; quindi, dopo essere stato a Gubbio quale priore di S. Secondo, venne a Roma e Paolo III nel 1538 lo nominò vescovo di Kisamos (Creta) e prefetto della Biblioteca Vaticana. Recatosi poi a Bologna per partecipare ai lavori del Concilio colà trasferito da Trento, morì durante un viaggio a Venezia. Uomo di vastissima cultura, della sua conoscenza dell'ebraico si giovò negli scritti di argomento biblico: Recognitio veteris testamenti ad hebraicam veritatem, Venezia 1529; Cosmopoeia... expositio trium capitum Genesis, Lione 1535; Enarrationum in Psalmos pars I, ivi 1548; Enarrationes in librum Job, Venezia 1567. Scrisse anche Pro religione christiana adversus Lateranos (Bologna 1530) e Contra Laur. Valiam de falsa donatione Constantini (Lione 1547). Ma l'opera sua principale sono i te libri De perenni philosophia (ivi 1540), tentativo d'interpretazione di tutta la filosofia antica al lume dell'idea cristiana. La sua posizione iniziale è un neoplatonismo di derivazione ficiniana con qualche affinità con Piso della Mirandola; in realtà egli tende ad un ampia sincretismo che nell'idea di una pia philosophia lentamente maturata nei secoli e realizzata in pieno dalla Scolastica tenta di convogliare tutte le varie correnti, all'infuori dell'epicureismo, ch'egli sente inconciliabile con la fede cristiana. L'ed. Opera omnia fu fatta per la prima volta a Parigi nel 1577-78 e ristampata poi a Venezia nel 1592 e nel 1601.
Bibl.: non priva di inesattezze la Vita di A. Morando, premessa all'ed. Opera Omnia, Venezia 1591. Più attendibili le notizie del Tiraboschi, Storia d. letter. ital., VII, parte 1*, Modena 1791, pp. 395-400; Hurter, II, coll. 1483-85; Th. Freudenberger, A. S. und sein literariches Lebensuerh, Münster 1935; G. Saitta, Il Rinascimento, Bologna 1950, pp. 75-78.
Giacchino Paparelli
STEVENSON, Henry, senior (Stevenson W. F. Maddock). - Filologo e scrittore della Biblioteca Vaticana, n. a Camberwell (Londra) il 28 luglio 1818, m. a Roma il 19 apr. 1890.
Dottore in filosofia dell'Università di Berlino dopo gli studi compiuti a Parigi, a Ginevra ed a Erlangen, insegnante in Svizzera e in Germania, quasi diseredato dal padre per le sue opinioni religiose, si converti dall'anglicanesimo al cattolicesimo nel 1854 con l'aiuto di mons. Merwillod, la cui rivista Annales catholiques, di Ginevra, l'ebbe come collaboratore. Nel 1865 si trasferì definitivamente a Roma. Aiutò il card. G. R. Pitra (v.) per la revisione e l'edizione dei vari libri liturgici greci. Scrittore della Biblioteca Vaticana per la lingua greca nel 1879, descrisse i codici greci Palatini e Reginensi e preparò il catalogo dei codici greci Urbinati: Codd. manusce. Palatini graeci Biblioth. Vat. descripti, Roma 1885; Codd. manuscr. graeci Reginae Suecorum et Pii PP. II... descripti, ivi 1888. Scrisse anche Du rythme dans l'hymnographie de l'Eglise grecque, ivi 1876; Theod. Prodromi Commentarios in carmina sacra melodorum Cosmae Hierosolym. et Ioannis Damasceni... Primum edidit, ivi 1888.
Bibl.: A. Pelzer-P. Tannery, Mémoires scientif., XVI, Correspondance, Tolosa e Parigi 1943, p. 397 se.
Henry, junior. - Figlio del precedente, archeologo, scrittore della Biblioteca Vaticana, n. a Ginevra l'1 1 apr. 1854, m. a Roma il 15 ag. 1898. Fu il più stimato dei discepoli romani di G. B. De Rossi. Fu del nucleo primitivo della Società dei cultori dell'archeologia cristiana (1875); uno dei quattro fondatori del Collegio dei cultori dei martiri (1879) di cui redasse in elegante latino la lex collegii, e del Nuovo Bullettino di archeologia cristiana (1895). Fece ed illustrò varie scoperte nelle catacombe romane: Cubicolo con graffiti storici nel cimitero di Ciriaca (in N. Bull. arch. crist., 1 [1895], p. 74 sgg.). A lui si deve la scoperta della cripta dei SS. Marcellino e Pietro, di cui preparava l'illustrazione, quando fu colpito dalla morte; il suo materiale venne utilizzato da O .
Marucchi: La cripta storica dei SS. Pietro e Marcellino recentemente scoperta sulla Via Labicana (in N. Bull. arch. crist., 4 [1898], pp. 137-92).
Le sue schede e i suoi appunti per le chiese di Roma, i cimiteri, la topografia, l'artichità profana e cristiana, si conservano con lettere ricevute nei codices Vat. Lat. 10547-10587 (cf. M. Vattasso - H. Carusi, Codices Vat. Lat. 10302-10700, Roma 1920, pp. 290-313) della Biblioteca Vaticana, di cui divenne scrittore per la lingua greca nel 1882 e conservatore del gabinetto numismatico nel 1894. Sue altre pubblicazioni sono: Il cimitero di Zotico... descritto e illustrato (Modena 1876); Scoperta della basilica di S. Sinforosa e dei suoi sette figli (Roma 1878); Inventario dei libri stampati Palatino-Vaticani (3 voll., ivi 1886, 1889, 1891); Statuti delle Arti dei marciai e della lana di Roma (ivi 1893); (con Fr. Ehrle) Gli affreschi del Pinturicchio nell'appartamento Borgia del Palazzo Apost. Vat. riprodotti in fototipia e accompagnati da un commentario (ivi 1897). Inoltre trattò Di un insigne pavimento in mosaico esprimente la geografia dei luoghi santi (in N. Bull. arch. crist., 3 [1897], pp. 45-102); Osservaz. sulla topografia della Via Ostiense e sul cimitero ove fu sepolto l'apostolo s. Paolo (ibid., 3 [1897], pp. 282-321); L'area di Lucina sulla Via Ostiense (ibid., 4 [1898], pp. 60-76).
Bibl.: O. Marucchi, E. S., in Nuovo Bull. di arch. crist., 4 (1898), pp. 107-10; G. Ferretto, Note stor.-bibliogr. di arch. crist., Città del Vaticano 1942, pp. 332-54. Augusto Pelzer
STEVENSON, Joseph. - Gesuita, storico ed archivista, n. a Berwick-on-Tweed (Scozia) il 27 nov. 1806, m. a Londra il 18 febbr. 1895.
Pastore anglicano dal 1839 al 1863 , si occupò attivamente della ricerca e della pubblicazione di documenti intorno alla Chiesa di Scozia e d'Inghilterra; istituito nel 1857 il \& Public Record Office *, vi fu inviato tra i primi scrittori ed editori e pubblicò 7 voll. per la Rolls Series; 7 voll. di Calendars of State Papers, Foreign Series of the Reign of Queen Elisabeth, 1558-65; e 2 voll. della Scottish Series. Nel frattempo abiurò e fu ricevuto nella Chiesa cattolica (1863) e, mortagli la moglie nel 1869 , entrò nel Seminario di Oscott e fu ordinato sacerdote nel 1872. Da quest'anno al 1877 si occupò, per incarico del governo, della ricerca di documenti per la serie Roman Transcripts del \& Public Record Office *, nell'Archivio Vaticano. Entrò, infine, nella Compagnia di Gesù nel 1877, a 72 anni di età, e, compito il noviziato, continuò ad attendere alle sue ricerche. L'opera sua principale di questi ultimi anni fu la scoperta e la pubblicazione di Life of Mary Queen of Scotts, di Claude Naus, con aggiunta di documenti dell'Archivio Vaticano (Edimburgo 1883), e inoltre Life of Jane Dormer (Londra 1887), Life of st. Cutbert (ivi 1887) e un abbondante numero di articoli sul periodico The Month.
Bibl.: J. Pollen, In memoriam father S. A Biographical Sketch, with a list of his published works, Roehamptors 1895, anche in The Mont, 83 (1895), pp. 331-44, 500-11; id., in Letters and Notices, 1895, pp. 111-20
Celestine Testore
STEVENSON, Robert Louis. - Narratore scozzese, n. a Edimburgo il 13 nov. 1850, m. a Samoa il 3 dic. 1894.
E uno di quei rari scrittori in cui la cultura si sposa all'estro inventivo meglio rilevandone l'originalità nativa. La sua sorprendente fantasia non toglie che la sua ammirevole prosa sia solidamente e sapientemente costruita. S. fu un originale continuatore di Walter Scott nei suoi romanzi d'ambiente storico scozzese, tra i quali vanno ricordati soprattutto Kidnapped (1886), Catriona (1893). The master of Ballantyne (1889) e infine l'inconspiuto Weir of Hermistone (1896), da alcuni critici ritenuto il suo capolavoro. Accanto a essi si collocano i racconti ispiratigli dai Mari del Sud, ove si stabili per motivi di salute : il popolocissimo Treasure Island (1883) e diverse raccolte di novelle e bozzetti esotici. Per questi prese l'abbrivo dalla lettura dell'americano Melville, ma s'optro soprattutto alle sue vive impressioni di paesaggio che colse con occhio d'artista e rappresentò in pagine ammirevoli per consumatezza di stile. Scrisse anche versi, soprattutto per i fanciulli : A child's garden of verse (1885)
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(per cortesia della Sopraintendenza del Palatino e Foro Romano).
Stilicone, Flavio - Base di statua cquestre, ritrovata nel 1880 , con iscrizione riferentesi alla vittoria su Radagaiso (402) : il nome di S. è stato abitato in seguito alla «dannatio memoriae» del 408 (cf. CIL, VI, 4 Addenda II, n. 31987) - Roma, Foro Romano.
e un racconto sensazionale e simbolico: The strange case of dr. Jebyll and mr. Hyde (1886) basato su uno sdoppiamento di personalità e in cui si riflette la sua tormentata fede di credente puritano. La stessa inquietudine religiosa si riconosce in alcuni dei suoi romanzi scozzesi e segnatamente in Weir of Hermistone. Il Cecchi ha giustamente indicato tra le fonti del racconto fantastico e simbolico di S., insieme con i romanzi di Melville, lo Ancient mariner di Coleridge e, più indietro nella storia, il Robinson Crusoe di De Foe. Quando la memoria dell'eroico missionario cattolico Giuseppe Damian de Veuster, morto di labbra a Maloksi ove curava gli appestati, venne attaccata da un calvinista fanatico, S. rispose con una nobilissima lettera aperta in difesa di p. Damiano, lettera che è un capolavoro della letteratura apologetica inglese, degna di figurare accanto all'Apologia del Newman, e indubbiamente una delle cose più elevate e più belle dello scrittore (1890).
Bist.: Graham Balfour (cugino di S.), R. L. S., Londra 1902; F. Swinnerton, R. L. S., a critical study, Nuova York 1923; J. A. Stouart, R. L. S., a critical biography, Boston e Londra 1924; G. K. Chesterton, R. L. S., Londra 1927; E. Cecchi, in Scrittori inglesi e americani, Lanciano 1935, pp. 80-95; varie tradd. it. tra cui la più recente: R. L. S., Romansi e racconti, a cura di A. Camerino, Roma 1950.
Augusto Guidi
STEWARD, Dugald. - Filosofo inglese, n. il 22 nov. 1752 a Edimburgo, ivi m. I'II giugno 1828. Insegnò nelle Università della sua città natale e di Glasgow.
S. ebbe ai suoi tempi fama e influenza superiori alla mediocrità del suo pensiero. Seguace del Reid (v.), egli può considerarsi il principale rappresentante della scuola scozzese (v.). Nei suoi più importanti lavori (Elements of the philosophy of human mind, 3 voll., Edimburgo 17921827; Outlines of the moral philosophy, ivi 1793; Philosophical essays, ivi 1810; Dissertations on the progress
of metaph., ecc. 2 voll., ivi 1815-22; Philosophy of the active and moral powers of man, 2 voll., 1828) espone quella che può chiamarsi la sua dottrina delle "leggi fondamentali della credenza ", secondo la quale sono innate in noi leggi primitive ed elementari, che ci fanno credere, con irresistibile persuasione, nell'esistenza del mondo esterno (delle cose percepite) e di noi stessi (dei soggetti senzienti e pensanti), nell'uniformità delle leggi della natura, nella continuità della nostra identità personale, ecc.
Bist.: Werkt, a cura di W. Hamilton, Edimburgo 1824-28; F. Harrison, The philosophy of common sense, Londra 1907. V. scozzese, scom, a senso cosmine. Michele Federico Sciacca
STICOMETRIA. - Da oriyac (rigo) è il sistema convenzionale usato dai Greci e dai Latini per calcolare la lunghezza dei testi scritti, computando i versi nelle opere poetiche e le righe, riportate a una estensione unitaria di ca. 16-17 sillabe (ampiezza media dell'esamori nelle opere prosastiche.
Tale sistema ebbe un'applicazione soprattutto commerciale, per valutare l'opera dell'amanuense ai fini della remunerazione, come la pecia (v.) nei testi universitari medievali. Si spiega percio come le indicazioni sticometriche che si conservano in alcuni manoscritti (soprattutto greci) non corrispondano spesso al numero effettivo delle righe nel rotolo o nel codice, ma a quello dell'esemplare da cui derivano. Fu anche usato un sistema di s. parziale, consistente nel numerare le righe a gruppi (di 100, di 50 , ecc.), facilitando così i riferimenti come nelle moderne citazioni. Si chiamò pure s. la distinzione in brevi periodi o proposizioni, in cui furono talora divisi i testi per facilitarne la lettura, specie se pubblica: a tale sistema però meglio compete il nome di colomerrie, perché basato sulla ripartizione "per cola et commata " (comma sarebbe stato il membro del periodo comprendente fino a 7 sillabe, colon quello da 8 a 17). Applicazioni di questo sistema sono testimoniate per le opere di Platone, Demostene, Cicerone, per la Regula benedettina, ecc.; ma la più famosa rimane quella della Bibbia (tanto nella Vulgata greca che in quella latina), documentata già prima della nota $\varepsilon_{k} \delta 001 \mathrm{c}$ degli Atti e delle (Epistole a cura del diacono Eutalio (sec. iv).
Bist.: Ch. Graus, Manuelles rechavches sur la stichométrie, in Revue de philologie, 2 (1878), pp. 97-143; H. Diels, Stichometrisches, in Hermes, 17 (1882), pp. 377-84; J. Rendel Harris, Stichometry, in American Journal of philology, 4 (1883), pp. 137157, 309-31; Th. Mommsen, Zur lateinischen Stichomstrie, in Hermes, 21 (1886), pp. 142-56; E. M. Thompson, An introduction to greek and latin palatography, Oxford 1912, pp. 67-71; K. Ohly, Stichometrische Untersuchungen (Beiheft zum Zentralblatt für Bibliothekswesen, 61), Lipsia 1928. Alessandro Pratesi
STILICONE, Flavio. - Figlio di un vandalo che aveva militato con molto onore sotto l'imperatore Valente, era entrato nella milizia e non aveva mancato di distinguersi e di ottenere comandi e missioni politiche di molta importanza. In particolar modo in una ambasceria al Gran Re di Persia aveva dimostrato abilità e fermezza, riuscendo a far rispettare gli interessi romani, senza impegnare l'Impero in una guerra. Per tali meriti ebbe finalmente il supremo comando dell'esercito ("magister utriusque militiae") ed in sposa Serena nipote dell'imperatore Teodosio.
Segui l'Imperatore in Italia nella spedizione vittoriosa contro l'usurpatore Eugenio. Perciò alla morte di Teodosio (397) ricadeva su S. la protezione dei suoi giovani figli Arcadio di 17 anni, Onorio di 11 , si quali aveva già fatto riconoscere la dignità di Augusti; ma risiedendo S. in Occidente presso Onorio, non fu difficile a gelosi cortigiani persuadere Arcadio, reggente a Costantinopoli, ad assumere posizione di indipendenza rispetto al tutore. Il dissidio si manifestò subito, quando masse di Goti già da tempo ammesse entro i confini dell'Impero, e adoperate in guerra, di ritorno dalla spedizione in Italia si indugiarono a saccheggiare le regioni dell'Illirico. S. portò le sue truppe a Tessalonica, ma a Costantinopoli si voleva che la prefettura dell'Illirico non
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dipendesse dell'Occidente, e Flavio Rufino, prefetto del pretorio a Costantinopoli, ottenne da Arcadio l'ordine a S. di rientrare in Italia. S. volle evitare una guerra intestina, e obbedi. A S. del resto non mancavano preoccupazioni grosse anche in Occidente: ribellione del mauro Gildone comes della diocesi d'Africa, grave per la cessazione di invio di frumento a Roma, già rimasta priva del tributo d'Egitto passato a Costantinopoli. Adoperando alla repressione forse africane comandate dal fratello di Gildone, l'usurpatore fu vinto ed ucciso. I meriti che S. si era acquistato, celebrati in un poema di Claudiano, furono riconosciuti con un più intimo legame di parentela con la famiglia imperiale per le nozze del quattordicenne Onorio con la figlia di S., Maria. S. fu pertanto arbitro dell'Impero, e l'opera sua anche nel governo civile fu saggia ed utile. Poco fortunato fu invece un altro intervento di S. in Oriente, invocato questa volta per combattere il capo dei Goti, Alarico, che saccheggiava ferocemente la Grecia, e ciò accrebbe i sospetti e le osti-

Stilita - Uno s. Ministura del Menologio di Basilio II (976-2023) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1613, f. 238.
lità contro S. fino al punto che la Corte di Costantinopoli offri ad Alarico il grado di magister militum per l'Illirico, scaricando il pericolo gotico sull'Italia che si presentava più appetibile dalla più volte saccheggiata Grecia. Presa dai Goti Aquileia e minacciata Milano da dove Onorio fuggì, S., raccolte truppe della Gallia e dalla Britannia, riuscì a sconfiggere Alarico a Pollenzo e a Verona (anno 402) e a riportare altra vittoria a Fiesole su altre orde di barbari penetrate in Italia sotto la guida di un Radagasio (anno 405). Ma sembrò, che sia l'una che l'altra vittoria non fossero sfruttate in pieno, e si insinuò che S. mirasse addirittura a preparare la successione al trono al proprio figlio Eucherio, fidanzato con la sorella di Onorio, Galla Placidia.
Non pare si possa dubitare della lealtà di S. verso la casa del suo grande imperatore Teodosio. E ne diede un'ultima prova quando, sorti conflitti tra le truppe romane, egli invece di accogliere le offerte dei suoi soldati pronti a seguirlo ovunque, preferì presentarsi, solo, a Ravenna all'imperatore Onorio. Accolto ostilmente, tratto con inganna fuori di una chiesa dove si era rifugiato, S. fu condannato a morte come traditore (apr. 408). Due anni dopo i Goti di Alarico percorrevano liberamente l'Italia, e saccheggiavano Roma.
Bibl.: Th. Mommsen, Stilicho und Alarich, in Gesammelte Schriften. IV, Berlino 1906, p. 516; E. Stein, Geschichte des spätrömischen Reiches, I, Vienna 1928, p. 146; A. Sidari, La crisi dell'Impero romano, Milano 1935, p. 81; id., Il rinnovamento dell'Impero romano, ivi 1938, p. 225; R. Paribeni, Da Diocleziano alla caduta dell'Impero d'Occidente, Bologna 1941, p. 232; S. Mazzarino, S., Roma 1942. Roberto Paribeni
STILITA (dal greco $\sigma \tau \hat{\lambda} \lambda 0 \varsigma$ "colonna "). - Anacoreta che viveva sulla sommità di una colonna. Quasi del tutto ignorati nell'Occidente, gli s. furono abbastanza numerosi nell'Oriente, specialmente in Siria e Mesopotamia; né mancano esempi di s. in Egitto, Anatolia, Palestina e Grecia. Il bizzarro ed eroico inventore di questo genere di ascesi fu s. Simeone (v.) detto appunto s., nel sec. v, e fra i principali imitatori vanno menzionati s. Daniele, s. Luca, s. Alipio. Gli s. fiorirono nuovamente verso il sec. x , poi piano piano scompaiono.
${ }^{1}$ Non è da attribuirsi al sistema di penitenza un'origine pagana; ma storicamente consta che s. Simeone escogitò il metodo, indotto da circostanze personali. Del resto nella Siria, in contrasto con la maniera dei cenobiti egiziani, gli anacoreti trovavano modi molto strani di penitenza. Gli s. non erano né pazzoidi né orgogliosi, benché il loro metodo sia stato censurato dagli egiziani come ostentazione. Erano severissimi con se stessi, ma moderati nei consigli dati ai discepoli. Non rappresentano
quindi una deviazione del monachismo, bensì un ramo caratteristico dell'anacoretismo orientale.
Tante volte la colonna degli s. era un rudere antico, qualche volta fu alzata apposta, come nel caso di s. Simeone. La sua colonna, di cui si conserva ancora la base, era alta $16-18 \mathrm{~m}$. Alcuni s. avevano a disposizione diverse colonne. La colonna-tipo era composta di gradini per accedere alla base, di base, di fusto, di capitello, di balaustra o parapetto e anche di una celletta a modo di nido, ma alcuni, per maggiore penitenza, non vollero tale ricovero. Alla cima della colonna si saliva con una scala mobile o con una fune. Spesso intorno alle colonne si formavano monasteri; frequente era il concorso di pellegrini pagani e cristiani, e fra essi alcuni imperatori attratti dalla santità degli s., la cui penitenza era straordinaria. Moltissimi infatti non scendevano quasi mai dalla colonna, sulla quale morivano. Gli s. si tenevano ordinariamente in piedi praticando la "stasis", sicché erano frequenti le ulcere ai piedi; qualche volta soccombevano per assideramento. A questa severa penitenza aggiungevano austerissimi digiuni e riducevano al minimo il sonno preso mentre si appoggiavano sulla balaustra o si sedevano su uno sgabello. Simeone, p. es., vegliava in preghiera tutta la notte e fino all'ora nona, poi conferiva con i devoti accorsi alla colonna, e verso il tramonto si rimetteva in preghiera. La vita liturgica per gli s. era ridotta al minimo. Qualche volta ricevevano l'Eucaristia sollevata per mezzo di una fune o portata dal diacono mediante la scala. Non mancarono alcune ordinazioni sacerdotali di s., verificatesi talvolta con l'estensione delle mani da parte del vescovo sottostante.
Qualche rassomiglianza con gli s. ebbero gli anacoreti che vissero arrampicati su qualche albero, detti perciò "dendriti" (v.); furono sempre più scarsi degli s. e non formarono come questi una vera categoria.
Bibl.: H. Delchaye, Les saints stylites, Bruxelles 1923; B. Kötting, Peregrinatio religiosa, Münster in V. 1950. Ignazio Ortiz de Urbina
STIL NUOVO. - Anche dolce stil nuovo, espressione che Dante, Purg., XXIV, 57, mette in bocca a Bonagiunta Orbicciani, per indicare una nuova maniera poetica diversa da quella seguita dal notaro Jacopo da Lentini, da Guittone d'Arezzo e dall'Orbicciani stesso.
Di questa nuova maniera poetica era stato iniziatore a Bologna Guido Guinizelli, che Dante chiama (Purg. XXVI, 97-99) : "il padre / mio e de li altri miei miglior che mai/rime d'amor usar dolci e leggiadre ". Certamente non senza intenzione, Dante tira in ballo Bonagiunta, poiché proprio lui, in un celebre sonetto al Guinizelli (cf. Rimatori siculo-toscani del Dugento, $\mathbf{1}^{\text {a }}$ seri