"il padre / mio e de li altri miei miglior che mai/rime d'amor usar dolci e leggiadre ". Certamente non senza intenzione, Dante tira in ballo Bonagiunta, poiché proprio lui, in un celebre sonetto al Guinizelli (cf. Rimatori siculo-toscani del Dugento, $\mathbf{1}^{\text {a }}$ serie, a cura di G. Zaccagni - A. Parducci, Bari 1913, p. 79),
## Page 808

Sfrn. Nuovo - Due canzoni di G. Guinizelli; Donna l'amor m'afforza e "Al cor gentil repaire sempre amore». Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 3793, f. $3 \mathrm{I}^{\mathrm{V}}$ (sec. xiv).
gli rimprovera d'aver "mutata la mainera / de li piacenti ditti de l'amore, / de la forma, de l'esser, là dov'era, / per avanzare ogn'altro trovatore ". Il che significa che il bolognese aveva approfondito, più di quel che non avessero fatto i trovatori precedenti, la natura della passione amorosa e il soggetto in cui essa risiede, come più tardi cercherà di fare anche Guido Cavalcanti nella famosa e oscura canzone Donna me prega. Nel far ciò il Guinizelli cominciava a far uso di sottili concetti filosofici, tratti dalla psicologia aristotelica, e di un linguaggio insolito per i rimatori precedenti. Per questo l'Orbicciani l'accusava d'oscurità e di troppa "sottiglianza", non che di voler "traier canzon per forza di scrittura". Il bolognese rispose al rimatore di Lucca: "Volan per l'aire augelli di stran guise / ed han diversi loro operamenti, / né tutti èn d'un volar né d'uno ardire. / Deo e natura e il mondo in gradi mise / e fe' dispari senni e intendimenti ". Al luechese insomma pareva che una sola fosse "la mainera" del poetare; il Guinizelli invece riteneva che ci fossero tante "mainere" quanti sono i "senni e intendimenti" degli uomini che Dio ha fatto disuguali. E quanto alla "sottiglianza" "all'iscura parlatura" e al "traier canzon per forza di scrittura", egli ricorda che, tra gli uccelli, non ci sono soltanto i passerotti e i fringuelli, gli usignoli e le allodole, ma anche i falchi e le aquile: "né tutti èn d'un volar né d'uno ardire ". Ogni poeta "de' guardar su" stato e sua natura ", poiché ogni poeta ha il suo mondo poetico, conforme ai suoi spirituali interessi, alla sua educazione e alla sua cultura.
La "mainera" che Bonagiunta rimprovera al rimatore bolognese d'aver mutata, è quella del Notaro e di Guittone. L'uniforme e tedioso ripetersi di certi motivi obbligati ("amore è disio che ven dal core....", la crudeltà della donna amata, la speranza della "merzede " o "guiderdone ", e via di seguito) costituiva la "mainera" poetica dei rimatori cari al cuore del ghiotto luechese. E ad esprimere questi triti concetti, un linguaggio rozzo e faticoso, irto di arcaismi e di modi dialettali che urtavano l'orecchio della generazione educata alle levigate forme del parlare fiorentino e all'armonia del verso dell's altro Guido "e di Dante. Che fra i rimatori della vecchia "mai-
nera " fossero veri poeti, e che alcune delle loro rime abbiano ancora la freschezza d'una limpida sorgente di acqua viva, dimostra soltanto che la poctica è cosa diversa dalla poesia. Ciò per altro non impedisce che, a fianco della poesia, sorgano di tempo in tempo poetiche o "mainere" di poetare, da quella dei siciliani al petrarchismo, al marinismo, al romanticismo, all'ermetismo. Lo s. n. è reazione, in nome della poesia, contro una di soffatte mode o " mainere " poetiche; senza la qual reazione Dante probabilmente si sarebbe fermato a Guittone. E Dante appunto, rispondendo a Bonagiunta, afferma che la novità delle sue rime, a cominciare dalla prima grande canzone della Vita Nuovo: "Donne ch'avete...", consiste nell'aver egli dato espressione ai sentimenti dell'animo ispirato, senza troppo curarsi della "mainera" del Notaro da Lentini o di Guittone; ché la vera arte del dittare non trae alimento dall'imitazione di modelli, per quanto eccellenti, ma dall'interiore ispirazione, non soffocata dalla tecnica: "I' mi son un che, quando / Amor mi spira, noto, e a quel modo/ ch'e' ditta dentro vo significando " (Purg., XXIV, 52-54). A tiduno questa norma del dittare è così poco nuova, che l'ha trovata sin troppo ovvia, tale ad ogni modo che vale a distinguere la vera poesia di tutti i tempi da quello che poesia non è. Ma se questo è vero, non è men vero che troppo spesso questa semplice norma è stata dimenticata prima e dopo Dante, e conveniva richiamarla in mente. E l'Orbiccioni ne riconosce l'opportunità per sé come per il Notaro e per Guittone: "Io veggio ben come le vostre penne / Di retro al dittator sen vanno strette, / Che delle nostre certo non avvenne. / E qual più oltre a riguardar si mette, / Non vede più dall'uno all'altro stilo " (ibid., 58-61). "Più oltre a riguardar "si son messi parecchi critici moderni, che han finito per non vedere più il nodo che ferma la differenza sostanziale "dall'uno all'altro stilo"; e l'han cercata nel contenuto della poesia stilnovistica: ora in un certo misticismo più o meno filosofico, più o meno arabizzante, o platonico, o francescano, o cistercense, ed ora in certo qual "razionalismo sensistico (sic) ed avverristico", di cui si sarebbero scoperte tracce perfino nella Vita Nuovo, anzi più in questa che nel Comivio! E certamente il mondo poetico dei due Guidi, e più ancora quello di Dante, è assai più ricco e complesso che non quello dei siciliani, del luechese e dell'aretino, sebbene nella poesia di Guittone s'avvertano già motivi riecheggiati nelle rime filosofiche dell'Aighieri. Ma questa maggiore complessità e ricchezza di contenuto non avrebbe potuto affluire nelle forme della poesia stilnovistica, se non si fosse "mutata la mainera" e non si fosse affermata la libertà del poetare che si alimenta di quel che amore "ditta dentro" e di tutto quel che commuove l'animo, dalla bellezza femminea all'orrore della tempesta, dal trillo dell'allodola alla più raccolta meditazione filosofica.
Inteso così, lo s. n. non fu certamente una scuola, almeno nel Guinizelli, nel Cavalcanti e in Dante, poiché ognuno dei tre ebbe il suo mondo poetico e il suo modo particolare di esprimerlo. E se scuola esso accenna a diventare in alcuni dei minori, ciò si deve alla suggestione esercitata da questi tre grandi e dal formarsi di abitudini o "mainere", com'era avvenuto nella poesia siciliana e com'era fatale accadesse anche per lo s. n., finché il Petrarca non infonderà in esso "il pianto del suo cuore", senza per altro impedire che a sua volta una nuova "mainera " prendesse per oltre due secoli il nome da lui. Il poeta stilnovista, quando amore spira, nota; e nell'osservare attentamente i moti del proprio animo, s'accosta alla sorgente inesauribile di ogni vera poesia. Notandoli, dà forma ai propri sentimenti, ai propri pensieri e vien costruendo il suo mondo poetico, veramente suo, perché rispecchia le aspirazioni, gli spirituali interessi, i problemi del suo
## Page 809
creatore: mondo d'aspirazioni morali nel Guinizelli che ha scoperto l'identità dell'amore con la nobiltà e il valore, e che ad esprimere questa identità chiama a raccolta la cultura racimolata nelle scuole di filosofia; mondo fremente di passione in Guido Cavalcanti, ma velato di malinconia, nella certezza che la seduzione amorosa, destinata a avanire, svia spesso la mente dal bene perfetto ed è cagione di morte; mondo di violenti contrasti in Dante e di sovrumane armonie. Dante comincia stilnovista per la suggestione che su lui esercitarono l'uno e l'altro Guido; ma ben presto introduce nella maniera di questi un motivo nuovo: la morte della donna amata. Indi l'amore per il virgineo fantasma di Beatrice si sviluppa in amore per la filosofia, cantata dapprima in canzoni allegoriche che consentono ancora l'uso delle "dolci cime d'amor" adattate alla "bellissima e onestissima figlia de lo imperadore de lo universo" (Conc., II, XV, 12). Questa seconda serie di cime amorose in lode della filosofia formano quello che taluno ha chiamato anche un secondo dolce s. n. Ma improvvisamente Dante interrompe questi canti allegorici e, padrene ormai del volgare, prende a trattare argomenti filosofico-morali con "rima aspra e sottile"; aspra, perché spoglia d'ogni abbellimento retorico; sottile, perché tutta pervasa della subtilitas propria dell'arte del laicare nel definire e distinguere. All'arte del dittare dei bolognesi si viene sostituendo nel suo animo una più complessa poetica, quella dello stile regolato della canzone, di cui vuol esser giustificazione il De vulgari eloquentia. Ma anche questa nuova poetica si rivela insufficiente, quando dal fervore della sua onnipotente immaginativa nasce l'idea del "poema sacro", nel quale l'umanesimo virgiliano si fonde con lo spirito profetico e apocalittico della Bibbia.
Stiu.: L. Azzolina, Il dolce s. n. n. Palermo 1903; K. Vossler, Die philus, Grundlage zum "süssen neuen Stil", Heidelberg 1904; V. Rossi, Il dolce s. n. n. in Le op. min. di Dante, Firenze 1906; E. G. Parodi, Il dolce s. n. n. in Poesia e storia nella Divina Commedia, Napoli 1021; N. Sapegno, Dolce s. n., in La cultura, 9 (1930), pp. 331-41; id., Il Trecento, Milano 1934, pp. 11-64; G. Bertoni, Il Doccovio, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Milano 1932; F. Figurelli, Il d. s. n., Napoli 1933; S. Battaglia, S. novo, in Enc. Ital., XXXII, pp. 736-38 (con bibli.): B. Pardi, Dante e la cult. mediev., Bari 1942, $2^{\mathrm{a}}$ ed. rived. e accresc. 1949; id., Sviluppo dell'arte e del pens. di Dante, in Bibl. d'Annunziome et Renaiss. Mélanges A. Benaudet, XIV, Ginevra 1952, pp. 29-47; C. Cordic, Dolce s. n., Milano 1942; R. Montano, Dante e il rinascimento, Napoli 1942, p. 87 sgg.; A. Schiaffini, Tradiz. e poesia nella prosa d'arte ital., ecc., $2^{a}$ ed., Roma 1943; p. 83 sgg.; F. Flora, St. della letter. ital., I, Milano 1946, pp. 66-70.
Bruno Nardi
## STILO: V. STRUMENTI SCRITTORI.
STILUS et PRAXIS CURIAE. - Sono due istituti giuridici canonici, che ben poco differiscono tra loro ed hanno rilevanza nel CIC come norma in caso di lacuna della legge.
Il primo (stilus) dal punto di vista formale si riferisce alle forme e alle solennità che sono osservate in modo uniforme nell'espletamento degli atti ecclesiastici dalla pubblica autorità ecclesiastica. Se si riferisce alle norme usate nelle congregazioni, tribunali e uffici della S. Sede, si parla di Stilus Curiae Romanae. Dal punto di vista materiale si riferisce ai principi costantemente osservati nei compimento di determinati atti o decisioni, prevalentemente giudiziali. Il secondo, cioè la praxis, in senso stretto coincide con lo stilus preso in senso materiale; in senso lato equivale a stilus. I due termini sono presi a volte in senso ancor più stretto ed allora stilus indica le formalità solite ad usarsi nelle concessioni di grazia; usus forensis formalis, indica le stesse formalità osservate in materia contenziosa; praxis designa poi lo stilus in senso materiale; ossia le decisioni in materia graziosa e contenziosa. In materia contenziosa le cose decise in maniera uniforme si chiamano anche usus forensis preso in senso materiale, oppure auctoritas rerum perpetuo similiter iudicatorum.
Si distinguono, come si è detto, uno stilus e una praxis di Curia in genere, e uno stilus e una praxis propri delle congregazioni, dei tribunali e degli uffici della S. Sede (S. et p. C. Romanae). Come norma generale stilus habet vim legis: ciò si riferisce allo stilus in senso formale.
Quantunque il CIC non parli dello stilus e della praxis
delle curie diocesane locali, l'uno e l'altra possono essere invocati non per supplire a un difetto di una legge universale, ma solamente per colmare le lacune di una legge particolare diocesana. E ciò per analogia. Il CIC, infatti, tratta dello stilus e della praxis della Curia romana laddove parla dello ius suppletorium (can. 20). Dato che la legge, per quanto redatta in forma generale e astratta, non può prevedere e disciplinare tutti i casi concreti della vita sociale, si pongono l'opportunità e la necessità di pre disporre norme particolari che indichino i mezzi con i quali si possa far fronte alle manchevolezze e deficienze delle norme scritte (cosiddetto problema delle lacune della legge che riceve soluzioni particolari che variano da ordinamento giuridico a ordinamento giuridico). E dato che anche per l'ordinamento giuridico canonico sussiste tale grave problema (v. interpretazione), il legislatore ecclesiastico ha tra le altre fonti sussidiarie indicato nel can. 20 espressamente anche lo stilus e la praxis della Curia Romana. Questi possono produrre effetti giuridici solo concorrendo alcune condizioni e cioè: 1) mancanza di disposizioni della legge per il caso concreto, cosicché l'applicazione delle norme sussidiarie si renda indispensabile; 2) che tale applicazione sia lecita. E infatti espressamente escluso il ricorso alle fonti sussidiarie in materia penale (visi agatur de pennis applicandis), riguardo ai diritti singolari, ai privilegi e in genere, nei casi per i quali non sia ammessa l'interpretazione estensiva (cann. 19, 983, 2219 § 3).
Lo stilus e la praxis della Curia romana non si basano su alcuna norma giuridica, ma si applicano solo quando si rileva insufficiente il ricorso all'analogia sia iuris sia facti. Si suole distinguere fra stilus iuris et stilus facti. Il primo è il vero diritto suppletorio. Le sentenze giudiziarie, infatti, e gli atti amministrativi (decreti, decisioni), quantunque non possano produrre diritto nuovo generale, possono essere presi in considerazione allorché da essi possano essere desunte norme con le quali risolvere essi particolari, in mancanza del disposto della legge, e divenire quindi vincolanti. Da ciò deriva l'uso forense e la auctoritas rerum similiter iudicatorum, specialmente della Segnatura Apostolica e della S. R. Rota. Il secondo, invece, non è vero diritto sussidiario in quanto pone norme obbligatorie e vincolanti solo per gli ufficiali della Curia nella esecuzione degli atti del loro ufficio. Ciò avviene anche nel caso di esercizio di potestà delegata, per quanto riguarda la validità degli atti.
È questione di particolare importanza e discussa in dottrina se lo stilus possa essere produttivo di norme consuetudinarie. In autori meno recenti si trova affermato che le sentenze giudiziali per sé sole possono dar luogo a una consuetudine. Ma secondo una migliore dottrina il giudice, in quanto ha potestà limitata ad affermare quale sia il diritto fra le parti, con le sue sentenze, per quanto volte egli le ripeta, non può costituire legge, propriamente detta. E, pertanto, la prassi della Curia e dei tribunali acquistano forza di diritto consuetudinario solo quando dalle circostanze appare che il popolo, al quale riguarda la cosa giudicata, si conformi ad essa osservandola come norma legale per un certo tempo, formando così, con il concorso delle altre condizioni, la consuetudine. Allora solo può dirsi che quelle sentenze producono leggi propriamente dette, non per forza propria, ma in virtù della radicata consuetudine del popolo, dei quale gli stessi giudici sono parte (v. giurisprudenza).
Stib.: G. Bauduin, De consuetudine in iure canonica, Lovanio 1888, pp. 49-51; F. G. Michiels, Vormae gener. iur. can., III, Lublino 1929, passim; A. Van Hove, De legibus ecclesiast., Malines-Roma 1930, p. 332 sgg.; id., De rescriptis, ivi 1936, pp. 20-21, 92-94, 142-46; H. J. Cicognani, Comment. ad lib. I CIC, I-II, Roma 1942, passim; C. Sieff, Opera del giudice in caso di lacune, Trieste 1950, p. 37 sgg.
Francesco Ercolani
STIMMATE (STIGMATE). - Dal greco-eriүua con significato di "marchio, segno", nell'agiografia e mistica cristiana, sono segni delle piaghe di Gesù impressi nel corpo di un servo di Dio.
1. Nozioni. - $\Sigma \tau i \gamma \mu \alpha \tau \alpha$ erano i marchi soliti ad imprimersi con il ferro rovente, presso i Greci e i Romani,
## Page 810
sugli schiavi fuggitivi, ed in Oriente su tutti gli schiavi, qualche volta sui soldati (e in tutti i paesi sul bestiame), per indicare il loro padrone o capo. Nel Nuovo Testamento il termine ricorre solo in Gal. 6, 17 (stignata Domini Iesu in corpore meo porto) : s. Paolo, con evidente riferimento all'uso orientale, chiama "s. di Gesù "le tracce sul suo corpo dei patimenti subiti per il nome di Gesù, nel senso che queste lo assomigliano al suo Maestro concluso e lo fanno riconoscere per suo vero schiavo e soldato.
Le s. sono per lo più esterne e visibili (qualche volta sono invisibili, ma il loro effetto doloroso non è meno sensibile : il più celebre caso fra queste è quello di s. Caterina da Siena, riferito dal b. Raimondo da Capua [cf. Benedetto XIV, De Servorum Dei beatificatione, lib. V, parte $2^{a}$, cap. 8, nn. 4-8]). Il fenomeno si verifica per lo più nelle mani e nel costato; ma possono essere interessate anche le altre parti del corpo (p. es., la fronte sull'esempio della coronazione di spine, gli omeri per l'analogia del carico della Croce, il dorso per riflesso della flagellazione di Gesù, ecc.). La stigmatizzazione visibile è ordinariamente accompagnata da versamento di sangue alla superficie o nella regione subcutanea, da ferite sanguinolenti, e, quando è profonda, da lacerazione dei tessuti. Nel caso di semplici erosioni superficiali, o di altri dubbi segni, probabilmente non trattasi di s. Il fenomeno può essere permanente e continuo, o intermittente, limitato cioè a determinati periodi. Le piaghe ed il sanguinamento possono essere costanti riguardo alla forma e alla parte anatomica, o variare di forma, intensità ed estensione, e spostarsi da una parte all'altra del corpo. La stigmatizzazione può essere accompagnata da fenomeni preternaturali o semplicemente misteriosi, che però sono accessori e indipendenti (p. es., estasi, chiaroveggenza, dono delle lingue, penetrazione dei cuori, scomparsa totale o parziale dell'appetenza o del sonno, ecc.). Qualora alla stigmatizzazione, vera o apparente, si aggiungano fenomeni di natura psicopatica, come non di rado avviene specialmente in soggetti femminili, tocca allo psichiatra preventivamente giudicarne.
II. Le s. di s. Francesco. - Nella storia sono ricordati ca. 330-350 casi di persone stigmatizzate (una ottantina già elevate agli onori degli altari), tra cui solo una cinquantina di sesso maschile (cf. A. Imbert-Gourbeyre, $L a$ stigmatisation, Clermont-Ferrand 1894, dove sono elencati 321 casi). La cifra secondo alcuni sarebbe suscettibile di aumento, secondo altri invece è esagerata (cf. P. Debongnie, in Etudes carmél., 20 [1936, II], pp. 22-59), essendovi non pochi casi dubbi o di scarsa attendibilità. Il primo e il più importante caso di stigmatizzazione è quello di s. Francesco d'Assisi, avvenuto sulla Verna nel 1224, due anni prima della sua morte. Il fatto delle s. di s. Francesco è concordemente narrato e descritto nei minuti particolari dai primi e più autorevoli biografi : Tommaso da Celano (testo oculare, cf. De miraculis, II, 5), Giuliano da Spira (ca. 1232; cf. Anal. Francisc., t. X, I, pp. 363 sgg .: e vi accenna anche nell'Ufficio rimato, capp. 12-30, cf. 385), s. Bonaventura. La notizia fu pubblicata subito dopo la morte del Santo dal suo vicario e successore frate Elia nella Lettera enciclica ai frati: documento Eliano (Anal. Francisc., t. X, 1, pp. 525-28). Nella cosiddetta pergamena d'Assisi figurano i nomi di 16 testimoni oculari che videro le s. sul corpo di s. Francesco dopo la morte (cf. Misc. Francesc., 15 [1913], p. 131 sgg.). Vi accenna anche frate Leone, che accompagnò il Santo sulla Verna, nella pergamena della benedizione autografa di s. Francesco che si conserva nel S. Convento (Tommaso d'Eccleston fa sapere che questo discepolo amava raccontare ai frati le circostanze che accompagnarono l'avvenimento, cf. Anal. Francisc., I (1885), p. 245). Si aggiungano le testimonianze autorevoli di Gregorio IX, amico del Santo ( 5 apr. 1257, cf. G. G. Sbaralea, in Bull. Franc., I, Roma 1739, pp. 214 e 211), e di Alessandro IV (29 ott. 1255; ibid., II, ivi 1762, p. 86), il quale si appella ai testi oculari, tra i quali, come informa s. Bonaventura, era lo stesso Pontefice da cardinale (Legenda Maior, cap. 13, 8).
Secondo queste testimonianze, un mattino intorno alla festa dell'Esaltazione della Croce, nell'eremo della Verna il Santo, assorto in preghiera nella contemplazione
della Passione di Gesù, vide scendere un Serafino con sei ali, tra le quali appariva l'effigie di un uomo avente le mani e i piedi confitti a forma di croce; scomparsa la visione, si manifestarono nelle sue mani e nei suoi piedi i segni dei chiodi come nell'immagine del Serafino, e nel lato destro del costato una larga ferita, dalla quale spesso usciva sangue, che inzuppava le vesti. Nelle mani e nei piedi si vedevano prominenze carnee nere e rotonde a forma di chiodi, quasi ritorti e ribattuti, nella parte interna delle mani e sulla parte superiore dei piedi, mentre le loro punte uscivano dalle parti opposte (Celano, Vita I, parte $2^{\text {a }}$, cap. 3, n. 95 e cap. 9, n. 112; De miraculis, cap. 2, nn. 4-5; s. Bonaventura, Legenda maior, XIII, 3; XV, 2). I segni delle s., sebbene gelosamente celati dal Santo, furono visti, lui vivente, da un buon numero di frati e da altre persone degne di fede, compresi alcuni cardinali, e alla sua morte da una cinquantina di religiosi, da s. Chiara con le sue consorelle e da molti laici (Celano, De miraculis, II, 5).
La verità del fatto non può essere perciò messa in dubbio, e nemmeno il suo carattere prodigioso; la stessa vanità degli sforzi per darne una spiegazione puramente naturale ne è la controprova. Per le circostanze specialissime che lo accompagnarono, fra le quali l'impossessa dei segni, con profonda lacerazione dei tessuti, e la loro inalterata continuità per più di due anni (larga trafittura del costato con frequente emissione di sangue, mani e piedi traforati da trafiggenti chiodi di carne formati da tendini e nervi attorcigliati insieme); esso è un fatto unico nell'agisgrafia.
La Chiesa si è ripetutamente pronunziata per la verità ed il carattere soprannaturale delle s. di s. Francesco, come si deduce dalle testimonianze dei papi da Gregorio IX e Innocenzo IV a Pio XI (cf. AAS, 16 [1924], pp. 362-65) e dalla festa che se ne celebra il 17 sett. nella Chiesa universale: l'Ordine Francescano la celebrò fin dalla prima metà del sec. xiv per indulto di Benedetto XII (1334-42) o già di Benedetto XI (1303-1304); Paolo V nel 1615, per istanza di s. Roberto Bellarmino, estese la concessione a tutta la Chiesa: la festa fu poi resa obbligatoria da Clemente IX ed elevata a rito doppio da Clemente XIV.
L'iconografia delle s. di s. Francesco occupa un posto importante nella storia dell'arte: la prima rappresentazione con data certa è la tavola di B. Berlingheri in S. Francesco di Pescia del 1235, che servì di esempio ai pittori per tutto il '200. Ma la vera fioritura artistica sul soggetto incominciò nel '300, sia per la crescente popolarità del prodigio, sia per l'influsso della perfetta rappresentazione giottesca negli affreschi della basilica di Assisi.
Nella liturgia dell'Ordine Domenicano è commemorata al $1^{\circ}$ apr., per concessione di Benedetto XIII (1727), la stigmatizzazione di s. Caterina da Siena (sulla cui realtà storica si fecero, massime nel sec. xv, molte animate discussioni), come nell'Ordine Carmelitano si fa analoga festa della trasverberazione di s. Teresa. Per alcuni altri santi e beati stigmatizzati (p. es., s. Caterina de' Ricci e b. Lucia da Narni O.P.) se ne fa un cenno semplice nelle lezioni storiche approvate per i rispettivi istituti o diocesi. Ma nella maggior parte dei casi la Chiesa non si è pronunziata, anzi, come nel caso di s. Gemma Galgani, ha detto espressamente di non esprimere alcun giudizio circa la sua stigmatizzazione che sarebbe avvenuta nel 1899 (cf. AAS, 24 [1932], p. 37). In genere si riconosce che le s. sono un fenomeno assai complesso e perciò vanno diligentemente esaminate caso per caso; non è sempre facile stabilire se debbano attribuirsi a intervento soprannaturale. - Vedi tav. XCII.
Bim.,: per le s. di s. Francesco, oltre le biografie, v. Jean de Cognin, Etude crit. sur les stigmates de st François, in Etudes Francisc., 2 (1809), pp. 327-32, 317-22; René de Nanton, Les Stigm. de st François et la crit. moderne, ibid., 16 (1906), pp. 341-662; K. Hampe, Die Wundmale des hl. Franz von A., in Hist. Zeitschr., 96 (Monsico-Berlino 1906), pp. 385-402; L. Le Monnier, Le s. di s. Francesco, in Misc. Franc., 11 (1909), pp. 3-10; R. Sderci, Le s. di s. Francesco, in Studi stor.: l'Apartidato di s. Francesco e dei Francesc., I, Quarocchi 1909, pp. 123-99; J. Merkt, Die Wundmale des h. Franziskus von A., Lipsia-Berlino 1910; M. Bihl, De stigmatibus s. Franc.Ass., in
## Page 811

(fot. Biblioteca Vaticana)

(fot. Alluari)
In alto: LAPIDAZIONE DI S. STEFANO. Saulo incita gli esecutori. In fondo, a sinistra, le mura di Gerusalemme. Miniatura del Menologio di Basilio II (976-1025) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. greco 1613, f. 275. A destra: I FUNERALI DI S. STEFANO. Affresco di F. Lippi (1456-66) nel coro della Cattedrale - Prato.
## Page 812

(1st. Anticrion)

## Page 813
Arch. Franc. hist., 3 (1910), pp. 393-432 (a confutazione delle conclusioni di J. Merkt); S. Mencherini, Cod. diplom. della Verna e delle sacre s. di s. Franc., Firenze 1924; V. Facchinetti, Le s. di s. Franc. d'A., Milano 1924 (con 75 illustraz. orrisi, delle s.; M. Faluci Pulignani, Le più antiche testimoni sulla verita delle s. di s. Franc., in S. Franc. d'At., 4 (1924), pp. 192-96; A. Gemelli, Le affermaz. della scienza intorno alle s. di s. Franc., in Studi francese., scavvi serie, 10 (1924), pp. 368-404; W. Lampen, La liturgia delle sacre s., ibid., pp. 323 343; P. Ricci, Scenogr. delle s. di s. Franc. nel sec. XIII, ibid., pp. 289-322; J. Felder, Trois témoignages inconnus sur les Stigmates de st François, in Etud. Francisc., 34 (1924), pp. 121-25.
Gaetano Stano
III. Studio medico. - Tra i fenomeni prodigiosi che hanno per oggetto il sangue (lacrime di sangue, ematidrosi, cruentazione su cadaveri e su oggetti, persistente fluidità del sangue, ecc.) il più importante è la stimmatizzazione.
Le s. esteriori o visibili sono vere lesioni dei tessuti molli, non prodotte da agenti esterni o da malattie, che si manifestano in modo imprevedibile in determinate zone fisse, all'improvviso e che sono precedute o accompagnate da vivissimi dolori fisici o morali. Talvolta il dolore appare invece quando incomprensibilmente scompare is s. Sono ulcere sui generis, circoscritte, di vario aspetto, forma e dimensione: rotondeggiante, ovali; superficiali, profonde, perforanti; il diametro in queste ultime può essere uguale tanto sul dorso quanto nella palma delle mani o nella pianta dei piedi, oppure, e quasi sempre, da una parte è di più centimetri, mentre dall'altro lato è puntiforme. Dalle s. fuoriesce semplice gemizio di sangue o vera emorragia; il sangue è rosso, rutilante, commiato a sierosità; l'emorragia, per restau, può essere continua, intermittente, periodica, specie in alcune ricorrenze religiose e specie durante la Settimana di Passione.
Le s. non devono essere considerate come ferite o come piaghe, in quanto queste entità tendono alla cicatrizzazione in virtù dei normali poteri riparatori del tessuto colpito, ma sono ulcere speciali, senza quindi tendenza alla guarigione. Tutte le medicazioni e le cure più adatte non riescono a cicatrizzarle; non subiscono processi di infezione né di decomposizione, non cadono in necrosi, non emanano cattivo odore; permangono stazionarie e inalterate per anni e anni contro ogni legge di natura. Sono coperte da croste rosso bruno, date dalla coagulazione del sangue.
Le s. non sono la riproduzione esatta, specie per ciò che riguarda la sede, delle piaghe di Gesù, che oggi si conosce con certezza assoluta dagli studi della S. Sindone (s.); infatti in alcuni stimmatizzati si vede nel dorso della mano un foro maggiore, mentre nella palma si scorge appena una lesione puntiforme. Inoltre non si manifestano (e questo rilievo è importante per controbattere la teoria di coloro che le ritengono determinate dalla suggestione) nella sede delle piaghe del Crocifisso dinanzi al quale l'individuo prega; infatti fino al sec. xvir i Crocifissi avevano la piaga del costato a destra mentre le s. si producevano a sinistra.
In questi fenomeni la Chiesa è giustamente molto severa e, solo dopo rigorosi studi e controlli di medici e teologi, si è pronunciata per un numero assai limitato di casi che presentavano tutte le sei caratteristiche delle s., cioè : istantaneità di apparizione, importante modifica dei tessuti, persistenza e inalterabilità malgrado tutte le terapie, emorragie, assenza di fatti suppurativi e cicatrizzazione istantanea e perfetta. Occorre inoltre ricordare che le vere s. si manifestano in soggetti sani che praticano le più eroiche virtù e che di solito hanno doni speciali, come l'estasi, la levitazione, la premonizione, ecc.
Molteplici sono le teorie ammesse da diverse scuole che tentano togliere il carattere soprannaturale alle s . cercando darne una spiegazione scientifica, portando in causa l'isterismo, la suggestione, i fenomeni psicopatici, metapsichici, ecc. Ma nessuna di queste ipotesi regge ad una critica obiettiva, rigorosamente scientifica. Charcot sosteneva che negli isterici la suggestione può provocare fenomeni vasomatori abbastanza importanti fino a giungere all'edema; i neuropsichiatri della scuola della Sal-
pétrière parlavano perfino di fatti emorragici. Tutto ciò era più facile, dicevano, a presentarsi e diveniva più appariscente durante l'ipnosi o nello stato di sonno sotto l'influenza del pensiero onirico. Il dott. Abadir riporta il caso del dott. Osty, già direttore dell'Istituto di Metapsichica di Parigi, il quale sarebbe riuscito a far apparire segni grafici e perfino lettere rilevate di color rosso su un braccio di un soggetto che egli stesso aveva suggestionato. Platonoff diceva di aver ottenuto in un suggestionato, per un complesso di riflessi condizionati, ecchimosi e perfino vescicole simili a quelle che si hanno nelle ustioni. Ancora altri autori hanno pensato che le s. potessero essere spiegate naturalmente con l'autosuggestione, come prodotto cioè della forte impressione suscitata dal pensare e dalla viva raffigurazione delle piaghe in genere o dalla paura stessa di un trauma. Ma anche ciò non risponde al vero; come l'esperienza delle guerre insegna, non si sono mai vedute tali lesioni in soldati che erano stati scossi fortemente dalla visione diretta di ferite nei loro commilitoni; né in soldati che, gettati a terra per lo spostamento d'aria per scoppio di proietto, ritenevano di esser stati colpiti; né in combattenti che, toccati da una pallottola «morta» che li aveva appena sfiorati, senza neppur aver il coraggio di guardare la parte supposta lesa, si gettavano a terra ritenendosi gravemente feriti; né si è mai visto, neppure, il ritardo della cicatrizzazione in feriti che per paura di esser subito rinviati al fronte desideravano non guarire (quando naturalmente tale ritardo non fosse da loro stessi mantenuto).
Nel rigo Babinski e successivamente Virchow, pur ammettendo la possibilità di qualche suffusione emorragica dovuta a suggestione, si opposero con seri argomenti a questa teoria e controbatterono la letteratura in proposito, che in verità ha più valore storico che scientifico, tanto i fatti sono incerti, mal studiati, spesso inverosimili; infatti tutti gli autori che hanno voluto controllare i vari fenomeni su esperienze basate sulla concentrazione del pensiero e sulla suggestione non hanno potuto dimostrare altro che modificazioni riguardanti solo lo stato funzionale e non hanno mai constatato una vera lesione dei tessuti. Qualche autore ha scritto che le s. dipendono dalla nevrosi mistica, in quanto questi malati considerano come realtà ciò che è il risultato invece delle allucinazioni del loro cervello malato, attribuendo a fenomeni soprannaturali fatti che sono puramente patologici. Le differenze che intercorrono tra le vere s. e queste manifestazioni banali e soggettive sono troppo evidenti. Altri autori hanno tentato di sostenere che le s. possono dipendere dal vivo desiderio del martirio, dalla bramosia di voler soffrire come il Redentore; ma se così fosse si dovrebbero avere numerose descrizioni di tali fenomeni fra i neofiti del cristianesimo e fra i fanatici flagellanti del medioevo, cosa che invece manca assolutamente. Infine altri autori tentavano di trovare una relazione patogenetica e una certa somiglianza tra le s. e alcune manifestazioni che talvolta si possono osservare in particolari malattie. Nella tale dorsale, durante le crisi dei dolori folgoranti, si può constatare, se pur molto di rado, la formazione di piccole emorragie cutanee, di piccole eruzioni petecchiali localizzate agli arti dove è la sede delle sensazioni fortemente dolorose; nell'herpes zoster (s fuoco di s. Antonio s) appaiono, dopo forti dolori esivralgici, gruppi di vescichette rosso scure che si formano lungo il decorso di un tronco nervoso; nella cancrena nevropatica disseminata si ha la brusca comparsa di placche cancrenose in diverse parti del corpo. Sperimentalmente, poi, Tinel ha ottenuto, provocando una eccitazione violenta e prolungata su un nervo sensitivo, una cospicua vasodilatazione (più evidente nelle mucose del distretto, rara e appena accennata sulla cute), che poteva anche esser sede di piccole emorragie.
Tutte queste manifestazioni, che in verità nulla hanno da vedere con le vere s., sono ormai spiegate dalla fisiopatologia: questa reazione vasodilatatrice non è conseguenza di un semplice riflesso (infatti si può averla anche senza l'intervento dei centri nervosi, eccitando semplicemente il segmento periferico di un nervo sensitivo, sezionato sopra il punto eccitato), ma è data da quel feno-
## Page 814
meno che si chiama: "conduzione vasodilatatrice antidroma delle fibre sensitive" (Bayliss) ed è provocata dalla istamina che dal dolore viene messa in libertà a livello delle terminazioni sensitive.
E a tutti noto che stati fortemente passionali possono, per varie ragioni e in soggetti con alterazioni vasali o con discrasie sanguigne, produrre epistassi, venottisi, emorragie cerebrali, ecc. Si conosce anche la patogenesi delle mestruazioni vicarianti, si sa infine come certi sudori di color rosso siano dovuti a microbi cromogeni o a processi chimici. Tutto ciò però è ben lungi da quello che si è detto circa le s. Il prof. Wunderle termina infatti un suo studio molto accurato concludendo che si può, a rigore, ammettere che in talune forme morbose, in alcuni psicopatici, e anche nei laboratori di psicofisiologia appaiono vescichette, arrossamenti, turbe vasomotorie, piccole emorragie, ecc., tuttavia mai e in nessun caso si sono potute realizzare lesioni che possono essere simili alle vere s. Ancora, se le s. dipendessero da forze naturali esse sarebbero apparse in ogni tempo, e se ne dovrebbe trovare la descrizione (fenomeni cosi appariscenti e meravigliosi non possono sfuggire all'osservazione) nella letteratura medica, mentre fino al sec. xII non si è mai parlato di s.; inoltre, anche ai nostri giorni, date certe circostanze, si dovrebbero osservare costantemente, ciò che, in verità, non è.
Le s.s. invisibili " consistono in trafitture e dolori localizzati là dove di solito apparirebbero le manifestazioni visibili; esse possono precedere o seguire le manifestazioni esterne; talvolta si rendono visibili solo dopo la morte. Le "false s." alimentano una vasta letteratura in proposito; particolarmente tra gli isterici si trovano moltissimi pseudo-stimmatizzati. Qui occorre grande prudenza e accortezza, perché ogni isterico è portato alla simulazione, alla soperchieria, alla bugia, alla frode, alla messa in scena ed è abilissimo in questi atteggiamenti; esistono molti casi documentati in cui questi nevropatici con pezzi di vetro, con le unghie, con chiodi si producevano piaghe, che presentavano, però, caratteristiche ben differenti dalle vere s. Inoltre sono stati descritti soggetti che presentavano ecchimosi senza che alcun trauma le avesse provocate; sono queste le cosiddette macchie psicopatiche, che però, oltre le altre divergenze con le s., sono disseminate su tutta la superficie del corpo; solo in qualche raro caso (vedi soggetto di Du Prel e di Brown-Sequard) assumono disposizione simbolica.
In conclusione, si ha ragione di ritenere che le s. quali manifestazioni naturali non sono mai state né osservate né sperimentalmente ottenute; al contrario, quelle che appaiono nei mistici, nella pienezza dei loro caratteri distintivi, si presentano, per le loro note estrinseche e intrinseche, al di fuori di tutte le leggi che regolano la fisiopatologia e vanno quindi considerate come fenomeni di ordine preternaturale. - Vedi tav. XCII.
Bibl.: A. Imbert Goubryre, La stigmatisation, l'estase divine et les miracles de Lourdes, 2 voll., Clermont-Ferrand 18041805, 2* ed., Ivi 1908; H. Thurston, Stigmatisation, in The Month, 134 (1919), v. indice; 152 (1927), p. 315 sgg.; L. Guarnieri, Alter Christus, Roma 1929; A. Abadir, Sur quelques stigmatisées anciennes et modernes. Etude historique et critique, Parigi 1932; G. Testa, Tra i misteri della scienza e della Fede, Roma 1933; autori vari, Douleur et stigmatisation, in Etudes carmélitaines, 21 (1936, II); J. Lhermitte, Marie-T. Noblet, considérée du point du vue neurologique, ibid., 23 (1938, II), pp. 201-209; G. Tinel, Tentativo di interpretazione fisiologica delle s., in Perfice Mewus, 16 (1941), pp. 300, 334; J. Lhermitte, Problema medico delle s., ibid., pp. 114, 179, 226; R. Garrigou Lagrange, Le s. e la suggestione, ibid., 17 (1942), p. 130; 18 (1943), p. 132; 19 (1944), p. 43; E. Bon, Medicina e religione, $4^{2}$ ed., Torino 1951, pp. 180-211, con ampie b bl.; J. M. Höcht, Träger der Wunduale Christi, a voll., Wiesbaden 1952, Alberto Alliney
"STIMMEN DER ZEIT". - Rivista di rassegna critica della vita intellettuale, scientifica, sociale, religiosa della Germania, allo scopo di rendere valida testimonianza alla verità cattolica.
E sostenuta da un collegio di scrittori della Compagnia di Gesù, ma dal 1930 (cf. t. 119 [1930], p. 401) apre le sue pagine anche ad estranei, purché animati dallo stesso ideale cattolico ed è diretta al grande pub-
blico degli studiosi, prendendo normalmente spunto dalle questioni di attualità.
Cominciò la sua vita nel 1864 nella badia di Maria Laach (v.), sull'Eifel, allora scolasticato dei Gesuiti, con l'intestazione a Stimmen aus Maria Laach», conservata anche durante l'esilio. Le prime due serie apparvero con periodicità non ancora fissa, fino al 1869 ; quaderni diretti alla difesa del Sillabo di Pio IX e del progetto del Concilio Vaticano. Dopo la guerra del 1870 si trasformò in mensile, ma già nel 1872 , ratificato il famoso "Jesuitengesetz" nella Camera Alta e Bassa, la direzione era costretta all'esilio. Una legge del 1874 ridusse inoltre (fino al 1914) la periodicità a dieci fascicoli l'anno, prescrivendo che nessun tedesco potesse dirigere un mensile soggiornando all'estero. Un primo rifugio trovò la direzione nel Castello Robani, presso Tervueren (Bruxelles), dal 1872 al 1879; successivamente in Blyenbeek (Olanda), dal 1880 al 1884; in Exaeton dal 1885 al 1898; in Lussemburgo dal 1899 al 1908; in Valkenburg (Olanda) dal 1909 al 1914.
Scoppiata la prima guerra mondiale si poteva sperare che non soltanto l' Unterhaus (che già parecchie volte aveva revocato l'iniqua legge del 1872), ma anche l'Oberhaus, dove l'opposizione al rimpotrio era capeggiata dalla stessa casa imperiale degli Hohenzollern, sbrogasse la legge. Difatti nel 1914 la direzione si trasferì a Monaco di Baviera. Siccome però Maria Laach era stata venduta già da venti anni ai Benedettini, l'intestazione venne cambiata in $S . d . Z$. ("Voci del tempo") perseguendo lo stesso programma, ed illuminando i cattolici tedeschi fra tutti i problemi e travagli di quel periodo. Più gravi furono le difficoltà e molestie durante il Terzo Reich. Un articolo di P. Lippert (Mit Gewalt - Mit Geduld) le mentrò la prima presibizione, dal dic. 1933 al marzo 1936. Quindi il 18 apr. 1941 la Gestapo sequestrò la casa insieme alla preziosa Biblioteca; un mese più tardi la rivista venne sospesa. Rifiori dopo la guerra con il t. 138 (1946-47) con meno scrittori, ma aiutata da ottimi non gesuiti. La Biblioteca non subì gravi danni.
La collezione, oltre le due serie di quaderni del 1864 1869, contiene 150 voll., cui vanno aggiunti 119 "Ergänzungshefte", specialmente su questioni storiche, 9 fascicoli di questioni culturali, 4 di altre ricerche, e 3 voll. di indici : 1886, 1889, 1913.
Bibl.: L. Koch, s. v. in Yesuitenlexikon, Paderborn 1934, col. 1694.
Pietro Naber
STIMMER, Tobias. - Pittore e incisore, n. a Sciaffusa il 17 apr. 1539, m. a Strasburgo il 4 genn. 1584 .
E uno dei principali esponenti del tardo manicrismo nei paesi germanici. Formatosi a Zurigo presso Hans Asper, è attivo a Sciaffusa fino al 1570 , indi fino alla morte a Strasburgo con l'interruzione di qualche soggiorno a Baden-Baden. Nel Museo di Basilea sono i suoi migliori ritratti: Yacob Schwytzer e sua moglie (1564), Thomas Erosius (1582) e a Sciaffusa la decorazione pittorica della facciata della casa "del Consiliare". Nella cattedrale di Strasburgo il nome di T. S. è legato al celebre orologio astronomico eseguito tra il 1571 e il 1574, e decorato con pitture e sculture in un ricco complesso di figure allegoriche e bibliche. Quattordici chiaroscuri disegnati con grande bravura, raffiguranti progetti delle figurine mobili dell'orologio, si trovano al Museo delle Belle Arti di Strasburgo, dove sono pure alcune delle originali pitture a colori e figurine scolpite, che in Cattedrale sono state sostituite nel 1842 da quelle di Philippe Grasse. Degli affreschi del castello di Baden-Baden non v'è più traccia dopo la distruzione del 1789. Molti sono invece i disegni e le incisioni dalle quali lo stesso Rubens trasse talvolta esempi e ispirazioni; fra le più notevoli le incisioni della Bibbia, della storia romana di Livia, dei libri di Flavio Giuseppe. Il suo fare è sempre incisivo, rapido, ricco di effetti pittorici con intensi contrasti di luci e di ombre; nel 1580 illustrò anche una commedia di cui fu egli stesso l'autore.
Bibl.: F. Tr. Schulz, s. v. in Thieme-Becker, XXXII (1938) con la bibl. anteced.; F. Thône, Zwei Kopien nach T. S.
## Page 815
Gemälden in Baden, in Jahrb. der preuss. Kunstsamml., 39 (1938), pp. 247-49; M. Unger, T. S. Austellung, in Schaffhausen Panthom. 1940, p. 41 ; F. Lugt, Rubens and S., in The Art Quarterly, 1943. pp. 20-115; P. Bocsch, T. S's allegorische Dechengemälde im Schloss zu Baden-Baden (Nachtrgg), in Zeitschr. für Schweiz. Archäol. und Kunstgesch., 1951, pp. 221-26. Luisa Mortari
STIHLING, JAMES HUTCHENON. - Filosofo inglese, n. il 22 genn. 1820 a Glasgow, m. il 19 marzo 1909 ad Edimburgo, nella cui Università era stato professore di filosofia morale.
Pensitore di scarsa originalità, ha una relativa importanza storica, in quanto con lui si può fare iniziare l'idealismo neoliegeliano anglo-americano. Oltre a scritti minori (tra cui: Sir W. Hamilton, being the philosophy of perception, 1865; What is Thought, 1900) va ricordato il saggio The secret of Hegel (1865; 2 ed., Edimburgo 1898), dove espone e difende il sistema del filosofo tedesco. Per lo S., vi è una stretta relazione tra Kant ed Hegel, la cui filosofia è una necessaria conseguenza del criticismo (v.). Questo è il "segreto di Hegel ".
BibL.: A. H. Stirling, 7. H. S., his life and work, Londra 1912; R. Metz, England $n$. die deutsche Philos., Lipsia 1941. Michele Federico Sciacca
STIRNER, Max. - Pseudonimo del filosofo Johann Caspar Schmidt, n. il 25 ott. 1806 a Bayreuth, m. il 25 giugno 1856 a Berlino. Studiò (1826-28; 1832-34) filosofia, filologia classica e teologia a Berhino, discepolo di Hegel (v.) e di Schleiermacher (v.), poi a Erlangen e a Königsberg. Dopo aver vissuto quale maestro, insegnante privato e giornalista, trascorse nella miseria gli ultimi anni della sua vita.
La sua opera principale, per cui è largamente noto, è Der Einzige und sein Eigentum (Lipsia 1845; diverse edd. dopo la $3^{a}$, ivi 1901; trad. it. [L'Unice] e introduzione di E. Zoccoli, Torino 1902). Vanno pure ricordati i Kleinere Schriften e le Entgegnungen auf die Kritik seines Werkes "Der Einz. u. 2. Eig." (ed. da J. H. Mackay, Berlino 1898; trad. it. [Herbiche ai suoi critici] di A. Treves, Milano 1923) e inoltre Die Gesch. der Reaktion (2 voll., Berlino 1852); Das unzohre Prinzip unserer Erzichung od. d. Humanismus u. d. Realismus (Lipsia-Charlottenburg 1911; Basilea 1927).
S. appartenne alla sinistra hegeliana; criticò la dialettica di Hegel, proclamando insieme, contro qualsiasi forma di storicismo (v.) la posizione irriducibile e unica dell'individuo (v.), principio di ogni valore, pensiero e azione. Onde la violenza critica che lo oppone agli schemi di qualsiasi ideologia religiosa, morale, storica, politica, travestimento, per lui, di interessi che vanno aboliti di fronte al nuovo e radicale principio dell'individualismo (v.) assoluto. Nel tentativo di voler, con Hegel, realizzare l'ideale, è l'errore del mondo moderno.
La dottrina dello S. è stata pertanto considerata come la forma più rigorosa dell'immoralismo e dell'anarchia. Non è da escludere la presenza nel suo pensiero di taluni spunti esistenzialisti. Così l's Unico a stirneriano apparirebbe come l'esistente genuino, destinato a sorgere dal nulla per risommergersi in questo. Tuttavia va osservato che molti esistenzialisti, come l'hegelismo stesso, cercano di porre il problema morale su basi che lo S . rifiuta totalmente. Lo studio che si è fatto del pensiero di S. lo ha prospettato soprattutto sotto l'aspetto politico dell'anarchia derivante dalle nuove premesse di una ideologia radicalmente e rigorosamente individualistica.
BibL.: E. Zoccoli, I gruppi anarchici degli Stati Uniti e l'opera di M. S., Modena 1901; V. Basch, L'individualisme anarchiste, M. S., Parigi 1904; G. Calvarro, M. S. et le problème de la wie, Milano 1909; R. Engert, Das Bildnis M. S. 2, Dredda 1921; P. Lachmann, Protagoras, Nietzsche, S., 2* ed., Berlino 1923; K. A. Mentz, Die Philosophie Max S.s im Gegensatz zum Hegelschen Idealismus, Berlino 1936; W. Kuypers, M. S. als Philosoph, diss., Colonia 1937. Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, Phi-lomgöen-Lexikon, II, Berlino 1930, pp. 641-42. Luigi Pelloux
STIRPE : v. RAZZISMO.
STOBI. - Antica città della Peonia, nel luogo dell'odierna borgata di Pusto-Gradsko. Nel 386 d. C. fu capitale della Macedonia II Salutaris; fu sede ve-
scovile e il suo presule fu nel 325 al Concilio di Nicea. La Basilica è il monumento più notevole.
Le prime strutture della basilica cristiana di S. furono individuate dal Krischen nel 1918. In successive campagne di scavo, venne alla luce tutto un complesso di edifici annessi, tra i quali certamente un banistero. La Basilica è lunga 39 m . ca., a tre navate, in pietra rossa e mattoni (taluni con bolli bizantini), senza transetto, con cripta e abside semianulare; era munita di cartece della stessa ampiezza di una navatella, il quale però è risultato più corto sul lato meridionale a causa di uno scoscendimento roccioso che ne ha impedito il completamento. Vi si accede per tre porte in corrispondenza di ciascuna navata; da questo lato le navate stesse si restringono di m. 1,30 ca. rispetto alla larghezza massima (m. 28,60). Le colonne delle navi sono materiale di spoglio del distrutto teatro, come attestano anche i capitelli e le basi rinvenute. Una piattaforma littode trovata tra le macerie del teatro sembra appartenere ad un ambope della chiesa; accertata è l'esistenza dell'iconostasi che chiudeva il presbiterio, come in tutte le chiese balcaniche.
I pochi capitelli mostrano una decorazione a foglie di acanto spinoso con figurazioni di protomi umane e uccelli, di maniera teodosiana del sec. v. La chiesa doveva essere molto ornata. Resti di musaici sono nell'abside e soprattutto nelle navatelle. Il motivo generale della decorazione è quello comune alle chiese balcaniche: una serie di pannelli con disegni geometrici o figure animali, incorniciati da fregi di arabeschi. Non mancano accaai di ornati a finte tende come in S. Maria Antiqua a Roma, e ancora in situ nel nartece pannelli a imitazione d'intarsio marmoreo, come nella cattedrale di Parenzo. I pochi resti di figurazioni umane sono variamente interpretati : l'ipotesi più verosimile ritiene vi fossero figure di santi a grandezza naturale e altre minori in varie composizioni. C'è poi chi vede in un gruppo di frammenti una scena dell'Annunciazione.
Per la datazione gli elementi costruttivi, plastici, iconografici e stilistici suggeriscono il 500 ca., l'epoca cioè pre-iconoclasts. La basilica di S. si aggiunge così alle grandi chiese di Costantinopoli e Salonicco, e con le sue sculture e i suoi dipinti s'inserisce tra gli esempi più significativi dell'età d'oro di Giustiniano.
Bibl.: R. Erger, Die städt. Kirche von S., in 7ohresh. des Osterr. Archäol. Instituti, 14 (1929), pp. 42-87; B. Sotis. Neue Funde in der Bischofsbirche von S., ibid., 28 (1933), pp. 112-39; id., Nouvelles découvertes dans la basilique épise, de S., in Glamik Shogskog Nauchnog Drustvor, 12 (1933), pp. 11-32; G. Mano Zissi, Mosaiken in S., in Bull. de l'Inst. archéol. bulgare, 10 (1936), pp. 277-97; R. Kautzsch, Kapitell-Studien zur spälant. Kunstgesch., Berlino 1936, pp. 78-79, 83-84, 139 e passim; E. Kitzinger, A survey of the early christian town of S., in Dumbarton Oaks Papers, 3 (1946), pp. 81-161, tprv. 114-57, con ampia bibl. Pasquale Testini
STOCCHIERO, GIUSEPPE. - Canonista, n. ad Arzignano (Vicenza) il 24 sett. 1882, m. a Vicenza il 4 dic. 1946.
Compiuti gli studi nel Seminario di Vicenza, fu ordinato sacerdote il 30 luglio 1905;