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(fot. Biblioteca Vaticana)
STOFFE - Tunica per bambino proveniente dall'Egitto (secc. 1v-v). Tessuto di lana su limo in rosso, giallo e verde. Da notare i piccoli clavi a linee rosse e gli s orbiudi a sulle spalle e sui ginocchi. Museo Sacro Vaticano.
iscrizioni arabe. Simili a queste sono i tessuti egiziani del sec. xiv, trovati ad el-Azam e a Dronka presso Assiut. Nella Spagna, specie nel Regno di Granada, furono fabbricate in questo periodo s. con motivi araldici. E neanche dopo la conquista di Granada (1492) tali s. spariscono subito nello stile dell'Alhambra.
Anche il ricamo raggiunge una grande fioritura in Italia. Pure qui l'arte orientale e soprattutto quella bizantina esercita un notevole influsso, come dimostra l'antependium di S. Maria a Zara. Questa tecnica è in voga anche per la guarnizione delle mitre delle quali sono conservati buoni esempi ad Urbino e in S. Pietro in Vincoli a Roma. Ma i pezzi più pregevoli sembra che siano stati importati in Italia dall'Inghilterra e numerosi piviali in "opus anglicanum " si trovano in tesori di cattedrali, come ad Anagni e al Laterano quello di Bonifacio VIII, nel Museo di Pienza il piviale di Pio II, e un altro nel Museo sacro del Vaticano. Già nell'anno 1098 i Padri del Concilio di Bari ammirano un ricamo di origine inglese e dal sec. xir fino al sec. xiv i papi ricercano i tessuti inglesi. Così Eugenio III (1145-50) riceve una cappa di Lincoln, Adriano IV (1154-59) un altro bel ricamo. Dopo il 1350 però in tutti i paesi nordici si osserva un declino di quest'arte dell'ago, che deve riconnettersi al progredire delle s. italiane di seta. Ricami erano impiegati spesso anche per tappezzerie: ad imitazione della tappezzeria di Bayeux essi vennero disposti intorno al fregio, uno sull'altro, come nell'arazzo di Tristano (Wienhausen). Nel corso del sec. xv questi ricami non vengono quasi più usati dalla Chiesa per l'altare, ma servono soprattutto come bordure e ornamentazioni delle pianete. Particolarmente famosi erano, in questo genere, i lavori provenienti dalle manifatture di Colonia, delle Fiandre, della Borgogna.
Col Rinascimento ed il sec. xv la ricchezza delle s. tocca, specie in Italia, un punto ancora più alto. Se nel Trecento la produzione delle s. riguardava ancora esclusivamente le corporazioni e l'arte industriale, ora anche i grandi artisti, come, ad es., Antonio Pollaiolo, Botticelli, Sassetta, Leonardo e Bellini, si occupano a disegnarne i modelli; Firenze, Siena e Venezia furono i
centri di quest'arte; ma accanto a questi, altri ne sorgono, come Milano e Genova. Mentre il disegno e la tecnica cambiano ben poco, l'arte tessile si dedica soprattutto alla produzione di sontuosi velluti che non sono più lisci, ma presentano soprattuto il motivo del melograno. I pezzi più belli, dai colori smaltati, sono fabbricati principalmente a Venezia, dove i tessili del velluto fin dal 1247 ebbero dai Gran Consiglio la facoltà di costituirsi in una corporazione propria. I nuovi disegni furono poi nel sec. xv adoperati anche per altre s. come damaschi e broccati. Si può dire che non vi sia tesoro di cattedrale o museo nel quale non se ne trovino magnifici esempi. Cosi nel Museo dell'Opera di Siena, a Orvieto, Spoleto, Montefiascone, Gandino o nei Musei di Londra, Nuova York, Boston, Parigi, Lione, Berlino, Milano, Roma ecc. si trovano anche ora preziose raccolte di tali velluti, in parte datati dagli stemmi dei loro offerenti. Anche qui la pittura fornisce buoni esempi databili, soprattutto nella scuola veneta con Crivelli e Bellini. Dalla metà del secolo accanto al motivo del melograno ne compaiono altri. Così Firenze produce s. in oro col disegno dal contorno colorato o s. di seta a due colori con fasce di viticci, palmette e stemmi. Caratteristiche di Firenze sono soprattutto le s. figurate con scene del Nuovo Testamento. per lo più a due colori. Esse erano adoperate come guarnizioni di paramenti da Messa, come su una dalmatica del Tesoro di Hafserstadt. Il filato d'oro, in uso nel sec. xv, scompare all'inizio del sec. xvi, quando compare invece un filo di argento più sottile e compatto. Tra i prodotti più preziosi di questa scuola sono i pannelli con la storia di s. Giovanni Battista nel Duomo di Firenze, disegnati da Antonio Pollaiolo tra il 1466 e il 1473 . Magnifici anche i ricami del paliotto di S. Maria Novella che si dicono disegnati da Domenico Ghirlandino. Sicuramente datato (1475) è l'antependium in S. Francesco ad Assisi, offerto da Sisto IV, nel mezzo del quale si vede s. Francesco inginocchiato. Ugualmente preziosa è la pianeta di s. d'oro tessuta per il re Mattia Corvino e recante il suo stemma (1458-90). Un posto importante hanno nei paesi nordici durante il sec. xv i tessuti a figure. La grande serie che Luigi I d'Angiò ordinò a Parigi per la Cappella del suo castello ad Angers, e che fu portata a compimento intorno al 1470 , costituisce la prima testimonianza di un genere del quale Arras diventò il centro principale di produzione. Le quattro rappresentazioni tratte dalla vita dei ss. Piat ed Eleuterio, eseguite nel 1402 nel laboratorio di Pierrot Ferè per la Cattedrale di Tournai, appartengono alle opere capitali dei primordi di quest'arte. La maggior parte degli arazzi ordinati dai duchi di Borgogna furono anch'essi eseguiti a Tournai. Quest'arte è magnificamente rappresentata dalla serie dei 4 grandi arazzi con scene di caccia posseduti dal duca di Devonshire. Accanto a questi si trovano rappresentazioni tratte dalla mitologia nordica, come nell'arazzo di Palazzo Doria a Roma, del 1459. La serie più splendida e famosa è costituita dagli arazzi della dama con il liocorno (ca. 1510), provenienti dal castello di Boussac, ora nel Museo di Cluny a Parigi.
Con la fine del sec. xv cominciano la loro produzione i laboratori di Bruxelles, e di essa si hanno esempi in tutta Europa: a Firenze, Milano, Madrid, e Parigi. Arazzi, più piccoli, ma molto belli sono anche quelli prodotti dai laboratori renani come a Magonza (Museo del Duomo), Strasburgo, Basilea, Costanza e in qualche caso anche da laboratori della Germania centrale, come Norimberga (Museo Germanico).
Nel Cinquecento la produzione si estende anche in Italia dove diviene un po' più industriale quantunque le sue s. continuino sempre ad essere tra le più belle d'Europa. Accanto a Firenze e a Venezia compaiono ora grandi fabbriche a Milano, Como, Reggio Emilia, Bologna, Genova e Catania. Ma le s. di Venezia continuarono ad essere fra le più richieste e furono imitate perfino in Russia. D'altro canto Venezia copiava a sua volta motivi persiani e orientali. Le fabbriche italiane furono allora le principali fornitrici di tutte le corti principesche d'Europa ed Enrico IV d'Inghilterra come la Regina di Francia fecero a Firenze cospicue ordinazioni. Anche per questo periodo si trovano magnifici esempi
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in tutti i grandi tesori delle cattedrali a Roma, Firenze, Cortona, Perugia, Siena, S. Giminiano, Venezia, Milano e Vercelli, per non nominare che alcune delle località più importanti, come anche nelle grandi raccolte di s. dei principali musci. Anche qui le pitture dei grandi maestri danno, specie nei ritratti, eccellenti riproduzioni di s. Basti ricordare i quadri del Pontormo, Bronaino, Tintoretto e Paolo Veronese. Col diffondersi della moda spagnola che comportava ricche pieghettature fu necessario cercare un tessuto a disegno minuto, mentre per le s. d'arredamento e per quelle murali furono impiegati motivi più grandi. Ma soprattutto il motivo del melograno fu trasformato nello stile del Rinascimento e all'occasione sostituito anche da forme di vaso. Rimane ancora, a dir vero, una disposizione simmetrica, ma le grandi masse generalmente si allargano e un intreccio di rami ricurvi copre tutta la superficie. In mezzo ai tralci appaiono anche quadrupedi e uccelli, talvolta anche monogrammi e stemmi. Pui grandi sono i motivi nei grandi tessuti parietali in velluto e in seta che rappresentano trofei di armi, vasi e strumenti musicali o grotteschi. A questi grandi tessuti parietali appartengono bordure con animali, scene di caccia o intrecci di rami. Ma per guarnire paramenti sacri si eseguivano, specie a Firenze, apposite s. con figurazioni cristiane.
In queste s. cinquecentesche i tessitori italiani utilizzano le tecniche più svariate. Accanto ai broccati di velluto si hanno damaschi con analoghi disegni, così come i broccati in seta e mezza seta. Un caratteristico genere d'uso conservato ancora in numerosi originali e in molti dipinti, soprattutto per tovaglie e fazzoletti, sono i semplici tessuti di lino con disegno operato di animali, spesso appaiati e affrontati, o anche di vasi e fiori. Perugia è, nei secc. xv e xvi, il maggior centro di produzione di questi tessuti, ma di un genere simile a questo pare si producessero anche in Germania.
Anche nel vicino Oriente si vide nel sec. xvi un rifiorire dell'arte tessile. Se chiaro è l'influsso di Venezia su queste manifatture, d'altra parte si può osservare in Italia un rifluire di motivi orientali e turchi. Sotto il dominio dei Safawidi le arti tornarono a fiorire e si conoscono diversi luoghi di fabbricazione, tra cui soprattutto Ispahān con le sue manifatture di corte sembra essere stata preminente. Notevoli inoltre Kāšān e, per la fabbricazione di velluti, soprattutto yeaJ nella Persia meridionale. Si conoscono di queste manifatture magnifici broccati d'oro e d'argento, sete e velluti. Questi erano adoperati soprattutto per indumenti, ma esistevano anche s. da tappezzeria. Rappresentazioni figurate con coppie di amanti o con figure singole con motivi ornamentali erano ripetute sulla superficie del tessuto. Mifiori anche il ricamo in seta con scene estremamente vivaci che ricordano le miniature contemporanee. Nell'età degli Ottomani nell'arte tessile turca, a Brussa e Scutari si notano forti influssi persiani. I velluti e i broccati di tali manifatture erano ricercati in Europa. Il motivo caratteristico di questi preziosi tessuti, che si vedono in numerosissime pitture veneziane, è quello di tre grandi lune disposte araldicamente, le palmette e gli ovali appuntiti con melograni. Queste s. erano per lo più adoperate per abiti e si trovano oggi in quasi tutti i principali musci. Anche in Cina pare fosse introdotta dalla Persia la produzione di velluti, che però vi prese sviluppo solo nel sec. xvir, mentre sotto la dinastia Ming (1368-1644) vi fiorì soprattutto la tessitura della seta. L'esportazione di questi tessuti verso l'Europa divenne tuttavia notevole solo più tardi, sotto K'ang Hsi (16621722) e Ch'ien Lung (1736-95), ed essi influenzarono largamente la produzione italiana e francese.
La forte esportazione delle s. italiane nel Quattrocento, tanto nei paesi del Nord quanto nell'Oriente, non soltanto si mantenne, ma si accrebbe nel Cinquecento, cosi che le fabbriche di Firenze, Lucca, Genova, Bologna, Milano e soprattutto Venezia divennero straordinariamente fiorenti. Le fabbriche locali di questi paesi imitano i motivi provenienti dall'Italia. Il motivo del melograno è quello che rimane più in voga in quest'epoca, ma il suo contorno ad ovale appuntito si trasforma in
volute ornamentali. Appaiono inoltre vasi dai quali sporgono fiori e frutti, come anche nuovi motivi provenienti dall'Oriente che a sua volta adopera motivi italiani. Particolarmente ricercati erano i broccati e velluti che con la loro combinazione d'oro e di raso andavano incontro al fasto delle Corti rinascimentali. Ricercati erano pure i damaschi, le s. di seta e mezza seta. Il cotone e la lana venivano adoperati, accanto alla seta, soprattutto per le fodere. Le s. per abiti avevano disegni più piccoli, mentre i broccati e i velluti destinati ad uso ecclesiastico mantenevano gli antichi grandi disegni. I tessuti da parato di maggiore importanza in velluto o in seta imitavano i motivi architettonici con trofei, vasi e disegni floreali. Sin dalla fine del Cinquecento, ma soprattutto nel Seicento, andò continuamente aumentando la richiesta di s. da parato sia per le case, sia principalmente per le chiese (rivestimenti di pilastri); perciò accanto alle grandi fabbriche di Venezia e di Genova lavoravano attivamente anche nuovi laboratori minori. Come ornamento era usato ancora di preferenza il vecchio motivo del melograno, ma il disegno veniva spesso eseguito in maniera semplificata, mediante stampe a ferro caldo, allo scopo di ridurre il costo della merce. Accanto ai grandi motivi ne vengono presto in voga altri più piccoli, e uno o due orditi a colori differenti dànnt alle s. di velluto una nota di colore. Anche nei broccati e nei damaschi i disegni corrono ora su tutta la larghezza. Tessuti simili, ispirati a modelli italiani, si trovano anche in Spagna nel sec. xvi e nel sec. xvir e su di essi domina il motivo del melograno. Ma evidentemente gli antichi motivi moreschi esercitano ancora il loro influsso. Gli ornamenti sono qui rilevati dalla trama, sul fondo di raso e di broccato, con anelli d'oro e d'argento per ottenere un effetto più sontuoso. Dal tempo di Luigi XIV cominciò la trionfale ascesa della tessitura serica francese e le fabbriche di Lione occuparono un posto importante in Europa. Soprattutto il gusto della moda per il colore giovò ad arricchire e perfezionare sempre più i disegni, cui contribuirono anche grandi artisti come Daniel Marot. Si possono distinguere nettamente le s. da donna e da uomo, in quanto nelle s. per l'abbigliamento di questi ultimi si preferivano motivi piccoli come fiori sparsi, mentre le ampie gonne femminili coi loro lunghi strascichi esigevano grandi motivi. Notevole influsso esercitarono sulle s. di seta anche i disegni dei merletti, la cui industria fu largamente incoraggiata soprattutto da Colbert. Ma nella seconda metà del sec. xviri sparisce dai disegni ogni simmetria, e ornamenti vegetali sono sparsi in forma irregolare su tutta la superficie. Specialmente in voga, come nell'architettura e nella porcellana, le cosiddette "chinoiseries ". L'introduzione di tali motivi è dovuta soprattutto all'influsso di Madame de Pompadour che ordinò alla Compagnia delle Indie l'importazione di merci cinesi. Ancor più riccamente decorate erano le coperture dei mobili, le s. da parato e le tende. I primi scavi di Pompej (1748) e l'interesse ch'essi suscitarono per l'arte classica influenzarono anche gli artisti tessili. Vi si ispirarono soprattutto i tessuti da parato dei mobili classicheggianti. Paesaggi, quadretti e puttini ravvivano le strisce simili a pilastri. Uno dei più grandi maestri è Filippo di Lasalle (17231803) della manifattura serica di Pernon a Lione, che lavorò per le Corti di Francia e di Russia. Jean Revel è uno dei più conosciuti disegnatori di motivi. Dopo la Rivoluzione, Napoleone dette nuova vita all'industria tessile di Lione e J. E. Benz (m. nel 1825) ne divenne uno dei migliori disegnatori. Però l'arte tessile decadde con la meccanizzazione della tecnica per opera di C. M. Jacquard, che nel 1805 introdusse a Lione la tessitrice meccanica.
Nonostante la forte concorrenza francese, l'Italia mantenne la sua produzione nel Sei e Settecento. Venezia e Genova continuarono a lavorare i loro famosi velluti e le loro sete; le fabbriche veneziane divennero celebri anche in quest'epoca per i loro velluti rossi sui quali domina il grande motivo del melograno. Particolarmente ricercato era, tanto in Italia che all'estero, il velluto rosso su oro di Genova. Anche le fabbriche minori del Piemonte, dell'Emilia e di Lucca producevano magnifiche s., soprattutto quelle a disegno floreale. Per gli abiti e i para-
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menti si adoperavano per lo più, come in Francia, s. a disegno più piccolo. Nel Settecento appare ancor più chiaro l'influsso dell'arte tessile francese, soprattutto a Torino e Genova dove sono anche nuovamente evidenti influssi cinesi. La moda veneziana è fatta conoscere dai dipinti dei pittori locali, quali il Tiepolo, Vittore Ghislandi e altri, ma anche per le grandi s. da parato si incontrano ancor oggi magnifici esempi nei palazzi di Venezia, Genova o Palermo. Pure per l'Italia la grande epoca dell'arte tessile si chiude col Regno di Napoleone. V. le voci afazzo e merletto. - Vedi tavv. XCIV-XCVII.
Biel.: per l'antichità: Chapot, s. v. in Ch. Daremberg-E. Saglio, Dict. des Antiquités, fasc. 46, p. 164; H. Blümmer, Technol. und Terminal. der Gewerbe und Künste bei Griechen und Rimen, I. Lipsia 1912; O. v. Falke, Kunstgesch. der Seidenweberei, $3^{a}$ ed. Berlino 1936; A. Geijer, Die Textilfunde, Uppsala 1938; F. Jule, Primäre textile Techn., Zurigo s. 2.; R. Pfister, Textiles de Polmyre, Parigi 1934; id., The Excavations at Dura Europas, Final Report IV, parte 2*, Nuova Haven 1945. Per il medieno: J. Braun, Die liturg. Gewandung im Occid. und Orient, Friburgo in Br. 1907; O. M. Dalton, Byz. art and Archeol., Oxford 1911; W. Heyd, Hist. du commerce du Levant au moyen dge, Lipsia 1923; O. Wulff-W. F. Volbach, Spätant. und Kapt. Stoffe aus ägyptischen Grabfunden, Berlino 1926; C. Cecchelli, Il Tesoro del Laterano, in Dedalo, 7 (1926-27); G. Sangiorgi, Contributi allo studio dell'arte tess., Milano 1926; F. Podreider, Stor. dei tessuti d'arte in Italia, Bergamo 1928; R. Pfister, Tissus Captes au Musée de Louvre, Parigi 1932; W. F. Volbach, Spätant. und frühmittelalt. Stoffe, Magonza 1932; E. Sahba, L'importation des tissus d'Orient en Europe, in Rev. belge de phil. et d'hist., 1935, p. 811 sgg.; G. v. Falke, op. cit.; L. Serra, L'ant. tessuto d'arte in Italia, Roma 1958; A. De Capitani d'Arzago, Ant. tessuti della Basil. andres., Milano 1941; W. F. Volbach, Catalogo del Museo Sacro Vaticano, III: I tessuti, Città del Vaticano 1942 (con ampia bibli.): id., S. medievali (Guida VI del Museo Sacro), ivi 1943. Per il Rinascimento e l'età barocca: E. Pariset, Hist. de la soie, Parigi 1892; I. Errera, Collect. d'anc. étoffe, Bruxelles 1901; R. Cox, Soieries d'art, Parigi 1914; E. Flemming, Das Textilwerk, Berlino 1927; F. Podreider, Stor. dei tessuti d'arte in Italia, Bergamo 1928; H. d'Hennezel, Pour comprendre les tissus d'art, Parigi 1920; O. v. Falke, op. cit.; anon., Catal. della Mostra dell'ant. tessuto d'arte ital., Roma 1938. Volfango Federico Volbach
STOICISMO. - Scuola filosofica fondata nella "Stoa" (Portico) di Atene da Zenone di Cizio verso il 300 a. C. Furono suoi successori Cleante (m. nel 233-32), autore di un famoso inno a Zeus, e Crisippo di Soli (m. verso il 206). A questa scuola, detta Metica Stoa, appartengono anche Aristone di Chio, Eratostene di Cirene, Zenone di Tarso... Seguì la Media Stoa, che ebbe in Rodi il suo massimo centro: i suoi più insigni rappresentanti furono Boeto di Sidone (m. nel 119 a. C.), Panezio di Rodi (180-1 10) e Posidonio di Apamea (135-51), con i quali lo s. si apre ecletticamente all'influsso di Platone e di Aristotele e accentua, specialmente nell'ultimo, il senso religioso della speculazione annunciando il neoplatonismo (v.). L'opera di Panezio, $\Pi \varepsilon \rho i$ тoй $\varkappa \varepsilon \theta \dot{\eta}$ zovroc servirà di modello al De officiis di Cicerone. Della Nuova Stoa, o Stoa Romana, di cui Panezio fu il principale fondatore e che fiorì nell'età imperiale, fanno parte L. A. Seneca (v.), Musonio Rufo e il suo discepolo Epitteto (v.), l'imperatore Marco Aurelio, con i quali lo s. originario perde molto del suo rigore sistematico indulgendo a non pochi motivi del dualismo platonico. La stessa scuola filosofica fondata a Roma da Q. Sestio verso il 40 a. C. può essere considerata una derivazione dallo s., anche se sono evidenti in essa, soprattutto in Sozione di Alessandria, maestro di Seneca, influssi pitagorici.
Gli Stoici dividono l'indagine filosofica nelle tre parti fondamentali, logica, fisica e morale, pur riconoscendone l'intimacea connessione ed unità (Arnim, op. cit. in bibli., II, 38). Nella concezione fisica lo s., reagendo decisamente al dualismo platonico e aristotelico, rinnova alcuni fondamentali aspetti dell'eraclitismo e costruisce un rigoroso monismo (v.) naturalistico. L'incorporeo non esiste; soltanto i corpi sono sostanze, poiché solo ciò che è materiale agisce e produce effetti. Sono incorporei il luogo, il tempo, il
moto e tutto ciò che "si può enunciare" (тò $\lambda \varepsilon \pi \tau o ́ v$ ) della sostanza. Attraverso una revisione critica dell'aristotelismo gli stoici riducono a quattro le determinazioni fondamentali del reale, o categorie : la conoscenza, la qualità, la modalità, la relazione. La sostanza o sostrato (oסola, $\dot{\alpha} \pi \alpha \alpha \dot{\varepsilon} \mu \varepsilon v o v$ ) è la materia prima di cui ogni cosa è costituita; la qualità essenziale (тò $\pi \alpha \iota o ́ v$ ) è ciò che differenzia le sostanze ed è inseparabile da esse; la modalità ( $\pi \dot{\alpha} \varsigma$ è $\chi o v$ ) è qualità accidentale (come lo star seduti) che non sussiste in se stessa; la relazione ( $\pi \rho \circ \varsigma$ ' $\tau i \pi \omega \varsigma$ è $\chi o v$ ) è solo in funzione di altra cosa (come destro e sinistro). Le due ultime, a differenza delle due prime, non sono dunque entità, ma meri "enunciabili" incorporei. Due sono i principi originari di ogni cosa: il passivo, che è la sostanza priva di qualità, o materia, e l'attivo (non meno corporeo dell'altro), cioè la ragione ( $\lambda$ ó $\gamma o \varsigma$ ) che produce in quella i singoli esseri e ne è inseparabile. Dio è il logos "fuoco industrioso e artefice" ( $\pi \hat{\omega} \rho$ т $\chi \chi \nu i \tau o \varsigma$ ) che informa dall'intimo la materia; è spirito ( $\pi v \varepsilon \hat{\omega} \mu \alpha$ ) che pervade ogni essere vivente e gli conferisce unità e consistenza; è "come un seme ( $\lambda \dot{\alpha} \gamma o \varsigma$ e $\pi \varepsilon \rho \mu \varepsilon \tau \tau \alpha \dot{\alpha} \varsigma$ ) che ha in sé tutte le ragioni degli esseri che furono, che sono e che saranno" (Aristocle, in Eusebio, Praep. ev., XV, 816 d ) e perciò è provvidenza ( $\pi \rho \dot{\alpha} \nu \sigma \iota \alpha$ ), necessità ( $\dot{\alpha} v \varepsilon \gamma \varepsilon \alpha$ ) destino ( $\varepsilon i \mu \alpha \rho \mu \varepsilon \nu \eta$ ) e principio inmonente di finalità, della coesione nel mondo mincrale, della potenza vegetativa nelle piante, della sensibilità negli animali, della ragione nell'uomo. Come tale, Dio assume molti nomi; gli dèi, cioè gli elementi e i fenomeni naturali, nascono e muoiono, ma Zeus, il fuoco inestinguibile, permane attraverso le mutevoli vicende del mondo. Cosi gli stoici interpretano naturalisticamente la mitologia tradizionale. Il cosmo è sferico e perciò finito (anche se infinito è lo spazio che lo circonda), animato, perfetto, beato, divino : si genera dal fuoco e nel fuoco si risolve in una generale conflagrazione ( $\varepsilon \pi \pi \dot{\eta} \rho \omega \sigma \iota \varsigma$; Seneca [Nat. quaest., III, 29] la considera di origine babilonese) per poi rinascere come la mitica fenice e ripetere esattamente il ciclo precedente ( $\dot{\alpha} \pi \alpha \alpha \alpha \tau \dot{\alpha} \sigma \tau \alpha \sigma \iota \varsigma$ ). Le anime degli uomini (dei migliori soltanto, per Crisippo) sopravvivono sino alla ecpyrosi, poiché anche l'anima è soffio corporeo congenito all'uomo.
Strettamente connessa ai principi naturalistici è la logica stoica, che vuol essere una logica del concreto. Ottili a ogni forma di gnoseologia innatistica, gli stoici vedono nella esperienza sensoriale l'inizio di ogni conoscenza : essa comincia con la sensazione, che è impressione ( $\tau \dot{\alpha} \pi \omega \sigma \iota \varsigma$ ) dell'oggetto sull'anima, o, come sosteneva Crisippo, alterazione ( $\dot{\alpha} \lambda \lambda \sigma i \omega \sigma \iota \varsigma$ ); venuta meno la sensazione, si ha la rappresentazione ( $\varphi \alpha v \tau \alpha \sigma i \alpha$ ): dalla ripetizione delle rappresentazioni si forma l'esperienza da cui deriva il sapere intellettivo, o scienza, che è connessione organica di concetti. Dei concetti poi, alcuni si formano spontaneamente in tutti gli uomini, e si dicono perciò "anticipazioni" ( $\pi \rho \circ \lambda \dot{\eta} \dot{\varepsilon} \varepsilon \iota \varsigma$ ) e "nozioni comuni" ( $\kappa 0 \imath \alpha \alpha$ èv $\sigma \iota \alpha \iota$ ); altri invece sono il risultato della riflessione e delle operazioni mentali. Pur essendo la sensazione una passività ( $\pi \alpha \dot{\alpha} \theta \circ \varsigma$ ), gli stoici, non volendo ridurre il sapere a mera registrazione di dati empirici, mettono in luce, con la teoria dell'«essenso" ( $\sigma \iota \gamma \nu \alpha \tau \alpha \dot{\alpha} \sigma \sigma \iota \varsigma$ ) l'aspetto attivo della conoscenza: nessuna "comprensione" ( $\kappa \alpha \tau \alpha$ $\lambda \eta \dot{\eta} \iota \varsigma$ ) senza l'assenso (v.). Ma qui le soluzioni sono equivoche: ora l'assenso condiziona la comprensione, e in questo caso l'atto intellettivo è opera di un libero intervento del soggetto e, come tale, è distinto dal senso (tesi voluntaristica); ora la comprensione è il presupposto dell'assenso, in quanto si considera la sensazione come già dotata di una sua evidenza ( $\varepsilon \nu \alpha \dot{\alpha} \rho \gamma \varepsilon \iota \alpha$ ), cioè come "rappresentazione catalettica" ( $\varphi \alpha \sigma \tau \alpha \sigma i \alpha$ : $\pi \alpha \tau \alpha \lambda \eta \pi \tau \iota \alpha \dot{\eta}$ ) : si tende così a unificare il senso e l'intelletto, o, comunque, a minimizzare la loro distinzione (tesi intellettualistica). Manca insomma nello s., che ha piena fiducia nel valore della percezione, una teoria critica dell'esperienza. Per conseguenza, il criterio (v.) della verità veniva riposto ora nella "rappresentazione catalettica", ora nelle " nozioni comuni", ora nella "coerenza" fra le rappresentazioni. Senza dubbio, una volta concepito il mondo come un essere organico e vivente, intimamente pervaso dalla divina Forza unificatrice, anche la conoscenza doveva
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essere concepita come "relazione" e come "accordo " fra soggetto (v.) e oggetto (v.). Questo dogma metafisico, mentre conferiva alle cose particolari quella unita e quella connessione che sembravano compromesse dai presupposti naturalistici, induceva ancora gli stoici a riconoscere una specialissima importanza ai sillogismi ipotetici e disgiuntivi a scapito della conoscenza apodittica, non tanto per introdurre un motivo di contingenza (antitetico del resto al loro determinismo), quanto per adeguare maggiormente il movimento del pensiero ai vari e molteplici aspetti dell'esperienza.
Nella morale (manifestamente aperta agli influssi del pensiero cinico) lo s. rivela le tendenze più vitali e insieme gli aspetti più critici dell'età ellenistica. Il suo imperativo categorico è perfettamente conforme alla sua metafisica: "Vivi secondo natura"; naturam sequere. E poiché il mondo è governato da una legge indefettibile, cioè dal Logos divino, l'uomo, il solo fra gli esseri viventi che sia capace di conoscere quella legge e di accettarla coscientemente, ha il dovere ( $\tau \dot{\varepsilon} \varkappa \alpha \dot{\eta} \nu \circ \nu$ ) di conformarsi ad essa: " Grande solacium est cum universo rapi" (Seneca, De proo., V, 8). Perciò vivere conforme a natura equivale a "seguire la ragione", a "vivere coerentemente" ( $\dot{\xi} \rho \alpha \lambda \alpha \gamma \gamma o \iota \mu \varepsilon \varepsilon \pi \omega \varsigma$ C\&v) : che il Logos è unico e immutabile. La saggezza stoica nasce anzitutto da questa lirica contemplazione del cosmo vissuta in senso panteistico, da questo rapporto simpatetico dell'individuo con il Tutto: la conoscenza, lucida e immota, dell'ordine universale, si traduce in azioni disinteressate che non conoscono compromessi con le passioni. Ora, le passioni (che Zenone riduceva a quattro fondamentali : desiderio, piacere, paura, dolore) non sono le conseguenze di una parte irrazionale dell'anima, opposta per natura al bene (ciò che il panteismo stoico non può ammettere), ma sono moti sveggitati dell'anima, prodotti da falsi giudizi di valore, da opinioni erronee. La virtù, unico vero bene, è dunque la ragione perfetta, arrivata al più alto grado di conoscenza: è perciò anche "impassibilità" ( $\dot{\alpha} \pi \dot{\alpha} \dot{\alpha} \varepsilon \iota \alpha$ ). Tutte le virtù, avendo comuni i principi e identico il fine, sono denominazioni diverse di una stessa virtù fondamentale. E poiché la virtù è unica, chi ne possieda veramente una, lo possiede tutte; e chi possieda un vizio, li possiede tutti. Non c'è stato intermedio tra virtù e vizio. Lo s. esalta la dignità del saggio che si erge libero e imperturbabile di fronte alla realtà sopportando serenamente ed eroicamente i colpi della fortuna. "Astienti e sopporta" ( $\dot{\alpha} v \dot{\varepsilon} \gamma \circ \nu$ xal $\dot{\alpha} \pi \dot{\varepsilon} \gamma \circ \nu$ ). Sono indifferenti ( $\dot{\alpha} \delta \iota \alpha$ gops) per lui tutte quelle cose, come salute, bellezza, ricchezza, gloria, che non sono per se stesse né vipi né virtù; persino la vita è un $\dot{\alpha} \delta \iota \alpha \dot{\alpha} \rho \circ \rho \circ \nu$, di cui il saggio può liberarsi col suicidio ( $\dot{\varepsilon} \xi \alpha \gamma \omega \gamma \dot{\eta}$ ) nei casi di estrema necessità (Marco Aurelio, III, i; Epitteto, Diss., I, 29, 29; Seneca, Ep., 80, 34-36; 70, 6.17). Ma non sempre questo rigorismo etico fu mantenuto dentro cosi angusti limiti : le cose indifferenti furono a loro volta distinte in "preferibili" ( $\tau \rho \varepsilon \varepsilon \gamma \mu \varepsilon \dot{\varepsilon} v \alpha$ ), "non preferibili" ( $\dot{\alpha} \pi \sigma \eta \rho \varepsilon \varepsilon \gamma \mu \varepsilon \dot{\varepsilon} v \alpha$ ) e " neutre"; tra le virtù e i vizi trovarono posto le azioni convenevoli ( $\tau \rho \varepsilon \varepsilon \sigma \nu \tau \sigma \alpha$ ) e si arrivò persino ad ammettere un "progresso" nella vita morale. Benché egocentrica e raffinatamente individualistica, l'etica dello s. proclamò la solidarietà di tutti gli uomini; affermò un diritto naturale universale che fa di ogni uomo un cittadino del mondo; combatte' la schiavitù e propugnò contro la grettezza dei nazionalismi l'ideale cosmopolita; sotto la sollecitazione del suo monismo panteistico polemizzò contro le religioni politeistiche e i culti irrazionali sostonendo, sulla base di un consensus gentium, una religiosità originaria universale.
Nel mondo romano lo s. si diffuse soprattutto fra le classi colte e nella generale decadenza della religione tradizionale costituì il nucleo di una più intima e più salda spiritualità etica, sfrondandosi di buona parte dei problemi logici e fisici; il suo giusnaturalismo diventò la base ideale per una teoria dell'Impero romano inteso come sovranità universale. In questo senso, la sua opera civilizzatrice si affianca a quella del cristianesimo, col quale ha in comune l'interesse soteriologico e il culto dell'interiorità. Ma la dignità umana, che lo s. esalta,
non esce dalle coordinate del naturalismo (v.), né si potenzia alla luce della charitas operante. Nella storia del pensiero la morale stoica è sempre stata l'insegna dell'autonomia e dell'autosufficienza interiore, influendo ora sui neoplatonici, ora sui razionalisti (Descartes, Spinoza), ora sui moralisti dei secc. XVI-XVII (Lipsius, Vossius, Heinsius, Charmm), ora sul pensiero kantiano. Il suo giusnaturalismo natura nel Grotius le esigenze di un diritto internazionale e penetra nel pensiero politico del Locke (v.); il suo naturalismo religioso sviluppa il concetto di religione naturale e s'insinua anche nella Riforma (Evingii). La rigorosa esigenza dell'unità immanente ispira tutte le forme ricorrenti di panteismo, nonché di qualsiasi cosmologia teleologicamente intesa; accoglie in sé l'eredità orfica per rifluire a sua volta nell'orfismo (inni orfici); alimenta gli eroici furori del Bruno e la sua entusiastica visione dell'Uno-Tutto; si diffonde, stranamente commista a motivi neoplatonici, nel clima romantico e rivive nel panteismo di Schelling e nella poesia di Goethe e di Hölderlin. D'altra parte, la logica stoica, in quanto logica del particolare e del concreto, nel suo impegno di superare le difficoltà aristoteliche, senza mai precipitare nelle secche del nominalismo (v.), depone le sue esigenze sperimentalistiche nell'empirismo (v.) moderno (Bacone, Locke, Hume) e nel positivismo (v.), mantenendo vigili, non meno dell'epicureismo, l'istanza della concretezza e la polemica contro le essenze in nome dei rapporti funzionali.
Bim... : framm. degli stoici antichi sono esecolti da H. v. Arnim, Stoic. vet. fragm., Lipsia 1903-1905; e con diverso ordinamento, in trad. it., da N. Festa, I framm. d. st. ant., 2 voll., Bari 1932 e 1933. Altro edizioni: J. Bobe, Posidoniè Rh. relig. doctr., Lione 1810; H. N. Fowler, Panetii et Hecatonis libror. fragm., Bonn 1823; A. C. Pearson, The fragm. of Zeno a. Cleanthes, Londra 1891; J. Heinemann, Poseidonios metaphys. Schriften, Breslavia 1928; Whitney J. Oates, The stoic and Epicurion philosophers (Epicurus, Epistetus, Lucretius, Marcus Aurelius), Nuova York 1940; M. von Stratern, Panettius, sa vie, ses écrits et sa doctr. avec une édit. des fragm., Amsterdam-Parigi 1946. Studi: A. Schneded, Die Philos. der mittler. Stoss, Berlino 1892; E. Bréhier, Chrysippe, Parigi 1910; K. Reinhardt, Poseidonios, Monaco 1921; id., Kosmos und Sympathie, Neue Unters. üb. Poseidonios, ivi 1926; P. Philipsson, Panaetiana, in Rhein. Mus., 1929, p. 337 sg.; id., Das Sittlichschöne bei Panettius, in Philologia, 1930, p. 337 sg.; R. E. Witt, Platinus und Poseidonios, in Class. quart., 24 (1930), p. 198 sg.; H. Greeven, Das Hauptproblem der Sozialethik in der neuen Stoa u. im Umhristentum, Gütersloh 1935; G. Maorini, L'etica stoica da Zenone a Crisippo, Padova 1940; W. Wiersma, Die Physik. d. Stoik. Zon., in Mnemosyne, 11 (1943), pp. 191-216; A. Jaan, Zenon de Cittium, son rôle dans l'établis. de la morale stoli., Parigi 1946; A. Vogliano, Sulle orme di Posidonio, in La parola del passato, 3 (1947), p. 90 sg.; M. Peldona, Die Stoa, Gottings 1948. Per Seneca, Epitteto e Marco Aurelio, v. alle voci. Ampie induzzioni recenti in G. A. De Brie, Bibliog. philos. 1934-43, I. Bruxelles 1950, p. 82 sgg.
Giuseppe Faggio
STOJAN, Antonín Cyril. - Arcivescovo di Olomouc, n. il 22 maggio 1851 a Beñov in Moravia, ivi m. il 29 sett. 1923.
Di modesta famiglia di agricoltori, studiò teologia a Olomouc. Ordinato sacerdote nel 1876, si diede alla cura di anime fino al 1917, quando fu nominato canonico capitolare. Dal 1920 resse la diocesi come vicario capitolare e dal 1921 come arcivescovo. Ottimo organizzatore, sviluppò un'intensa attività religiosa, culturale e sociale anche sul piano nazionale. Con grandi pellegrinaggi si santuari di Hostýn e di Velehrad rinnovò la vita religiosa delle masse popolari e con i ritiri spirituali quella degli intellettuali. Dal 1897 fu deputato al Parlamento di Vienna e poi dal 1920 senatore della Repubblica cecoslovacca. Promosse il movimento sociale cristiano nello spirito delle encicliche pontificie fondando, fra l'altro, nel 1907, l'associazione della gioventù cattolica agraria (Omladina).
Del suo mandato parlamentare si servì efficacemente in favore delle opere ed istituzioni assistenziali, culturali e religiose. Per promuovere l'unione dei dissidenti con la Chiesa cattolica, promosse nel 1891 la pia unione "Apoltolàt sv. S. Cyrila a Metodêje", diffusasi poi in diversi altri paesi slavi, e dalla quale nel 1910 prese vita la pubblicazione di un mensile popolare. Al medesimo
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(IM. Alinari)
Stola - Diacono con s. posta sulla dalmatica secondo l'uso ambrosiano. Particolare del bassorilievo di Matteo da Campione: con l'incoronazione di Ottone III (sec. xiv) - Monza, Cattedrale.
scopo, ma sul piano scientifico, S. venne organizzando tre Congressi unionistici internazionali a Velehrad. L'Academia Velehradensis, istituita da S. nel 1910, doveva assicurare la continuazione dei congressi unionistici e le edizioni scientifiche sull'Oriente cristiano. Durante la guerra 1914-15 l'arcivescovo fu prodigo d'aiuti e di appoggi in favore dei perseguitati politici, compresi gli italiani evacuati dal Trentino. Lo si può definire la più caratteristica e popolare figura del clero ceco nei tempi moderni. Morì in fama di santità e ne è stato iniziato il processo di beatificazione.
Brbl.: Fr. Cinek, Arcibiskup dr. A. C. S., Olomouc 1933. Giuseppe Olèr
STOLA (più anticamente orarium). - E una insegna liturgica, comune ai diaconi, ai sacerdoti e ai vescovi, ma diversamente portata : dai diaconi sulla spalla sinistra a tracolla e annodata sotto il braccio destro, dai sacerdoti pendente dal collo e incrociata sul petto se sopra il camice o semplicemente pendente con i due lembi paralleli; dai vescovi i quali mai la incrociano perché già portano la croce pettorale. Al diacono e al sacerdote vien consegnata nella ordinazione.
È una striscia di seta lunga cm. 200-50, larga cm. 8-10; quella che si porta con la pianeta ha una croce in mezzo e in fondo a ciascun lembo (sec. xvr), quella che si usa sopra la cotta spesso è più ornata e più ricca. Segue le regole dei colori liturgici.
La s. si trova in Oriente fin dal sec. Iv come insegna del clero di grado minore (Concilio di Laodicea), con la distinzione: il diacono porta la s. detta "orario" sulla spalla sinistra visibile (non sotto la veste superiore) e svolazzante, il sacerdote invece porta quella detta "epi-
trakelion " pendente dal collo. I gradi superiori portano il pallio. Tutte e due le insegne sono della stessa origine, non di istituzione ecclesiastica, ma di privilegio imperiale; il pallio fatto di lana, la s. di lino o seta. Nell'Occidente, fuori di Roma, nella Spagna, la s. è propria dei vescovi, dei sacerdoti e dei diaconi. I diaconi la portano sulla spalla sinistra pendente davanti e di dietro sopra la dalmatica, sempre di colore bianco in tela o lana; dal sec. xil a tracolla e a sciarpa e dal sec. xv di colore della dalmatica e sotto di essa.
Nel rito ambrosiano anche oggi sopra la dalmatica. I preti della Spagna la portavano attorno al collo come i vescovi, ma fin dal Concilio di Praga del 675 incrociata
sul petto; questo modo s'introduce dappertutto dal sec. xiv e venne prescritto per i preti dal messale pianum. In Gallia si trova la s. come insegna dei vescovi, detta "pallio" da pseudo Germano; la s. diaconale si portava sul camice; la s. sacerdotale è nel sec. Ix cosi propria dei preti che la portavano anche nei viaggi. A Roma invece non era un'insegna speciale e la portavano anche i suddiaconi e gli accoliti sotto la pianeta; si diceva "orario", ed era più che altro un'insegna distintiva del clero dai laici.
Verso il sec. x, quando il suddiacono e l'accolito non portano più la pianeta, la s. diviene insegna propria del diacono, del prete e del vescovo. E da questo tempo l'uso e il significato della s. è uniforme nell'Occidente.
L'origine della s. e del nome è ancora oscura. Il nome di orarium (lat. or = bocca, volto) proviene dal latino, mentre la voce "s." deriva dal greco. Il Wilpert fa derivare la voce orarium dei diaconi dalla mappa usata nel servire a tavola, portata sulla spalla sinistra; i diaconi erano ministri alla tavola eucaristica e agapica.
I ministri dei sacrifici pagani come gli inservienti a tavola erano provvisti di una tale mappula. Questa mappula diviene mediante la contabulatio, una striscia o fascia. L'orario sacerdotale, un vero orario o sudario da proseguere il volto dal freddo nell'inverno, dal sudore nell'estate, anch'essa passa dalla forma contabulata a quella d'una striscia. Ma tutte queste spiegazioni ne lasciano l'origine oscura, e si preferisce la derivazione di L. Duchesne da un'insegna imperiale, come recentemente ha sostenuto Klauser. La voce "s." proviene dalla denominazione usata in Gallia e derivata dal greco per designare non una veste femminile, ma una veste distintiva in senso scritturale (Apoc. 6, 11; 7, 9, 14).
Brit.: J. Braun, Die liturgische Gescandung, Friburgo 1907, pp. 562-620; id., I paramenti sacri, loro uso, storia e simbolismo, vers. it., Torino 1914, pp. 121-29; L. Duchesne, Les origines du culte chrétien, Parigi 1925, pp. 410, 415; M. Righenti, Man. di stor. liturg., I, Milano 1950, pp. 520-24; T. Klauser, Der Ursprung der bischöf. Insignien und Ehreurechte, Krefeld 1930, pp. 17-20. $\quad$ Pietro Siffrin
STOLA, DIRITTI di. - I. - Diritti di s. o tasse di s. (iura stolae) vengono denominate le prestazioni dovute dai non poveri ai parroci in occasione dell'amministrazione di alcuni Sacramenti (Battesimo, Matrimonio) e sacramentali (benedizioni, processioni, ecc.) o in occasione di funerali; i primi prendono il nome di diritti di s. bianca, i secondi di s. nera.
Essi fanno parte della dote del beneficio (can. 1410). La loro misura è determinata da tariffe fissate dal Concilio provinciale o dal vescovo con l'approvazione della S. Sede (cann. 1507, 1234), oppure da legittima consuetudine (cann. 463,831 ). E vietato al parroco di esigere di più, e ove lo faccia è tenuto alla restituzione, oltre ad essere passibile di grave pena pecuniaria e, in caso di recidiva, di sospensione o rimozione dall'ufficio (can. 2408). Per i poveri, poi, il parroco nulla può esigere (cann. 463 § 4, 1235 § x).
E regolata con particolari norme la materia relativa ai diritti di s. nera (cann. 1234-38), onde la misura delle tassazioni per le varie classi di funebri sia determinata con moderazione, così da evitare occasione di litigi o scandali, sia lasciata piena libertà di scegliere la classe che si desidera, e in ogni caso sia assicurata ai poveri la gratuità dell'offriatura funebre e della sepoltura, con tutte le esequie prescritte dalla liturgia. Nel caso che il funerale non abbia luogo nella chiesa parrocchiale propria del defunto (come di regola deve avvenire, se il defunto stesso non abbia prescelto altra chiesa: can. 1216), al parroco proprio è dovuta la cosiddetta porzione parrocchiale (v.).
II. - Quanto alla loro natura giuridica, è da notare che, in coerenza con il principio fondamentale di diritto canonico che nessuna cosa intrinsecamente spirituale o inscindibilmente annessa a questa va fatta oggetto di compra o vendita per prezzo temporale (ed il farlo costituisce simonia di diritto divino: can. 727 § 1), e in particolare data la proibizione specifica fatta ad ogni sacerdote di esigere o richiedere alcunché, sia direttamente, sia in-
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direttamente, per l'amministrazione dei Sacramenti (can. 736), i diritti di s. non possono considerarsi come un prezzo o compenso per gli atti di ministero spirituale compiuti dal parroco, ma come una prestazione, corrisposta in occasione di tali atti, in base a giusto titolo riconosciuto dal diritto o da legittima consuetudine (can. 730). Giusto titolo sono, ad es., quello di stipendio per l'oreato sostentamento del cheirico, o quello del lavoro estrinseco, compiuto cioè estraneamente all'opera sacra e separabile da essa. Logica conseguenza di tale concetto è non solo che il parroco ha sempre il dovere di compiere gratuitamente il ministero per coloro che non sono in grado di corrispondere il dovuto, ma anche quella che il parroco non può richiedere l'anticipata prestazione, né può negare i Sacramenti né il funerale quand'anche gli si rifiuti l'emolumento legittimo e adeguato alla capacità economica del fedele o di chi per esso. Resta però fermo per questi l'obbligo di corrispondere la tassa dovuta, sotto comminatoria di pene canoniche a prudente arbitrio del vescovo (can. 2349).
Dato tale carattere obbligatorio, benché talora si designino i diritti di s. anche con il nome di oblazioni o di elemosine (cf. cann. 736, 1234), essi vanno distinti dalle oblazioni costituite dalle elargizioni libere e spontanee dei fedeli (v. oblazioni) appunto perché ad essi va unita una vera obbligazione giuridica. La loro natura giuridica canonica, pertanto, è più propriamente quella di un tributo e tassa che la Chiesa in virtù del suo potere di impero e del diritto che essa rivendica di esigere dai fedeli, indipendentemente dalla potestà civile, quanto è necessario al culto divino e al mantenimento del clero (can. 1490), impone ai soggetti che fan parte della sua organizzazione, di versare in occasione della richiesta di determinati servizi ecclesiastici.
III. - Nell'ordinamento statuale italiano, nonostante qualche divergenza sulla loro definizione dal punto di vista civilistico, è riconosciuta azione per il pagamento dei diritti di s. nella misura delle tariffe stabilite dall'autorità ecclesiastica. Le spese funerarie in particolare godono del privilegio generale sui mobili (art. 275 I del Cod. civ.). Agli effetti fiscali i diritti di s. sono compresi fra i redditi colpiti da imposta di ricchezza mobile. Essi poi sono presi in considerazione come proventi casuali ai fini della determinazione della congrua (v.).
BibL.: S. D'Angelo, Tasse e pensioni nel cod. di dir. can., $2^{\circ}$ ed., Torino 1928.
STOLBERG, Friedrich Leopold. - Poeta, n. a Bramstedt (Holstein) il 7 nov. 1750, m. a Sondermühle presso Osnabrück il 5 dic. 1819.
Insieme con il fratello Christian (n. nel 1748), che condivideva la sua passione poetica, studiò a Halle ed a Gottinga, entrando in quel circolo di poeti e di colti (Göttinger Hain) che cominciava a lottare contro l'arido razionalismo dell'Aufklärung, ispirato da Klopstock, e nello spirito dello Sturm und Drung. Chiusa la giovinezza di poeta con un viaggio insieme a Goethe (1776), ebbe incarichi politici che lasciò dopo la conversione al cattolicesimo ( 1800 ). Si diede allora a studi storici e religiosi, contribuendo, come un Sailer e uno Schlegel, seppur entro più modesti limiti, al rinnovamento cattolico.
BibL.: oltre alla raccolta delle opere, in 20 voll., Amburgo 1820-25, e alla biografia dello Janssen ( $2^{\circ}$ ed., a cura di L. Pastor, Friburgo 1910), si vedano le Briefe F. L. S. u. der Seinigen an T'os, Münster 1891; I. Cardanus, F. L. S., München-Gladbach 1920, e la bild. delle voce BOSLANTICISSIO; I. Droz, L'Allemagne et la révolution française, Parigi 1949, v. indice, Ettore Passerin
Josefin, suo figlio, n. il 12 ag. 1804 a Lutkenbeck presso Münster, m. il 5 apr. 1859 a Tournai, fu eminente rappresentante del cattolicesimo tedesco.
Entrò nel 1824 nella Compagnia di Gesù, ma atterrito di fronte alla responsabilità del sacerdozio, rinunciò nel 1833 alla vita ecclesiastica. Affermatosi fra i dirigenti del movimento cattolico nella Germania settentrionale, presiedette nell'ott. 1849 a Ratisbona la terza Assemblea generale dei cattolici tedeschi. In tale occasione il Döllinger propose la fondazione della Società di S. Bonifacio
e lo S. ne fu designato alla presidenza. Per il buon successo della nuova associazione S. dispiegò subito una intensa attività. Nello stesso inverno 1849-50 fece visita ai vescovi tedeschi per ottenerne la collaborazione, che gli fu senz'altro assicurata. Inoltre promosse la costituzione di associazioni diocesane, dipendenti dalla sede centrale di Paderborn. Accordò egualmente il suo appoggio alle missioni popolari dei Gesuiti.
BibL.: H. Brück, Gesch. der kath. Kirche in Deutschland im 19. Jahr., III, Magonza 1896, passim. Silvio Furlani
STOLZ, Alban. - Scrittore ed educatore, n. il 3 febbr. 1808 a Bühl (Baden), m. a Friburgo in Br. il 16 ott. 1883. Dopo gli studi medi a Rastatt, seguì un corso "provvisorio" di teologia a Friburgo in Br., e, scosso nella fede per l'ambiente razionalistico, studiò filosofia e pedagogia a Heidelberg. Ricondotto alla fede piena, fu ordinato sacerdote (1833), fu pastore d'anime zelantissimo. Dopo una breve periodo di insegnamento alla Scuola superiore di Bruchsal (1841-43), passò al convitto teologico e nel 1847 all'Università di Friburgo in Br. quale professore di teologia pastorale, che insegnò fino alla morte.
Più che come teologo si distinse per il suo talento di scrittore religioso efficace e penetrante. Il suo Kalender für Zeit und Ewigkeit (dal 1843 al 1883) ebbe immensa diffusione, come anche le sue Lebensbeschreibungen di santi, quali Elisabetta (1865), Germana, Vincenzo de' Paoli, e la sua grande Heiligenlegende (1831-60). S. racchiuse i suoi pensieri ed esperienze di educatore negli scritti minori di pastorale (Standesseelvorge) e nel trattato Erziehungskunst (1873). Notissimo fu anche il suo «Gebetbuch»: Der Mensch und sein Engel (1868). Fu risoluto e tagliente nei scuoi scritti polemici contro i rappresentanti in Germania del liberalismo, razionalismo, «Deutschkatholizismus» (Ronge), vecchio cattolicesimo e massoneria. Le sue descrizioni di viaggi (Besuch bei Sem, Cham und Japhet, 1857; Spanisches für die gebildete Welt, 1853; ecc.) rappresentano i pellegrinaggi del ricercatore di Dio. S. fu direttore per corrispondenza di non pochi dubbiosi a convertirsi (Fügung und Führung, 3 voll., ed. da J. Mayer) La sua corrispondenza (Briefwechsel, 7 voll., ed. da A. Stockmann, 1923), specialmente quella con le sorelle Ringsein, e i suoi diari (Tagebücher): Witterungen der Seele (1867), Wilder Honig (1870), Dürre Kräuter (1877), Lichte Höhen (ed. da J. Mayer, 1922), Nachtgebet meines Lebens (ed. da J. Schmitt, 1885), Phantasmata (ed. da F. Hülshof, v. ep. cit. in bibl., 1931), permettemo di guardare nelle profondità della sua ricca vita interiore. Le sue Predigten (ed. J. Mayer, 1908, e J. Ries, 1910-12) raggiungono di solito il vigore dei suoi scritti.
BibL.: opere: ed. in 21 voll.; ed popolare in 14 voll., nuova ed. in 3 voll., in preparazione tutte a Friburgo in Br. Biografie e studi: F. Hettinger, Mit A. S. durch den Schwarzwald, in Aus Welt und Kirche, 20 ed., Friburgo in Br. 1902; H. Herz, A. S., ivi 1916; J. Mayer, A. S., ivi 1921 (capitale); L. Bopp, A. S. als Seelen- und Erziehungskundiger, ivi 1935; A. Scheidgen, A. S. Naturleben, Münster 1928; K. Brocke, Di