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nobili: con la sua penna terribile aggredisce gli autori meno notevoli, trascura i più grandi, infierisce contro il maestro che lo aveva denunciato al governo. Difatti fu per punizione trasferito al ginnasio della sua città nativa, ma già nel 1836 lascia il servizio statale per farsi scrittore libero.

Amici "radicali" (miscredenti) gli procurano una cattedra di teologia a Zurigo, ch'egli accetta. Sembra che le critiche l'abbiano un po' scosso, e, nella $3^{\text {a }}$ ed. del Leben Jesu, attenuò i suoi dubbi quanto al Vangelo di s. Giovanni, sostenendo però solo come "possibile" la sua genuinità, e scrisse Zwei friedliche Blätter (Tubinga 1839). Ma appena si diffuse a Zurigo la notizia, la popolazione credente dell'intero Cantone di Zurigo si ribellò violentamente; ed il governo cantonale dovette licenziarlo prima che cominciasse l'insegnamento conoscendogli una pensione vitalizia; ma nemmeno quest'espediente salvò il governo "radicale", che sei mesi più tardi fu deposto dallo "Züriputsch ". S. reagì e nella prefazione della $4^{a}$ ed. del Leben Jesu dichiarò dovute a debolezza
d'animo le attenuazioni della $3^{a}$ ed.; pubblicò : Die kirchliche Glaubenslehre in ihrer geschichtlichen Entwicklung und im Kampfe mit der modernen Wissenschaft dargestellt, 2 voll. (Tubinga 1840-41), in cui tratta la storia dei dogmi secondo lo stesso metodo razionalistico, e proclama il fallimento di tutta la storia della teologia, sempre proclive ad opprimere la ragione e la libertà. Pur essendo meglio documentato e meglio condotto del Leben Jesu nell'attacco contro le posizioni cristiane, questa nuova opera di S. non suscitò tanto scandalo, ebbe una sola edizione. Dopo la rivoluzione del 1848, S. tentò la politica; il popolo credente fece fallire la sua candidatura per il Parlamento di Francoforte, ma fu eletto deputato della dieta del Württemberg. Non riuscì neanche come politico; sebbene eletto dai rivoluzionari difese aristocratici e conservatori, richiamato all'ordine non si scuso, ma rassegnò il mandato. Ripresa l'attività letteraria, scrisse biografie, specialmente di anticlericali, come Reimarus (Lipsia 1861, $2^{\text {a }}$ ed. 1892), Ulrich von Hutten (3 voll., ivi 1858 -60, $6^{a}$ ed. 1865), più tardi Voltaire (Mannheim 1870, $2^{\text {a }}$ ed. 1907). Però non fu un maestro nell'arte biografica; tutti i suoi personaggi vivono e pensano alla S., come succede per i poeti, quale S. del resto si dimostra nel vol. XII di Gesammelte Schriften. Nel 1862 il successo in Francia della nuova vita di Gesù di E. Renan (v.) indusse S. a tentare una simile vita di Gesù per il gran pubblico: Das Leben Jesu für das deutsche Volk bearbeitet (Lipsia 1864; $12^{\mathrm{a}}$ ed. 1902), più moderato e più positivo che nella "grande" vita, però non meno pericoloso. Riprese la polemica contro i teologi, condannando i "semirazionalisti" o "Vermittlungstheologen" più sgaramente degli stessi ortodossi, come in Die Malben und die Ganzen (1865); esprime un duro giudizio sul libro postumo di Schimermacher in Der Christus des Glaubens und der Jesus der Geschichte (Berlino 1865). La guerra del 1870 eccitò i suoi sentimenti patriottici, come anche quelli di E. Renan, e così entrambi gli autori eversivi di "Vite di Gesù" scrissero lettere aperte attorno alla responsabilità di quella guerra e della sorte dell'Alsazia e Lorena. A guerra finita S. uscì con un altro libro, che segnò il triste epilogo della sua evoluzione teologica: materialismo e darwinismo, entusiasmo "culturale" proprio del borghese di quell'epoca: Der alte u. der neue Glaube (Lipsia 1872). Il libro però è pervaso da molta sincerità, pone la questione assillante: siamo noi ancora cristiani? E risponde decisamente no: noi, che abbiamo abbandonato la fede cristiana e ne cerchiamo un'altra più scientifica, noi che seppelliamo i documenti più sacri del cristianesimo nei musei dei miti, non siamo più cristiani. Il libro ebbe molte confutazioni, ma anche edizioni (16a, 1904); con esso l'antisocialista S. contribuì a diffondere il materialismo anche fra i proletari.

Della sua teologia sommamente negatrice molto vive ancora; in seno alla neortodossia protestante ricomincia a riaffiorare il mitismo, non solo a causa della "smitizzazione" promossa da R. Bultmann, che segue più o meno la via di S., pur basandosi non su un mitismo antropologico di natura "friesiana", ma su un esistenzialismo (v.) secondo le idee di M. Heidegger, ma per le idee di Karl Barth, principe dei neortodossi riformati. Nel suo libretto su S., K. Barth afferma di concordare con S. in non meno di cinque punti che riguardano principi fondamentali: 1) se si concepisce la fede cristiana come una relazione immanente e si rende storica, ciò equivale a togliere la fede; 2) i documenti del Nuovo Testamento non possono essere fonti per una vita pragmatica dell'uomo Gesù Cristo: sono mere testimonianze di qualche essere sovrumano secondo le profezie del Vecchio Testamento e al di sopra di ogni recentruzione storica; 3) si può raggiungere un "Gesù storico" dietro quelle fonti, ma sacrificando i predicati più essenziali di Gesù (coscienza messianica, coscienza di figlio di Dio, predicazione del Regno, speranza della parusia, risurrezione dai morti), ed un tale "Gesù storico" sarebbe di "caratterologia sentimentale" che nulla avrebbe da fare con la fede degli Apostoli; 4) ma la persona di Gesù, per quanto appare nei Vangeli, è strettamente legata a tali predicati: uno storico che volesse scrivere una vita di Gesù dunque dovrebbe o

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cancellare quei predicati o interpretarli "moralmente" o considerare Gesù come "un nobile agitatore spirituale" seppure non si preferisca considerare la comunità primitiva come l'ultimo dato storico raggiungibile, e mito ogni cosa ad essa precedente; 5) il Cristo della "ricerca storica" non sarebbe altro che un rivelatore "relativo" di Dio, sarebbe un bel simbolo del Cristo vero: la Pa rola di Dio fatta carne, che esercita la decisione di Dio su di noi e che impegna anche noi nella decisione.
Il "razionalmitismo" o "movimento mitico", giunto alle più alte vette della teologia acattolica, da Heyne fino a Bultmann e Barth, l'ha pervasa di scetticismo e di pessimismo, quanto alla psicologia primitiva dell'uomo, in conformità all'ideologia di Lutero e Calvino, senza provare ciò con argomenti naturali o soprannaturali. Certo, l'uomo ha un'inclinazione poetica e anche "mitica", ma ha anche facoltà intellettuali atte a controllarla. La schiavitù ai miti è spiegabile ammettendo negli uomini di tutti i tempi più o meno uguali capacità intellettuali e sensitive, non negando però le differenze di tradizioni e di indole. Molti miti possono spiegarsi fenomenologicamente, senza che ne consegua la fatalità ad essi attribuita dal panmitismo; anche il panbabilonismo falli a misura che la conoscenza della civiltà babilonese si venne sviluppando. E soprattutto erroneo il ritenere il popolo ebraico come primitivo e soggiacente alla schiavitù dei miti. Lo stesso, ancor più, deve dirsi della comunità primitiva cristiana. Ma con soli argomenti razionali non si convinceranno mai i panmitisti, trovolti da tendenze sentimentali tutt'altro che intellettuali; occorre testimoniare loro la fede nel Dio vivente, nella verità assoluta della S. Scrittura, escludendo ogni dubbio anche sulla luce intellettuale, di cui furono e sono capaci tutti i popoli, anche se meno evoluti dei moderni.

Altre opere di S.: Gesammelte Schriften, ed. E. Zeller ( 12 voll., Bonn 1876-78), collezione però assai incompleta. Accedono collezioni di lettere: Ausgewählte Briefe, ed. E. Zeller (Bonn 1895, 5 voll.); A. Rapp, Briefwechsel zwischen S. und Vischer, 2 voll. (Stoccarda 1952-53). In italiano fu tradotta da G. Oddo la "grande" Vita di Gesù o esame critico della sua storia per il dr. D.F.S., Milano 1863-65; il testo di quella versione, fatta sulla quarta [Tubinga 1840, non mitigata] tedesca, servì per una vile falsificazione (Roma 1886) che nella pagina del titolo si sforza di fare credere, che sarebbe la Vita di Gesù di S. "rifutata e completata" dal p. C. M. Curci (v.), già riconciliato con la Chiesa. La Vita di Gesù di S., tradotta da S. Gatti (Torino 1865) ed incompleta, sembra basarsi sulla $2^{a}$ ed. della "piccola" Vita di Gesù dello S. o del Leben Jesu für das deutsche Volk bearbeitet. Da "S.O.E." è tradotto l'ultimo libro di S., assieme con la Nachschrift (1873): D. F. Strauss, La antica e la nuova fede (Milano 1876 ).

BISL.: J. Zeller, Stimmen der deutsch [prot]. Kirche über das Leben Jesu von Dr. S., Zurigo 1837; W. Hoffmann, Das Leben Jesu... von D. F. S. geprüft für Theol. und Nicht-theol., Stoccarda 1836, pp. 31-60 (genesi della scuola mitica); E. Zeller, D. F. S. in seinem Leben und seinen Schriften, Bonn 1874; B. Bauer, Philo, S., Bmnn, Berlino 1874; W. Lang, D. F. S., Lipsia 1874; F. Hettinger, D. F. S. ein Lebens- und Literaturbild, Friburgo 1875, è una vita catt. di S., in alcuni punti forse troppo "apologetica", ma l'autore penetra con molta perspicacia la filos. e teol. di S.; B. Hausrath, Str. und die Theol. sein. Zeit, Heidelberg 1876-78; O. Frick, Mythos und Evang., Heilbronn 1879; E. Marius, Die Persönlichkeit Jesu mit besond. Rücksicht auf die Mythol. und Mysterien der alten Welt, Lipsia 1879; H. Benecke, W. Vathe [discep. di Hegel], Bonn 1883; Woldemar Schmidt, D. F. S., in Real-Encykl. f. prot. Th. u. K., XIV (1884), pp. 775-81, bibl.; E. Zeller, D. F. S., in Allg. Deutsch Biogr., 36 (1893), pp. 338-48; S. Eck, D. F. S., Stoccarda 1890; A. Wands, D. F. S. philos. Entwicklungsgang und Stellung zum Materialismus. Diss., Münster 1902; A. Hein, Die Christologie von D. F. S., in Zeitschrift f. Theol. u. Kirche, 16 (1906), pp. 321-45; Th. Ziegler, D. F. S., in Real-Encykl. f. prot. Theol. u. K., XIX (1907), coll. 7692 (bibl.); K. Harreus, D.F.S., sein Leben und seine Sehr., Lipsia 1908; A. Kohut, D. F. S. als Denker und Erzieher, Heidelberg 1908; Th. Ziegler, D. F. S., 2 voll., Strasburgo 1908-1909; A. Lévy, D. F. S., Parigi 1910; A. Schweitzer, Gesch. der Leben-Seu-Forschung, II, Tubinga 1913, pp. 69-124, con altra bibl.; K. Barth, D. F. S. als Theol. 1839-1939 (Theol. Stud., 6), Zurigo 1939; $2^{2}$ ed., ivi 1948; id., Die protest. Theol. im 19. Jahrb., ivi
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(4a 12d. logica del Compendium, Londra 1885, p. 17)
Stregoneria e medicina - Il diavolo tiene concilio alle streghe. Incisione del Compendium Malefizarum di P. Fr. Maria Guazzo, Milano 1868.
1947, pp. 490-515; E. Retzall, D. F. S., in Sceush Teol. Tidskrift, 20 (1944), 198-210; C. Hartlich - E. Sachs, Der Ursprung des Mythusbegriffes in der modernen Bibelwissenschaft., Tubinga 1952, pp. 121-48 è fondamentale per la "Scuola mitica"; per R. Bultmann, v. Biblico, 32 (1951), p. 92, n. 830. Pietro Nober

STREGHE: v. MAGIA.
STREGONERIA e MEDICINA.- Presso i primitivi, lo stregone sacerdote riceve, in un particolare stato naturale o provocato (sciamanismo, ebbrezza alcoolica, medianismo), una cosiddetta "luce di rivelazione" a scopi terapeutici; nella demoiatrica chi è capace di "segnare" alcune malattie è nato in determinate condizioni. In un primo momento il guatitore è solo il tratto d'unione tra divinità e uomo, sacerdote che sta fra divinità e paziente; in un secondo tempo egli stesso si arroga il potere di bene e di male, trasformandosi in mago e ricavando il suo potere da riti o manovre speciali; come tale lo si trova sia tra i popoli primitivi sia tra gli odierni abitanti delle campagne. Presso i primitivi lo stregone, a capo dell'intera popolazione del villaggio, è il centro di veri e propri riti per scacciare i demoni, in casi di epidemia o di malattia di un membro della comunità; altre volte, in segreto o in pubblico, compie riti o cerimonie per procurare malattie.

Nella demoiatrica, accanto all'elemento religioso è posto l'elemento magico; pertanto, a determinate persone viene attribuita la facoltà sia di fare che di togliere il male, sia di provocare che di guarire malattie. Le streghe hanno tale virtù per nascita o per iniziazione e l'applicano mediante le "fatture", in genere con un'opera a sfondo criminoso, sia agendo direttamente sulla vittima (iettatura) sia su qualche figura o cosa che la rappresenti (transfert). Con gli stessi metodi possono disfare quanto hanno compiuto.

Accanto a quella legata alle "fatture", l'opera della s. si rivolgeva alla confezione di amuleti, talismani e filtri che donassero gioventù, onori, amore, ricchezze, ma in particolare era legata alla cura delle malattie. Contadini e popolani, quando, a loro parere, la scienza medica ufficiale non riusciva a raggiungere lo scopo, ricorrevano (e tuttora avviene!) alla strega che ben conosceva le virtù dei semplici medicinali e somministrava succhi di erba, in specie quelli con effetto alleviante, quali le solaracee. Le streghe, oltre ad avere un farmaco per ogni male, ne possedevano anche di micidiali e sapevano ben manipolare i veleni; esse furono anche ostetriche e ginecologhe, spesso non a fin di bene; per ogni occasione avevano un rimedio, dai sistemi abortivi alle acque di castità e agli afrodisiaci. Alle malattie attribuite a opera di s. si assegnano particolari caratteri, soprattutto quelli di non

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potersi identificare con un quadro nosografico caratteristico e presentare una sintomatologia straordinaria nei suoi sviluppi e non spiegabile con la comune patogenesi; quale, p. es., un disordine dietetico, una causa traumatica rossica o infettiva, ecc. Si tratta d'un deperimento inspiegabile e progressivo (una delle forme più caratteristiche della "fattura") o di perdita della facoltà sessuale o della memoria. Una simile patologia da s. non è passibile, com'è chiaro, di controllo sperimentale; rimane perciò non accertabile e definibile in modo scientifico, assume una fisionomia vaga e discutibile che assai bene si presta a un'interpretazione soggettiva e fantastica. D'altra parte, da una siffatta patologia vanno distinti i disturbi e le malattie realmente provocate da sostanze venefiche subdolamente propinate, o dalla suggestione o inscenate da volgari trucchi.

La s. acquistò fosche tinte particolarmente nel medioevo, epoca in cui non fu giudicata come meritava anche dal punto di vista psicopatico, ma solo da quello religioso, come grave colpa di empietà e di demonolatria. Attualmente tale forma medievale di s. viene considerata una psicostossica, spesso collettiva, legata all'abuso di sostanze stupefacenti per inalazioni, per frizione, o per bevande. Infatti, in un ambiente chiuso saturo di fumigazioni di sostanze stupefacenti, le streghe si ungevano l'intera superficie del corpo con pomata a base delle stesse, aggiungendo talvolta anche il loro uso interno in forma di filtri e decotti. Tali tossici, usati dalle streghe, erano l'aconito, la mandragora, la belladonna, il giusquiamo, l'oppio, la canape indiana (hashish) e altre sostanze oggi identificate come stupefacenti (v.). Così, in stato di delirio, le streghe credevano realmente di esser andate ai "sabba" infernali e al risveglio erano pronte a giurare sulla realtà di quanto avevano visto nel delirio e anche a finire la loro esistenza sul rogo.
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(per cortesia della Suore Grigio di Montréal)
Stregoneria e menteria - Tipo di stregone esquimese (pagano). Missione delle Suore Grigie di Montréal - Chesterfield.

Cerimonia iniziale della carriera era il patto con il demonio, firmato con il proprio sangue su una pergamena virginea di pelle di fanciullo, in ambiente saturo di stupefacenti, in un'atmosfera delirante d'incubo satanico. In tali circostanze il demonio appariva donare, in cambio dell'anima della consacranda strega e della sottomissione di lei al suo volere, un primo periodo di felicità e di ricchezza. D'altra parte la strega avrebbe acquistato un potere superiore a ogni potenza umana, attraverso particolari cerimonie in cui entravano sacrifici cruenti culminanti in omicidi rituali, con una liturgia in onore di Satana, scimmiottante gli stessi rituali dei culti divini; spesso era richiesto per tali riti un prete apostata. Il delitto si congiungeva, così, al più turpe sacrilegio. In realtà, spesso la loro opera, all'infuori di ogni presunta intromissione diabolica, era capace di effetti meravigliosi, essendo esse conoscitrici della natura umana, dei poteri delle sostanze fisiche, delle virtù delle erbe.

La tradizione popolare ha illustrato in arte le streghe come tipi di vecchie donne d'aspetto brutto e ripugnante; al contrario esse furono in genere donne bellissime e piene di ricchezze derivate dai loro guadagni spesso loschi e illeciti. Nei riguardi del giudizio morale della s., v. magia. - Vedi tav. C.

Birl.: A. Pazzini, La magia negli scaffali di un museo, in Athena, 1934, xir; id., Una pagina di patologia mediom.: la 1., ibid., 1935, 1; id., La medicina primitiva, Milano 1941; id., Stor. della medic., 2 voll. ivi 1947, passim; S. Marszakowicz, L'elmo, tossicologico nella 1. e nel demonismo mediom., Roma 1936; G. Michelet, La strega, 2 voll., Milano 1936.

Gustavo M. Apollonj
STREIT, Karl. - Fondatore della cartografia ecclesiastica, n. il 5 ag. 1874 a Dittersbächl (dioc. di Litoměřice, Cecoslovacchia), m. il 31 maggio 1935.

Entrato nel 1893 nella Società del Verbo Divino e ordinato sacerdote nel 1898, lavorò come cartografo, nella Casa Madre della Società a Steyl in Olanda e più tardi a S. Gabriele, dove nel 1930 fondò l'Istituto cartografico.

Oltre alle molte carte geografico-missionarie, linguistiche ed etnologiche (tra le altre anche le carte murali per l'Esposizione missionaria del 1925 in Vaticano), che egli disegnò specialmente in collegamento con i lavori di P. Guglielmo Schmidt e la rivista di lui Anthropos, pubblicò le seguenti opere maggiori: Katholischer Missionsatlas, Steyl 1906; Atlas Hierarchicus. Descriptio geographica et statistica S. Romanae Ecclesiae..., Paderborn 1913; $2^{\circ}$ ed. ivi 1929; Die Sprachfamilien, und Sprachkreise der Erde, Atlante, Heidelberg 1926.

Enrico Emmerich
STREIT, Robert. - N. il 27 ott. 1875 a Fraustadt (Posen), in Germania, m. a Francoforte sul Meno il 31 luglio 1930.

Entrò nel 1895 tra gli Oblati di Maria Immacolata. Ordinato sacerdote, nel 1901 fu redattore del periodico missionario Maria Immacolata (ora Monotoblatter der Oblaten) e professore allo studentato teologico degli Oblati a Hünfeld. Nel 1924 fu chiamato a Roma per ordinare e catalogare la Biblioteca dell'Esposizione Missionaria Vaticana dell'Anno Santo 1925 e nel 1926 divenne direttore della Pontificia Biblioteca Missionaria che egli stesso ordinò nel Palazzo della S. Congregazione di Propaganda Fide.

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Stirigonia - Diploma di Tommaso, abate di Zobor (6 febbr. 1349).
Come redattore della rivista Maria Immacolata concepì l'idea di suscitare un movimento missionario scientifico. Oltre che in qualche saggio storico, in alcuni arricoli Die theologisch-sussenschaflliche Missionskunde (1909) e Die Mission in Exegese und Patrologie (1909) pubblicò i suoi primi tentativi di trattazione scientifica di questioni missionarie. Al Congresso dei Cattolici di Germania a Breslau (1909) fu nominata una Commissione missionaria permanente. Nella prima sua seduta a Berlino nel 1910 il p. S. lesse un rapporto sui Doveri e compiti della scienza verso le missioni e, incaricato dalla medesima Commissione, scrisse alcuni memoriali sullo stato della storiografia, sulla necessità di una bibliografia missionaria universale, già ideata da lui, e di una rivista scientifica missionaria. Intanto il prof. Schmidlin, sotto l'impulso del p. S., entrò nel movimento e realizzò la rivista missionaria scientifica, la creazione di una cattedra universitaria per scienze missionarie e del movimento missionario accademico tra gli studenti. Il p. S., invece, concentrò tutte le sue forze sull'edizione di un'ampia bibliografia missionaria. Nel 1916 fu pubblicato il primo volume della Bibliotheca missionum d'indole generale. Nel 1924 segui il secondo volume sui primi secoli della letteratura americana. Nel frattempo fu chiamato a Roma. I lavori della Bibliotheca missionum, facilitati straordinariamente in mezzo al materiale letterario raccolto per l'Esposizione nel 1925 e nelle altre biblioteche di Roma, continuarono con ritmo accelerato. Nel 1927 si ebbe il terzo volume terminando la letteratura americana, nel 1928 e 1929 il quarto e quinto volume, i primi sulla immensa letteratura asiatica. Questi tre volumi furono pubblicati in collaborazione con il p. Giovanni Dindinger, O.M.I. Questi, dopo la morte del p. S. nel 1930, continuò, coadiuvato dal p. Giovanni Rommerskirchen O. M. I., l'opera che prese proporzioni sempre più grandi. Fino al 1951 otto altri volumi furono pubblicati. Pio XI incaricò il p. S. di rendere accessibile al mondo il materiale statistico delle missioni raccolto per l'Esposizione Missionaria Vaticana, in disegni con testi esplicativi Die Weltmission der katholischen Kirche, Zahlen und Zeichen che fu pubblicato nel 1927-28 in cinque lingue.

Il p. S. può essere chiamato uno dei principali iniziatori e pionieri della scienza missionaria cattolica.

Bibl.: Biblioth. min., VI, Aachen 1931, pp. 12-2111; J. Rommerskirchen - J. Dindinger, Bibl. mission., II, Roma 1934-35. pp. 7-17; J. Pietsch, P. R. S., Pionier der Missionswissenschaft., Schineck 1952. Giovanni Rommerskirchen

STREITEL, MARIA FRANCISKA. - Fondatrice delle Suore dell'Addolorata, n. a Mellrichstadt (diocesi
di Würzburg) il 24 nov. 1844, m. a Castro S. Elia (diocesi di Nepi) il 6 marzo 1911.

Piamente educata e assidua alle opere di poeta, entrò a 21 anni dalle Suore del Terz'ordine di S. Francesco, fra le quali dal 1866 al 1882 esercitò vari uffici e diverse cariche. Però, desiderosa di una vita più severa, entrò dalle Carmelitane, ma non vi potè rimanere. Dopo pochi mesi chiamata a Roma dal p. Giovanni Jordan, fondatore della Società del Divin Salvatore, fondò sotto la sua guida la Congregazione delle Suore dell'Addolorata, approvata dal cardinale vicario nel 1885 , con lo scopo di assistere i malati negli ospedali e nelle case private, di tenere orfanotrofi, scuole, giardini d'infanzia e ospizi. Nel 1886 fu nominata madre generale, durando in questa carica 10 anni, quando fu deposta per false denunzie. Visse ed operò ancora 15 anni, prima a Roma e poi a Castro S. Elia, nella più grande umilia, totalmente dedicata alla preghiera, alla penitenza e all'educazione dei fanciulli. La morte ne mise in evidenza, con le grazie anche straordinarie largite a chi l'invocava, la mirabile santità; tanto che ne fu introdotta la causa di beatificazione il 13 giugno 1947 .
Bibl.: A. Reichest, La S. D. 31. Fr. S., Roma 1949. Celestino Testore
STRICKER, DER. - Poeta vagante tedesco, di cui si sa soltanto ch'era oriundo della Franconia e che visse in Austria intorno al 1250.

Compose, oltre ad un poema su Carlomagno, il poema cavalleresco Daniel von dem blühenden Tal, in cui elaborò nello stile di Hartmann, sfruttando motivi tradizionali e citando a suo mallevatore Alberico de Besançon, una leggenda arturiana. Più noto egli è però come poeta burlesco, per i suoi Schwänke o facesie e per i suoi Blipel o parabole di tendenza satirica, e specialmente come autore di quella raccolta di burle attribuite al Prete Amis, tipo di scaltro imbroglione che comincia con scherzi innocenti e finisce con l'ingannare perfino il suo vescovo mediante false reliquie o fingendo, con opportuni trucchi, di operar miracoli. Lo S. può essere considerato precursore di quella poesia satirica che, ostentando uno scopo morale, versava il suo scherno su intere classi sociali e che culminò più tardi nel famoso Till Eulenspiegel.

Bibl.: L. Jensen, Uber den Stricher als Blipel-Dichter, Marburg 1885; A. Blumenhätt, Die echten Tier- und Pflanzenfabeln des S.i. Berlino 1916. Bruno Vignola
STRIGONIA (Esztergom, Gran), arcidiocesi di. - Città e arcidiocesi in Ungheria. L'arcidiocesi ha una superficie di 7706 kmq . con una popolazione di 1.236 .392 ab. dei quali 818.779 cattolici distribuiti in 167 parrocchie con 394 chiese. Conta 520 sacerdoti secolari e 671 ex-regolari costretti dalle leggi antireligiose ad abbandonare i loro conventi. Inoltre in 158 case religiose ca. 250 suore si consacravano all'educazione della gioventù e alle opere della carità cristiana. Con l'accordo imposto all'episcopato ungherese dal governo comunista (1950), dopo l'infame condanna del card. Giuseppe Mindszenty (1949), tutti gli Ordini religiosi, eccetto sei conventi maschili e due femminili con le rispettive "cuole, furono soppressi.

Nell'insegnamento catechistico nelle scuole elementari e medie lavorano ca. 250 sacerdoti e catechisti. Fino alla nazionalizzazione delle scuole cattoliche, avvenuta nel 1948, oltre 10.000 studenti frequentavano gli istituti tenuti dagli Ordini e dalle congregazioni religiose.

La sede metropolitana di S., fondata da s. Stefano, primo re d'Ungheria e organizzatore della Chiesa ungher

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rese, risale al 999, anno che precede l'incoronazione del santo Re. Il paese fu da lui diviso in due province ecclesiastiche: S. e Calocza. S. non era destinata soltanto a diventare una sede metropolitana, ma come più tardi si rileva da un atto di Carlo I - mater et caput di tutte le chiese dell'Ungheria. Questo concetto viene espresso anche nella Legenda Maior di s. Stefano e fu codificato nel 1550 come articolo XVIII della legislazione ungherese. La posizione privilegiata appare anche nella scelta della sede metropolitana: S. fu la prima capitale del Regno costituito e organizzato da s. Stefano, il centro della prima fondazione politica con carattere di stabilità nel bacino del Danubio, dopo l'immigrazione dei popoli in Europa. Il Re santo fece dell'arce reale di S. la residenza dell'arcivescovo. S. rimase la sede dell'estesa arcidiocesi fino alla fine del sec. xvı, ma quando i Turchi nel 1543, sotto l'arcivescovo Paolo Varady (1526-29), occuparono S., la sede fu trasferita a Nagyszombat (Tirnava) e non tornò prima del 1820 sotto il regime dell'arcivescovo Alessandro Rudnay (1819-31).

Il primo nella successione degli arcivescovi fu il benedettino Anastasio (m. nel 1036) e il primo cardinale tra gli arcivescovi fu Stefano Vancha (1252-68). Il titolo di primate dell'Ungheria e di Legatus natus della S. Sede fu concesso la prima volta a Giovanni Kanizsay (13871418) da papa Bonifazio IX, e dal tempo del famoso card. Tommaso Bakocz (1497-1518) le due dignità furono sempre legate alla sede di S. Nel 1714 l'arcivescovo Agostino Keresztely ( $1707-25$ ) ottenne per sé e per i suoi successori anche il titolo di principe imperiale.

Il titolo di primate dell'Ungheria non è un semplice titolo di onorificenza, ma importa anche una certa giurisdizione. La prima menzione dell'arcivescovo di S., come primate, risale al tempo del re s. Ladislao (1077-95) in occasione della fondazione del vescovato di Zagabria. I diritti principali del primate in quel tempo furono l'incoronazione del re e la convocazione del sinodo nazionale. Per esprimere la sua giurisdizione il primate poteva farsi precedere dalla croce in tutto il paese. Nel corso dei secoli i diritti e privilegi si moltiplicarono a secondo il Sinodo di Nagyszombat nel 1630, sotto le presidenza del card. Pietro Pazmany, arcivescovo di S. e capo della riforma cattolica in Ungheria, la relaziona dell'arcivescovo di S. agli altri arcivescovi del paesapquivale alla relazione di un arcivescovo ai suoi vescovi suffraganei. Questa posizione giuridica fu ripetutamente confermata nei rescritti ufficiali della S. Sede (Bonifazio IX, Niccolò V, Leone X) e fu riconosciuta nella bolla di fondazione dell' arcivescovato di Eger (Agria) nel 1804. La bolla infatti pur esimendo il nuovo arcivescovato dalla giurisdizione metropolitana di S., conferma in pieno la stessa giurisdizione primaziale. L'arcivescovo di S. esercita la giurisdizione primaziale in Ungheria: il suo tribunale è la corte d'appello superiore dei tribunali arcivescovili, e il primate ha il diritto di visita anche nei monasteri esenti dall'ordinaria giurisdizione vescovile. Il primate, secondo il diritto comune magiaro, fondato sull'antica costituzione, è il cancelliere del regno, il primo consigliere del re, il guardasigilli e anche membro del tribunale supremo del regno. Egli incorona il re.

La provincia ecclesiastica di S. si è estesa nella maggior parte dell'Ungheria storica. Tra i dieci vescovadi fondati da s. Stefano Györ (Giavarino), Vác (Vacia), Pécs (Cinque Chasse), Veszprém (Veszprimia), Eger (Agria), - e dal sec. xI anche il vescovato di Nyitra (Nitra), formato dalla parte settentrionale dell'arcidiocesi - stavano sotto la giurisdizione dell'arcivescovo di S. In seguito alla nuova sistemazione territoriale delle diocesi dell'Ungheria nel sec. xvin, alle precedenti sono state aggiunte le seguenti nuove sedi suffraganee: Székes-
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(per cortesia del prof. E. Josi)
Stnigonia - La Cattedrale (1822-69) vista dal Danubio.
fehérvár (Alba Reale), Szombathély (Sabaria), Szepes (Scepusio), Rozsnyo (Rosvavia) e Besztercebinya (Neosolio). Le ultime tre sono divenute suffraganee della sede di Eger, quando nel 1804 fu promossa al rango di sede metropolitana. Anche il territorio proprio della sede di S. fu molto grande. La sua diretta giurisdizione era estesa su 15 contee, sulle città poi unite di Buda e di Pesc, su tutta l'isola di Csepel, come latifondo reale, e finalmente sulla prepositura di Nagyszeben. Questo territorio fu amministrato da 3 vicari generali e 12 vicari foranei.

Il centro spirituale dell'arcidiocesi fu la chiesa cattedrale costruita da s. Stefano. Dopo la distruzione e successiva ricostruzione nei secc. XII e xiv nel tempo dell'arcivescovo Dionigi Szecsi (1440-65) la Cattedrale fu completamente restaurata. Nel 1507 Tommaso Bakocz fece aggiungere una cappella costruita da Andrea Ferrucci da Fiesole. Questa cappella è il più bel monumento del rinascimento in Ungheria. Durante l'invasione e l'occupazione turca nei secc. xvi e xvir la maggior parte della Cattedrale fu distrutta. La nuova Basilica fu consacrata nel 1856 sotto l'arcivescovo Giovanni Scitovszky. Nel 1882 Giovanni Simor fece costruire il Palazzo arcivescovile e fondò ivi il Museo cristiano dotato di una ricca raccolta di disegni, pitture, sculture, arazzi e ceramiche, di una collezione numismatica e archeologica, documentando così l'interesse degli arcivescovi di S. per l'arte e per la cultura.

Fino alla prima guerra mondiale l'arcidiocesi di S. fu la più estesa in Ungheria. Il nuovo ordinamento ecclesiastico in seguito al Trattato di Trianon tolse 393 delle sue 482 parrocchie. Con queste fu organizzata l'amministrazione apostolica di Nagyszombat (Tirnava) in Cecoslovacchia. Come vicariato arcivescovile anche Budapest appartiene all'arcidiocesi. Tra le due guerre, in seguito al rapido incremento della popolazione nella capitale, fu necessario riorganizzare le parrocchie. In pochi anni furono costruiti 36 nuovi centri parrocchiali. Attualmente esistono a Budapest ca. 100 chiese e cappelle pubbliche, e si trovavano ivi anche i conventi di tutti gli Ordini e di tutte le congregazioni religiose più importanti, prima della loro soppressione, avvenuta ufficialmente nel 1950.

Il Seminario arcivescovile, primo seminario in Ungheria, fu fondato da Nicola Olah (1554-68) a Nagyszombat, e fu trasferito dopo l'espulsione del Turchi da S. Oltre questo esiste a Budapest un Seminario centrale per tutte le diocesi d'Ungheria. Sotto la sorveglianza dell'arcivescovo di S. sta anche il Pazmaneum, seminario

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ungherese a Vienna, fondato dal celebre arcivescovo della Riforma cattolica, card. Pietro Pazmany, e l's Institutum Ecclesiasticum Hungarorum in Urbe s. L'unica Facoltà teologica dell'Ungheria, il cui cancelliere è sempre il cardinale primate, si trova a Budapest, attualmente separata dall'Università statale del governo comunista.

Bib.: Eubel, I, pp. 464-65; II, p. 266; III, p. 323; IV, pp. 322-23; F. Knaus-Dedek, Monumenta Ecclesiae Strigon., 3 voll., Strigonia 1874-1924. Gerardo Békés

STRINDBERG, Johan August. - Scrittore svedese, n. a Stoccolma il 22 genn. 1849, m. ivi il 14 maggio 1912. S'affermò in gioventù con Master Olof (1872), un dramma in cui si presentava sulle scene il promotore della riforma luterana in Svezia e s'esprimevano i sentimenti antidemocratici dell'autore, e specialmente con Röda rummet ("La camera rossa", 1879), romanzo naturalistico e satirico sulla società della capitale svedese.

Al periodo naturalistico appartengono anche i racconti contenuti in Svenska öden och äventyr ("Destini e avventure svedesi ", 1882 sg.), Hemsöborna ("Gli abitanti dell'isola di Hema ", 1887), una delle cose più schiette dell'autore, e il crudo dramma naturalistico Fröken Julie ("Signorina Giulia", 1888). S. venne a contatto con la cultura e con gli ambienti intellettuali europei nei suoi lunghi soggiorni all'estero e particolarmente in Danimarca, in Svizzera, ove prese contatto con i rivoluzionari russi, in Germania, in Francia. Brandes gli fece conoscere il pensiero di Nietzsche e in I kasshandel ("In alto mare ", 1890) S. scrisse il suo romanzo del superuomo. Poi, venuto a conoscenza del misticismo visionario di Swedenborg, S. attraversò una profonda crisi mistica giungendo a una visione della vita, in cui il dolore si giustifica come espiazione del male e del peccato e, come scrive il Gabetti, «la sua religiosità si colorò sempre più di cattoliciamo». Dei suoi molti scritti di questo periodo possono citarsi tra i più tipici Inferno (1897) e Till Damaskus ("La via di Damasco ", 1898-1904); i drammi Påsk ("Pasqua ", 1901) con la figura centrale di Eleonora in cui si sublimava poeticamente il senso del dolore e dell'espiazione; Dödsdansen ("La danza della morte", 1901), una delle espressioni più cupe e desolanti del misoginismo di S., i drammi più propriamente fiabeschi, in cui s'avverte anche l'influsso di Maeterlinck, quali Drömspelet ("Il dramma di un sogno ", 1902) e un nuovo gruppo di tragedie storico-religiose tra le quali Gustav Vasa e Gustav Adolf. S. fondò nel 1907 il suo Intima teater e per esso compose altri drammi fiabeschi, simbolici e mistici tra cui Spökomaten ("La sonata degli spettri ", 1907) in cui l'esaltazione mistica raggiunge il suo diapason. Negli ultimi anni s'impegnò nuovamente in violente polemiche letterarie e politiche, attaccando il neo-umanesimo di Heidenstam e professando forme di un socialismo vagamente cristianeggiante. La sua morte commosse vivamente anche i ceti più umili.
S. è una delle più tormentate ed esasperate figure nella letteratura europea dell'ultimo Ottocento. Non c'è un punto d'arrivo della sua voluminosissima opera di scrittore, ma la sua vocazione e il suo impegno sono innegabili e la sua produzione multiforme è costellata di sorprendenti intuizioni e anticipazioni di movimento di cultura e d'arte posteriori alla sua epoca, alla quale egli è in sostanza assai meno vincolato di un Ibsen. E una figura che, già in vita, non appartiene soltanto alla Svezia ma all'Europa e ne è confusamente e dolorosamente consapevole.

Bibs.: A. Kerr, Das neue Drama: A. S., Berlino 1917; A. Storch, S. im Lichte seiner Selbstbiographie, Monaco 1921; E. Sprigge, The strange life of A. S., Nuova York 1942. Per gli studi ital. v. : G. Gabetti, a. v. in Esc. Ital., XXXII, pp. 850-53; M. Gabrieli, S. (in ital.), Göteborg 1944. Per le tradd. it. v. : Racconti svedesi, a cura di M. Gabrieli, Firenze 1945; Il meglio del teatro, a cura di G. Oreglia e vari, con interessante prefaz. di G. O., Torino 1951; Romanzi e drammi a cura di C. Picchio e vari, con buona introd. di C. Picchio, Roma 1952.

STRONGOLI. - Fu una delle cinque minuscole diocesi del versante ionico della Calabria, istituite dai Bizantini verso la metà del sec. IX, per la metropolia di S. Severina, ${ }^{1}$ creata di sana pianta insieme con le suffraganee.

Sembra che S. sia l'erede di Petilia Policastro, e quindi è più che probabile che possa identificarsi con la Paleocastro, che ricorre nella Notitia III della Diatiposi di Leone VI il Filosofo (886-901). Con la dizione di S. figura solo in fonti latine e in epoca non troppo antica. E dubbio infatti che appartenga a questa sede il vescovo Cerentino, che sottoscrive al Concilio Lateranense del 1179. Fra i suoi successori sono degni di nota: Pietro (1254-82), già abate di S. Eufemia, che ricorre spesso nel Regesto di Alessandro IV; Pietro Vicedomini (13301338), pure benedettino, la cui elezione fu confermata da Giovanni XXII, malgrado l'opposizione del metropolita; il francescano Tommaso De Rose (1342-51), uomo di grande dottrina; il card. Girolamo Grimaldi (1534-35), Tommaso Orsini (1566-67) e soprattutto il domenicano Timoteo Giustiniani (1568-71), che chiamò i suoi confratelli in città.

La diocesi di S., piccolissima e montuosa, non ebbe possibilità alcuna di sviluppo. Nel 1818 Pio VII la soppresse, aggregandone il territorio a quella di CerenziaCariati, rimasta unica suffraganea di S. Severina.

Bibs.: Ughelli IX, pp. 726-40; G. Fiore, Calabria illustrata, II, Napoli 1743, pp. 340-42; A. Vaccaro, Fidelis Petilia, Palermo 1933; F. Russo, La metropolia di S. S.verina, in Arch. stor. della Calabria e Lucania, 16 (1946), pp. 1-20; Eubel, I, p. 465; II, p. 267; III, pp. 323-24; IV, p. 323.

Francesco Russo
STROSSMAYER, Josir Jubaj. - Vescovo n. ad Osiek (Croazia) il 4 nov. 1815, m. l'8 apr. 1905 a Djakovo.

Studiò filosofia e teologia a Budapest e a Vienna; ordinato sacerdote nel 1838 , fu successivamente cappellano nella diocesi natale, professore e direttore del Collegio Augustineum di Vienna e poi cappellano di corte. Nominato vescovo di Bosnia e Sirmio con sede a Djakovo nel 1849, preconizzato e consacrato nel 1830, governò la diocesi fino alla morte. Divenne ben presto la figura centrale nella vita religiosa, culturale e politica della Croazia. Tra il 1866 ed il 1882 costruì a Djakovo la monumentale cattedrale di S. Pietro in stile romanico.

Contribuì inoltre al restauro della basilica di S. Clemente a Roma ed elevò la cappella croata nella basilica di Loveto. Grandemente giovarono al progresso culturale del popolo croato l'istituzione dell'Accademia Jugoslava delle scienze ed arti (1867), detta per un certo periodo Accademia Croata, della Pinacoteca e dell'Università croata di Zagabria (1874) da lui fondate. Con eguale munificenza S. contribuì alla pubblicazione del Monumenta Slavorum meridionalium del 'Theiner, delle raccolte di canti popolari croati, come pure di quelli macedoni ad opera dei fratelli Miladinov, e di moltissime altre opere, mentre manteneva a sue spese chierici francescani della Bosnia turca d'allora ed appoggiava ogni nobile iniziativa a favore della sua gente. Intrepido assertore dei diritti sovrani della Croazia, promosse e sostenne un generale riordinamento su base federativa dell'Impero austroungarico, con eguali diritti e doveri per tutti i popoli, nonostante i contrasti con le autorità imperiali.
S. pensava all'unione degli Slavi separati con la Chiesa cattolica, concepita come unica in diversitate, sulla carità e sul reciproco rispetto del rito, della lingua e dei diritti tradizionali. A tal fine, come pure per gli altri problemi dell'Unione europea, egli collaborò intimamente con Leone XIII e nel 1881 condusse una delegazione di rappresentanti di tutti gli Slavi a ringraziare il Pontefice per l'encicl. Grande munus, Difesa inoltre la liturgia glagolitica, s'interessò presso la S. Sede per l'edizione dei libri liturgici slavi, appoggiò il movimento unionistico della Macedonia e coltivò l'amicizia del filosofo Vladimiro Solovjev, che era alla avanguardia per il riavvicinamento della Russia con Roma. Notevoli pure i passi fatti dallo S. presso Bismarck per porre termine

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STROZZI BERNARDO
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(per cortesia del sec. Draganovits)
Strossmayer, Josip JURAJ - Ritratto.
al Kulturkampf in Germania ed il Memorandum allo zar Alessandro II sulla questione del Concordato della Russia con la S. Sede nel 1876, Memorandum che condusse all'accordo preliminare del 1882 ed infine al Concordato stesso del 1905. Poco ottenne, invece, in Serbia, il cui territorio resse come amministratore apostolico dal 1851 al 1896 .

Al Concilio Vaticano tenne due orazioni De doctrina catholica ed altre tre De disciplina ecclesiastica, De vita et honestate clericorum e De infallibilitate Romani Pontificis. Insieme al Dupanloup, Haynald e Schwarzenberg fu uno dei capi dell'opposizione alla definizione del dogma della nfallibilità, temendo che si rendesse più difficile il ritorno dei fratelli separati all'unità, ma si sottomise e lealmente difese la dottrina dell'infallibilità. In un opuscolo "Papa e Vangelo" di un vescovo al Concilio Vaticano (Firenze 1870) figurava un suo discorso apocrifo dovuto all'apostata Juan Augustin de Escudero. Di esso si valse anche la setta dei " veterocattolici", costituita nel 1922 ad opera del governo di Belgrado.

Bim.: Ch. Loiseau, La politique de S., in Monde Slave, 41 (1927), pp. 379-405; F. Sǐkí, Korrespondencija S. - Rožbi, 4 voll., Zagabria 1928-31; A. S̄piletak, Bishop 7. 7. S. na Vatikanskom saboru, ivi 1929; J. Oberški, Gevori S.-a na Vatikanskom saboru ( I discorsi di S. al Concilio Vaticano 1), Zagabria 1929; A. Wenzelides, Il mecenate creato 7. 7. S., in Europa orientale, 1930.

Krunoslav Stefano Draganovic
STROZZI, Bernardo. - Detto il Cappuccino genovese, pittore, n. a Genova nel 1581, m. a Venezia nel 1644. E fra i più notevoli pittori genovesi del primo Seicento.

Lo S., che ha una formazione quanto mai complessa nonostante la sua quasi popolaresca aggressiva evidenza, è il più tipico esponente nella sua città di quel naturalismo venezianeggiante verso cui lo seguirà G. A. De Ferrari. Fra le opere giovanili toscaneggianti sono la Madonna del Louvre e quella di Genova (collez. Crosa di Vergagni), la S. Caterina di Hartford, il migliore esemplare di un'ampia serie; fra quelle lombarde la Flagellazione della collezione Migone di Genova, la Deposizione dell'Accademia Ligustica. Più vicino alla sensibilità di maestri fiamminghi presenti a Genova, quali l'Aersten, il Beukelaert, il van Roos, e cioè più francamente realistico, un
gruppo di dipinti fra cui i Pifferai del Palazzo Bianco di Genova, i Musicanti della collezione Bavesi di Genova e la notissima Cuoca di Palazzo Rosso. Dei pochi affreschi dello S. conservati, sono di grande interesse quelli di Palazzo Carpaneto di Sampierdarena (1623-25), e del perduto Paradiso della chiesa di S. Domenico; notevolissimo il bozzetto dell'Accademia Ligustica, quasi preveneziano nel colore, cosi come lo sono le tele con il Sogno di Giuseppe, nelle versioni Spinola, Serra e Pallavicino. Tra le ultime opere dello S. del periodo genovese mostrano intendimenti riferibili alla sorgente caravaggesca dipinti di grande qualità come la Vocazione di s. Matteo dell'Art Museum di Worcester e il S. Agostino in veste di pellegrino che lava i piedi a Gesù dell'Accad. Ligustica. A Venezia, dove si ritirò nel 1630 e donde non si mosse più sino alla morte, lo S. sviluppò al massimo le sue qualità, non estraneo all'influsso dei grandi cinquecentisti; spunti veronesiani sono soprattutto nell'arioso Ratto d'Europa di Posen e negli sfondi architettonici della Cena delle Gallerie dell'Accademia. La critica gli ha riconosciuto parte preponderante in quel risveglio pittorico che in pieno Seicento diede l'avvio alle grandi conquiste settecentesche di Venezia. Fra i più alti raggiungimenti dello S. le opere di Vienna, l'Annunciato di Budapest, i ritratti di Mosca.

Bibl.: G. Fiocco, s. v. in Thieme-Becker, XXXII (1938), p. 208; M. Gorring, Un capolavoro dello S., in L'arte, 42 (1939), pp. 26-28; O. Grosso, Il quadro di Erminia tra i pastori e le pitture di B. S. nel decennio 1624-30, in Genova, genn. 1942; M. Bonzi, Due toad. dello S. in Liguria, Savona 1943; B. C. Heil, B. S., Calling of Matteo, Worcester Art Museum 1946, pp. 33-47; W. E. Suida, The Adoration of the shepherds by B. S., in The Journal of Walters Art Gallery, 9 (1946), pp. 103104; P. Zampetti, Ined. di B. S., in Emporium, 109 (1949), pp. 17-27; M. Gregori, La Mostra della Madonna nell'arte in Liguria, in Paragone, 1950, n. 32, pp. 58-61. Luisa Mortari

STROZZI, FAMIGLIA. - Capostipite conosciuto ne è uno Strozza di Ubaldino che visse nella seconda metà del sec. xili. Dai figli di lui, Pino, Lapo, Pagno e Geri derivarono quattro linee.

Bardo di Lorenzo, discendente di Palla di Lapo, si trasferì a Ferrara, dove il suo ramo si estinse nel 1737. Un discendente di Lobo di Lapo, Lorenzo di Govan Battista il Vecchio, fu il capostipite del ramo che durò a Firenze per tutto il sec. xix, mentre il fratello di lui, Filippo, dette inizio ad un altro ramo, trasferendosi a Roma. Infine da Geri diocesero NANNE, capostipite degli S. di Ferrara e Benedetto, capostipite di quelli di Mantova. Gli S. presero parte attiva alle lotte politiche in Firenze durante la repubblica e nei primi tempi del principato, e molti di loro si segnalarono nella milizia, nella carriera ecclesiastica, nelle lettere e nelle arti.

Tomasaro fu uno degli Otto Santi nella guerra contro Gregorio IX. Filippo il Vecchio, ostile ai Medici, fu bandito da Firenze poi, riammesso, iniziò la costruzione del palazzo familiare. Giovanni Battista detto Filippo, dapprima fautore dei Medici, poi, spinto dal figlio Piero, dopo la morte del duca Alessandro fece causa comune con i fuorusciti; preso a Montemurlo e condotto a Firenze, si uccise o fu ucciso in carcere. Piero, da principio favorito del duca Alessandro, ne divenne poi scerrimo nemico, e morto lui capeggiò gli oppositori di Cosimo I. Dopo la disfatta di Montemurlo e la morte del padre, passò al servizio del Re di Francia e ne comandò le milizie nella guerra di Siena, continuando poi la resistenza a Montalcino. Nominato maresciallo di Francia, combatté agli ordini del duca di Guisa e cadde sul campo a Thionville il 21 giugno 1558 . Il fratello di Piero, Leone (n. nel 1515, m. il 26 giugno 1554), nonostante i favori ricevuti da Clemente VII, in odio ai Medici passò al servizio dell'Ordine di Malta e combatté i Turchi al seguito di Andrea Doria; servil la Francia contro i Medici e l'Impero. Fu colpito a morte mentre tentava uno sbarco sulle coste di Toscana. Fra gli ecclesiastici sono da ricordare : Roberto di Carlo, canonista, che insegnò nello Studio di Pisa alla fine del sec. xv e fu vicario generale di quella diocesi per l'arcivescovo card. Riario, e particolarmente Lorenzo che, nominato dal Re di Francia vescovo di Be-

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Strozzi, famiglia - Esterno del Palazzo Strozzi, di Benedetto - (Int. Abnarii. Simone del Pollaiolo detto il Cronaca (iniziato nel 1489) - Firenze.
ziers il 7 dic. 1547 , fu poi trasferito ad Alby il 14 apr. 1561 , quindi ad Aix il 6 febbr. 1568; il 15 marzo 1557 era stato creato cardinale da Paolo IV; mori ad Avignone il 14 dic. 1571. Come i suoi congiunti egli era stato al servizio della Francia. Da Isabella S. moglie di Bartolomeo Corsini, nacque Lorenzo, poi papa Clemente XII (v.). Fra i letterati e filosofi: Palla di Onofrio (1373 ca.-1462) ellenista; Tito Vespasiano ( $1424-1505$ ) poeta latino; suo figlio Ercole (1473-1508) anche egli poeta latino, che finì misteriosamente assassinato; Giovan Battista il Vecchio (1505-71); suoY LONENZA poetessa, domenicana (15141591); Giovan Battista il giovane (1551-1634); Carlo (1587-1670), erudito e raccoglitore di codici, creato conte palatino da Urbano VIII. Fra gli artisti : Zanoni, minatore e pittore, discepolo del Beato Angelico; Bernardo (1581-1644) che appartenne alla scuola secentesca veneziana ed è particolarmente nominato come ritrattista.

Bibl.: R. Palmarocchi, s. v. in Enc. Ital., XXXII, p. 861 sg.; G. Parattini, Suor Lorenzo S. poetessa domenicana, in Mem. domenicane, 59 (1942), p. 113 sgg.: V. Fanelli, I libri di messer Palla di Nedi S. (1372-1461), in Conviviom, raccolta nuova, 1949, pp. 27-73.

Roberto Palmarocchi
STROZZI ACQUAVIVA, Isabella, duchessa d'Atri. - Collaboratrice di s. Leonardo da Porto Maurizio, n. il 4 ag. 1703; sposò nel 1727 Filippo Strozzi, duca di Bagnolo, e m. il 24 ag. 1760.

Sorella del card. Troiano Acquaviva (m. il 21 marzo 1747), protettore dell'Ordine francescano, fu dama di corte e amica di Maria Clementina Sobieska, moglie di Giacomo (III) Stuart, pretendente al trono d'Inghilterra. Come questa "regina" che fu "donna di eroiche virtù" (L. A. Muratori, Annali, a. 1735), S. era guidata da s. Leonardo da Porto Maurizio nelle vie della perfezione. Nelle Opere complete del Santo (vol. II, Roma 1853; vol. IV, Venezia 1868) sono pubblicate 19 lettere a lei dirette dal 17 ag. 1733 al 29 marzo 1747, con una interruzione di 5 anni ( $1742-46$ ); un'altra è pubblicata dal p. B. Innocenti in Operette e lettere inedite (Arezzo 1925, pp. 103-104). In esse s. Leonardo la incarica di aiutare bisognosi o la ringrazia delle sue beneficenze, ma soprattutto la esorta a staccarsi completamente dal mondo, additandole l'esempio di quella che chiama "la nostra buona regina" Maria Clementina.

Bibl.: P. Litta, Famiglie celebri, Acquaviva, tav. VI; B. Bagatti, La direzione spirituale di s. Leonardo da Porto Maurizio, in Studi francesc., 20 (1949), pp. 93-99.

Renata Orazi Ausenda
STRUMENTALISMO. - Con questo termine si definisce la forma di pragmatismo (v.) propria del
filosofo nordamericano J. Dewey (n. a Burlington il 28 ott. 1859, m. a Nuova York il $1^{\circ}$ giugno 1952; professore dal 1905 nella Columbia University di Nuova York), per il quale ogni idea e dottrina è un utensile (tool) per l'azione e la trasformazione dell'esperienza.

Il Dewey e la «Scuola di Chicago ", da lui promossa, si caratterizzano per il cosiddetto s. logico o "logica strumentale". Il pensiero del Dewey è svolto nelle opere principali : Psychology (Nuova York 1887); Studies in logical theory (Chicago 1