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 collaborano, oltre ai professori di quell'Ateneo, professori di seminari del clero secolare e regolare e laici. Oltre gli articoli di fondo e le "miscellanee", sono una caratteristica della rivista le "cronache" di cose olandesi : di filosofia, scienza, fenomenologia, in quanto riguardino la religione, e inoltre di teologia morale e esegesi, diritto canonico, teologia ascetica, storia della Chiesa, teologia protestante. Tali cronache sono le più accurate e le più complete sul lavoro teologico in Olanda e non cedono il posto a nessuna rivista, anche protestante. $S$. C. è un esempio della difficile soluzione del problema di congiungere la fedeltà alla filosofia e teologia perenne (ammettendo tutta la varietà delle scuole cattoliche) con la discussione delle cose attuali. Oltre articoli in olandese ne pubblica altri in francese, inglese, tedesco. E edita dalla Casa Dekker e van de Vegt (Nijmega e Utrecht).

Bibl.: J. Schrijnen, Vindicamus haereditatem, in S. C., I (1925), pp. 1-8; G. Broom, De "Katholiek * 1847 -1942, ibid., 10 (1943), pp. 1-8.

Pietro Nober

## STUDIA ET DOGUMENTA HISTORIAE

ET IURIS. - Rivista scientifica - prevalentemente di diritto romano - edita dal «Pontificium Institutum utriusque iuris», con sede in Roma presso il Pontificio Ateneo Lateranense.

Si pubblica in volumi annuali di ca. 500 pagine, comprendenti memorie originali, notae, recensiones, chronica; particolare rilievo è dato alle periodiche "rassegne»: di epigrafia giuridica, di papirologia giuridica, di diritto cuneiforme. Lingue ammesse : francese, inglese, italiano, latino, spagnolo, tedesco. La serie in corso si è iniziata nel 1935 sotto la direzione di Emilio Albertario, ed è giunta al vol. 18 (1952). Prima serie della rivista possono considerarsi i 25 voll. pubblicati dal 1880 al 1904, con il titolo Studi e documenti di storia e diritto, a cura della Accademia di conferenze storico-giuridiche, di cui furono soci illustri Giovanbattista De Rossi e Ilario Alibrandi. La rivista ha attualmente per directores Arcadio Larraona e Salvatore Riccobono, per moderator et sponsor Gabrio Lombardi.

Gabrio Lombardi
StUDIA LINGUARUM. - Strumento principale dell'evangelizzazione è la predicazione orale nella lingua del popolo a cui si predica. Parlare per interprete non può essere che un espediente temporaneo. Perciò numerose prescrizioni di ordine generale e particolare inculcano l'obbligo per ogni missionario di una profonda conoscenza delle lingue indigene. Dalla storia delle missioni e dai volumi della Bibliotheca Missionum dei pp. Streit e Dindinger risulta che i missionari cattolici, salvo poche eccezioni, sempre e ovunque si sono sforzati di apprendere le lingue, di comporre vocabolari, grammatiche, catechismi, ecc. per la predicazione ai popoli nella loro lingua nativa.
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(fol. Anderson)
Stucco - Decorazione a s. nel battistero di Ravenna (sec. vi).

Scuole di lingue si trovano già nel sec. xiri presso i Domenicani a Murcia e Tunisi, create sotto l'impulso di s. Raimondo di Peñafort; nel 1281 lo studio dell'ebraico è prescritto a Barcellona, quello dell'arabo a Valencia, nel 1291 quello dell'ebraico ed arabo a Xativa. Raimondo Lullo nei suoi scritti e nelle sue petizioni indirizzate al Papa, ai principi cristiani, all'Università di Parigi, propugna con ardore l'erezione dei collegi di lingue per i futuri missionari, ed egli stesso fondò nel 1276 a Miramar nell'isola di Maiorca un convento-studio per la formazione linguistica dei Francescani destinati alle missioni. Per sua iniziativa Clemente V eresse nel 1310 cattedre di lingua ebraica, caldaica e araba ed il Concilio di Vienna nel 1311 decreò l'erezione di uguali cattedre presso le Università di Parigi, Oxford, Bologna e Salamanca.

Dal sec. xv in poi, si hanno lagnanze sulla deficente conoscenza delle lingue da parte dei missionari, ma dalla Bibliotheca Missionum si può dedurre che molti si dedicarono con grande zelo allo studio delle lingue. All'Università di Lima (Perù), verso la fine del sec. xvı fu eretta una cattedra per lingue indiane. Presso i Carmelitani e presso i Francescani si trovano nel sec. xvit collegi speciali per gli studi linguistici. I Carmelitani eressero nel 1612 a Roma uno Studio superiore per la formazione dei loro missionari, trasportato nel 1662 a S. Pancrazio. Il programma includeva come una delle materie principali l'insegnamento delle lingue, specialmente di quelle orientali. Presso i Francescani di Roma, dal 1625 a S. Bartolomeo dell'Isola e dal 1622 in S. Pietro in Montorio, si ebbero Studi speciali di arabo. Pure nei collegi missionari dei Francescani fondati verso la fine del sec. xvir nel Messico (primo quello di Querétaro, eretto nel 1683) e nell'America meridionale era prescritto lo studio delle lingue indiane.

Nelle missioni attuali si dà grande importanza alla formazione linguistica dei missionari, benché non si faccia in scuole speciali. I Francescani però avevano eretto a Pechino uno Studio per introdurre i giovani missionari alla conoscenza della lingua cinese. L'Istituto missionarioscientifico di Propaganda ha cattedre speciali di cinese, giapponese, arabo e sanscrito.

Bibl.: G. Dahlmann, Lo studio delle lingue e le missioni, Prato 1892; Streit, Bibl., passim; L. Kilger, Eine alte Hochschule missionarischer Fachbildung, in Zeitschrift für Missionssissenschaft, 5 (1915), pp. 207-24; B. Altaner, Sprachstudien und Sprachkenntnisse im Dienste der Mission des 15. und 14. Jahrhunderts, ibid.,

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21 (1931), pp. 113-36; cf. ibid., 22 (1932), pp. 233-41; A. Kleinhans, Historia studi linguae Arabicae et Collegii missionum S. Petri in Urbe, Quaracchi 1930. Giovanni Rommerskirchen

## STUDI E MATERIALI DI STORIA DELLE

RELIGIONI. - Rivista trimestrale, sorta a Bologna nel 1925 per iniziativa di C. Formichi, R. Pettazzoni e G. Tucci; dal 1928 è sotto la direzione di R. Pettazzoni ed organo della Scuola di studi storico-religiosi dell'Università di Roma.

Successe agli altri due periodici di argomento analogo : Rivista trimestrale di studi filosofici e religiosi, fondata e diretta da A. Bonucci, e Alle fonti delle religioni, diretta da C. Formichi e G. Tucci. Tratta della storia della religione nella evoluzione che essa ebbe presso i vari popoli e si studia di far conoscere forme e momenti di civiltà meno noti e più remoti. E aperta ad una collaborazione largamente internazionale, ma anche a tutte le correnti di idee e di sistemi, dove, soprattutto quanto all'origine della religione, si nota la prevalenza delle preconcette idee razionaliste.

Celestino Testore
STUDIEN. - Periodico mensile di cultura, fondato nel 1878 dai Gesuiti olandesi.

Già nel 1868 s'era preso ad attuare il proposito di pubblicare opuscoli separati intorno ad argomenti interessanti per il pubblico colto sotto il titolo generico di Studièn op godsdienstig, wetenschappelijk en letterkundig gebied, e nel decennio 1868-78 ne erano usciti parecchi. Il che indusse a rendere nel 1878 la pubblicazione propriamente periodica, anche nel formato, con dieci fascicoli annuali, che più tardi diventarono mensili. Titolo e sottotitolo nel corso degli anni non restarono immutati; nel 1947 il titolo era: Katholiek Cultureel Tydschrift "onetratting van «Studièn»), che nel 1953 diventò: Cultureel Tydschrift, Streven. Celestino Testore
STUDIES. - Periodico trimestrale, fondato a Dublino, nel 1912, dai Gesuiti della provincia irlandese, con il sottotitolo di An Irish Quarterly Review of Letters, Philosophy and Science.

Cogliendo l'occasione dei nuovi regolamenti dell'Università di Dublino, i Gesuiti vollero offrire alle persone colte una pubblicazione, che prima non esisteva, la quale trattasse delle discipline universitarie con articoli di professori e di laureati scelti anche al di fuori dell'Ordine. Le materie principali trattate sono : la letteratura moderna universale, argomenti celtici, classici e orientali, questioni di storia, di filosofia, sociologia ed educazione, di scienze sperimentali. A cui nei singoli fascicoli vengono aggiunti un bollettino delle pubblicazioni recenti su argomenti specifici, note su particolari argomenti di interesse accademico, rivista delle opere più importanti. Celestino Testore

STUDI E TESTI. - Collana di testi "pubblicati per cura degli scrittori dalla Biblioteca Vaticana" (nel 1929 si aggiunse "e degli archivisti dell'Archivio Segreto").

Ebbero inizio, nel 1900, ad opera del p. Fr. Ehrle, prefetto della Biblioteca. Benché destinati principalmente a divulgare testi inediti, offerti dai manoscritti vaticani, ed accogliere lavori originali basati su essi, furono poi ospitati nella collana anche autori estranei alla Biblioteca come pure edizioni o studi non attinti ai suoi codici. Nella collezione, ricca dopo cinquantadue anni di oltre 170 voll., sono rappresentati il mondo occidentale e orientale, le letterature profana ed ecclesiastica, le scienze filologiche e storiche.

Fra le edizioni vanno ricordate: Pappo e Teone di Alessandria, Giorgio Pachimere, Patzes per i Basilici, il libro d'Agatangelo, Nilo Cabasilas, Ramberto de' Primadizzi, Vecario, il card. Giovanni Bona, Costantino Porfirogenito, Venturino De Prioribus, T. Tasso, il Libro della Scala in parecchie versioni medievali, testi arabi, mandel e turchi. All'esegesi biblica e alla letteratura antica cristiana spettano lavori dei cardd. G. Mercati e E. Tisserant, pubblicazioni di R. Devreesse su Teodoro Mopsuesteno ed i Costantiniano di F. Franchi de' Cavalieri; all'agingrafia le Note agiografiche ( 9 fasce.) di questi,

U. Monneret de Villard, le Leggende orientali sui Magi evangelici, V. Lanzoni, Genesi, svolgimento e tramonto delle leggende storiche; alla liturgia M. Andrieu, Histoire du pontifical romain au moyen âge; I. M. Hanssens, Amalarii episcopi opera liturgica omnia. Opere di gran mole sono M. Vattasso, Initio patrum della PL, le Miscellanee in onore di mons. A. Mercati, dei cardd. F. Ehrle e G. Mercati, la raccolta delle opere minori di questo ultimo, e G. Graf, Geschichte der christl. arab. Literatur ( 5 voll.).

Alla storia ecclesiastica, rappresentata da opere come F. Lanzoni, Le diocesi d'Italia..., M. H. Laurent, Le bienheureux Innocent V, J. Rouët de Journel, Nomsatures de Russie (4 voll.), servono anche le Rationes decimarum Italiae nei secc. XIII e XIV (13 voll.) con carte geografiche. Prima di questa serie degli archivisti dell'Archivio Segreto Vaticano era stata iniziata da loro, nel 1926, la serie Sussidi per la consultazione dell'Archivio Vaticano (finora 3 voll.).

Parecchi volumi sono dedicati ad inventari di biblioteche o archivi (P. Guidi, H. Hoberg) e specialmente ai manoscritti della Biblioteca Vaticana (U. Cassuto, G. Levi della Vida, A. Maier, E. Rossi, A. Wilmart). Molti illustrano spesso, con testi inediti e corrispondenze, letterati italiani ed umanisti. Da segnalare infine St. Kuttner, Repertorium der Kanonistik, e pubblicazioni di paleografia, di glossari latino-italiani (di P. Sella), di statuti comunali, di antichi inventari.

BinL.: (A. M. Albareds-N. Vian), Tuvale e indici generali dei primi cento volumi di s.S. e I. s (S. e I., 1001, Città del Vaticano 1942), I libri editi dalla Biblioteca Vaticana MDCCCLXXVVMCMXXXXVII, Catalogo ragionato e illustrato, ivi 1947; Nel cinquantesimo di S. e I. 1900-10, ivi 1950. Augusto Pelzer

STUDI FRANCESCANI. - Rivista nazionale scientifica dei Frati Minori d'Italia.

Iniziò le pubblicazioni il $1^{\circ}$ giugno 1903 con il titolo La Verna. Rivista illustrata sonfrancescana, per opera del p. Teofilo Mengoni (v.) e con lettera programmatica di Giuseppe Toniolo, con sede a Rocca S. Cacciano (Forl). Nel giugno 1911 la direzione fu trasportata a Sargiano (Arezzo), iniziando nel 1914 la $2^{\circ}$ serie con il titolo S. F., già la Verna; l'intestazione primitiva fu conservata per il Bollettino mensile del Terz'ordine ed Antoniano.

Fatta eccezione per il periodo della prima guerra mondiale, periodo che fu colmato con un "numero ponte" (1915-20), la rivista usci regolarmente. Nel 1929 iniziò la $3^{\circ}$ serie, divenendo Rivista nazionale a cura dei Frati Minori d'Italia.

La rivista pubblica articoli, testi e documenti, recensioni e notizie del movimento intellettuale francescano italiano. Importanti i vari "numeri unici" usati nei centenari della donazione della Verna da parte del conte Orlando di Chiusi (1913), del Terz'ordine francescano (1921), delle Stigmate (1924), della morte di s. Francesco (1926), di s. Antonio (1931), di s. Bernardino da Siena (1945).

Nel 1949, collateralmente alla rivista, è stata iniziata una collana con il titolo: Biblioteca di studi francescani, che raccoglie monografie, testi e studi di ampio respiro. Sono usciti 3 voll.: G. Melani, Tractatus de anima Ioannis Pecham, Firenze 1949; I. Buratti, P. Agostino da Montefeltro, ivi 1950; S. Girotto, Corrado di Sassonia predicatore e marislogo del sec. XIII, ivi 1952. Gaudenzio Melani

STUDIO DEL MOSAICO DELLA REVERENDA FABBRICA DI SAN PIETRO: v. VATICANO.
"STUDIORUM DUCEM».-Enciclica di Pio XI (29 giugno 1923) su s. Tommaso d'Aquino, pubblicata in occasione del VI centenario della sua canonizzazione (AAS, 15 [1923], pp. 309-26).

Nella prima parte il Pontefice tratta della santità dell'Aquinate, che lo rese particolarmente idoneo a penetrare i misteri delle fede e a parlarne con scavità e forza persuasiva. L'eccellenza della sua dottrina (parte $2^{0}$ ), tanto largamente riconosciuta dalla Chiesa (si citano i Papi da Giovanni XXII a Leone XIII e Pio X), è come il frutto della straordinaria personalità spirituale del Dottore Angelico e Comune: tutta la sua opera scientifica è un

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anelito verso Dio, dalla metafisica (in cui è superiore a tutti) alla teologia dogmatica e morale (di cui si pongono in luce i fondamentali apporti) fino all'ascetica, alla mistica, all'esegesi e alla liturgia. I suoi inni per la festa del Corpus Domini gli dànno il diritto ad essere ritenuto "Eucharistiae praeco et vates maximus ". Il cospicuo documento si chiude con un'esortazione a seguire gli esempi e la dottrina del s. Dottore (ite ad Thomam) di cui è posta in luce la perenne attualità.

Meno alta e solenne dell' Aeterni Patris (v.) di Leone XIII, quest'enciclica è aderente alle necessità del momento.

Biml.: L. Lavaud, St Thomas a'Aquin guide des études. Notes et commentaires sur l'encycl. \& S. d. , Parigi 1923; M. Cordovani, S. Tommaso nella parola di Pio XI, in Angelicum, 6 (1929), pp. 1-12; E. Hugon, De vi doctrinali encyclicarum Pii XI, ibid., pp. 17-20; A. Walz, Studi domenicani, Roma 1939, p. 144 Antonio Piolanti

STUDI RELIGIOSI. - Rivista bimestrale «critica e storica, promotrice della cultura religiosa in Italia". Fondata nel 1901 e Firenze dall'allora sac. Salvatore Minocchi e cessata nel 1907.

La rivista intendeva pubblicare studi archeologici, filologici, storici, sociali, artistici, che dessero un'idea generale, possibilmente esatta e compiuta, del pensiero religioso moderno, con una cura speciale delle tradizioni e della storia del cristianesimo e della Chiesa romana. Oltre agli articoli di studio, conteneva varietà di brevi documenti e studi, rassegna delle pubblicazioni recenti, cronaca. Vi collaborarono, oltre al direttore, G. Bonaccorsi, E. Buoniuti, C. De Sarlo, U. Fracassini, F. Mari, C. A. Nallino, p. G. Semeria, N. Terzaghi. Ma suscitò fin dal primo numero forti controversie da parte di molti scrittori cattolici, che vi scorsero in vari articoli tendenze con dubbie di razionalismo e di modernismo (cf. A. De Santi, Il nuovo periodico fiorentino "S. R. ", in Civ. Catt., 1901, 1, pp. 430-64; e Il giudizio della Civ. Catt. intorno il nuovo periodico fiorentino "S. R. ", ibid., 1901, in, pp. 193-205), il che andò sempre facendosi più evidente con i successivi fascicoli. Né, come si disse, ebbe mai, anche se richiesta, l'approvazione della autorità ecclesiastica (cf. Dichiarazioni, ibid., 1902, iv, p. 77). Celosino Teatore

## STUDI TEOLOGICI PER LAICI IN ITALIA - Sorti nell'immediato dopoguerra (1945) in alcune città universitarie d'Italia, tendono a far rinascere in mezzo ai laici lo studio della teologia e delle altre scienze sacre.

Ne furono promotori i Francescani Conventuali, che li organizzarono e li reggono tuttora a Firenze (dal 25 genn. 1945), Padova (21 dic. 1945), Napoli (27 genn. 1946), Parugia ( 12 genn. 1947), Messina (11 genn. 1948); e come Istituti teologici per laici, con programma più agile e adatto ai centri minori non universitari, in Assisi (dal 12 genn. 1947), Viterbo (21 nov. 1947), Albano (4 dic. 1947), Potenza (22 febbr. 1948), Nola (9 febbr. 1950).

Il programma degli s. t. per l. comprende un corso quadriennale con materie fondamentali (dogmatica, morale, S. Scrittura, diritto canonico, storia ecclesiastica, filosofia, ecc.); materie complementari (patrologia, archeologia cristiana, arte, pedagogia, sociologia, ecc.); corsi speciali e liberi, letterari, storici, scientifici; relativi esami per il conseguimento di un diploma che riconosce l'alta formazione culturale religiosa per un eventuale insegnamento della religione nelle scuole.

Organo della fondazione è la rivista bimestrale Città di vita (v.).

Bibl.: anon., S. t. per l., Padova 1946; G. Odoardi, S. t. per l., in Misc. Francon., 47 (1947), pp. 297-98; S. Doimi, Gli S. t. per l., in Rinascita Serafica. I Frati Minori Convent. nell'ultimo cinquantennio, Roma 1951, pp. 203-209. Giovanni Odoardi

STUDITI. - Monaci greci dell'antico cenobio di Costantinopoli detto Studion (strano nome, la cui vera forma fu fissata definitivamente da H. Delehaye in Anal. Bolland., 52 [1934], pp. 64-65): fondato, a quanto pare, ca. il 462 dal già console di Roma

Studion con carattere di cappella e piccola chiesa, ospitò un secolo dopo i monaci acemeti (v.).

Tra i numerosissimi monasteri della capitale bizantina in quel tempo ( 81 ne conta il Marelli, Kalendarium Ecclesiae Constantinopolitanae C., II, Roma 1788, p. 215) quello di Studion spiccava per la sua prestanza, tanto che il suo egumeno, nelle pubbliche adunanze del sec. viII, occupava il primo posto dopo i vescovi. Anche il numero degli s. favoriva tale distinzione, poiché, ridotti grandemente negli altri monasteri durante le persecuzioni iconoclastiche, i monaci da ogni dove si fermavano a Studion, meglio situato presso la porta Aurea, come in un'oasi di rifugio. Quando ca. l'800 venne eletto egumeno il celebre s. Teodoro (v.) vi dimoravano quasi 700 s., i quali durante quel periodo di fioritura ascotica sotto una tale guida salirono a ben un migliaio. Ma più ancora che il numero dei monaci hanno reso celebre Studion le sapienti prescrizioni del vero suo ordinatore e legislatore s. Teodoro, riguardanti la salmodia, il digiuno, il lavoro manuale, l'ubbidienza e la ospitalità, e specialmente l'annesso convitto per i giovanetti che vi si preparavano alla vita religiosa e alla cultura delle arti e delle scienze, nonché la grande Biblioteca con l'aggiunta officina per la trascrizione e composizione dei preziosi codici. Non furono risparmiati gli s. dagli imperatori iconoclasti, ma essi sparsero la loro civiltà nell'esilio.

Un nuovo periodo di alterne vicende si aprì per gli s. quando Costantinopoli fu presa dai Latini (1204); cui successe la totale dispersione del monastero non appena i Turchi occuparono Bisanzio (1453). Studion diventò la monchea cosiddetta del Cavaliere (Imbrahar-Dgiumi).

Fra gli s. più cospicui vanno ricordati principalmente i santi venerati nella Chiesa bizantina Platone, Teofane, Nicola o addirittura nella Chiesa universale come l'istitutore Teodoro, e non pochi uomini di scienza, come il fratello di lui Giuseppe l'innografo e, dopo lo scisma, gli scrittori Niceta Pettorato e Giuseppe Bryennios.

Al principio del sec. xx vi fu un risveglio del monachesimo studita fra i ruteni organizzato dal metropolita Andrea Szeptyck3) e guidato poi dal suo fratello conte Casimiro, il quale nella professione religiosa assunse il nome di Clemente. All'intensa vita liturgica e di ubbidienza, retaggio dell'antico Studien, i nuovi s. aggiunsero l'assistenza agli orfani e ai contadini. Caratteristica dell'Ordine è l'abolizione dell'avita differenza fra ieromonaci, ierodiaconi e semplici religiosi; viene però contraddistinto il carattere sacerdotale. Attualmente gli s. ruteni dei vari cenobi partecipano delle vicende così dolorose delle loro terre.

Bibl.: E. Auvray, S. Theodori Stud. parva Catecheris, Parigi 1891 (nei Pralegom. di A. Tougard, pp. 18-Lil1; E. Marin, De Studio coenobio Constantinopolitano, Parigi 1897; G. GattiC. Kozdevskij, I riti e le Chiese orientali, I, Genova 1942, pp. 743-48.

Ebonanoele Candal
STUDIUM. - Rivista culturale, che iniziò la pubblicazione nel 1905 quale organo della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (v.). Dal 1933 è espressione dell'attività culturale del Movimento Laureati di Azione Cattolica, diretta successivamente da Igino Righetti (v.), Renzo E. de Sanctis, Sergio Paronetto, Aldo Moro e attualmente da G. B. Scaglia.

Pubblica articoli di indole spirituale e di valutazione morale degli avvenimenti, segue e commenta le espressioni della cultura e della vita negli aspetti più interessanti ed impegnativi per il laico colto; illustra nelle sue "Rassegne" l'attività scientifica e i problemi morali e pratici; accoglie battute polemiche ed esamina nelle sue cronache gli avvenimenti interessanti la vita della Chiesa, la vita nazionale e internazionale, e i problemi sociali.

Maria Righetti Faina
STUMPF, Kilian. - Gesuita, missionario, n. a Würzburg il 14 sett. 1655, m. a Pechino il 24 luglio 1720.

Entrato nell'Ordine nel 1673, parti nel 1694 per la Cina, destinato alla missione di Pechino, dove rimase

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fino alla morte, favorito assai dall'imperatore K'ang-hi, che lo invito ad accompagnarlo in molti viaggi e lo nominò presidente del Tribunale dei matematici. Come rettore del Collegio, detto "Portoghese", dei Gesuiti, a Pechino, e soprattutto nei quattro anni (1714-18) che fu visitatore generale del Giappone e della Cina, prese parte attiva e spesso preponderante nelle appassionate discussioni di allora circa i Riti cinesi (v.) e la legazione del card. de Tournon. Firmò con gli altri padri la Brexit relatio sul decreto dell' imperatore K'ang-hi del 30 nov. 1700, raccolse nel suo Compendium actorum Pethinensium 1703-1708, rimasto manoscritto, i resoconti della legazione e il suo diario. La Informatio pro veritate contra iniquiorem famam sparsam per Sinas (1717), nella quale lasciò correre la penna oltre la necessaria moderazione, fu messa all'Indice nel 1720. Il Papa volle il richiamo dello S. dalla Cina; ma questi moriva prima che l'ordine arrivasse nelle sue mani.

Bim..: [G. Prey], Gesch. der Streitigkeiten über die chinesischen Gebräuche, II-III, Augusta 1791: A. Huonder, Deutsche Jesuitenmissionäre des 17. und 18. 7ahrh., Friburgo in Br. 1899, pp. 195. 208-209; Sonnmervogel, VII, coll. 1656-57; Pastor, XV, pp. 327 346; Streit, Bibl., VII, passim, ma specialmente p. 521 ; H. Bernard, S. K., an émole allemand du p. Rirci, in Monem. Stipponica, 3 (1940, 1), pp. 321-22. Celestino Teosore

STÜPA (in sanscrito; palico : thüpa, da cui tope). Monumento sepolcrale di pietre e terra, a forma di cupola, inalzato per commemorare personaggi famosi per santità o importanza sociale. Nel buddhismo quest'onore era riservato all'arhat, al "degno" partecipe del nirvāna (v.).

Il thüpa inalzato sopra una parte delle ceneri del Buddha (v.), scoperto da W. G. Peppé presso Piprāvā (Tacāi), nel 1898, era anche dhatugarbha (palico : dhātugabhha; singalese: dāgaba) perché conteneva "un'urna con reliquie ", ma è un errore usare dāgaba nel senso di töpe e viceversa.

Bim..: T. W. Rhys Davids, India buddhistica (trad. it.), Firenze 1925, pp. 86 sgg. Feidinando Belloni Filippi

STUPEFACENTI. - Sostanze tossiche ad azione elettiva sulla corteccia cerebrale che, inibendo i centri nervosi superiori, sono atte a modificare le capacità percettive, immaginative ed intellettive in modo da indurre (secondo le dosi) stati di semplice euforia, di sonnolenza, di ebrezza stuporosa, di allucinazioni e di sensazioni cinestetiche generalmente gradevoli.

Il loro uso protratto determina nell'organismo una condizione di abitudine, di resistenza crescente e d'altra parte una diminuzione progressiva di reazione specifica, sicché se ne possono aumentare le dosi senza incorrere nei sintomi di avvelenamento acuto, quale si riscontrerebbe impiegando lo stesso quantitativo in un organismo non assuefatto.

Gli s., benché possano ottundere la coscienza, si distinguono dai narcotici (v.) e dagli ipnotici (v.), di cui non hanno le indicazioni e gli effetti. Questi ultimi agevolano o inducono un sonno forzoso senza provocare ebrezza o assenza dei riflessi come nelle categorie sopra accennate.
I. Azione voluttuaria. - L'azione voluttuaria degli s. è conosciuta da tempo antichissimo dai popoli dei paesi originari delle singole droghe : tuttavia da essi vengono usati allo stato greggio e generalmente con parsimonia, si da non incorrere negli estremi stati degenerativi psichici e organici irreversibili e inconciliabili con la continuazione della specie, raggiunti dai tossicomani dei paesi bianchi. La diffusione presso questi ultimi ha assunto proporzioni preoccupanti specie per l'uso di preparati estrattivi o sintetici puri e quindi molto più attivi e tossici. Essa è stata facilitata dall'impiego prezioso in medicina quali sedativi, analgetici e anestetici. Gli s., assunti in quantità eccessiva concentrata nel tempo, dànno avvelenamenti acuti, caratterizzati in generale da un breve periodo iniziale di esaltazione psichica e psicomotoria, sonnolenza conseguente,
indi depressione delle funzioni vegetative fino al coma ed alla morte per paralisi dei centri nervosi, bulbari, respiratori e cardiaci. La terapia è intesa ad eliminare il veleno dall'organismo ed a combatterne gli effetti con farmaci ad azione antagonistica. Gli avvelenamenti cronici rivestono un grande interesse morale e sociale. Si stabiliscono per l'uso protratto in dosi necessariamente crescenti per l'intercorrente assuefazione: in seguito a ciò si distingue la tossicofilia (tendenza al tossico non assolutamente coercitiva e determinante, tendenza che permette la coesistenza di forza volitiva capace dell'astinenza) oppure la tossicomania (fase dell'assuefazione in cui il bisogno alla soddisfazione tossica è irresistibile). La manio, fenomeno nell'abuso di s. correlato dell'assuefazione, pur avendo una base organica, è in se stessa una tendenza impulsiva determinante, essenzialmente psichica. In generale le tossicomanie mietono le loro vittime tra individui e razze predisposte da particolare debolezza nei freni morali e nel senso di autoconservazione.

I principali s. e relative tossicomanie sono : a) Oppio (meconismo) : droga costituita dal lattice disseccato del Papaver xenniferum (papaveracea originaria dell'Asia minore). Contiene varie sostanze tra cui alcuni alcaloidi ad azione stupefacente quali la morfina e la narcotina. Chiamato "alcool dei gialli", esso può venir fumato (Cina, India) o mangiato (India, Persia, Turchia, America), svolge un'azione più blanda della morfina e generalmente il suo uso anche protratto non conduce a cachessia.
b) Morfina (morfinomania) : alcaloide dell'oppio paralizzante le più elevate funzioni nervose. Il punto di partenza per lo sviluppo della morfinomania è costituito non solo delle malattie dolorose: nevralgie, dolori lancinanti dei tabetici, reumatismo, dolori dentali, ecc. ma anche da disturbi nervosi generali di tipo nevrastenico o isterico: insonnia ribelle, stati depressivi reattivi, tensioni psichiche professionali non raramente costituiscono il motivo per la prima iniezione, cui si arriva a volte anche per semplice curiosità. Tutti questi momenti inducono a pensare che vi sia una qualche disposizione psichica, una capacità di resistenza abnormemente scarsa che predispone all'insorgenza della morfinomania. A volte, ma molto raramente (Antheaume e Leroy), la morfinomania può insorgere ad accessi, in modo analogo alla dipsonania; già Kraepelin aveva parlato di attacchi epilettici o di ansia isterica.

Gli effetti dell'assunzione cronica di morfina vengono distinti in fisici e psichici. Tra i primi : forte dimagrimento, colorito cutaneo giallo-terreo, inappetenza, digestione difficile, etitichezza a volte interrotta da scariche diarreiche, oliguria, disuria, ipotensione, tachicardia, marcati disturbi vasomotori, impotentia coeundi, azoospermia, amenorrea; neurologicamente può osservarsi : ipotonia muscolare, tremore (con caratteri intermedi tra quello dei senili e quello degli alcoolisti), disatria, iporeffessia, miosi; i disturbi della sensibilità (ipoestesia per tutte le modalità, poestesie, a volte con carattere neuralgiforme) sono sempre presenti ed hanno un particolare valore. Gli effetti psichici sono molto più caratteristici e importanti, soprattutto per il loro significato sociale, per cui si possono paragonare solo con i disturbi degli alcoolisti più gravi. Tutte le qualità della persona psichica vengono interessate, in particolar modo quelle etiche; s'osservano gravi stati (pocondriaci e marcati disturbi psico-sensoriali (allucinazioni, illusioni); costanti i disturbi mnemonici, sia dell'attività di fissazione che di quella di rievocazione, senza mai verificarsi una perdita definitiva del materiale mnemonico; appartengono al quadro del morfinismo irreversibili difetti di giudizio; molto evidente la mancanza di iniziativa, pur rimanendo possibile anche per anni un adempimento meccanico degli usuali doveri di lavoro.

L'avvelenamento cronico da morfina è caratterizzato dall'abitudine al farmaco, che si istituisce molto preccocemente e porta all'assunzione di dosi sempre più alte; dalle manifestazioni di astinenza, cioè gravi disturbi che compaiono quando in un individuo abituato si sospende bruscamente la somministrazione. La "sote" di morfina è tale da spingere l'intossicato anche al delitto, pur di

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procurarsi l'alcaloide e appagare cosil l'irresistibile bisogno. La cura è tutt'altro che facile : indispensabile il ricovero in case di cura specializzate, con sorveglianza rigorosissima; le recidive, però, sono assai frequenti. Si conoscono tossicomanie da altri derivati dell'oppio e della morfina (eruina).
c) Coca: droga da masticare preparata con le foglie di alcune eritrossilacee (specie nell'Erythroxylon coca L.), originaria della zona delle Ande dell'America meridionale, dove gli indigeni già da tempi remoti ne usano per attutire fame e fatica. Ne dànno testimonianza vasi degli Incas (sec. xi) su cui sono raffigurati i cagnéros, riconoscibili dalla caratteristica protuberanza alla guancia (segno del bolo cocainico posto tra i denti e la parete boccale).
d) Cocaina: alcaloide della coca preparato anche sinteticamente. Possiede azione anestetica sul punto di introduzione, in seguito ad assorbimento e a passaggio nel sangue agisce anche sul sistema nervoso centrale. L'uso prolungato della sostanza avviene a solo scopo voluttuario con intonazione erotica ed è determinato dalla ricerca del piacere : "via del piacere" (v. cocainismo).

Altri s. poco diffusi nei paesi bianchi sono: e) Conapa indiana (Cannabis sativa var. Indica) : della famiglia delle moracee, le cui droghe sono usate specie dai popoli maonettani asiatici e africani (con il nome di balit) e nel Messico (Marijuana). Contiene un olio essenziale (connabinolo) paralizzante del cervello. Dà ebbrezza e talvolta delirio, lasciando però un barlume di coscienza. f) Peysit: droga ricavata dall' Anhainium lessini (cantacea), usata nel Messico. Il suo alcaloide stupefacente (mescalina) provoca allucinazioni visive ad occhi chiusi.
II. Sulla liceltà dell'uso degli s. - E chiaro che riguardo all'abuso degli s. il giudizio morale non può essere che di condanna: la ricerca infatti del piacere ottenuto con l'obnubilamento delle facoltà superiori e la degenerazione biofisiologica è contraria alla natura dell'uomo. La ricerca del piacere (v.) come fine ultimo esclusivo rappresenta una inversione di valori ed è perciò essenzialmente immorale. La condanna morale è fondata ancora sulla condanna fisico-biologica (prole degenerata, disfacimento organico, asocialità, anormalità neuro-psichica), di cui la natura grava il tossicomane.

Non si discute neppure sull'uso degli s. e dei narcotici nel campo della anestesia e come analgesici per interventi operatori : il loro impiego è umano, ragionevole e perciò morale (v. NARCOTICI).

Ma si possono presentare questioni morali per l'impiego degli s., quando essi, oltre il loro effetto di lenimento del dolore, hanno altri effetti negativi. Se queste sostanze diminuissero nel caso concreto la resistenza dell'organismo in modo da facilitare l'opera distruttiva dei fattori morbosi e accelerare la morte, ci si può chiedere se sia morale il loro uso come analgesici. Ci si trova alla presenza di due effetti, di cui uno buono e l'altro cattivo; per cui è il caso di applicare il principio del duplice effetto. Perciò sarà lecito l'uso di tali sostanze se: a) l'effetto analgesico non si può ottenere con altre sostanze che evitino l'effetto cattivo, sia perché non esistono, sia perché producono altri inconvenienti più gravi; b) se l'ammalato che domanda simili s. e il medico che ne ordina l'uso non intendano l'acceleramento della morte; e ciò perché altrimenti quesl'effetto cattivo sarebbe nient'altro che mezzo per ottenere l'effetto buono; si ricadrebbe così nell'immorale principio che il fine giustifichi i mezzi; c) se infine esiste una certa giusta proporzione tra l'effetto cattivo e quello buono, si da essere ragionevole compiere l'azione, nonostante l'effetto cattivo (v. EUTANABIA).

Spesso l'alleviamento del dolore si può ottenere solo attraverso la privazione della coscienza. La perdita della coscienza è senza dubbio un male, perché pone l'uomo in uno stato di disumanizzazione; privare contro volontà una persona della coscienza è illecito e, anche se una persona moribonda lo desiderasse, sarebbe ugualmente illecito, qualora il paziente non fosse preparato alla morte, sia perché debba regolare affari temporali di notevole importanza, sia perché debba ordinare lo stato della sua anima; sarebbe delitto togliere la possibilità, ancora attuale, di
guadagnarsi la vita eterna. Non è illecita però la somministrazione di ipnotici per dare il riposo necessario per un determinato tempo.

Inoltre è da osservare che, benché la morte e il dolore siano in se stessi male, possono essere occasione per l'esercizio di molte virtù quali la pazienza e la penitenza, e ciò specialmente negli ultimi periodi della vita, nei quali l'uomo, cessate le passioni, che lo potevano sviare, più facilmente ottenuta la sua anima verso Dio. Non si ritiene quindi conveniente abbondare, anche entro i limiti del lecito, nell'uso degli s.
III. Disciplinamento giuridico. - Il pericolo sociale e individuale degli s. ha indotto i governi dei paesi più progrediti ad emanare provvedimenti legislativi intesi alla limitazione del loro uso voluttuario, determinando anzitutto il fabbisogno mondiale per uso scientifico e terapeutico, ripartendo la produzione tra i paesi coltivatori e regolandone la distribuzione. Ciò fu fatto dal 1931 al 1936 dalla Commissione dell'oppio aggregata alla Società delle Nazioni, poi dalla Commissione per i narcotici dipendente dall'-Economic and social Council delle Nazioni Unite.

In Italia le norme che disciplinano il commercio e reprimono l'abuso degli s. si trovano nel T. U. delle leggi sanitarie (R. D. 27 luglio 1934 n. 1265) artt. 148-60: sotto diversi aspetti se ne occupa anche il Cod. pen. artt. 445, 446, 447, 613, 720.

Per una tempestiva prevenzione al diffondersi degli abusi il sanitario ha il dovere di denunciare entro due giorni all'autorità di F. S. la persona assistita che si rivela affetta da intossicazione cronica da s. Il farmacista per queste sostanze è tenuto ad esigere la ricetta medica, corredata dalle indicazioni complete del nome, cognome e indirizzo dell'infermo, le ragioni della prescrizione, le circostanze e i limiti dell'uso. Il quantitativo circolante delle sostanze stupefacenti è sottoposto al controllo della Finanza.

Bibl.: P. Regnard, Sorcellerie, magnétisme, morphinisme, Parigi 1887; M. Lewandowsky, Handbuch der Neurologie, III, Berlino 1912, p. 1032; M. Mauri, Der Kohainismus, Lipsia 1926; P. Brouillard, Cauterie de morale, Stupéfiants et anesthétiques, in Etudes, 199 (1920), pp. 178-98; R. Kotben, Les toxicomanes, in Collectanea Mechlinientio, 5 (1931), pp. 624-38; 6 (1932), pp. 153-66; A. Meurnier, Les stupéfiants et la morale, in Rev. eccl. de Liège, 23 (1933-34), pp. 353-56; 26 (1934-35), pp. 13-25; G. Garaldi, Gli accordi internazionali e la legislazione italiana sugli s., Reggio Emilia 1937; E. Adami, Farmacologia e farmacoterapia, Milano 1945 (v. indice). V. inoltre i trattati di terapia e psichiatria, ad es.; M. Messini, Trattato di terapia clinica, Torino, 1944; G. Moglie, Manuale di psichiatria, Roma 1947. Per i trattati di morale v. alla trattazione dei doveri del medico, o quando si parla degli ostacoli all'atto volontario. V. bibl. alla voce EUTANABIA.

Costante Scarpellini
IV. Lotta contro l'oppio. - L'abuso dell'oppio fu introdotto in Cina dagli europei; nella cosiddetta guerra dell'oppio ( $1840-42$ ) l'importazione fu imposta con la forza al paese vinto. Negli aa. 1729, 1796 e 1800 gli Imperatori cinesi con bandi severissimi ne proibirono la coltura e l'uso. Nel regno di Siam fu stabilita la pena di morte contro i trasgressori. La Chiesa ha sempre appoggiato la lotta del governo contro questo abuso. Alla domanda del vicario apostolico del Siam, Propaganda rispose il 3 giugno 1830 che quelle leggi non erano puramente penali, ma a causa del bene comune obbligavano i cristiani in coscienza (Coll. S. Congr. de Prop. Fide., Roma 1907, n. 815).

Pare che alcuni vicari apostolici siano stati troppo inclini a punire con la scomunica i fumatori d'oppio, perché il 30 ott. 1843 Propaganda consiglio al vicario apostolico di Malacca di applicare questa pena severissima con discrezione (ibid., n. 1035). Però l'atteggiamento della Chiesa non mutò, come bene dimostra la risposta data dal S. Uffizio il 10 marzo 1852 al vicario apostolico di Chensi, in cui si dice che la coltura, il commercio e l'uso dell'oppio rimanevano interdetti sotto pena gravissime ai cristiani (ibid., n. 1071). Il 20 sett. 1850 lo stesso S. Uffizio,

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in un'istruzione ai vicari apostolici, dispose che i fumatori d'oppio potevano essere battezzati soltanto se si avesse la certezza morale che avrebbero lasciato questo vizio (ibid., n. 1103). Dopo la guerra dell'oppio le leggi civili che proibivano la coltura del papavero furono abolite e questa coltura costituì la fonte di benessere di parecchie province. Per i cristiani, quasi tutti in strettezza materiale, era difficile astenersi della coltura del papavero senza gravissimo danno. Inoltre si osservava che gli uomini abituati all'uso dell'oppio si mettevano in pericolo di vita, astenendosene completamente. Perciò il S. Uffizio il 23 marzo 1878, dietro domanda del vicario apostolico di Kuy-Tscheou, permise la cultura del papavero con determinate precauzioni, ed anche il suo uso medicinale (ibid., II, n. 1489).

Il 4 luglio 1883 Propaganda suggerì ai vicari apostolici di creare in Cina un movimento di temperanza dell'uso dell'oppio, come in Europa ed in America si era fatto contro l'alcoolismo (ibid., n. 1599). Essendo stata data un'interpretazione troppo larga alla risposta del S. Uffizio del 1878 , il medesimo S. Uffizio dichiarò il 29 dic. 1891 che la coltura del papavero rimaneva lecita solo per scopi medicinali; invece, a causa dei grandi pericoli che ne derivavano, ne rimanevano in generale proibiti ai cristiani la coltura, il commercio e l'uso. Contro i recidivi ed abitudinari si minacciavano le pene ecclesiastiche più severe (ibid., n. 1776). Dietro domanda del vicariato apostolico di Chensi, il S. Uffizio dichiarò il 25 apr. 1894 che i cristiani non potevano dare in affitto il terreno con l'obbligo di coltivarvi il papavero, né potersino accettare l'oppio come pagamento dell'affitto stesso; però non era loro obbligo proibirne all'affittavolo la coltura (ibid., n. 1867). Il 2 ott. 1931 il delegato apostolico, mons. C. Costantini, riaffermò la legislazione ecclesiastica in proposito, cioè : 1) i cristiani non possono essere ammessi ai Sacramenti, ed i catecumeni al Battesimo, se coltivano o esercitano il commercio dell'oppio; 2) la coltura del papavero in sé non è cosa illecita, ma in Cina costituisce un'azione immorale a causa delle conseguenze nefaste; 3) i missionari, in collaborazione con il governo, devono con la predicazione, la scuola ed i giornali lottare contro l'abuso dell'oppio (Coll. Commissionis Synod., 4 [1931], pp. 923-25).

Nel 1934 il primo Concilio nazionale cinese a Shanghai richiamò l'attenzione sulla questione dell'oppio.

Bibs.: E. Beaupin, Les missionnaires catholiques d'ExtrêmeOrient dans la lutte contre l'opium et les stupéfiants, Parigi 1928; J. Maertens, De Strijd van des Katholieke Kerh tegen het Opium in China, in Het Missiewerk, 27 (1948), pp. 16-34, 94-104. Nicola Kowalsky

STUPRO. - Nel diritto canonico per s. si intende l'oppressione carnale di donna vergine; mentre i moralisti estendono lo s. all'oppressione di qualunque donna, indipendentemente dallo stato di verginità; il diritto penale italiano poi lo allarga ancora di più, comprendendovi le persone dell'uno e dell'altro sesso (art. 519, comma 1).

Nel diritto italiano sono considerati oggetto di violenza, benché acconsentano alla congiunzione carnale: 1) in ogni caso coloro che non hanno compiuti gli anni 14 (art. 519, comma 2, n. 1); 2) coloro che non hanno compiuti gli anni 16 , qualora i soggetti attivi siano gli ascendenti o il tutore, oppure altri cui il minore è affidato per ragione di cura o di educazione o di istruzione o di vigilanza o di custodia (ibid., n. 2); 3) i malati di mente o coloro che si trovano in condizioni tali di inferiorità psichica o fisica da non essere in grado di resistere, anche se la menomazione non dipenda da fatto del colpevole (ibid., n. 3); 4) coloro che sono stati ingannati per il fatto che il colpevole si sostituì ad altra persona (ibid., n. 4). Anche per il CIC devono considerarsi soggetto passivo di s. le persone che, al momento del fatto, non sono capaci di consenso, p. es., gli ubbriachi, gli addormentati di sonno naturale o anche artificiosamente provocato, i pazzi, gli idioti, ecc. Lo s. non è mai possibile tra coniugi in diritto canonico : è possibile nel diritto penale italiano, quando i coniugi siano separati legalmente; è pure possibile (solo però in diritto penale italiano) tra persone
dello stesso sesso : nel diritto canonico resta allora una circostanza aggravante dell'omosessualità.

Le pene contro i colpevoli di s. sono, nel codice penale italiano, la reclusione dai tre ai dieci anni (art. 519, comma 1), e la perdita dell'eventuale patria potestà sull'oppresso (art. 541, comma 1); tuttavia la pena non viene applicata, o viene estinta se, in via di esecuzione, il colpevole si unisce in matrimonio con colei a cui ha arrecato violenza (art. 544). Nel CIC, contro i fedeli legittimamente condannati per s., è inflitta di diritto la pena dell'infamia, mentre altre sono lasciate all'arbitrio dell'Ordinario (can. $2357 \S$ ); contro i chierici minori, oltre l'infamia predetta, sono da applicarsi altre pene parimenti ad arbitrio dell'Ordinario fino alla espulsione dallo stato clericale (can. 2358); contro i chierici in sacri sono comminate pene varie (sospensione, infamia, privazione dall'ufficio, del beneficio, ecc., fino alla deposizione) che però non si incorrono se non dopo essere state effettivamente applicate dall'Ordinario (can. 2359 § 2).

Bibl.: I. Sole, De delictis et poenit, Roma 1920, nn. 204-407; A. Piscetta-A. Gennaro, Elementa theol. sacr., VII, Torino 1944, n. 137; M. a Coronato, Inst. lor. can., IV, ivi 1948, nn. 2052, 2059-62; V. Manzini. Istitue. di dir. pen., II, Padova 1949, n. 398.

Lorenzo Simeone
STURE, Sten, il Giovane. - Uomo politico svedese, n. ca. il 1493 , m. il 3 febbr. 1520. Figlio di Svante Nilsson, che dopo Sten Sture il Vecchio era stato reggente dal 1504 al 1512 , aveva alla morte del padre poche probabilità di succedergli nella carica.

Il Consiglio del Regno infatti si era apertamente dichiarato per Erik Trolle, favorevole ad una politica di distensione verso la Danimarca. Ma S., che poté valersi dell'esperienza dei vecchi consiglieri del padre, e che dal genitore era stato posto nel possesso delle più importanti fortezze del paese, contrastò la designazione del Consiglio del Regno, che nel luglio 1512 fu pertanto costretto ad affidargli la reggenza. Una volta al potere, sua prima preoccupazione fu quella di rafforzarvisi. Contro l'infida collaborazione del Consiglio e dei nobili, fece appello al popolo con il cui aiuto instaurò nel paese una vera e propria dittatura personale. Non ammise altro potere politico al di fuori del proprio e di fronte al rifiuto del nuovo arcivescovo Gustav Trolle (figlio di colui che aveva voluto contrastargli la reggenza) di conseguergli la fortezza familiare di Ståker, la fece stringere d'assedio e distruggere. Lo stesso arcivescovo fu imprigionato, ma liberato nel 1518 dietro intervento del legato papale Arcimbeldi. Cristiano II di Danimarca, approfittando delle condizioni politiche interne della Svezia, nel 1520 colse pretesto dall'interdetto e dalla scomunica papale contro S., pronunciate dopo l'invio a Roma di una dettagliata relazione di Trolle, per invadere il paese e per insediarsi sul trono di Svezia. S., ferito in battaglia, morì di lì a pochi giorni.

Bibl.: G. Carlsson, S. S. d. y., in Scandia, 2 (1929), pp. 107-33; S. U. Palme, Riksföresdindarvalet 1517, Uppsala-Lipsia 1949; G. Wieselgren, S. S. d. y. och Gustav Trolle, Lund 1949.

Silvio Furiani
STURE, Sten, il Vecchio. - Uomo politico svedese, n. intorno al 1442, m. il 14 dic. 1503 a Jönköping. Imparentato, per parte della madre, con il re Karl Knutsson, fu designato da quest'ultimo sul letto di morte a suo esecutore testamentario e ad amministratore dei suoi castelli e feudi (Stoccolma, Abo, Örebro).

Ciò rafforzò ancor più la sua già forte posizione politica e rese possibile nel 1470 , poche settimane dopo la morte del Re, la sua nomina a reggente (Riksföreståndare). Questa evoluzione della politica interna svedese non fu gradita a Cristiano I di Danimarca, che volle obbligare con la forza delle armi gli Svedesi al riconoscimento dell'unione di Kalmar, ma l'esercito del Re fu rovinosamente disfatto dalle forze di S. il 10 ott. 1471 nella battaglia di Brunkeberg. Ma Cristiano, recatosi di li a qualche anno a Roma, non rinunciò alle sue pretese sulla Svezia e riusci a convincere papa Sisto IV ad inter-

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venire in favore della regina Dorotea, vedova di Cristoforo di Baviera, già sovrano dei regni nordici, alla quale S. aveva fatto confiscare la dote. La morte di Cristiano, sopravvonnita nel 1481, mise tutto a tacere e S. riuscì a rinsaldare il suo potere a discapito dei nobili. Questi ultimi, assai malcontenti dei rilevanti carichi fiscali cui S. li aveva sottoposti, nel 1497 si rivolsero per aiuto a re Giovanni di Danimarca, che venne in Svezia con un esercito, sconfisse S. e si fece incoronare re. Nel 1500 S., approfittando di una grave sconfitta subita da Giovanni in Germania, riuscì però ad ottenere di nuovo la reggenza.

BibL.: S. U. Palme, S. S. den äldre, Stoccolma 1950. Sui rapporti con la Chiesa cf. Y. Brilioth, Den senare medeltiden, in H. Holmquist-H. Pleijel, Svenska hyrhans historia, II, ivi 1941, pp. $44^{8-9}$ b.

Silvio Furlani
STURLA, Luigi. - N. a Genova il 27 ag. 1805, m. ivi il 19 apr. 1865 . Già prefetto apostolico di Aden.

Sacerdote di grande pietà e zelo, amico di Giuseppe Frassinetti (v.) e iniziatore delle Pie Opere di S. Raffaele e di S. Dorotea per l'insegnamento del catechismo e della "Congregazione" del b. Leonardo da Porto Maurizio (v.) per la cultura del clero. Inviso ai liberali, che lo espulsero da Genova nel 1848 , si offerse alla S. C. de Propaganda, la quale lo mandò ad Aden, dove fu cappellano militare della guarnigione inglese e curò quella collettività cattolica; fu pure, per parecchi anni, procuratore e vicario gen. del Massaja (v.), che l'amò assai. Il b. De Jacobis (v.) chiamava lo S. "l'angelo di tutte quelle regioni". Fu in grandissima stima anche presso le autorità inglesi, che lo aiurarono largamente nelle sue opere di bene. Tornò in Italia nel 1857 , quando la missione poté finalmente avere stabile ordinamento, col passare ai Cappuccini. Morì in concetto di santità.

BibL.: G. Frassinetti, Memorie intorne alla vita del sac. L. S., $2^{\mathrm{a}}$ ed., Genova 1905: G. B. Tragella, Un "gesuitante" missionario per caso, in Studia missionalia, Roma 7 (1923), pp. 357-68.

Giovanni Battista Tragella
STURM, Johann. - Umanista e pedagogista, n. a Schleiden (Eifel) il $1^{\circ}$ ott. 1507, m. a Strasburgo il 3 marzo 1589 .

Cattolica, ebbe un'educazione umanistica a Liegi (1521-23) presso i Fratelli della vita comune; a Lovanio (1524-29) nel Collegium trilingue e infine a Parigi (15291537) nel Collège de France, dove tenne anche lezioni di filosofia e filologia, ma, sotto l'influsso del Butzer, passò al protestantesimo. Nel 1537 fu nominato professore di retorica e dialettica a Strasburgo nel Collegium Praedicatorum ed ebbe l'incarico di riorganizzare l'insegnamento secondario. Fondò, cosi, nel 1538, un Gymnasium, che diventò ben presso e si mantenne a lungo come la più celebre delle scuole umanistiche protestanti.

Non creò certo il tipo della scuola umanistica, come si vorrebbe da alcuni, perché altro non fece che adattare i programmi e i metodi di insegnamento che aveva appreso dai suoi primi maestri, i Fratelli della vita comune; ed espresse i su