tendenza naturale della conservazione dell'essere. Cicerone fa suoi i motivi religiosi e sociali di riprovazione (De finibus, II, 30; De republica, VI, 10). Il neoplatonismo (Plotino, Enneadi, I, 9; II, 9, 18; Porfirio, De aboliwestiis, II, 47; Apulcio, De dogmate Platonis, II, 622; Macrobio, Comment. ad somnium Scipionis, I, 13) agli argomenti religiosi e sociali aggiunge quello del dovere individuale di compiere nella vita terrena tutto il progresso possibile da cui dipende la vita futura, mentre il s. impedisce la piena liberazione dell'anima dalle passionalità corporee. Ma solo con il cristianesimo la motivazione di condanna del s. acquista un significato pienamente unitario, poiché i tre motivi fondamentali religioso, sociale e individuale, vengono a congiungersi nella visione di un umanesimo teocentrico comunitario, che considera la vita come una missione sociale da compiere per esprimere mediante il proprio laborioso amore verso gli altri, tutto il nostro amore verso Dio. La soluzione del problema del dolore, la dottrina dell'umiltà e della carità proprie della Rivelazione cristiana vengono a distruggere alle radici ogni apparente motivo di giustificare il s. Lattanzio prima (Divisione Imiti., III, 18) e s. Agostino poi (De civit. Dei, I, 17 sgg.) fanno propri gli argomenti filosofici, inquadrandoli nella visione cristiana della vita, e concludendo alla più assoluta riprovazione di ogni forma di s. diretto. La scolastica sviluppa il pensiero dei filosofi e dei Padri (cf. Abelardo, Sie et non: PL 178, 1603-1606; Alessandro d'Hales, Summa Theol., q. 34, a. 2; s. Bonaventura, III Sent., dist. 28, dub. 2) ed è specialmente s. Tommaso che ne dà una piena e definitiva formulazione: il s. è peccato contro la carità che ciascuno deve avere verso se stesso: «per comparationem autem ad communitatem et ad Deum, habet rationem peccati, etiam per oppositionem ad iustitiam" (Summa theol., $2^{6}-2^{26}$, q. 64 , s. 2; cf. ibid., q. 59, a. 3 ad a; in Eth., V, 17). Tra i filosofi moderni oltre tutti gli scrittori cattolici e protestanti si possono ricordare Descartes (Lettre de janvier, 1646), Gassendi (Ethica, Op. II, p. 672), Malebranche (Traité de morale, II, 27, 8-9), Diderot (Encycl., s. v. Suicide), Rousseau (Nouvelle Elotse, III, lettera 21), il quale afferma che basta ammettere l'esistenza di Dio, l'immortalità dell'anima e la libertà per escludere il s. : chi ha l'intenzione del s. faccia un'opera buona e comprenderà il valore della vita. Kant (Metaphysik der Sitten in zwei Theilen, Lipsia 1867-69, VII, pp. 227-29), dopo aver mostrato che il s. è contro i doveri verso Dio e il prossimo, scrive «Ma qui non è questione che di sapere se il s. è una trasgressione del dovere verso se stesso... L'uomo finché è soggetto al dovere, perciò finché vive, non può disfarsi della sua personalità; e vi è contraddizione nel supporre che egli possa sottrarsi ad ogni obbligazione, cioè sottrarre i suoi atti a ogni specie di diritto. Distruggere nella sua propria personalità il soggetto della moralità, è, per quanto è in sé, far sparire dal mondo la stessa moralità, quanto alla sua esistenza: moralità che è invece fine in se stessa. Di conseguenza, disporre di sé per un fine arbitrario è un avvilire l'uomo nella propria persona s. Questa impostazione kantiana è sviluppata nella filosofia contemporanea dei valori (cf. R.
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Le Senne, Traité de morale générale, $2^{\text {a }}$ ed., Parigi 1947, p. 484 sgg .). Il pensiero cristiano sul s. è stato ai nostri tempi profondamente sviluppato non solo da innumerevoli trattatisti di teologia morale, ma anche dagli studiosi del diritto naturale, cf. V. Cathrein, Moralphils., II, $6^{\mathrm{a}}$ ed., Friburgo in Br. 1924, p. 6I sgg.; Hans Rost, Biblioge. des Selbstmords... Augusta 1927; J. Leclercq, Les droits et devoirs individuells, I, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Lovanio 1946, p. 12 sgg.; O. Vannini, Delitti contro la vita, Milano 1946.
Tullio Piacentini
III. Il s. nella legislazione penale ecclesiastica e italiana. - Il s. è punito dalla Chiesa come gravissimo delitto, specialmente quando è consumato; ma anche il semplice conato o attentato frustrato è colpito con severe sanzioni.
Infatti il can. 1240 \$ i, n. 3 inibisce la sepoltura ecclesiastica ed ogni rito anniversario di pubblico suffragio per i suicidi che non dettero segno di ravvedimento prima della fine; colpisce poi di scomunica chi imponesse tali riti e di interdetto personale dall'ingresso in chiesa chi spontaneamente li effettuasse (can. 2339). Se per caso la morte non seguisse, il peccato come il delitto rimangono: il can. 985 , n. 5 commina l'irregolarità, che in perpetuo proibisce l'ordinazione del soggetto, e, se ordinato, il can. $2350 \$ 2$ impone la sospensione temporanea da ogni ufficio o beneficio che comporti cura d'anime. Per i laici rimane sancita la privazione perpetua dagli atti legittimi precisati dal can. 2256 n. 2.
Il diritto penale italiano punisce l'istigazione o la cooperazione al s., anche se il s. non ha effetto, purché dal tentativo derivi una lesione grave e gravissima, con aumento di pene in particolari casi (Cod. pen. ital., artt. 579-80) e in tutte le circostanze che sono considerate aggravanti per l'omicida (ibid., artt. 580 e 575-77). Ma ordinariamente sfuggono i cooperatori morali e remoti, come gli autori di cronache nere, di rappresentazioni demoralizzanti, ecc., che pure sono moralmente veri responsabili.
Bibl.: Cf. i tratt. di teol. mor., di dir. pen. canon. (de delictis, de censoris) e ital. Inoltre cf. A. Bayet, Le suicide et la morale, Parigi 1922; J. P. Halpin, Suicide and religion, in Ecol. rev., 41 (1934), pp. 53-64; J. H. Molines, Is suicide justificable?, Londra 1934; L. Vervasà, Opinions médicales et suciolog. sur la suicide, in St-Luc médical, 12 (1934), pp. 336-50; J. Tapieu, Le suicide et la doctrine, chrét., in Bull. soc. médic. St-Luc, St-Côme, St-Damien, 42 (1936), pp. 163-67; J. Ma Gillivray, Suicide and Euthanasia, Londra 1936; R. Wlichbrodt, Der Selbstmord, Basilea 1937; H. R. Fielden, Suicide, Londra 1936; A. Oddone, Il rispetto alla vita, in Cio. Catt., 1947, ri, pp. 289-90; E. Ranwez, Suicide permis, in Miscell. moral. A. Janssen, Lovanio 1949, pp. 449-58.
Salvatore Indelicato
IV. Sciopero della fame. - E la volontaria astensione dal cibo fatta con lo scopo deciso di arrivare per questa via fino alla morte, per richiamare l'attenzione del pubblico o delle competenti autorità, a modo di protesta passiva, su di una questione che si ritiene ingiustamente negletta, o di vendicarsi di un trattamento che viene giudicato ingiusto.
Non si ha dunque lo sciopero della fame quando l'astinenza dal cibo è temporanea, quando è fatta per qualsiasi altro motivo che non sia una protesta, come, p. es., inappetenza, volontà di lasciare il proprio cibo a disposizione di altri indigenti, ecc., e quando esuli il proposito di arrivare per questa via alla morte, se non si consegue l'intento.
Senza rifarsi troppo indietro, a casi avvenuti nella remota antichità o alla prassi dei cinici, per cui lo sciopero della fame era la più razionale forma di sottrarsi alle passioni ed all'infelicità dell'esistenza, i casi più famosi di sciopero della fame, alcuni dei quali finiti in maniera letale, si ebbero nel secolo scorso e si ripetono nel nostro. Sono i casi della femminista inglese E. Pankhurst (v. renninassel), del nazionalista indiano Gandhi (v.); i casi recenti degli emigrati italiani in Australia, trovatisi senza lavoro per inadempienze contrattuali del governo australiano. Ma il caso più clamoroso, che accese vivamente le polemiche dei teologi, fu quello del Lord Mayor di Cork, Mac Swiney, che mori, per protesta contro gli Inglesi, oppressori del-
l'Irlanda, dopo 73 giorni di sciopero della fame. Fu uno dei rari casi letali che si verificarono nella Rivoluzione irlandese del 1920.
Prescindendo dall'indubbia buona fede di Mac Swiney, che mori con il conforto dei Sacramenti, ci si chiese allora, con più insistenza, se un tal modo di agire fosse lecito. E noto che l'uccisione diretta non è mai lecita, non avendo l'uomo la piena ed assoluta disponibilità della propria vita. Ma ci si chiese, e c'è da chiedersi, se in un comportamento come quello dello sciopero della fame condizionato, si fosse di fronte ad una uccisione diretta o indiretta. Nessun dubbio sulla liceità, se lo sciopero della fame fosse solo simulato, e non vi fosse scandalo; il soggetto cioè si astenesse dal cibo, fino al limite della sopportazione per ottenere qualche cosa che gli fosse dovuto e che non potesse ottenere con altro mezzo lecito. La questione però si presenta di difficile soluzione, quando c'è di mezzo il proposito di uno sciopero della fame ad eltranza. In merito al Mac Swiney i teologi si scissero in due correnti. Alcuni sostennero l'uccisione indiretta, argomentando che nel caso specifico non si intendeva l'uccisione in se stessa, ma un altro fine, la liberazione di un popolo cioè dall'oppressione dei diritti civili e politici; né, in caso, la morte era usata come un mezzo per raggiungere il fine, giacché non la si intendeva, ma la si permetteva solamente. Altri invece, rilevato che nel caso in oggetto la morte seguiva dall'astensione dal cibo, protratto ad altranza, come effetto immediato, per quanto protratto nel tempo, concludevano che la morte non era un effetto accidentale dello sciopero della fame, ma diretto; lo sciopero della fame era quindi un'arma come un'altra per suicidarsi e quindi illecito. Le posizioni non sono da allora modificate e quindi, stante la controversia, lo sciopero della fame non si può condannare semplicemente come s., quando esistano motivi ragionevoli e sia esperito come ultima ratio per ottenere un grande bene di interesse pubblico. D'altra parte, stante ancora la controversia, non pare proibito al medico adoperarsi per il sostentamento dello scioperante, ricorrendo all'alimentazione forzata (per sonda, clistere nutritivo e simili), tanto più che, cosi facendo, il medico non toglie al comportamento dello scioperante il suo effetto reclamistico, utile per il raggiungimento della sua eventuale buona causa.
Bibl.: anon., Il caso del sindaco di Cork e una discussa questione morale, in Civ. Catt., 1920, ri, pp. 321-31; M. Hogan, The Ecclesiastical review on morality of hungerstrike, in The Irish World, Nuova York, 20 maggio 1933; L. Scremin, Dix. di morale professionale per i medici, Roma 1940, p. 120. Pietro Palestini
SUIDA (gr. Zouíðas). - Nome vulgato, che risale ad Eustazio nel suo commento ad Omero (1175), del presunto compilatore di un Lessico, composto intorno al 1000 d. C. : in realtà è la forma ellenizzata dell'alto-tessalico Zúüðz, riferito in vari codici e da Stefano, commentatore di Aristotele del sec. 211 (Comment. in Arist. Gr., XXI, 2, Berlino 1885, p. 285, 18). Suda per altro sarebbe non già il nome del compilatore, di cui si ignora qualsiasi notizia, ma il titolo della raccolta (Stefano dice «èv vj $\Sigma \dot{u} \tilde{\omega} \delta \alpha$ », e il cod. Parti. 2625, del sec. 2111, nel proemio del Lessico reca sovrascritto " ${ }^{1} \mathrm{H} \Sigma \mathrm{u} \tilde{\omega} \delta \alpha$ [sott. $\beta i \beta \lambda 0 \varsigma$ ] "), che avrebbe il significato di "Vademecum".
Il Lessico, che comprende ca. 30.000 voci, è la più ampia raccolta greca del genere che ci sia pervenuta, ed è a carattere generale, comprendendo non solo dati grammaticali ed etimologici, ma anche notizie storiche, geografiche, scientifiche, biografiche, letterarie. Le fonti, più che negli undici autori indicati dal compilatore all'inizio della sua " enciclopedia ", sono da ricercare in altri lessici (Arpocrazione), nelle compilazioni scolastiche (a Omero, Sofocle, Erodoto, Aristofane, Tucidide, Gregorio di Nazianzo), nei Proverbi dello pseudo-Dionigi, nelle Vite di Diogene Laerzio e in quelle dei commediografi derivate da Ateneo, nelle Cronache bizantine, nei commenti ad Aristotele, ecc. Pur condotto con scarsezza di metodo, il Lessico è prezioso, ad onta di errori e di confusioni, per la copia di notizie, soprattutto in ordine alla storia lette-
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SUIDA - Vocaboli del Lessico, inizianti per K - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 881², f. $273^{\circ}$ (sec. XV).
raria, la geografia, i costumi. I vocaboli sono disposti in ordine alfabetico, tenuto conto, però, della pronunzia particolare dell'epoca.
BibL.: edd. : Editio princeps di Demetrio Chalcondylea, Milano 1499; G. Bernhardy, 2 voll. in 4 tomi, Halle e Brunswig 1834-53; A. Adler, 5 voll., Lipsia 1928-38. Sui manoscritti v. J. Bidez, La tradition manuscrite du Lexique de Suidas, in Sitzungsb. der Preussisch. Ahad. der Wissensch. (Berlino), 38 (1912), pp. 850-63. Studi : le Commentationes premesse all'ediz. del Bernhardy; A. Daub, Studien zu den Biographiha des Suidas, Friburgo 1882; Krumbacher, pp. 362-70; C. de Boor, Die Chronik des Georgius Monachus als Quelle des Suidas, in Hermes, 21 (1886), pp. 1-26; G. Keibel, Zu Athenaeus: 1. Athenaeus und Suidas, ibid., 22 (1887), pp. 323-35; G. Wentzel, Die griech. Obersetzung d. Viri inlustres des Hieronymus (Texte und Untersuch. zur altchristl. Liter., 13, III), Lipsia 1895; C. de Boor, Suidas und die Konstantinische Exzerpisammlung, in Byzant. Zeitschrifl, 21 (1912), pp. 381-424; K. Rupprecht, Apostolis, Eudem und Suidas (Philologus, Supplementband, 15, 1), Lipsia 1922; A. Adler, Suidas, in Pauly-Wissowa, $2^{2}$ serie, IV (1931), coll. 675-717. Per il nome v. P. Maas, Der Titel des + Suidas +, in Byzant. Zeitschrift, 32 (1932), p. 1.
Alessandro Pratesi
SUIFU, DIOCESI di. - Nella parte meridionale della provincia dello Szechwan, nella Cina centro-occidentale.
Fu eretta in vicariato apost. con il nome di Szechwan meridionale il 24 genn. 1860 con territorio del vicariato dello Szechwan meridionale orientale; fu diviso una prima volta il 10 ag. 1910 per dar vita alla missione di Kienchang (v. Ningyuan) e quindi il 19 luglio 1929 per la erezione di Yachow (v. KIATING), cui cedette nuovo territorio nel 1933 e nel 1938. Il 3 dic. 1924 prese il nome attuale dalla città di S. L'1r apr. 1946, con l'istituzione della gerarchia episcopale in Cina, fu elevata a diocesi suffraganea di Chungking. E affidata, fin dall'inizio, alla Società per le Missioni Estere di Parigi.
Ha un'estensione di ca. 50.000 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione totale di ca. 7.000 .000 di ab., i cattolici erano 13.846 ; i sacerdoti esteri erano 16 e 40 i cinesi; i seminaristi maggiori 5 , i minori 15 ; le suore estere 9 e 5 le cinesi. Tra le opere figuravano 2 ospedali, 5 dispensari di medicinali, 3 orfanotrofi, 27 scuole con 1531 alunni.
L'attuale territorio di S. fece parte, dal 1696 al 1856, dell'unica missione dello Szechwan (v. chengtu) e poi, dal 1856 al 1860, della missione dello Szechwan meridionale orientale (v. chungking) e ne seguì lo sviluppo ecclesiastico. Al momento della sua erezione contava numerosi cristiani, tanto che il suo primo vicario apost., mons. Pier Maria Pichon (1860-71), fondò il Seminario per procurarsi personale missionario, la cui mancanza gli impedì di sviluppare l'evangelizzazione. I suoi successori mons. Leplay (1871-86) e mons. Marco Chatagnon (18871920), con elementi indigeni ed esteri poterono dare efficace impulso all'attività missionaria.
BibL.: AAS, 17 (1925), pp. 23-25; GM, p. 209; Annuarie de l'Eglise coth. en Chine 1948, Sciangsi 1948, passim; MC, 1950, pp. 357-58. Adamo Pucci
SUIHSIEN, PREFETURA APOSTOLICA di. - Nella parte nord-orientale della provincia del Hupeh, nella Cina centrale.
Fu eretta il 17 giugno 1937 con 3 sottoprefetture civili del vicariato apost. di Hankow (v.) e fu affidata all'Ordine dei Frati Minori, che, per il lavoro missionario, vi manda i religiosi della provincia regolare irlandese di S. Patrizio.
Ha un'estensione di 12.000 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione totale di ca. 1.200 .000 ab., i cattolici erano 8886 ; i sacerdoti esteri 15 e i cinesi 3 ; i seminaristi maggiori 7 , i minori 20 ; le suore 5 tutte cinesi. Tra le opere figuravano 2 ospedali, 4 dispensari di medicinali, I orfanotrofio, 51 scuole con 2885 alunni.
La prima predicazione del Vangelo nel territorio di S. risale alla seconda metà del sec. xviI; nel 1686 il gesuita Giacomo Motel eresse una chiesa in Anlu, città capoluogo dell'omonima sottoprefettura civile. Al momento dell'erezione i cattolici erano 7000 e i catecumeni 1300 con 13 chiese e 29 oratòri.
BibL.: Arch. di Prop. Fide, locusto erezione S. 1937; AAS, 30 (1938), pp. 5-6; Annuarie de l'Eglise catholique en Chine 1948, Sciangsi 1948; MC, 1950, p. 365. Adamo Pucci
SUITBERTO (SUIDBERCHT, SWIDBERT), santo. Benedettino, apostolo dei Frisoni, originario della Northumbria, m. a Kaiserwerth (Düsseldorf) il $1^{\circ}$ marzo 713 .
Fattosi monaco e passato in Irlanda, visse sotto la disciplina di s. Egberto, e quando questi organizzò una seconda spedizione di monaci, sotto la direzione di Villi-

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Pia a. Braus, Trofa und Attributs der Heitggen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1843, 84. E31 Suitberto, santo - Particolare della cassa reliquiario di s. S. ( $2^{\circ}$ metà del xili sec.) - Kaiserswerth.
brordo, per la conversione dei Frisoni, vi annoverò anche S. che lavorò con frutto nella Frisia citeriore (comprendente l'odierna Olanda meridionale, il nord del Brabante e i territori di Gueldre e di Clèves). Fu consacrato da Vilfrido, vescovo di York (nel 693), vescovo regionale della Frisia; ripassato nel continente, visitò le cristianità ivi fondate e risalì ad evangelizzare la regione dei Boructusci (odierno ducato di Berg). Quando i Sassoni invasero il territorio, S. ritornò in territorio franco ed ottenne da Pipino di Heristal, per intervento della regina Plectrode, una piccola isola sul Reno, dove fondò un monastero (poco dopo il $6_{9} 6$ ). S. fu sempre in grande venerazione nei territori da lui evangelizzati ed è con s. Pietro il patrono di Kaiserwerth, dove le sue reliquie sono conservate in un artistico reliquiario. E spesso rappresentato in paramenti vescovili con una stella sulla fronte, sul petto, sulla mano o sul pastorale. Festa il $1^{\circ}$ marzo.
BibL.: BHL, pp. 7939-42; fonte principale è la Historia excl. gentis Anglorum, di Beda, lib. V, capp. 9-11; ed. C. Plummer, I, Oxford 1896, p. 300 sgg.; II, ivi 1896, pp. 152-58, 201-94 (note); il panegirico di Radbodo, in Acta SS. Martii, I, Parigi 1865, pp. 84-86, e in MGH, Psätze latini, IV, pp. 166-69; la vita di S., scritta da un certo Marcellino, riportata dal Surio al $1^{\circ}$ marzo è un falso storico (cf. Anal. Bull., 6 [1887], p. 75); Martyr. Romanum, p. 81; K. Künstle, Ikon. der Heilig., Friburgo in Br. 1926, pp. 547-48. Celestino Testore
SUIYOERO dei signori di Morsleben e Hornburg, vescovo di Bamberga: v. Clemente II, papa.
SUIYUAN, ARCIDIOCESI di. - Situata nella parte centrale della Mongolia interna, comprende nove sottoprefetture della provincia civile di S. e alcuni altri territori mongoli, la cui superficie complessiva è di ca. 150.000 kmq . e la popolazione di ca. 951.169 ab.
In data 11 dic. 1883, per distacco dal vicariato apost. di Mongolia, fu costituito il
vicariato di Mongolia meridio-occidentale, che, a sua volta, il 14 marzo 1922 fu diviso nei due vicariati di Ningsia e S., annettendo a quest'ultimo parte di territorio del vicariato apost. di Mongolia centrale (odierna diocesi di Siwantze). L'1 1 apr. 1946, con la costituzione della gerarchia ecclesiastica in Cina, il vicariato di S. fu elevato ad arcidiocesi metropolitana, che raccoglie sotto di sé quattro diocesi suffraganee, e cioè Ningxia, Siwantze, Tsining, Chibfeng. L'8 genn. 1948 dalla limitrofa diocesi di Ningsia venne distaccato l'intero territorio della sottoprefettura civile di Pastow e incorporato all'arcidiocesi di S.
Nel 1840 i padri Lazzaristi francesi iniziarono la loro opera di evangelizzazione nella regione sita a nord della Grande Muraglia cinese, geograficamente denominata Mongolia interna, che oggi comprende le province di Jehol, Chagar, S. e Ningsia. Ad essi subentrarono i missionari del Cuore Immacolato di Maria (Scheut), i quali arrivarono in Mongolia il 6 dic. 1873. Le poche migliaia di cristiani nel 1883 erano saliti a 14.000 e sei sacerdoti cinesi furono i primi collaboratori dei Padri di Scheut. Nel 1900 il movimento dei Bosers causò la morte del vicario apostolico mons. Ferdinando Hamer, di otto missionari, del sacerdote indigeno Giacomo Lou e di alcune migliaia di cristiani e la rovina quasi completa di tutte le opere scolastiche e di beneficenza. Durante l'ultima guerra, tutto il territorio della missione fu occupato dai Giapponesi, i quali, il 21 marzo 1943, internarono i missionari esteri nella provincia dello Shantung. Il 19 ag. 1951 l'arcidiocesi passò al clero secolare cinese, mentre, poco dopo, le autorità comuniste decretarono l'espulsione dei missionari europei.
Secondo i dati statistici 1948-49, lo stato spirituale era il seguente: 40.880 cattolici con 1773 catecumeni; 10.000 protestanti; 20.000 manmettani; gli altri sono buddhisti o seguaci di varie superstizioni; 36 sacerdoti nazionali e 45 esteri; 44 suore, di cui 26 cinesi; 12 seminaristi maggiori e 32 minori; 125 catechisti; 86 maestri e 107 maestre; 2 medici e 40 infermieri; i ospedale; 19 farmacie; 36 orfanotrofi; 3 ospizi per vecchi; 58 scuole elementari; 3 scuole medie; 105 edifici sacri; 6 vicariati foranei; 37 stazioni primarie e 53 secondarie. La sede dell'Ordinario è Kwei-hwa-ting.
BibL.: C. van Melchebeke, En Mongolie. L'action sociale de l'Eglise cath., Parigi 1942, pp. 1-12, 73-75; Arch. S. Congr. di Prop. Fide, Relais, guingareo., pos. prot. n. 4493/48; ibid., Prospectus Status Missionis, 1948-49, pos. prot. nn. 1072/50, 3453/51, 4155/51; MC, 1950, pp. 301; AAS, 14 (1922), pp. 271-72; 40 (1948), p. 121. Edoardo Pecoraio
SUKABUMI, prefettura apostolica di. - Situata nella parte occidentale dell'isola di Giava (Indonesia), comprende la prefettura civile di Bantam e le sottoprefetture di S. e di Tjandiur. Ha una superficie di 15.802 kmq . e una popolazione di ca.

(fot. Fides)
Suiyuan, arcidiocesi di - Arco commemorativo dinanzi al cimitero, dove riposano i resti di 200 vittime della persecuzione del 1900 - Hac-ly.
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(fot. Ene. Catt.)
Sulificio Severo - Explicit della Vita s. Martini - Biblioteca Vaticana, cod. Reg. lat. 495, f. 37 (sec. IX).
2.672.218 ab., in massima parte maomettani. Vi si contano anche 37.000 cinesi, i quali sono pagani.
Per lungo tempo il famoso art. 177 del Regolamento governativo olandese per le Indie aveva impedito l'accesso nella provincia di Bantam ai missionari, ma, grazie ad un interpretazione man mano più mite del medesimo articolo, nel 1929 i Minori Francescani olandesi poterono intraprendere l'evangelizzazione di Bantam, collaborando agli inizi con i Gesuiti di Batavia, oggi Djakarta. La prefeitura apoat. di S. è stata eretta il 9 dic. 1948, per distacco dal vicariato di Djakarta.
Vi sono 25 sacerdoti, di cui 2 indonesiani; 4 fratelli; 46 suore, di cui 7 indonesiane; 2 seminaristi maggiori e 5 minori; 36 maestri e 30 maestre; 3 ospedali; 2 dispensari; 7 orfanotrofi; 19 scuole elementari; 4 scuole medie; una scuola superiore; un giardino d'infanzia; 7 stazioni primarie con 11 edifici sacri. Vi si pubblica un giornale dal titolo Penabar.
Bibl.: AAS, 41 (1949), pp. 142-43; MC, 1950, p. 436; Arch. di Prop. Fide, Relaz. con comm., pos. prot.n. 4432/48 e Prospectus status Miss. 1930-51, pos. prot. n. 3812/31. Edoardo Pecorain
SULAMITE (ebr. S̉álammith, Settanta Zouva$\mu$ ítsc). - Nome dato alla sposa del Cantico dei Cantici $(6,12 ; 7,1)$, la pastorella che ama un pastore suo coetaneo e compaesano, dal quale è riamata, e tutti e due sentono il trasporto per l'incanto della natura e l'innocente vita dei campi, fra cui sono insieme cresciuti.
Alcuni l'hanno confusa, senza ragione, con Abisag (v.), la donzella di Sunam (detta percio Sunamite) che fu data per sostegno al vecchio re David (I Reg. 1, 3 sg.). Il nome è probabilmente simbolico: potrebbe essere la forma femminile, leggermente alterata, del nome di Salomone (S̉álomith, la "pacifica e); tale simbolismo (Israele, l'anima fedele, Maria Vergine) è in relazione con l'allegoria generale di Cantico dei Cantici.
Bibl.: E. J. Goodspeed, The Shulamite, in American journ. of Semit. languages, 50 (1933-34), pp. 102-104. Gaetano Stano
SULĀQĀ, Giovanni. - Primo patriarca caldeo di Mossul, martire della unione con Roma. N. a Mossul ca. il 1510 ed ivi m. agli inizi del 1555. Era dalla sua adolescenza monaco nel convento di Rabban Hormizd quando, dopo la morte del patriarca nestoriano Bar Māmā (1551), S. allora superiore dei monaci fu eletto patriarca all'inizio del 1552.
Questa elezione veniva fatta da molti vescovi finora nestoriani i quali erano stanchi di vedere la dignità patriarcale diventata patrimonio di una famiglia. Per ottenere la protezione dell'Occidente, S. fu inviato a Roma. Nel suo viaggio visitò i Luoghi Santi. Arrivato a Roma il 18 nov. 1552 vi restò sei mesi. Fu interrogato circa la sua fede che venne approvata. Fu quindi da papa Giulio III preconizzato patriarca di Mossul il 20 febbr. 1553 e consacrato nella basilica di S. Pietro il 9 apr. Ricevette il pallio il 28 apr. Accompagnato da Ambrogio Buttigieg, creato vescovo titolare di Avara, S. lasciò Roma ed entrò solennemente ad Amed (Diarbekir) il 12 nov. Più tardi per opera della famiglia Bar Māmā fu gettato in prigione dalla quale usci dopo quattro mesi. Governò quindi il suo patriarcato con grande zelo durante 14 mesi e fu ucciso dai Turchi per istigazione della famiglia Bar Māmā. S. inaugura il gruppo dei siri orientali uniti con Roma e chiamati Caldei (v.).
Bibl.: molte notizie su S. sono raccolte nelle poesie di 'Abdísò' di Gazortha pubblicate da J. M. Vostè, Mar lohannan S. premier patriarche des chaldéens martyr de l'union avec Rome, in Angelicam, 8 (1931), pp. 187-234. Una lettera di S. a Giulio III in I. Ortia de Urbina, S. Ignacio de Loyola y los Orientales, Madrid 1950, pp. 14. 75-76. Ignazio Ortia de Urbina
## SULLY PRUDHOMME, RENE-FRANCOIS-ARMAND PRUDHOMME, detto. - Poeta francese, n. a
Parigi il 16 maggio 1839 , m. a Chatenay il 7 sett. 1907.
Verso la fine dell'Ottocento fu in Francia uno dei poeti più in voga. Dagli studi scientifici, e attraverso vari impieghi, passò a un'attività esclusivamente letteraria dopo il successo del suo primo volume, Stances et poèmes (1865), tipicamente parnassiano. Da questo genere di poesia tenue e delicata, piena di sensibilità, di cui il componimento più tipico e più famoso è Le vase brisé, S. P. si orientò verso la poesia filosofica, dapprima con la traduzione del primo libro di Lucrezio (1866) e con le Epreuves e le Solitudes (1866 e 1872; queste, ancora di sapore parnassiano); poi con varie liriche, Les destins, La France, Les moines tendresses, La justice, Le bonheur, tutte pubblicate fra il 1872 e il 1888. Per S. P. la poesia dev'essere intima e filosofica e il "mondo esterno" è solo interessante in quanto "enigma sublime". Nelle sue ultime poesie, didattiche e retoriche, descrisse ingegnosamente il barometro, la tavola pitagorica, la dottrina positivista, la morale stoica. Pubblicò anche uno studio su Pascal e riunì nel suo Testament poétique (1901) alcuni saggi critici, fra cui una discussione con i simbolisti sulla necessità di un verso ritmico. Accademico di Francia nel 1881. Premio Nobel 1901.
Bibl.: C. Hémon, La philosophie de S. P., Parigi 1907; H. Morice, La poétie de S. P., ivi 1920; E. Estève, S. P., ivi 1925; P. Flotte, S. P. et sa pensée, ivi 1931; P. Mayeur, La pensée de S. P., in La grande revue, 156 (1939), pp. 200-13. Costanza Pasquali
SULMONA, diOCESI di: v. VALVA e SULMONA, diocesi di.
SULPICIO SEVERO. - Scrittore ecclesiastico della Gallia meridionale, n. in Aquitania ca. il 360 , m. a Primillac ca. il 420.
Di nobile famiglia (Gennadio, De viris ill., 19), sposò una donna appartenente ad una ricca famiglia consolare, dopo aver compiuto i suoi studi giuridici e conquistata una certa notorietà (Paolino di Nola, Ep., V, 5-6). Verso il 396 si lasciò attirare alla vita monastica, più per le istanze di s. Martino di Tours e per seguire l'esempio del suo amico Paolino di Nola, che non per la morte prematura della moglie (Sulpicio S., Vita s. Martini, 25), e abbandonata la vita pubblica si ritirò a Premuliacum, l'odierno Primillac, nel Périgord (Paolino di Nola, Ep., XXXI; 1). Secondo Gennadio (loc. cit.) S. S. si lasciò tra-
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scinare al pelagianismo; ma, ricredutosi dall'errore, si sarebbe imposto, come penitenza, un perpetuo silenzio. Gennadio afferma ancora che S. S. avrebbe avuto il sacerdozio; ma queste due ultime affermazioni sono incontrollabili.
Opere: Chronicorum libri duo, pubbl. dopo il 403 (J. Bernays, Gesammelte Abhandlungen, II, Berlino 1883, p. 85) vanno dalla creazione del mondo fino al 400 d . C. (il consolato di Stilicone). Importanti soprattutto per la storia del priscillianismo nella Gallia, essi sono anche commendevoli per lo spirito critico e la scelta che l'autore ha saputo fare delle fonti (diversi esempi nella Cronaca di Eusebio); lo stile, di forma classica, richiama quello di Sallustio e di Tacito. La Vita Martini (m. nel 397), scritta vivente il Santo sulla fine del 396, fu molto letta nel medioevo, come risulta dai moltissimi mss. conservati; a Roma, attesta lo stesso S. S., le copie della Vita andavano a ruba (Dial., I, 23). E completata da tre lettere : ad Eusebium, ad Aurelium diaconum, ad Bassulam parentem. Nei Dialoghi, pubblicati verso il 404, S. S. riporta i miracoli di s. Martino, paragonandoli con quelli dei monaci d'Egitto. Gli scritti concernenti s. Martino servirono di modello agli agiografi medievali: Paolino di Nola, Ilario di Arles, Uranio, Paolino di Périgueux, Gregorio di Tours, Venanzio Fortunato, Gregorio Magno, per ricordare soltanto i nomi più celebri, vi si ispirarono. Pur non essendo interamente privi di critica, questi scritti mirano però principalmente ad edificare i fedeli glorificando l'apostolo della Gallia. S. S. ha saputo congiungere insieme un raro talento di narratore e uno stile più popolare e pittoresco di quello adoperato nelle Cronache; ed è questa la ragione principale del loro successo. Sulla corrispondenza con l'amico Paolino di Nola, v. G. de Hartel, CSEL, 29-30 (Vienna 1894). Le lettere di S. S., citate da Gennadio, non sono autentiche (v. C. Halm, CSEL, I [ivi 1866], pp. 217236), come pure non autentici sono i Carmina S. S. attributa (PL 74, 671-74).
Bibs.: edd. delle opere : PL 20, 95-248 (dalla ediz. di Girol. da Prato, 2 voll., Verona 1741-54, meno le note); C. Halm, CSEL, 1, Vienna 1866. Per le Cronache: A Lovertujon, La Chronique de Sulpice Sévère, Texte critique, Traduct. et comment., 2 voll., Parigi 1896-99. Per i dialoghi: P. Monceaux, St Martin, récit de Sulpice Sévère, 2 voll., ivi 1926-27. Sugli studi relativi a S. S., v. Bardenhewer, III, pp. 421-28; G. Bardy, Sulpice Sévère, in DThC, XIV, II, coll. 2760-82; H. Hylten, Studien zu Sulpicius Séveres, Lund 1940; R. Altaner, Patrologie, Friburgo in Br., 1950, p. 207.
Cirillo Vogel
SULPIZIANI. - Furono fondati a Parigi nel 1642 da J. J. Olier (v.), parroco di S. Sulpizio, per rialzare le sorti del clero francese caduto in lamentevole stato. Il rimedio era stato già indicato dal Concilio di Trento con la istituzione dei seminari, ma i tentativi fatti non erano riusciti.
L'Olier non volle fondare una congregazione religiosa di larga diffusione, ma una ristretta società di preti secolari destinati alla direzione dei seminari.
I S. non hanno voti e son legati dal solo vincolo della carità. Son preti secolari per la formazione di preti secolari. Il loro sistema educativo si basa sulla separazione dei piccoli (collegiali, piccoli seminarieti) dai grandi (filosofi) e dai teologi (gran seminario) e nella partecipazione a tutti gli uffici ed esercizi del seminario. Il metodo di governo astrac totalmente, o quasi, da mezzi disciplinari : basta il richiamo al dovere; in ultimo si ricorre all'espulsione. I S. agiscono sui giovani soprattutto coltivando la vita interiore : dànno grande importanza alla lettura spirituale o "conferenza" quotidiana fatta dal superiore a tutta la comunità, e alla direzione spirituale individuale di ogni settimana da parte del padre spirituale, indipendentemente dalla confessione sacramentale. L'apostolato dei S. continua ad esercitarsi sul clero anche dopo il seminario, sia dal punto di vista intellettuale (pubblicazioni, conferenze, ecc.), che spirituale (confessioni, ritiri, ecc.).
Fra i martiri della Rivoluzione si contano 9 s . e 30 ecclesiastici da essi educati e formati nei seminari, ivi compresi 3 vescovi. La spiritualità della Società è quella della "scuola francese", e si riallaccia al De Bérulle, a s. Giovanni Eudes, a s. Francesco di Sales.

Sulpiziani - La Solitude o o noviziato dei Preti di S. Sulpizio. Sullo sfondo il campanile della chiesa parrocchiale d'Issy.
Nella storia della Società meritano particolare rilievo A. di Bretonville, successore dell'Olier, che aprì le prime case, L. Tronson, chiamato a giusto titolo il legislatore della Società; J. A. Emery, celebre per la sua attività durante la Rivoluzione e la fermezza usata con Napoleone, H. Garriguet, rastauratore della Società dopo la separazione del 1904 e la guerra del 1915-18, il card. Verdier, prima superiore generale poi arcivescovo di Pa rigi (1864-1940). La Società è retta da costituzioni proprie approvate da Benedetto XV nel 1921 e da Pio XI nel 1931. Ha un superiore generale eletto a vita, assistito da quattro consultori. Divisa in tre province: Francia, Canadà, Stati Uniti, conta ca. 600 soggetti e dirige 48 seminari in Francia, 9 nel Canadà, 12 negli Stati Uniti. La casa generalizia è a S. Sulpizio, fu Procura generale a Roma con un collegio della provincia canadese. - Vedi tav. CVI.
Bibs.: M. Baudrand, Mém. sur la vie de M. Olier et sur le séminaire de S. Sulpice, Parigi 1682; M. Failloa, Vie de 3.-3. Olier, ivi 1873; L. Bertrand, Bibl. sulpicienne, 3 voll., ivi 1900; F. Monier, Vie de 3.-3. Olier, ivi 1914; L. Bremond, Hist. litter. du sentiment religieux en France, ivi 1924; G. Goyau, Une épopée mystique; les origin. religieux. du Canada, ivi 1924; J. Monval, Les Sulpiciens, ivi 1934; C. Leflon, Monsieur Emery, 2 voll., ivi 1945 .
Michele Ruggero Jeuné
SULPRIZIO, Nunzio, venerabile. - N. a Pesco Sansonesco (diocesi di Sulmona) il 13 apr. 1817, m. a Napoli il 5 marzo 1836.
Rimasto presto orfano, fu accolto in casa di uno zio fabbroferrsio (1826), di carattere rozzo e incontentabile, che lo sovraccaricò di lavoro e di maltrattamenti fino a ridurlo in uno stato pietoso. Saputolo, un altro zio, militare, lo fece scendere a Napoli e lo affidò al suo colonnello Felice Wochinger, il quale, commosso dalla visione di quel povero scheletro di ragazzo, che non poteva reggersi che con le grucce, lo fece ricoverare nell'Ospedale degli Incurabili di S. Maria del Popolo (1832); e più tardi se lo prese in casa, dove morì presto di cancrena.
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Pure in mezzo a tanti maltrattamenti mantenne una pietà e una pace inalterabili; e nell'ospedale e nella casa del Wochinger esercitò un mirabile apostolato con l'esempio e soprattutto con i consigli e le esortazioni al servizio e all'amore del Signore. La sua causa di beatificazione fu introdotta il 9 luglio 1859.
BbRL.: Acta S. Sodis, 5 (1869-70), pp. 487-99 (studio sulla causa); V. Sardi, Storia del ven. N. S., descritta secondo i processi, Roma 1899.
Celestino Testore
SUMERI. - Primo popolo del Medio Oriente antico di cui ci siano rimasti documenti scritti. Avevano cultura altissima, nata nei templi, che diede un'impronta decisiva alla storia universale. La loro grande potenza d'irradiazione sopravvisse loro per millenni nella lingua, nella teologia, nella scienza, nei miti dei popoli che li soppiantarono.
Sommario: I. Origine. - II. Lingua. - III. Storia e archeologia. - IV. Letteratura. - V. Religione.
I. Origine. - Il nome è stato forgiato dagli orientalisti moderni, sui testi cuneiformi babilonesi, in cui occorre spesso la formola (ad es., codice di Hammurabi, prologo) barra mdt Su-me-ri-i $\bar{u} A h-h a-d i-i$, che a sua volta traduce la formola sumerica LUGAL-KI-EN-GI KI-UN ${ }^{\text {IN }}$ e significa "re di Sumer e di Akkad", due regioni che occupavano il sud della Mesopotamia. Sumer (KI-EN-GI) era la parte attorno alle foci dell'Eufrate e del Tigri, allora separate; Akkad si trovava più a nord fra i due fiumi. I S. chiamavano se stessi i "capi-neri" (SAG-GIG-GA). L'origine del popolo resta oscura, essendo possibili soltanto ipotesi. Nei tempi più remoti gli dèi vengono rappresentati come stanti sulle cime dei monti; ma geologicamente la terra (KALAM) appartiene al terreno alluvionale recentissimo formatosi man mano che il golfo recedeva e, fra le lagune, le paludi si andavano consolidando. Perciò si ritiene generalmente che le culture più antiche erano più a nord (a Jarmo, Hassuna, Samarra, Halaf), e si impiantarono nei sud solo a partire dal periodo di Obed ( $=$ 'Ubajd), se non si ammette una fase di Eridu ancora più antica. Rimane dunque indecisa la questione dell'immigrazione marittima o terrestre dei S.
La razza è stata determinata con studi appositi fatti da Keith sugli scheletri delle tombe della regina šub-ad a Ur, su quello del principe MES-KALAM-DUO ed altri. Questi studi mostrano come tale razza non fosse molto diversa da quella degli Arabi odierni. La regina Sub-ad, che probabilmente aveva meno di 40 anni, era alta $1,5 \mathrm{~m}$., aveva testa dolicocefala, cervello di $1600 \mathrm{~cm} .^{3}$ ( $250 \mathrm{~cm} .^{3}$ di più della donna normale europea di oggi); il principe Meškalam-dug misurava $1,65-1,67 \mathrm{~m}$., con ossatura straordinariamente forte, testa lunga, naso angusto, cervello di

(da Illustrated London News, dic. 1861, p. 933, fig. 3)
Sumeri - Fondazioni di una casa nel villaggio di Jarmo (forse il più antico del mondo: ca. 4750 a. C.).
1550 cm. ${ }^{3}$; aveva una faccia lunga ed era mancino. Tuttavia, nelle rappresentazioni plastiche, i S. appaiono piuttosto tozzi, con fronte sfuggente e naso molto curvo, carnosi, con buona muscolatura, vestiti di un abito a ciocche, probabilmente composto di pelli; tale tipo di costume rimase fino alla III dinastia di Ur (ca. 2050-1950 a. C.). Ben diverso è il tipo degli Accadi, ad es., nella stele di Narām-Sīn. L'artista accadico insisteva sulle differenze somatiche dei due popoli.
II. Lingua. - La lingua dei S. non si riallaccia né alle indoeuropee, né alle semitiche, né ad altra famiglia conosciuta. Appartiene, per lo più, al tipo strutturale delle lingue dette aggiutinanti.
Il sumerico possiede il nome, il verbo, il pronome, il numerale, una congiunzione enclitica, ed inoltre suffissi vari, con cui sono espresse anche le relazioni dei casi :
| nominativo | LUGAL | "il re" |
| :--: | :--: | :--: |
| genitivo | LUGAL-A(K) | "del re" |
| dativo | LUGAL-SA | "al re" |
| accusativo | LUGAL | "il re" |
| comitativo | LUGAL-DA | "con il re" |
| ablativo | LUGAL-TA | "dal re" |
| terminativo | LUGAL-ĪE | "verso il re" |
| loc.-term. | LUGAL-E | "presso il re" |
| locativo | E-A | "nella casa" |
Il plurale si forma con due suffissi : -ENE per le persone, HÁ per le cose; ma spesso il singolare ha valore collettivo; un plurale che include tutti gli esseri della specie si fa per duplicazione del sostantivo o dell'aggettivo: LUGAL-ENE "i re"; UDU-fíA "le pecore"; KUR-KUR " (tutti) i paesi (nemici)"; DINGIR-GAL-GAL-ENE " (tutti) i grandi dèi". Maschile e femminile vengono espressi per eteronimia, anziché per forme grammaticali: LUGAL "re"; NIN "regina", "principessa"; A-A "padre"; ANA "madre"; ma DUMU "neonato" può tradursi " bambino" (figlio) e "bambina" (figlia). Netta è la distinzione tra la classe delle persone (dèi, eroi, uomini e bestie, se, come accade nei racconti popolari, sono personificate) e la classe delle cose (il resto). L'aggettivo viene posposto al sostantivo. Nel verbo si distingue una forma transitiva, che comprende il "tempo" presente-futuro ed il preterito, da una forma intransitiva, in cui manca la divisione secondo il tempo; si hanno attivo e passivo, infinitivo, participio, imperativo, oltre forme amplificate con l'infsso -ED-. Prefissi (di coniugazione) e preformativi vari tonalizzano la semplice narrazione, l'interessamento di chi parla, la negazione e l'affermazione enfatica, il precativo e il prospettivo. Nel verbo, per mezzo degli infissi, viene riassunta la relazione con gli oggetti o con i casi dimensivi antecedenti; ogni verbo può avere anche senso causativo. E sorprendente il gran numero di radici monosillabiche, specialmente nel verbo. La radice è immutabile, e tutte le modificazioni del significato sono espresse con prefissi o suffissi. La sintassi è complessa: l'accoppiamento delle parole, la formazione delle "catene", la possibilità di sostantivare ogni parola, inciso, frase e anche periodi interi con un semplice suffisso -A, dànno uno speciale carattere alla lingua di Sumer.
Si distinguono due stadi della lingua sumerica: l'antico sumerico e il neosumerico. Al limite di questi due periodi sta Gudea, principe di Lagaš. Almeno due dialetti si sono manifestati : il dialetto principale (l'eme-sid) e la cosiddetta "lingua di donne" (EME-SAL), usata, ad es., dalle dèe nelle poesie religiose. La fonetica sumerica è rimasta un campo difficile: si hanno i valori del sillabario degli Accadi, ma i testi sono di uno stadio tardo della lingua, quando non si pronunciavano più né le consonanti che chiudevano la sillaba (ad es., la $g$ di šao "cuore") né le sillabe finali. Sono accertate consonanti nasali, come la $n$ ("prefetto" di città si scrive Enst ed E-si) e la $\bar{g}$ (si alternano GÁ e MA).
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(da A. Mauriqut, Die Entstehung der sumerischen Hochbultur, I, Lipna 185, tax. 700.
Sumeri - Sigillo ad impressione, con simboli della dea Inanna e immagine del dio Dumuzi (ca. 2900 a. C.) - Berlino.
III. Storia e archeologia. - La storia dei S. si divide in tre periodi : 1) preistorico; 2) protostorico; 3) propriamente storico, distinti dall'invenzione della scrittura: solo nel periodo protostorico affiorano, ma ancora scarsissimi, i documenti scritti, i quali nel periodo propriamente storico sono sufficienti.
1. Il periodo preistorico. - Per la preistoria mesopotamica si è ai primi tentativi di una cronologia relativa. R. J. Braidwood (Illustrated London News, 15 dic. 1951, p. 992) dà il seguente schema :
Barda Balka
Hazer Mard Palegawra
Karim Shahir Jarmo strumenti di tipo acheuleano. industria simile al levallois-mousteriano. industria simile al gravettiano. industria microlitica, strumenti di rame. probabilmente il primo villaggio del mondo; industria microlitica; periodo preceramico (Albright : fioriva ca. il 4750 a. C.).
Hassuna villaggi più sviluppati; origine e prima fioritura della ceramica anche dipinta, con bellissime forme a Samarra, apogeo di quel periodo.
Halaf (e Eridu) villaggi ancora più evoluti; bellissima ceramica dipinta, allora principale espressione della cultura umana.
Obed ('Ubajd) (ad ovest di Ur) invenzione del tornio; ceramica monocroma nera; motivi geometrici.
Warka (Uruk) già protostoria.
Il neolitico finisce nel periodo di Hassuna. I periodi seguenti (Samarra-Halaf) formano il calcolitico antico, quelli di Hāğğī Muhammad e Obed I il calcolitico medio, quello di Obed II il calcolitico recente. Nel periodo di Warka si passa (attorno al 5000 a. C.) al tempo del bronzo, protostorico. Interessante è lo sviluppo dell'architettura, dal villaggio dei primi contadini fino a vere e proprie città. Si comincia con mura di argilla mazzerangata, poi con blocchetti di argilla; infine, nel periodo di Uruk, si inventa la forma dei mattoni. Le case private erano all'inizio di proporzioni molto ridotte e di semplicissima pianta : oltre a forme rettangolari, si trovano anche forme tonde, paragonabili ai toloi dell'Egeo o alle case simili ad arnie oggi esistenti nella regione d'Aleppo in Siria; i palazzi ed i templi preferiscono un piano rettangolare più lungo e mostrano tutti i tipi fra la casa a focolare e la casa a cortile. Nel periodo di Warka si fa il primo tentativo di una zihurrat (s torre s) : si ammonticchia il terreno; le scarpate laterali sono più tardi rivestite di mattoni; in cima si costruisce il s tempio alto s. Dal tempo di Hassuna fiorisce la ceramica, prima plasmata a mano, poi per mezzo del tornio da vasaio a rotazione lenta, poi (nel periodo di Warka) a rotazione celere; la tecnica del cuocere si sviluppa dall'abbrustolire a fuoco aperto fino all'uso di una fornace ben controllata, che trasforma l'argilla da limatura fina in ceramica durissima, presupposto di ogni ceramica colorata di alto valore. La decorazione si evolve anch'essa continuamente: da semplici disegni scalfiti all'incrostamento con argilla di limatura specialmente fina, sino alla levigatura perfetta e al dipinto monocromo e policromo, come negli esemplari bellissimi del periodo di Halaf, classico per tutti i tempi. Meno sviluppata è l'arte plastica: terracotte rudi specialmente di fi-
gure femminili (s dee madri s) e gli idoli degli occhi di Tell Braq. La glittica conosce il sigillo-bottone e il sigillobollo; discussi sono i sigilli-cilindri del periodi di Halaf.
Così i risultati degli scavi presentano per gli ultimi periodi l'immagine di un popolo agricolo, che dall'esistenza nomade di cacciatori e pastori è progredito alla stabilità, sebbene oltre all'agricoltura si occupi ancora di caccia e di pesca. Da piccoli centri agricoli (Jarmo) si è arrivati ad agglomerati più estesi, i quali verso la fine del tempo preistorico vengono circondati da muri di pietra. In quelle borgate fioriscono al sommo grado i mestieri: si fanno fusi primitivi, coltelli, lesine, aghi, scuri, pugnali, punte di lancia, ami, arredamenti di ogni genere, vasi di argilla e di pietra; il tutto fa l'impressione di un alto livello di vita. Vi troneggia, monumentale, il tempio, attorno al quale, quasi supplicanti, si ammucchiano le case. Il tempio è importante anche come centro di vita culturale e politica; regola la vita del popolo, di cui allieta il duro lavoro con le feste gioiose di una religione che venera la fecondità; organizza la lotta contro l'acqua e per l'acqua, perché l'agricoltura è basata sull'irrigazione, e già si costruiscono i sistemi di canali e si regola la distribuzione delle acque.
2. Il periodo protostorico. - E contrassegnato da uno slancio culturale tale da far primeggiare la Mesopotamia fino al tempo dei Seleucidi, sicché solo l'Egitto, a partire dall'unificazione, avrà una civiltà paragonabile a questa. Il periodo è rappresentato dai livelli VI-IV di Uruk (Warka) e, più tardi, dall'epoca di Gemdet Nàṣr; molti aggiungono il tempo di Mesilim, per lo più attribuito al periodo propriamente storico. L'epoca di Uruk IV è forse l'età più creativa della storia sumerica. L'architettura continua e perfeziona i modelli già sviluppati nel tempo preistorico; però la zihurrat, orgoglio di tutti gli edifici religiosi mesopotamici, prende adesso la sua forma monumentale, da compararsi con le cattedrali medievali. Le borgate si sviluppano in vere città fortificate. Al posto della ceramica fastosa di Halaf prospera la glittica, che rivela meglio la vita del popolo. Viene creato il sigillocilindro, che si mantiene fino agli ultimi tempi della cultura mesopotamica ed è caratteristico per tutto l'Oriente anteriore. Tali sigilli sono piccoli cilindri di argilla, o più raramente di pietre anche preziose, e rarissimamente di rame, bronzo, oro, sulla cui superficie è inciso il negativo di un ornamento, che può essere la figura di un personaggio, spesso con aggiunti caratteri cuneiformi che indicano per lo più il proprietario. Quando il sigillo viene rotolato sull'argilla umida, si forma il "positivo" di un nastro di figure, che può anche servire come marchio di proprietà sulle giare. Naturalmente sono rimaste molto più impronte che non sigilli originali. Ciò che sorprende è la ricchezza delle raffigurazioni. Per la prima volta si ha una vera "narrazione" di eventi, mediante le figure più estese: uomo a caccia, a protezione del bestiame, in lotta contro fiere; scene di sacrifisi nei templi, festeggiamenti e scene di banchetti, processioni solenni degli dèi; dure guerre contro nemici della città con a capo il re, che era inoltre sommo sacerdote.
Più importante ancora è l'altro mezzo di espressione inventato dall'uomo: la scrittura. Per la prima volta nelle

(da A. Mauriqut, De Entstehung der sumerischen Hochbultur, I, Lipna 185, tax. 371
Sumeri - Testa di donna. Scultura del periodo di Gemdet-Naṣr (ca. 2800 a. C.).
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(da C. L. Wadley, Ur coravations, II, Oxford 193), tso. III). Sumeri - Lira in argento, proveniente dalle tombe reali di Ur (ca. 2500 a. C.),
rovine di Uruk si usano segni convenzionali per trasmettere un pensiero. Già fin dai primi esempi la scrittura warkense (ca. 1000 tavolette di cuneiforme ancora "pittografico "), per quanto enigmatica, si presenta, senza precursori, subito definitiva, perfettamente corrispondente allo scopo per cui fu inventata. Si scrive su argilla umida, sistema che rimarrà in tutti i periodi della cultura mesopotamica. L'argilla viene preparata in forma di piccoli cuscini, che lo scrittore tiene nella mano sinistra; con la destra vengono impressi i segni mediante uno stilo fino di canna, ciò che dà alla scrittura un carattere tridimensionale : quando si vuol disegnare su carta, si fanno segni composti da cunei, e perciò la scrittura è chiamata "cuneiforme". Tale grafia primitiva è già più che una semplice p