Penna
ŠĚMÖNEH 'EŚRĚH («Diciotto», sottinteso bērāhhāth «benedizioni»). - Principale preghiera ufficiale del giudaismo, detta tēphiliāh (" preghiera") per eccellenza, o (specie presso i sefarditi) 'ámidhāh (lo "stare in piedi") perché la si deve recitare ritü, con i piedi uniti e la faccia rivolta ad oriente; è, insieme allo šēma' (v.), la più antica professione di fede nella liturgia d'Iaracle. Rabbān Gamaliele II (fine sec. 1) le fece dare la forma definitiva da Simone il Cotoniere e fece formulare la "benedizione" contro i mînîm da Samuele il Piccolo (Bērāhhāth, 28b) in occasione del Sinodo di Jabneh, ca. 90 d. C. (Ier. Bērāhhāth, 50 e 8a).
Preghiera pubblica e privata, si trova in tutti i libri liturgici e devosionali. Il cantore (bāzān), o un invitato a ciò, recatosi dinanzi all'area aperta della Töräh, recita ad alta voce la preghiera, e la comunità risponde "Amen" (Bērāhhāth, V. 4; Ta'omith, II, 5). In privato, ogni iscudita deve dirla 3 volte al giorno (Bērāhhāth, III, 3; IV, 1), mattina, pomeriggio, sera; l'uso di pregare tre volte al giorno era antico (Dan. 6, 11. 14; 9, 21; Esd. 9, 5; Indt. 9, 1), ma nella Mīnnāh l'obbligo si limita ancora allo śma' biquotidiano (Bērāhhāth, II-III).
Il più antico testo è quello della recensione palestinese, rinvenuto nella gēnîzāh del Cairo (1896) e pubblicato da S. Schechter (1898) e G. Dalman (1898). Le 18 strofe glorificano (1-3), implorano ( $4-16$ e 18), ringraziano (17) Dio; ognuna si chiude con la "benedizione" (bērākhāh) enunziante un attributo divino che riassume il tema della frase precedente: ritornello variato detto bathimäh ("sigillo" o "conclusione»). Notevole ne è il ritmo, rafforzato dalla rima, che sarebbe poi imitata nel Pater secondo K. G. Kuhn. La forma ora in uso (recensione babilonese) comprende 19 benedizioni, perché la $14^{\text {a }}$ (messianica) si divise poi in due, separando Sion e David. Nel siddūr (" ordine", libro di preghiere privato) si suol oggi dare alle 19 "benedizioni" o strofe un nome che ne esprime l'argomento: $1^{\circ}$ 'ābhāth "padri" (conclusione: "Scudo d'Abramo"); $2^{\circ}$ gēbhārāth "forza" (concl.: "Vivificatore dei morti"); $3^{\circ}$ gēdhūtāth "santificazione" (concl.: "Dio santo"); $4^{\circ}$ bīnāh "scienza" della Legge (concl.: "Che fai la grazia della scienza "); $5^{\circ}$ tēfübhāh "conversione"; $6^{\circ}$ sēllāah "perdono"; $7^{\circ}$ gē'ullāh "redenzione»; $8^{\circ}$ rēphū̄āh "guarigione»; $9^{\circ}$ birkath haš-dānîm "preghiera per gli anni (buoni)»; $10^{\circ}$ gībhū̄ gā̄nğ̣āth "riunione dei dispersi" al suono della "grande tromba " intorno al "vessillo"; $11^{\circ}$ birkath miīpā̄ "benedizione, preghiera per il giudizio (retto governo) "; $12^{\circ}$ b. hammînîm "pr. contro gli eretici" o apostati; $13^{\circ}$ b. yaddiqîm "pr. per i giusti" (proseltiti); $14^{\circ}$ b. Yēnū̄āq̄̄m "pr. per Gerusalemme"; $15^{\circ}$ b. Dā̃sidh "pr. per (il regno della casa di) David»; $16^{\circ}$ tēphiliāh "preghiera" (di domanda); $17^{\circ}$ 'ābhādhāh "servizio" (di Dio); $18^{\circ}$ hādāa'āh "ringraziamento"; $19^{\circ}$ b. hōhānîm "pr. dei sacerdoti" (echeggiante la fine della benedizione sacerdotale [Num. 6, 26 sg.]). Le 3 prime e le 3 ultime formano, con l'aggiunta della gēdhūtath haj-yām ("santificazione del giorno "), la tēphiliath šēbha' ("sette preghiere") del sabato e feste, in cui si smettono le 13 strofe di mezzo che sono domande "per i bisogni dell'uomo". Le 3 prime e le 3 ultime, che costituiscono il quadro permanente della tēphiliāh, sono le più antiche e dovevano essere in uso già prima dell'èra cristiana (ma a torto i talmudisti attribuiscono le $\check{S}$. 'e. alla "Grande Sinagoga " di Esdra); anteriori al 70 pare siano, anche, la $6^{\circ} \mathrm{e} 7^{\circ}$ (riservate inizialmente a giorni di digiuno) e l' $1^{\circ}$; la $17^{\circ}$ sembra supporre che il culto è interrotto, dopo distrutto il Tempio nel 70. Il tono è collettivo, nazionale, a differenza del Pater (spesso raffrontato conle $\check{S}$. 'e.), che è insieme universale e personale.
Nella recensione palestinese la $12^{\circ}$ "benedizione" maledice ("sradica... periscano") i mînîm ("spostati"; dalla $2^{\circ}$ metà del sec. 1 i giudeo-cristiani) e i nōsērîm (cristiani), come ben sapevano s. Giustino (C. Tryph., 16, 47, 93, 96, 108, 133), s. Epifanio (Haer. 29, 9) e s. Girolamo (In Is., 52, 5 [PL 24, 498]: "ter in die in Christianos congerunt maledicta"); quest'odio conferma l'ori-
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gine farisaica della preghiera. Dal testo odierno è scomparsa la menzione dei "nazareni" e "apostati", al cui posto si nominano "i calunniatori" e i "nemici".
Bib.: I. Elbogen, Gesch. des Achtzehnergebotes, Breslavia 1903; id., Der fäd. Gottesdienst, Francoforte s. M. 1024, pp. 27 60; id., S. e., in 7üd. Lex., V (1930), coll. 182-89; L. Finkelstein, The development of the Amidah, in The fewish quart. review, 16 (1929-26), pp. 1-43, 126-70, c 18 (1927-28), pp. 466-70; H. L. Strack-P. Billerbeck, Kamm. zum 2. Test. aus Talmud und Midräsch, IV, Monaco 1928, pp. 208-49; L. G. da Fonseca, De S.'s sen - Ostadevin - Benedictionibus, in Verbum Dossini, 9 (1929), pp. 248-55; G. Dalman, Die Worte Jesu, I, 2* ed., Ligula 1930, pp. 286-95; V. Apnewitser, Birkath hum-mlaim, in Monatszehr. f. Gesch. u. Wiss. d. Judentums, 74 (1930), pp. 108115; M.-J. Lagrange, Le Judaisme avant 7.-C., Parigi 1931, pp. 466-70; A. Schechter, Lectures on Jewish liturgy, I, Filadelfia 1933, pp. 9-22; A. Marmorstein, L'age de la Kedoucha et de l'Amida, in Rev. des éud. juries, 97 (1934, 1), pp. 35-49; id., The eldest form of the Eighteen Benedictions, in 7ew. q. rev., 34 (1943-44), pp. 137-59; M. Zuler, The Eighteen Benedictions according to R. Saadya Gann, in Turbis, 16 (1944-45), pp. 3770; K. G. Kuhn, Achtzehngobet und Vaterunser und der Reim, Tubinga 1930. - Testo con trad. it.: D. Panzieri, Preghiera orale del Capo d'anno e dell'Espiazione, Roma 1937, pp. 40-61, 118-32, 142-45; D. Prato, Tëphillah lè-Ddwidh, Firenze 1949, pp. 160-73, 208-21, 248-51, 302-305, 380-83. Antonino Romeo
SEMO SANCO. - Sema Sancus Dios Fidius, divinità italica del ciclo di Giove il cui nome richiama a) i Semones del culto arvalico; b) la caratteristica di sancire ossia garantire i giuramenti e c) l'epiteto proprio di Giove in quanto custode dei giuramenti; cf. Ees; nioros; e il Fisos Sancios delle Tavole eugubine.
S. S. aveva in Roma un tempio sulla pendice orientale del colle Quirinale, detta perciò Sanqualis, come Sanqualis si chiamava la porta locale del recinto serviano. Il tempio fu dedicato nel 446 a. C., la dedica cadeva il 5 giugno (Ovidio, Fosti, VI, 213). Sono note due sue particolarità rituali che bene si addicono a una divinità del giuramento: aveva cioè una parte del tetto scoperchiata per la visione immediata del cielo; conservava nell'interno alcuni dischi di rame (arbes nenei) simbolo del disco solare e che ricordavano l'analoga uefeta ( $=$ orbita) del rituale umbro. Nel tempio venivano custoditi i trattati. Nell'orto attiguo alla chiesa di S. Silvestro sul Quirinale si rinvennero epigrafi relative al dio. La più importante (però di ignota provenienza, scoperta nel 1879) porta la dedica "Semoni Sanco sancto deo Fidio" posta a cura della "decuria sacerdotum bidentalium" (CIL, VI, 30.994), collegio sacerdotale addetto alla disciplina fulgurale e che perciò appunto aveva la custodia del tempio di quel dio qui foedera fulmine sancit (Virgilio, Aen., XII, 200).
La statua (rinnesota nella stessa località della base, ora nel Museo Vaticano, e che rappresenta un Apollo di tipo arcaico) non ha relazione con la base. Nell'isola tibetina si trovava un altro santuario del dio, noto per l'errata attribuzione che gli apologisti criatiani (Giustino, Apol., I, 26; Tertull., Apol., 13) fecero di esso a Simon Mago, tratti in inganno dalla iscrizione dedicatoria.
Bibs.: C. L. Visconti, in Studi e documenti di storia e diritto, 2 (1881), p. 102 sgg.; G. Wissowa, Religion und Kultur der Römer, 2* ed., Monaco 1012; A. Platner, A topographical Diction. of ancient Rome, Oxford 1929, p. 469 sgg.; F. Althoim, Römische Religionsgesch., I, Berlino 1931; per la relazione tra S. e i Semones v. M. Nacinovich, Carmen Arvale, II, Roma 1934, p. 8 sgg. Nicola Turehi
"SEMPITERNUS REX ". - Enciclica di Pio XII per il xv centenario del Concilio ecumenico di Calcedonia (8 sett. 1951).
Il Concilio di Calcedonia è il terzo dei grandi Concili cristologici, dopo quello di Nicea (commemorato nell'Anno Santo 1925) e quello di Efeso (encicl. Lux Veritatis, 25 dic. 1931) che definirono rispettivamente la consostanzialità del Figlio con il Padre e l'unità di persona in Cristo. Dopo questo breve richiamo l'enciclica ricorda le circostanze storiche e il clima teologico nei quali si svolse il Concilio di Calcedonia, ponendo in risalto la richiesta da parte dei vescovi orientali e l'accettazione dell'intervento del papa s. Leone Magno. Nel quadro di

(fot. Musci Vaticani)
SEMO SANCO - Base marmorea del tempo degli Antonini con dedica a S. S. da parte di una decuria di sacerdoti bidentali - Vaticano, Museo profano.
questa importante affermazione solenne del primato del Romano Pontefice viene presentato nel suo vero valore il can. 28, che, pur non contenendo, secondo le intenzioni degli autori, una vera negazione del primato, fu respinto dal Papa e poi dall'Imperatore e dallo stesso vescovo di Costantinopoli, giudicandolo privo di valore perché compilato in assenza dei legati pontifici. Nella seconda parte dell'enciclica viene illustrato il significato della formula dogmatica di Calcedonia, mettendo in guardia da errori che oggi serpeggiano, i quali compromettono l'unità di persona in Cristo. Il Sommo Pontefice non intende solo parlare della teoria kenotica diffusa tra gli acattolici, ma accenna a talune correnti della stessa teologia cattolica.
L'insigne documento termina con un appello agli Orientali dissidenti perché ritornino all'unità dell'ovile e all'unione con la Sede Apostolica, il cui primato fu egregiamente riconosciuto dai loro padri nel Concilio ecumenico di Calcedonia (AAS, 43 [1951], pp. 625-44).
Bibs.: P. Parente, Valore storico dottrinale del Concilio di Calcedonia nella luce dell'encicl. S. R., in Euntes Doxeto, 4 (1921), pp. 230-83; Das Konzil v. Chalchodon, raccolta di studi a cura di A. Grillmeier e H. Bacht, Würzburg 1951; V. Monachino, Genesi storica del can. 28 di Calcedonia, in Gregorianum, 33 (1952), pp. 292-98.
Antonio Podanti
SEMPLICE. - E ciò che non ha parti e non è pertanto divisibile.
Poiché la indivisibilità è unità ( $*$ nihil enim est aliud unum quam ens indivisum s: s. Tommaso, De verit., q. 1, a. 1, c.) e l'unità è convertibile con l'essere (* Unum... convertitur cum ente s: id., De potentia, q. 9, s. 7), la
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semplicità o indivisibilità è una perfezione o qualità positiva; ma poiché la conoscenza umana ha inizio dall'esperienza del mondo corporeo, e il corpo è composto, il concetto di s. si ha per negazione della partibilità o composizione : esso è quindi relativo a quello delle parti negate. Assolutamente s. è ciò che non ha parti affatto, ciò che è tutto e puro essere, atto puro: Dio (v.). Ogni ente finito, anche se spirituale, comporta invece una composizione di atto e di potenza (secondo il tomismo, di esistenza e di essenza). La realtà spirituale è però relativamente s. in quanto non ha parti quantitative; e questa semplicità procede, sempre nella concezione tomistica, dal non avere composizione di parti essenziali (materia e forma) : dall'essere cioè pura forma. Il corpo, composto di materia e forma, è esteso e come tale composto anche di parti quantitative.
Bial.: R. Eisler, Einfachheit, in Wörterbuch d. philos. Begriffe, I, Berlino 1927, pp. 203-206; V. Rutter, Ontologia, $6^{2}$ ed., Roma 1928, pp. 76-95; C. Giacon, Atte e potenza, Brescia 1947.
Sofia Vanni-Rovighi
SEMPLICITÀ. - In astratto, esprime l'assenza di complessità. Nell'ordine morale contrasta con la doppiezza o ipocrisia, e comporta due gradi: l'uno obbligatorio, l'altro consigliato.
La s. obbligatoria si oppone al vizio della doppiezza, che spinge all'inganno; e siccome lo storcimento della verità non è solo un peccato particolare, ma è il secreto d'ogni disonestà, in questo suo primo e necessario grado la s. è sinonimo generale di rettitudine, di probità, di autentica pietà. Così di frequente nella S. Scrittura (Job 1,1; Prov. 2, 21-22, ecc.). Tale s. fondamentale Gesù lodava in Natanaele, mentre lo accoglieva tra i suoi discepoli (Ic. 1,47). Chi non nutre assoluto orrore verso ogni anche minima frode e bugia non può entrare nello spirito evangelico.
La doppiezza alla quale si oppone direttamente la s. evangelica, o di consiglio, non è più quella dell'immoralità, ma quella dell'imperfezione acconsentita o mediocrità spirituale, dell'intenzione divisa tra la stima di Dio e quella del mondo, tra il desiderio dei beni eterni e quello dei beni temporali, tra gli appelli della carità e le seduzioni dell'amor proprio, insomma tra "spirito" e "carne" (Gal. 5, 16). Dio non è amato "con tutto il cuore"; l'occhio dell'anima non è limpido (Mt. 6, 22-23); intenzioni estranee anche se non proprio contrarie, all'amor di Dio ingombrano il cuore; le inclinazioni verso ciò che non è Dio non sono puramente ordinate ad accontentare Dio : non procedono, almeno virtualmente, dalla carità. Invece nel cuore semplice, indiviso, niente interferisce cui suggerimenti della Grazia, che guida ogni passo nel distacco e nel disinteresse, che sono i due aspetti interni della s. evangelica.
Il distacco dal mondo, la s. riguardo alle cure necessarie della vita temporale ( $\dot{\varepsilon} \varepsilon \lambda \dot{\varepsilon} \tau \eta \varsigma$ : Mt. 6, 25-34; I Cor. 29-35; Phil. 4,6), trova il suo esempio (I Thess. 1,7) nella generosità dei neo-convertiti di Macedonia, la cui "estrema penuria sovrabbondò colle ricchezze della loro s." a favore dei poveri (II Cor. 8, 1-4), la s. spiega quell'abbondanza luminosa di buone opere (Mt. 5,16; Rom. 12,8; II Cor. 9, 11), che rassomiglia alla luce "senz'ombra" di Dio (Iac. 1, 17; I Io. 1,5), il quale "dà a tutti semplicemente" (Mt. 5, 43-48; Jac. 1,5). Il suo simbolo è la terra senza spine, che rappresenta l'anima non offuscata dalle sollecitudini temporali (Lc. 8, 14).
Il disinteresse personale, l'oblio di se stesso, dà principio ad una s. più squisita, designata dalla parola $\dot{\alpha} \dot{\alpha} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \tau \eta \varsigma$, la quale rievoca tanto la buona terra "non sassosa" della parabola (Lc. 8, 13), quanto la "via appianata" predicata dal Battista (Lc. 3, 4-5; cf. spagn. llaneus). Il suo esempio classico è quello dato nelle riunioni della comunità primitiva di Gerusalemme (Act. 2, 46-47), libere da ogni accezione di persona (Iac. 2, 1-4), da ogni contrasto egoistico (I Cor. 11, 20-22), da ogni calcolo nascosto (Lc. 14, 11-14), anzi da ogni affaccendarsi (Lc. 10, 41-42). Di tale s. nel convivere, tutta accoglienza modesta e schiettezza, la città di Siena nel
tempo dei suoi Santi intagliava la promessa sul frontone della Porta Camollia: Cor magis tibi Sena pandit ("Siena ti apre un cuore più largo di questa porta n); essa si oppone alla chiusura e durezza del cuore.
Insomma la s. lodata nel Vangelo è quella della carità (I Cor. 13, 4-7), che apre l'anima all'influsso, diretto o mediato, di Cristo, non una ingenuità qualunque, non la puerilità che rende accessibile alle seduzioni del male e dell'errore (II Cor. 11, 3). "Nella vita, si vuol un po' di malizia, dice s. Teresa, e non tanta s.!" (Ep. 270, n. 3; cf. Ps. 17, 26-27; Prov., 9, 4, 16). Occorre che la s. si allei alla maturità cristiana (I Cor. 14, 20), all'arte evangelica di insinuarsi fin nel cuore del prossimo, anche mal disposto, per guadagnarlo a Dio : "siste semplici come colombe" (Mt. 10, 16) perché il Signore prende la difesa dei semplici (Ps. 73, 19; Lc. 13, 34). La s. della colomba è propriamente la purità evangelica ( $\dot{\alpha} \alpha \dot{\alpha} \rho \alpha i \dot{\sigma} \tau \eta \varsigma$, Cant. 2, 10; 5, 2); questa è la perfetta. La s. mantiene l'intenzione (v.) retta e cerca Dio in ogni cosa; la purità illumina fin agli affetti profondi, e riesce a trovare Dio in ogni cosa (Mt. 5,8); perché Dio s'intrattiene coi semplici (Prov. 3, 32).
Bial.: s. Gregorio Magno, Reg. Part., 3, 11 e Epist. 40; Sum. Theol., 20-20, 19, 109, a. 2, ad 4; 111, a. 3, ad 2; Imitazione di Cristo, I, 3, 3 e 11, 3; II, 4; s. Ienazio di Loxola, Exerc. spir., n. 169 ; id., Const. S. I., P. 3. C. 1. nn. 23, 26; id., Examra gen., C. 4, n. 7; card. Giov. Bona, Manoductio ad caelum, cap. 25.
Michele Ledrus
SENA, DIOCESI di. - Diocesi caldea nella Persia (Curdistàn). Probabilmente già esistente nel sec. III, ristabilita nel 1851. Il vescovo risiede a Teheran. Cattolici : 5000, sacerdoti 6; chiese 6.
Bial.: Statistica con cenniz storici, in Ann. Pont. 1931, p. 244 .
Guglielmo de Vries
SENANQUE. - Abbazia cistercense già nel territorio della diocesi di Cavaillon, oggi incorporata in quella d'Avignone in Provenza.
È sulla vallata ai piedi dei monti di Vaucluse e fu fondata nel 1148 da Alipanto vescovo di Cavaillon. Il suo nome era Siena agua; l'architettura romanica conserva mirabilmente le sue caratteristiche, specialmente nella chiesa abbaziale, a tre navate con un transetto con cupola sul quale si aprono quattro absidiule circolari a lato della grande centrale. Di fianco è il chiostro con archetti a pieno centro e capitelli decorati e finestre bifore ai lati della sala capitolare le cui vòlle posano su colonne con capitelli scolpiti. Gli edifici abbaziali furono restaurati nel sec. xviri. L'abbazia, soppressa dalla Rivoluzione e restaurata nel 1854, fu rioccupata dai Cistercensi nel 1925.
Bial.: Ch. De Montalembert, Lettre au R. P. supérieur de l'abbaye de S., au sujet de l'hist. de l'abb. de S., Avignone 1857; E. Roux, Pèlerinage à la nouv. abb. de S., Aix 1861: Contineau, II, col. 3003.
Enrico Josi
SENATORE, santo. - E commemorato nel Martirologio romano il 28 maggio, ma negli antichi cataloghi milanesi è segnato il giorno seguente.
Nel 450, ancora sacerdote, fu inviato da s. Leone Magno insieme con il vescovo Abbondio di Como a Costantinopoli per sollecitare la condanna di Eutiche (Jaffé-Wattenbach, 478). Nel 495 fu eletto vescovo di Milano e si distinse per le virtù, l'ingegno e l'eloquenza, secondo la testimonianza di Ennodio. Morì dopo 3 anni di episcopato e fu sepolto nella chiesa di S. Eufemia da lui stesso probabilmente edificata.
Bial.: Ennodio, Carmina, II, 87 : PL 63, 351; Acta SS. Maii, VI, Parigi 1866, pp. 759-62; F. Savio, Gli antichi vesc. d'Italia. La Lombardia: I, Milano, Firenze 1913, pp. 180-83; Lanzoni, p. 1021 ; Martyr. Romanum, p. 213.
Agostino Amore
SENATORE, VIATORE, CASSIODORO, santi : v. SAN MARCO ARGENTANO e bisignano, diOcesi di.
SENDAI, diOcesi di. - Situata nell'Isola di Hondo, comprende quattro prefetture civili e cioè : Fukushima, Miyagi, Iseate e Aomori.
Questa missione fu eretta in vicariato apost. con il nome di Hakodate il 5 febbr. 1895 e il 27 apr. dello stesso anno, costituita la gerarchia ecclesiastica, fu elevata in diocesi.
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Il 15 ag. 1912 ne furono distaccate le tre provincie civili di Niigata, Yamagata e Akita, che andarono a far parte dell'attuale prefettura apost. di Niigata (v.); il 12 febbr. 1915 il territorio dell'odierno vicariato di Sapporo - eccetto la provincia di Oshima con la città di Hakodate con le Isole Curili e la parte meridionale della Penisola di Sakalin. Il 9 marzo 1936, la diocesi di Hakodate assunse la denominazione di S., con il trasferimento definitivo della sede vescovile nella città omonima. Con decreto di Propaganda Fide in data 19 giugno 1952 la predetta provincia civile di Oshima con la città di Hakodate è stata distaccata dalla diocesi di S. ed annessa al vicariato di Sapporo.
I primi ad iniziare l'opera di evangelizzazione in questa regione furono i Gesuiti. Nel 1891 vi arrivarono i padri della Società delle Missioni Estere di Parigi, cui va il merito dello sviluppo e dell'organizzazione missionaria di S. Nel 1928 vi giunsero i primi Domenicani canadesi, i quali sostituirono in pieno i padri delle M.E.P. nella cura e nel governo della diocesi, fino al passaggio di questa al clero secolare giapponese, avvenuto "de facto" il 16 genn. 1941 e "de jure" il 20 luglio 1950.
La popolazione è di 6.825 .938 . I cattolici sono 6613 . I protestanti 15.000 tra cui fioriscono specialmente le sètte degli anglicani, dei presbiteriani, sotto il nome giapponese "Nippon Kirisuto Kyskai", e dei metodisti. Vi sono 10.000 greci ortodossi. Il personale missionario è composto di 54 sacerdoti, di cui 11 cistercensi; 47 fratelli di cui 39 giapponesi; 343 suore; 11 seminaristi maggiori; 17 catechisti; 7 medici e 11 infermieri. Vi sono 7 orfanotrof; 6 farmacie; 3 scuole elementari; 7 scuole medie; 6 scuole superiori. Vi si pubblica un giornale dal titolo Taimatsu con una tiratura di 1000 copie.
Bibl.: Arch. di Prop. Fide, Relazione Quinquennale, pos. prot. n. $3469 / 50$; ibid., Prospectus Status Missionis, 1950-51, pos. prot. nn. 3360/51, 4107/50, 1968/52, 2487/52; AAS, 28 (1936). pp. 235-36; MC, 1950, pp. 412-13. Edoardo Pecoraio
SENEGA, Lucius Annaeus. - Filosofo romano, figlio di Anneo Seneca il retore, n. a Cordova, nella Spagna, fra il 4 e l'8 d. C., m. a Roma nel 65 . Venuto presto nell'Urbe, ebbe maestri di filosofia gli stoici Attalo e Sozione, da cui imparò il gusto della vita austera. Dedicatosi alla vita politica, raggiunse il grado di questore; ma un discorso pronunciato in Senato per poco non gli costò la vita. Coinvolto in una macchinazione politica di Messalina, fu da lei accusato di complicità negli amori della nipote Giulia Livilla e relegato in Corsica nel 41, dove scrisse una Consolatio ad Polybium, indegnamente adulatoria verso l'imperatore Claudio. Uccisa Messalina, fu richiamato a Roma e da Agrippina nominato precettore di Nerone; diventato suo primo ministro nel 54, dopo la morte di Claudio, gli rimase accanto anche quando la sua presenza, ormai inutile, poteva sembrare disonesta secondiscendenza ai suoi misfatti. Il suo ritiro dalla vita politica fu fecondo, per un triennio, di opere e di meditazioni. Ma nel 65, accusato a torto di complicità nella congiura promossa da Calpurnio Pisone, ricevette l'ordine di tagliarsi le vene.
Molte sue opere sono perdute. Sotto il titolo, improprio, di Dialogorum libri, ci rimangono: il De consolatione ad Marciam e il De ira, le più antiche delle opere conservate; la Consolatio ad Polybium e la Consolatio ad Helviam matrem, scritte durante l'esilio in Corsica; il De brevitate vitae, composto forse verso l'a. 48; il De constantia sapientis e il De vita beata, che risalgono al periodo che va dal 55 al 60 ; il De providentia che appartiene agli ultimi anni della sua vita; il De otio e il De tranquillitate animi, di cui non si hanno indizi cronologici. Estranei alla silloge dei Dialoghi sono il De elementia, scritto nel 55 , che è giunto incompleto; il De beneficiis, che forse risale al 60 o 61 ; gli Epistularum moralium libri ad Lucilium, composti dal 61 al 65 . Sono da ricordare

(da Les écrivains célèbres, a cura di R. Quenian. I. Parloi 1933, contra p. 38)
Seneca, Lucius Annaeus - Ritratto, Copia del sec. 51, da un originale attribuito al sec. I - Berlino, Museo di Stato.
ancora la nove tragedie (Hercules furens; Troades; Phoenissae; Medea; Phaedra; Oedipus; Agamemnon; Thyestes; Hercules Oetaeus) che esercitarono un singolare influsso sul teatro del Rinascimento e dell'età elisabettiana; i Naturalium quaestionum libri, composti dopo il 60, una delle poche opere scientifiche del mondo romano; e il Ludus de morte Claudii (Apocolocynthosis).
S. è uno dei più grandi moralisti di tutti i tempi. Per molti aspetti egli appartiene alla stoicismo (v.) di cui accetta non pochi motivi metafisici e morali. In realtà, il suo pensiero scaturisce piuttosto dalla diretta conoscenza dell'anima e delle vicende umane, nonché da una spregiudicata comprensione delle altrui indagini. Egli scrive : «Io posso disputare con Socrate, dubitare con Carneade, rasserenarmi con Epicuro, vincere la natura umana con gli stoici, sorpassarla con i cinici" (De brev. vitae, XIV, 2). Con gli stoici ammette la divisione della filosofia in tre parti : la fisica, la logica, la morale. Stoico è il suo monismo (v.) naturalistico: nessuna distinzione fra il corporeo e l'incorporeo. L'universo è sì composto di un principio passivo, la materia, e di un principio attivo, Dio; ma questi principi sono le due facce, inseparabili e correlative, di un'unica realtà (Epist., 65, 12). Dio è l'anima dell'universo, ragione diffusa in tutte le cose, fonte immanente di vita (Nat. quaest., I, 13-14): è il Destino che connette in una catena di cause tutti gli eventi e condiziona l'unità organica del cosmo; è la Provvidenza che regge in vita ogni essere e lo conserva (De benef., IV, 4) : egli è il gran 'Tutto che vediamo, sostegno di ogni cosa e sufficiente a se stesso (Nat. quaest., II, 45-46). Ma il senso vivissimo dell'interiorità morale porta S. oltre il naturalismo panteistico e gli detta pensieri che sembrano annunciare un'esigenza teologica personalistica: Dio è vicino a noi, è con noi, dentro di noi; «sacer intra nos spiritus sedet, malorum bonorumque nostrorum observator et custos" (Epist., 41, 1-5). In ultima analisi, Dio è inconoscibile (Nat. quaest., I, praef.). I problemi della metafisica (v.) non sono l'oggetto più asvillante delle sue indagini : le sue soluzioni, non univoche, rivelano gli oscillamenti di un pensiero, tanto lontano
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dal dogmatismo sistematico, quanto tremebondo dinanzi alle incognite dell'essere. Incerta è la sorte dell'anima, oscuro il problema della sua libertà di fronte al Destino, insolubile il problema dell'oltretomba. S. si dibatte fra le strettoie del naturalismo (v.) stoico e sembra esigere un'immortalità personale (Epist., 120, 14-16: "dies iste quem tamquam extremum reformidas, aeterni natalis est s) contra l'onnijpresenza della morte, la libertà dell'anima dai vincoli del Destino inesorabile, la personalità dello spirito di fronte all'ordine impersonale del mondo.
S. è il filosofo della libertà individuale e della salvezza : nella società corrotta e impazzita del suo tempo egli ha insegnato all'uomo come sia possibile non disertare dalla società e dai concreti doveri umani e insieme conservare in mezzo alla folla la propria indipendenza interiore. Egli è il maestro dei pochi, o meglio di chiunque voglia elevarsi al di sopra della moltitudine anonima per salvare se stesso. Eppure, nessuna sfiducia in lui nell'uomo, nessun pessimismo (v.), nessun appello a una grazia soprannaturale. Il tono triste che accompagna le sue pagine non sorge da un atteggiamento metafisico, ma è il sentimento di chi ha avuto la sventura di nascere fuori del suo tempo. Egli crede nella natura umana: se Dio è la ragione immanente all'universo e la condizione assoluta dell'armonia cosmica, è pur immanente all'anima umana e condizione prima della solidarietà universale. Questo è il fondamento della virtù e insieme della libertà. Ogni uomo è libero, perché ogni uomo è capace di azioni virtuose. La lotta di S. contro la schiavitù, cioè contro gli effetti delle convenzioni e del diritto positivo, è incondizionata : * quid est enim eques Romanus aut libertinus aut servus? nomina ex ambizione aut ex iniuria nata. Subsilere in caelum ex angulo licet" (Epist., 31, 11). "Servi sunt'. Immo homines" (ibid., 47, 1). L'eguaglianza umana è di diritto naturale : la solidarietà vi ritrova il suo fondamento. Nella società l'uomo deve attuare quell'unità di natura, di cui Dio è la condizione assoluta; e attuarla con l'amore. - Age, infelix, ecquando amabis? " (De ira, III, 28) : è un impellente richiamo che sembra cristiano. Si devono amare anche i nemici e rendere bene per male: * si deos imitaris, da et ingratis beneficia: nam et sceleratis sol oritur" (De benef., IV, 24; cf. Mt. 5, 44-45), poiché la legge dell'amore è legge di natura (Epist., 95,52). Per amore del prossimo l'uomo deve persino sopportare i più gravi mali della vita e rinunciare al suicidio, che pure è la suprema delle liberazioni: "hoc quoque imperet sibi animus, ubi utilitas suorum exigit... Ingentis animi est aliena causa ad vitam reverti" (ibid., 104,3). Non si può dire, tuttavia, che S. ponga nella vita associata il fine ultimo della moralità. La società costituisce sì un dovere e un'occasione all'esercizio dell'attività morale, ma è pur vero che essa è una ricorrente minaccia all'interiorità dell'individuo e alla sua spirituale indipendenza. "Meliores erimus singuli" (De otio, I, 1). Anche la solidarietà e l'amore sono dunque un aspetto della coerenza interiore. Il fine ultimo della vita morale è infatti l'autonomia (v.) della persona di fronte a uomini ed eventi, è la libertà dello spirito da tutto ciò che può profanare la divina serenità dell'animo. Al centro è l'individuo (v.), assetato di salvezza. Nella sua tendenza a realizzare in sé la condizione stessa dell'Assoluto, l'individuo rigetta tutti quei caratteri di contingenza e di relatività che sono propri dell'attività inferiore: il piacere, l'utile, le ricompense, la fama... Il saggio dona, come Dio, per sovrabbondanza dell'essere suo, svincolato dai risultati delle sue azioni, noscuzante della gratitudine degli uomini: beneficiorum simplex ratio est : tantum erogatur... Ego illud dedi, ut darem" (De benef., I, 2); conscientiae satis fiat, nihil in famam laboremus" (De ira, III, 41). La virtù è valore così completo in se stesso da non richiedere nulla oltre di sé : s contentus eris te teste : alioqui non bene facere delectat, sed videri bene fecisse... Haec enim beneficii inter duos lex est : alter statim oblivisci debet dati, alter accepti numquam" (De benef., II, 10). Così agisce il saggio non per diventare degno di Dio, ma addirittura per adeguarsi a lui. All'assolutezza dell'arto si identifica la purezza dell'intenzione che ne costituisce il valore: non videtur dedisse beneficium, qui a malo animo profuit;
casus enim beneficium est, hominis iniuria" (De benef., II, 19); exercetur et aperitur opere nequitia, non incipit" (ibid., V, 14). Benché affermi che "bonus vir sine deo nemo est" (Epist., 41, 2), benché fondi la legge sulla natura, la morale di S. vuol essere la celebrazione dell'autonomia della ragione umana e l'esaltazione dell'attività pura: a questo titolo essa annuncia la seconda Critica kantiana.
Dallo stesso atteggiamento nasce l'incondizionata avversione di S. al politeismo nazionale : egli combatte i riti esteriori, il fanatismo religioso, il culto della tradizione in nome di una pietà tutta interiore, fatta di conoscenza e di opere buone: il tempio di Dio è nel cuore umano; non servono le offerte né il sangue delle vittime, ma il sacrificio delle passioni e dell'odio; all'inconoscibile Divinità non possiamo accostarci se non con l'animo puro (Epist., 31, 10; e in Lattanzio, Inst., VI, 23, 3). Nessuna meraviglia quindi che si sia parlato di un cristianesimo senechiano e di una presunta corrispondenza di S . con s. Paolo. In realtà, la sostanza della dottrina morale del filosofo pagano è ben lontana dal cristianesimo. Il sapiens, nell'ideale di S., benché non dimentichi Dio né disconosca l'amore (v.), è solo con la propria volontà eroica e con l'orgoglio della propria intangibile libertà; non stringe personali colloqui con Dio, né mira a edificare sulla terra la civitas Dei; l'autosufficienza di Dio è la sua autosufficienza; la sua virtù, o si dissolve in forza del determinismo che minaccia ogni valore morale, o si dichiara opera assolutamente umana e valida solo in quanto umana. La sua perenne coscienza della morte, che lo rende lucidamente consapevole della sua condizione effimera e lo conduce al limite del nulla per rinvigorire il senso del dovere morale, non compie nessuna funzione religiosa, così come la intende il cristianesimo: non accende né fede né speranza; lo lascia nelle sue dimensioni umane. Per molti aspetti egli è un heideggeriano ante litteram, anche quando si aderge contro la folla anonima e ritrova la sua autenticità nell'affermarsi nella sua autonomia incondizionata. "Non it qua populus, sed, ut sidera contrarium mundi iter intendunt, ita hic (sapiens) adversus opinionem omnium vadit" (De const. sap., XIV, 4). La dottrina morale di S. va ben oltre le premesse metafisiche che dovrebbero giustificarla : nata, non tanto da pregiudiziali teoretiche, quanto dalla stessa dialettica della vita e da un vivo senso della libertà interiore, essa annuncia la problematica dell'etica moderna.
Bibl.: edd. crit. dei Dialoghi: a cura di E. Hermes, Lipsia 1903, e di W. H. Alesander, Berkeley 1944-45: trad. it. Venezia 1872; Parigi 1922-1923. Ed. del De beneficiis e del De clementia, a cura di C. Hosius, Lipsia 1914; e di F. Préchac (con trad. franc.), Parigi 1921 e 1926-27. Delle Epist. ad Luc., di O. Hense, Lipsia 1914, e di A. Beltrami, Roma 1931; trad. it. di F. Vivona, Milano 1933-1934, di N. Boella, Torino 1951. Delle Natur. Quaest., a cura di A. Gercke, Lipsia 1907 e di L. Oltramare, Parigi 1929. Delle Trogedie, a cura di U. Moricca, Torino 1917-23, e di Herrmann (con trad. franc.), Parigi 1924-26; trad. it. di G. Lattanzí, Milano 1926-28. Del Ludus, a cura di O. Rossbach, Bonn 1926. Studi: S. Rubio, Dio Ethib S.s in ibr. Ferhillm, zur dit. u. mittl. Stoa, Monaco 1901; S. Strüber, S. als Psychologe, Würzburg 1906; M. Gentile, I fondam. natuf. della morale di S., Milano 1932; S. Blanchart, S. over natuur euer cultuur en Postdonius als aijn bron, Amsterdam 1941; C. Marchesi, S., Milano 1944; F. Martinazzoli, S., Studio sulla morale ellenica nell'esper. rom., Firenze 1945; B. Marti, S.s Trogedies. A new interpretation, in Trans. a. Proc. of the Americ. Philos. Assoc., 1945; P. Grimal, S. Su ein, con ovvero, sa philos., Parigi 1948. Utile il Vocabolaire philos. de S., di A. Pittet, Parigi 1937. Giuseppe Faggin
CORRISPONDENZA TRA S. E S. PAOLO - Raccolta di 14 lettere apocrife, 8 del filosofo e 6 di s. Paolo.
L'opera, per la povertà delle idee, non solo appare
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assolutamente indegna dell'Apostolo, ma disdice anche all'eleganza ed alla serietà di S. Le lettere, infatti, hanno per oggetto inezie. S. si preoccupa di consigliare a Paolo maggiore proprietà linguistica (lett. VII), anzi gli invia un vero modello stilistico dal titolo De verborum copia (lett. IX). Paolo si mostra preoccupato per la reazione dell'imperatore Nerone alla lettura di alcuni suoi scritti (lett. VIII), mentre S. indugia a citare esempi di furtezza pagana per consolare Paolo e i cristiani perseguitati dopo l'incendio di Roma (lett. XI). L'apocrifo nel tardo medioevo ebbe una diffusione immeritata e contribuì al formarsi della leggenda di incontri tra Paolo e S. e della segreta conversione di questi al cristianesimo. Secondo alcuni l'opera sarebbe sorta verso il sec. viI e quindi sarebbe da distinguersi dalla raccolta di lettere conosciuta già da s. Girolamo (De viris ill., 12 : PL 23, 662) e da s. Agostino (Epist., 153, 14: CSEL, 44, 412). Ma non sembra necessaria tale distinzione, anche se reca una certa meraviglia l'approvazione, non proprio incondizionata, dei due grandi dottori per un apocrifo cosi inesuso. Non esistono antiche traduzioni dell'opera, scritta in latino prima del 392, anno della composizione del geronimiano De viris illustribus.
BibL.: E. Amann, Apocrrphes du Nuen, Test., in DBs, I, coll. 520-22; L. Vossius, Les actes de Paul, Parigi 1915, pp. 532-69 (introduzione, testo e traduzione con commento); C. W. Batlow, Epist. Senecae ad Paulum et Pauli ad Senecam (quae vocantur), Roma 1938 (introduc. ed ediz. critica); E. Franceschini, Un ienato codice delle Epistolae Senecae et Pauli s, in Mélanges 3. De Ghellinet, I, Gembloux 1951, pp. 149-70. Angelo Penna
SENESCENEA, PROBLEMA BIOLOGICO della. - Il problema della s. degli organismi è legato alla condizione del ciclo vitale (v. CICLI BIOLOGICI). Ogni specie ha un proprio ciclo di sviluppo: si accresce, si riproduce e quindi, dopo un periodo di s., muore. Vi è anche una relazione tra s. e accrescimento, nel senso che, sin che ci sono manifestazioni di accrescimento, non vi è s.
Un problema di naturale interesse e che serve a chiarire il concetto di s. è quello che si pone per i protozoi. Questi animali, secondo il concetto di Weissmann, sarebbero immortali, nel senso che (naturalmente da un punto di vista teorico) non invecchiano mai e non muoiono mai perché con la riproduzione si salvano da questo fatale destino di tutti gli esseri viventi. Infatti, un protozoo, ad un dato momento, ed ancora nel pieno della vitalità, si divide e dà origine a due organismi, giovani anch'essi come il genitore. Si sono formati cosi due nuovi organismi, senza che il primo sia invecchiato e sia morto. Se non si può parlare di fenomeni senili in questi organismi unicellulari, tuttavia il fenomeno della morte si può riscontrare nel senso che, dopo un certo numero di generazioni, più nulla rimane della materia che costituiva il corpo del genitore iniziale. Negli animali pluricellulari invece si instaura un ciclo vitale che culmina con il decesso. In genere la morte è preceduta da un periodo di s.
Si è voluto spiegare il fenomeno della s. con un processo di disidratazione a cui l'organismo va incontro fin dalla più giovane età, anzi, per essere più esatti, prima ancora della nascita, durante lo sviluppo embrionale e fetale. Si consideri che, mentre in un embrione umano il $97 \%$ del suo peso corporeo è dovuto all'acqua (quasi tutta acqua), a 8 mesi di vita intrauterina l'acqua è presente per $783 \%$, nel neonato per il $70 \%$, può arrivare al $63 \%$ nell'adulto e quasi al $58 \%$ nel vecchio. Si è voluto considerare come fattore di s. anche il fenomeno della "isteresi" colloidale: indica questa parola la crescente difficoltà di un colloide idrofilo di passare da una condizione di gel a quella di sol e viceversa, cioè la crescente difficoltà della reversibilità. E poiché è stato dimostrato che nella cellula vivente vi è una continua reversibilità, e d'altra parte che tutti i colloidi sono sottoposti a questa legge dell'invecchiamento, è facile capire come questo fenomeno sia stato applicato per spiegare l'invecchiamento in senso biologico. Altri fattori invocati sono quello della graduale mineralizzazione e quello del graduale
accumulo dei cataboliti in relazione a una crescente difficoltà di permeabilità della membrana delle cellule al passaggio di questi prodotti che vengono cosi trattenuti nelle cellule stesse.
Se certamente questi fatti si possono riconoscere durante i fenomeni di s., non bisogna tuttavia attribuire loro il valore di fattori causali. Il vero ed unico fattore è un altro e tutti i fenomeni finora considerati non sono che conseguenze. Il vero fattore è il differenziamento cellulare: questo è un notevole privilegio degli animali pluricellulari, che permette le più elevate funzioni, ma che condanna l'organismo ad un ciclo limitato di vita. Le cellule dei metazoi associate nella organizzazione superiore, per il principio della divisione del lavoro, si differenziano assumendo le strutture più adatte alle varie funzioni, per le quali si specializzano. Ma con questa specializzazione cellulare la cellula perde la possibilità di dividersi e di riprodursi, e questo porta alla s. della cellula durante la quale i fenomeni or ora descritti di disidratazione, isteresi colloidale, mineralizzazione ecc. si compiono e conducono fatalmente alla morte.
Che sia questa la vera causa della s. e della morte è dimostrato da molte esperienze: se si fa una cultura di cellule di un organismo superiore, come fece Carrel con cellule di cuore di un embrione di pollo, e si impedisce, con succhi embrionali, che queste cellule si differenzino, esse si moltiplicano teoricamente indefinitamente: un ceppo è stato coltivato per oltre 26 anni, per un periodo cioè ben più lungo del normale ciclo di vita del pollo. Cosi si spiega anche come, con la loro attività moltiplicativa, non si verifichino per le cellule della linea germinale condizioni di s. e teoricamente tutte potrebbero dar luogo a nuovi organismi; questa condizione ha indotto il Weissmann ad estendere il suo principio della immortalità anche alle cellule della linea germinale dei metazoi.
Studiando il ciclo di vita di un animale e il ciclo delle cellule, si constata che solo per pochi tessuti vi è coincidenza dei cicli. Sono tra questi il tessuto nervoso e il tessuto muscolare striato. In questi tessuti le cellule perdono la facoltà di moltiplicarsi fin dai primi giorni di vita embrionale e si differenziano e accompagnano l'individuo per tutta la vita. Sono i tessuti che il Bizzozero definl ad "elementi perenni». Nelle cellule di questi tessuti si osservano fenomeni senili che coincidono con la senilità dell'organismo. Ma in moltissimi altri tessuti il ciclo vitale delle cellule è assai breve e molte vengono prodotte, si differenziano, invecchiano e muoiono nel breve spazio di qualche settimana. Sono questi i tessuti ad "elementi labili " di Bizzozero, quelli in cui l'usura funzionale porta di necessità ad un breve ciclo vitale. Si citano come esempio le cellule della nostra epidermide che continuamente muoiono e, dopo aver costituito lo strato corneo, si desquamano e vengono eliminate dall'organismo. Questo continuo "decesso " dei nostri tessuti è possibile in quanto si conserva una zona del tessuto in cui non avviene il differenziamento delle cellule e in cui è conservata l'attività proliferativa. Così anche queste cellule dei tessuti "cambiali ", per usare il termine dei botanici, che sempre attivamente si moltiplicano, non invecchiano mai, come non invecchiano le cellule della linea germinale. E l'attività moltiplicativa, che continuamente le rinnova, che impedisce il manifestarsi del processo fatale della s. Cosi lo strato germinativo della pelle di un ottuagenario ha la stessa struttura e la stessa giovinezza di quello di un neonato.
Bisogna pertanto, per studiare i fenomeni della s. cellulare, riferirci soprattutto alle cellule perenni, quelle cioè che accompagnano l'individuo durante tutto il ciclo vitale. Per esempio, interessante è il quadro di s. delle cellule nervose : si modifica la forma cellulare, si producono speciali propaggini, i parafiti, si formano cavità, note come "fenestrature", si accumulano granuli di pigmento melanico e gocciole di grasso. L'accumulo di pigmento e di grasso sono due delle manifestazioni più appariscenti e comuni della s. delle cellule.
Se si considera l'organismo nel suo insieme, si verifica che, più che i fenomeni generali ora ricordati,
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(da Marcke, T.C.I., Milano 1932, fig. 103)
Senigallia, diocesi di - La Rocca, costruita per Giovanni Della Rovere da Baccio Pontelli, tra il 1479 e il 1491 , sui resti di fortificazioni romane e di una fortezza dell'Albornoz.
intervengono nella s. fattori secondari che alla fine divengono causa principale del fenomeno. Si ricorda a tale proposito l'arteriosclerosi, ovvero la perdita di elasticita delle arterie, e le alterazioni della rete capillare periferica. Soprattutto importante quest'ultima alterazione che è causa di un rallentamento della circolazione sanguigna. Se a questo fatto si aggiunge il graduale diminuire della permeabilita della membrana delle cellule, si capisce come più difficilmente vengono asportati i cataboliti dalle cellule e più difficilmente vi giunga l'alimento. E proprio l'accumulo dei prodotti catabolici, che agiscono come sostanze tossiche, e la deficenza di sostanze nutritizie che provocano i fenomeni di atrofia cellulare e di sclerosi.
Bibl.: E. Korschelt, Lebensdauer, Altern und Tod, Jena 1922; Lecomte De Nouy, Il tempo e la vita, Torino 1939; J. Spadolini, Fisiologia umana, in: 1943; G. Levi, Accrescimento e 2., Firenze 1946; G. Levi ed altri, Accrescim. degli organismi. Probl. attuali di scienza e cultura, Roma 1952.
Alberto Stefanelli
SENESTREY, Ignaz von. - Vescovo, n. il 13 luglio 1818 a Bärnau, nell'alto Palatinato, m. il 16 ag. 1906 a Ratisbona.
Studio presso il Collegio Germanico, rimase a Roma dal 1836 al 1842 , quando fu ordinato sacerdote. Insegno ad Eichstätt, quindi fu curato a Monaco, parroco a Kühbach e canonico del duomo di Eichstätt nel 1853. Dietro presentazione di re Massimiliano II di Baviera, nel 1858 fu nominato vescovo di Ratisbona. Costruì il nuovo Seminario ecclesiastico, fondò seminari giovanili a Metten, Straubing e Ratisbona, patrocinò l'adozione del rito romano, fece terminare la costruzione del Duomo. Prese pure l'iniziativa di periodiche riunioni dei vescovi della Baviera e di tutta la Germania. La Conferenza di Fulda, riunitasi la prima volta nel 1867 , è frutto di tale sollecitazione. Al Concilio Vaticano fu strenuo assertore dell'infallibilità pontificia. Difese gli interessi della Chiesa e dei cattolici di fronte alla politica liberale bavarese. Particolare eco ebbe la sua protesta contro l'accusa di aver infranto la Costituzione e il Concordato per aver chiamato nel 1866 alcuni gesuiti nella sua diocesi.
Blir.: H. Brück, Gesch. der hath. Kirche in Deutschland im 19. Jahrh., III, Magonza 1896, pp. 496-98; A. Steinhuber,
Gesch. des Kollegium Germanikum Hungarihum in Rom, 2a ed., II, Friburgo in Br. 1906, p. 490.
Silvio Furlani
SENIGALLIA, diOCESI di. - Città e diocesi delle Marche. Ha una superficie di 533 km 22 , con una popolazione di 110.000 ab. dei quali 109.919 cattolici, distribuiti in 49 parrocchie, di cui 45 in provincia di Ancona e 4 in quella di Pesaro, conta 118 sacerdoti diocesani e 51 regolari; ha un seminario, 13 comunità religiose maschili e 43 femminili (Ann. Pont. 1952, pp. 374-75).
La diocesi ha le sue origini non più tardi del sec. IV ed era ristretta soltanto al territorio del municipio romano di Sena, l'antica metropoli dei Galli Senoni, che divenne colonia romana nel 283 a. C. Il primo vescovo storico è Venanzio, presente al Sinodo Palmare di Roma nel 302 insieme con Martiniano, vescovo della confinante diocesi di Ostra. Le invasioni barbariche portarono alla distruzione di Sena ed Ostra, e delle due altre località romane contenute nell'attuale territorio diocesano. Suasa e Pitulo (Piticcluo). S., però, con i Bizantini potè risorgere ed estendere il territorio diocesano a quello della scomparsa Ostra. Contribuirono allora alla organizzazione ecclesiastica molte abbazie, che però decaddero verso il Mille. La più antica, l'abbazia di S. Gaudenzio, prese il nome del Santo, che la leggenda identifica con il vescovo di Rimini; di essa rimangono rovine ed il sarcofago del Santo, un bell'esemplare di arte ravennate, custodito nella Cattedrale. L'abbazia di S. Mario in Castagnola di Chiaracalle, unica abbazia superstite, presso la località romana di Sestia, nel 1147 passò ai monaci cistercensi. La città di S., dopo il Mille, mentre nel territorio sorgevano fiorenti comuni, decadde tanto che il vescovo Giovanni II (13281349) chiese ed ottenne di trasferire la residenza a Corinaldo. Sigismondo Malatesta iniziò la rinascita della città, che raggiunse poi grande splendore nel Cinque e Seicento con i Della Rovere ed il massimo sviluppo nel Settecento con i papi, grazie alla grande fiera, di fama eu-

(da Marcke, T.C.I., Milano 1932, fig. 107)
Senigallia, diocesi di - Chiostro della chiesa di S. Maria delle Grazie, costruito su disegno di Baccio Pontelli (1491) - Dintorni di S.
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ropea. Tra i vescovi più noti sono: il teologo agostiniano Antonio Colomella (1447-66), il card. Marco Vigerio I Della Rovere (1476-1513), presidente del IV Concilio Lateranense, lo scrittore conventuale Pietro Ridolfi (1591-1601), il card. Annibale Della Genga (1816-18), poi papa Leone XII. A S. ebbero i natali il grande mecenate card. Cinsio Passeri Aldobrandini, il generalissimo della Lega Santa contro Carlo V, Francesco Maria Della Rovere, duca di Urbino, il conte Giovanni Maria Mastai Ferretti, poi papa Pio IX, il poeta e dantista Andrea Marchetti. Nel territorio diocesano (Corinaldo, 1890) nasceva la martire della purezza, s. Maria Goretti (v.).
Tra i monumenti religiosi più notevoli, oltre il sarcofago di s. Gaudenzio, l'antica chiesa di S. Gervasio, l'abbazia di Chiaravalle, il convento delle Grazie presso S., la chiesa della Croce a S., la chiesa collegiata di S. Medardo in Arcevia.
Biall: L. Siena. Stor. della citta di S.. Senigallia 1756; P. F. Kehr, Italia Pontificia, V. Berllino 1911, pp. 192-93; T. Cucchi, Cronologia dei vew. della S. Chiesa Senigallina, ivi 1931; P. Cucchi, Il passato e l'avvenire di S., ivi 1931: A. Mancini, Studi e suegi di storia medievale, ivi 1943: Eubel, I. pp. 446-47; II. p. 239; III. p. 516; IV. p. 312.
Alberto Polverari
SENLIS. - Antica diocesi e città sede di sottoprefettura del dipartimento dell'Oise in Francia, situata sulla destra del fiume Nonette, circondata da grandi boschi. All'età romana fece parte della seconda provincia Belgica; allora fu detta prima Rotomagus, poi Auguotomagus, quindi Silvanectes da cui il nome attuale.
La città fece parte del Regno di Clodoveo; nel 987 Ugo Capeto vi fu eletto re di Francia e fino a Enrico IV i suoi successori vi ebbero spesso residenza. Nel 1417 fu assediata dagli Armagnacs, ma venne liberata dai Borgognoni e dagli Inglesi i quali vi rimasero fino alla loro sconfitta da parte di Giovanna d'Arco a Montépilloy nel 1429.
La liata dei vescovi di S. è conservata in un suo sacra-

(da Morshe, T.C.I., Milano 1853, fig. 200)
Senigallia, diocesi di - Interno della chiesa della Croce, rifatta nel sec. xVII.

(ftd. La Cignaya-Zenlis)
Senlis - Portale sud (sec. xili) dell'antica Cattedrale.
mentario (oggi nella Biblioteca di Ste-Geneviève [BB. 20]) che è del sec. IX, perché composta sotto il vescovo Adeber