Sancipe Domine. Die ganze Hingabe an Gott, in Zeitschr. für Aizuse und Mystik, 11 (1936), pp. 146-52. Ignazio Iparraguirre
SUSO, Heinrich, beato. - Scrittore spirituale e predicatore, domenicano, n. il 23 marzo 1295 (Bihlmeyer) o ca. il 1300 (Gröber) a Costanza, m. il 25 genn. 1366 a Ulma, ove fu sepolto. La sua tomba fu distrutta sotto il regime protestante. Tredicenne entrò presso i Domenicani nel convento sull'Isola vicino Costanza ove, dopo 5 anni, cominciò una vita creica di penitenze e preghiera, di ritiro e grande unione a Dio, quale "servo" della Sapienza Eterna sino a scolpire sul petto il nome di Gesù (IHS). Coronò gli studi filosofici e teologici della scuola conventuale con quelli allo "Studium generale" di Colonia ove insieme col Taulero (v.) ca. il 1324 sentiva "le dolci dottrine del santo maestro" (Eckart; v. eccardo). Dal 1327 lettore a Costanza.
S. dovette discolparsi in un Capitolo dell'Ordine nel 1330 dall'accusa di scrivere "libercoli contenenti dottrine erronee "cioè in difesa di Eckart (m. nel 1327) che nel 1329 era stato censurato. Tolto dal lettorato (1329-34), S. attese alla redazione di scritti, al ministero della parola divina e alla direzione d'anime per la quale rivelò un carisma speciale, percorrendo le contrade del Reno superiore in Svevia, Svizzera e Alsazia fino ai pressi d'Aquisgrana e di Colonia. Gli "Amici di Dio" e le monache domenicane ebbero i vantaggi della sua mirabile dottrina

Suzanna - I due vecchioni cercano di indurre al male S. Affresco del Pinturicchio negli appartamenti Borgia (fine del 1402-95). Palazzo Apostolico Vaticano.

(per cortesia del p. 4, Walle, G.P.)
Suso, Heinrich, beato - Il b. S. in orazione, Silografia (ca. 1470). Norimberga, Museo germanico.
ed esperienza spirituale. Ad Elisabetta Stagl di Zurigo, monaca a Toess, è dovuta in gran parte la redazione degli scritti di S. In seguito alla lotta contro Lodovico il Bavaro, S. con la maggior parte della comunità di Costanza cambiò per Diessenhofen ( $133^{8-46}$ ). In seguito a calunnie, S. nel 1348 fu mandato a Ulma ove fece il missionario del paese e strinse amicizia con Walter di Biberach, cellerario della badia di Wiblingen. Dopo morto fu oggetto di grande venerazione dai fedeli. Gregorio XVI il 16 apr. 1831 confermò il culto come beato e la festa è celebrata nell'Ordine domenicano e nell'arcidiocesi di Friburgo in Br. il 2 marzo, nella diocesi di Rottenburg il 28 genn.
S. è il più amabile dei mistici tedeschi e forse di tutti universalmente. Senza l'ardire speculativo di Eckart, senza la chiarezza finalistica di Taulero, S. vince l'uno e l'altro per finezza e profondità di sentimento, per slancio poetico e fantasia creativa. Sa esprimere con molto sentimento la dottrina dei suoi maestri s. Bernardo, s. Tommaso, Eckart. La teoria delle purificazioni è formale e esplicita. L'ascesa a Dio è necessaria e deve cominciare con una conversione (la prima). S. non parla di chiamata generale o speciale. Il principiante deve stare in ritiro e silenzio, mortificarsi con misura e prudenza, rinunciare alle cose e persone create, perdersi ("wehruender untergang") e diventare passivo, darsi a Dio. La seconda conversione si fa nella meditazione sui misteri di Cristo; Maria fa parte della via a Dio : teneramente filiali sono i capitoli di S. su Maria; i patimenti fanno partecipi dei dolori e meriti del Figlio di Dio. Finalmente l'anima raggiunge l'unione mistica in una trasfigurazione in Dio, essendo le facoltà superiori unite con l'Essere supremo in visione, amore e somma gioiosa fruizione. S. compendia i suoi principi nel motto (Vite, 1. 11, cap. 4): "Entbildet werden von der creatur, gebildet werden mit Christus, überbildet werden in die Gottheit ".
L'influsso di S. alla fine del medioevo fu grande in tutta l'Europa, specialmente prima del diffondersi del De imitatione Christi. Della rinascita susoniana nei secc. XIX e XX hanno trattato Fischer e de Hornstein.
Dei suoi scritti S. curò nel 1362 una selezione, chiamata Exemplar, che contiene: 1) la Vita, formata da notizie raccolte in un primo tempo dalla Stagl, corrette e aumentate da S.; è la prima autobiografia nella letteratura tedesca; se n'è rivendicata la genuinità sostanziale; 2) il Libretto della veritd (del 1326-27), che tratta in forma di dialogo delle più alte speculazioni mistiche contro i $\cdot$ fra-
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telli e le s sorelle del libero spirito o e in favore di Eckart; 3) il Libretto della Sapienza eterna, chiamato da H. Denifte il frutto più maturo della mistica tedesca, che, sotto forma dialogata tra la Sapienza (Cristo) e il servitore, raggiunge l'apice dell'arte letteraria; fu diffusissimo, come risulta da centinaia di manoscritti; 4) l'Epistolario contenente in lettere di direzione spirituale d'alto interesse psicologico e religioso. Esulano dall'Exemplar 1) l'Horologium Sapientiae, del 1333-34, dedicato al maestro generale dei Predicatori; è una redazione latina o, secondo altri, un precursore del Büchlein der ewigen Weisheit; diffusissimo, fu tradotto in più di 6 lingue; 2) alcuni Sermoni; 3) il Grande epistolario con 27 o 28 lettere; 4) il Minnebüchlein, pubblicato da W. Preger nel 1896, che però non è ammesso da tutti.
Bibl.: opere: l'editio princeps degli scritti tedeschi fu curata da F. Fabri (Auguste 1482), ed. critica di K. Bihlmeyer (Stoccarda 1907); trad. lat. di L. Surius (Colonia 1535, ecc.), edd. in tedesco moderno di M. Diepenbrock (Ratisbona 1828: 4* ed. ivi 1884), H. S. Denifte (Monaco 1880, in parte), W. Lehmann (Jena 1911: 2* ed. ivi 1922); edd. it. Ignazio Del Nente, Vita e opere del b. E. S., Firenze 1642, parziali di H. S. Denifte, La vita soprannaturale (Torino 1911: 3* ed. ivi 1930); Il libro della sag. gexza eterna (Milano 1942), L'Horologium ebbe edd. a Perini 1470, Colonia 1479 ecc. fino al 1861 , Torino 1929. - Studi : W. Preger, Gesch. d. deutschen Mystik, II, Lipsia 1881, pp. 309-418; X. de Ornstein, Les grands mystiques allemands du XIVe siècle, Lucerna 1922, pp. 221-93; F. Uberweg-B. Geyer, Die patrist. u. schulast. Philosophie, 11* ed., Berlino 1928, pp. 629-32, 790; G. Fischer, Die Entdeckung d. deutschen Mystiker Echhart, Tauler u. Sosse im 19. Jahrb., Friburgo 1931; C. Gröber, Der Mystiker H. S., Friburgo 1941; J. Bühlmann, Die Christuslehre u. Christusmystik bei H. S., Lucerna 1942; J. Ancehn-Hustache, Le b. H. S., Parigi 1943; G. Faggin, M. Echhart e la mistica tedesca prepro. testante, Milano 1946; B. Lavaud, L'oeuvre mystique de H. S., 1, Friburgo-Parigi 1946, pp. 1-80, Introduzione; J. A. Bizet, S. et le Mimesong, Parigi 1946; id., H. S. et le déclin de la soxlastique, ivi 1946; F. W. Wenzdeff-Eggebert, Deutsche Mystik zwischen Mittelalter u. Neuzeit, 2* ed., Tubinga 1947, pp. 118 129, 309-11; J. M. Clark, The great german mystics, Echhart, Tauler and S., Oxford 1949, pp. 55-74, 114-17; D. Planzer, H. S. on the spiritual life, in Cross and Crown, 2 (1950), pp. 58-79.
Angelo Wale
SUSPICIONE. - Suspicio, s., sospetto indicano in genere un dubbio o un giudizio, non del tutto provato, ma fondato su indizi seri, circa qualche fatto. Nel CIC si usa in materia penale, specialmente per s. di eresia (v.) in determinati casi (can. 2315 sgg., 2319 sgg., 2332, 2340, 2371); la persona s sospetta $s$, ammonta, deve s purgare s la s., col rimuoverne i motivi, per evitare d'incorrere le pene inflitte agli eretici formali.
Di maggiore attualità è l'argomento in sede giudiziale. La dignità del giudice - persona pubblica -, le esigenze della massima obbiettività e indipendenza nell'amministrare la giustizia, in modo che le parti in causa accettino il verdetto senza intaccarne la sostanza, impongono che nel processo non abbiano parte persone su cui gravino dubbi obbiettivi e fondati di parzialità di giudizio; dandosi tali dubbi, si ha la legittima s.
Il giudice non può ricusare il suo ufficio a chi ne faccia richiesta; e rifiutandosi, risponde dei danni (CIC, cann. 1608, 1625; Cod. proc. civ. ital. art. 55). Ma in caso di s. ha il dovere di astenersi, passando il compito ad altri (can. 1613 sgg.; artt. 51-54, 73, 78). Nella disciplina anteriore canonica e civile non v'era obbligo giuridico di astenersi; vigeva solo la prassi, oppure le parti in causa dovevano opporre l'eccezione di s. (ricusare il giudice).
Secondo il CIC il giudice (assimilati sono il promotore di giustizia e il difensore del vincolo) deve astenersi, emettendo relativo decreto motivato in caso : a) di parentela, b) di tutela o curatela, c) di intimità o consuetudine di vita, $d$ ) di grande animosità personale, $e$ ) di grande interesse di guadagno o di perdita nella causa, f) di presa di posizione per avere nella stessa causa esercitato l'ufficio di avvocato o di procuratore. L'enumerazione da alcuni è ritenuta dimostrativa, da altri con più ragione tassatica; manca però la clausola irritante. La
legislazione civile con maggiore specificazione ammette in sostanza le stesse cause di s.
Le parti poi possono opporre nei riguardi del giudice e assimilati altre cause di s.; e nei riguardi degli altri membri del tribunale, non esclusi l'avvocato e il procuratore (cf. can. 1663 sgg.), le cause addotte sopra ed altre oggettive. Ma per impedire che le parti abusino nell'op. porre questa eccezione, trascinando le cose in lungo o escludendo un giudice che s'accorgono essere loro sfavorevole nel corso della causa, la legge vuole che l'eccezione di s. sia per principio inoltrata prima della contestazione della lite (in civile prima dell'udienza o della trattazione della causa), meno il caso che emergano dopo i motivi di s. Inoltre la ripulsa deve essere motivata per cause ammesse dalla legge, sotto pena per la parte di venir condannata a risarcire i danni incontrati per questa causa incidente.
La stessa legge fissa chi debba giudicare dell'eccezione, opposta dalle parti; dichiarata fondata l'eccezione, l'Ordinario ha il diritto di sostituire altre persone, immuni da s. Se la parte ricusa per s. lo stesso Ordinario, tanto il giudizio (a meno che l'Ordinario non si astenga dalla causa) quanto l'eventuale sostituzione della persona spetta al giudice immediatamente superiore.
Data la natura della s., questa deve definirsi al più presto, dopo ascoltate le parti interessate - quindi anche la persona ricusata per s. -, ed eventualmente altre persone a giudizio discrezionale del giudice; né dal decreto si dà appello. Si disputa poi se gli atti processuali posti eventualmente dalla persona ricusata per s. prima del decreto anche in suo favore, si debbano considerare validi o meno.
Bibl.: C. 17, 25, 35, 41, X, I, 29; c. 36, 61, X, II, 28; c. 8 , 9, 13, 15, X, V, 7; c. 10, X, V, 34; c. 2, 8, 12, 13, 15, V, 2 in $6^{*}$; i decretalati nel commento ai c.opp. citl.; i canonisti nel commento dei cann. cit.; p. es., I. Noval, De processibus. Pars I. De indicile, Torino 1920, n. 196 sgg.; Wernz-Vidal, VI, nn. 146-51; M. Lega - V. Bartoccetti. Commentarius in iudicia ecclesiast., I. Roma 1938, pp. 217-31; F. Ruberti, De processibus, I, 2* ed., Roma 1941, nn. 155-58. Sistmo da Romallo
SUSSIDIO CARITATIVO. - E una tassa che, a norma del can. 1505, l'Ordinario del luogo può, se una speciale necessità della diocesi lo esige, imporre come contributo di carità a tutti i beneficiati, sia secolari che religiosi (can. 1505). Questo diritto è conferito agli Ordinari del luogo, escluso però il vicario generale, ed è subordinato ad una impellente e particolare necessità della diocesi, necessità che si può verificare in molti modi.
1. Cenni storici. - Il s. c. trae origine dal decreto del III Concilio Lateranense (s. 1179). Fu applicato assai raramente e non godeva del favor iuris. Per principio generale, per applicarlo era richiesto il consenso del Capitolo. Per l'Italia vi erano poi particolari restrizioni, imposte da Innocenzo XI. Il vescovo poteva esigere il s. c. soltanto una volta, al suo primo ingresso in diocesi, e nella quantità usata negli ultimi quaranta anni. Se poi una grave necessità si fosse verificata in seguito, era necessario domandare il permesso alla S. Sede, prima di imporre il s. c. Dopo la spogliazione dei beni ecclesiastici e dopo l'introduzione della gerarchia ecclesiastica nelle terre di missione, molte Curie vescovili dovettero ricorrere a tutti i mezzi consentiti dal diritto, per poter sovvenire alle necessità che crescevano ogni giorno, e ripristinare in qualche modo il s. c., che era quasi caduto in disuso (cf. Concilio provinciale di Quito 1869, III Concilio plenario di Baltimora, Concilio plenario dell'America latina ecc.).
II. Natura. - Il s. c. è una tassa straordinaria. Si può esigere dai soli beneficiati secolari o religiosi, quando questi ultimi godano di un beneficio secolare incorporato o non incorporato alla casa religiosa. Non si può però richiedere ai chierici privi di beneficio; tuttavia si deve tener conto del nuovo concetto circa la dote del beneficio assai ampliata dal can. 1410.
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Le restrizioni imposte dal diritto antico circa le modalità previe all'introduzione del s. c. non sono state accolte dal Codice che, tanto per la gravità del motivo, quanto per la determinazione della quantità del sussidio, rimette la decisione al prudente giudizio ed alla coscienza dell'Ordinario stesso, che però, trattandosi di cosa odiosa, farà cosa opportuna se richiederà il parere del Capitolo o dei consulteri diocesani, oppure si munirà di una precedente approvazione della S. Congr. del Concilio, contro eventuali rimostranze dei chierici beneficiati circa la quantita e la necessità del s. c. Più tardi la S. Congr. del Concilio stessa, con circolare n. 1718/22 del io febbr. 1923, suggerí di imporre pensioni ai benefici meglio provvisti. In vista poi di bisogni e necessita del clero, specialmente dei sacerdoti vecchi ed invalidi, con altre circolari n. 1800 del 10 apr. 1932 e n. 1754 del 25 giugno 1934 impose direttamente su tutti i benefici e specialmente sulle parrocchie, meglio provvedute in Italia, un s. c., da stabilirsi, anno per anno, sui redditi del beneficio quali risultano effettivi dal bilancio, da farsi ogni anno. In conseguenza di ciò gli Ordinari devono esigere ogni anno un rendiconto delle rendite della parrocchia; notificare alla stessa Congregazione, entro un mese dalla vacanza, ogni beneficio resosi vacante e le eventuali variazioni nelle sue rendite; esigere inoltre dai candidati una dichiarazione scritta e firmata, da conservarsi in Curia, con cui i nuovi titolari si obbligano a sottostare alla misura del s. c. imposto od eventualmente da imporsi dalla S. Sede; proporre alla S. Sede un prelievo da un minimo del $5 \%$ a un massimo del $35 \%$, dai benefici provveduti, che abbiano un reddito netto che superi le lire 8000 (anteguerra) nei paesi e lire 8000 nelle sedi vescovili. Chi determina il contributo o sussidio da darsi, non è più la Curia, ma ogni caso deve essere esposto alla S. Congr. del Concilio, che dà l'approvazione definitiva. Le quote annuali raccolte dai benefici, cosi tassati, debbono investirsi in titoli e costituire un fondo stabile, il cui reddito è destinato per il clero indigente.
La medesima Congregazione con circolare n. 1/4I del $1^{\circ}$ luglio 1941 prescriveva l'istituzione di una Cassa di sovvenzioni per il clero bisognoso-invalido, da ottenersi con il contributo di un centesimo, elevato poi ad una lira, per ogni abitante della parrocchia, che a semestri deve venir depositato allo stesso dicastero, che poi, su richiesta dei vescovi, distribuisce i contributi secondo le necessita. Per ottenere detto contributo il vescovo può indire collette annuali, fissare una "Giornata" per il clero bisognoso ed invalido in qualche solennità o prelevare qualche cosa dalla percentuale del $2 \%$ sui benefici ecclesiastici, e dall'eventuale reddito del s. c., o pensione sui benefici meglio provvisti.
III. Evoluzione. - Una radicale trasformazione che sta superando il concetto di s. c. si è avuta in questi ultimi anni. Dal 1946 in poi la S. Sede ha tentato, con varie leggi, di giungere alla perequazione delle rendite beneficiarie, dando facoltà ai vescovi di stralciare terreni dai benefici più pingui per destinarne il reddito a benefici più poveri oppure in favore di enti come il seminario; in ogni caso per alleviare l'indigenza del clero bisognoso. Con questi provvedimenti viene decadendo la tassa del s. c. imposta durante la vacanza del beneficio. Mentre poi la Cassa sovvenzioni era a favore del clero bisognoso ed invalido, questi provvedimenti mirano a sollevare l'indigenza del Clero, senza guardare alla condizione di invalidità. Oggi quindi più che di s. c. dovrebbe parlarsi di assistenza al clero in generale.
Bial.: anon., Se il vescovo possa imporre pensioni o tributi sui benefici più pingui a favore del clero povero..., in Il monitore ecclesiastico, 30 (1927), pp. 342-46; S. D'Angelo, Tasse e pensioni del CIC, Torino 1927; P. Vito, L'imposizione del tributo caritativo, in Palestra del clero, 11 (1932), pp. 6-9; M. Piscicchi, Dal s. c. nel can. 1303, in Perfice munus, 7 (1932), pp. 8-30 sgg.; G. Stocchiero, Verso una perequazione del benefici? II s. c., ibid., 8 (1932), pp. 42-45; A. Poirier, Le subside caritatif canon 1303 , Roma 1950.
Giuseppe Palazzini
SUSSISTENZA. - Indica in genere la consistenza e sufficienza di realtà che ottiene la sostanza (v.) mediante il possesso dei suoi principi essenziali
e reali. La s. costituisce perciò il modo di essere della sostanza individua che è in sé completa, in opposizione all'inerenza ch'è propria degli accidenti : « alla enim subsistere dicimus, quae non in alio sed in se existunt " (Sum. Theol., I ${ }^{2}$, q. 29, a. 2, c; cf. q. 75, a 2 ad 1 ).
La s. è perciò l'attualità della sostanza come tale : - Ratio substantiae est quod per se subsistat" (s. Tommaso, In III Sent., dist. 6, q. 1, q.la 1, a. 1 c), cosi che la s. coincide con la sostanza individua per sé esistente. In quanto attualità della sostanza, la s. si realizza nei diversi esseri a seconda della rispettiva struttura ontologica. In Dio la s. è nel possesso in semplicità e pienezza dell'essere come pura attualità (cf. Sum. Theol., 10, q. 13, a. 11). E siccome la perfezione dell'essere è, per s. Tommaso, graduata secondo l'indipendenza che la sostanza ha rispetto alla materia, la s. appartiene principalmente alle nature spirituali che non hanno in sé materia, ma sono pure forme : tali sono gli angeli, detti perciò "forme sussistenti" (ibid., 10, q. 3, a. 3, c). Anche l'anima (v.) umana, benché forma sostanziale del corpo, dev'essere riconosciuta dotata di s. in quanto esercita le operazioni dell'intendere e del volere che la manifestano di natura spirituale (ibid., q. 75, a. 2; cf. Q. de anima, a. 14).
Per precisare la terminologia, si può quindi distinguere: a) l'essenza (v.) o natura (v.), ch'è il costitutivo formale di una qualsiasi cosa; b) la "sostanza prima" cioè l'individuo reale o "ipostasi" o "supposito" che è la realtà concreta esistente nella sua sufficienza ontologica (cf. Quodl., II, q. 2, a. 2, c) ; c) la s. dice l'attualità di detta sostanza prima, ond'essa esiste in sé e si distingue dalle essenze astratte o "sostanze seconde" esistenti soltanto come concetti nella mente, e nella realtà mediante gli individui che le realizzano; d) la persona (v.) aggiunge alla s. la dignità di natura razionale.
Lo sviluppo della nozione di s. coincide con quello di realtà : per Platone sussistono le specie e i generi universali perché costituiscono l's in sé * del reale sottratto al divenire dell'apparenza sensibile (cf. Resp., 476 A sgg.). Nella metafisica aristotelica se in realtà la s. compete alla sostanza individua, essa tuttavia è l'effetto della "forma" ed è quindi la specie come tale che sussiste nelle vicissitudini delle contingenze fisiche, mentre i singoli individui nascono e muoiono (Met., VII, 3 1028 b 36 1029 a 2). Nel neoplatonismo la s., indicata con il termine ūnóotamıc (il significato aristotelico del termine è estraneo alla metafisica: cf. H. Bonitz, s.v. in Indice Aristot., Berlino 1870, 801 b 35-802 a 8), corrisponde all'esistenza indefettibile, $\dot{\alpha} v \alpha \lambda \lambda \varepsilon i \varepsilon \tau o \varsigma$ ūnóotamıc, che le emanazioni ottengono nella derivazione dell'Uno (cf. Proclo, The elements of theology, ed. E. R. Dodds, Oxford 1933, prop. 84, 94: pp. 78, 6; 84, 24 e passim). Con s. traduce il Moerbeke il titolo dell'opuscolo di Proclo, perduto nel testo greco, sul problema del male: De malorum subsistentia, e bene, come osserva il Cousin, perché « bona habent ūnóotamıv, mala mag' ūnóotamıv», in quanto " bonum species, malum sine specie ac velut privatio" (Procli opera..., I, Parigi 1820, p. 188). Nel suo significato greco originario quindi s. come ūnóotamıc è "fondamento" tanto in senso transitivo da ūqóotq̨ui come intransitivo da ūqóotauai: nell'ambito ontologico esso, se compete alla sostanza singolare rispetto agli accidenti, è proprio anche - sia per Platone come per Aristotele - dell'essenza universale rispetto ai singoli. La filosofia greca quindi sta per l'identità reale di oúoí e é nióotamıc, di s. o ūnóotamıc con la sostanza (prima e seconda).
Quest'identificazione si ritrova nei Padri greci ed è passata nella condanna di Ario del Concilio di Nicea (Denz-U 54), ma dopo il Concilio si chiarisce per merito di s. Atanasio il preciso significato di s. come sostanza prima, sancito dalla formula: ula oúoia, "soli, ūnóotáamıc (cf. Atanasio, De incarn. et contra arianos, 10: PG 26, 1000 B: $\mu i \alpha$ " $\alpha \dot{\alpha} \theta \sigma \sigma \tau \eta \varsigma$ eal $\varepsilon i \zeta$ 9y $\delta \varsigma$ èv $\tau \rho \alpha i \alpha$ ūn $\sigma \tau \dot{\alpha} \sigma \alpha \alpha$ ). A questo punto s'inizia nella teologia il passaggio di s. come oúoia-ínóotamıc a quello di "persona- $\pi \rho \dot{\sigma} \sigma \omega \pi o v$ ", ma, com'è noto, tra i Padri greci e latini non c'è stato sempre su questo punto una perfetta intesa: l'uso oscillante dei
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(Int. Fetacelare, Turina)
Sutri, diocesi di - Campanile (1207) e facciata rinascimentale della Cattedrale.
termini oûoía- $\dot{\text { m }}$ ó $\sigma \tau \alpha \sigma \iota \varsigma$ si prolunga nelle accese polemiche e nelle discussioni conciliari. Le incertezze sono superate quando, grazie all'attività dei Cappadoci in Oriente, si arriva, con papa Damaso, all'identificazione di ùnó $\sigma \tau \alpha \sigma \iota \varsigma$ con $\pi \rho o ́ \sigma \omega \sigma v v$ nella sua approvazione alla formola comune elaborata nel Concilio di Costantinopoli (381) che dà per equivalenti le due espressioni: $\varepsilon$ v $\pi \rho \iota o i$ $\pi \varepsilon \lambda \varepsilon i \alpha \iota \varsigma$ ùno $\sigma \tau \dot{\sigma}-$ $\sigma \varepsilon \sigma \iota$ e $\varepsilon$ v $\pi \rho \iota o i$ $\pi \varepsilon \lambda \varepsilon i \alpha \iota \varsigma \pi \rho o \sigma \omega \sigma \iota \sigma \iota \varsigma$ (presso Teodoreto di Ciro, Eccl. hist., V, 9: PG 82, 1216 BC). Nel mondo latino ùnó $\sigma \tau \alpha \sigma \iota \varsigma$ è tradotta con subsistentia da Rufino di Aquileia (m. nel 410) nella sua Hist. excl. (I, 29: PL 21, 499 C-500 A) e l'uso diventa in Occidente sempre più costante. Fa eccezione proprio Boezio (v.) che resta all'uso greco di ùnó $\sigma \tau \alpha \sigma \iota \varsigma=$ sostanza prima, passato nella sua definizione di "persona": "rationalis natura individua substantia" (cf. De duabus naturis, cap. 3 : PL 64, 1343-44. Cf. Sum. Theol., 1², q. 29, s. 1-2 e specialmente il Prooemium del Contra errores graecorum, ed. De Maria, III, Città di Castello 1886, p. 411 sgg.).
La scolastica, specialmente a partire dal sec. xvi, ha agitato il problema circa il principio costitutivo della s. ch'è stato risolto nelle varie scuole in conformità della rispettiva metafisica della sostanza. Nella scuola neo-tomista, dopo una prevalenza dell'opinione del Gaetano (v.) che poneva il principio di s. nella linea formale, si ritorna alla posizione tradizionale del Capreolo (v.) nella quale, in conformità della distinzione tomista di essenza e atto di essere nelle creature, tale principio è dato dallo esse come actus essendi ch'è l'atto proprio della sostanza.
Bibl.: A. Michel, Hypostase, in DThC, VII, I, coll. 370-437; Fr. Erdin, Das Wort Hypostasis, in Freiburger theologische Studien, 52 (1939), pp. xII-xix. Per la discussione della oûoía aristotelica, cf. J. Owens, The doctrine of being in aristotelian metaphysics, Toronto 1951 (spec. parte $3^{2}$, p. 187 sgg.). Ha rivendicato il tomismo della posizione del Capreolo sul costitutivo della s., U. Degl'Innocenti, Il Capreolo e la questione della per-
sonalità, in Divus Thomas (Piac.), 17 (1940), pp. 27-40. Discussione critica, in M. Duquesne, Personne et existence, in Rev. des sc. philos. et théolog., 36 (1992), p. 418 sgg. ... Cornelio Fabro
SUTRI, diocesi di. - Nel Lazio, in provincia di Viterbo, è unita a quella di Nepi (v.).
S., di origine etrusca, detta "Sutrium" dai Romani, sorgeva al 28 miglio della Via Cassia, sopra due colline tufacee, alla confluenza dei torrenti Promonte e Renoli. Divenuta colonia romana al tempo di Augusto (Colonia Iulia Sutrina), non decadde neppure con l'occupazione longobarda e rimase definitivamente sotto il dominio della Chiesa di Roma, dopo la restituzione che ne fece Liutprando a Gregorio II.
E leggenda che la fede cristiana sia giunta a S. con la presunta predicazione di s. Romolo che vi sarebbe stato inviato dallo stesso Principe degli Apostoli, come pretende la Passio s. Romuli, certamente non anteriore al sec. 31 (cf. Acta SS. Iulii, II, Parigi 1867 p. 254; A. Cocchi, ${ }^{\circ}$ S. Romolo vescovo di Fiesole. Storia e leggenda, Firenze 1905, p. 21). G. B. De Rossi nel 1865 (Bull. d'orch. crist., I [1865], p. 27) illustrò un sarcofago cristiano di S., datandolo al sec. v. Sono note alcune iscrizioni esistenti nella cattedrale di S. (CIL, XI, 1, nn. 3278-80), una delle quali è del 369. Prima di giungere a S., venendo da Roma, si trova una catacomba detta di S. Giovenale, scoperta al tempo di M. A. Boldetti, che segnerebbe anche il luogo dell'antica Cattedrale suburbana. Una Passio, nota a Usuardo (sec. ix), colloca la sepoltura di un martire Felice "iucita muros civitata Sutrinae", cioè, quasi sicuramente, in detta catacomba. Il 16 sett. è venerata in S., quale patrona principale, una s. Dulcissima (Acta SS. Septembris. V, Parigi 1868, p. 313) che F. Lanzoni tende ad identificare con s. Mustiola di Chiusi. Non è possibile indicare con esattezza la data della prima predicazione evangelica a S., ma la posizione topografica della Via Cassia, con a sud la stazione postale "ad Baccanas" e a nord Bolsena e Chiusi, le quali ricevettero il seme evangelico non più tardi della fine del sec. III, tenendo conto degli elementi predetti, farebbe pensare all'età precostantiniana, anche se questa dovesse identificarsi con l'ultima grande persecuzione.
Nel 728, Liutprando occupò il Castrum' Sutriense, che in seguito alla protesta di Gregorio II restituì sotto forma di donazione (Lib. Pont., I, p. 407). Si è visto in questa donazione l'atto di nascita dello Stato pontificio. In realtà non è altro che la semplice restituzione di un bene patrimoniale al suo legittimo possessore (cf. O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Langobardi, Bologna [1941], pp. 446-47).
Il primo nella serie cronologica dei vescovi di S. a noi notoj è Eusebio che sottoscrisse gli atti del Sinodo romano del 465 . Eugenio IV, con la bolla Romana Ecclesia del 12 dic. 1435, univa S. alla diocesi di Nepi (v.) e primo vescovo delle diocesi unite designava Luca Rossi de Tartaria, vescovo di Nepi, nativo di S. Durante il pontificato di Clemente VII le diocesi furono di nuovo temporaneamente staccate. Nella serie dei vescovi di Nepi e S. la figura più eminente è certamente il domenicano Michele Ghisleri, poi s. Pio V (v.). Nepi e S. sono immediatamente soggette alla S. Sede. - Vedi tav. CIX.
Bibl.: Ughelli, I, p. 189 sgg.; P. Bondi, Mem. s.or. sulla città Sabazia, ora lago Sabatina, sull'origine di Trevignano e soggio stor. sull'antichiss. città di S., Firenze 1836; Cappellotti, VI, p. 224 sgg.; Moroni, LXXVI, pp. 95-122; C. Nispi-Londi, Stor. dell'antichissima città di S., Roma 1887; P. F. Eiche, Ital. Pont., II, Berlino 1907, pp. 182-83; Lanzoni, pp. 530-51; A. Baumstark, Wandgemälde in S., Nepi und Civita Castellana, in Röm. Quart., 16 (1902), p. 243; Eubel, I, pp. 469-70; II, pp. 268-69; III, pp. 325-26; IV, p. 257; V, pp. 285-86; W. F. Volbach, Il Cristo di S. e la venerazione del S. Salvatore nel Lazio, in Atti della Pont. accau. rom. di arch., $3^{2}$ serie, Rendiconti, 17 (1940-41), pp. 97-126.
Benedetto Pesci
SUTTER, Fedele. - Arcivescovo, n. a Ferrara il 16 marzo 1796, ivi m. il 30 ag. 1883. Entrò tra i Cappuccini il 4 ott. 1816; fu lettore e poi ministro provinciale; nell'anno 1843 venne nominato vicario apostolico della Tunisia e nel 1844 fu eletto vescovo titolare.
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Mons. Sutter cresce la residenza del vicariato, edificò chiesc, istituì ospizi per i poveri, ospedali per gli infermi, fondò scuole, chiamandovi le suore. Amato da indigeni e forestieri, cattolici e protestanti, dai Turchi e dagli Ebrei; dai tre bey che si succedettero durante la permanenza di S . fu insignito di titoli onorifici.
Entrata la Francia nella reggenza tunisina, volle che anche il superiore della missione fosse un francese, perciò il S. tornò a Roma nel sett. del 1881, e Leone XIII in compenso di tanti meriti lo nominò arcivescovo titolare.
Bib.: F. Benda-Ricci, In morte di mons. F. S., Ferrara 1883: anon., Onoranza solenni a mons. F. S., ivi 1883; Clemente da Terzocio, Manuale Hist. Missionem Capuccinarum, Isola Liri 1926, pp. 233-35; id., Le Missioni dei Cappuccini, X. Roma 1938, pp. 612-22: autori vari, Lex. Capucc., Roma 1951. col. 1656 . Callisto Lopinot
SUWAJR. - Borgata libanese presso la quale sorge il monastero di S. Giovanni, culla e tuttora casa madre dell'Ordine dei Basiliani (v.) Melkiti Suwajriti. Essa fu fondata nel 1710 . Negli ultimi anni è stata aggiunta una parte nuova e un piccolo seminario.
In complesso vi sono due santuari : la chiesa di S. Giovanni Battista, anteriore al convento, con alcune iconi antichissime e altre portatevi ca. il 1710 , e la chiesa di S. Nicola (1718), celebre per la sua iconostasi decorata di immagini scolpite in legno, probabilmente opera dei monaci. Il monastero conserva ancora la prima tipografia del Libano fondata dall'ierodiacono 'Abdallāh Zāhir ( $1680-1748$ ) che rese incalcolabili servizi alla Chiesa durante 150 anni.
Bib.: C. Karalevsky, Histoire des patriarcats melkites, III. Roma 1911, v. indice.
Antonio Wuyts
SVALUTAZIONE MONETARIA. - Indice veridico e innocente di una evoluzione, che non sarebbe in sé dannosa qualora avvenisse in modo uniforme per tutte le classi e per tutte le linee di trasformazione (v. PREzzo), è al contrario causa di gravissimo disordine economico e sociale, verificandosi in realtà con ritmo e misura assolutamente ineguali nel tempo, nello spazio e nelle varie attività economiche. Dal lato strettamente monetario è la perdita di potenza d'acquisto della moneta, fenomeno costante nella misura accertata di ca. il $2-3$ per cento all'anno, alternandosi periodi di rapida svalutazione (crisi economiche, guerre, malgoverni) con periodi di relativa stabilità.
Dal lato più sensibile per il consumatore generico, si identifica con il continuo aumento dei prezzi. Ad esso l'individuo reagisce restringendo i consumi e vendendo più care le proprie prestazioni. Ma ciò riesce assai più facile alle classi a entrate variabili (produttori, commercianti, professionisti) che alle classi ad entrate fisse (operai, impiegati, pensionati), le quali riescono ad ottenere soltanto con difficoltà e lentezza l'aggiornamento delle loro entrate monetarie in relazione all'aumentato costo della vita: donde la lotta di classe.
I. Cause e rimedi. - Cause della s. m. sono principalmente: a) il tasso d'interesse dei prestiti, particolarmente di quelli improduttivi, allorché supera la ragionevole quota-rischi, e l'accumulo degli interessi (v.); b) il lavoro inutile (burocrazia, intermediari del commercio, sindacalismo, politica, pubblicità, stampa), o distruttivo (industrie voluttuarie, che servono la burocrazia e la guerra, distruzioni belliche, ridotta o mancata produttività per agitazioni sociali). La quota annua di svalutazione rappresenta il costo sociale degli errori economici che si commettono.
[La via del rimedio è chiara: a) ridurre il tasso d'interesse dei prestiti, sia mediante la concorrenza dei capitali resi abbondanti (v. RISPARMIO), sia con l'assicurazione dei

(da Pagine della storia dell'Ordine basiliano Sempista melchita. Brevet IXA, p. 57)
SuwAR - Interno della chiesa di S. Nicola (1718). Da notare l'iconostasi - Monastero di S. Giovanni.
capitali stessi dai rischi; $b$ ) ridurre il lavoro inutile e dannoso, attraverso una profonda opera di moralizzazione e di educazione sociale, base insostituibile tanto della formazione del risparmio in masse adeguate alla necessità, quanto dello spirito di intraprendenza che deve metterle in opera allo scopo di garantire a tutti il diritto al lavoro, provvedendo in pari tempo ad una più razionale ed agile organizzazione economica, specialmente degli scambi.
Il fenomeno non è del tutto eliminabile, perché non lo sono le sue cause fondamentali : ma una s. m. lenta, graduale e uniforme, contenuta in una misura minima che non fosse dannosa per il risparmio, avrebbe un effetto salutare. Un discreto e ordinato ascendere dei prezzi è, infatti, un efficace stimolante per le attività e le iniziative, castiga la ignavia dei beati possidentes, costringendo tutti ad accrescere e migliorare la produttività, il rendimento del lavoro.
BibL.: F. Haeck, La question monétaire au point de vue pratique (vari articoli nella Revue trimestrielle del 1860): I. Maynard Keynes, La riforma monetaria, trad. it. di P. Sraffa, Milano 1925, p. 88 sgg.; id., A treetries on money, I, Londra 1930, p. 238 sgg.; C. Bresciani-Turroni, Le vicende del marco tedesco, Cairo 1931; L. Federici, La moneta e l'oro, Milano 1941, pp. 631-61; id., La moneta-lavoro, ivi 1943; I. E. Mertens, La naissance et le développement de l'étalon-or 1696-1522, Parigi 1944; F. Vito, Le fluttuazioni cicliche, $3^{2}$ ed., Milano 1946, p. 111 sgg.
Mario Baronci
SVASTIKA: v. Croce. VIII. La croce nell'archeologia.
SVETLOV, Pavel JAKOVLEVIĆ. - Arciprete, uno dei più importanti teologi russi recenti, n. nel 1861. Dopo la Rivoluzione russa del 1917 non vi sono più notizie di lui. Fece gli studi e si laureò in teologia nell'Accademia ecclesiastica di Mosca. Dal 1890 fu professore nell'Università di Kiev.
E noto specialmente come apologeta e soteriologo. S. lottò per la libertà religiosa (anche dei cattolici e protestanti) in Russia e appartenne a quei teologi che, par-
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tendo dalle trattative di Bonn (1874-75), cercavano l'unione con i vecchio-cattolici ed anglicani, a base dei primi 7 concili ecumenici, dichiarando opinioni discutibili le controversie posteriori. Egli lottò con audacia contro i metodi tradizionali ed i manuali classici di teologia in Russia. Specialmente in soteriologia, ispirandosi alle opere di Chomjakov, polemizzò contro ciò che egli riteneva giuridismo o antropomorfismo cattolico o protestante.
Tra le sue numerose opere si citano come più importanti: Il significato della Croce nell'opera di Cristo; Saggio di spiegazione del dogma della Redenzione (a la sua dissertazione; Kiev 1893) $2^{\text {a }}$ ed. aumentata, con un'appendice polemica contro il prof. A. D. Beljaev, sotto il titolo : La Croce di Cristo, ecc. (ivi 1907); Saggio di esposizione apologetica della dottrina ortodosso-cristiana di fede, (2 voll., ivi 1896 e 1898 ); $2^{\text {a }}$ ed. aumentata, sotto il titolo : La dottrina della fede cristiana esposta in maniera apologetica (ivi 1910-12; I vol., $4^{\text {a }}$ ed., ivi 1914); più breve è il Corso di teologia apologetica (ivi 1900; $2^{\text {a }}$ ed. 1905); Dove è la Chiesa universale? Sulla questione dell'unione delle Chiese, e sulla dottrina circa la Chiesa (Sergliiev Posad 1905); L'idea del Regno di Dio nel suo significato per la concezione cristiana del mondo (ivi 1905); Che cosa si deve leggere di teologia? Indice sistematico della bibliografia apologetica in lingua russa, tedesca, francese, inglese (Kiev 1907).
Bibl.: S. Tyszkiewicz, Die Fundamentultheologie des russischen Apologeten S., in Zeitschrift für hath. Theologie, 42 (1918), pp. 114-36; M. Jugie, Theologia dogmatica christianorum orientalium ab Esclenia catholica dissidentium, I, Parigi 1926, pp. 611, 616-17, 627, ecc.; cf. anche gli indici alfabetici dei voll. II-IV; N. Ladomersky, Le dogme de la Rédemption dans la théologie russe. Oeuvre de Pierre Quietlov, ivi 1940; B. Schultze, Problemi di teologia presso gli ortodossi. Cristologia, in Or. Chr. Per., 9 (1943), pp. 140-47; id., La nuova soteriologiaru.ca. II-III, ibid., 11 (1945), pp. 163-71; 12 (1946), pp. 146-76.
Bernardo Schultze
SVETONIO (Gaius Suetonius Tranquillus). - Storico, n. verso il 75 d. C.; si ignora il luogo di nascita. Fu sotto Traiano segretario dell'amministrazione imperiale e in questa sua qualità ebbe agio di consultare i documenti ufficiali che spesso cita (ego in actis reperio...). Nel 122 fu esonerato dal suo ufficio e si ritirò a vita privata; m. ca. il 160.
Scrisse : Prata, di carattere enciclopedico, perduta; Roma, di carattere storico, pure perduta; De viris illustribus, pervenuta lacunosa, divisa in cinque libri dedicati rispettivamente a poeti, oratori, storici, filosofi, grammatici e retori; restano le biografie di Terenzio, Orazio e Lucano (lacunosa), di Passieno Crispo, di Plinio il Vecchio (lacunosa) e 25 vite della sezione dei grammatici e retori. L'opera sua più importante è il De Vita Caesarum, in otto libri, che contiene le biografie, di tipo alessandrino, dei primi 12 imperatori, da Cesare a Domiziano, scritta nel 120, preziosa per le notizie, obbiettiva e ben documentata. Dettata a tipo di biografia, manca di vedute sintetiche e non brilla per eleganza letteraria, sebbene non gli manchi correttezza e sobrietà di forma; ma è utilissima come fonte storica e come conferma di fatto della profonda analisi psicologica che Tacito fa di alcuni imperatori.
S. interessa la storia del cristianesimo per il breve ma severo giudizio che dà dei cristiani : "genus hominum superstitionis novae ac maleficae " che riproduce quello ostile comune a tutto il popolo, il quale appunto 1) odiava le superstizioni, cioè, per un romano, quanto è estraneo alla norma stabilita dalla religione ufficiale; 2) e tanto più le odiava quanto più erano nuove, cioè difformi da quanto era legittimato dall'antica tradizione religiosa; e inoltre di carattere malefico, cioè non estraneo a pratiche occulte di magia, a incantesimi. Non occorre dimostrare la falsità di queste accuse di cui nel medesimo tempo Plinio nella lettera a Traiano affermava il nessun fondamento; esse servono solo a documentare l'ostilità dell'ambiente romano alla nuova religione.
Altro passo di S. relativo al cristianesimo è quello relativo alla contesa tra i Giudei e i seguaci di Cresto
( $=73107^{1 / 6}$, cioè il Messia) contesa che persuase Claudio ad espellerli da Roma: "Iudaeos impulsore Chreato assidue tumultuantes Roma expulit" (Claud., 25). L'espulsione avvenne verso il 49 , nel qual tempo dunque esisteva già in Roma una comunità cristiana che l'ambiente pagano male distingueva dai Giudei.
Bibl.: edd. : ed. principe, Roma 1470; per il De grammat., C. L. Roth, Lipsia 1924; R. P. Robinson, Parigi 1925. Per i frammenti, A. Reiferscheid, Lipsia 1860; per i Cesari, M. Ihm, Lipsia 1907-27 (2a ed. del I vol., ivi 1933); H. Ailieud, Parigi 1931-32; C. Bione, Palermo 1930; F. Delle Corte, Genova 1947. Studi: G. Funaioli, I Cesari di S., in Raccolta di scritti in onore di F. Ramorino, Milano 1927, pp. 1-26 (ripubbl. in Studi di letterat. antica, II, 11. Bologna 1947, pp. 147-79; id., Suetonius, in Pauly-Wissowa, IV, A1, col. 393 sgg.; E. Hänisch, Die CaesarBingraphie Sueton. Münster 1937; A. Rostegni, S. - De Poetic e biografi minori, Torino 1944; E. Paratore, Una nuova ricostruzione del "De poetis di S., $2^{2}$ ed., Bari [1930]; W. Studle, Sueton und die antike Biographie, Monaco 1931. Nicola Turchi
SVEVI. - Il nome di Suebi è attribuito dagli scrittori classici a più di una stirpe germanica, e si alterna altre volte con altri nomi, specialmente con quello di Alemanni.
Quando nel sec. v, travolte le difese del confine del Reno, i popoli germanici dilagano in Gallia e in Spagna, un regno di Suebi si stabilisce nella regione nord-occidentale della penisola spagnola (Galizia e tratti del Portogallo). La notizia più ampia su questo Regno sueba si ha da Idacio, vescovo di Aquae Flaviae (Chavos nella provincia portoghese di Traz-os-Montes) dal 427 al 468 , autore di una cronaca che vuol continuare il Chrunicon di s. Girolamo.
I Suebi di Galizia erano rimasti pagani sino alla morte del loro re Rechilos (448), il cui figlio e successore Rechiar è invece, non si sa in quali circostanze, divenuto cattolico. Ma l'influenza del confinante grande Regno dei Visigoti ariani fece presto passare all'arianesimo i Suebi. Autore della conversione sarebbe stato un Aiax, di cui cosi riferisce Idacio: "Aiax, natione Galata, effectus apostata et senior arianus inter Suevos regis sui auxilio hostis catholicae fidei ed divinae Trinitatis emergit. A Gallicana Gothorum habitatione hoc pestiferum inimici hominis virus advenit" (Chronica, 232; cf. anche Isidoro di Siviglia, Hist. Suevorum, 87, 90). Quando si arresta il discorso di Idacio poco più si sa dei Suebi per ea, un secolo. Verso il 550 si narra che, essendo gravemente malato il figlio del re dei Suebi Cararico, suoi messi vennero a Thurs per domandare reliquie di s. Martino venuto in fama di grande taumaturgo. Una stoffa posta sulla tomba del Santo operò il prodigio. Si costrui una basilica per conservare la preziosa stoffa e i miracoli si moltiplicarono (tra gli altri, sparizione nel paese della tebbra) sì che il Re e tutti i suoi passarono dall'arianesimo al cattolicesimo. A questa conversione si adoperò soprattutto un altro Martino, immigrato in Galizia dall'Oriente, uomo dotto e santo, fondatore del monastero di Dumio e poi vescovo di Bracara Augusta (Braga), capitale del Regno suebico. Predicatore, scrittore, presidente di concili, riuscì a vedere la scomparsa dell'arianesimo. Alla morte di lui nell'anno 580 tenne dietro poco dopo ( 585 ) la fine del Regno suebico, assorbito dai Visigoti.
Bibl.: L. Duchesne, Hist. ancienne de l'Eglise, III, Parigi 1910, p. 588; id., L'Eglise au sixième siècle, Roma 1925; autori vari: Cambridge medieval history, II, Cambridge 1914, p. 158; Pliche-Martin-Frutas, IV, nn. 575-81.
Roberto Pariboni
Gli S., stanziatisi nel corso del sec. III nella regione a nord del lago di Costanza, formarono verso la fine del sec. IX un ducato, che nel periodo della sua maggior ampiezza comprese la Svevia propriamente detta, il Baden, l'Alsazia e le regioni attualmente facenti parte della Svizzera tedesca.
I duchi di Svevia, che si erano assicurati insieme con la più assoluta indipendenza il demanio pubblico, la disponibilità dei vescovati, dei monasteri e dei beni ecclesiastici, dovettero rinunciare poi a tutto questo e riconoscere l'autorità di Enrico I, prestandogli giuramento di fedeltà. I vincoli divennero ancor più stretti nel 949,
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quando l'ercde dell'ultimo duca ando sposa a Liudolfo, figlio primogenito di Ottone I, ed anche dopo la morte di questi il Ducato rimase alla famiglia imperiale e ai suoi discendenti. Nel 1077 vescovi e principi vollero sostituire Enrico duca di Svevia a Enrico III, che ebbe però il sopravvento e assegnò poi il Ducato al genero Federico di Hohenstaufen, la cui discendenza consegui la dignità imperiale con Federico Barbarossa (v.) nel 1152 e la conservò fino al 1268. L'estinzione della dinastia imperiale ebbe come conseguenza la dissoluzione del Ducato amembrato tra grandi signori feudali e città che si proclamavano autonome; ne sopravvisse il nome come semplice espressione geografica.
Bib.: G. Läwen, Stammesheraog und Stammescherzogtum, Berliro 1945.
SVEZIA. - I. Geografia. - Il più vasto ( 450 mila kmq.) dei paesi scandinavi; il quarto, per superficie, fra gli europei (v. cartina alla voce norvegia).
Occupa la parte orientale della penisola scandinava ed è costituito da una zona montuosa (sul confine con la Norvegia) che declina al Baltico con una serie di terrazze ondulate, intagliate da lunghe valli simmetriche, che s'aprono frequentemente in laghi, in un monotono paesaggio di foreste, e, nel settore meridionale, da una ampia estensione di pianura (la Gotia), che fa posto ai tre maggiori laghi della penisola (il Våner, il Vătter e il Mălar). La costa manca della eccezionale ricchezza di insenature che caratterizza quella norvegese, e soprattutto del benefico tepore delle acque oceaniche.
Il clima è caratterizzato dalla lunga durata delle stagioni estreme: l'inverno aumenta ancora questa durata verso N. (1/7 del territorio svedese rimane oltre il Circolo polare), dove anche le precipitazioni - di regola modeste si fanno più copiose. Tuttavia il paese risente in misura non disprezzabile l'efficacia delle calde correnti dell'Atlantico settentrionale.
La S. è prima di tutto un paese di foreste (che occupano ca. la metà del territorio, ed i cui prodotti sono alla testa delle sue esportazioni), mentre l'agricoltura, nonostante il suo alto livello tecnico, non può, per la modesta estensione dell'arativo ( $8 \%$ del territorio, di contro al $28 \%$ di improduttivo), bastare al fabbisogno nazionale (più di metà dei cereali dev'essere importata). Dall'allevamento, sempre più fiorente, si traggono cospicui guadagni (burro, formaggio); mentre un'altra grande risorsa è data dall'industria, che, pur potendo contare, in sostanza, solo sul legname e sul ferro nazionale ( S . centrale e Lapponia; modeste sono le riserve di argento, rame, arsenico e zinco), ha portato il paese ad una posizione di privilegio per l'eccellenza qualitativa di una produzione indirizzata verso articoli specializzati e di costo elevato. D'altronde, l'attività industriale si è affermata ormai in quasi ogni ramo: alla mancanza di combustibile supplisce largamente l'energia idroelettrica, che conta impianti fra i più poderosi d'Europa.
La popolazione, assai omogenea dal punto di vista etnico (pochi Finni, e pochissimi Lapponi) e religioso (protestanti), ammonta a ca. 7 milioni di anime ( 15 a kmq.). La sua distribuzione è assai varia, con densità minime nelle regioni settentrionali e forti concentramenti urbani nella S. centrale e nella Gotia. La capitale, Stoccolma ( 715 mila ab.), è di gran lunga il centro abitato più popoloso; degli altri solo Göteborg (346) e Malmö (190) oltrepassano i 100 mila ab.
La S. è ordinata a monarchia costituzionale ereditaria; con un governo rappresentativo bicamerale.
Bibl.: O. Sjögren, S. geogralish beshriving, Stoccolma 19291925; T. Heywood, Backeroond to Sweden, Londra 1931. Giuseppe Caraci
II. Storia civile ed ecclesiaStica. - Lo storico romano Tacito, dopo aver trattato dei popoli della Germania settentrionale, parla dei Suiones, genti assai abili nel maneggio delle armi e provetti marinai. Dal termine Suiones deriva swear e l'odierno Sverige (S.). Secondo Tacito, inoltre, questi Suiones costituivano varie civitates sotto un unico capo. Ca.

(ist. Esc. Catt.)
Svetonio - Incipit delle Vitae degli Imperatori. Nel fregio in basso lo stemma di Federico d'Urbino - Biblioteca Vaticana, cod. Urb. lat. 457, f. 1 ${ }^{\text {I }}$ (sec. xv).
cinque secoli dopo, Jordanes (De origine acti. bisque Getarum, composta intorno al 550 d. C.) parla degli suohans, forma gotica del termine swear, come di uno dei popoli della Scandinavia. Dell'ordinamento statale e della vita sociale della S. in questo periodo nulla si sa.
Nel corso dei secoli gli swear, stabiliti nel territorio intorno al lago Mălar, estesero un po' alla volta la loro sovranità alle altre regioni della S . occupandone la parte orientale. Particolare importanza raggiunse nei secc. vir e tè la città di Birka sorta su un'isola del Mălar, che fu un ragguardevole centro di transito per le relazioni commerciali dell'Europa settentrionale. Il primo tentativo di cristianizzazione fu opera di Anscario (v.), che si recò a Birka verso l'870 e fu nominato poi arcivescovo di Amburgo e legato per le missioni nordiche. A Birka intanto fu inviato un sacerdote sassone, Gautberto, il quale vi rimase per qualche tempo per proseguire l'attività missionaria iniziata da Anscario, ma la diffusione del cristianesimo determinò una reazione assai violenta da parte della popolazione, attaccata alle sue tradizionali divinità, cosicché Gautberto fu costretto a lasciare il paese. L'attività missionaria vi fu interrotta anche dalle scorribande dei Vichinghi, ma il cristianesimo riusci però man mano a metter piede nel paese. Intorno al 1000 si ha notizia del primo re battezzato, Olov Skötkonung. La nuova religione dai centri missionari di Skara, Linköping, Strängnäs, Sigtuna e Västerås, si diffuse grazie anche all'intensa evangelizzazione promossa dell'arcivescovo Adalberto (v.) di Amburgo-Brema. Le pretese degli arcivescovi di Ambur-go-Brema subirono un fiero colpo nel 1104 con la costituzione dell'arcivescovato di Lund (v.), in seguito alle richieste dei re di Danimarca che non gradivano la dipendenza della Chiesa danese (Lund e La Scania, che è la parte me-
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(fot. Nermann)
Svezia - Ponte tra la Norvegia e la S., costruito da ingegneri italiani.
ridionale della S., facevano parte della Danimarca) dagli arcivescovi di Amburgo-Brema, sudditi