volume-11

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, Fouilles et explorations d T. et aux environs, in Bull. arch. du Comité, 1892, pp. 193-96; G. Benet, Les fouilles de T. en 1904, ibid., 1903, pp. 378-94; P. Gauckler, Mosaïques tombales d'une chapelle de martyrs a Thabraca, in Fondation E. Piot. Monuments et mémoires, 13 (1906), pp. 179-227; P. Monceaux, Enquête sur l'épi. graph. chrét. d'Afrique, Parigi 1908, pp. 259-60; P. Gauckler, Inventaire des mosaïques, II, ivi 1911, pp. 330-37, nn. 940-1036; L. Poinasor e R. Lantier, L'arch. chrét. en Tunisie (1920-91), in Atti del III Congresso internaz. d'arch. crist., Roma 1934, p. 403 sgg .

Enrico Josi
TABARELLI, Riccardo. - Teologo stimmatino, n. a Cembra (Trentino) nel 1859, m. a Roma il 9 ott. 1909.

Insegnó filosofia e teologia scolastica, prima nelle scuole della sua Congregazione e poi a Roma all'Apollinare e presso l'Accademia di S. Tommaso d'Aquino, di cui era membro urbano. Partecipò al rinnovamento neoscolastico, stimolato specialmente dai contatti avuti in gioventù con il p. Kleutgen (v.), da cui attinse la solidità dei principi e la sicurezza del giudizio nell'individuare i nuovi errori e nell'uso della teologia positiva, che stava facendo i primi passi. La diretta conoscenza degli indirizzi della filosofia e teologia tedesca, la vasta cultura generale e una particolare efficacia nell'inquadramento dei problemi davano al suo insegnamento una cosi viva tensione che gli alunni superstiti, tra i quali S. S. Pio XII, ricordano ancora per il sicuro e forte orientamento impartito. E la scuola di p. T. non solo passo illesa attraverso la crisi modernista, ma con il suo sano spirito di modernità contribuì efficacemente a rintuzzarla. Combatté inoltre il rosminianesimo (v. L'ottimismo del monde, Parma 1887), il positivismo, il razionalismo e l'antitomismo di Frohschammer in una serie di saggi pubblicati nel Bollettino dell'Accademia di S. Tommaso. Dei suoi corsi teologici sono stati pubblicati il De Deo Uno (Roma 1906), che comprende le qq. 2-14 della Sum. Theol., $1^{2}$, e il De Gratia

Christi (ivi 1908), vasto commento alle qq. 109-11 della $1^{\text {a }}-2^{\text {de }}$. Il p. T., benché scagionasse Rosmini dall'accusa di panteismo, vedeva nella sua concezione dell'essere una derivazione diretta dalla filosofia tedesca, in particolare dal panteismo di Krause (De Deo Uno, cit., p. 125). Nella controversia sull'efficacia della Grazia, impressionato specialmente dalla terminologia di alcuni tomisti del ' 600 , che gli sembrava lesiva dell'umana libertà, inclinò ad una forma di congruismo mitigato (De Gratia, cit., pp. 260 sgg., 313 sgg.) che, anche se non può persuadere in sede di schietto tomismo, testimonia un sincero sforzo di comprensione (riconosciuto anche dalla domenicana Revue d. sciences phil. et théol., 2 [1908], p. 804 sgg.) per salvare l'efficacia intrinseca della Grazia e rendere la divina prescienza indipendente da qualsiasi oggetto estrinseco.

Bibl.: M. Grabmann, Dic Gesch. d. scholast. Methode, I, Friburgo in Br. 1909, p. 23, n.; P. Mondonnet-Destrez, Bibl. thom., Le Saulchoir, Köln 1921, nn. 1475, 1524; A. Michelitsche, Die Kommentatoren z. Summa Theol. des hl. Th. o. A., Graz-Vienne 1924, pp. 39-70; G. Lons, Nel primo centou. della nasc. di un grande teol. trentino, don H. T., in Strenua trentina, 28 (1951), p. 63 sg.

Cornelio Fabro
TABASCO, diocesi di. - Città sulla costa del Golfo di Messico e diocesi dello Stato di T. nella Repubblica del Messico.

Ha una superficie di 30.680 kmq . con una popolazione di 385.086 ab. di cui 322.627 sono cattolici. La diocesi conta 8 parrocchie, servite da 10 sacerdoti diocesani e 1 regolare; ha un seminario, 4 comunità religiose maschili e 4 femminili (Ann. Pont. 1933, p. 413). Il vescovo risiede in S. Juan Batista, fondata nel 1598 sotto il nome di "Villa Filippo II", conosciuta con il nome di "Villa Hermosa" fino al 1826, anno in cui assume l'attuale denominazione.

La diocesi fu creata il 25 maggio 1880 dal papa Leone XIII, per smembramento delle diocesi di Chispas, Oaxaca e Yucatán. Fu suffraganea dell'arcidiocesi di Messico fino al 1891; dal 1891 al 1906 divenne suffraganea di Oaxaca, infine dal 1906 della diocesi di Yucatán.

Bibl.: C. Crivelli, s. v. in Cath. Euc., XIV, col. 423; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LVIII, pp. 1375-77. Enrico Josi

TABEEL. - Con il nome "figlio di T. "è indicato, con un'allusione volutamente un po' misteriosa, in Is. 7,6, un personaggio che il re di Damasco Rasin e quello di Samaria Phaceo (Pogah) avrebbero voluto sostituire al re di Gerusalemme, Achaz, in punizione del suo rifiuto di entrare a far parte della lega antiassira che essi avevano progettata.

I due alleati tentarono di eseguire il loro piano e giungere ad assediare Gerusalemme, ma ne li distolse l'arrivo di Theglathphalasar III, che in quella spedizione abbatté definitivamente il Regno di Damasco (732).

Non si sa chi sia T. né suo figlio; non è nemmeno sicura la pronuncia del nome, che nel testo masoretico è vocalizzato Țâbhē̄al: il primo elemento țâbh
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(par cortesia del prof. d. Zoroite)
Tabernacolo - Sacello "Christi tabernaculum" con la tomba di Faustiniano e base dell'altare (sec. v) - Concordia Sagittaria.

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- buono * in ebr. dovrebbe essere piuttosto fäbh (con $\bar{a}$ aramaizzante; l'individuo designato era un arameo, di Damasco?). Il secondo sora -'al nella tradizione giudaico-masoretica per allusione alla particella 'al, "no, niente", ( - buono a niente"), in realtà sarebbe -'él come nelle versioni. In ebr. il nome dovrebbe essere Tābh'él, o Tābhi'él; cf. assiro Tāb-ilu.

Lo stesso nome portava un impiegato samaritano ricordato in Esd. 4, 7 (ove anche l'ebr. ha Tābhē'ēl).

Giovanni Rinaldi
TABELLA, udienze di. - Si chiamano così quelle udienze, che secondo un determinato turno sono concesse ai cardinali o ai prelati che sono a capo dei vari dicasteri della Curia romana.

Esse sono regolate secondo apposito elenco (tabella) regolato ogni anno dal Sommo Pontefice ed hanno carattere privato. Differiscono perciò dalle udienze speciali concesse alle persone di alto rango amministrativo o sociale, da quelle generali concesse a gruppi più o meno numerosi. Queste si svolgono a seconda del numero dei partecipanti, nelle varie sale o cortili, nella Basilica Vaticana o addirittura nella grande Piazza di S. Pietro. Alla concessione delle udienze è preposto l'ufficio del Maestro di Camera di S. Santità (v.).

Bibl.: G. Moroni, LXXXII, p. 38 e sgg. Quirino Paganuzzi
TABERD, Jean Louis. - N. il 18 giugno 1794 a St-Etienne (Loire), m. a Calcutta il 31 luglio 1840.

Sacerdote il 27 luglio 1817 esercitò il ministero a Lione; nell'ag. 1820 entrò nel Seminario delle Missioni Estere di Parigi ed il 7 nov. dello stesso anno partì per la Cocincina; nel 1824 divenne superiore della Missione, ed il 18 sett. 1827 fu nominato vescovo titolare d'Isauropolis e vicario apostolico di Cocincina, consacrato il 30 maggio 1830 a Bangkok. Si adoperò specialmente alla formazione del clero indigeno e allo sviluppo della antica istituzione delle "Amanti della Croce». Ai primi del 1833 la persecuzione lo obbligò a rifugiarsi nel Siam, dove il re Prasat-Thong gli chiese di accompagnare il suo esercito nella conquista della Cocincina. Il T. si rifiutò e dovette fuggire a Singapore (1834), dove apprese che i cristiani della Cocincina lo ritenevano in parte responsabile delle loro disgrazie ed allora credette più opportuno di farsi dare un coadiutore nella persona di mons. Etienne Cuenit. Dopo averlo consacrato il 3 maggio 1835 andò in India come vicario apostolico interinale del Bengala. Compose un Dictionarium annamitico-latinum e un Dictionarium latino-annamiticum.

Bibl.: A. Launay, Mémor. de la Soc. des Missions Etrang. de Paris, Parigi 1916, pp. 589-90. Antonio Anoge

TABERNACOLI, FESTA dei. - Una delle tre feste annuali d'Israele, con la Pasqua e la Pentecoste, in cui «ogni maschio» doveva «comparire davanti al Signore Iddio" (Ex. 23, 17) a Gerusalemme (festa del pellegrinaggio).

La "festa delle capanne" (ebr. bagh has-sukkāth; Lev. 23-34) era chiamata anche semplicemente "la festa" (Ex. 45, 25), a motivo della sua popolarità e gaiezza, e ritenuta la più "santa" (Filone, De septenario, 10). Veniva celebrata sei mesi giusti dopo la Pasqua, dal 15 al 21 di tibrl, a cui si aggiungeva il 22 tibrl come giorno di
chiusura del ciclo delle feste annuali: il 15 e il 22 era imposta l'astensione dai lavori servili, come al sabato (Lev. 23, 35-36). La notizia del trasferimento di questa festa nel Regno settentrionale al mese successivo, di cui in I Reg. 12, 32-33, è forse dovuta a una glossa.

La f. dei T. aveva fondamentalmente il carattere di ringraziamento a Dio al termine del raccolto dell'uva e in generale dei frutti della campagna, donde il nome di "festa del raccolto" (Ex. 23, 16), e quindi festa di chiusura dell'anno agricolo (cf. "al termine dell'anno" ibid. 23, 16). L'interpretazione che vi vede una originaria festa di capodanno, in corrispondenza ad una usanza cananea (non dimostrata e improbabile) di iniziare l'anno alla "festa d'autunno", è infondata. L'epoca in cui avveniva spiega l'eccezionale dovizia delle offerte che vi si facevano, specialmente i ricchi sacrifici di animali (Num. 29, 12-38), tra il tripudio del popolo, che partecipava ai riti con rami in mano, da agitarsi secondo determinate regole nei momenti salienti della cerimonia (Lev. 23, 40: da una interpretazione di questo testo derivò l'uso di avere nella sinistra un ramo di limone con i frutti [ebr. postbibl. 'ethrāgh], e nella destra un mazzetto di rami di palma e mirto, detto lālābh, o, secondo G. Dalman, lālābh). Inoltre la festa aveva carattere commemorativo in riferimento alle origini israelitiche: doveva ricordare il tempo della peregrinazione nel deserto, quando Israele abitava sotto le tende. Di qui la sua caratteristica : durante gli otto giorni della solennità si abitava in capanne, che si costruivano all'aperto con rami dialberi (la prescrizione relativa risulta solo da Neh. 8, 15). A questa particolarità si riferisce il nome "scenopegia" ( $\sigma \times \eta \nu \sigma \pi \eta \gamma i a$ ) dato alla festa in epoca ellenistica (I Mach. 10, 21; Jo. 7, 2).

Le usanze giudaiche relative alla festa sono descritte in un apposito trattato della Mišnāh (II, 6: Sukkā̄). Tra l'altro vi si parla di una solenne libazione, forse allusiva al miracolo della roccia del deserto (Ex. 17, 1-7), di cui non si hanno che probabili indizi nel Vecchio Testamento (I Sam. 7, 6 ecc.): durante la cerimonia si cantava il testo di Issia sulle "acque di salvezza" (Is. 12, 3). A questo rito alludono le parole di Cristo preferite "nell'ultimo della scenopegia": "Se qualcuno ha sete, venga a me e beva" (Jo. 7, 37).

Bibl.: G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Test., trad. it., II, Torino 1913, p. 253 sgg.; R. de Vaux, Le schisme religieux de Jéroboam I, in Angelicum, 20 (1934), p. 77 sgg.

Giovanni Rinaldi
TABERNACOLO (Tabernaculum). - Dal latino taberna ( $=$ baracca costruita con tavole di legno), indica l'attendamento da campo dell'esercito romano; corrisponde a casetta a doppio spiovente con chiusura a tendaggi (cf. sculture nelle colonne Traiana e Aurelia), e tenda di magistrati romani in missione.

Nella bassa latinità t. equivale anche ad edicola sacra in forma di casa e di qui passò a significare una forma precisa di tomba; non doveva essere dissimile dalle tet-

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(da Studia Eucharistica, Anverso 1818, sec. 8)
Tabernacolo - Torre eucaristica, opera di Matteo Lajens (1420), alta m. 12,50 - Lovanio, chiesa di S. Pietro.
toie teg(u)latae (donde si spiega come sepolcri si trovino sub teglata) una specie di ciborium con un tetto coperto di tegole. Come dice un'iscrizione del sec. v(scavi 1950) di Concordia Sagittaria (Venezia), la voce t. indica anche sacello, cappella funeraria, piccolo vano rettangolare, a celle, la cui apertura era inquadrata da colonnine a guisa di protiro e nicchie, a tre a tre, allineate sullo sfondo a perimetro esterno rettangolare; questo recinto sepolcrale, con copertura a vòtta, era provvisto di altare con reliquie, posto dinanzi alla tomba di Faustiniana, Jamula Christi, la quale raccomanda se stessa e la sua sepoltura "Christi tabernaculo ac sanctorum memoriae». In questo senso t. ricorre anche a Tipasa; infatti accanto alla chiesa martyrium di S. Salsa, un'iscrizione dice che questo oratorio, in relazione al culto tributato alla Santa, era la memoria iniziale, il breve tabernaculum, dove, secondo la Passione, il corpo della Santa aveva riposato.

Nella liturgia cattolica t. è un'edicola chiusa ed elevata, posta nel centro dell'altare dove si conserva la S.ma Eucaristia. Anticamente le sacre Specie si custodivano nel conditorium (armadio) in loculi speciali a forma di edicola, in sacristia, o sotto la mensa dell'altare, nel muro dell'abside; nel sec. xi cominciarono a conservarsi sull'altare (cf. Admonitio synodalis [PL 96, 1375] e Reginone di Prüm, De synodalibus causis [PL 132, 87]), entrando così nell'uso liturgico le colombe eucaristiche sospese sotto il tegurium o ciborium, che richiama ancora il significato primo di t., mentre conditorium richiama il concetto di sepolcro. Nel sec. xir la voce assume nome e funzione di t., come edicola praticata presso i muri dell'altare, notevoli sono pure le torri eucaristiche gotiche. Nel sec. xv si ha il vero e proprio t. Per primo il vescovo di Verona; G. Matteo Giberti (1524-43), costrui nella sua Cattedrale l'altare maggiore con nel mezzo un t. eucaristico. Così sesso diviene ben presto il centro del culto eucaristico con carattere permanente, cioè anche fuori della Messa; e l'arte lo arricchisce con i più eleganti partiti costruttivi e decorativi. La primitiva edicola assume forme di tempietti rettangolari, ottagoni, rotondi, con colonne, statue, marmi, bronzi, ecc. Sopra il tempietto è posta la Croce e nel centro si apre
una porta, quasi sempre cesellata e spesso arricchita di pietre preziose e di figurazioni sacre. Gli schemi artistici classici o barocchi creano una svariata iconografia del t., che, in piccolo, riproduce i partiti della grande architettura. Nel rito bizantino l'artoforio corrisponde al t. del rito latino" (C. Costantini).

Fra i t. più notevoli per valore artistico, elegante struttura e squisita decorazione, vanno ricordati i t. dell'Orcagna in Orsanmichele a Firenze, di Mino da Fiesole nella cappella Medici della chiesa di S. Croce a Firenze, di I. Sansovino nel Museo naz. di Firenze, del Vecchietta sull'altar maggiore della cattedrale di Siena, di A. Riccio nella cappella del S.mo Sacramento della basilica di S. Maria Maggiore a Roma, di G. L. Bernini nella cappella del S.mo Sacramento nella basilica di S. Pietro a Roma (v. anche eucaristia nella liturgia, V, coll. 775-79).

Birl.: Ch. Daremberg-E. Saglio, Tabernaculum, in Dictionn. des Antiq., V, pp. 11-13; G. Jacob, L'arte a servizio della Chiesa, Pavia 1900, passim; E. Diehl, Inscript. lat. christ. est., Berlino 1951, 2064; C. e G. Costantini, Fede ed arte, II, Roma 1946, passim; P. L. Zovetto, T. in un'epige. sepolcr. concordato, in Epigraphica, 11 (1949), pp. 64-67; id., Antichi monumenti cristiani di I. Concordia Sag., Roma 1950, p. 43 spp.

Paolo Lino Zovetto
Norme liturgiche. - L'uso, introdotto dal vescovo di Verona, fu appoggiato dai Papi e nel 1614 Paolo V nella edizione del Rituale romanum in rase obbligatorio per tutta Roma e ne raccomandò l'uso anche ad altre diocesi. Fuori d'Italia tardò ad introdursi, nonostante che il Sinodo provinciale di Tolosa del 1590 lo avesse imposto. Il Sinodo provinciale di Costanza del 1609 invece lasciava libertà per la conservazione della S.ma Eucaristia * vel in ipso altari secundum morem romanum vel in latere sinistro chori prope altare" (F. Rallele, Dev Tabernahol einst a. jetzt, Friburgo in Br. 1908, p. 422). Si continuò così fino al 21 ag. 1863 , quando la S. Congregazione dei Riti impose l'adozione del t. sull'altare, vietando ogni altra forma di custodia della S.ma Eucaristia. L'obbligo è stato ribadito dal can. 1269 del CIC. La Congregazione dei Sacramenti, poi, in data 26 maggio 1938 ha emanato un'Istruzione che dà norme precise in materia (AAS 30 [1938], pp. 198-207). Nell'attuale disciplina della Chiesa la S.ma Eucaristia deve esser dunque conservata unicamente nel t. fisso e inamovibile posto nel mezzo delPaltare. Esso è obbligatorio per tutte le chiese cattedrali e parrocchiali. Nelle cattedrali e collegiate a motivo dell'ufficio corale il t. non deve stare sull'altare maggiore ma in altro altare laterale o in una cappella destinata appositamente a questo fine. Nelle chiese parrocchiali invece il t. deve stare sull'altare maggiore; niente tuttavia proibisce che possa stare in altro altare convenientemente ornato. L'Eucaristia non può essere conservata che in un solo t. (S. Congr. dei riti, decr. 3449, ad 1).

Non vi sono norme riguardanti la forma del t. : essa è lasciata al genio dell'artista; ma è
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(Int. Aliverti. Tabernacolo - T. di Giovanni della Robbia - Firenze, Museo nazionale.

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sempre necessario che abbia una sola apertura e che lo sguardo non penetri nel suo interno. E proibito collocarvi dentro delle lampadine elettriche. L'interno deve essere dorato o ricoperto almeno di seta bianca (S. Congr. dei Riti, decrr. 3150, 3254, 3709, 4035). Il t. non deve servire per base a statue, immagini o reliquie (decr. 2613, 2740); vi può esser collocata sopra la Croce per la Messa, quando non si può provvedere altrimenti (decr. 4136). Il tronetto per la esposizione vi può esser collocato soltanto durante l'esposizione solenne del S.mo Sacramento. Oltre la S.ma Eucaristia niente altro può essere custodito nel t., il quale deve sempre essere coperto da un conopso di stoffa bianca o dei colori liturgici del giorno. L'uso del conopso è tassativo (decr. 3520, 4137), ma in caso di t. grandiosi o artistici la legittima autorità può dispensare dal conopso. La chiave del t. deve essere d'oro o d'argento, e, se di ferro, argentata o dorata, e deve essere gelosamente custodita dal parroco o da persona addetta alla chiesa che riscuota la sua piena fiducia. Davanti al t. deve ardere giorno e notte almeno una lampada alimentata con olio o cera di api, o, in mancanza di esso, su parere dell'Ordinario del luogo, con altri olii vegetali (can. 1271). - Vedi tav. CXIX.

Bibl.: J. Braun, Der christl. Altar, Monaco 1932; L. R. Barin, Catech. litur., I, Rovigo (1934), pp. 306-11; L. Eisenhofer, Comp. di lic., Torino-Roma 1940, pp. 61-62; L. Köster, De custodia S.mae Eucharistiae, Roma 1940; A. Grazioli, Nel centen. della morte di G. M. Giberti, in Scuola cattol., 1945, p. 113 sgg.; M. Righetti, Man. di Stor. Lit., I, Milano 1950, pp. 426-28, Silverio Mattei

TABERNACOLO (TENDA) DI RIUNIONE (cbr. 'öhel, per lo più seguito da möe édh: «t. da convegno»). - Santuario smontabile e trasportabile (Settanta: oxŋvò тoũ paşuplou; Volg. Tabernaculum testimoni o foederii) costruito su ordine divino da Mosè per il culto del popolo d'Israele e officiato fino alla costruzione del Tempio di Gerusalemme.

Fu preceduto probabilmente da una tenda sacra (Ex. 33, 7-11), santuario provvisorio, trasportato da Mosè fuori dell'accampamento in punizione dell'adorazione del vitello d'oro. Quando vi si recava Mosè la nuvola sostava al suo ingresso ed il popolo si prostrava agli ingressi delle tende. In Ex. 16, 33-34, ricorre un luogo davanti a Jahweh v detto ha-'édhuth (s precetto s, indicante forse le tavole della legge), dove si conservò un 'ömer di manna; non risulta se si debba identificare con il detto t. provvisorio o con il T.

La descrizione del T. è in Ex. 25-27; l'esecuzione ibid., 36-38; l'erezione e la consacrazione ibid. 40 (cf. Fl. Giuseppe, Astig. Iud., III, 6). Il principale artefice ne fu Beseleel (v.), figlio di Hur, della tribù di Giuda, coadiuvato da Ooliab, figlio di Achisamech della tribù di

Dan, che all'uopo furono ripieni di spirito di Dio (Ex. 31, 1-11; 36-38). Dio ne mostrò il modello a Mosè sul Sinai. Vi contribuì il popolo con offerte spontanee e vi si impiegarono 29 talenti d'oro (kg. 1400) e 730 sicli, 100 talenti di argento (kg. 4300) e 1775 sicli. Si componeva dell'atrio e del t. o tenda e relative suppellettili.

L'atrio era rettangolare (cubiti 100, ai lati nord-sud, per 50 est-ovest) delimitato da tendaggi di biso ritorto agganciati a colonne ( $20 \times 10$ per lato, alte 5 cub.), con capitelli di acacia (v.) e rivestimento in argento e basi
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(da 2. Roethge, A Dictionary of the Bible, IF, Edinburgo 1609, p. 661) Tabernacolo (Tenda) di riunione - In alto; Piante del T. di riunione: A sirio; $B$ Santo; $C$ Santissimo; a altare degli olocauati; $b$ conca di rame; $c$ altare dei profumi; $d$ candelabro d'oro; e mensa dei pani di proposizione; $f$ Arca dell'Alleanza. In basso: modello del T. con le due coperture rimosse, mostrandi l'armatura: aa copertura con figure di cherubini; bb copertura di pelo di montone; $c$ armatura d'angolo; $d d d$ trasverse; evelo; $f$ tendaggio anteriore.
in bronzo scagliona-
te alla distanza di 5 cub., e tesi con corde agganciate a pioli. L'ingresso era sul lato est, largo 20 cub., costituito da un tendaggio ricamato con violetto, porpora, scarlatto e bisso ritorto pendente da quattro colonne come sopra, sollevabile. Le tende erano infilate a listelli ed appese ai ganci delle colonne; all'atrio potevano accedere tutti gli Israeliti.

Il t. propriamente detto era la sede di Dio, da dove si manifestava ad Israele. Situato al centro dell'atrio con l'ingresso ad est, era un rettangolo lungo 30 cubiti, alto e largo 10 (mq. 75), e diviso da un velo in due parti: 1) il \& Santo $*$, di cubiti 20 lung. $\times$ 10 alt. $\times 10$ larg.; 2) il \& Santo dei Santi* o *Santissimo s, cubo perfetto (cubiti $10 \times 10 \times 10$ ), avvolto in mistica oscurità.
Risultava di un'armatura in legno di acacia rivestito in oro, sostenente un tendaggio prezioso all'interno e protetta da coperte all'esterno. L'armatura si componeva di 48 tavoloni, di cub. 10 alt. $\times 11 / 2$ larg., poggianti ciascuno su 2 basi d'argento e con 2 incastri per l'agganciamento: disposti $20 \times 20$ ai lati sud-nord, 6 ad ovest, 2 rinforzati e forse sporgenti agli angoli di fondo ovest : fasciati tutt'intorno con 15 traverse (di acacia rivestita d'oro), 5 per lato (la sola mediana fasciante tutta la parete), infilate in anelli d'oro infissi ai tavoloni. All'interno si appendevano due pezze tessute come il tendaggio dell'atrio, ma con figure di cherubini, di 5 cubiti ciascuna, ottenute con dieci teli cuciti tra loro (cub. 28 lung. $\times 4$ larg.), allacciate con 50 legacci e 50 fermagli d'oro al di sopra del velo che separava il \& Santo * dal \& Santissimo s.

Le coperte esteriori erano tre. La $1^{2}$ era un tessuto di pelli di capra di cub. $30 \times 4$ (diviso in due pezze, una di 5 , l'altra di 6 teli, $=11$ ) ed unito con legacci e fermagli (di bronzo) come il telo di sopra. Essendo più lungo ed ampio dell'altro (di 4 e 2 cub.), i suoi bambi ricadevano in terra coprendo il velo interno e si ripiegavano sul davanti. La $2^{2}$ copertura era di pelle di montone tinta in rosso, e la $3^{a}$ di pelli di tahal (tasso, dellino, dugong ?). Il velo di separazione del \& Santo \& dal \& Santissimo s era come il velo interno: appeso a 4 colonne di acacia rivestite d'oro e uncini d'oro e con basi d'argento. Una cortina pendeva all'ingresso del \& Santo \& ed era come la precedente: lavoro di intreccio, ma senza cherubini; appesa a 5 colonne come sopra.

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Tabitha - S. Pietro resuscita T., del Guercino (sec. xvII) - Firenze, Galleria Pitti.

Il T. racchiudeva gli arredi del culto. Nel "Santissimo " era l'Arca dell'Alleanza (v.). Nel "Santo": 1) la mensa dei pani della proposizione (v.), rettangolare (cub. 2 lung. $x$ I larg. $x$ I $1 / 2$ alt.), di legno di acacia rivestito d'oro: con un listello d'oro per tenere fermi i piedi oppure con un bordo d'oro agli orli della mensa; in 4 anelli d'oro s'infilavano le stanghe; vi si collocavano 12 pani (corrispondenti al numero delle 12 tribù); poi palette, piattelli, coppe e tazze, tutto in oro, per le libazioni; 2) il candelabro (v.) a sette bracci al lato sud; 3) l'altare dei profumi (v. altare) tra la mensa e il candelabro. Il profumo era composto di stacte (styrax officinalis), onice (unguis odoratus), galbano, incenso (boswellio thurifera). Nell'atrio, infine, vi era l'altare degli olocciati e la conca ( "mare") di rame, con sottocoppa per l'acqua delle abluzioni dei sacerdoti officianti (Ex.30, 17-21; 38, 8). Il simbolismo del T. è evidente (cf. Hebr. 8-9; Apoc. 13, 6; 15, 5; 21, 3). Ogni oggetto aveva un simbolismo proprio.

In sei mesi furono costruite le singole parti separatamente, ed il $1^{\circ}$ giorno di nfale del $2^{\circ}$ anno dell'Esodo il T. fu eretto e consacrato da Mosè : la nuvolo-gloria di Jahweh l'avvolse prendendone possesso (Ex. 40). Il T. seguì gli Israeliti nelle loro vicende dal deserto alla Terra Santa: in Galgala (Ias. 4, 19; 5, 10; 9, 6; 10, 6 sg. 9. 15. 43; 14, 6); in Silo (ibid. 18, 1; 19, 31; Iudc. 18, 31; 21. 19; I Sam. 1-4; 14, 3; Ps. 78, 60); in Nobe (I Sam. 21, 1); in Gabaon (I Par. 16, 39; 21, 29; II Par. I, 3); sul Sion (I Reg. 3, 4). Costruito il Tempio, fu conservato come una reliquia in una sala superiore di esso. Geremia l'avrebbe nascosto insieme all'arca in una caverna del M. Nebo prima della caduta di Gerusalemme (587); dopo l'esilio non fu più ritrovato (II Mach. 2, 4-5).

La storicità del T. fu negata dalla scuola di Wellhausen (proverrebbe dal documento $P$, e riprodurrebbe il modello del Tempio di Gerusalemme). Ma la sua fabbricazione era richiesta dalle esigenze cultuali. Oggi vi si riscontrano tradizioni anteriori al Tempio di Gerusalemme (C. R. North, J. Engnell, ecc.), e si concede l'esistenza dell'anfictionia delle 12 tribù intorno ad un santuario centrale (M. Noth, A. Alt, M. Frank, J. Cross) o ad una tenda sacra (T. H. Robinson).

Bibl.: P. X. Kortleitner, Archacol. Bibl., Innsbruck 1917, pp. 50-102 (bibl. a p. 50 sg.); M. Noth, Das System der zwölf Stämme Israels, Stoccarda 1930; M. Frank, Staatenbildung der Israeliten in Palästina, Lipsia 1930; E. Kalt, Archeol. Bibl., trad. it., $2^{2}$ ed., Torino 1944, pp. 94-102; J. Cross, The tabernacle, in Bibl. archaeologist, 10 (1947), n. 5; W. O. E. Oesterley-T. H. Robinson, Hebrew religion, Londra 1949, p. 162 sg.; G. E. Weight, The Old Test. against its environment, ivi 1950, pp. 24.

61: T. H. Robinson, A bist. of Israel, I, Oxford 1921, p. 110; C. R. North, in The Old Test. and modern Study di H. H. Rowley, ivi 1951, p. 69; W. F. Albright, De l'âge de la pierre à la chrétienté, trad. fr., Parigi 1951, p. 195.

Bonaventura Mariani
TABITHA (Təßı $\delta \dot{a}$ ). - Cristiana ( $\mu \alpha-$ $\theta \dot{\eta} \tau \rho \alpha \alpha$ "discepola ") della primitiva Chiesa di Ioppe, risuscitata da s. Pietro (Act. 9, 36-42).

Con le sue sostanze soccorreva i bisognosi ed era "ricca di opere buone". E possibile appartenesse al gruppo delle "vedove" (il cod. Sessoriano 82 la dice "vedova"), già organizzate fin dal tempo dell'ordinazione dei sette Diaconi (Act. 6, 1), benché forse ancora non così come appare da I Tim. 5, 9 sgg. Venuta a morte mentre s. Pietro si trovava a Ladda, tre ore da Ioppe, fu da lui risuscitata in circostanze che in parte richiamano la risurrezione della figlia di Giairo (Mc. 5, 33-43), alla quale infatti s. Pietro aveva assistito e che s. Luca poteva conoscere anche dal Vangelo di s. Marco. A torto gli acattolici Baur, Holtzmann, Pfleiderer, Knopf considerano questo miracolo un "doppione" per negarne la storicità.
T. è trascrizione dell'aram. tébita (ebr. sebhijjäh, greco $\theta \dot{\eta} \sigma \dot{\alpha} \dot{\alpha} \dot{\eta}$ ), "gazzelia" (considerata dai Semiti e dalla Bibbia come tipo di bellezza; cf. l'ebr. sébhî, " ermamento "); era molto usato come nome di donna a somiglianza di altri nomi di animali (Rachele, Debora, Iemina).

Bibl.: E. Jecquier, Les Actes des Apôtres, Parigi 1926, pp. 307-10; J. Viteau, L'institution des diacres et des veuves, in Revue d'histoire ecclésiastique, 22 (1926), pp. 321-26. 328-34; A. Steinmann, Die Apostolgeschichte, Bonn 1934, p. 101 sg. (con bibl.); G. Ricciotti, Gli Atti degli Apostoli tradotti e commentati, Roma 1951, p. 179 sg.

Archeologia. - In un frammento di sarcofago di Arles è rappresentata la scena del miracolo della resurrezione di T., secondo la narrazione degli Act. 9, 36-42: l'Apostolo si avvicina al letto dove fa defunta T. è deposta, le prende il braccio ed essa si solleva; in primo piano sono due vedove velate, dinanzi all'Apostolo due altre figure femminili in ginocchio. Lo stesso soggetto è stato identificato da G. Wilpert in un sarcofago di St-Maximin; esso poi è riprodotto in un avorio del British Museum.

BibL.: O. M. Dalton, Catalogue of the isories of the British Museum, Londra 1909, tav. 7, n. 292; Wilpert, Sarcofagi, I, tav. 145, 6-5.

Enrico Josi
TABORA, vicariato apostolico di. - E situato nella parte centro-occidentale del territorio del Tanganika ed è affidato alla Società dei Missionari d'Africa (Padri Bianchi).

L'ir genn. 1887, in seguito alla divisione dell'allora pro-vicariato di Tanganika, fu eretto il pro-vicariato apost. di Unyanembe, il cui vasto territorio subì in seguito diverse riduzioni per la creazione di nuove circoscrizioni ecclesiastiche con conseguenti modifiche di confine, e nel 1897 fu eretto come vicariato apost. Il 13 maggio 1925 il suddetto vicariato ebbe mutato il nome in quello di T.

Ha una superficie di 85.000 kmq . con 431.000 ab . di cui cattolici indigeni 25.748 , esteri 200, catecumeni 6307 , protestanti ca. 9000 , maomettani ca. 46.000 , pagani ca. 340.000 . Sacerdoti indigeni 1, esteri 38 , fratelli laici 7 , suore 89 , di cui 63 indigene con 7 novizie; seminari : 1 regionale con 65 alunni, 17 dei quali appartenenti al vicariato apost. di T. Numerose (86) e ben frequentate le scuole. In 8 centri vi è una associazione maschile e femminile per l'Azione Cattolica. Una tipografia, di proprietà del vicariato, stampa un periodico in 7500 copie.

BibL.: AAS, 17 (1927), p. 447; MC, 1950, p. 190; A Cath. Direct. of East Africa, Mombasa 1950, pp. 103-106. Carlo Corvo

TABORITI: v. BOEMI FRATELLI.
TABRA e TABRATHA, santi martiri : v. TEONESTO, TABRA E TABRATHA, santi martiri.

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TÀBU (TÁpu). - Parola polinesiana risultante da due elementi : ta "marcare, notare", bu particella intensificativa, conservanti ciascuno il proprio accento, onde si pronunzia tábu, con significato di cosa di cui è proibito l'uso e il contatto; la parola t. è entrata nell'etnologia religiosa per esprimere l'interdizione sacra con significato analogo a quello del lat. sacer e del greco $\dot{\alpha} \gamma_{10} \varsigma$ ( $\dot{\alpha} \gamma \gamma^{\prime} \varsigma$ ).

La violazione di questa interdizione porta con sé sanzioni non tanto di carattere giuridico quanto provenienti dal potere soprannormale che si sprigiona dalla persona o dalla cosa t. e appare come la manifestazione di una invisibile, ma presente forza nociva.

Il t. è «ambivalente» ha cioè un doppio aspetto positivo e negativo, favorevole e sfavorevole secondo la condizione sacrale delle persone che vengono con esso a contatto. A quelle che stanno nelle disposizioni volute il contatto oltre a non recar danno, ne aumenta la sacralità; a chi non si trova nelle volute condizioni il contatto è dannoso. Una volta venuto in contatto con la persona o la cosa t., sia legittimamente sia illegittimamente, l'individuo rimane "tabuato", cioè investito agli stesso di un influsso che potrà recare agli altri effetti funesti, se prima di rientrare nella vita normale non venga annullato mediante una purificazione (v.).

Varie SPECIE DI T. - Persone. - In Oceania, dove il t. ha trovato l'applicazione più vasta, la persona del re (e dei sacerdoti) era talmente sacra che qualunque cosa egli toccasse la rendeva interdetta, per cui doveva lasciarsi imboccare e nessuno poteva avvicinarlo né pronunziare il suo nome, né violare la sua proprietà. Il t. delle persone sacre esiste in tutte le religioni non cristiane; basti ricordare in Roma i t. a cui era sottoposto il flamine Diale.

Cose. - Anche gli oggetti, i luoghi, i nomi in relazione con la sacralità sono t. Come principio generale si può affermare che sono, religiosamente, t. o interdetti tutti gli oggetti o usi più recenti rispetto a quelli più antichi. Così si spiega nella religione romana e nella superstizione popolare il t. che colpisce, per gli usi religiosi, il ferro, metallo di uso più recente e di lavorazione più misteriosa rispetto al rame; il t. che grava sul luogo e gli oggetti dell'iniziazione giovanile e delle società segrete dei selvaggi nei riguardi delle donne e dei fanciulli; il t. che grava su alcuni cibi (in molti casi residuo di credenze totemistiche) : il pesce a Gerapoli di Siria, il canguro presso varie tribù australiane, le carni in genere presso gli orfici, le fave presso i pitagorici, ecc.

Tempo. - Anche certi giorni e periodi di tempo possono essere t. specialmente in relazione a fenomeni lunari o a ricorrenze o circostanze della vita sociale: caccia, pesca, guerra, agricoltura, feste varie.

Malattia e morte. - Dato il concetto animistico che la malattia e la morte sono effetto di mali spiriti o comunque di mali influssi o potenze penetrate nell'organismo, si capisce che il malato e il cadavere siano t. e che coloro che sono venuti con essi a contatto siano rimasti contagiati dalla medesima impurità.

Sesso e sangue. - I t. sessuali sono assai numerosi e si estendono da quanto è connesso con il fenomeno della generazione (fecundazione, gravidanza e parto), fino ai t. della parentela (v. esodamia; incesto), particolarmente a quello della suocera, rimasto come argomento di scherzo nel folklore universale. Con il tempo il t. tende a sparire come interdizione di carattere religioso-sociale. Non sparisce del tutto però, giacché rimane vivo in tutti i casi di credenze animistiche individuali ( t . funerari, sessuali, alimentari, ecc.), in parte incorporandosi all'etica sociale, in parte restando come sopravvivenza negli strati meno evoluti della popolazione.

Bibl.: G. Turner, Samoa a hundred years ago and long before, Londra 1884; W. W. Skeat, Malay Magic, ivi 1900; A. Van Gennep, Tabou et totémisme à Madagascar, Parigi 1904; J. G. Prassi, The Golden Bough, III, Taboo and the perils of the soul, Londra 1911; E. Durkheim, Les formes élémentaires de la vie relig., Parigi 1912; R. R. Marett, The threshold of religion, Londra 1914; H. Webster, Rest Days. A study in early
law and morality, Nuova York 1916; F. R. Lehmann, Die polynesischen Tabusitten, Lipsia 1930; J. Lublinski, Ursprung und Entwicklung des Begriffes tabu, in Studi e mat. di storia delle relig., 13 (1927), pp. 215-26. Nicola Turchi
«TABULAE LUSORIAE»: v. GIUOCHI.
TACÁMBARO, diOcesi di. - Città e diocesi del distretto di Messico, nello Stato di Michoacan (Repubblica del Messico).

Ha una superficie di 30.000 kmq . con una popolazione di 250.500 ab. dei quali 250.000 cattolici; conta 27 parrocchie servite da 44 sacerdoti diocesani; ha un seminario, 8 comunità religiose femminili (Ann. Pont. 1953, p. 413).

La diocesi fu eretta con decreto della S. Congregazione Concistoriale il 26 luglio 1913 con 7 parrocchie della diocesi di Yucatán e 16 della diocesi di Zamora. Il suo primo vescovo, mons. Leopoldo Lara, prese possesso della diocesi solo nel 1920. E suffraganea dell'arcidiocesi di Morelia.

Bibl.: AAS, 5 (1913), p. 430; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LVIII, p. 1460. Enrico Josi
TACCA, Pietro. - Scultore ed architetto, n. a Carrara il 6 sett. 1577, m. a Firenze il 26 ott. 1640.

Stabilitosi a Firenze nel 1592, entrò alla scuola del Giambologna, sotto la direzione del quale collaborò, tra l'altro, alle porte di sinistra del duomo di Pisa (Adorazione dei Magi, 1601). Alla morte del maestro, gli succedette ( 1609 ) nella carica di a statuario di corte e e ne terminò varie opere, tra le altre il Monumento a Ferdinando I nella piazza della S.ma Annunziata di Firenze. Tra i lavori giovanili oltre la Statua equestre di Filippo III di Spagna a Madrid (1613), va annoverato, probabilmente, anche il popolare Porzellino in bronzo della Loggia del Mercato Nuovo in Firenze, replica di un antico originale in marmo degli Uffizi. Il capolavoro del T. sono i Quattro mori collocati ( 1623 e 1625 ) sulla base del Monumento a Ferdinando I eretto dal Bandini a Livorno, che già preannunciano il barocco. Vicino al Giambologna il T. è pure nel gusto delle due fontane della piazza della S.ma Annunziata in Firenze (collocate soltanto nel 1641) che gli erano state commissionate per Livorno. Dopo aver eseguito i modelli per le statue colossali in bronzo dorato di Ferdinando I e Cosimo II per la cappella dei Principi in S. Lorenzo di Firenze, attese (post 1634) al Monumento equestre di Filippo IV di Spagna (Madrid) audacemente realizzato con il cavallo che si impensa sulle zampe posteriori (per questo suo lavoro il T. ebbe presente un ritratto di quel re dipinto dal Rubens), che fu collocato nel 1642 dal figlio Ferdinando (n. a Firenze nel 1619, m. ivi nel 1686) suo discepolo e continuatore, autore, tra l'altro, del bel Bacchino della fonte di piazza di Prato.

Bibl.: anon., s. v. in Thieme-Becker, XXXII (1938), pp. 390-91, con bibl. anteced.; V. Martinelli, Appunti Romanhi à la sculpture ital. de la première moitié du XVII e siècle, in XVII Congrès intern. d'hist. de l'art. Résumé des rapports, Amsterdam 1959, p. 36 sgg. Amalia Mezzetti

TACHARD, Guy. - Gesuita missionario, n. ad Angoulême il 7 apr. 1651 ; m. nel Bengala il 21 ott. 1712.

Dopo vari anni di insegnamento nei Collegi dell'Ordine, accompagnò il maresciallo D'Estrées in un lungo viaggio nelle colonie dell'America meridionale ( $1680-84$ ); nel 1685 visitò con l'ambasciatore francese. M. Chaumont, la corte del Siam, tornando quale interprete con gli ambasciatori siamesi, che presentò a Luigi XIV e al Papa; nel 1689 ripartì per l'India, esercitando il suo ministero nel Bengala.

Oltre a parecchie lettere importanti, inserite nelle Lettres édifiantes et curieuses (II, Parigi 1843, pp. 317-29; 425-37) pubblicò: Voyages de Siam des Pères fésuites envoyez par le Roy aux Indes et à la Chine, avec leurs observations astronomiques et remarques de physique, de géographie, d'hydrographie et d'histoire (ivi 1686; vers. it., Milano 1693); Second voyage du p. T. et des fésuites, envoyez... au Royaume de Siam avec... (ivi 1686). Le due

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(da Ch. Johnen, Geschichte der Strougraphic, I. Brellino 1811. p. 186)
Tachigrafia - Stele dell'Acropoli di Atene ( 350 a. C.) - Atene, Museo nazionale.
opere segnano un punto importante nella storia e nella geografia dell'Asia.

BibL.: Sommervogel, VII, coll. 1802-802; Streit, Bibl., V, p. 628 sgg.

Celestino Testore
TACHÉ, Alexandre-Antonin. - Arcivescovo di St. Boniface, n. il 23 luglio 1823 a Fraserville (Canadá), m. a St-Boniface il 22 giugno 1894. Nel 1845 entrò fra gli Oblati di Maria Immacolata ed in quell'anno partì per la missione del Fiume Rosso, lavorando con successo tra gli indiani ed i meticci.

Nel 1851 fu coadiutore del vescovo Giuseppe Norberto Provencher, e nel 1853 assunse il governo della diocesi di St-Boniface, comprendente all'epoca tutto il nord-ovest canadese. Promosse e diresse la missione indiana, che gli Oblati avevano estesa fino all'estremo nord. La parte settentrionale fu smembrata, poi, nel 1862 per erigere il vicariato apostolico di Athabasca-Mackenzie. Con animo intrepido e spirito chiaroveggente evith i pericoli provenienti dall'incorporazione della regione nella Confederazione canadese nel 1870 e dalle numerose immigrazioni. Nella ribellione dei meticci nel 1871 riusci ad evitare spargimento di sangue. Nel 1871 fu staccata la diocesi di St-Albert e St-Boniface fu elevata ad arcidiocesi. Con grande zelo promosse lo svolgimento dell'arcidiocesi, erigendo parrocchie, chiese, cappelle, scuole. Nel 1889 tenne il primo Concilio provinciale. La sua avveduta attività in favore delle scuole cattoliche fu improvvisamente stroncata dalla legge del 19 marzo 1890 , emanata dal governo liberale della provincia di Manitoba. La sua protesta non ottenne altro che il permesso di erezione di scuole cattoliche, sotto condizione del pagamento di tasse anche per le scuole statali. E riconosciuto come l'organizzatore della Chiesa cattolica nel nordovest canadese.

BibL.: Dom Benolt, Vie de mar T. archevêque de St-Boniface, 2 voll., Montréal 1904; A. G. Morice, Hist. de l'Eglise cath. dans l'Ouest canadien, II e III, ivi 1922; L. Lejeune, Dist. général du Canada, II, Ottawa 1931, pp. 687-88; Streit, Bibl., III, n. 2365.

Giovanni Rommerskirchen
TACHIGRAFIA. - La t. (dal gr. $\pi \alpha \chi \dot{\alpha} \varsigma$ e rapido e $\pi \rho \alpha \varphi \dot{\eta}$ «scritto»), modernamente detta «stenografia», è scrittura abbreviata con adatti segni e regole, al fine di risparmiare tempo e spazio e di raccogliere il discorso.

Agli Egizi ed agli Ebrei (ca. 1000 a. C.) si fanno risalire le prime abbreviazioni (v.) della scrittura,
ideate per risparmiare lavoro e materiale, o per segretezza. Ma quando si manifestò il bisogno di seguire e conservare le parole degli oratori ed i pubblici dibattimenti, si cercò di sostituire alle comuni abbreviazioni nuovi e speciali espedienti di scrittura: semplificazioni di lettere, variazioni di segni e formazioni monogrammatiche, da cui derivò una particolare grafia.

Si ritiene che in Grecia siano sorti tentativi di tal genere fin dal sec. Iv a. C., in seguito allo sviluppo dell'eloquenza ed alla divulgazione filosofica, e si attribuisce a Senofonte (cf. Diogene Laerzio, Vita Xen., II, 48), la raccolta dei discorsi di Socrate mediante $\pi \eta \mu \varepsilon \lambda \mathrm{s}$, o segni (dotinti dai $\gamma \mu \dot{\alpha} \mu \alpha \tau \alpha$, o lettere comuni). Non si hanno tuttavia tracce di questa antica t. greca ed è ancor dubbio se ad essa appartengano i segni di una lapide dell'Acropoli ( 350 a. C.), ora nel Museo nazionale di Atene, e quelli di due tavole del sec. III ritrovate nel 1894-95 fra le rovine del tempio di Apollo a Della. I più vecchi e sicuri saggi di t. greca risalgono ai secc. It-Iv d. C. (pietra sepolcrale di Asterio a Salona, papiri di Lipsia, sillabari).

Maggiori sono le notizie circa la t. latina. Al poeta Quinto Ennio vengono attribuite (Isidoro, Etym., II, 22) le prime notae vulgares; Marco Valerio Probo determinò un sistema di sigle (singulae litterae) in opposizione ad uno veramente tachigrafico. Ma il più noto è quello che ebbe nome da M. Tullio Tirone (roo-4 a. C.), liberto di Cicerone, la cui prima applicazione sarebbe avvenuta, secondo Plutarco, il 5 dic. del 63 a. C., raccogliendosi in Senato, per disposizione di Cicerone console, il discorso di Catone Uticense contro Catilina.

Anche dell'opera di Tirone non si ha però diretta conoscenza. I più antichi documenti con note tironiane (così denominate dal sec. Iv in poi) risalgono al sec. ix-x (Commentari di Cassel, Parigi, Berna, Madrid) e da essi si è cercato di desumerne storicamente la formazione e lo sviluppo. Secondo gli studi più recenti, le notae consistevano anzitutto nella semplificazione delle sigle e lettere già in uso, specialmente della scrittura corsiva, potevano avere forme multiple e varie posizioni, esser tracciate diritte o rovesciate, secondo i significati da assumere e le parti, iniziali o secondarie, delle parole da indicare. I segni potevano combinarsi sul tipo delle legature antiche; si usavano pure largamente la contrazione e il troncamento, l'incrociamento e il punto, ricorrendosi, per necessità di distinzioni, anche a segni greci o di scritture italiche. Dal sec. I, con lo svilupparsi di una t. greca in corrispondenza alla diffusione della cultura ellenica, si notano anche reciproche influenze greco-latine nella formazione monogrammatica, con più deciso uso di due qualità di segni : signum principale, per la parte fondamentale della parola, signa auxiliaria (piccoli e tracciati come esponenti) per le desinenze. Sebbene non sia stato possibile ricomporre, nonostante vari tentativi, una grammatica tironiana, si è ormai certi che questa t. non consisteva soltanto in una raccolta di segni convenzionali da tenere faticosamente a memoria.

Allo sviluppo della t. romana altri contribuirono dopo Tirone, e specialmente Vipsanio Filargio, liberto di Agrippa (13 a. C.), Aquila, liberto di Mecenate (8 a. C.), e Seneca, forse il filosofo, che raccolse il tutto (come attesta s. Isidoro) e lo ordinò in 5000 note; della sua diffusione pariano gli scrittori fin dal sec. I a. C. (Cicerone, Quintiliano, Orazio, Ovidio, Marziale, Manilio, Plinio). Ausonio (v.) le dedicò un'ode. Nuovo incremento ebbe dal cristianesimo ad opera dei notarii o exceptores, che registravano i processi dei martiri, talvolta essi stessi condannati (s. Genesio d'Arles, s. Adriano di Nicomedia, s. Cassiano di Tangeri) per aver gettato tavolette e stile

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ed essersi dichiarati cristiani. S. Cassiano d'Imola (v.) sarebbe stato fatto martirizzare dai giovanetti ai quali insegnava t. S. Cipriano, vescovo di Cartagine, aggiornò le note ad uso della Chiesa ed esse ebbero poi larga applicazione nella propaganda del verbo cristiano.

Non è escluso che la t. contribuisse alla redazione dei Vangeli e si ritiene che s. Paolo dettasse a tachigrafi (cf. L. De Grandmaison, Jésus Christ, I, Parigi 1929, p. I; G. Ricciotti, Paolo Apostolo, Roma 1946, cap. 8 e altrove). Più sicure notizie se ne hanno riguardo ai Padri della Chiesa, sia in Oriente che in Occidente, che talvolta vi accennano nelle loro opere; specialmente s. Girolamo (J. de Ghellinck, Sulle orme dei primi scrittori cristiani, in Cio. Catt., 1934, II, pp. 43-56) e s. Agostino, che se ne valse per i suoi colloqui, scritti e contradditori (P. Gorla, S. Agostino, Milano 1936, pp. 483, 487, 614, 695). Un servizio stenografico fu organizzato, con l'interessamento dello stesso s. Agostino, per la Conferenza di Cartagine (411). Si ha d'altronde notizia che fossero impiegati notari in vari concili e sinodi della Chiesa, a cominciare dal Concilio di Nicea (325).

Sotto l'Impero di Bisanzio e durante il dominio barbarico in Italia, i notari ebbero uffici e collegi presso le corti e da essi prese origine il notariato (v. 2007 ato ). Così pure alla Corte pontificia, con i papi Gelasio, Vigilio, Pelagio e s. Gregorio Magno, le opere del quale furono conservate dal suo tachigrafo Emiliano. In quest'epoca si fanno rari gli esempi di t. oratoria; i segni tachigrafici, alternati con le abbreviazioni della scrittura comune, sono invece piuttosto frequenti nei documenti e, come signum recognitiumis, nei diplomi regi e imperiali, specialmente dei Mervvirgi e dei Carolingi, ed anche nelle bolle papali; mentre il maggior uso di note tironiane, a scopo brachiografico, si riscontra nei codici redatti negli scrittori monastici (Montecassino, Bobbio, Fulda, Corbie, Reims, Tours, S. Gallo); sicché le abbreviazioni della scrittura vengono spesso a conformarsi a quelle della t., delle quali non poche rimangono nell'uso corrente.

Dal sec. vi all'xi si forma intanto ed entra nell'uso documentario una t. sillabica greca (sistema bizantinocgiziano e sistema di Grottaferrata, attribuito a s. Nilo iuniore) e latina (quest'ultima si credette sorta nella cancelleria longobarda in seguito alla decadenza e trasformazione delle note tironiane). Lo Schiaparelli ne distingue due tipi (antico e nuovo) e nel 1887 ne furono da J. Havet scoperti saggi nelle bolle di papa Silvestro II.

Fra i codici che si conservano con note tachigrafiche greche sono notevoli il cod. Nomos (Brit. Mus., Add., 18231) del 972, il ms. Par. 3032 dell'Ars rethorica di Ermogene, e il cod. Vat. gr. 1809 in caratteri di Grottaferrata. Con note tironiane sono il Breviarium Alaricionum, i Capitolari dei re Franchi, pubblicati nel 1747 a Parigi
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(fot. Enc. Catt.)
Tachigrafia - Messa in note tironiane (sec. 1x) - Biblioteca Vaticana, Reg. lat. 191, f. 567.
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Tachigrafia - Ars Notaria Aristotelis con note tachigrafiche. Firenze, Biblioteca Laurenziana, cod. Laurent. XXX, 29 (sec. xIII).
dal benedettino P. Carpentier (Alphabetum Tironianum), un manoscritto di s. Martino di Tours contenente le Bucoliche e le Georgiche di Virgilio, un testo di s. Isidoro che trovasi a Venezia, una Messa tutta in note, proveniente dal monastero di St- Remy e posseduta dalla Biblioteca Vaticana (cod. Reg. lat. 191), I Salieri di Parigi e di Berna. Una ripresa ebbe la t. in Inghilterra ad opera del monaco J. Tilbury (1115-90), ritenuto autore dell'Ars notaria (1174), tentativo di nuovo sistema a criteri grammaticali, che si distacca dalle note tironiane (cf. V. Rose, Ars notaria, in Hermes, 8 [1874], pp. 303-26), ma che non sembra abbia avuto pratica applicazione. Se ne trovano due copie manoscritte, a Londra e ad Oxford, e un codice del sec. xit (Plut. XXX, 29) alla Biblioteca Laurenziana di Firenze, col titolo di Ars notaria Aristotelis.

La t. si effermò largamente nelle Università medievali per raccogliere le lezioni dei giureconsulti ed ebbe fra i suoi cultori anche s. Tommaso d'Aquino, di cui si conserva alla Biblioteca Casanatense di Roma l'autografo tachigrafico (ms. 3997) di una pagina del Super Boetium de Trinitate. Alla t. fa pure allusione Dante (Par., XIX, 133-35), ed essa, sebbene ormai allontanatasi dalle note tironiane e confusa con la steganografia (scrittura segreta) o con le abbreviazioni convenzionali del tempo, sopperisce all'oratoria religiosa (secc. xIII-27I) con la raccolta delle prediche volgari di s. Bernardino da Siena, ad opera del cimatore di panni Benedetto di Mastro Bartolomeo (1427), delle prediche di