07).
Opere (limitatamente alle tappe fondamentali dello stile): 1569, progetto per il Palazzo dei Godi (Vicenza), esercitazione ancora retorica; 1574, Villa Verlato a Villaverla e Palazzo Trissino al Duomo (Vicenza) del 1577, la cosa più bella del periodo giovanile; 1582, progetto delle Procuratie Nuove in Piazza S. Marco: più della facciata interessano la sistemazione interna ed i cortili a logge sovrapposte; 1582, - monumento funebre per il Doge da Ponte, alla Carità; progetto per il teatro di Sabbioneta (Mantova), ritorno alla concezione serliana (1590); Villa Contarini a Loregia; 1591, chiesa dei Tolentini (Venezia); 1592, Palazzo Trissino al Corso (Vicenza), capolavoro dell'artista nella sua perfetta rigorosità stilistica; 1597, Villa Molino alla Mandria (Padova); 16061607, progetti per il duomo di Salisburgo, eseguiti da altri con modifiche; 1609, Palazzo Contarini dagli Scrigni sul Canal Grande, importantissimo per l'architettura veneziana del secondo ' 700 ; 1611 , progetto per il Palazzo Ravaochieri (Genova), ritorno alle origini serliane. Terminò anche, dal 1580 al '91, la «Rotonda» del Palladio, forse abbassandone la cupola; ed esegui dal 1584 all' 85 le scene dell'Olimpico, turbando l'equilibrio spaziale del teatro palladiano, che si doveva concludere al proscenio. - Vedi tav. I.
Bibl.: opere: L'idea dell'architettura universale, Venezia 1615 (con parecchie odd. anche straniere, specie del lib. VI degli Ordini; importante quella di Leida del 1713, con tavole inedite). Doveva avere 10 libri; ma se ne pubblicarono solo 6. - Studi: T. Ternenza, Vita delle S., Venezia 1770; A. Ricci, Stor. dell'archit. in It., III, Modena 1860, pp. 402-13; B. Morsolin, Viaggio ined. dello S. da Parigi a Venezia, Venezia 1881; T. Buzzi, Il "teatro all'antica" di V. S. in Sabbioneta, in Vedalo, 8 (1928), pp. 221-52; F. Franco, La scuola scamozziana di stile severo, in Palladio, 1937, n, pp. 39-70; R. Palluochini, V. S. e l'archit. veneta, in I' Arte, 29 (1936), pp. 1-36; id., s. v. in Thieme-Becker, XXIX, pp. 524-27 (con bibl. anteriore e regesto); F. Barbieri, V. S. studioso ed artistin, in La Critica d' Arte, $3^{2}$ serie, 9 (1949), pp. 222-30, 300-13. Emilio Lavegnino
SCANAROLI, GIOVANNI BATTISTA. - Ecclesiastico insigne per opere di carità, n. a Modena nel 1579, m. a Roma il 10 sett. 1664. Frequento le scuole dei Gesuiti e nel 1598 entrava nel noviziato di S. Andrea a Monte Cavallo in Roma, ma dietro incitamento dei parenti ne uscì passando a frequentare l'Università di Macerata ove si addottorò in giurisprudenza (1604).
Fu quindi a Roma avvocato dei cacerati per ca. 40 anni, protettore dell'Arciconfraternita della carità, cittadino ro-
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mano (1613), sopraintendente generale dei beni della famiglia Barberini, sacerdote (1622), vescovo di Sidone e Tiro (1630), vicario del card. Barberini per la basilica di S. Pietro. Sua predilezione però furono sempre i poveri abbandonati, le vedove, le zitelle, i carcerati, che favorì e difese con l'ingegno e la fatica e soccorse con migliaia di scudi. Negli ultimi anni di sua vita si ritirò nuovamente nel suddetto noviziato dei Gesuiti, ove morì, lasciando, insigne monumento del suo sapere e della sua mirabile attività, l'opera De visitatione carceratorum libri tres (Roma 1655 e 1675). Un esemplare di quest'opera rara (ed. Roma 1675) conservasi nella Bibl. naz. di Modena.
BibL.: L. Vedriani, Catalogo de' vescovi modenesi (con ritratto). Modena 1669, pp. 174-77; G. Tiraboschi, Biblioteca modenese, V, Modena 1784, p. 40 (è da correggere in quanto dice lo S. dimenticato dal Vedriani): L. Ughi, Disionaria storico degli uomini illustri ferraresi, II, Ferrara 1804, p. 162; L. Oreste, Elogio di G. B. S., arciv. di Sidone, Roma 1842; C. L. Morichini, Degli istituti di carità per la sussistenza dei poveri e dei prigionieri in Roma, Roma 1870, pp. 733-88. Felice da Mareto
SCANDALO. - Significa qui tutto ciò che può costituire difficoltà nell'esercizio del bene od essere diretto incentivo al peccato, ossia al male morale.
In tal senso già nel Vecchio Testamento si dice, p. es., che Dio per mettere a prova la virtù del giusto porrà "offendiculum coram eos (Ev. 3, 20); e, nel Nuovo, Gesù dice che di s. è pieno il mondo e che anzi, nel presente ordine di cose, non può essere diversamente. Può avere origine dalla cattiveria degli uomini. Il Salvatore mette severamente in guardia coloro specialmente che offendono i piccoli, dicendo che sarebbe meglio venisse loro appesa al collo una macina da mulino e finissero in fondo al mare ( $M t .18,6 ; M t .9,41 ; L c$. 17, 2). Altre volte ne ha colpa la natura delle cose - la nostra stessa natura, le nostre facoltà, - ecc. Ed è in rapporto a questo genere di s. che Gesù dice che se il piede o la mano ci scandalizzano, è meglio tagliarli senza pietà. Altre volte ancora lo s. avviene addirittura per la stessa amorosa azione divina nel mondo; come quando si dice che il Salvatore è venuto per la caduta e la risurrezione di molti, fatto in tal modo segno di contraddizione (Lc. 2, 34). E beati vengono detti coloro che non troveranno nelle umiliazioni del Salvatore motivo di s. (Mt. 11, 6; $L c .7,25$ ).
Con particolare insistenza ritorna nel Nuovo Testamento il dovere di non dare s. Per evitario. Gesù fa trovare miracolosamente a Pietro la moneta con cui pagare il tributo (Mc. 17, 26) e s. Paolo, pur avendo dimostrato non esservi in sé nulla di male nell'uso di alimenti impuri secondo la legge mosaica, lo vieta al cristiano tutte le volte che ciò può creare qualche difficoltà ai fratelli (I Cor. 8-10; Rom. io).
I. Peccato di s. - S. si ha in questo caso in ciò che spinge al peccato, non nel peccato a cui si spinge; per lo s. occorre e basta un atto o fatto esterno, cattivo in effetto o in apparenza, capace, in concreto, di esercitare un influsso moralmente deleterio sugli altri. Solo in tali condizioni potrà esserci s., come, d'altra parte, si può peccare senza che vi sia stato quel particolare stimolo cui si dà il nome di s.
La spinta al male, inclusa nel concetto di s., può derivare dalla natura stessa dell'atto e del fenomeno esteriore scandaloso, oppure dalla condizione del soggetto su cui quell'atto esercita la sua influenza. Nel primo caso lo s. avrà valore universale; nel secondo caso invece sarà tale soltanto per alcune persone. Ci può essere, comunque, una varietà grandissima negli s. andando dall'estremo di fatti oggettivamente assai pericolosi, ma non pericolosi di fatto per le particolari condizioni delle persone, all'estremo di fatti oggettivamente poco pericolosi, ma di fatto pericolosissimi per lo stesso motivo; vanno perciò tenuti presenti fatti e persone, condizioni di tempo e di spazio: ciò che poteva essere motivo di s. in passato, non lo è più oggi e viceversa; cosi in altri casi possono ricevere s. persone fisicamente e spiritualmente immature, e non le persone mature.
Il male che dà occasione allo s. può essere né previsto, né voluto dall'autore dello s., oppure previsto e voluto; oppure previsto e non voluto; inoltre può essere voluto solamente per un vantaggio che si spera di ricavarne, oppure per gusto del danno spirituale dello scandalizzato o dell'offesa di Dio. Quando la colpa conseguente allo s. è prevista e non voluta, i moralisti parlano di s. indiretta; quando invece è prevista e voluta, parlano di s. diretto. E detto diabolico lo s. quando la colpa sia voluta per il danno spirituale dello scandalizzato e per l'offesa che ne verrà a Dio; è detto forinicio quando il male deriva unicamente dalla malizia di chi lo commette, senza che vi sia stato un incentivo o s. vero e proprio, ma solo un pretesto. I moralisti passano poi ad approfondire i motivi per evitare lo s. Il primo e fondamentale è l'obbligo che si ha di amare il prossimo come se stessi, evitando perciò quello che lo può danneggiare, e di procurare il suo bene.
La sua gravità varierà secondo la natura dello stimolo inclusa nello s. e secondo la persona che lo esercita e la persona su cui cade; cioè sarà tanto più grave quanto maggiore è la spinta al peccato per la natura stessa dell'atto posto o per la qualità della persona che lo pone o per la persona che viene scandalizzato. Nello s. diretto alla colpa contro la carità si aggiunge una colpa rispetto la virtù contro la quale, mediante lo s., si spinge a peccare.
La principale difficoltà in questa materia riguarda la possibilità di evitare tutti gli s. e l'obbligo che ne consegue. La difficoltà è stata risolta mediante il noto principio del duplice effetto, o, in altre parole, mediante il principio del maggior bene o del minor male. Tutta la difficoltà sta nel vedere in concreto dove stia il maggior bene o il minor male; il che evidentemente può avere nei diversi casi le soluzioni più diverse.
II. Il delitto di s. - L'aspetto esteriore e dannificatore del prossimo incluso nello s. ha richiamato l'attenzione del legislatore ecclesiastico, che in più di un caso ha stabilito delle pene contro gli autori di s. Il can. 2218 § I del CIC dice che "in poenis decernendis servetur aequa proportio cum delicto, habita ratione imputabilitatis, scandali et damni... ". E il can. 2222 § I dice che "Lact lex nullam sanctionem appositam habeat, legitimus tamen Superior potest illius transgressionem, etiam sine praevia poenae comminatione, aliqua iusta poena punire, si scandalum forte datum aut specialis transgressionis gravitas id ferat". In particolare sono preveduti particolari provvedimenti a carico di religiosi (cann. 653, 668), di parroci (can. 2147 §2), di chierici non residenti (cann. 2168-75), di chierici concubinari (cann. 2176-81), di parroci negligenti (cann. 2182-85). La riparazione dello s. o la promessa seria di farlo è condizione per valutare la cessazione della contumacia in caso di censura (can. 2242 § 5). L'assoluzione da ogni censura in foro interno, tolto lo s., può essere fatta valere in foro esterno (can. 2251).
Dello s. si è occupato ripetutamente anche il legislatore civile, p. es., nell'art. 527 del Cod. pen. ital., dove sono comminate pene contro "chiunque in luogo pubblico o aperto al pubblico o esposto al pubblico, compie atti osceni»; nell'art. 726, dove sono comminate altre pene per gli "atti contrari alla pubblica decenza". Più minute disposizioni ministeriali al riguardo sono state diramate di recente; e precisamente con le disposizioni del Ministero dell'interno per la moralità sulle spiaggie.
Per gli spettacoli e i trattenimenti contrari alla morale e al buon costume provvedimenti vengono presi con l'art. 70 della legge di P.S. e l'art. 126 del regolamento di P.S., con la legge 26 apr. 1934, n. 653 e l'art. 138 del regolamento di P. S. Per l'esposizione al pubblico di stampati s. in genere, di oggetti che offendono il senso morale di pudicizia e il buon costume, disposizioni vengono prese negli artt. 528,529 e 725 del Cod. pen., negli artt. 112 e 69 della legge di P. S. e nell'art. 125 del regolamento di P.S. Sotto il profilo dello s. è trattato l'insesto nell'art. 564 del Cod. pen. Un reato specifico, previsto dall'art. 530 del Cod. pen., è la corruzione dei minorenni (cf. artt. 519-21 e voce MINGRENNI). L'art. 553 del Cod. pen. punisce "chiunque pubblicamente incita a pratiche contro la procreazione o fa propaganda a favore di esse ". Per il mere-
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tricio v. l'art. 192 della legge di P.S. che autorizza l'autorità locale di P.S. ad impedire che un locale possa essere adibito ad uso di meretricio, ogni qualvolta lo ritenga opportuno nell'interesse della moralità pubblica, del buon costume o dell'ordine pubblico.
Come si vede la legislazione civile in materia di s. non è scarsa, né inadatta; purché non manchi una costante e vigorosa decisione da parte di chi dovrebbe curarne l'esecuzione.
Bibl.: cf. i vari trattati di morale nel de charitate; di diritto canonico nel de delictis; e inoltre G. J. Wallelaert, L'espace du scandale, Bruges 1804; B. Volsz, Fraternal charity, Nuova York 1908; F. Ter Haar, Casus conscientiae, I, De praecipuis huius actatis peccandi occasionibus, Torino- Roma 1930; J. A. Costello, Moral obligation of fraternal correction, Washington 1940, passim; N. Jung, Scandale, in DThC, XIV, coll. 1246-54.
Giovanni B. Guzzetti
SCANDALO, Monte dello. - Nome dato dalla toponomastica cristiana di Gerusalemme alla collina ad oriente della città, al di là del Cedron, a sud del Monte Oliveto, di cui è propaggine.
Gli Arabi lo chiamano Gebal Ban el-Hawā. Rappresenterebbe il har ham-madishth ("monte della perdizione»: II Reg. 23,13), di fronte a Gerusalemme (ibid. 11, 7), dove Salomone consacrò alcune "alture" alle divinità delle sue donne straniere.
Dalla traduzione della Volgata mons offensionis provenne l'attuale designazione di "m. dello s. ". - Donato Baldi
SCANDERBEG, Giorgio Castriota detto. "Eroe nazionale albanese, n. ca. il 1404, m. il 17 genn. 1468, più volte qualificato dai Papi del suo tempo con il titolo di athleta Christi. Figlio di Giovanni, signore dell'Arbano e di parte della Valle del Matja, trascorse la fanciullezza e la gioventù come ostaggio alla corte del Sultano turco in Adrianopoli, vi venne fatto musulmano e avviato alla carriera militare nella quale ottenne eccellenti successi, donde il soprannome turco S.: "Iskander-Beg : principe Alessandro".
Ma nel 1443, mortogli il padre e occupatine i possedimenti dai Turchi, egli approfitto dell' occasione offertagli dalla battaglia ingaggiata a Kunovica presso Niš in Serbia, abbandonò il campo con i suoi, determinandovi panico e sconfitta, rientrò nei possessi paterni aggiungendovi come roccaforte la sovrastante Croja, e ritornò al cristianesimo (28 nov. 1443). Subito si impose alla attenzione degli altri signori albanesi e ottenne di concludere con loro una lega antiturca nel convegno tenutosi in Alessio in territorio veneto ( $1^{\circ}$ marzo 1444). Da allora in poi fu tutto un susseguirsi di battaglie, anche campali, con gli eserciti turchi, tra le quali memorabili i due sosedi di Croja ( 1450 , sotto il comando personale di Murād II, e 1466 con Maometto II) entrambi sostenuti vittoriosamente. Non sempre egli fu così fortunato, a volte sopraffatto da forze nemiche travolgenti, a volte tradito e non soccorso; ma complessivamente egli poté mantenere la sua posizione e il più spesso riuscire vittorioso grazie alla sua tattica mobile e ardita di cavalleria e all'altissimo valore e ascendente personale. Anche ammettendo che i suoi biografi esagerassero le cifre, rimane sempre meraviglioso il suo successo per un quarto di secolo, di fronte a eserciti agguerriti e certo superiori in numero e ad un Impero disponente di rifornimenti inesauribili. E quindi comprensibile la risonanza ottenuta in Europa dalle sue gesta, l'entusiasmo enfatico dei suoi biografi, la fortuna ottenuta dalle loro opere (numerosissime le edizioni e traduzioni di quella del Barlezio), la ricchezza e continuità dell'opopoa popolare presso gli Albanesi rifugiati in Italia e in qualche grado anche presso gli Albanesi rimasti cattolici in Albania. In realtà occorre fare la sua parte allo stile panegiristico dei biografi e alla necessità in cui si son trovati di tradurre in termini latini cose per loro familiari.
Tre questioni vanno quindi risolte per ritrovare l'esatta figura del Castriota: la sua posizione giuridica interna in Albania, le sue esatte relazioni con Venezia e con Napoli, la sua posizione religiosa.

(fol. Exc. Catt.)
Scanderbeg, Gioncio Castriota detto - Rivetto. Incizione del sec.xvI, da M. Barlettus, De vita et rebus genti S., Roma 1506 - Exemplare della Biblioteca Vaticana.
1. Posizione GICRIDICA. - Risulta che i suoi antenati, all'epoca dell'impero serbo in Albania, tenevano governatorati o capitanie nell'Albania meridionale, e che suo padre era signore dell'Arbano e di parte della Matya nell'Albania centrosettentrionale con una vaga dipendenza feudale da Venezia allora dominante; Croja fu conquista personale di S.; non risulta che né suo padre né lui portassero mai alcun titolo principesco o feudale bizantino o serbo o altro relativo al loro territori albanesi; la promessa del titolo di re, che secondo i biografi gli sarebbe stata fatta da Pio II, non è attestata da documenti, né si sarebbe potuta fare senza offesa di Venezia e di Napoli, in un momento in cui occorreva averne il concorso, desiderato da Pio e invocato dal Castriota, per la Crociata; va piuttosto ricordato che è nella tradizione storica e popolare albanese attribuire scarsa importanza ai titoli.
II. Relazioni feudali. - All'epoca di S. la potenza che per via di compere si era insediata in buona parte della costa albanese era Venezia; ma antecedentemente gli Hohenstaufen re di Napoli ne avevano avuta la parte centro-meridionale come dote della sposa di Manfredi, figlia del despota d'Epiro; gli Angiò l'avevano conservata per qualche tempo, gli Aragonesi la lasciarono in mano dei loro feudatari o di altri signori di origine bizantina e praticamente se ne disinteressarono all'epoca delle prime invasioni turche (fine del sec. xiv e principio del xv); soltanto Alfonso V riprese la vecchia politica orientale napoletana e tornò ad interessarsene attivamente ed effettivamente non senza gelosia di Venezia. S. al suo rientro in Albania tenne un contegno ossequente verso Venezia, poi, per ragioni di possessi non ancora ben chiarite, entrò in conflitto con essa e in guerra guerreggiata ( $1447-48$ ); riappacificato, benché non ottenesse quanto richiedeva, ne ebbe nuovo riconoscimento, ma rimase legato a Napoli, riconoscendone la sovranità e accettando presidio in Croja; morto Alfonso egli passò nel Regno con un piccolo esercito a sostenere i diritti di Ferdinando, ma, sdebitatosi così con Aragona e ottenutine feudi nel Regno, non si sentì più né obbligato né garantito dalla corona napoletana e rientrò in pieno nelle originarie relazioni con Venezia, di cui era nobile del Gran Consiglio e comandante in suo nome delle truppe di cui poteva disporre; in morte, affidò il figlio alla protezione della Repubblica.
III. Situazione religiosa. - Secondo la maggiore probabilità, l'Albania centrale fino al Matja al nord, e forse anche un po' oltre, fu ancora per tutto il medioevo di rito greco, anche se non sempre scismatica; Venezia, che aveva fondato un arcivescovato latino in Durazzo, nel breve dominio del 1204, ve lo ripristinò al suo rientro alla fine del sec. xv, ma si può calcolare che la regione dell'Arbano conservasse in buona parte il vecchio rito, benché retta da vescovati latini e unita con Roma; Giovanni Castriota figura cattolico; è quindi naturale pensare, che, rientrando in patria e nei possessi e tradizioni di famiglia, S. sia rientrato nel cattolicesimo, pur rimanendo qualche dubbio circa il rito da lui seguito; del resto l'idea politica che lo dominava, la difesa antiturca dell'Albania, non gli poteva suggerire altro, dato che il
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massimo appoggio, se non bellico, almeno morale, egli lo poteva ottenere e lo ottenne dalla S. Sede. Venne infatti a Roma nel dic. 1466 e Paolo II gli concesse nel 1467 un discreto aiuto in denaro. Rimane ora la questione della sua origine etnica, essendo questa stata varie volte rivendicata dai Serbi; effettivamente nulla si sa dell'origine della famiglia Castriota; la questione non viene risolta dal fatto che i primi di essa che son noti furono alle dipendenze dell'Impero serbo, né da quello di nomi slavi ricorrenti nella famiglia e venuti dall'andazzo corrente e da imparentamenti con dinasti slavi o di coltura slava (p. es., la madre di S. era di una famiglia di dinasti del Polog, ai confini tra l'attuale Albania e la Serbia); sta di fatto che sia Giovanni che Giorgio Castriota si sentirono sempre albanesi.
Bim.: Berletius, Hist. de vita et gestis S., Epiroturum principis, 1* ed., Venezia ca. 1506; Biemmi, Hist. di G. Custrioto, detto Scander-Begh, 1* ed., Brescia 1272; J. Poko, S. Hist. Studien, Vienna 1894; F. Noli, Hist. e Shanderbeut, Boston 1921; C. Marinescu, Alphonse V roi d'Aragon et de Naples et l'Albanie de S., in Mélanges de l'Ecole Roumaine en France, Parigi 1923; L. Ugolini, Pagine di stor. veneta ai tempi di S. e dei suoi successori, in Studi albanesi, 3-4 (1933-34); A. Gegal, L'Albanie et l'invasion turque au XVe siècle, Parigi 1937; G. Valentini, Venezia e l'Albania, in Pagine della Dante, num. spec. per il 25* dell'Indipendenza Albanese, Roma 1937; F. CorbignanoG. Valentini, Saggio di un regesto storico dell' Albania, Scutari 1937-40; Pastor, II, pp. 344-46.
Giuseppe Valentini
SCAPIGLIATURA. - Movimento letterario italiano che ebbe il suo centro a Milano tra il 1860 e il 1870 .
Sorse come reazione ai languori e alle compiacenze sentimentali del tardo romanticismo, contro i quali gli *scapigliati * propugnavano una più personale ed autonoma visione dell'arte, una maggiore adesione alle esigenze della vita, una ispirazione ed una espressione più schiette, mosse, immediate. Ma la s., dopo aver combattuto gli ideali degli ultimi romantici e dopo aver esasperato, non evitato, il materiale poetico romantico (incubi, terrori, visioni di fantasmi e di scheletri, ecc.), ripiegò dopo il 1870 verso temi e forme più intime, decadentisticamente pensate e cadenzate, ricercando con passione i movimenti interiori della coscienza, interpretando le immagini e le vicende della vita secondo gli intimi e talvolta impercettibili trasalimenti dell'anima. Da un punto di vista morale la s., che agli inizi si compiaceva di argomenti empi e sacrileghi e menava vita disordinata, andò via via sviluppando in sé un fondo di religiosità, il quale però restò sempre vaga aspirazione (come di un mito lontano e irragiungibile per peccatori cosi irrimediabilmente maledetti e condannati).
I principali protagonisti del movimento della s. sono Giuseppe Rovani, Arrigo Boito, Emilio Praga, Giovanni Camerana, Carlo Dossi, Cletto Arringhi, Salvatore Farina e Gian Pietro Lucini. Tramite l'intelligente mediazione della poesia del Camerana, si ebbe un fenomeno di s. anche in Piemonte (approssimativamente tra il 1880 e il 1890), con protagonisti G. Faldella, R. Sacchetti, A. G. Cagna.
Bim.: P. Nardi, La s., Bologna 1924; B. Croce, La letter. della nuova Ital., I, 3* ed., Bari 1929, pp. 241-57, 259-76, 287 94; III, pp. 201-17; P. Madini, La s. milanese, Milano 1930; G. Ferrata, Parabola della s., in Primato, 2 (1941), n. 17, pp. 5-8; n. 19, pp. 6-8; G. Contini, Introd. alla narrativa della s. piemontese, in Letteratura, 7 (1947), pp. 1-28; G. Petrocchi, La poesia di G. Camerana, in Humanitas, 3 (1948), pp. 990-1003.
Giorgio Petrocchi
SCAPOLARE. - Dal latino scapula $=$ spalla. Parte integrante dell'abito religioso monastico che si porta sopra la tunica, consistente in due lunghe strisce di stoffa pendenti dalle spalle, l'una sul petto e l'altra sul dorso munita di un cappuccio; in alto v'è una apertura per passarvi la testa.
E proprio degli Ordini monastici : Benedettini, Camaldolesi, Cistercensi, Carmelitani e Domenicani, adottato anche da alcune nuove congregazioni. E di colore vario: nero per i Benedettini e i Cistercensi, bianco per i Camaldolesi, Olivetani, Domenicani; marrone per i Carmelitani. S. Benedetto (Reg., cap. 55 : «scapulare propter opera»), accenna alla forma iniziale che doveva
essere soltanto una fascia o cinghia, in forma di croce, posta sul petto e sulle spalle (analoga al greco 8 vã̃a $\beta$ os) per aggiustare o alzare l'abito durante il lavoro; o anche un grembiule per proteggere le vesti ordinarie. Un secolo dopo s. Benedetto, cambia significato. La forma ottuale sembra derivare dal "cucullo", ossia cappuccio allungato fino alle spalle per proteggere la testa e le spalle contro la pioggia, il freddo, la neve. Al tempo della riforma di s. Benedetto d'Aniane (m. nell'821) si allungò fino ai ginocchi; questa "cuculla s." venne, come scrive Ardo (m. nell'843), biografo di s. Benedetto d'Aniane, identificato con lo s.s. "della Regola benedettina. Verso il Mille cominciò ad allungarsi fino ai talloni. Intorno al 1200 si giunse alla forma attuale.
Per esprimere la loro adesione all'Ordine monastico rispettivo, gli oblati e gli ascritti al Terz'ordine francescano portano sotto le vesti una forma ridotta dello s., ossia due piccole pezze di stoffa del colore dell'abito dell'Ordine, riunite da due nastri. Si dice "grande" lo s. dei terziari in contrapposizione di quello "piccolo" delle confraternite religiose, che hanno lo s. come distintivo. Il più celebre e diffuso è quello marrone o nero della Vergine del Monte Carmelo, spesso riunito con gli altri s.: con quello bianco, con la croce rossa e cerulea della S.ma Trinità, dell'Ordine dei Trinitari (concesso nel 1200); con quello nero dei Serviti (dei 1255) in onore dei 7 dolori della Madonna; con quello ceruleo dell'Immacolata Concezione, concesso nel 1691 e 1710 ai Teatini; e con quello rosso della Passione approvato nel 1847 per i Lazzaristi. Oltre questi cinque s. ve ne sono altri, p. es., quello violaceo-giallo in onore di s. Giuseppe, approvato nel 1893 per i Cappuccini, quello rosso in onore dei SS. Cuori di Gesù e Maria, approvato nel 1900, quello bianco in onore del S. Cuore di Gesù, approvato nel 1900, ecc.
Per lucrare i benefici spirituali, gli s. debbono essere realmente e continuamente portati giorni e notte; debbono essere fatti di lana e benedetti per la prima volta nel giorno dell'iscrizione. Un decreto di Pio X (16 dic. 1910) permette di portare una medaglia (avente da un lato l'immagine del S. Cuore di Gesù e dall'altro quella della Madonna) per sostituire lo s. (AAS, 3 7911), pp. 22-23).
Bim.: D. De Bruyne, Note sur le costume bénédictin primitif, in Rev. bénédict., 33 (1921), pp. 38-61; F. Beringer, Les Indul. gences, leur nature et leur usage, vers. fr., $4^{\mathrm{v}}$ ed., I, Parigi 1923, nn. 919-52; II, ivi 1928, nn. 200, 225, 239, 240, 250, 258, 264, 270, 412; Ph. Oppenheim, Das Münchchleid im christlichen Altertum (Bömische Quartalschrift, Suppl., 28), Friburgo in Br. 1931, pp. 139-58; A. P. Brück, Aus den Anfängen der Shapulierbroderschatten..., in Arch. f. mittelshein. Kirchengesch., 1 (1949), pp. 317 325; K. Hallinger, Gorze-Kluny, Studien zu den monartichen Lebensformen und Gegensätzen im Hochmittelalter, II, Roma 1951, pp. 668-83.
Pietro Siffrini
SCARAMELLI, Giovanni Battista. - Teologo ascetico-mistico, gesuita, n. a Roma il 23 nov. 1687, m. a Macerata l'11 genn. 1752. Entrato a diciotto anni nella Compagnia di Gesù a Roma, insegnò umanità a Loreto e fu ripetitore di filosofia nel Collegio Germanico. Dopo il sacerdozio (1716) si distinse come predicatore e direttore spirituale nel ministero sacro. Campo del suo apostolato furono specialmente l'Umbria e le Marche; risiedette ora a Macerata, ora a Monte Santo e a S. Sepolcro. Quivi scrisse la maggior parte delle sue opere, che gli hanno dato un posto importante nella storia della spiritualità.
Il solo libro pubblicato, lui vivente, fu la Vita di suo' Maria Crocifissa Satelliteo, monaca francescana nel monastero di Monte Nuovo (Venezia 1750). Nel Discernimento degli Spiriti (ivi 1753) dà regole basate su quelle di s. Ignazio di Loyola e sull'analogo studio di Alvarez de Paz, ma arricchite da esperienze nuove. L'opera sua più nota è il Direttorio ascetico (ivi 1754) in 2 voll., nei quali «insegna il modo di condurre le anime per le vie ordinarie della Grazia alla perfezione cristiana». Oltre a queste scrisse la Dottrina di s. Giovanni della Croce,
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in cui espone in tre brevi trattati la Salita del Monte (I), le Notti oscure (II), l'Esercizio di amore e la Piamma di amor vivo (III), e che fu pubblicata solo nel 1860 a Lucca; la Vita della serva di Dio Angelina Caspari, fondatrice delle Maestre Pie in Borgo S. Sepolcro (rimasta manoscritta); il Direttorio mistico (Venezia 1754) insegna il modo di guidare le anime nelle vie straordinarie.
Il Direttorio ascetico è il più diffuso dei suoi scritti; ha avuto oltre 20 edizioni italiane, 8 inglesi, 5 tedesche, 21 francesi, 4 spagnole, 3 latine, e anche parecchie edizioni abbreviate. Il Direttorio mistico, nonostante i ricorsi di S. al Generale, non fu approvato dai revisori generali della Compagnia, sia per alcuni difetti intrinseci nell'interpretazione di testi biblici e nell'uso di espressioni tratte dall'amore profano, sia soprattutto per una recente condanna di un opuscolo del p. B. Benci e per la campagna sferrata contro l'Ordine dai Giansenisti. La pubblicazione avvenne in seguito per un puro caso, con tale consenso di lodi e di approvazioni da dimostrare che quei timori erano stati eccessivi e che la dottrina era sicura.
S. rimane tra gli scrittori ascetico-mistici più apprezzati, che hanno esercitato vero infuoso sulle generazioni posteriori. Caratteristica dei trattati di S. è la praticità. In entrambi i Direttori, numerosi avvertimenti seguono sistematicamente le varie trattazioni teoriche, nelle quali pure non mancano i richiami pratici ed i fatti. S. era persuaso "che la maggior parte degli uomini si muove più dagli esempi che dalle ragioni" (Dir. asc., Introd. n. 8). S. mise anche in luce più che altri la decisiva importanza del compito del direttore spirituale; dalla propria esperienza pastorale trasse la convinzione della necessità della direzione spirituale per le vie ordinarie e straordinarie della perfezione (Dir. asc., I, n. 2; Dir. mist., I, n. 1). Se l'anima, potendo trovare confessori o direttori, rifiutasse di assoggettarsi a una guida, ciò sarebbe atto di gran temerità (Dir. asc., I, n. 93). Il direttore deve avere un piano ben definito, conformandosi alle leggi che regolano il sorgere e lo sviluppo della perfezione di un'anima. Nell'amore di Dio e nell'unione di conformità al divino volere S. stabilisce il punto preciso di orientamento, a cui sin dall'inizio bisogna indirizzare ogni anima. Se diverse sono le vie, unico resta il fine, ossia "la perfetta carità" (ibid., IV, n. 388). S. è maestro nell'arte di adattamento, ossia nel suggerire i modi di direzione secondo "il temperamento, lo stato di vita, il grado di perfezione e le forze d'animo del penitente", seguendo la classificazione tradizionale d'incipienti, proficienti e perfetti (ibid., I, cap. 3) e raccomanda di non esigere più di quello che comportano le forze dello spirito che Iddio comunica alle anime (ibid., I, n. 8o).
Dopo aver impiegato trent'anni nel ministero pastorale ed aver girato varie province italiane, S. afferma che "quasi in ogni luogo " si trovano anime che Iddio conduce per strade straordinarie ad un'alta perfezione e che " molto rari " sono i confessori esperti. Raccomanda di evitare gli eccessi : quello di non credere affatto alle opere straordinarie della Grazia e quello di credere troppo senza ragionevole fondamento (Dir. mist., I, n. 2). Ammette la contemplazione acquisita, oltre l'infusa (ibid., II, nn. 67-69); non le ritiene necessarie alla perfezione, e opina che moltissimi santi non siano stati contemplativi (ibid., II, nn. 9-14, n. 263). Insegna d'altronde che le anime hanno il dovere di desiderare la contemplazione e di procurare quella acquisita (ibid., III, n. 284). In generale vuole che in ciò si debba piuttosto seguire e non precedere il lavoro della Grazia. Nello stile di S., si sente spesso il predicatore che cerca di convincere ed indurre al bene.
Bibl.: Sommervogel, VII, coll. 689-94: L. Hogue, s. v. in DThC, XIV, coll. 1259-63; id., The Direttorio mistico of 7. B. S., in Arch. Historicum Soc. 7cm. 9 (1940), pp. 1-29; L. Tognetti, Direttorio ascetico di G. B. S., Introduzione, I, Roma 1942, pp. 171-2v; A. Fortaluppi, Dottrine spirituali, Alba 1943, pp. 335-60; S. Conte, La pratica della direzione spirituale nello S., in La scuola cattolica, 72 (1944), pp. 40-37, 111-27.
Arnaldo M. Lana
SCARAMPI (Scabampa), Pier Francesco. - Oratoriano, n. nel 1596 nel Monferrato, m. a Roma il

(da U. Prata Giurleo, A. S., Napoli 1916 anteparto)
Scarlatti - Ritratto di Alessandro S. Tela di ignoto contemporaneo - Napoli, Teatro Regio.
14 ott. 1656. Dopo essere entrato nel 1636 nella Congregazione dell'Oratorio, fu nominato nell'apr. 1643 da Urbano VIII agente papale in Irlanda.
Sbarcato nell'isola nel luglio successivo, recò lettere ed indulgenze per gli insorti cattolici, nonché munizioni e 30.000 corone raccolte in Roma dal francescano irlandese Luca Wadding. Nella lotta interna tra gli angio-
irlandesi ed i "vecchi cattolici", i primi propensi ad un accomodamento con re Carlo I, i secondi decisi a proseguire la rivolta fino alla concessione della più completa libertà di coscienza, lo S. appoggiò risolutamente i "vecchi cattolici", ma il suo intervento non valse ad impedire il trionfo della fazione avversa e la conclusione di un armistizio con Carlo I. Nel maggio 1645 S. fu richiamato, ma rimase nell'isola ancora fino alla metà del 1646 quale consulente del nuovo nunzio G. B. Rinuccini. Ritornato a Roma, divenne preposito della sua Congregazione e morì durante la pestilenza del 1656; fu sepolto nella chiesa dei SS. Nereo ed Achilleo.
Bibl.: P. Aringhi, Mem. istor. della vita del ven. servo di Dio P. F. S., Roma 1744; Pastor, XIII-XIV, i, v. indici; G. Albion, Charles I and the Court of Rome, Londra 1933, pp. 378-80.
Silvio Furlani
SCARAMPI MEZZAROTA, LUDOVICO: v. TREVISAN, LODOVICO.
SCARDINAZIONE: v. incardinazione.
SCARLATTI. - Famiglia di musicisti venuta a Roma dalla Sicilia (per quanto di probabile origine toscana), che ha dato ben 9 musicisti; solo di 4 di essi, però, sono state conservate le opere.
Il primo è Alessandro, n. a Palermo il 6 maggio 1660, m. a Napoli il 22 ott. 1725. Trasferitosi a Roma con i genitori, vi si affermò con due opere teatrali che lo resero celebre e gli procurarono la protezione della regina M. Cristina di Svezia; ma poi si dette a comporre musica religiosa fra cui la Messa Clementina e altre 6 messe che si trovano nel fondo della Cappella Giulia alla Bibl. Vaticana; Messa festiva a 4 voci piena con organo; Messa a 3 concertata "Veni spensa Christin; Messa a 8 concertata (senza Benedictus); Messa a 8 concertata; Messa pastorale a 4 voci concertata in fa; Messa pastorale a 8 voci con soli, in re ed il mottetto Caro mea a 3 voci, firmato e datato 31 dic. 1707, forse autografo. Dopoaver tentato, in seguito, inutilmente disistemarsi a Venezia e ad Urbino, tornò nel 1708 a Napoli, dove rimase, eccettuato un breve soggiorno a Roma, fino alla morte.
Bibl.: E. Dent. A. S. his life and works, Londra 1905; A. Lorenz, Die Jugendopern A. S.s. Augusta 1927.
Domenico, figlio di Alessandro, n. a Napoli il 26 ott. 1685, m. a Madrid il 23 luglio 1757. A 16 anni era già organista e compositore della Cappella reale e ben presto iniziò, sotto la guida del padre, la carriera di concertista di clavicembalo alla Corte granducale di Toscana. A Venezia conobbe Händel, con cui strinse profonda amicizia e si recò nel 1708 a Roma, dove, nel Palazzo del card. Ottoboni, avrebbe avuto luogo la gara vinte da Händel all'organo e da S. al clavicembalo. Nel 1715 divenne maestro della Cappella Giulia in S. Pietro e si dedicò allora a scrivere musica sacra, di cui restano nell'Archivio della Cappella 2 Missrere a 4 voci (autografo), uno in sol min. e l'altro in mi min. Nell'ag. 1719 passò in Portogallo, dove gli fu affidata la direzione della Cappella reale di Lisbona e l'educazione musicale della principessa reale Barbara, cui dedicò una raccolta di sonate per clavicem-
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Scarsellino, Ippolito Scarsella, detto lo - Adorazione dei Magi, Firenze, collezione Cioni.
balo, dandole il modesto titolo di Esercizi. Nel 1728 la segul a Madrid dove mori. Fra le composizioni sacre, va ricordata quella che forse fu l'ultima sua opera, una Salve Regina per canto, archi ed organo, che si conserva a Napoli. Altre sue opere religiose sono due cantate, lo Stabat Mater a 10 voci, ora conservate a Bologna (Liceo musicale), l'oratorio La conversione di Clodoveo composto ca. il 1709 e la cantata Applausi devoti al nome di Maria S.ma verso il 1752.
Altri notevoli musicisti della famiglia sono il fratello maggiore di Domenico, Pietro, che fu per più di 40 anni organista della Cappella reale di Napoli, e Giuseppe, suo figlio.
Bibl.: A. Longo, Domenico S. e la sua figura nella storia della musica, Napoli 1913; S. A. Luciani, Domenica S. creatore del sinfontimo, in Musica d'aggi, 8 (1926), p. 2 sgg.; G. F. Malipiero, Domenico S., ibid., 9 (1927), p. 1 sgg.; A. Cametti, C. Sigismondo Capeci, Alessandro S., Domenico S. e la Regina di Polonia in Roma, ibid., 13 (1931), p. 12 sgg.; W. G. Gerstenberg, Die Klavierkompositionen Domenico S.s, Ratisbona 1933; C. Valabrega, Il clasicembalista D. S., Modena 1937: M. Bontempelli, Introduzione e discorsi, Milano 1945.
Luisa Cervelli
SCARPAGNINO, AbBONDI, ANTONIO detto lo. Architetto e tagliapietre, n. a Milano e m. a Venezia vecchissimo nel 1549.
I primi documenti che lo riguardano si riferiscono alla sua opera di costruttore del Fondaco dei Tedeschi a Venezia, città dove egli svolse la restante sua attività di architetto ma anche di esecutore di fabbriche da altri progettate. Tra le sue costruzioni si indicano: il campanile di S. Sebastiano (1506-48), le Fabbriche Vecchie di Rialto (1520-22), la chiesa di S. Giovanni Elemosinario, la parte superiore della facciata e lo scalone della Scuola di S. Rocco (1535-49), il prospetto del Palazzo Ducale verso il Cortiletto dei Senatori. Lavorò anche al restauro dell'antico Ponte di Rialto dopo l'incendio del 1513 ed a quello del Ponte della Pietra di Verona.
Bibl.: L. Ferro, Abbondi, in Thieme-Becker, I, pp. 13 14; G. Lorenzetti, Venezia ed il suo estuario, Milano-Roma 1927. Emilio Lavagnino
SCARSELLINO, Ippolito Scarsella, detto lo. Pittore, n. a Ferrara nel 1551 e ivi m. il 27 ott. 1620.
Fu educato all'arte dal padre Sigismondo, detto Mondino, mediocre pittore già scolaro a Venezia di Paolo Veronese. Tra il 1570 e il 1576 completò il suo tirocinio a Bologna, in contatto con i Carracci, e a Venezia, sulle opere del Veronese e dei Bassano.
Tali influenze valsero allo S. il possesso di una piacente tavolozza e una franca destrezza. Ad onta del suo eclettismo, dimostra spesso una natura lirica soggetiva espressa con forme fluide, impasti generosi, belle tonalità argentee, grigie, violacee e vermiglie, sfondi di paese assai teneri e fragranti. Soprattutto va segnalato il gusto realistico assorbito dai Bassano, inserendo episodi o particolari di vita casalinga nelle sue nobili composizioni. Tra le numerose opere conservate a Ferrara emergono, nella Pinacoteca comunale, i SS. Francesco e Lorenzo, l'Annunciazione e alcuni ritratti : nella chiesa di S. Paolo, la Pentecoste, la Nascita del Battista e il grande affresco ab ssidale del Rapimento di Elia; nella chiesa dello Cappuccine, due soavi Madonne con santi; in quella di S. Giovanni, le drammatiche Pietà e Decollazione del Battista e in S. Cristoforo, presso la Certosa, l'animatissima scena dell'Invenzione del corpo di s. Bruno. Notevoli, nella Galleria Estense di Modena, la giovanile Nascita della Vergine, l'Adorazione del Bambino, con una gloria di angeli musicanti, e sette fregi ovali raffiguranti soggetti mitologici, che provengono da un soffitto del ferrarese Palazzo dei Diamanti. Lo S. è rappresentato abbastanza bene anche nelle raccolte di Roma, specie nella Galleria Borghese, dove si ammirano, fra l'altro, una squisita S. Famiglia, una Diana ed Endimione e una Venere al bagno. Altri singolari dipinti a Firenze (ad es., l'Adorazione dei Magi nella collezione Cioni), Dresda, Budapest, Darmstadt, Hannover, Londra, Leningrado, Stati Uniti, ecc.
Bibl.: L. Lonzi, Storia pittorica dell'Itnlio, Bassano 1792; G. Baruffaldi, Vite dei pittori e scaltori ferraresi, II, Ferrara 1846, pp. 55-107; A. Venturi, La Galleria Estense di Modena, Modena 1882. passim; Venturi, IX, parte 7*, pp. 800-12; G. Gruyer, L'art ferrarais d l'époque des peinces d'Este, II, Parigi 1897; R. Longhi, Officina ferrarese, Roma 1934, p. 152; anon., s. v. in Thieme-Becker, XXIX, pp. 533-34; R. Pallucchini, I dipinti della Galleria Estense di Modena, Roma 1945, pp. 99-101.
Alberto Neppi
SCAVINI, PIETRO. - Teologo moralista, n. ad Intra il 22 ott. 1791, m. a Novara il 17 nov. 1869. Ancor giovane sacerdote ebbe l'ufficio di vicario generale della diocesi di Novara e lo tenne fino al 1856.
Nel 1831 fu proposto da Carlo Alberto come vescovo di Susa, ma S. rifiutò. Fu candidato nelle elezioni del 15 nov. 1857, ma non eletto per le manovre dei cavourriani. Amico cordiale di A. Rosmini (v.), ebbe con lui una polemica sull'universalità del principio riflesso Lee dubia non obligat, contraddetta dal Rosmini in varie lettere, di cui una, diretta a mons. Barciulli del 16 dic. 1846, fu pubblicata sul giornale Pragmologia cattolica di Lucca. Si ebbero repliche e controrepliche, che divagarono anche sulla questione storica de mente s. Alphonsi con intervento di terzi (quali il Gilardi, il Fedelini, il Missiaglia, Angeleri, Bertazzi, Pagani). Si trattava infatti dell'interpretazione del probabilismo, data dallo S. nella sua Theologia moralis universa (Novara 1841, con successive edizioni delle quali l'ultima [164] a Milano nel 1901), opera di utile consultazione anche oggi. Gli espuscoli di indole polemica: S. Alfonso presso l'ab. Rosmini (Novara 1860), Il sig. d. A. Rosmini presso s. Alfonso (ivi 1860), sono di scarso rilievo.
Bibl., alcune lettere dello S. di indole scientifica sono nell'Arch. rosminiano di Stresa. Altre lettere dello S. a Rosmini e di Rosmini allo S. sono pubblicate nell'Ebistal. completa di A. Rosmini, III, Casale 1888, pp. 580-85, 727, ecc. Cf. inoltre: G. B. Pagani, Vita di A. Rosmini, II, Torino 1897, pp. 361364, 997-98; G. Cavignoli, Il teologo mons. P. S., Pallanza 1920; G. Mattai, A. Rosmini e il probabilismo, Torino 1951, pp. 24-39.
Annunziata Roberti
SCENOGRAFIA. - E propriamente l'arte di dipingere le scene per le rappresentazioni teatrali, ma poiché è evidente che l'unità di uno spettacolo esige una coordinazione di tutti gli elementi che lo
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compongono, la s. non è qualche cosa che possa concepirsi a sé stante, ma un clemento più o meno importante nelle varie epoche storiche della rappresentazione.
Non sembrerà più strano allora che, specialmente in questi ultimi tempi, si sia usato in sua vece piuttosto il termine di scenotecnica, come più adatto a definire il complesso giuoco scenico di una rappresentazione, che va dalla s. più propriamente detta all'illuminazione, ai costumi, alla forma stessa del palcoscenico o, addirittura, della sala nella quale si svolge la rappresentazione.
E evidente infatti l'importanza di questi ultimi elementi; ed è proprio alla forma di essi che occorre rifarsi per comprendere lo spettacolo nell'antichità classica: le ampie scalee digradanti a semicerchio e ricavate lungo le pendici naturali di un colle, fino al piano nel quale si pone l'orchestra e in mezzo al quale s'innalza l'altare di Dioniso, fanno ben comprendere come anche per questo spettacolo antico (come sarà poi per quello medievale) l'origine vada ricercata nelle manifestazioni religiose, che implicavano una comunione più stretta di quanto oggi sia concepibile fra attori e spettatori. Allorquando, in un secondo momento, sul fondo dell'orchestra venne elevato il palcoscenico, quel legame ideale venne mantenuto dal coro rimasto attorno all'altare e che accompagnava lo svolgersi della rappresentazione. Ma col palcoscenico si regiatra anche il sorgere di altri elementi che possono far parlare di una nascita della s. vera e propria: dapprima in una tela limitante il fondo del palco, sulla quale venne ad un certo momento dipinta una prospettiva per l'ambientazione dello spettacolo (Vitruvio ha tramandato il nome di Agatazzo di Samo che dipinse quella occorrente per la rappresentazione dell'Orestinde di Eschilo nel 458 s . C.), e quindi in una scena stabile in marmo o in pietra, a mo' di frontone di fabbrica, con tre porte per l'uscita degli attori, mentre ai lati vennero costruiti altri due edifici minori. Più tardi, questi ultimi vennero sostituiti da prismi a tre facce, girevoli (i periscti) e permettenti quindi la realizzazione della tre scene principali (tragica, comica, satirica), che componevano lo spettacolo antico. Con i Romani il teatro non venne più ricavato dal declivio di una collina, ma costruito in pietra, e quindi elevato sul piano; la platea, dai Greci riservata al coro, servì invece per gli scanni degli spettatori più autorevoli.
Nel medioevo il teatro riserge per le esigenze del dramma liturgico, anche stavolta, dapprima nell'interno della chiesa, attorno all'altare, e poi, per l'affermarsi di una drammaturgia più complessa, sul sagrato della chiesa, avente come scenario di fondo naturale la facciata dello stesso edificio religioso. Caratteristiche di queste rappresentazioni, derivate dai testi liturgici e di quelle dei più complessi Misteri, è lo scenario simultaneo costituito dai cosiddetti luoghi deputati, e cioè dalla costruzione molto sommaria (e che verrà ripresa anche dal teatro elisabetiano), di tutti i luoghi nei quali dovrà svolgersi successivamente l'azione scenica. Una s. che si può quindi definire simbolica e che può far bene comprendere il carattere di coralità di questo spettacolo medievale, essenzialmente religioso.
La sua evoluzione in senso profano portò alla sua interdizione da parte delle autorità ecclesiastiche, ma in tale evoluzione si ritrovano anche le origini di una forma di spettacolo che continuerà, più o meno eleborato, fino ai tempi moderni; e basterebbe ricordare, per sottolineare l'importanza, che la più antica rappresentazione di un Mistero in una sala chiusa - e cioè in un vero e proprio teatro - risale forse al 1398 (la Passione a St-Maur-LesFossés).
Il tipo dello spettacolo medievale continua anche nei primi tempi del Rinascimento (si ricordino gli ingegni del Brunelleschi), e soltanto sulla fine del Quattrocento intervengono nella sua evoluzione le nuove leggi scientifiche della ritrovata prospettiva, con la creazione di veri e propri scenari, quali saranno, qualche tempo dopo, quelli celebri di Baldassarre Peruzzi, di Raffaello (per i Suppositi dell' Ariosto in Castel S. Angelo a Roma nel 1519), di Giulio Romano e d'altri; mentre Sebastiano Serlio, nel suo Trattato di Architettura del 1533 , codificherà
le regole di questo nuovo teatro rinascimentale. Teatro che non poteva non conoscere, naturalmente, anche una più complessa realizzazione struttura della stessa sala e del palcoscenico, e basterà ricordare il celebre Teatro Olimpico di Vicenza ideato dal Palladio e costruito dallo Scamozzi e quello di Sabbioneta (anch'esso, come il primo, interamente in legno), opera dello stesso Scamozzi.
Il periodo barocco è quello delle grandi rivoluzioni sceniche, che si accompagnarono all'evoluzione dello spettacolo dalla commedia dell'arte al melodramma e che, specialmente per gli intermezzi che vanno sempre più in favore, spinsero gli scenografi ad invenzioni più complesse e meravigliose -, ai fini, in particolare, delle mutazioni sceniche. E il periodo in cui gli Italiani godono il maggior prestigio sulle scene in tutta Europa, ed è rimasto celebre il caso del Troelli che in Francia meravigliò tanto con i suoi meccanismi da meritarsi il titolo e l'accusa di stregone.
E il secolo del Burnacini (1636-1707), dei Bibiena, inventori della prospettiva d'angolo, che dava la possibilità di portentose illusioni spaziali, di G. L. Bernini (anche se egli fu piuttosto un macchinista che un vero e proprio scenografo), del gesuita Andrea Pozzo, codificatore della s. barocca, come il Serlio lo era stato di quella rinascimentale. Nel Settecento si ricordano F. Juvara (1676-1736), V. Bigari, P. Aldrovandi, S. Orlandi, M. Tesi, G. e B. Galliari, nonché G. B. Piranesi che, anche se non ha lasciato vere e proprie s., fu tuttavia con le sue incisioni maestro a molti scenografi romantici ottocenteschi.
La s. dell'Ottocento finì per riflettere infatti il gusto delle teorie estetiche dominanti e si ebbe una s. "neoclassica ", pedissequamente storicistica, e una s. pittorica "illustrativa" e romanticheggiante. Tra i più rappresentativi furono Antonio Basoli e Francesco Cocchi bolognesi, e il milanese Carlo Ferrario.
La s. moderna si afferma con la reazione al romanticismo della teoria verista, e a volte eccessivamente verista, del Théâtre libre di Antoine a Parigi (1887) e con la reazione al realismo da parte del simbolismo francese del Théâtre mixte di P. Fort (poi Théâtre d'art). Ma inco-
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mincia anche in questo momento a profilarsi il pericolo di adattare alla s. la pittura di cavalletto ingrandita, da parte degli artisti più rinomati dell'arte moderna e che tuttavia non hanno compreso quale fosse la funzione della s. nel complesso dello spettacolo. Mentre, avendo come fine proprio il complesso dello spettacolo, s'imporrà come dominatore, ad un certo momento, Gordon Craig e quindi lo svizzero Adolfo Appia. Importanti sono anche state in Italia, ai fini del giuoco scenico della rappresentazione moderna, le teorie futuriste di G. Balla e di E. Frampolini, nonché la teoria della luce di A. G. Bragaglia. - Vedi tav. II.
Bibl.: V. Mariani e V. Marchi, s. v. in Enc. Ital., XXXI (1936), pp. 19-29; P. Blanchart, Hist. de la mise en scène, Parigi 1948; V. Scholz, Baroque and Romantic Stage Design, Nuova York 1950; E. Frampolini, Lineamenti di s. ital. (dal Rinascimento ad oggi), Roma 1950; H. Leclerc, La scénographic ital. de la Renaissance à nos jours, in Rev. histor. du théâtre, 1951, pp. 19-31; Il secolo dell'invenz. teatrale. Mostra di s.ess. stumi del Seicento ital., Catalogo. Venezia ext. ott. 1951, G. Ronci, Orientamenti della s. contemporanea, in Colloqui del Sodalizio tra studiosi d'arte, Roma 1952.
Entero a 14 anni nel Seminario di Nicastro; ordinato sacerdote, studiò sotto la guida di A. De Gubernatis all'Istituto di studi superiori di Firenze e nel 1903 vi divenne professore incaricato di ebraico. Le sue opere più no