oranea, in Colloqui del Sodalizio tra studiosi d'arte, Roma 1952.
Entero a 14 anni nel Seminario di Nicastro; ordinato sacerdote, studiò sotto la guida di A. De Gubernatis all'Istituto di studi superiori di Firenze e nel 1903 vi divenne professore incaricato di ebraico. Le sue opere più note sono la Grammatica della lingua ebraica (Firenze 1888; $2^{\text {a }}$ ed. ivi 1908) ed il Dizionario ebraico e caldaico del Vecchio Testamento, con aggiunto il Lessico dei nomi propri ebraici del Vecchio Testamento, con interpretazione del significato etimologico (ivi 1912-13). Si occupò inoltre di critica biblica e di linguistica generale. Né mancò di

(da K. Plizku, Slovenska, T. Sv. Martin 1920, tav. 169)
Sceptusio, diocesi di - Cattedrale di S. Martino che sorge nel centro di Spišská Kapitula (secc. xiri-xiv). In fondo il castello di S. (sec. xiri).
Sceptusio (lat. Scepusium, slov. Spiz), diocesi di. - In Cecoslovacchia. Residenza in Spišská Kapitula. Statistiche (1949) : superficie $6568 \mathrm{kmq} .$, ab. 324.780 , cattolici 306.921 , parrocchie 162 , sacerdoti diocesani 264, case religiose maschili 12 con 95 religiosi, case religiose femminili 32 con 485 religiose.
Fu eretta il 13 marzo 1776 smembrandone il territorio dall'arcidiocesi di Strigonia. Apparteneva alla provincia ecclesiastica di Agria (Eger), fino all'anno 1937, quando fu immediatamente soggetta alla S. Sede. Il suo territorio diminuì dopo il 1920, quando in conseguenza della nuova frontiera di Stato passarono alcune parrocchie all'arcidiocesi di Cracovia.
Dalla fine del sec. xir la prepositura di S. era un centro spirituale delle province molto distanti dalla sede dell'arcivescovo di Strigonia. Nel medioevo si formò sulla collina antistante al potente castello di S. quel complesso di edifici che, circondato da muri di cinta, si è conservato fino ad oggi autonomo, come comune speciale, sotto il nome di Spišská Kapitula (Capitolo di S.). Vi si trova la imponente chiesa prepositurale, ora cattedrale di S. Martino, di stile in parte romanico (sec. xiri), in parte gotico (1472-93), episcopio, residenze dei canonici, il seminario diocesano, e l'istituto magistrale, diretto dai Fratelli delle scuole cristiane, che vi hanno pure il loro scolasticato.
Capo di questo comune, composto quasi esclusivamente da uomini, è un canonico.
Nel territorio della diocesi si trova l'antica città monumentale di Levoča (v.). La specialità della provincia di S. sono le chiese gotiche a due navate, con una fila di colonne nel centro.
BibL.: C. Wagner, Analecta Scepusii sacri, 4 voll., Vienna 1774; J. Hradasky, Initia, progressus et praesens status Capituli Scepusiennis, Suspenceracalja 1901; autori vari, Mons Sancti martiri (lavoro stor. sulla diocesi di S., in lingua slovacca), Rukomberok 1947; Schematismus almae diocesiis Scepusiennis pro anno 1948, ivi 1948.
Michelle Lacko
SCERBO, Francesco. - Ebraista, n. a Marcellinara (Catanzaro) nel 1849, m. a Firenze nel 1927.
Entrò a 14 anni nel Seminario di Nicastro; ordinato sacerdote, studiò sotto la guida di A. De Gubernatis all'Istituto di studi superiori di Firenze e nel 1903 vi divenne professore incaricato di ebraico. Le sue opere più note sono la Grammatica della lingua ebraica (Firenze 1888; $2^{\text {a }}$ ed. ivi 1908) ed il Dizionario ebraico e caldaico del Vecchio Testamento, con aggiunto il Lessico dei nomi propri ebraici del Vecchio Testamento, con interpretazione del significato etimologico (ivi 1912-13). Si occupò inoltre di critica biblica e di linguistica generale. Né mancò di interessarsi a problemi più vasti, come mostra in particolare la sua ultima opera Scienza e buon senso (ivi 1927), intesa a confutare la teoria darwiniana dell'evoluzione.
Bibl.: F. Spadafora, - Scienza e buon senso - di F. S., in Palestra del clero, 1951, II, pp. 312-22.
SCETE (SKEte, Sketi, $\Sigma \varepsilon \dot{\eta} \tau \eta$, $\Sigma \alpha \dot{\eta} \tau \iota \varsigma$ [ $\Sigma \varepsilon \dot{\eta} \tau \varepsilon \omega \varsigma$ ], $\Sigma \alpha \alpha \vartheta \iota \varsigma$ ). - La più a spia solitudine degli anacoreti antichi dell'Egitto, a occidente del deserto di Nitria.
Sembra che il nome sia abbreviazione di asceterio: $\dot{\alpha} \pi \dot{\nu} \tau \tilde{\eta} \varsigma \dot{\alpha} \pi \varepsilon \dot{\eta} \rho \varepsilon \omega \varsigma \tau \tilde{\eta} \varsigma \varepsilon \dot{\alpha} \alpha \tilde{\eta} \alpha i \alpha \varsigma$, cioè dall'esercizio dei monaci nelle pratiche di pietà : un vero e grande $\dot{\alpha} \pi \varepsilon \eta \tau \eta \eta \iota o v$, ove gli eremiti attendevano alla contemplazione e alla penitenza.
Quasi continuazione delle solitudini di Nitria, verso la Libia, ove la penitenza raggiungeva il massimo rigore, la regione di $\Sigma \varepsilon \dot{\eta} \tau \eta$ veniva indicata con il nome di $\tau \tilde{\eta} \varsigma$ $\dot{\varepsilon} \rho \hat{\eta} \mu \nu \nu \tau \tilde{\eta} \varsigma \dot{\varepsilon} v \delta \dot{\alpha} \tau \alpha \dot{\tau} \alpha$ (solitudine la più interna nel deserto) e $\tau \tilde{\eta} \varsigma \tau \alpha v \varepsilon \rho \eta \mu \nu \nu$ ( $\tau$ tutto deserto 1), cioè luogo di assoluto deserto, lontano da ogni consorzio umano. Perciò quei monaci venivano detti shetioti ( $\varepsilon \alpha \eta \tau \iota \hat{\omega} \tau \alpha i$ ), V. LADRA.
BibL.: N. Nilles, Kalend. manuale utriusque Eccl. Orient. et Occid., II, Innsbruck 1897, p. 833 (indice, s. v.)
Igino Cecchetti
SCETTICISMO. - Dal gr. $\sigma \iota \varepsilon \dot{\varepsilon} \pi \tau \alpha \mu \alpha \iota$, guardo, osservo, rifletto, medito, investigo, è l'atteggiamento e la posizione sistematica - che non ammette, in generale o per un determinato ordine di oggetti, la possibilità di affermazioni certe e definitive. Esso è opposto, fin dall'antichità, a dogmatismo ([v.] da $\delta \dot{\sigma} \gamma \mu \alpha, \delta \dot{\delta} \xi \alpha, \delta \alpha \alpha \varepsilon \hat{\imath} v$, opinare, dare un giudizio). Lo s. è pertanto la negazione di un sapere che abbia significato di verità assoluta e consenta una concezione teoretica della realtà e della vita.
Condizione essenziale dello s. è quindi il dubbio (v.) sul valore, natura e significato della realtà e dell'esperienza, e di conseguenza la rinunzia ( $\dot{\varepsilon} \pi \eta \tau \hat{\eta}$ ) a ogni giudizio che si ponga oltre l'immediatezza dell'esperienza stessa. E questo lo s. cosiddetto totale (o universale), che non va tuttavia inteso come negazione di qualsiasi certezza. Non è infatti pensabile una forma di s. che estenda il dubbio alla stessa esperienza (v.) in quanto tale. Ogni atteggiamento scettico trova nell'esperienza, come realtà stessa della coscienza dubitante, i suoi limiti insuperabili e consente pertanto, nell'àmbito dei fenomeni, un grado, per quanto teoreticamente esiguo, di certezza. Accanto allo s. totale se ne possono avere - e se ne danno storicamente - espressioni parziali. Si parla così di s. religioso, etico, estetico, pedagogico, scientifico, ecc., quando in questi singoli ordini di oggetti e valori non si riconosce al pensiero umano la possibilità di un sapere oggettivo. Forme parziali di s. non necessariamente stanno insieme,
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anzi talora si contrastano a vicenda: lo s. religioso, p. es., può coesistere con il dogmatismo razionalistico o scientifico e viceversa uno s. sulle possibilità della ragione può associarsi a forme estreme di dogmatismo religioso.
Va inoltre precisata la differenza dello s. come puro atteggiamento psicologico e come posizione sistematica. Nel primo caso lo s. è semplice attitudine mentale, dubbio di fatto, più o meno cosciente delle proprie ragioni; può avere carattere di maggiore o minore serietà (s. "Utvolo ", "volgare ") secondo il diverso valore spirituale e la sincerità morale della persona che lo professa. Come posizione sistematica lo s. si presenta invece, a suo modo, quale concezione filosofica (negativa) derivata da premesse di fatto e di principio; può assumere forma di s. "dogmatico" se si esprime nella formola: "non è possibile una conoscenza teoretica certa"; o di semplice negativismo agnostico se si risolve in quest'altra affermazione: "non si può affermare né negare, è dubbio, il valore di verità e di certezza della conoscenza". Pur presentando lo s. dogmatico carattere di più assoluta radicalità, c'è tuttavia una essenziale equivalenza delle due posizioni in quanto il dubbio, risolutivo e definitivo, sulle possibilità della certezza coinvolge la negazione della medesima. Va invece distinta dallo s. ogni posizione che accolge il dubbio come momento non risolutivo ma metodico, o sia, comunque, atteggiamento di ricerca che non esclude sistematicamente la possibilità di una certezza oggettiva (v. problematicismo). Dello s. sono analoghe espressioni l'empirismo e il fenomenismo (v.): ogni empirismo conseguente non può infatti non conchiudere a un agnosticismo (v.) teoretico generale, ch'è appunto l'essenza dello s.
Le cause dell'atteggiamento scettico sono state storicamente diverse. Vanno indicate come principali: le contraddizioni del pensiero e dell'esistenza; l'oscurità dei problemi, delle ragioni e finalità delle cose; l'incertezza dei valori nella vita e nella storia.
Lo s. ebbe nella filosofia greca un'elaborazione matura. Motivi parziali se ne possono riscontrare già nella scuola di Elea (v. eleatismo) che riteneva apparenza e illusione il mondo dei sensi. Un frammento di Senofane afferma: «l'opinione [come opposta alla verità] regna dappertutto ", $\delta \dot{\varepsilon} \kappa \dot{\varsigma} \delta^{\prime} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \mathrm{l}$ тá $\sigma \mathrm{l}$ tét $\tau \varepsilon \tau \alpha \mathrm{l}$ (G. A. Mullach, I, Parigi 1860, p. 103, fr. 14). Incline allo s. era indubbiamente la sofistica: tali le affermazioni di Gorgia sull'inconoscibilità dell'essere e l'impossibilità di un vero discorso comunicativo (cf. Pseudo-Aristotele, De Xenophane, Zenone et Gorgia, cap. 5) e il detto di Protagora che di ogni cosa si dànno ragioni contrarie (Diogene Laerzio, IX, 51), anticipazione della $\operatorname{lo} \sigma \theta \delta \varepsilon \varepsilon \iota \alpha \gamma \dot{\omega} \nu \lambda \dot{\eta} \gamma \omega v$ degli scettici. La scuola scettica si richiamava anche, oltreché a Eraclito, Zenone, Parmenide, Anassagora, Empedocle, Democrito, ecc. (cf. Diogene Laerzio, IX, 71-73; Sesto Empirico, Phyrrh. hypot., I, 220 sgg.; Cicerone, Acad., I, 72 sgg.), a Socrate e a Platone. In realtà la certezza ch'ebbe Socrate della scienza morale (la professione d'ignoranza non era in lui s., ma momento metodico del sapere: cf. Apol., 21 b-d) e la dialettica positiva di Platone escludono lo s. Al più se ne possono individuare motivi latenti nell'inconoscibilità della natura, affermata da Socrate e nel significato di apparenza attribuito da Platone al mondo dei sensi.
Lo s. vero e proprio si afferma con Pirrone di Elide ( $365-270$ ca. a. C.; v. pirronismo). Per il Brochard lo s. di Pirrone ha carattere pratico; non nasce dalla dialettica ma rappresenta una reazione alla dialettica; sua idea fondamentale è: fare del dubbio uno strumento di saggezza e moderazione, di stabilità e felicità (op. cit. in bibl., p. 67). Esso s'esprime nelle asserzioni programmatiche divenute poi comuni agli scettici: niente è comprensibile ( $\dot{\alpha} \kappa \alpha \tau \alpha \lambda \eta$ $\varphi(\alpha)$; occorre quindi astenersi dall'assenso ( $\dot{\varepsilon} \pi \sigma \chi \dot{\eta}$ ); oú di alcuna cosa può dirsi «è piuttosto così» (oú $\mu \dot{\alpha} \lambda \lambda \sigma \sigma$ ); non definisco nulla (oú $\delta \dot{\varepsilon} v \dot{\rho} \rho i \zeta \omega$ ); tutto è nascosto ( $\pi \dot{\alpha} \nu \tau \alpha \dot{\alpha} \dot{\rho} \rho \iota \sigma \tau \alpha$ ); niente è in sé bene o male, giusto o ingiusto, e tutto gli uomini fanno per legge e consuetudine (vó $\omega \omega \dot{\theta} \dot{\varepsilon} \kappa \alpha i$ $\dot{\varepsilon} \theta \varepsilon \iota$; cf. Diogene Laerzio, IX, 61). Di qui le varie denominazioni degli scettici : $\sigma \kappa \alpha \pi \tau \iota \omega i$, in quanto sempre guardano e mai trovano; $\zeta \eta \tau \eta \tau \iota \omega i i$, in quanto permangono nella ricerca; $\dot{\alpha} \pi \omega \rho \eta \tau \iota \omega i i$, in quanto dubitano; $\dot{\varepsilon} \varphi \varepsilon \kappa \tau \iota \omega i$
(da $\dot{\varepsilon} \pi \dot{\varepsilon} \varepsilon \omega$ ), in quanto sospendono ogni giudizio (ibid., IX, 69-70). Come conseguenza della astensione dal giudizio, lo s. poneva la tranquillità o imperturbabilità dell'animo ( $\dot{\alpha} \tau \alpha \rho \alpha \zeta(\alpha$ : ibid., IX, 107); la impassibilità ( $\dot{\alpha} \pi \alpha \theta \varepsilon \iota \alpha$ : ibid., 108) e l'indifferenza ( $\dot{\alpha} \delta \iota \alpha \rho \circ \rho(\alpha)$. Ragioni dell'atteggiamento scettico sono, per il pirronismo, l'incertezza e relatività della percezione, e la impossibilità di una dimostrazione assoluta, in quanto la validità della dimostrazione suppone un criterio, e il criterio a sua volta ha bisogno di una dimostrazione (ibid., 79 sgg.). S. quindi assoluto circa ogni definizione sulla natura delle cose: "Le cose che come uomini sperimentiamo le affermiamo; che infatti sia giorno, che noi viviamo e molte altre cose che si presentano ( $\varphi \alpha \iota \nu \varphi \iota \varepsilon \dot{\varepsilon} \omega \omega v$ ) nella nostra vita, le sappiamo; ma circa quelle cose che i dogmatici affermano di comprendere con la ragione, noi sospendiamo l'assenso perché le riteniamo incerte e oscure; e solo riconosciamo le nostre affezioni" ( $\mu \dot{\sigma} \nu \alpha \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \tau \dot{\alpha} \pi \dot{\alpha} \theta \eta$ $\tau \eta \gamma \omega \dot{\alpha} \sigma \iota \sigma \iota \varepsilon \nu$ : ibid., 103); testimonianza che avvalora l'affermazione del Richter (op. cit. in bibl., I, p. 108 sg.), esserci nel pirronismo un'anticipazione della scepsi lumiana, a parte, nello scettico inglese, il momento soggettivistico, assente dallo s. antico, che pone in questione la stessa esistenza della realtà oltre i fenomeni. Il più insigne fra gli immediati discepoli di Pirrone fu Timone di Flumie (n. nel 325 a. C., m. in Atene nel 235 a. C.) delle cui molte opere non rimane che qualche scarso frammento. Più tardi il pirronismo fu ripreso da Enesidemo di Cnosso (Creta; la data di nascita è incerta: tra l'80 a. C. e il 130 d. C.); e da Agrippa (mezzionato in Diogene Laerzio, ma di cui nulla è noto: Hass opina che abbia insegnato verso la fine del sec. 1 a. C.). A Enesidemo (di cui andarono perduti i $\Pi \rho \rho \rho \omega \dot{\omega} v o \sigma \iota \lambda \dot{\eta} \tau \alpha$; oltre al $\Pi \varepsilon \rho i \sigma \circ \rho i \alpha \varsigma$ e al $\Pi \varepsilon \rho i \zeta \eta \tau \dot{\eta} \sigma \varepsilon \omega \varsigma$ ) sono riferiti i dieci "luoghi" (тóm $\alpha$, трóm $\alpha$, $\lambda \dot{\eta} \gamma \alpha$ ) o ragioni dell'astensione dell'assenso, tramandati, con lievi varianti, da Diogene Laerzio e da Sesto: la percezione e le rappresentazioni variano secondo: 1) la diversità degli animali; 2) le differenze che si riscontrano negli uomini; 3) la diversa costituzione dei sensi; 4) le circostanze; 5) la situazione, la distanza, il luogo; 6) le mescolanze degli oggetti; 7) la loro quantità e composizione; 8) le loro relazioni; 9) la loro frequenza o verità; 10) le istituzioni, i costumi, le leggi, le credenze favolose e le opinioni dogmatiche (Sesto, Phyrrh. hyp., I, 36 sgg.; Diogene Laerzio, IX, 79 sgg.). Di Agrippa sono ugualmente ricordati cinque "modi": 1) la discordanza degli uomini; 2) il processo all'infinito nella dimostrazione; 3) la varietà degli oggetti secondo le loro relazioni; 4) l'ipotesi, quando, ad evitare il processo all'infinito nella dimostrazione, si assume come certo un principio ipotetico; 5) il circolo vizioso ( $\delta \iota \alpha \lambda \lambda \eta \lambda \sigma \varsigma$ $\tau \rho \dot{\sigma} \sigma \sigma \varsigma$ ), quando si prende a premessa ciò che ha bisogno di essere provato dalla conclusione (Sesto, Phyrr. hyp., I, 164 sgg.; Diogene Laerzio, IX, 88-89).
Ma prima ancora della restaurazione del pirronismo con Enesidemo, lo s. era stato accolto, con Arcesilao, dalla Nuova Accademia platonica (la tradizione ciceroniana, seguita dal Brochard [op. cit. in bibl., p. 29] poteva due sole Accademie, quella antica di Platone, e la nuova di Arcesilao; Sesto [Phyrrh. hyp., I, 220 sgg.] dà come terza quella di Carneade e riferisce che altri ne distinguevano ancora due posteriori). Arcesilao di Pitane ( $315-240$ ca. a. C.) è quasi contemporaneo di Pirrone, ma, come sembra, da lui indipendente (Hirzel, Natorp; cf. Credaro, op. cit. in bibl., I, p. 130 sgg.): lo s. da lui introdotto nell'Accademia è essenzialmente dialettico, in quanto analisi e critica sistematica delle dottrine stoiche ed epicuree (ibid., II, pp. 229-30). Contro la pretesa $\kappa \alpha \tau \alpha \lambda \eta \dot{\eta} \alpha$; "comprensione" degli stoici Arcesilao dichiarò che nessuna percezione ha in sé garanzia di verità : non c'è una rappresentazione veramente "percettiva ", e opposte ragioni impediscono circa ogni cosa l'assenso: "Arcesilaus negabat esse quidquam quod sciri posset...; sic omnia latere censebat in occulto; neque esse quidquam quod cerni aut intelligi posset" (Cicerone, Acad., I, 45; cf. Diogene Laerzio, IV, 28 sgg.). Tuttavia, poiché nella prassi occorre un criterio che sia norma all'azione, "colui che si astiene universalmente ( $\pi \varepsilon \rho i$
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mavtós) dal giudicare, conformerà il suo agire e non agire a ciò che è ragionevole ( $\tau \tilde{\omega} \varepsilon \dot{\omega} \lambda \dot{\sigma} \gamma \omega$; cf. Sesto, Adv. math., VII, 158). L'cũ̃oүov di Arcesilao è pertanto (Hirzel, Credaro) pura norma pratica: è la ragionevolezza dell'azione in rapporto al suo fine eudemonistico, "la prudenza, il sentimento della convenienza, l'arte di vivere bene», né ha quindi significato teoretico. L'indirizzo di Arcesilao, dopo i suoi successori immediati, Lacide di Cirene, Egesino di Pergamo, Evandro, fu continuato nell'Accademia da Carneade di Cirene (ca. 219 (14) - 129 (28) a. C.), "homo omnium in dicendo acerrimus et copiosissimus" (Cicerone, De orati, I, 45). Carneade (non scrisse nulla e la dottrina fu tramandata dai discepoli) riprese a fondo la critica del dogmatismo stoico (particolarmente di Crisippo : "Se Crisippo non fosse stato, anch'io non sarei »; Diogene Laerzio, IV, 62). Non c'è criterio di verità nella ragione né nei sensi: ragionamento, rappresentazione e sensazione sono fonti di illusione e di errore. La conoscenza delle cose in sé ( $\varepsilon \rho \dot{\rho} \varsigma \tau \dot{\eta} \nu \varphi \dot{\sigma} \sigma(\nu)$ non è quindi possibile: se siano o non siano gli dèi, se il mondo sia opera loro o da essi governato non si sa: il sapiente non lo afferma né lo nega, si astiene dal giudizio. Altrettanto deve dirsi per l'etica: le valutazioni morali non si fondano su norme assolute ma sono pure opinioni, variabili secondo gli uomini e i tempi (cf. Cicerone, De leg., I, 42). Tuttavia ci sono, per Carneade, rappresentazioni che, in rapporto all'uomo e alla sua natura, sembrano vere, ed hanno quindi, in vario grado, probabilità ( $\sigma \iota \vartheta \psi \nu \dot{\sigma} \tau \eta \varsigma$ ); tale probabilità è assunta a criterio di verità pratica: una rappresentazione verosimile, non contraddetta da altre, ben controllata, consente il massimo grado di persuasione ed è criterio della deliberazione del saggio (cf. Sesto, Adv. math., I, 166-89; Phyrrh. hyp., I, 226-31). Il $\pi \iota \vartheta \chi \nu \dot{\nu} \nu$ di Carneade (da cui venne al suo indirizzo la qualifica di "probabilismo") è qualcosa di più dell'cũ̃oүov di Arcesilao, in quanto concerne la credibilità o ammissibilità di una proposizione, ma poiché la verosimiglianza è relativa al soggetto, non sembra rappresentare un effettivo superamento dello s. (cf. Credaro, op. cit. in bibl., II, p. 68 sgg.). Gli insegnamenti di Carneade furono raccolti dallo scolaro e successore Clitomaco di Cartagine : vi attinsero più tardi (l'Accademia intanto operava un ritorno al platonismo) Cicerone e Sesto.
Sesto Empirico ([v.] appartenente alla scuola degli *empirici»: filosofi-medici che alla dialettica opponevano l'* arte *, l'osservazione, l'esperienza, la medicina) rappresenta, tra la seconda metà del sec. in d. C. e l'inizio del sec. III (n. ca. il 180), l'ultima espressione dello s. greco (greco egli era, anche se di ignota origine, certamente non di Atene né di Alessandria). Gli scritti che ci giunsero di lui (Lineamenti pirroniani, Пиррӣvеıо 0001002005 [trad. it. di O. Tescari, Schizzi pirroniani, Bari 1926]), Contro i matematici, Пфб́ $\mu \alpha \vartheta \eta \mu \varepsilon \tau \iota \sigma \dot{\varsigma} \varsigma$; Contro i dogmatici, Пфб́ $\delta \circ \gamma \mu \alpha \tau \iota \sigma \dot{\varsigma} \varsigma$; le ultime due opere riunite generalmente sotto il titolo Adversus mathematicius) sono la fonte più preziosa dello s. Sesto vi raccoglie, coordina e sviluppa in una esposizione sistematica, concisa e particolareggiata, tutti gli argomenti e le dottrine degli scettici antichi : è pertanto impossibile determinare quanto gli appartenga come proprio. Il significato umano essenziale dello s., per Sesto, può riassumersi nelle seguenti affermazioni: «Noi non intendiamo opporci alle comuni asserzioni degli uomini né rimanere inoperosi.... lo scettico non dubita delle sensazioni e dei fenomeni..." (Adv. math., VIII, 157). Pertanto è sufficiente, penso, vivere secondo l'esperienza e senza dogmi, in conformità delle osservanze comuni..., sospendendo il giudizio su quanto vien detto dalla sottigliezza dialettica che sta del tutto fuori di ciò ch'è utile per la vita" (Phyrrh. hyp., II, 246; cf. I, 19 sgg.).
Il pensiero cristiano, per la sua certezza della Rivelazione (v.), si oppone allo s. Motivi parzialmente scettici si hanno tuttavia, talora, nella sottovalutazione della conoscenza razionale-filosofica di fronte alla fede (cf. Lattanzio, Div. inst., I, 2: PL 6, 117-18; III, 4: ibid., 357-58). S. Agostino aveva inclinato dapprima verso lo s. accademico: * academicorum more dubitans de omnibus atque inter omnia fluctuans" (Conf., V, 14); in seguito,
nel Contra acad. e altrove, egli fece valere contro lo s. la certezza che il dubbio e la verità in esso presente, comportano (cf. Contra acad., III, 9; De Trin., XV, 12; De civ. Dei, XI, 26; De vera relig., 36, 73). Aliena dallo s. è, nel suo complesso, la scolastica medievale (a parte la tendenza verso l'agnosticismo teologico espressa nella cosiddetta "teologia negativa" che tuttavia, per il suo accentuato carattere mistico, aveva significato sostanzialmente positivo). La fonte principale dello s., le Ipotiposi di Sesto, sembra comunque non fosse sconosciuta alla scolastica: ne lo scoperta infatti la traduzione in una biblioteca di S. Vittore nel 1888 dal Piravet e di nuovo nel 1891 dal Baeumker (Eine bisher unbehannte mittelalterl. lateinische Uebersetz. des Пopp. ùт. des Sextus Emp., in Arch. f. die Gesch. d. Philos., 4 [1891], pp. 574-77). Affermazioni scettiche, particolarmente circa la conoscenza della causalità nelle creature e dell'esistenza del mondo esterno, si hanno in Nicola di Autrecourt (v.) : nel 1347 furono di lui proscritte da Clemente VI, fra altre, le proposizioni: "Quod de rebus per apparentia naturalia nulla certitudo haberi potest"; "Quod de substantia materiali alia ab anima nostra non habemus certitudinem exsistentiae»; "Quod nescimus evidenter quod aliqua causa efficiens naturalis sit vel esse possit" (Denz-U, 533-70).
I motivi dello s. antico sono ripresi nel ' 500 dal Montaigne (v.): le diverse soluzioni del dogmatismo filosofico agli eterni problemi dell'essere, dell'anima, di Dio non consentono una scelta ragionevole : nemmeno si può accettare la verosimiglianza, la cui determinazione suppone una conoscenza della verità. Le ragioni dello s. sono nella relatività della conoscenza sensitiva, fonte di ogni nostro sapere, e nell'inevitabile circolarità della dimostrazione. Meglio dunque, sulla natura delle cose e di noi stessi, sospendere ogni giudizio e affidarci alla guida dell'esperienza e della fede, senza pretendere della fede una dimostrazione razionale (cf. Essais, II, cap. 12; III, cap. 8, 13). Dal Montaigne dipende la posizione di P. Charron ([v.] Le traité de la sagesse, Bordeaux 1601) che riafferma nella scepsi della ragione il fondamento e la necessità della fede. Motivi analoghi sono in Fr. Sanchez ([1562-1634] Tractatus de multum nobili et priam universali scientia quod nihil scitur, Lione 1581: la posizione del Sanchez aveva principalmente carattere polemico contro la scienza del suo tempo). Nei sec. xvi ripropone lo s. S. Foucher ([1644-96] Lettres par un académicien, Parigi 1675; Apologie des académiciens, ivi 1687). Di Pascal (v.) sono note le espressioni sull'impotenza della ragione (s la raison impuissante»; "nous sentons une image de la verite et ne possédons que le mensonge»; Pensées, 434, ed. Brunschvicg, Parigi 1949, p. 229); ma il loro significato sta piuttosto in una confessione dell'insufficienza dell'uomo a realizzare la sua esistenza e il suo destino spirituale senza l'aiuto della Grazia. Né è dubbio in Pascal il valore fondamentale della natura umana: "je met en fait qu'il n'y a jamais eu de pyrrhonien effectif parfait" (ibid.; cf. anche 83, pp. 86-87 e 374, p. 201).
Nella filosofia moderna l'espressione più elaborata dello s. in senso metafisico è il fenomenismo (v.) humiano. Il valore della conoscenza e della ragione, che Hume non intende respingere con l'assoluta negazione dello "excessive" s. (Hume non si qualifica scettico), è tuttavia rigorosamente contenuto nell'àmbito dei fatti e dell'esperienza e degli astratti rapporti quantitativi (matematiche). Ogni tentativo della ragione al di là di questi limiti (metafisica, teologia, ricerca della causa) non è altro che "sophistry and illusion" (Enquiries, sez. 12 ${ }^{\text {a }}$, parte $3^{\text {a }}$, ed. Selby-Bigge, n. 132, Oxford 1951, p. 165; cf. la intera sezione). La sottile critica humiana agì, com'è noto, su Kant e, attraverso Kant, anche sulle gnoseologie posteriori (contro il preteso superamento kantiano essa fu riaffermata da G. E. Schultze [v.] nell'Akmeidismus, Helmstedt 1792). Lo s. non fu generalmente ripreso nell'assolutismo negativo della sua elaborazione antica (del resto già sistematicamente conchiusa con la scepsi greca); ma, accanto a sistemi grandiosamente costruttivi (p. es., l'idealismo), le istanze più radicali dello s. si
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mantennero in vigore nel recente e contemporaneo pensiero filosofico. Il compito perseguito dal criticismo e dallo sforzo speculativo posteriore, di determinare le possibilità e i limiti della ragione, è riuscito infine talora attraverso le stesse soluzioni positive - a forme esplicite di rinunzia alla metafisica (positivismo, agnosticismo, pragmatismo, neopositivismo, esistenzialismo). Recentemente in Italia una difesa dello s. è stata riproposta da G. Rensi (v.) : lo s., come incertezza di ogni soluzione dei problemi metafisici, è l'unica situazione di sincerità del pensiero: "nel momento in cui pensa [il filosofo] a un problema metafisico, non può non scorgere, non sentire intimamente, come ugualmente possibili, le opposte soluzioni" (Sic et non, Roma 1911, p. 11).
Contro lo s. è stata opposta sempre la interna contraddizione di un'assoluta negazione della verità : chi afferma di non sapere nulla, sa almeno di non sapere, e chi dice doversi sospendere ogni giudizio, ne enunzia uno: "si nibil sciri potest, necesse est id ipsum sciri, quod nihil sciatur... Sic inducitur dogma sibi ipsi repugnans, seque dissolvens" (Lattanzio, Div. inst., III, cap. 6: PL 6, 361). La natura del pensiero ch'è essensialmente affermazione, non consente un dubbio veramente universale; il pensiero in atto è sempre, in qualche senso, certezza: "si dubitat, dubitare se intelligit; si dubitat, certus esse vult; si dubitat, cogitat; si dubitat, scit se vescice; si dubitat, iudicat non se temere consentire oportere" (s. Agostino, De Trinit., X, cap. 10, n. 14: PL 42, 981). Tale critica dello s., se rileva la intrinseca inconsistenza di una negazione della certezza che pretenda essere assoluta, non risponde tuttavia alle istanze più autentiche dello s. storico che non contesta ogni certezza, bensì quella soltanto che si ponga oltre i fatti e l'esperienza. Si può convenire con lo Hume "che nessuno s'è mai incontrato con una persona che non abbia alcune opinione o principio su nessun argomento d'ordine pratico o speculativo" (Enquiries, sez. 12a, parte $1^{\circ}$, ed. cit., n. 116, p. 148). La considerazione che chiede lo s. (s malgrado le apparenze, Pirrone, Carneade, Enesidema, Agrippa hanno ben meritato dello spirito umano": Brochard, op. cit. in bibl., p. 130) è altrove: nel suo richiamo alla essenziale dimensione di inadeguatezza dell'umano possesso della verità. Non c'è coscienza (d'affacci essa sulle profondità metafisiche del mondo, dell'io, della volontà, della libertà, della azione) la quale non urti nel limite e nell'opposizione, in un contenuto ch'è sempre un ulteriore rimando e che si sottrae a una presa assoluta, conchiusiva, esaustiva del pensiero. Questa condizione, ch'è il mistero più grave dell'uomo in cerca di verità e non assicurato, in senso sia teoretico che pratico, nel suo possesso, è un limite sempre presente alle possibili esorbitanze del dogmatismo filosofico. Ma lo s. ha torto nel non riconoscere l'universalità e immutabilità del valore che per la verità - qualunque verità, anche quella ordinaria della vita - si fa presente nella coscienza e nel pensiero umano. Ipotesi, probabilità, dubbio, errore accompagnano certo, come momenti del suo divenire, ogni sforzo del pensiero: l'ioo $\theta \dot{\varepsilon} v \varepsilon \iota \alpha$ vüv $\lambda \delta \gamma \omega \nu$ è sovente una realtà nella conoscenza e nella vita. Ma, appunto, ipotesi, probabilità, dubbio, errore ci sono e si commisurano per rapporto alla verità che se nella sua totalità è per l'uomo soltanto un termine ideale, ne struttura tuttavia la mente, il pensiero, l'azione. L'uomo è nella verità, radicalmente, per il suo stesso pensare, com'è radicalmente nell'essere, anche se entrambi, verità ed essere, non sono dell'uomo per via della sua situazione di creatura - dominio assoluto. E il criterio di verità contestato dallo s. l'uomo lo ha nel suo stesso intelletto come espressione, per quanto partecipata e limitata, dell'essere e dei suoi significati fondamentali (logico, reale, morale), e quindi anche come possibilità iniziale della metafisica. Il fatto stesso che sappiamo discernere l'errore, scoprirlo, abbandonarlo, conferma che disponiamo, in generale, di una norma di certezza. Il carattere di relatività della conoscenza sensibile e la varietà delle opinioni umane non possono essere argomento di s.; confermene soltanto che la conoscenza ha un margine di contingenza e di storicità -
espresso per ognuno dalla sua particolare situazione individuale nel tempo. Alle istanze pirroniche circa la percezione sensibile non è difficile la risposta attraverso una critica della stessa percezione che ne chiarisca le modalità soggettive e ne contenga il significato di verità entro i termini di un rapporto, oggettivo ma condizionato, della realtà con il soggetto.
La condizione di ottimismo morale ( $\dot{\alpha} \tau \alpha \rho \alpha \xi$ is) che lo s. antico poneva come conseguenza del suo atteggiamento teoretico negativo, e ben lontana dall'esserne una derivazione necessaria. Una situazione di radicale incertezza sul significato dell'esistenza, per una coscienza che si ricerchi con piena sincerità, è piuttosto ragione di oscura inquietudine, oltreché elemento negativo per l'impegno spirituale della vita e dell'azione.
Brec.: per i singoli autori v. alle rispettive voci, C. Fr. Stäudlin, Gesch. u. Geist d. Skeptizismus vorzüglich in Rücksicht auf Moral u. Reliz., Lipsia 1794; E. Saisset, Le scepticisme. Aenicidème, Pascal, Kant, 2r ed., Parigi 1869; N. Moccol, The Greek Sceptics from Pyrrho to Sextus, Londra - Cambridge 1869; P. L. Haas, De scepticorum philosophorum successivnibus, ecc., Würzburg 1873; V. Sartini, Storia dello s. moderno, Firenze 1876; A. Henning, Der S. Montaigne's u. seine geschichtl. Stellung, Iena 1879; E. Pap. puntheim, Die Tropen der griechisch. Skeptiker, Berlino 1883; L. Credaro, La 1. degli accademici, 2 voll., Milano 1889-93; G. Ciddi, La s. critica della scuola pirroniana, Udine 1896; R. Richter, Der S. in der Philosophie, a voll., Lipsia 1904, 1908; A. Goe deckemeyer, Die Gesch. des griech. S., ivi 1903; v. anche del Goe deckemeyer le Abhandl. zur Gesch. d. S., ivi 1916 sgg.; G. Rensi, Limeamenti di filos. scettica, Bologna 1910, 2r ed. 1921; id., La scepi estetica, ivi 1920; id., Palemiche antidogmatiche, ivi 1920; id., Introd. alla scepi etica, Napoli 1921; id., Le ragioni dell' irrazionalismo, ivi 1933; V. Brochard, Les sceptiques grecs, Parigi 1887, 2r ed. ivi 1932; R. Verneaux, Doute et croyance, in Rev. philos, de Louvain, 42 (1947), pp. 21-44; L. Robin, Les sceptiques grecs, Parigi 1930. Altre indicazioni generali e particolari sullo s. greco in Uberweg, I, 140 ${ }^{\text {a }}$ sgg. e $183^{\mathrm{a}}-84^{\mathrm{a}}$. V. anche acnoSticismo: certezza: conoscenza: criterio: evidenza: intel Letto: ragione: relativismo: verità.
L'po Viglino
SCHAEFER, Thimotheus. - Canonista cappuccino, n. a Hechingen (Hohenz) il 14 sett. 1877, m. a Roma il 29 nov. 1948. Laureatosi in Roma in utroque iure e in filosofia, insegnò in Münster, nel Seminario teologico del suo Ordine, dove fu anche maestro dei novizi, poi in Roma, nel Collegio internazionale S. Lorenzo da Brindisi (1920) e nella Pontificia accademia dei nobili (1927).
Fu per molti anni consultore apprezzato del S. Uffizio e di varie altre Congregazioni e giudice prosinodale presso il tribunale del vicariato. Figura tra i primi commentatori sistematici del nuovo CIC, al quale dedicò varie monografie, molto apprezzate e largamente diffuse in Germania. Si specializzò nel diritto dei regolari. Il suo De Religiosis è tuttora il trattato più completo e più consultato in materia. Suoi principali lavori sono: Das Eherecht nach dem CIC, Münster 1918; $4^{2}$ ed. ivi 1924; Die Verwaltung und Spendung der heiligen Sakramente, Paderborn 1921; Pfarrer und Pfarrvikare nach dem CIC, ivi 1922; Das Ordensrecht nach dem CIC, ivi 1923; Compendium de Religiosis, ivi 1927; De Religiosis, $4^{2}$ ed., Roma 1927. Fu relatore al Congresso giuridico internazionale, tenuto in Roma nel 1933, con un'estesa dissertazione sul tema: Justinianus I et vita monachica (Atti del Congresso, I, pp. 173 sgg.).
Brec.: Zaccaria da S. Mauro, Il p. T. S., in L'osserv. romano, 12 dic. 1948. Necrologi in Analecta Ord. F. M. Cap., 63 (1949), p. 67 sg.; Collectanea Franciscana, 19 (1949), p. 328. Zaccaria da S. Mauro
SCHAEPMAN, Hermannus Johannes Aloysius Maria. - Uomo di Stato dei Paesi-Bassi, n. a Tubbergen (pr. di Overijssel) il 2 marzo 1844, m. a Roma il 21 genn. 1903 e sepolto nel Camposanto teutonico.
Sacerdote nel 1867, studiò poi a Roma (1868-69) ed ottenne la laurea in chirurgia alla Sapienza. Dal 1870 al 1880 fu professore al Seminario di Rijssenburg (arcid. di Utrecht); nel 1880 fu eletto Deputato alla seconda Camera degli Stati-Generali, malgrado fosse sacerdote. Sommo merito di S. è quello di aver reintegrato
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(da J. van Wely, S. 1811-1903. Bussum 1925)
SchaEPMAN, HERMANNUS JOHANNES. Ritratto.
la popolazione cattolica dei Paesi Bassi nella vita politica nazionale, dalla quale era stata ributtata in seguito alla Riforma. Senza aver mai fatto parte di nessun ministero, rimase fino alla morte l'incontestato leader ed emancipatore dei suoi correligionari, che riunì in un solo partito politico e come suo capo spirituale iniziò poi (malgrado una forte opposizione interna) la cosiddetta politica di coalizione con i partiti
della vecchia destra protestante (v. paes Bassi, it. Storia).
Poeta di scarso valore, lasciò invece una vasta produzione giornalistica; oltre ai vari scritti su argomenti politici e sociologici, notevoli le Lettere da Roma, apparse sul grande diario cattolico di Amsterdam De Tijd del quale fu redattore capo.
BISL.: J. Pereyn, Dv. S., 3 voll., Utrecht 1912-27 (l'ultimo incompiuto); J. van Wely, S. 1844-1903. Bussum 1922. Giovanni Giuseppe Poelhekke
SCHALL von BELL, Johann Adam. - Gesuita, missionario in Cina ed astronomo, n. a Colonia il $1^{\circ}$ maggio 1592, m. a Pechino il 15 ag. 1666. Entrato nella Compagnia di Gesù il 21 ott. 1611 e ordinato sacerdote, partì da Lisbona verso la Cina il 16 apr. 1618. Arrivò a Macao il 15 luglio 1619 e vi restò fino all'autunno 1622, quando, finita la persecuzione, poté recarsi a Pechino dove giunse il 25 genn. 1623.
Appena imparata la lingua, nel 1627 fu mandato come missionario a Sian, nello Shensi, donde nella seconda metà del 1630 venne richiamato a Pechino per la correzione del calendario. Un grosso errore di calcolo dell'edissi solare del 21 giugno 1629 da parte degli astronomi cinesi aveva spinto l'Imperatore ad affidare la correzione del calendario al Missionari coadiuvati da due insigni cristiani, il dott. Paolo Stücoamechi (Haü Kuang-ch'i) e il dott. Leone Licezao (Li Chih-tsao). Per questo il p. S. fu richiamato dallo Shensi e il p. Giacomo Rho milanese, dallo Rhansi e in un quinquennio, aiutati da una dozzina di letterati cristiani, i due missionari pubblicarono una collezione di ca. 150 volumetti di matematica in cinese. Il 28 febbr. 1634 presentarono all'Imperatore il primo calendario corretto secondo i metodi occidentali. Morti i due colleghi cinesi ( 1630 e 1633) ed il Rho (1638), lo S. continuò ed ampliò l'opera sua, costruendo strumenti di astronomia, di ottica, di idraulica, di musica e perfino di artiglieria, fondendo cannoni per respingere le incursioni dei Mancesi. Col trionfo di questi nel 1644, S. non perdé il favore di cui aveva goduto sotto l'ultimo imperatore dei Mim o Ming; prima della fine di quell'anno S. fu nominato presidente dell'Ufficio di astronomia malgrado le sue proteste. Alessandro VII il 3 apr. 1664 dichiarò * viase vocis oraculo * che, date le circostanze, era lecito allo S. di accettare simile onore, nonostante la sua professione di quattro voti e i relativi dubbi dei suoi confratelli. Quanto poi all'inserzione nel calendario dei giorni fausti o infausti e di alcune particolarità superstiziose, lo S. dovette provare che egli non era responsabile che della parte puramente scientifica della compilazione del calendario. In situazione delicata si trovò quando gli fu conferita ( 1658 ) la dignità di mandarino di prima classe, per la quale dovevano venir nobilitate tre generazioni prima di lui e tre dopo; perché questo fosse possibile, egli, per volere dell'Imperatore, dovette adottare come figlio il figlio di un suo servo, imprudenza di
cui lo S. chiese pubblicamente perdono un anno prima della sua morte. Questa imprudenza nel 1751 verrà calunniosamente sfruttata dall'apostata ex-cappuccino N. Platel.
Pur occupandosi di studi scientifici, lo S. trovò tempo e modo di fare opera di vero missionario alla corte. Egli incominciò a convertire tre eunuchi. Poiché le dame di palazzo non uscivano mai fuori della "città interdetta", e nessuno poteva parlare con loro eccetto gli eunuchi, S. si serviva di questi tre eunuchi cristiani per giungere fino a loro. Una cappella della B. Vergine fu eretta nel recinto del palazzo imperiale ed in essa pregava nel 1642 una singolare comunità quasi religiosa di una cinquantina di ferventi dame cristiane sotto la direzione di una superiora. Attraverso gli eunuchi e le dame cristiane, S. mirò alla conversione dello stesso Imperatore. Scioence (Shuh Chih), primo Imperatore mancese, ebbe grande dimestichezza con lo S., e andava a visitarlo una ventina di volte all'anno trattenendosi familiarmente con lui: lo S. ne approfittava per dare utili consigli al giovane Monarea tanto che si è potuto asserire che, dal 1651 al 1661, S. fu quasi come un reggente di Cina. Istruito delle verità della fede, l'Imperatore avrebbe potuto convertirsi se non fosse morto quasi improvvisamente a 23 anni nel 1661.
Questa morte dette agli avversari dell'astronomia europea l'occasione di abbandonarsi a una campagna di diffamazione che sfociò nella persecuzione del 1664, di cui l'istigatore principale fu un maomettono di nome Iamcoamsien (Yang Kuang-hsien) che si spacciava per astronomo. Questi accusò S. di alto tradimento e di aver introdotto una religione perniciosa e un'astronomia falsa. Dopo un processo e una prigionia di sette mesi, lo S. il 15 apr. 1665 venne condannato ad essere tagliuzzato in minuti pezzi; invece venne finalmente liberato il 18 maggio ma morì un anno dopo, il 15 ag. 1666. Quando l'anno seguente il giovane Cicamsci (Kanghai) prese in mano il governo, egli ordinò la revisione del processo e approvò la sentenza della piena riabilitazione di S. e della decapitazione del suo rivale, graziato poi a causa della sua vecchiaia.
BISL.: H. Cordier, Bibliotheca Sinica, II, Parigi 1905; col. 1094; id., Suppl., 1924; col. 3679; L. Pfister, Notices biographiques et bibliographiques sur les jémites de l'ancienne Mission de Chine, Sciangai 1932-34, pp. 162-82; A. Vich, 7. A. S. von Bell, S. 7., Colonia 1933; M. Barbera, Il p. G. A. S., in Circ. catt., 1934, iv, pp. 235-63, 338-66; P. Pelliot, in T'oung Pao, 31 (Leida, 1934-35), pp. 178-87.
Pasquale D'Elia
SCHANZ, Paul. - Teologo e apologeta, n. a Horb (Württemberg) il 4 marzo 1841, m. a Tubinga il $1^{\circ}$ giugno 1905 .
Studiò filosofia e teologia nell'Università di Tubinga (1861-65) e, ordinato sacerdote a Rottenburg (ro ag. 1866), fu coadiutore parrocchiale per un anno. Nell'ag. 1867 ritornò a Tubinga come ripetitore nel Convitto teologico, sostituendo talora il Kuhn (v.) nell'insegnamento dogmatico.
Perfezionatosi in matematica, ne divenne professore nel ginnasio di Rottweil (1870-76): sono di quel periodo i suoi studi sul card. Nicola Cusano, come matematico e astronomo. Dal 1876 al 1883 tenne a Tubinga la cat-

(frz. Ene. Cail.)
SCHALL vON BELL, JOHANN ADAM. Ritratto in vesti cinesi. Incizione del sec. xvir, da A. Shell v. B., Historiae operatio de initio et progressio missionis S. 7. apud Clonentes.... Vienna 1665, tav. di fronte a cap. I - Roma, esemplare della Bibl. naz.
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tedra di esegesi biblica, pubblicando apprezzati commenti sui Vangeli (4 voll., Friburgo in Br. 1879-85). Nel 1883 successe al suo maestro Kuhn nella cattedra di teologia dogmatica e apologetica, affermandosi con importanti pubblicazioni, tra cui eccellono : Die Lehre von den heiligen Sakramenten der hotholischen Kirche (Friburgo in Br. 1893) e l'ampia Apologie des Christentums (3 voll., ivi 1887-88; trad. it. Firenze 1907).
Bibl.: Hurter, V, coll. 1896-97; M. Grabmann, St. della trel. cati., trad. it., $2^{2}$ ed. Milano 1939, pp. 29-30; E. Hocedes, Hist. de la théol. au XIXe siècle, III, Bruxelles-Parigi 1947, v. indice.
Antonio Piolanti
SCHÄZLER, Kostantin von. - Teologo neotomista, n. ad Augusta il 7 maggio 1827, m. a Interlaken il 19 sett. 1880.
Di nobile famiglia protestante, studiò diritto e iniziò la carriera militare, che interruppe nel 1850 ; poco dopo a Bruxelles si converti al cattolicesimo. A Lovanio, ove fece gli studi teologici, entrò nella Compagnia di Gesù (1851), donde usci, già sacerdote (Liegi 1856), nel 1857. Laureatosi in teologia a Monaco (1859), fu professore di storia dei dogmi a Friburgo in Br. (1862-73). Presente al Concilio Vaticano come teologo del vescovo Fessler (v.), dal 1873 si fissò a Roma, ove svolse notevole attività come consultore di varie Congregazioni. Nel 1878 rientrò nella Compagnia di Gesù.
Fu uno dei più decisi rappresentanti del movimento neotomista in Germania, cui sono ispirate le opere: Die Lehre von der Wirksamkeit der Sakramente ex opere operato (Monaco 1860); Das Dogma von der Menschwerdung Gottes im Geist des hl. Thomas dargestellt (Friburgo in Br. 1870); Divus Thomas contra liberalismum (Roma 1874). Dopo il 1865 polemizzi viracemente contro Kuhn (v.), sulla questione, molto agitata in Germania, dei rapporti tra ragione e fede, prima in numerosi articoli anonimi negli Historisch-politische Blätter, poi apertamente nelle opere: Natur und Ubernatur (Magonza 1865); Gnade und Glaube (ivi 1867), Postume sono: l'Introdustio in S. Theologium ad mentem D. Thomae (a cura di T. Esser O. P., Ratiabona 1882; con una prefazione sulla vita e le opere dello S.) e Die Bedeutung der Dogmengeschichte (ivi 1884).
BibL.: Hurter, V, coll. 1305-1306; J.-P. Grausem, s. v. in DThC, XIV, col. 1270; G. Hâfde, K. von S. Zu seinem hunderst. Gebrnttugs, in Divus Thomas (Friburgo, 3. 1927), pp. 411-18; G. B. Guzzetti, La perdita della fede nei cattolici, Venegono Inferiore 1940, pp. 133-49; E. Hocedes, Hist. de la théol. au XIXe siècle, II, Bruxelles-Parigi 1932, pp. 307, 323, 342. Antonio Piolanti
SCHEEBEN, Mathias Josefa. - Teologo, n. a Mackenheim (presso Bonn) il $1^{\circ}$ marzo 1835, m. a Colonia il 21 luglio 1888.
Si laureò in filosofia e teologia a Roma nell'Univ. Gregoriana e si formò alla scuola di Liberatore, Kleutgen, Perrone, Passaglia e Franzelin. Sacerdote nel 1858, divenne nel 1860 professore di dogmatica nel Priesterseminar di Colonia e vi rimase fino alla morte. Rivelò subito tempra di speculativo nell'illustrazione e difesa del soprannaturale, in tre opere, che formano un tutto completo : Natur und Gnade (Magonza 1861); Quid est homo, sive controversiae de statu naturae purae (nuova edizione dell'opera di A. Casini [sec. XVII], ivi 1862): vi sono illustrati i fondamenti positivi della dottrina della Grazia; Die Herrlichkeiten der göttlichen Gnade (Friburgo in Br. 1863; trad. it. Torino 1933) : originale rifacimento dell'opera di E. Nierenberg (sec. XVII), destinato a rendere accessibile a tutti la dottrina della Grazia.
Preparata da articoli nella rivista di Magonza Der Katholik, apparve a Friburgo in Br. nel 1865 l'opera più originale: Die Mysterien des Christentums (trad. it. Brescia 1949). Nell'agitato periodo del Concilio Vaticano lo S. combatté vigorosamente l'atteggiamento del Döllinger (v.) e dello Schulte (v.) nel periodico Das oecumenische Konzil von Jahre 1869, che ebbe la sua continuazione (diretti dallo stesso S. fin dal 1882) nei Periodische Blätter zur wissenschaftlichen Besprechung der grossen theologischen Fragen der Gegenwart. Con articoli vivaci nel Kölner Pastoralblatt diffuse, nel clero e nel popolo, la dottrina dell'infallibilità pontificia. Contemporaneamente
pubblicò l'ultima opera, sintesi del suo pensiero : Handbuch der hatholischen Dogmatik (4 voll., Friburgo in Br. 1873-87); rimasta incompleta, per la dottrina sacramentaria ed escatologica, fu terminata da L. Atzberger nel 1898 e 1903. Dell'ed. critica delle opere dello S. (Gesammelte Schriften), pubblicata sotto la direzione di J. Höfer, sono già usciti 4 voll. con notevoli introduzioni e commenti (ivi 1941 e sgg.).
Educato nel centro del cattolicesimo, portò in Germania lo spirito di Roma e con le risorse del suo non comune ingegno riusci a costruire una teologia, antica nella sostanza, ma nuova nel metodo e nell'ispirazione altamente religiosa : egli fu soprattutto il teologo del soprannaturale. Il suo tomismo era sincero, ma non chiuso, attingendo anche da s. Anselmo come da s. Bonaventura, da Ugo e Riccardo di S. Vittore come dal Petavio e dal Thommassin; la sua informazione storica fu, per il tempo, ampia e di prima mano: l'esempio dei suoi eruditi maestri (Passaglia, Schrader, Franzelin) e della scuola di Tubinga (Möhler) incise nella sua innata tendenza alla ricerca esegetica e patristica (soprattutto greca, e in particolare alessandrina). Questi elementi furono vivificati mediante la strutturale organicità dell'opera sua, da cui emerge quel nexus mysteriorum inter se, che tanto piacque ai Padri del Concilio Vaticano. Accennata nella Natur und Gnade, fu largamente svolta nei Mysterien la teoria delle "comunicazioni soprannaturali", che in tre cicli concentrici, ma sempre più larghi, fanno contemplare il Verbo, che dal seno del Padre scende nel grembo di Maria per darsi a tutta l'umanità in sinu Ecclesiae nel mistero dell'Eucaristia. La centralità del Verbo è in funzione di una più alta teofania della Trinità : l'antropocentrismo dell'umanesimo e della « riforma » s'innalza nel cristocentrismo della scuola scotista, per risolversi nel teocentrismo di s. Tommaso.
Non solo il disegno, ma anche le singole parti della costruzione trassero beneficio dall'opera dello S.; la dottrina della Grazia (deificazione), della Fede, dei Sacramenti (carattere), della Chiesa come corpo mistico, ebbero nuovi e originali sviluppi. Lo S., che in vita non ebbe discepoli (i suoi alunni, che avevano già terminato gli studi teologici, lo udivano solo nell'unico anno che rimanevano nel Priestesseminar), dopo la prematura morte venne sempre più conosciuto e valorizzato. Le sue opere, ristampate e in parte commentate, furono tradotte nelle principali lingue e molti sono oggi gli autori che, soprattutto in mariclogia ed ecclesiologia, s'ispirano al teologo di Colonia. Sacerdote esemplare, lo S. rimane come una delle migliori figure del cattolicesimo in Germania e uno dei teologi più completi dal sec. xix.
Bibl.: J. Hertkens, Prof. M. 7. S. Leben und Wirken eines hath. Gelehrten in Dienste der Kirche, Paderborn 1892; K. Eschweiler, Die zwei Wege der neueren Theol., Georg Herwer, M.-7. S. in Stimmen der Zeit, 8 (1932), pp. 393-407; F. B. König, De M.-7. S., in M.-7. S. alum