imo contro i pericoli... Consta che, segnatamente nei giovani, le colpe contro i buoni costumi non sono tanto effetto della ignoranza intellettuale quanto principalmente dell'inferma volontà, esposta alle occasioni e non sostenuta dai mezzi della Grazia... Se, attese tutte le circostanze, qualche istruzione individuale si rende necessaria, a tempo opportuno, da parte di chi ha da Dio la missione educativa e la grazia di stato, sono da osservare tutte le cautele notissime dell'educazione cristiana tradizionale... ".
Dal contesto delle parole dei due Pontefici appare come la condanna voglia in realtà colpire i metodi a base naturalistica, fatti di sola iniziazione e istruzione diagiante, se non addirittura opposte, "a una costante disciplina, a una vigorosa padronanza di sé, all'uso, dovunque, delle forze soprannaturali della preghiera e dei Sacramenti $»$; già in altre occasioni Pio XII aveva chiarito il suo pensiero, ammettendo che, in particolari circostanze opportune, possa sorgere la convenienza o la necessità di istruzioni individuali. Infatti egli, nel discorso tenuto il 96 ott. 1941 alle donne di Azione Cattolica adunate in Roma dalle diocesi italiane, aveva pronunziate parole che chiaramente
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inculcavano ai genitori la convenienza di un'e. s., sia pure con tutte quelle più scrupolose cautele richieste dall'argomento: «Con la vostra perspicacia di madri e di educatrici, grazie alla fiduciosa apertura di cuore che avrete saputo infondere nei vostri figli, non mancherete di scrutare e discernere l'occasione e il momento, in cui certe ascose questioni presentatesi al loro spirito avranno presentato nei loro sensi speciali turbamenti. Toccherà a voi per le vostre figlie, al padre per i vostri figli, in quanto apparisca necessario, di sollevare cautamente, delicatamente il velo della verità, e dare loro risposta prudente, giusta e cristiana a quelle questioni e a quelle inquietudini. Ricevute dalle vostre labbra di genitori cristiani, all'ora opportuna, nell'opportuna misura, con tutte le debite cautele, le rivelazioni sulle misteriose e mirabili leggi della vita saranno ascoltate con riverenza mista a gratitudine, illumineranno le loro anime con assai minor pericolo che se le apprendessero alla ventura, da torbidi incontri, da conversazioni clandestine, alla scuola di compagni malfidi e già troppo saputi, per via di occulte letture, tanto più pericolose e pericolose, quanto più il segreto infiamma l'immaginazione ed eccita i sensi. Le vostre parole, se assennate e discrete, potranno divenire una salvaguardia e un avviso in mezzo alle tentazioni della corruzione che li circonda..." (AAS, 73 [1941], pp. 453-56).
Appare quindi chiaramente come non voglia il Pontefice escludere incondizionatamente ogni forma di e. s. per qualsiasi circostanza, e per ogni tipo di persona; ma solo condannare, proclamandola pericolosa e fallace, una forma assolutamente laica e naturalistica ridotta soltanto a "temeracia iniziazione ed istruzione preventiva per tutti indistintamente, e anche pubblicamente».
Sembra che alla stessa conclusione possa giungersi nei riguardi di un decreto e di un'istruzione, entrambi della Congregazione del S. Uffizio. Il decreto, in data 11 marzo 1931 (AAS, 23 [1931], pp. 118-19), al quesito se si possa approvare il metodo cosiddetto dell'se. s. " o anche dell'«iniziazione sessuale», risponde negativamente, affermando che nell'educazione dei giovani va interamente conservato il metodo usato fino a questo momento dalla Chiesa e dagli uomini santi e raccomandato dal Pontefice nell'encicl. Divini illius Magistri. La condanna va però interpretata in rapporto al particolare indirizzo informativo dell'e. s. proprio dell'epoca, indirizzo rispondente al fatto che "i fautori del metodo biologico o fisiologico disconoscono nell'uomo il peccato originale, e sostengono che al di fuori della sola ignoranza non esiste alcun altro difetto cui si debba riparare" (Lanza-Palazzini, op. cit. in bibl., p. 42). L'istruzione del S. Uffizio riguarda le norme cui debbono prudentemente attenersi i confessori nel compiere il loro ufficio (norme del 16 maggio 1943, riportate in Monitore ecclesiastico, 68 [1943], pp. 76-79). Esplicitamente, in essa è detto "IIdem ne audeat confessarius, seu sponte seu rogatus de natura vel atque ad id nullo unquam praetestu adducatur». Se tali norme appaiono chiaramente proibire al sacerdote di dare al penitente un's istruzione "sessuale (docere), sulle caratteristiche e il meccanismo della funzione sessuale, lasciano impregiudicata la questione di una vera e e. s. " dalla quale il sacerdote, che in coscienza la ritenesse necessaria nel caso particolare, non potrà essere impedito.
Su tale concetto di non abbandonare a se stesso il campo dell'e. s. e tanto meno vietarlo positivamente a chi ha obbligo di educazione, sembra insistere Pio XII nel discorso ai Docenti dei Carmelitani Scalzi in occasione del XXV del loro Collegio Internazionale, il 23 sett. 1951: - Quid vero dicamus de castitate ?... de rebus agitur, quae reverenti modo rationeque tractari debent. Quocirca huiusmodi veresundia non ita accipienda est, ut hac super causa perpetuo aequiparetur silentio utque in impertienda disciplina morum ne sobrius quidem cautusque sermo de iis umquam fiat. His super rebus adulescentes consiliis idoneis instruantur eisque liceat aperire animum, sine haesitatione quaerere, responsum accipere, quod securum, perspicuum, satis explicatum ipsis lumen et fiduciam iniciat" (AAS [1931], pp. 736).
Le parole dell'attuale Pontefice, in cui si tocca
il problema dell'e. s., rivolte ogni volta a educatori : madri, donne di Azione Cattolica, padri di famiglia, educatori di religiosi, mettono a punto un particolare aspetto e un ben determinato settore dell'e. s., quello della preparazione degli educatori a tale dovere.
Bisogna convenire che spesso esiste, e particolarmente là dove maggiormente dovrebbe essere il contrario, una grande ignoranza e un grande disinteresse in alcune categorie di educatori nei riguardi del problema dell'e. s. In particolare, i genitori spesso si disinteressano della questione, e per pigrizia o per malinteso pudore quasi mostrano d'ignorare che i loro figli hanno una vita sessuale e che l'educazione di questa rappresenta per loro un preciso dovere, non meno importante e grave della formazione di ogni altra facoltà. Molti genitori trovano una facile scappatoia a tale dovere, rifugiandosi nel mito della indiscussa purezza dei loro figlioli. Altri accettano volentieri, quale alibi del disinteresse educativo, il principio della inevitabilità o per lo meno dell'irresistibilità della licenza sessuale o quello del presunto danno che la castità possa produrre alla salute.
Siano quindi illuminati, su alcuni particolari punti riguardanti i problemi dell'e. s., coloro cui sono affidati i giovani e in specie i genitori, perché possano ben rendersi conto dei termini della questione e con vera cognizione di causa possano svolgere al momento opportuno la loro missione. I punti su cui far concentrare la loro attenzione sono i seguenti : 1) quanto grande sia la diffusione dell'abuso sessuale; 2) essere un pregiudizio che la castità sia di danno alla salute dei giovani e la licenza sessuale inevitabile anzi necessaria, particolarmente ai maschi; 3) esser assai più utile, dal lato puramente pedagogico, a parte l'uso dei mezzi di valore soprannaturale (preghiera, Sacramenti) da porsi in primissimo piano, che l'e. s., piuttosto che per opera di proibizioni autoritarie e assolute, si svolga, a partire dalla fanciullezza e progressivamente con il crescere dell'età, razionalmente e persuasivamente a formare nei giovani la coscienza della funzione sessuale, nettamente rivolta a un fine, legittima solo nel matrimonio, in cui i fini primari (procreazione ed educazione della prole) e secondari (scambievole aiuto e rimedio della concupiscenza) possono trovare un sicuro e armonico sviluppo.
Nei riguardi del primo punto, vanno posti in guardia gli educatori dagli eccessivi ottimismi. Pur non volendo accettare senz'altro risultati statistici, secondo cui la licenza sessuale, e nelle forme anche più innaturali o pervertite, sarebbe la normalità di quasi tutti gli individui, rimanendo a quanto l'esperienza dei sacerdoti al confessionale, dei nostri migliori educatori, degli autori più seri e prudenti insegna (v. L. Scremin, op. cit. in bibl.), si deve ammettere la larghissima diffusione dell'abuso sessuale in ogni sesso, età e condizione sociale. Da ciò indirettamente si può arguire quanto grande sia nei giovani la probabilità del contagio immorale e della rivelazione impura da parte di coetanei e quanto sia pericoloso e irragionevole il sistema del negativismo educativo a oltranza. Nei riguardi del presunto danno della castità, v. questa voce (Enc. Catt., vol. III, col. 1030). Nei riguardi della necessità che l'e. s., nei casi in cui appaia conveniente o addirittura doverosa particolarmente nel periodo inter-nubilo-pubertario, sia impartita in forma razionale e persuasiva, è chiaro che soltanto attraverso tale strada può togliersi alla licenza sessuale quella forza che può venirle dal pregiudizio, dall'ignoranza, dallo scatenarsi incontrollato della vita vegetativa, e vale assai bene a dare alla volontà efficaci motivi di sostegno razionale a lato dell'azione soprannaturale dei Sacramenti e della Grazia. Va, inoltre, tenuto presente come sempre, in ogni manifestazione educativa, la natura nostra razionale e libera, in special modo dall'adolescenza in poi, più facilmente si piega e si lascia guidare dalla persuasione e dal precetto motivato che non dal comando autoritario e assoluto.
In conclusione, lontani da ogniassolutismo spriostico, si pensa che il problema dell'e. s. non possa sopportare una soluzione unica in un senso o nell'altro, perché nei singoli casi pratici molti elementi possono determinare di
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preferenza la scelta dell'uno o dell'altro metodo, un momento a preferenza che l'altro; passa cosi in prima linea, piuttosto che il tipo di educazione, la maniera particolare con cui essa viene applicata.
Appunto, nei riguardi della maniera, sembra che i seguenti principi generali di e. s. possano essere accettati da ogni educatore intelligente e onesto. 1) L'e. s. non venga mai data, nella sua forma esplicita, secondo un piano di età prestabilite, in comune, tanto meno in promiscuità di sesso; quindi non in scuola o conferenze, ma individualmente, unica maniera con cui potrà adattarsi e graduarsi a ogni caso, evitando il pericolo che la malizia di uno guasti la semplicità con cui venga data e accolta l'intuazione. 2) L'educatore operi sempre di persona, non quindi a mezzo d'un libro posto in mano all'educando, non essendo possibile con tal mezzo proporzionare la rivelazione alle attuali necessita dell'individuo, al suo livello di istruzione e di educazione, alla particolare reazione del momento. 3) L'e. s. venga impartita "da parte di chi ha da Dio la missione educativa e la grazia di stato" (Pio Xl, encicl. Divini illius Magistri: AAS [1929], p. 747), quindi in primo luogo dai genitori, poi dagli educatori qualificati (sacerdoti, religiosi, laici). 4) Nei riguardi della forma, non si tratti di una semplice istruzione sessuale, ma si elevi al livello di una vera e. s., non costituita solo dall'insegnamento di un certo numero di cognizioni riguardanti il sesso e i suoi organi e funzioni specifiche, ma tendente a formare la coscienza, la responsabilità, il dominio volitivo della funzione sessuale.
Bibl.: R. Ruiz Amado, L'educaz. della castitá, Torino 1916: L. Scronin, L'educaz. della castitá, Torino 1930; A. Gemelli, La tua mia sessuale, Milano 1943; v. inoltre castrità, Lussonia; A. Lanza - P. Palazzini, Theologia Moralis, De castitate et luxuria, Torino-Roma 1923.
SESTA. - Ora canonica da recitarsi all'ora aesta del giorno (secondo la divisione greco-romana), cioè sul mezzogiorno.
L'inno richiama il peso del lavoro e il caldo del giorno per pregare la pace dell'anima nei pericoli della lotta e della passione. Gli scrittori antichi (Ippolito, Constit. Apostol.) mettono la Crocifissione del Signore appunto in quell'ora del giorno. La S. ha la stessa origine e struttura come le altre ore minori del giorno, Terza e Nona (v.).
Bibl: H. Leclercq, Sexte et Tierce, in DACL. XV, i, coll. 1396-99. C. Callewaert, De Brev. rom. liturgia, Bruges 1929, nn. 212, 226, 317, 318; P. Albriqi, Sacra liturg. L'arat. pubblica, Vicenza 1942, pp. 88-90, 439-41; M. Righetti, Man. di star, litur., Milano 1946, pp. 421-23, 284-86. Pietro Siffrin
SESTO, sentenze di. - Raccolta di sentenze, che passa sotto il nome di S.
L'autore è menzionato per la prima volta da Origene (Contra Cels., VIII, 30, p. 345, 12, ed. P. Kötschau [CB, 2], e Comm. in Matth., XV, III, p. 354, 19 sg., 25 sg., ed. E. Klostermann [CB, 11]). Una traduzione latina di 451 sentenze fu fatta da Rufino, che riferisce una tradizione secondo la quale l'autore della raccolta sarebbe il vescovo e martire Sisto di Roma (Sixtus II [257-58]). Contro tale attribuzione si è espresso s. Girolamo, per il quale S. è un pitagoreo e pagano (Ep. ad Ctesiphontem, 133, 3: PL 22, 1152; In Jeremiam, IV, 22 : ibid., 24, 817 A), il che però non gli ha impedito di citare due volte con approvazione una sentenza di S. (Adv. Jovin., I, 49: PL 23, 293 C; In Ezechiel., VI, 18 : ibid. 25, 173 C). Le sentenze di S. ebbero una certa autorità nell'antichità e nel medioevo. Nella Regola di s. Benedetto, cap. 7 (p. 39 e 184, ed. Butler), è citata una sentenza. L'autore della raccolta è stato certamente un cristiano (probabilmente egiziano), dotato di una larga comprensione anche per la saggezza greca, che ha probabilmente conosciuto raccolto analoghe pagane. Che l'autore sia stato membro della setta ebraica degli esseni è da escludere. Una tendenza ascetica è innegabile.
Bibl.: oltre alla trad. lat. esistono due trad. siriache, v. A. Baumstark, Gesch. der syrisch. Literatur, Bonn 1922, p. 170 e n. 6 e una trad. in lingua armena, v. T. Hermann in Zeitschr. für Kirchengesch., 1938, p. 217 sg. Il testo latino e le trad. sirische (tradotte in latino) furono pubblicate da J. Gildemeister,

(lat. Soprieticindenza ai Maestriati di Caltra)
SESTO al Regнена, abBazia di - Campanile romanico e fianco destro dell'atrio-quadriportico dell'abbazia.
Sexti sententiarum recensiones, Bonn 1873. Il testo greco fu scoperto e pubblicato da A. Elter, Onomica, I. Sexti Pythagorici, Clitarchi, Exagrii Pontici contentiae, Lipsia 1892. Su S. nella Regola di s. Benedetto, v. P. Courcelle, Les lettres gr. en Occident, Parigi 1943, p. 313 e S. Brechter, in Benedictus, Vater des Abendlandes, Monaco 1947, p. 133 sg. Su S. presso Giana di Orléans e Sedulio Scoto v. Manitius, II, p. 804. S. nella Summa di Prepositino, v. Landgraf, in Collet. Francisc., 1 (1931), p. 289 sg. Sull'atteggiamento di s. Agostino, v. B. Altaner, in Anal. Bolland., 67 (1949), p. 236 sg. V. anche W. Krull, s. v., in Pauly-Wissowa, $2^{2}$ serie, II, p. 2061 sg., ed. J. Krull in Edg. Henneche, Neutestamentl. Apohryphen, 2 ed., Tubinga 1924, p. 625 sg. V. anche : Le S. di S. con introd. testo e trad. di F. de Paola, Milano 1937. Questo autore ha affermato che S. sia stato esseno. Erik Peterson
SESTO AL RÉGHENA, ABBAzIA di. - S. al R. è una cittadina ( 3500 ab .) in provincia di Udine, diocesi di Concordia, da cui dista sei miglia, donde la denominazione originaria di Sextus in silvis.
L'origine romana del luogo è testimoniata da vari ritrovamenti, come lacerti musivi, elementi fittili, monete, iscrizioni. Vi passa il fiume Réghena e sulla sua sponda occidentale i fratelli Erfo, Anto e Marco, longabardi, figli di Pietro, duca del Friuli, e di Piltrude, fondarono l'abbazia benedettina (atto di fond. 3 maggio dell'anno 762). Sono ancora vive le tracce del lavoro benedettino per trasformare il terreno paludoso a cultura e ridurre le selve, erigere nuovi nuclei di vita. Fin dall'inizio l'abbazia fu dotata di ricco patrimonio ed ebbe donazioni da Carbomagno, da Lotario, Berengario, da altri principi e fedeli; raggiunse il maggior splendore dal sec. XI al xiv, quando da essa dipendevano 50 tra ville e castelli, sparsi nel Friuli, nelle marche di Treviso, Verona, Vicenza, Belluno, Ancona, Trieste ed Istria. Durante il sec. x insieme con il vescovato di Concordia era passata sotto il dominio feudale del patriarca d'Aquileia, e come esso dal sec. xili ebbe voce nel Parlamento della Patria del Friuli, nel gruppo dei prelati e ne condivise le sorti. La sua vita andò lentamente decadendo, finché nel 1441 fu data in commenda al card. Pietro Barbo.
Ora dell'antico monastero rimangono parti di edifici rimaneggiati e adattati a municipio, canonica, asilo, un torrione (sec. xv) d'ingresso alla cinta monastica.
Monumenti. - Della Basilica, riferibile alla seconda metà del sec. viII, si conservano vari frammenti di scul-
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Sesto al Regiena, abbazia di - Incoronazione della Vergine, affresco della $1^{2}$ metà del sec. xiv. Abside centrale della chiesa abbaziale.
tura; la Basilica dopo la ricostruzione nei secc. xII-xIII ha subito restauri : di stile romanico con accentuazioni proprie dell'architettura dell'Italia centrale, è preceduta da un lungo ingresso-ambulacro ben decorato e da un atrio-quadriportico coperto e caratteristico, quasi un unicum nel suo genere; è a tre navate, con pilastri e colonne alternate, a tre absidi con protezione esterna, con cripta ripristinata (1912), che conserva resti di sedili lapidei, decorazione, pavimento e il cosiddetto sarcofago con reliquie di s. Anastasia (sec. vII-viII); l'ampio e quadrato presbiterio si alza a modo di alta torre, richiamando certamente sistemi costruttivi altomedievali. Dinanzi alla Basilica il campanile romanico, privo di cuspide.
Ora, a fianco dell'ingresso sono stati ripristinati e si vanno restaurando locali pertinenti alla chiesa e al chiostro con affreschi di varie epoche, anche dei secc. x-xII (scene di Crociate). Sopra l'ingresso-atrio, una sala accoglie sculture e frammenti antichi e sulle pareti ha tracce di affreschi (secc. xIII-xiv) che fanno pensare ad una cappella dedicata forse a s. Michele.
Tutta la Basilica era decorata con affreschi che vanno dal sec. XII al XIV. Nell'abside centrale l'Incoronazione della Vergine, con scene dell'annuncio della Natività, della lavanda del Bambino e sotto, in nicchie e quadrilobi, figure e busti di santi : colore, linea, effetto chiaroscurale e figurazioni ricordano moduli giotteschi con influsso della scuola romagnola bolognese (prima metà del sec. xiv). Nell'alta torre, episodi della Vergine, di s. Giuseppe, s. Giovanni Evangelista, s. Benedetto e s. Scolastica; nella parete della navata destra, accanto al presbiterio, scene di s. Pietro e s. Paolo e l'albero della Croce, sui cui rami si inseriscono santi della Chiesa e dell'Ordine benedettino : affreschi che riflettono gusto e caratteristiche della scuola giottesca.
Sulla parete della facciata della Basilica, scena dei Tre vivi e dei tre morti che richiama analogo affresco del camposanto di Pisa (primordi del sec. xiv) e affreschi rinascimentali (influssi ferraresi e di Pellegrino da S. Daniele) con i SS. Pietro e Paolo e Tommaso. Sulla parcte
destra dell'ingresso, il Paradiso, grandioso e candido affresco da attribuire ad artista narratore che risente i modi toscani di Benozzo e dell'Angelico (seconda metà del sec. xv); sull'altra parete, l'Inferno, con il dramma dei dannati nei più vari atteggiamenti e divisi in settori, che richiamano l'inferno dantesco; nella parete di fronte, l'Arcangelo Gabriele, che con la bilancia pesa le anime mentre altri angeli le introducono in paradiso; schemi e scene che ridanno il gusto e il candore dei pittori primitivi. Degna di menzione è la scultura dell' Annunciazione gotica, su schema romanico-bizantino (sec. xili).
BibL.: A. M. Cortinovis, Sopra le antichita di S. al R., Udine 1801; E. Degani, L'Abbazia benedett. di S. Maria di Sesto in sifvis nella Patria del Friuli, in Nuovo arch. veneto, 12 (1908); P. Toesca, St. dell'arte it., Torino 1927, pp. 241, 897, n. 39; M. Salmi, in Riv. del R. Ist. di arch. e it. dell'arte, 3 (1922), pp. 230-32; P. Paschini, St. del Friuli, I. Udine 1934; E. Schaf. fran, L'Abbazia benedett. di S. al R., in Mence. stor. farogial., 38 (1942), pp. 27-38. Paolo Lino Savatto
SESTO EMPIRICO. - Filosofo scettico e medico, vissuto nella seconda metà del sec. II d. C. Appartenne alla scuola dei medici empirici -, onde il suo appellativo. Nulla si sa della sua vita : si congettura che fosse africano dal fatto che Suida elenca alcune delle sue opere sotto il nome di un "S. Libico ".
Di S. E. rimangono - perduti i suoi scritti di medicina - tre opere preziosissime per la conoscenza dello scetticismo (v.) greco, del quale S. rappresenta, dopo Enesidemo e Agrippa, l'ultima fase. Nelle П $\rho \rho \rho \omega \omega^{\prime} \alpha \alpha$ ưtotumúoas è tracciato, come dice il titolo, uno schizzo fondamentale del pirronismo (v.): il l. I contiene una trattazione dei principi concettuali e del metodo della scuola; i ll. II e III sono dedicati alla confutazione del dogmatismo (v.). Nei cinque libri Ilpús Sogzctuovís è svolta diffusamente la stessa polemica contro i "logici ", i "fisici ", e gli "etici ". I sei libri Contro i dotti (a cui nei manoscritti sono uniti i precedenti, sotto il comune titolo di Ilpús (asSogzctuovís) sottopongono alla critica scettica tutti i rappresentanti della scienza non propriamente filosofica, matematici, astrologi, grammatici, ecc.
S. E. non è originale, ma espone in forma chiara, sebbene alquanto prolissa, le dottrine dei suoi maestri, e può essere adoperato come fonte, se pure con molta cautela, anche per attingere informazioni sui suoi avversari dogmatici.
BibL.: edizioni : I. Bekker (Berlino 1842); H. Muthschmann (Lipsia 1942; manca ancora il III voc., ciou l'fide, math.); R. G. Bury (I. Londra 1933; II e III, Cambridge 1935). Trad. it. di L. Bissolati (riedita da G. Renzi, Firenze 1917) e di O. Tessari (Bari 1928). Su S., v. E. Zeller, Die Philos. der Griechen, III, II, Lipsia 1923, pp. 49 sgg.; Überweg, I, pp. 581, 583 sgg., 185*-84* (bibl.). Fra gli studi particolari: C. Jourduin, S. E. et la philos. scholastique, Parigi 1838; W. Heintz, Studien zu S. E., Halle 1932; R. Philippson, Zu S. E., in Philal. Wochenschr., 58 (1938), pp. 106-10; M. Dal Pra, Lo scetticismo greco, Milano 1950, pp. 375-435.
Baffaello Del Re
SESTO GIULIO AFRICANO. - E molto incerto che questo personaggio avesse il praenomen di Sextus, che gli si attribuisce attenendosi a un testo di Suida, che per giunta è alterato. Si chiama egli stesso, in diversi punti della sua opera, 'Iov̂̀os 'A $\varphi \rho \mu \varepsilon \alpha$ vós.
Sarebbe ugualmente cauto non farlo nascere ad ogni costo a Gerusalemme, stiracchiando in modo esagerato il senso di un papiro di Ossirinco. Ma, originario che sia o no di Palestina, egli si dichiara ebreo. La data di nascita e quella di morte sono ignote. Deve essere un po' più anziano di Origene (185-254). Viaggiò, a quanto sembra, molto nel Medio Oriente, e soggiornò alla corte di Alessandro Severo, dove ebbe l'ufficio di architetto e fornì la pianta della Biblioteca imperiale che il sovrano fece edificare accanto alle sue Terme, non lontano dal Pantheon. Ma s'interessò anche alle scienze, lettere, filosofia e teologia.
Le sue opere si dividono così recisamente in due gruppi quasi contraddittori, che gli eruditi del Rinascimento si chiesero se non ci fossero stati due Africanus,
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l'uno cristiano, l'altro pagano, nonostante le testimonianze concordi e la realtà evidente. Da un lato, Africanus è il creatore della Chronographia (frammenti in PG io, 63-94), il corrispondente di Origene in due lettere importanti su punti di esegesi teologica. Questo aspetto della sua attività merita all'autore un grande onore per la sua erudizione, l'acume del suo senso critico, la fermezza della sua fede cristiana. Da un altro lato, e posteriormente, scrisse un lavoro essenzialmente pagano e curiosissimo : I Cesti (Oi Ke070i), il cui titolo allude al cinto magico di Afrodite, del quale Africanus voleva imitare lo splendore e il misterioso potere. Quest'opera, composta verso il 230 , rappresenta una specie di enciclopedia in 24 Il., della quale sono rimasti frammenti abbastanza numerosi e lunghi, pervenuti attraverso le tradizioni più varie, fra cui i papiri. Scritti da un ebreo e destinati prevalentemente ad ebrei, i Cesti entrano a far parte dell'abbondante produzione della diaspora, propensa al sincretismo. Costituiscono, come dice Suida, «una specie di trattato delle scienze, che contiene ricette varie». La magia vi è frammischiata con aneddoti, ma anche con costatazioni di carattere pratico; il complesso è drappeggiato nello stile ampolloso, fiorente nei tempi della seconda sofistica.
BibL.: ed. parziale dei frammenti dei Cesti a cura di J. R. Vieillefond (colles. Les belles Lettres), Parigi 1932. E in corso un'ed. completa, Studi: W. Kroll e Sickenberger, Iulius Africanus, in Pauly-Wissowa, X. 1, coll. 116-22.
Giovanni Renato Vieillefond
SESTOV, Leone (Lev Isaakievic Svabcman). Scrittore religioso russo, n. a Kiev nel 1866, m. a Parigi nel 1938, dove era emigrato dopo la rivoluzione.
Negli anni di esilio scrisse le sue opere migliori, che si citano nell'edizione francese: Les révélations de la mort (Parigi 1923); La nuit de Gethsèmani (ivi 1923; trad. it. Milano 1945); Kierkegaard et la philosophie existentielle (Parigi 1936); Athènes et Jerusalem (ivi 1938; trad. it. parziale, ivi 1943, con il titolo Il sapere e la libertà); oltre ai saggi raccolti nel volume Le pouvoir des clefs (ivi 1928).
S. può definirsi un Nietsche mistico-religioso; egli esaspera fino al paradosso la critica della scienza di Dostoevskij, (v.), la critica della morale del Nietzsche (v.) e l'opposizione poscaliana tra il "Dio della filosofia" e il "Dio della fede religiosa». Al "sapere" razionale o "filosofia speculativa" (che identifica con il "peccato" e con la "superbia diabolica") contrappone "la filosofia esistenziale", intimamente unita alla fede, la cui verità non è "comprensione" o "evidenza", ma certezza soggettiva, "libera" da ogni "costrizione logica". Egli accetta il "certum est quia impossibile" di Tertulliano.
Il fideismo di S., malgrado la sua intensità religiosa, nega ogni fondamento razionale della fede e la validità stessa della ragione. In questo senso è soggettivismo e scetticismo (v.) in contrasto con la dottrina cattolica.
BibL.: A. Pastore, Husserl, Heidegger, Chestov, in Arch. di filos. ital., 2 (1933), pp. 107-18; B. Fondane, A propos du livre de L. Ch.: Kierkegaard et la philos. ess., in Revue de philos., 37 (1937), p. 381-414; id., L. Ch. et la lutte contre les évidences, in Revue de philos. de la France et de l'Etranger, 126 (1938), pp. 13-50; M. F. Sciacca, La filosofia, oggi, Milano 1942, pp. 336-40.
Michele Federico Sciacca
SETH (ebr. Sèth). - Figlio di Adamo, dopo Caino e Abele, il cui nome è interpretato per assonanza : "Dio mi diede (šăth "pose") un altro figlio invece di Abele, ucciso da Caino" (Gen. 4, 25). A lui viene riportato l'inizio della civiltà religioso-spirituale ("Allora si cominciò a invocare il nome di Jahweh»: ibid. 4, 26), in contrapposizione alla discendenza di Caino, che esordì la civiltà materiale (ibid. 4, 17-24). All'età di 105 anni generò Enos (ibid. 5, 6), nella cui discendenza si troverà Noè.
Giovanni Rinaldi
SETHIANI. - Nome di una setta gnostica, che, identificandosi con la discendenza di Seth (v.) o se-
thiti, metteva il patriarca Seth al centro della sua speculazione.
Origene, Fragm. in Epist. ad Titum, nella Apologia di Panfilo (PG 14, 1303 D; in Mt. comm. [CB, 11 ser. 28, p. 51, 10]) conosce questo gruppo ed anche Epifanio, Panarion 30, 1,2 (ed. K. Heil, I [C.B, 25] p. 72, 3-5) lo menziona. Sempione di Tmuis distingue is, dai marcioniti e valentiniani (Adversus Manichaeos, ed. K. Casey [Cambridge 1931], p. 30; v. anche Didimo, Epist. Ind.: PG 39, 1813 C). Il nome della setta probabilmente non deriva dall'uso di scritti attribuiti al patriarca, ma dalla credenza di appartenere alla prole spirituale di Seth. Questa idea è basata sopra una interpretazione dei figli di Seth come "figli di Dio" (Gen. 5,3 e 6,2 ). La speculazione è probabilmente di origine giudaica e per questa ragione la gnosi giudaica è stata solo leggermente cristianizzata (identificazione di Seth e Cristo). Forse si deve cercare l'origine della speculazione dei s. in Mesopotamia, dove si trova ancora più tardi nell'ambiente degli audiani (v.). I s. sono una delle più antiche correnti della gnosi, qualche volta si nascondono sotto il nome generico di gnostici, qualche volta sotto altri nomi (arcontici). La Biblioteca gnostica trovata a Nag-Hammadi, in Egitto viene dall'ambiente dei s. Sulle dottrine dei s. si veda Ippolito, Refut., V, 19-22 ed Epifanio, Haeres., 39 (cf. Ps. Tertulliano, Adv. omnes haer., 2; Filastro, Haeres., 3).
Bisc.: una esposizione completa sarà possibile solo dopo la pubblicazione dei testi gnostici di Nag-Hammadi. Sullo stato attuale delle nostre conoscenze sui S. v. l'articolo di H. Ch. Puech, Les nouveaux écrits poestiques, in Coptic studies in honour of W. E. Crum, Boston 1920, p. 91 sg. Erik Peterson
SETIF. - E la Sitifis, colonia romana di veterani fondata da Nerva nella Mauretania (Algeria) detta "Colonia Nerviana Augusta Martiaris veteranorum Sitifensium".
Alla fine del sec. in divenne la capitale della Mauretania Sitifiense (CIL, VIII, 8473-76). Soffri di un violento terremoto al tempo di s. Agostino. Il primo ricordo di vescovi di S. si ha in una lettera di s. Agostino dell'a. 409 dove è nominato il vescovo Severo (Ep., i11); Novato fu al Concilio del 419; è ricordato nelle lettere 185 e 229 di s. Agostino; morì nel 440, come è attestato dal suo epitafio (CIL, VIII, 8634; P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, Parigi 1907, p. 134, n. 201). Lorenzo fu probabilmente il vescovo che il 3 ag. 452 dedicò una memoria al martire omonimo romano (CIL, VIII, 8630) «in hoc loco sancto depositze sunt». Donato fu vescovo nel 484; Ottato lo fu ca. il 525 ; Crescituro è del sec. v o vi; era ancora sede vescovile all'inizio del sec. viII (H. Gelzer, Byzantinische Zeitschrift, 2 [1893], p. 26); oggi S. è solo sede titolare. Furono ritrovati in S. gli avanzi di una chiesa con battistero; a nordovest della città si rinvenne la dedica d'un oratorio in onore dei martiri Giusto e Decurio "qui bene confessi viverunt arma maligna, praemia victores Cristi menuere coronam" (G. B. De Rossi, Scoperta di insigni storiche epigrafi di Milevi [Mileto], di Sittfi [S.], ecc., in Bull. arch. crist., 2a serie, 6 [1875], p. 171; $3^{a}$ serie, 1 [1876], tav. 3; CIL, VIII, 8631). Sopra un mattone fu trovata incisa la seguente epigrafe: «Hic m(e)m(oriae) a(an)e(r)or(um) Stefani (et) Iuliani pos(itos) au(n)t XII K(a)liendas) apr(i)l(es) N(abori) e S(an)c(t)i Stefani» (CIL, VIII, 8632). Altri santuari cristiani furono a nord della città di S.; vi furono trovate iscrizioni in mosaico (ibid., 8629, 20409; S. Gsell, Monuments de l'Algérie, II, Parigi 1901, p. 256). S. ebbe nel 409 un monastero di religiose e una scuola vescovile (s. Agostino, Ep., 84, 1). Tra le iscrizioni cristiane scoperte si ricordano un frammento di epigrafe d'un presbitero (CIL, VIII, 20411). L'epigrafe dell'a. 384 di una cappella funeraria fatta da un tale " Flavius Eustasius" e da sua moglie "Iulia Crescentina", ha la formula «in nomine Dei et Cristi eius» (ibid., 20412). Alcune iscrizioni cristiane sono ispirate ai salmi (ibid., 8621-25); in una si ricorda la festa del Natale: «Natale Domini Cristi VIII. Kal. Ianuarias» (ibid., 8628; P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, Parigi 1907, p. 126, n. 307).
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Iper cortesia delle Suore di Emmittburg
Seton, Elisabeth Anna - Ritratte - Emmittburg (Maryland), Collegio di S. Giuseppe.
Un gruppo di cinque "transmarini» ebbero sepoltura a S., tre nell'a. 405 (CIL, VIII, 8638, 8639, 8642) e due nel 435 (ibid., 20414). A S. in un medaglione in musaico si lesse : "Flavius Innocentius num(mularius) [o num(erarius)] pro salute sua suorumque omnium tessel(f)avit" (ibid., 8629). Un'iscrizione greca ricorda un vandalo di nome Friderix (ibid., 8653). A S. c'era anche una sinagoga perché vi fu trovata l'iscrizione d'un "Pater Synagogue" (ibid., 8423, 8499). Nella regione di S. fu trovato un reliquiario in marmo bianco, che presenta sulla faccia anteriore in rilievo il monogramma A 䒨 $\omega$ inscritto in un disco, circondato a destra e a sinistra da un albero e da una palma; sui fianchi da un lato un tralcio di vite e dall'altro una croce monogrammatica in un cerchio; sul coperchio due colombe affrontate con il ramoscello d'olivo; il resto è diviso in quattro scomparsi da cinque colonnine incise; l'iscrizione dice in alto : "Memoria s(an)c(t)orum Martyrum" e in basso : "Vincenti et Centumarborensium". La località è nota da un'altra epigrafe pure trovata a S. che dice: "nomina martyrum qui ad centumarbores XXXVI confessus est Iustus ". L'indicazione topografica ricorre anche nella Passio Mammarii (BHL, 5205-5206; P. Monceaux, Inscription chrétienne relative à des martyrs découverte à $S$., in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr., 1917, pp. 185-88; P. Massiera, Un coffret à reliques de la region de S., in Premier Congrès de la Fédération des sociétés savantes de l'Afrique du Nord, Algeri 1935, pp. 65-71; H. Delehaye, Contributions récentes à l'hagiographie de Rome et d'Afrique, in Anal. Boll., 54 [1936], pp. 303-309).
Sempre nella Mauretania Sitifense, due diaconi, Primo e Donato, furono uccisi dai donatisti (Ottato, De schismate Donatistorum, II, 18). A sud-ovest di S., ad Ain-Melloul, un'iscrizione ricorda la "me(n)sa martyrum Donatus, Felix, Novici, Baric, qui passi sunt Guruzis" (P. Monceaux, Enquête, cit., nn. 311, 254). A Kesseria un'iscrizione in musaico d'una "clarissima femina Cypriana" è dell'a. 454 (P. Gauckler, in Bull. archéol. du Comité, 1892, pp. 124-25).
A 10 km . a sud di S. in località Mesloug si rinvenne nel 1856, sotto un antico altare, un deposito di reliquie coperto da una pietra con l'iscrizione: "Hic m(e)m(oriae) sanctoru(m) Bincenti, Felicis, Cortanti et Victorie posite
a sanctu Crescituru episcu(po) die III Ki aprilis amen ". Vincenzo, Felice e Vittoria sono i martiri di Abitina messi a morte a Cartagine il 12 febbr. 304 (S. Gsell, in Bulletin archéol. du Comité, 1899, p. 454, n. 6).
A 50 km . a sud-est di S. in località Henchir-el-Atcuch fin dal 1893 si conobbe una basilica a tre navate (M. Simon, Fouilles dans la basilique d'Henchir-el-Atcuch, in Mélanges d'arch. et d'hist., 51 [1934], pp. 143-77). A Guellal (l'antico Castellum Dianense) si rinvenne l'iscrizione "me(n)sa Migini subdiaconi die III idus iunias" (E. Albertini, Inscription romaines d'Algérie, in Bulletin archéol. du Comité, 1925, p. 172, n. 3).
Bibl.: S. Gsell, Atlas archéol., f. 16, n. 334, p. 23; H. Leclercq, s. v. in DACL, XV (1930), coll. 1363-84.
Enrico Josi
SETON, Elisabeth Anna. - Figura eminente di fondatrice negli Stati Uniti, durante il periodo della costituzione della gerarchia cattolica, n. Bayley, cospicua famiglia di Nuova York, il 28 ag. 1774, m. a Emmittsburg il 4 genn. 1821.
Fervente episcopaliana fino al 1803 , conobbe la Chiesa cattolica, tramite i nobili Filiechi di Livorno, in occasione di un viaggio in Italia, ove le mori il marito. Tornata a Nuova York, fece l'abiura il 14 marzo 1805. Nel 1808 a Baltimora iniziò la fondazione della Societa delle Suore di Carità di S. Giuseppe (v.), costituita poi in Emmittsburg il 31 luglio 1809. Donna di notevole levatura intellettuale e morale, lasciò numerosi edificanti scritti, in parte editi, e fu universalmente stimata dalle più alte personalità ecclesiastiche (ad ex., l'arciv. G. Carroll [v.]), nonché laiche degli Stati Uniti. Eelò ogni opera di carità, sopratutto l'educazione della gioventù, divenendo antesignana del sistema scolastico parrocchiale, tuttora vigente negli Stati Uniti. La sua causa di beatificazione è stata introdotta il 28 febbr. 1940.
Bibl.: C. White, Life of Mrs. E.A.S., Nuova York 1853; M. De Barberey, E.S., Parigi 1868, trad. it. Bologna 1881; R. Ricciardelli, Vita della serva di Dio E.A.S., Roma 1929; A. M. Melville, E. Bayley S., Nuova York 1951 (con ricca bibl.).
SETTANTA, Versione dei. - La più antica versione greca, e la più antica di tutte le versioni del Vecchio Testamento. Il nome, nella forma piena "versione dei settantadue interpreti" (Tertulliano), proviene dalla lettera pseudonima di Aristea (v.), che attribuisce la versione greca dei 5 libri di Mosè a 72 dotti giudei, chiamati per brevità «i S. ".
Questi sarebbero stati chiamati dal re Tolomeo Filadelfo (285-247 a. C.), desideroso di avere nella sua Biblioteca ad Alessandria nell'Egitto una copia della legge mosaica, e l'avrebbero tradotta nello spazio prodigiosamente breve di 72 giorni. Anche Filone (v.) riferisce questa leggenda, aggiungendo che, traducendo pure ciascuno di loro separatamente da sé, avrebbero tutti prodotto la stessissima versione. Più tardi il nome di "S." fu esteso anche agli altri libri, tradotti posteriormente. Questo termine, benché leggendario per il numero dei traduttori e inesatto per l'applicazione oltre la legge mosaica, serve tuttavia tanto bene come nome convenzionale quanto, p. es., quello di "versione alessandrina". Oggi, analogamente alla voce "la Bibbia" (và $\beta \mathrm{s} \beta \lambda i \alpha$ ), è usato come un singolare femminile "la S." (sigla : LXX), per denotare la versione stessa.
Il carattere leggendario della lettera di Aristea, chiaramente ispirata dal desiderio di esaltare il popolo giudaico e la sua letteratura dinanzi agli occhi dei pagani, fu riconosciuto fin dal sec. xvi ed è oggi ammesso da tutti. Nondimeno gli si deve riconoscere un fondo storico, poiché la S. fu senza dubbio tradotta in Egitto, prevalentemente ad Alessandria (v.), come mostrano il colore distintamente egiziano dal vocabolario adoperato ed altri indizi. Neppure c'è da dubitare che il Pentateuco, data la sua massima autorità presso i Giudei e la sua importanza nella loro liturgia, sia stata la prima parte ad essere tradotta. Anche il tempo suggerito dalla lettera di Aristea è approssimativamente esatto.
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E vero che la prima notizia certa sull'esistenza della S. data dal sec. II a. C., cioè dal nipote di Gesù figlio di Sirac, il quale qualche tempo dopo la sua venuta in Egitto ( 132 a. C.) tradusse in greco il libro Ecclesiastico del suo avo, dicendo nel prologo che già esistevano le versioni greche del "Pentateuco, dei libri profetici e degli altri libri sacri ", senza però specificarli in particolare. Tenendo conto delle difficoltà inerenti ad una traduzione cosi vasta e difficile, non è affatto inverosimile che sia stata cominciata molto tempo prima. Difatti lo scrittore giudeo Demetrio, contemporaneo di Tolomeo Filopatore (221-204 a. C.), per descrivere fatti biblici adopera termini attinti dalla S. Si può dunque ritenere come certo che considerevoli parti del Vecchio Testamento greco esistevano già nella seconda metà del sec. III a. C.
La S. non è opera di getto né tutta opera dei medesimi traduttori. Già Humfrey Hody (1705), guidato da indubbi criteri linguistici, provò che i vari libri furono tradotti da diversi autori, e più recentemente persino nei singoli libri si scoprirono diverse mani, p. es., nei libri di Geremia, di Ezechiele, dei Re, dei profeti minori. Anche in Isaia si vollero distinguere due traduttori, ma questa affermazione venne poi contestata in base a studi più esatti e particolareggiati. Non solo la tecnica del tradurre varia da libro a libro, ma anche la fedeltà ora maggiore ora minore della versione tradisce la pluralità dei traduttori. Se la S. segue da vicino il testo ebraico nel Pentateuco, in altri libri è più libera e persino parafrastica, alla maniera del Targum aramaico. Alcuni dei traduttori maneggiano la lingua greca con certa abilità, altri invece le fanno spesso violenza. Cosi la versione stessa palesa qualcosa del modo in cui si sviluppò.
Le prime origini della S. giacciono nell'oscurità. E ben possibile e anche probabile che, prima di essere stato concepito il piano di creare una versione integrale dei libri sacri, vi fossero stati tentativi, sia di studiosi privati sia di maestri in occasione dell'insegnamento. Già allora i concetti più importanti del Vecchio Testamento erano probabilmente in parte formati e coniati in greco, certi brani anche tradotti allo scopo della lettura pubblica nelle sinagoghe. Questi poi furono utilizzati, quando nacque l'idea di intraprendere una versione sistematica, soprattutto per rendere accessibile il Vecchio Testamento ai giudei ellenisti che non capivano l'ebraico. Con buone ragioni Thackeray (1921) insiste sulle esigenze della liturgia come motivo della versione. Può darsi che nel tradurre si mirasse anche ai gentili. Essa poi crebbe in lento e lungo lavorio di generazioni, finché ne risultò l'opera monumentale che fu l'orgoglio dei giudei ellenisti e celebrata ogni anno ad Alessandria con una festa.
Non è facile valutare i meriti dei traduttori. La conoscenza dell'ebraico e la più grande vicinanza ai tempi del Vecchio Testamento dovevano rendere più facile il loro lavoro. Ma considerate la profonda differenza fra l'ebraico e il greco, la mancanza di mezzi linguistici e di modelli, la diversità dell'ambiente culturale in cui vivevano, si deve apprezzare altamente il risultato dei loro sforzi.
La S. divenne la Bibbia ufficiale dei Giudei ellenisti. P. es., Filone, pur conoscendo l'ebraico, adoperò nei suoi scritti esclusivamente la versione greca, credendo persino ispirati da Dio i traduttori. Non è dunque da meravigliarsi che la S. si diffondesse largamente e che la sua influenza crescesse di secolo in secolo. Si trovano vestigi dell'uso della S. in iscrizioni greche giudaiche di Rheneia (Delos) del 100 ca. a. C. (A. Deissmann, Licht vom Osten, 4* ed., Tubinga 1923, pp. 351-62). Fu adottata dai discepoli di Cristo e viene spesso citata nel Nuovo Testamento. Divenne vera alleata del Vangelo e prezioso strumento nelle

(fol. Enc. Catt.)
SetTanta, versione dei - Incipit di Daniele secondo il cod. Chigiano R. VII, 45. f. 135 r (sec. x) - Biblioteca Vaticana.
mani dei banditori della dottrina cristiana, tanto per inculcare il monoteismo, quanto per provare la messianità di Gesù. Quest'ultimo fatto però attirò sulla già venerata S. l'odio dei giudei, i quali, per infrangente il valore, mettevano il dito su molte discrepanze dal testo ebraico, e l'abbandonarono per le versioni greche (v.) del sec. II d. C.
Questo cambiamento però non si fece di colpo, come mostra il testo dei frammenti greci dei Profeti minori, trovato nel 1952 nel deserto di Giuda (cf. Revue biblique, bo [1953], pp. 18 sgg. e 85). E una recensione rabbinica della S. sull'ebraico, fatta fra il 70 - 100 d. C. e divulgata nel sec. II in Palestina, Grecia e in Egitto, poiché le versioni di Aquila, Simmaco e Teodozione sono soprarecessioni di questa, e essa concorda con il testo dei giudei citato da s. Giustino (Dialogo con Trifone) e con la $5^{\text {a }}$ di Origene, e sembra essere alla base delle versioni copte.
La S. passò dunque completamente in mano dei cristiani e continuò nel mondo cristiano di lingua greca ed anche latina la sua marcia trionfale. Estese il raggio della sua influenza ancora di più, quando a sua volta fu tradotta man mano nelle lingue latino, copta, gotica, etiopica, armena, georgiana, araba e slavonica. Nell'Oriente i Siri avevano, si, la loro Pélitta derivata direttamente dall'ebraico, ma tanta fu l'autorità della S., testo ufficiale nel vicino Impero bizantino, che i Siri fecero tre versioni della S., la filoxeniana, l'eracleense e la palestinese, e la stessa Pélitta fu in molti punti conformata alla S. Tuttora i cristiani dell'Oriente leggono il Vecchio Testamento sia nella S. sia in una versione da essa derivata. Nell'Occidente la vecchia versione latina soccombé alla Volgata di s. Girolamo soltanto dopo secoli di resistenza. Il Salterio, nonostante le sue molte deficienze, sopravvisse nella liturgia fino ai tempi presenti. Alcuni libri ispirati, cioè quelli composti dall'inizio in greco (Sapienza, II Maccabei) e quelli di cui l'originale ebraico si perdette (Ecclesiastico, Baruch, I Maccabei, Tobia, Giuditta, parti di Daniele), sono stati conservati soltanto nella S.
La Bibbia degli ellenisti è stata in uso vivo e continuo durante secoli, maneggiata in moltissimi luoghi, innumerevoli volte copiata. Perciò nel suo testo, fin dall'inizio della sua trasmissione, si introdussero molteplici
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Settanta, versione dei - Frontespizio della Sacra Biblia ad LXX interpretum fidem. Basilea 1526. Exemplare della Biblioteca Vaticana, in deposito all'Istituto Biblico - Roma.
corruzioni, inevitabili in ogni testo lungo trascritto a mano: confusioni di lettere e vocaboli simili, falsa divisione delle parole, erronea comprensione di abbreviazioni e tante altre che si trovano in tutti i manoscritti antichi. Era naturale che anche l'ortografia fosse modernizzata nel corso dei secoli o adattata alla nuova pronuncia itacistica. Una fonte di frequenti e profonde modificazioni era il fatto che la S. non era un'opera originale, ma una versione, e una versione imperfetta. Ciò invitava i dotti e studiosi lettori ad adattarla al testo ebraico, dove sembrava troppo libera, e a correggerne la grecità, dove lo stile non era soddisfacente, ora sporadicamente, ora in metodica recensione. Tutti questi fattori cambiavano l'aspetto della versione al punto che i vari rami di trasmissione dànno talvolta l'impressione di essere addirittura traduzioni differenti.
La più conosciuta fra queste recensioni o aggiustamenti del testo è quella che il dottissimo Origene (v.) fece nella Palestina nel 230-40 nelle sue Esaple (v.), dove assimilò il testo greco il più possibile al corrente testo ebraico, supplendo soprattutto le parti mancanti con le recenti versioni greche (v.). Ca. l'a. 300 il sacerdote e martire Luciano (v.) fece ad Antiochia nella Siria un'altra recensione. Al dire di s. Girolamo, sarebbe stata in voga nell'Egitto una recensione di Esichio (v.). Ai tempi presenti, l'esame e la comparazione del testo dei codici ha rivelato ancora altre recensioni, come quella scoperta da A. Rahlfs nei commenti chiamati "catene" (v.), secondo lui poco posteriore a quella di Origene. Tutte queste grandi sistemazioni del testo, lungi dall'unificarlo, come era intenzione dei loro autori, contribuirono piuttosto ad aumentare ancora la già grande varietà di forme testuali. Inoltre la forma di rotolo o
volume, usata secoli prima e dopo Cristo, non comportando se non un numero limitato di colonne, costringera a trasmettere i vari libri più o meno separati. Questo fatto fece si che non tutti i libri attraversassero le stesse vicende, come non permise che si imponesse un ordine fisso dei libri.
Dol sec. iv in poi prevalse l'uso del codice, capace di maggior ampiezza, e da quel tempo datano pure i primi grandi manoscritti che contengono più o meno tutta la S. : il Vaticano (B), il Sinaitico (S), l'Alessandrino (A), il codice rescritto di Efrem (C). Un accurato elenco dei numerosi manoscritti della S. è quello di A. Rahlfs (Verzeichnis der griechischen Hundschriften des Alten Testinments, Berlino 1914). Degni di speciale menzione sono i celebri papiri di Chester Beatty (v.) e di Scheide (v.) dei secc. II-1v d. C. Tutti questi manoscritti sono di origine cristiana. Soltanto i più antichi frammenti sono di mani giudaiche: il papiro Rylands (v.) G. 458 del sec. it a. C. e il papiro Fu'âd n. 266 del sec. II-I a. C.
Il fatto che la S. era la prima versione di una intera letteratura significò un enorme progresso culturale dell'umanità. Costrinse pure il mondo occidentale a rendersi conto di idee orientali, ad analizzarle e prendere posizione dinanzi ad esse. Anche oggi la S. è di grande importanza. A parte il fatto che conserva la pronuncia di allora dei nomi propri ebraici e aiuta l'intelligenza del Vecchio 'Testamento ebraico, è anzitutto un prezioso strumento per risarcirne molte deturpazioni testuali, poiché, discendendo da un testo ebraico differente e più antico, benché meno puro, del testo masoretico, ha conservato numerose lezioni originali, le quali, con le necessarie e metodiche precauzioni, possono in molti casi essere sicuramente recuperate. Essa palesa la storia letteraria di alcuni libri, p. es., di Geremia, che ha un'altra disposizione dei capitoli e un testo più corto dell'ebraico. Un peculiare pregio sono le informazioni sulle idee teologiche e religiose del giudaismo del tempo di transizione dal Vecchio al Nuovo Testamento, le quali si rispecchiano nel modo libero e parafrastico della versione. Per questo motivo gli investigatori delle origini del cristianesimo non possono fare a meno di uno studio diligente della S., perché, come fu detto, influì sulla formulazione delle credenze e sul linguaggio dei primi scrittori cristiani e nutri le loro concezioni religiose. Infine la S. è un vasto documento della xoch, della lingua volgare greca degli ultimi secoli prima di Cristo, da sfruttare da parte dei filologi.
Ma a tutte queste ricerche critiche, teologiche, letterarie e filologiche viene meno il necessario fondamento, se non si appura nella misura del possibile il testo originale della S. E dunque imprescindibile eliminare le deturpazioni del testo. Già sono stati fatti immensi sforzi e lavori in questo senso ed essi continuano tuttora. Non si possono elencare qui neanche sommariamente. Si nota che le prime edizioni della S. furono quelle della Poliglotta Complutense (1514-17) e del tipografo veneto Aldo