volume-11

Back to Volumes
ndibile eliminare le deturpazioni del testo. Già sono stati fatti immensi sforzi e lavori in questo senso ed essi continuano tuttora. Non si possono elencare qui neanche sommariamente. Si nota che le prime edizioni della S. furono quelle della Poliglotta Complutense (1514-17) e del tipografo veneto Aldo Manuzio ( 1518 sg .). La più influente però fu l'edizione sistina (1586-87), fatta su ordine di Sisto V per eseguire la raccomandazione del Concilio di Trento : è basata sul cod. vaticano (B) del sec. iv e divenne poi la "Volgata" greca. L'edizione del Grabe (1657) rese il testo del cod. A accessibile alle dotte indagini. Ma l'impulso decisivo per le ricerche scientifiche sulla S. fu dato dall'opera edita a Oxford da R. Holmes e J. Parsons, i quali, riproducendo il testo dell'edizione sistina, aggiunsero varianti raccolte da ca. 20 codici umiali, da oltre 300 minuscoli, dai SS. Padri e dalle antiche versioni provenienti dalla S. Un nuovo passo fu fatto da P. de Lagarde (v.), quando nel 1863 postulò l'edizione di un testo criticamente restituito ed espose i problemi inerenti a simile impresa e i principi da seguire; pubblicò anche molti lavori preparatori per questo compito. In seguito, allo scopo di

## Page 277

somministrare "chiaramente e con relativa pienezza il materiale per una futura ricostruzione del testo", A. E. Brooke e N. Mc Lean cominciarono nel 1906 a Cambridge a pubblicare, con il testo del cod. B, un accurato e bene scelto apparato critico, senza ousre la stessa ricostruzione. Uscirono fino al 1940 il Pentateuco e quasi tutti i libri storici. Gli eredi spirituali di Lagarde a Gottinga, dal loro canto, si decisero ad affrontare l'arduo compito di produrre un testo critico con un apparato che racchiudesse le varie lezioni di tutti i manoscritti accessibili. Siccome nessun manoscritto contiene un testo puro, l'unica via razionale è di selezionare in ogni caso da tutte le varianti quella che, secondo sodi principi risultanti dai fatti stessi, ha la maggiore probabilità di essere la genuina. Della Septuaginta gottingense uscirono i Salmi (A. Rahlfs, 1931), I Maccabei (W. Kappler, 1936), Isaia (J. Ziegler, 1939), i 12 Profeti (J. Ziegler, 1943) : in molti casi l'emendazione adottata è certa, in altri più o meno probabile. Ad ogni modo l'editore del testo fornisce il suo fondato giudizio al lettore meno competente nella materia, e agli specialisti una base per ulteriori ricerche.

Una interessante teoria sull'origine della S. fu lanciata nel 1925 da F. X. Wutz (v.), il quale affermò che la S. fu fatta su un testo ebraico trascritto in caratteri greci, e credette di avervi trovato un nuovo criterio capace di aprire nuove possibilità per la ricostruzione del testo ebraico prototipo della S., e di riorientare a fondo la critica testuale del Vecchio Testamento. Ma passato il primo entusiasmo, la teoria non resistette a un esame acc urato.

Addirittura rivoluzionarie sono le idee di P. Kahle (1941). Secondo lui i giudei dell'Egitto non avrebbero mai avuto una intera versione greca normativa del Vecchio Testamento, ma soltanto del Pentateuco. I giudei egiziani, imitando l'uso della Palestina, dove in ogni sinagoga dopo la lettura del sacro testo ebraico un interprete improvvisava nel momento una libera versione aramaica, base dei futuri Targümin, avrebbero anche loro creato similmente delle versioni greche parallele, orali prima e poi scritte, Targümin greci. Verso il 100 a. C. le autorità giudache avrebbero fatto fare una selezione da queste versioni e fissata una traduzione ufficiale del Pentateuco. La lettera di Aristea si sarebbe prefisso di raccomandarla e farne propaganda. Tutte le altre versioni della legge mosaica e ugualmente le versioni di altri libri mai riconosciute ufficiali avrebbero continuato ad essere in uso presso molti giudei e poi anche presso i cristiani dei secc. I e II d. C., come mostrerebbero le citazioni bibliche in Filone e in Matteo. Nel sec. III la Chiesa, scegliendo fra le varie versioni, avrebbe stabilito una versione canonica di tutto il Vecchio Testamento, dandole il nome di "S. ". Le altre sarebbero poi andate perdute e le citazioni in Filone e nel Nuovo Testamento, come pure le recensioni di Luciano e di Esichio, ne conserverebbero le ultime tracce. Sarebbe dunque utopistico cercare il testo originale della S.

Ma questa ingegnosa teoria del Kahle suscita gravi dubbi. Se era facile improvvisare una traduzione aramaica del vicinissimo ebraico, è del tutto improbabile che lo stesso si sia potuto fare per il greco. E vero che in alcuni libri la versione greca può dirsi targumica, ma soltanto nel senso che è parafrastica. Le citazioni in Filone e nel Nuovo Testamento esigono si una spiegazione, ma quella del Kahle non è l'unica possibile, se pur probabile, e perciò la conclusione di lui non è costringente. Se la S., risultato del lavoro comune di generazioni, non è omogenea, ciò non toglie la sua unità, che le viene dallo scopo di formare una versione totale. Rimane dunque imperiosa la necessità di ricostruire la forma primitiva che la S. ebbe nel tempo precristiano, in cui venne ad essere completa ed acquistò valore normativo, ed in cui altre eventuali versioni parziali caddero in dimenticanza.

Bias.: edizioni recenti e prontuari filologici: H. B. Swete, The Old Testament in Greek. 3 voll., Cambridge 1887-91; E. Hasib - H. A. Redpath, A Concordance to the Septuagint and the Other Greek Versions of the Old Testament, 2 voll., Oxford 1897, e 2 supplementi; R. Helbing, Grammatik der Septuaginta. Lautund Wortlehre, Gottinga 1907; id., Die Kausayntan der Verba bei den Septuaginta, ivi 1928; H. St. J. Thackeray, A Grammar of the Old Testament in Greek according to the Septuagint. Cam-
![img-19.jpeg](img-19.jpeg)
(fot. Ene. Catt.)
SetTANTA, VERSIONE dei - Frontespizio del Vetus Testamentum (uxta septuaginta ex auctoritate Sixti V Pont. Max. editum, Roma 1587. Esemplare della Biblioteca Vaticana in deposito all'Istituto Biblico - Roma.
bridge 1909; L. F. Schleusner, Novus thesaurus philologicacriticus sive lexicon in LXX, Glasgow 1928; A. Rahlfs, Septuaginta id est Vetus Testamentum Graece inade LXX interpretet, Stoccarda 1933. Studi storico-critici: W. Dittmar, Vetus Testamentum in Nova, 2 voll., Gottinga 1890-1903; H. B. Swete, Au Introduction to the Old Testament in Greek, 2a ed., Nuova York 1914; H. St. J. Thackeray, The Septuagint and 3 weish Worship, Londra 1921; J. Herrosann - Fr. Baumgärtel, Beiträge zur Entstehungsgeschichte der Septuaginta, Stoccarda 1923; J. Fischer, Zur LXX-Vorlage im Pentateuch, Giessen 1926; G. Berczam, Zur Septuaginta-Forschung, vari articoli in Theologische Rundschau, 3 (1931), 5 (1933), 10 (1938); J. Ziegler, Untersuchungen zur Septuaginta des Buches Isaías, Münster in V. 1934; P. Kahle, The Cairo Geniza, Londra 1941; F. Katz, Das Problem des Urtextes der Septuaginta, in Theologische Zeitschrift, 5 (1949), pp. 1-24. Altra ampia bibl. in B. J. Roberts, The Old Testament Text and Versions, Cardiff 1951, pp. 299-307.

Ernesto Vogt
SETTE : v. SOCIETÀ PROIBITE, SEGRETE.
SETTECENTO: v. BAROCCA, ARTE; BOCOCÒ.
SETTE DOLORI DI MARIA : v. addolorata, devozione alla.

SETTE DORMIENTI, santi. - Secondo la leggenda più diffusa, un gruppo di giovani cristiani (il numero varia da tre a otto) durante la persecuzione di Decio ( $249-51$ ) si rifugiò in una grotta presso Efeso. Scoperto il loro nascondiglio, l'Imperatore ordinò che fossero murati vivi.

In circostanze non ben definite si risvegliarono, e, ancora sotto la paura della persecuzione, mandarono uno di loro in città per comprare da mangiare. Allora si scoprì il fatto meraviglioso del loro sonno durato tre secoli.

## Page 278

![img-20.jpeg](img-20.jpeg)
(fol. Cantera)
SEtTE FONDATORI dell'Ord. dei Servi di Maria, santi - I S. F. dei S. di Maria. Tela di G. M. Crespi detto lo Spagnolo (sec. XVII). Bologna, chiesa di S. Maria dei Servi.

La prima testimonianza letteraria orientale di detta leggenda si ha in un resto siriaco del sec. v citato da Dionisio di Tell Mahrê e Giacomo di Sérig (m. nel 52 I ) che la leggenda rielaborò poeticamente. In Occidente il culto dei S. D. era già penetrato nelle Gallie nel sec. vi. Gregorio di Tours ( $53^{8-94}$ ) conobbe la leggenda sotto doppia forma (cf. MGH, Script. rer. Merov., I, pp. 550-52 [Glor. mart., 94], 848-52 [la Passio]). Sulla loro grotta in Efeso Teodosio II (408-50) avrebbe fatto innalzare una basilica.

Nessuno, salvo qualche devoto agiografo, difende la storicità del racconto. Il devoto romanzo dei S. D. insensibilmente, dal campo della letteratura passo in quello della liturgia; tuttavia il loro culto, in origine, s non è la continuazione di un fatto religioso del politeismo greco, (cf. H. Delehaye, op. cit. in bibl., p. 177 sg.). I S. D. Massimiano, Malco, Martiniano, Dionigi, Giovanni, Serapione e Costantino sono ricordati nel Martirologio romano il 27 luglio. Il Menologio di Basilio li ricorda al 23 ott. ma invece di Malco e Serapione ha Giamblico e Antonino.

Il Corano (sûrah 18,8 sgg.) e gli hadit ( $=$ tradizione) denominano i D. con i termini : ahl al-hahf, aṣbâb al-hahf ossia $«$ gli uomini della caverna $»$. La loro leggenda viene usata per provare la verità della risurrezione della carne, come nella dottrina cristiana. Questa sürah viene recitata ogni venerdí alla moschea. Una tradizione antica insegna che tale recitazione settimanale ripara le brecce fatte nel muro di Gog e Magog (cf. Cor. 18,93; 21, 96) dalle orde barbariche omonime, la cui irruzione deve provocare la fine del mondo. Avvenimento escatologico di cui tutto il resto della sürah ne espone i prodromi e di cui la preghiera dei credenti deve allontanare il giorno. Un antico hadit di Muhammad b. Hālid di Huttal, discepolo di Ku-
tajjir b. Hišām (m. nell' 822), la cui isnād ( $=$ catena d'una tradizione orale) risalirebbe fino al qū̄̄ ( $=$ lettore o meglio recitatore del Corano) Nāfir di Medina, dice che "chi recita la sōrah dei S. D. il venerdí, uno splendore esce dai suoi piedi fino all'orizzonte celeste, che lo farà risplendere nel Giorno del Giudizio, e i suoi peccati commessi tra i due venerdì gli saranno perdonati ".

La leggenda era penetrata nella Nubia già nel sec. viII. La marina da guerra dell'Impero turco era dedicata ai S. D. Esistono disegni che li rappresentano sia nelle miniature che sulle barche e sulle vele, dove sono scritti i loro nomi.

In Efeso si è rinvenuto il cimitero dei S. D. (v. Enc. Catt., V, coll. 124-25). In Roma M. Armellini scoprì sulla sinistra dell'Appia, poco oltre s. Cesario, un oratorio dedicato all'arcangelo Gabriele e ai S. D. con affreschi del sec. xI-xII offerti da Maria e Bono de Rapiza (M. Armellini, Scoperta di un antico oratorio greco in Via Appia dedicato all'arcangelo Gabriele ed ai S. d.,Roma 1874; id., Le Chiese di Roma dal sec. IV al XIX, nuova ed. a cura di C. Cecchelli, Roma 1942, pp. 732-33). - Vedi tav. XXIII.

Bibl.: B. Krusch, Gregorii Turonensis Passio VII Dormientium apud Ephesum, in Analecta Ballandiana, 12 (1893), pp. 377 387; M. Ryssel, Syrische Quellen abendländischer Erzählanestruffe, in Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Literaturen, 93 (1895), pp. 1-22, 241-80; 94 (1806), pp. 369-88; J. De Gobio, De Legende der Zeventlopers van Efeze, in Verslagen en Mededelingen der Koninklijke Akademie der Wetenschappen, 3 (1900), pp. 9-33; B. Heller, Eléments parallèles et origines de la légende des Sept Dormants, in Revue des études juives, 49 (1904), pp. 190218; H. Demoulin, Epiménele de C'vète, Bruxelles 1901, pp. 93-100; H. Delehaye, Les légendes hagiographiques, $3^{e}$ ed., Bruxelles 1927, passim; L. Massignon, "Les Sept Dormants", apocalypse de l'Islam, in Analecta Ball. (Afelanges Paul Peeters, II), 68 (1930), pp. 245-60 (la migliore interpretazione sul soggetto); P. Peeters, Le tréfonds oriental de l'hagiog. Byz., Bruxelles 1930, pp. 141-42; Martyr. Romamum, pp. 308-309. Martiniano Roncaglia

## SETTE FONDATORI DELL'ORDINE DEI

SERVI DI MARIA, santi. - Non si conosce la data precisa della loro nascita. I loro nomi, conservati in una lista dello storico dell'Ordine Paolo Attavanti ( 1468 ), sono quelli di Bonusfilius, Bartholomaeus, Iohannes, Benedictus, Gerardinus, Ricoverus, Alexius; più tardi (sec. XVI-XVII) si credette di poter stabilire i loro nomi cosi : Buonfiglio Monaldi, Giovanni di Buonaginnta, Manetto dell'Antella, Amedeo degli Amedei, Ugo di Uguszione, Sostegno de' Sostegni, Alessio Falconicri. Erano tutti mercanti fiorentini e vivevano religiosamente nel secolo nello stato di celibe o di coniugato o di vedovo, proprio di ciascuno.

Per la grande devozione che nutrivano verso la Madre di Dio si ascrissero alla Compagnia (detta poi Maggiore) di s. Maria, già a quei tempi molto fiorente nella loro città; in essa ebbero occasione di conoscersi e di legarsi tra loro con vincoli di santa amicizia. L'autore della Legenda de origine Ordinis Servorum Sanctae Mariae, che scrive subito dopo la morte di s. Alessio, l'ultimo sopravissuto dei Sette, li dice particolarissimi devoti della Madonna, da cui ebbero la vocazione di abbandonare il mondo e di ritirarsi a vita eremitica sul Monte Senario, poco distante da Firenze. Nel 1240 scesero a Firenze, e ciò sarebbe avvenuto secondo la tradizione in seguito ad una visione della Vergine, per trattare con il vescovo Ardingo una prima rudimentale organizzazione della nuova famiglia religiosa (v. SERVI DI maria). Comprovato il loro buono spirito dal domenicano s. Pietro Martire, che era a Firenze nel 1245, i Sette e i loro compagni, sparsi qua e là specialmente in Toscana, fin verso il 1250 condussero una vita prevalentemente eremitica, finché scesi alcuni di essi a Firenze, per fondarvi un nuovo convento dedicato alla Madonna, cominciarono ad accentuare il carattere cenobitico e apostolico, il quale poi, specialmente sotto l'azione di s. Alessio, e del contemporaneo discepolo prediletto s. Filippo Benizi, finì per prevalere (1267-85). Siccome però di fatto i Servi di Maria in molti luoghi vivevano di elemo-

## Page 279

sine, non pochi credettero che l'Ordine fosse rimasto soppresso dal secondo Concilio di Lione (1274), sebbene risultasse che l'istituzione era stata più volte equivalentemente approvata dai pontefici fino dal 1256 e 1263 . S. Alessio (m. nel 1310 a 110 anni) poté vedere il completo trionfo della nuova famiglia religiosa, con la definitiva approvazione pontificia dell'Ordine (11 febbr. 1304), che in seguito fu annoverato ed ebbe i privilegi degli Ordini mendicanti.

Risultano venerati con culto collettivo fino dal sec. xiv, mo solo di s. Alessio fu confermato il culto e8 inonemorabili il $1^{\circ}$ dic. 1717 come beato, e quello degli altri sei il 30 luglio 1725 (cf. Benedetto XIV, De Servorum Dei beatificatione, lib. II, xxiv, nn. 143-45, 161-66 e lib. IV, parte $2^{a}$, xvili, n. 15). In seguito però a nuovi miracoli, ottenuti grazie alla loro invocazione collettiva negli ultimi decenni del sec. xix. il papa Leone XIII li canonizzò il 15 genn. 1888. Festa il 12 febbr.

Bibl.: Martyr. Romanum, pp. 59-60; Chartularium Ord. Servorum S. M. tempore Sanctarum Fundaturum, in Monum. O. S. M., XVI, Bruxelles 1916, p. 97 seg., con bibl. completa a p. 39 seg.; A. M. Rossi, La - Legenda de origine Ord. Servorum Virginis Mariae -. Versione, commento e testo, Roma 1951. Alessio Maria Rossi

SETTE FRATELLI, santi, martiri : v. FELICITA, santa, martire; SINFOROSA, santa.

SETTE FRATELLI MACCABEI, santi. - Dal titolo del libro (II Maccabei), che ne narra il martirio, sono cosi chiamati sette fratelli, che insieme alla loro madre affrontarono la morte durante la persecuzione di Antioco IV (175-164 a. C.), pur di non mangiare carni proibite.

La partecipazione diretta del Re insieme all'antica memoria del loro culto in Antiochia farebbe pensare che essi furono martirizzati nella capitale del Regno; mentre dal contesto storico generale sembra più logico pensare a Gerusalemme, centro precipuo della persecuzione. La presenza del Re suggerisce il periodo descritto in $I I$ Mach. 3, II sgg. Il capitolo (II Mach. 7, 1-41) che ne racconta la morte crudele, oltre ad essere un entusiastico omaggio reso alla costanza dei giovani, è ricchissimo di insegnamento teologico, come sulla creazione dal nulla ( 7,28 ), sulla risurrezione ( $7,9.14$ ), sulla felicità o ricompensa dovuta al martirio ( 7,36 ) e sulle pene che attendono l'empio ( 7,17 .35 ).

Il perpetuarsi della memoria di questi giovani e della loro madre nel giudaismo è documentato all'apocrifo IV Maccabei (sec. I a. C.), che tratta in una cornice filosofica della loro morte violenta (IV Mach. 8, 1-18, 24), e da alcuni accenni in opere posteriori. Molto più vivo restò il loro ricordo nel cristianesimo. Non solo essi vengono additati spesso come esempio durante le persecuzioni anticristiane, ma presto furono equiparati ai martiri cristiani e come questi onorati con un vero culto.

Festa liturgica. Il loro culto è già attestato in maniera chiarissima nel sec. Iv (cf. Ambrogio, Ep., 40, 16: PL 16, 1154; Giovanni Crisostomo, In sanctos Machabaeos, hom. 2: PG 50, 617-26; Teofilo di Alessandria, Ep., 100, 9 nell'epistolario di s. Girolamo: CSEL, 55, 221; s. Agostino, Sermones, 300-301: PL 38, 1376-85; id., Serm., 17: PL 46, 874-81, ed. di G. Morin in Miscellanea agostiniana, I, Roma 1930, pp. 81-89). La loro festa al $1^{\circ}$ ag. è recensita nel Martirologio sivisco (vi si indica il quartiere ebraico di Antiochia), nel Calendario di Cartagine, nel Martirologio geronimiano, in quelli storici e nel Romano, nel Sacramentario gelasiano antico (ed. A. H. Wilson, Oxford 1894, p. 188), nell'Oraziomale visigotico della fine del sec. viro inizio dell'viri (ed. J. Vives, Barcellona 1946, pp. 368-69). nei Sacramentari gelasiani del sec. VIII (cf. P. De Puniet, Le Sacramentaire Romain de Gallone [estratto dalle Eph. Lit.], Roma [1938], pp. $124^{*}-25^{*}$ ); da questi ultimi la festa dei M. è poi passata nel Messale e Breviario romani. I Sacramentari leoniano e gregoriano
non ricordano la predetta festa. Antiochia fu il centro da cui si irradiò il culto ai M. Roma ne ebbe reliquie che furono deposte nella basilica di S. Pietro in Vincoli; quivi infatti nel 1876 , in occasione di lavori per la sistemazione delle catene di s. Pietro, venne in luce sotto l'altare maggiore un sarcofago paleocristiano diviso all'interno in sette scomparti con due lamine di piombo, recanti l'iscrizione: «in his septem loculis recondita sunt ossa et cineres sanctorum septem Machabeorum - ecc. (cf. C. B. De Rossi, cit. in bibl.).

Bibl.: Martyr. Hierosymianum, p. 409: Martyr. Romanum, pp. 317-18; G. B. De Rossi, Scoperta di un sarcofago con le reliquie dei Maccabei nella basilica di S. Pietro in Vincoli, in Bullittimo di archeologia cristiana, $3^{2}$ serie, 1 (1876), pp. 73-75; H. Grisar, Archeologia, in Civ. Catt., 1897, II, pp. 719-26; M. Rampolla, Dal luogo del martirio e del sepolcro dei Maccabei, Roma 1898; M. Mass. Die Maccabder als christliche Heilige, in Manatuschrift für Geschichts und Wissenschaft des Judenthums, 44 (1900), pp. 145-56; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, $2^{\circ}$ ed., Bruxelles 1933, pp. 201-202; A. Ferrua, Della festa dei v. Maccabei e di un antico sermone in loro onore, in Civ. Catt., 1938, III, pp. 234-47, 318-27. Angelo Pence - A. Pietro Frusas

SETTELE, Giuseppe. - Archeologo, canonico di S. Pietro, n. a Roma nel 1770, m. ivi nel 1840. Contro la volontà paterna, si dette agli studi specialmente di matematica e di archeologia cristiana.

Insegnò matematica e astronomia nell'Università di Roma e antichità cristiane nel Seminario romano, per la quale disciplina compilò il Trattato elementare di archeologia cristiana, che G. B. De Rossi conobbe manoscritto. Fu visitatore o conservatore dei cimiteri, nel quale ufficio esplicò grande cura per la conservazione delle iscrizioni; continuò anche l'elenco dei corpi santi, che venivano estratti dalle catacombe (Regestem, III. IV). Lasciò un Diario, nel quale ricorda i suoi studi, i progetti e i lavori intrapresi e da intraprendere. Fra le sue pubblicazioni si ricordano: Memoria sull'importanza dei monumenti che si trovano nei cemeterij degli antichi cristiani, in Atti della Pont. acc. rom. di arch., $1^{2}$ serie, 2 (1825), pp. 41104; Illustrazione di un'antica iscrizione esistente nella chiesa di S. Silvestro in Capite, ibid., 3 (1829), pp. 229266; Illustrazione di un antico monumento cristiano trovato nel cemeterio di Ciriaca, ibid., 4 (1831), pp. 23-50; Osservazioni sopra le lapidi pagane che si trovano nelle catacombe, ibid., 5 (1835), pp. 179-200; Illustrazione di due iscrizioni trovate nella basilica di S. Paolo nella Via Ostiense (Roma 1831). L'opera più importante del S. è costituita dalla nuova edizione, con appendice, di Sacrarum Vaticanae Basilicae cryptarum monumenta aeris tabulis incisa et a P. L. Dionysio commentariis illustrata, Roma 1840. Il S. vi fu coadiuvato da E. Sarri.

Bibl.: G. B. De Rossi, Roma sotterranea, I, Roma 1864, pp. 63-64; G. Cugnoni, G. S. e il suo - Diario -, estratto da La Scuola romana, 1886; G. Ferretto, Vete storica-bibliografiche, Roma 1942, pp. 286, 297, 299-302, 313. Carlo Carletti

SETTEMBRE, MARTIRI di, beati. - Così viene designato il gruppo di 191 martiri, capitanati dall'arcivescovo di Arles, Giov. Maria di Lau, e dai vescovi di Beauvais, Francesco Giuseppe de la Rochefou-cauld-Bayers (v.) e Pietro Luigi de la Rochefoucauld
![img-21.jpeg](img-21.jpeg)
(per carteria di V. Pugliese C.R.L.)
Sette Fratelli Maccabei, santi - Sarcofago paleocristiano contenente le reliquie dei S. P. M., ritrovato sotto l'altare maggiore della basilica di S. Pietro in Vincoli il 2 sett. 1876. Le scene ivi rappresentate da sinistra a destra sono: Risurrezione di Lazzaro, Moltiplorazione dei pani e dei pesci, Samaritana si pozza, Annuncia a Pietro della sua negazione, Tradizio Legis - Roma, basilica di S. Pietro in Vincoli.

## Page 280

Bayers (v.), uccisi per la fede nelle prigioni di Parigi il 2 e 3 sett. 1792 e beatificati da Pio XI il 17 ott. 1926.

Rovesciato il trono con l'assassinio di Luigi XVI (10 ag. 1792) e costituita lo stesso giorno la "Comune insurrezionale", il furore dei rivoluzionari prese ad arrestare numerosi laici e specialmente membri del clero, che non avevano voluto prestare il giuramento imposto dalla Costituzione civile del clero, condannata da Pio VI il 10 marzo 1791. I beati, fatti prigionieri, vennero rinchiusi nel conventi dei Carmelitani, nel Seminario di S. Firmino, nell'abbazia di St-Germain-des-Près e nella prigione La Force, e nel pomeriggio del 2 e nella notte sul 3 sett. furono tutti in vari modi trucidati: 95 nel convento dei Carmelitani, 72 a S. Firmino, 21 a S. Germano, 3 a La Force. A S. Firmino alcuni furono gettati dalle finestre e lasciati alla rabbia crudele della plebe sitibonda di sangue. Al gruppo dei 191 appartengono, oltre ai 3 vescovi, molti sacerdoti e molti religiosi e 4 laici. Nelle prigioni si erano rinnovate le scene delle catacombe. Non potendo celebrare la Messa, si univano in spirito a quella celebrata dal Papa a Roma, si davano alla preghiera e alle pie letture e nel momento supremo si erano assolti a vicenda e avevano recitato le litanie e le preci degli agonizzanti.

Bibl.: elenco e qualificazione dei singoli nel decreto sul martirio, del $1^{\circ}$ ott. 1926, in AAS. 18 (1926), pp. 413-25 e in Bénédictins de Paris, Vies des saints et des bienheureux, IX, Parigi 1950, pp. 57-70. Per le notizie, oltre alle storie civili ed ecclesiastiche sulla Rivoluzione Francese, si possono consultare: G. Lenôtre, Les massacres de Septembre, Parigi 1908; J. Perrin, Les martyrres de Septembre 1792, ivi 1919; G. Lenôtre, La maison des Carmes, ivi 1955; I. Hérauze, Les journées de Septembre, Parigi 1945; per i martiri nelle singole prigioni, o dei singoli Ordini religiosi, v. ottima bibl. in: Vies des saints sopra citata, pp. 70-71. Celestino Testore

SETTEMBRINI, LUIGI. - Scrittore, n. a Napoli il 17 apr. 1813 , ivi m. il 3 nov. 1876 : protagonista delle vicende insurrezionali contro i Borboni di Napoli, fu più volte arrestato come cospiratōre, subì il carcere nel ' 39 , nel ' 49 , e l'ergastolo all'Isola di S. Stefano nel febbr. del 1851.

In Le Ricordanze della mia vita convergono, con le memorie familiari, gli aspetti drammatici della causa risorgimentale: il racconto vi si svolge pacato, ma vivo. Fondatore della Grande Società dell'unità italiana e, con il De Sanctis, dell'Associazione unitaria costituzionale, il S. resta un patriota e uno scrittore politico non solo nella Protesta del popolo delle Due Sicilie e nella Difesa scritta da L. S., per gli uomini di buon senso, ma anche nell'antimanzoniana lettera Della lingua italiana all'on. E. Broglio e nelle Lezioni di letteratura italiana, uscite in Napoli, in 3 voll., negli anni 1866-72. Svalutate, oggi, per il debole significato storiografico, per l'erronea concezione di un progresso letterario stabilito sull'antagonismo Chiesa-Impero finito con il trionfo del ghibellinismo, per il travisamento della storia del medioevo, del papato, della Riforma tridentina, le Lezioni s'inseriscono tuttavia in quel processo ideologico che avverte e chiede, nelle lettere, una adesione giustificata alla vicenda nazionale. Esse furono poste all' Indice con decr. 4 luglio 1867 e 14 dic. 1868.

Bibl.: F. Berardinelli, Le Lex. di letter. ital. di L. S., in Civ. Catt., $6^{\circ}$ serie, 10 (1867, II), pp. 576-91; 11 (1867, III), pp. 70-97; F. Torraca, Notizie sulla vita e gli scritti di L. S., Napoli 1877; G. A. Borgese, Star. della critica romant. in Italia, $2^{\circ}$ ed., Milano 1920, p. 331 sgg.; B. Croce, Lett. della nuova Italia, I, $3^{\circ}$ ed., Bari 1929, pp. 345-55; L. Federsoni, L. S., in Nuova Antologia, $1^{\circ}$ ott. 1936, pp. 241-49; A. Omodeo, Figure e passioni del Risorgim. ital., $2^{\circ}$ ed., Roma 1945, pp. 43-74; G. Getto, Storia delle storie letterarie, Milano 1946, pp. 230-43. Enso Novarra
SETTIM. - Due località bibliche, così denominate dalle acacie (šittîm; egiz. inst, posteriore fonte; assiro samtu) ivi piantate; non di rado i luoghi erano denominati dagli alberi (specie querce e simili : 'šläh, 'šlôn). L'acacia (v.) aveva fornito il legno ('dṣ̂ šittîm, Volgata ligna setim) per il tabernacolo e la
suppellettile del culto ( 26 volte in Ex. 25, 5-30, 5 e 35,7-38,6; Deut. 10, 3).
S., sempre con l'articolo (haš-šittîm «le acace»), era la contrada moabitica, ad oriente del Giordano, ove Israele fece l'ultima tappa prima di entrare nella Terra Promessa; vi si macchiò unendosi alle Moabite e Madianite, e con esse dandosi all'osceno culto del Baal del Monte Piagor (v. SEEL/MADIOR), per cui furono uccisi da un flagello 24.000 israeliti, e si segnalò per zelo Phineas, cui per premio Dio concesse la sua "alleanza d'un sacerdozio eterno" (Num. 25, 1-18). Era detta Abel (v.) S. "nelle steppe di Meab" (ibid. 33,49 ; Settanta Bǒ̌ox cod. B, $\beta \varepsilon \lambda \sigma \alpha \tau \tau \mu$ cod. A). Da li furono inviate le spie a Gerico, che stava di fronte; da li, dopo un prolungato soggiorno, Israele mosse per attraversare il Giordano (Ios. 2, 1; 3, 1; Volg. Setim). All'operato di Balaam "da S. (Num. 25, 1) fino a Gilgal (Ios. 4, 19 sg.) "allude Mi. 6, 5, ove però i "critici" dicono interpolati questi due nomi geografici.

Il "torrente di S." (náhal haš-šittîm; Volg. torrens spinarum) in Ioel 3, 18 (passo messianico) sembra essere la continuazione del Codron (Wàdi en-nôr) che porta le acque del Tempio verso il Mar Morto, come accennano Ex. 47, 1-12; Zach. 14, 8; Apoc. 22, 1. Forse è l'odierno Wâdi es-sant (o valle dell'acacia ").

Bibl.: G. E. Post-A. T. Chapman, Shittah Tree, Shittim, in A Dict. of the Bible, IV (1902), p. 507; F.-M. Abel, Géogr. de la Palestine, I, Parigi 1933, p. 400; A. Vaccari, La S. Bibbia, I. Il Pentateuco, Firenze 1943, p. 407 sg. Antonino Romeo
SETTIMANA SANTA (Major hebdomada, Hebdomada sancta, Hebdomada authentica). - E la settimana antecedente la Pasqua, detta anche "maggiore" o "autentica", perché commemora la Passione, Morte, sepoltura e Risurrezione di Cristo. Oggi i tre ultimi giorni (Giovedi, Venerdi e Sabato) sono detti il triduo sacro e hanno Uffici propri.

In origine nei giorni feriali della S. S. non si celebrava la s. Eucaristia. Ancora s. Leone I papa (440-61) distingue bene tra i primi giorni, incluso Giovedi, detti Quaresima, e gli altri tre considerati come un'unità. I giorni del Venerdi Santo e del Sabato Santo erano giorni di digiuno severo (Ippolito, Innocenzo I); insieme con la Domenica seguente di Pasqua furono detti : "sacramentum paschale", "festivitas paschalis" (s. Leone, Serm. 47 e 48). Dapprima soltanto al Venerdi si faceva una adunanza con sole letture e preghiere; poi si aggiunse anche il Mercoledì precedente, nel quale s. Leone continuava le sue prediche sulla Passione, iniziate alla Domenica di Passione, come si chiamava allora la Domenica detta oggi delle Palme. In questa Domenica si leggeva la Passione di s. Matteo, nel Mercoledì quella di s. Luca e nel Venerdi quella di s. Giovanni; tutta la settimana venne detta perciò della Passione (cf. nel cod. Vat. lat. 316: domenica "in palmis", "de Passione Domini"), dapprima senza digiuno. A questi due giorni aliturgici si aggiunse il Giovedi liturgico. Al tempo di s. Agostino (m. nel 430) in Ippona avevano luogo, al Giovedi Santo, due adunanze liturgiche in onore dell'istituzione della s. Eucaristia, l'una al mattino per quelli che non digiunavano, l'altra per i digiunanti ("mane offertur propter prandentes, quia ieiunia simul et lavacrum tolerare non possunt, ad vesperam vero propter ieiunantes", Ep. 54, 9). Anche a Roma nel sec. v si faceva almeno una adunanza eucaristica, perché in questo giorno erano fissate la riconciliazione dei penitenti e la benedizione del s. Crisma. Il Lunedi Santo ebbe la sua liturgia quando la ebbero i tre giorni di lunedì, mercoledì e venerdì di ogni settimana quaresimale, cioè all'epoca di s. Leone o poco prima (A. Chavasse, Le carême, pp. 331-34). Nell'anno 546 e 550 (Cod. Epist. di Fulda di Vittore di Capua e Capitulare evangeliorum Neapolit.) anche il Martedi Santo era provvisto di una liturgia o di letture. Il Venerdi e il Sabato (la Pasqua cristiana primitiva) non ebbero mai, a Roma, o altrove, la celebrazione eucaristica.

Il Lunedi Santo: aveva la lettura di Io. 12, 1-36 "Ante sex dies... ", oggi ridotta a 1-9.

## Page 281

Il Martedi Santo : la lettura del Vangelo era da prima quella di Io. 13, 1-32 (lavanda dei piedi e denuncia del traditore); si leggeva ancora al sec. viII (Comes di Würzburg), sostituita poi (sec. IX) dal Passio di s. Marco. Il Vangelo, ridotto a $I n .13,1-13$ (invece di $1-32$ ) si legge oggi al Giovedi Santo (il Coptolare di Würzburg non segna alcun Vangelo per questo giorno). Al tempo di Eteria, il Passio di s. Marco era letto al Venerdi Santo (sec. xir, anche a Monte Cassino) insieme con quella di s. Giovanni; a Roma alla domenica stessa di Pasqua (Baumstark, Liturgie comp., cit. in bibl., pp. 183-84).

Il Mercoledi Santo: si leggeva a Gerusalemme (al tempo di Eteria) il passo evangelico del tradimento di Giuda. A Roma, dapprima giorno aliturgico, ebbe poi due servizi : uno al mattino nella Basilica Lateranense in cui con le letture consuete si recitavano anche le Orationes sollemnes (oggi in uso esclusivamente al Venerdi Santo). Erano di regola nelle sinassi aliturgiche tre letture : quella del Passio di Luca, attestata nei Copitolari alla fine del sec. vir, forse in uso già al tempo di s. Leone; o si continuava a leggere quella di s. Matteo secondo le parole di s. Leone lectio dominicae passionis iterabitur? Anche oggi al Mercoledi Santo sono tre letture (un segno dell'antichità in contrapposto al Lunedi o Martedi con due). L'adunanza aliturgica del mattino è la più antica. Un'altra aveva luogo la sera nella Basilica Liberiana con la celebrazione eucaristica; s'iniziava con l'Offertorio, poi seguivano le letture del mattino. All'adunanza del mattino erano lasciate solo le Orationes sollemnes; cf. Ord. Rom. XXVI, 1-7 (Andrieu).

L'Ufficio delle Tenebre durante il Triduo sacro, detto nel sec. xir tenebrae o matutina tenebrarum perché finisce a lumi spenti, dal sec. xiri-xiv venne anticipato alla sera (Ord. Rom. XIV, 82) precedente. L'Ufficio di questi tre giorni, cosi differente dal solito, in realtà riproduce l'Ufficio romano primitivo, come altre parti del Triduo sacro conservano il rito dei tempi antichi. Si omettono le formole introduttorie ammesse da s. Gregorio I, gli inni (nell'Ufficio romano non si hanno prima del sec. xir) e il Gloria Patri alla fine dei Salmi (era una antichissima consuetudine romana di non aggiungere il Gloria, contro l'uso monastico proveniente dalla Gallia); si finisce, come nell'antichità, con la sola recita del Pater noster. Il salmo Miserere con la colletta Respice (dal Messale Gotico) è di origine privata dopo il sec. xir, recitata in alcune chiese sub silentio (Durando). Le letture, secondo l'antica regola, sono prese dal Vecchio Testamento, dai commenti dei Padri e dal Nuovo Testamento. I Responsori son ben scelti e composti; quelli storici, i più antichi, derivano dal Passio di s. Matteo; gli altri, più recenti, son tratti dalla Sapienza o sono di origine extrascritturale. Le Lodi, come le Ore minori e i Vespri si chiudono, senza Capitolo, senza versetti e senza saluto, col Pater noster finale. I salmi del Mattutino del Giovedi sono quelli stessi (68-76) della feria V dell'Ufficio romano ordinario, mentre i salmi del Venerdi e del Sabato Santo sono più appropriati ai misteri. Dapprima (secc. viI-viII) non c'erano i Vespri; gli attuali si ebbero soltanto con il sec. xi, quando già la Messa o le funzioni si facevano al mattino. C'è da notare il candeliere triangolare, reggente 15 candele di cera, ognuna delle quali alla fine di ciascun salmo viene spenta, eccetto l'ultima che si nasconde dietro o sotto l'altare, ma alla fine delle Lodi serve a rischiarare l'adunanza. Amalario, nella sua visita a Roma ( 831 ), trovò in uso questa progressiva estinzione dei lumi al Venerdi e al Sabato, non al Giovedi. L'origine e il significato di questo uso non è chiaro. L'uso di spegnere le sei candele dell'altare durante il canto del Benedictus, non ancora accennato da Durando, è recente. Lo strepito alla fine non era in origine che il segnale di congedo dato dal Superiore o presidente del coro.

Il Giovedi Santo ricorda l'istituzione dell'Eucaristia. Si dice Feria quinta in Coena Domini in Africa e in Italia dal principio del sec. v; anche Natalis calicis (con la data del 24 marzo) nella Gallia meridionale nel sec. vi viI; natalis sacramenti si legge in un Prefazio del Leoniano (XXVIII, 4). Nei Sacramentari romani, ma di origine gallicana, si trovano tre Messe per il Giovedi
![img-22.jpeg](img-22.jpeg)
(per cortesia di mons. A. P. Frutaz)
Settimana Santa - Candelabro triangolare con 12 candele che si spengono successivamente al termine di ogni salmo del Mattutino e delle Lodi dell'Ufficio delle Tenebre. Il candelabro qui riprodotto è quello della basilica di S. Pietro.

Santo, la prima, detta della riconciliazione dei penitenti, la seconda, detta chrismalis, della consacrazione degli Oli santi, la terza ad vespersae dell'istituzione eucaristica. Della riconciliazione dei penitenti al Giovedi Santo si trova menzione nella lettera di Innocenzo I del 416 a Decenzio. La consacrazione degli Oli santi, funzione romana del + Gregoriano + , con spiccano carattere festivo, si faceva seguendo il cerimoniale delle grandi festività. Poiché la precedeva la riconciliazione dei penitenti, si ometteva la Messa detta Catechomonorum (Ord. Rom. XIV, 31: Andrieu, pp. 136-37) i Capitolari più antichi non hanno un Vangelo proprio del giorno) e s'iniziava con le offerte dei fedeli. La Messa odierna, composta per le chiese non cattedrali e dove non si faceva la riconciliazione dei penitenti, non ha testi originali delle letture e del canto, ma tratti derivati dalle Messe vicine. Oggi, in ogni chiesa, si permette una Messa sola, nella quale dal celebrante, come da Cristo stesso, tutti ricevono la s. Comunione; a Roma la stazione è nella Basilica Lateranense. La consacrazione degli Oli Santi, che al tempo di Ippolito aveva luogo nella Messa pontificale prima di conferire il Battesimo, a Roma si faceva già nel sec. v nel Giovedi Santo; nella Gallia invece il Sabato Santo (Arles, sec. vi) o la domenica in palmo (pa-Germano, sec. viI). La Messa è celebrata dal vescovo con grande solennità in presenza di 12 sacerdoti, 7 diaconi e 7 suddiaconi, tutti portanti le vesti bianche (bianco il velo della croce dell'altare); il Gloria si canta fra il suono prolungato delle campane. Alla fine del Canone, prima del Per quem, si esorcizza e benedice l'olio degli infermi. Tutte le benedizioni o consacrazioni si fanno dinanzi ad una tavola speciale presso l'altare. Dopo la Comunione, in una processione solenne vengono portati gli oli del crisma e dei catecumeni. Il vescovo benedice prima il balsamo, poi lo mescola con un poco di crisma, quindi alita in forma di croce sul s. crisma, seguito in cio dai sacerdoti, e lo consacra con un solenne Prefazio; dopo la miscela tutti i sacerdoti salutano tre volte Ave, sanctum Crisma e lo baciano (il saluto è di origine romana, il bacio è una novità gallicana). Similmente, ma senza

## Page 282

![img-23.jpeg](img-23.jpeg)

Settimana Santa - Adorazione della Croce durante l'azione liturgica del Venerdi Santo. Il celebrante e i ministri qui riprodotti sono canonici della basilica di S. Pietro.
il Prefazio, si consacra l'olio dei catecumeni con una semplice orazione, previo esorcismo. In questa Messa del Giovedi Santo si consacra un'altra Ostia (in alcune regioni della Germania ancora una terza per il "sepolcro santo") per la "Messa dei Presantificati" del Venerdi Santo. Quest'Ostia consacrata vien recata dopo la Messa con un cerimoniale più ricco a partire dal sec. XI in una cappellina appositamente preparata; questa cappella diviene la rappresentazione del sepolcro di Cristo, in ispecie dal Venerdi Santo fino all'alba di Pasqua.

Recitato il Vespro (composto nel sec. xi), si procede con la recita del salmo 21 alla denudazione degli altari, cerimonia assai antica, perché è un resto dell'uso primitivo di togliere ogni giorno la tovaglia dall'altare. Nel medioevo si aggiungeva la lavanda dell'altare, che si fa anche oggi nella Basilica Vaticana e nei monasteri. L'ultima funzione del Giovedi Santo è la Lavanda dei piedi, detta Mandatum dalla prima antifona (Io. 13, 34) : atto di carità sull'esempio di Cristo (Io. 13, 1-15), comune nella Chiesa (s. Agostino, Ep., 55, 18-33); dal Concilio di Toledo del 694 resa obbligatoria per tutti i vescovi e sacerdoti verso i loro dipendenti. La lavanda si trova menzionata negli Ord. Rom. X, 12, e XII, 25, 27. Oggi dopo la lettura del Vangelo (Io. 13, 1-15), si lavano i piedi di 12 poveri; mentre si cantano alcune antifone relative al fatto evangelico e in specie l'inno Ubi caritas... (di provenienza veronese del sec. IX, ricca di una melodia assai semplice, ma molto antica e preziosa).

Una particolarità di questi tre giorni è il silenzio delle campane dopo il canto del Gloria del Giovedi Santo fino al Gloria della vigilia di Pasqua, già accennato da Amalario. In lungo delle campane e dei campanelli si dànno i segni per le sacre funzioni con una tabula, crepitaculum o crotalum, di legno proveniente dall'uso monastico sino dai tempi di Cassiano (De instit. coenob., I, 2, 17; IV, 12), nel medioevo dai Cluniacensi (v. crepitacolo; crotalo).

Il Venerdi Santo (per s. Agostino e s. Leone) era ancora il primo giorno del triduo sacro pasquale (s. Agost., Ep., 55, 14: "sacratissimum triduum crucifixi, sepulti, suscitati); è detto "parasceve" cioè "preparazione" dal
greco ( $\tau \alpha \rho \alpha \sigma \varkappa \varepsilon \nu \eta$ ). Era giorno aliturgico in Occidente e nell'Oriente; nella Spagna, nel sec. vil si tenevano chiuse le chiese. Altro uso di questo giorno era la recita di tutto il Salterio, come faceva Onorio III (1216-27) " primo diluculo una cum suis cappellanis totum psalterium ex integro"; nello stesso secolo lo facevano i monaci di Monte Cassino a piedi nudi. A Roma le funzioni si fanno nella basilica di S. Croce in Gerusalemme; anticamente (come nel "Gelasiano "), alle ore 9 del giorno o verso la sera.

Servizio eucologico. - Questa prima parte delle funzioni attuali è un bel saggio di antica adunanza aliturgica. Come al tempo in cui non si cantava ancora l'Introito, i ministri si prostrano sul pavimento pregando in silenzio; nel frattempo si prepara l'altare. Poi s'iniziano subito le letture; la prima di Osen (Os. 1-6 di provenienza gallicana), con salmo-responsorio di Abacus (Hab. 3, 1-3; il versetto in medio duorum ostinatum è riferito a Cristo crocifisso fra due ladroni); la seconda dell'Esodo (Ex. 12, 1-11) accenna al simbolo e alla figura del sacrificio di Cristo nell'agnello pasquale degli Ebrei. Segue la terza lettura: nella chiesa di s. Agostino si leggeva la Passio di Matteo; quella di s. Giovanni è attestata dai tempi di s. Gregorio Magno. Come di regola, l'adunanza aliturgica si conchiude con le Orationes sollemnes, per tutto il popolo e per ogni singola classe di esso; uso comune nella s. Messa fino al sec. vi (nel sec. viil ancora al Mercoledì Santo. v. sopra). Nell'Orazione per i Giudei si omette la genuflessione solita dopo l'invito dell'Oremus dopo il sec. IX per motivi simbolici, (cf. Ord. Rom. XII, 29). Seguiva la predica del vescovo officiante (di s. Agostino ci sono conservate 4 omelie pronunciate il Venerdi Santo).

L'adorazione della s. Croce. - Proviene da Gerusalemme, dove, secondo Eteria, si faceva alla reliquia della vera Croce, ed era un rito semplice e senza un preciso carattere liturgico: il vescovo teneva la reliquia, baciandola e applicandola sulla fronte e sugli occhi; nessun canto, nessuna preghiera; tutto si svolgeva in silenzio. Questo rito s'introduise a Roma (l'Ord. XVI, 33-34 non lo ha) forse nella prima metà del sec. vir. Secondo la descrizione dell'Ordo di Einsiedeln (Ord. Rom. XXIII, 9-22) il papa dal Laterano si recava a S. Croce in Gerusalemme; dietro di lui veniva portata la s. Croce (A. Baumstark, Lit., cit. in bibl., p. 153) da un diacono in una cassetta e posta sull'altare; il Papa scopre la s. Croce, si prostra ad adorarla; seguono i fedeli; ma alle donne, per non farle avvicinare all'altare, la sacra reliquia viene portata. Dopo la venerazione si continua con le letture del servizio eucologico e si aggiungono le funzioni dei presantificati; il Papa stesso e i suoi diaconi non si comunicano.

Nelle altre chiese si faceva un doppio rito, di mattina quello eucologico, di sera la venerazione della s. Croce insieme con il rito dei presantificati (Ord. Rom. XXIII, 2938 [Andrieu]): la Croce si metteva davanti all'altare portata da due accoliti; poi era venerata dal Papa e dal popolo; frattanto si cantava l'antifona Ecce lignum, con il salmo 118; seguiva la Messa dei presantificati (cf. Ord. Rom. XXVII, 41-50). Il rito attuale dell'adorazione della Croce si è formato fra il ix e l'xi sec. in Spagna e nella Gallia: lo scoprimento e l'ostensione della Croce, la triplice prostrazione, gli Improperi, il trisagio bizantino (in greco e latino), l'antifona (di origine greca) di trionfo Crucem tuam, i due inni di Venanzio Fortunato Pange lingua e Vecillio Regis; tutto si trova nel Pontificale romano del sec. xir (M. Andrieu, Le Pontifical romain au moyen age, I, Città del Vaticano 1934, p. 236, nn. 8, 9).

La Messa dei Presantificati. - E un semplice rito di comunione, fatto con le Sacre Specie "presantificate" cioè precedentemente consacrate, usato nei giorni aliturgici, come facevano i Greci nella Quaresima ecc., il Sabato e la Domenica; a Roma soltanto nel Venerdi Santo. Sembra che dapprima la Chiesa romana (come il rito ambrosiano anche oggi) non avesse ufficialmente l'uso dei Presantificati, il quale entrò nella liturgia papale fra il sec. viI e il sec. viII (Duchesne). Il rito primitivo conteneva solo il Pater noster con l'embolismo, seguito dalla frazione e immissione recitata a voce alta; poi si aggiungevano le preghiere offertoriali, l'incensazione delle of-

## Page 283

ferte e dell'altare, la lavanda delle mani (Ord. Rom., XIV, 83; l'elevazione dell'Ostia (Ord. Rom., XV, 77) alle parole sicut in caelo et in terra (oggi dopo l'embolismo); uso francese del sec. xiv, introdotto forse ad Avignone.
4. Deposizione (sepolzura) della Croce e dell'Ostia. Rito diretto a commemorare in maniera più espressiva il seppellimento del Signore, proveniente dal sec. x (cf. la biografia di s. Ulrico di Augusta [m. nel 973]), in uus quasi in tutte le Chiese, tranne quella di Roma; si continua in Germania e in Austria.

La Croce o un'Ostia consacrata o tutt'e due insieme vengono portate in una specie di sepolcro, ivi incensate e asperse con acqua benedetta, finalmente il sepolcro viene chiuso e sigillato, per essere venerato dalla pietà dei fedeli. All'alba della Domenica di Pasqua vengono tratte solennemente fuori per figurare la Resurrezione.

Sabato Santo. - Nei primi sei secoli, sia in Oriente che in Occidente, era giorno completamente aliturgico. Le funzioni che si svolsero, durante più di un millennio, il Sabato Santo, si celebravano in origine nella notte successiva. Al tempo di s. Ambrogio (397) a Milano e di s. Agostino (430) ad Ippona si celebrava lungo tutta la notte la veglia pasquale; s. Girolamo invece (419-20) accenna a una funzione che occupava soltanto la prima parte della Notte Santa (note noctis dimidium dimittere non liceat). La veglia della prima parte della Notte Santa divenne la regola sotto Leone I (m. nel 461) a Roma, sotto Lupo di Troyes (m. nel 479) in Gallia, nello stesso tempo nel Testamentum Domini per la Siria. Da Giovanni diacono nel 523-26 la fine della solennità sembra già celebrata alla sera del Sabato Santo; lo stesso risulta da un racconto meno edificante di s. Gregorio (m. nel 604) nella Spagna (sacratissimo paschali Sabato post ieiunium), e inoltre una seconda Messa in Notte Santa - si diceva alla prima luce del giorno di Pasqua. Il Gelariano più antico (Bibl. Vat., Reg. 316) in una rubrica dopo le Orationes per singulas lectiones in Sabato Sancto determina l'ora della Messa in nocte: et ingrediuntur ad missas in sigilia ut stella in caelo apparuerit e contiene una seconda Messa nel Dominicum Paschae. Anche i Sacramentari del tipo gregoriano hanno una Messa in Sabato Sancto in nocte e un'altra in dominico sancto s; la domenica seguente si considera fuori dell'ottava die dominica post albas (scil. depositas; v. Pasqua, II, 3).

BibL.: P. de Puniet, Du rite des processions à la convicration des usines Huiles, in Rots. Greg., 2 (1909), p. 216 sgg .: A. Baumstark, Der Orient und die Gesänge der s Adaratio Crucis s, in Jahrb. f. Liturgienissensib., 2 (1922), p. 4 sgg.; L. Duchesne, Origines un Culle chrétien, Parigi 1923, pp. 260-71; A. Wilmart, L'Homme de la Charité pour le Jeudi saint, in Auteurs spirituels et textes déaux du moyen âge, vi 1932, pp. 26-36; E. Eisenhofer, Handb. der hath. Liturgie, I, Friburgo 1932, pp. 211-20; A. Baumstark, Liturgie comparée, Choristique (1959), pp. 149-52; 183-84; M. Righotti, Mon. di stoc. liturg., II, Milano 1946, pp. 140-85; A. Chavasse, Le carêne romain et les scrutins prébaptismaux avant le IXe siècle, in R. de sc. rel., 35 (1948), pp. 325-87; A. Chavasse, La préparation de la Pâque à Rome, avant le Ve siècle. Jeûne et argantiation liturgique, in Bibliothèque de la Fac. esth. de théol. de Lyon, Mémorial I, Chaîne, 5 (1950), pp. 61-80; A. Stulber, Von der Pascha-Nachtwache zum Karsamstagsgottesdienst, in Kutscher. Blätter, 75 (1950), pp. 48-107; M. Andrieu, Les - Ordines Romani - du haut moyen âge, III, Lovanio 1951; J. A. Jungmann, Die Vorverlegung der Ostervigil seit dem christl. Altertum, in Lit. Jahrbuch, 1 (1951), pp. 48-54; H. Vorgeindes. War die altchristl. Ostervigil eine ununterbrochene Feier?, in Zeitschr. tür hath. Theol., 74 (1952), pp. 464-72. Pietro Siffrin

Folklore. - Il ciclo folkloristico della S. S. va dalla Domenica delle Palme (v.) al lunedi in albis. Più che descrivere cronologicamente, giorno per giorno, i riti della S. S., conviene classificare successivamente i diversi elementi folklorici, tanto più che questi si concentrano di preferenza nei giorni di Giovedi, Venerdi, Sabato e Domenica di Risurrezione. Il ciclo così presenta cerimonie liturgiche alle quali il popolo ha dato propri colori e forme, senza alterarne il carattere; cerimonie rituali propiziatorie che si ripetono ad ogni inizio annuale o stagionale, e in particolare per la Pasqua indicano l'inizio della primavera, tanto che il periodo è detto anche e del principio di primavera o di Pasqua s; e infine credenze e pratiche superstiziose varie, il cui singolo significato ci
sfugge, ma che si riportano in complesso al valore sacraleeccezionale di quei giorni.

Nel primo gruppo si comprendono le processioni drammatiche, le sacre rappresentazioni e altre reliquie viventi del dramma religioso medievale e rinascimentale, nonché alcune prescrizioni ecclesiastiche in cui l'elemento folklorico si è aggiunto a quello liturgico. Un posto di primo piano è stato riconosciuto alla processione in tutte le sopravvivense del dramma sacro, osservandosi che «il ritmico procedere di masse d'uomini, specie se il ritmo vien potenziato e scandito da divisioni in compagnie o gruppi vestiti con uniformi speciali, nonché da canti e da suoni, crea come un'atmosfera di raccordo, di coesione, di intesa fra le masse e ne prepara gli spiriti a sentire pienamente ciò che costituirà l'acme della manifestazione o del rito - (Toschi). Le processioni pasquali sono caratterizzate dalle scene della Passione, dette " misteri», ricostruite per mezzo di statue in legno o cartapesta e talora di gruppi di persone viventi : primeggiano, per la loro fastosità, la processione di Siviglia in Spagna, con i grup