oni agiografiche che non riguardano S. con la breve notizia dei Gesta. L'opuscolo dei Miracula di s. S. (ibid. 7677) fu scritto ca. il 1046.
Bibl.: Martyr. Romanum, p. 164; H. Achelis, Die Bischofschronik von Neapel, Lipsia 1930, pp. 16-17; H. Delehaye, Hagiogr. Napolii., in Anal. Bolland., 39 (1941), pp. 17-19; D. Mollardo, Il Calendario marmoreo di Napoli (Biblish. Ephem. Lit., 18), Roma 1947, pp. 45, 48-50, 150. A. Pietro Frutaz
SEVERO, vescovo di Ravenna, santo. - E l'ultimo dei 12 vescovi ravennati chiamati "colombini " perché, secondo la leggenda, designati all'elezione da una colombe posatasi sul loro capo. Così sarebbe accaduto a S., semplice tessitore, presente all'assemblea radunata per eleggere il vescovo.
Non si conosce la durata del suo episcopato; si sa però che prese parte al Concilio di Sardica (343), di cui
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(Ivi. Anderson)
Severo, vescovo di Ravenna, santo -
Musasco del sec. vi raffigurante s. S. Ravenna, chiesa di S. Apollinare in Classe.
firma i canoni e la lettera sinodica al papa Giulio (Mansi, III, 39, 42). M. il $1^{\circ}$ febbr. e il suo giorno emortuale è inserito nel Martirologio geronimiano che lo ricorda anche al $1^{\circ}$ genn. per un errore. Fu sepolto nel cimitero del "Vicus Salutaris", fuori Classe, e sulla sua tomba sorse un sacello detto di S. Ruffillo. Il suo culto si affermò assai presto tanto che i vescovi Pietro III (578) e Giovanni II (578-95) gli eressero una grandiosa basilica «in regione quae dicitur Salutaris», detta poi Severiana, distrutta nel sec. xv. Giovanni II vi trasportò le reliquie di S., di Vincenza e Innocenza, rispettivamente moglie e figlia di S., e le pose in un sarcofago nel centro della Basilica. Reliquie di S. furono ritrovate, nel 1871, nella capsella argentea (sec. v) di Grado. In Germania il culto di S. si diffuse in seguito al trasporto a Magonza e poi a Erfurt delle sue reliquie per opera dell'arciv. Otgaro (826-47) che le acquistò a Pavia dal chierico franco Felice, il quale le aveva trafugate prima dell'830. I più antichi documenti biografici che si hanno su S. sono la notizia di Agnello (ca. 830-32) e la Vita, seguita dalla translatio, del presbitero maguntino Liutolfo (poco dopo l'856: ed. L. v. Heinemann, in MGH, Scriptores, XV, i. [1887], pp. 289-93). L'arcivescovo di Magonza Carlo (856-63) concesse parte delle reliquie di s. Innocenza alle monache di Altenmünster.
E il patrono dei tessitori e filatori di lana e delle guardie di polizia. Il Martirologio romano lo ricorda al $1^{\circ}$ febbr.
Bim.: tutti i testi agiografici su S. in BHL, 7679-84, Supplementum, p. 279; Martyr. Hieronymianum, pp. 21, 72; Martyr. Romanum, pp. 44-45; Agnello, Codex Pontif. Eivles. Rosemontis (ed. A. Testi Rasponi in RIS, II, parte 27, Bologna 1924), I, pp. 42-56, per la Basilica Severiana cf. pp. 226, 243-44; F. Lanzoni, S. S. veur. di Ravenna nella stor. e nella leggenda, in Atti e mem. della R. Dep. di st. patr. per la prov. di Romagna, 1911, pp. 325-96; 1912, pp. 320-96; H. Delehaye, L'hagiographie ancienne de Ravenne, in Anal. Boll., 46 (1929), p. 26; G. Lucchesi, Note agiograf. sui primi vesc. di Ravenna, Faenza 1941 (estr. del Boll. disc. di Faenza), pp. 81-95. Per l'iconografia, cf. K. Künstler, Ihomographie der christl. Kunst, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 531-32; J. Braun, Tracht und Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1943, coll. 656-58.
A. Pietro Frutas
SEVEROLI, ANTONIO GABRIELE. - Cardinale, n. il 28 febbr. 1757 a Faenza, m. l'8 sett. 1824 a Roma. Studiò a Roma, all'Accademia ecclesiastica, e ritornato a Faenza nel 1779, fu ordinato sacerdote e divenne vicario generale del vescovo De Buoi.
Fu preconizzato il 23 apr. 1787 da Pio VI vescovo di Fano. Pio VII, dopo la sua elezione nel viaggio da Venezia a Roma, in occasione della fermata a Fano conobbe personalmente il S. e decise di nominarlo nel 1801 nunzio a Vienna con il titolo di arcivescovo di Petra. Il
S. lasciò Fano con rammarico nel genn. 1802. A Vienna si trovò ben presto di fronte a questioni particolarmente delicate. L'ambiente di corte, e soprattutto il ministro conte Cobenzl, era di sentire giuseppinista e non tollerava la minima ingerenza della S. Sede negli affari ecclesiastici dell'Impero. Cosi quando il S. fu incaricato di far conoscere all'Imperatore il breve pontificio che deplorava la secolarizzazione degli Stati ecclesiastici della Germania, si trovò in vivace diverbio con il Cobenzl, il quale ebbe a dichiarare che nulla importava della approvazione o della disapprovazione del Papa in tale affare che, secondo lui, non toccava minimamente il potere spirituale. Al che il S., punto sul vivo, abbandonata la riservatezza del diplomatico, replicò che il Papa non usciva affatto dai propri limiti nel disapprovare le ruberie commesse ai danni della Chiesa. Ulteriori dissapori, per l'intervento del S. su questioni relative alla giurisdizione sul clero della monarchia, mossero il Cobenzl a chiedere il richiamo del S., il quale invece rimase a Vienna, perché la S. Sede non riconobbe valida la motivazione del non gradimento. La difficile posizione del S. migliorò sensibilmente dopo la disfatta austriaca del 1805 e la caduta del Cobenzl e si rafforzò definitivamente nel 1809 con l'avvento al potere del Metternich. Rimasto nella capitale austriaca durante il periodo della deportazione di Pio VII, S. fu poi accorto coecutore delle direttive di Consalvi dopo la caduta di Napoleone. Non seppe tuttavia liberarsi dalle influenze di certi circoli di corte, che sotto il pretesto di una più stretta unione tra trono e altare perseguivano in realta fini meramente politici e tendevano ad una subordinazione del potere ecclesiastico a quello statale e ad una riaffermazione concreta ed effettiva del predominio austriaco sulla Penisola. Anche in occasione della pubblicazione del motu proprio del 1816 il S., nei suoi dispocei al Consalvi, si fece portavoce di diverse critiche della Cancelleria imperiale, e queste contribuirono ad un raffreddamento con il segretario di Stato. Creato cardinale nel Concistoro dell's marzo 1816, il S. lasciò Vienna l'anno successivo e prese pos-

(da Cardinalium S.R.E. imagines, tze. 31) Severoli, Antonio Gabriele - Ritratto. Incisione contemporanea.
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sesso dei vescovati riuniti di Viterbo e di Toscanella, di cui gli era stata conferita l'amministrazione fin dal genn. 1808. Nel Conclave del 1823 S. fu il candidato degli aelanti, sino a raccogliere sul suo nome ventisette suffragi, mancandogliene solo sei per la prescritta maggioranza dei due terzi. Già erano in corso tutti i preparativi per la sua elezione, quando il card. Albani comunicò al S. Collegio l'esclusiva imperiale contro di lui, originata certo dalla sua antica opposizione alle leggi giusappine, ma anche dal timore che il S. volesse distruggere $v b$ imit tutta l'opera del Consalvi e quindi condurre ad un grado di particolare agitazione e fermento lo Stato della Chiesa, con non prevedibili riflessi sulle altre regioni della Penisola, mettendo in difficoltà la politica austriaca.
Biel.: Moroni, LXV, pp. 48-54; I. Rimici, La secularizsuz. degli Stati eccles. della Germania, Roma 1906, passim; A. Eisler, Das Veto der bath. Stunten bei dei Papstwald, Vienna 1907, pp. 225-32; J. Schnidlin, Papstguth. der neuesten Zeit, I, Monaco 1933, passim; M. Petrocchi, La Restaurazione, il card. Consalvi e la rifarma del 1\%16. Firenze 1641, soprattutto pp. 81-106. Silvio Furlani
SÉVIGNÉ, Marie de Rabutin Chantal, M.me de. - Scrittrice francese, n. a Parigi il 5 febbr. 1626, m. a Grignan il 17 apr. 1696.
Restata orfana nei primi anni, ne ebbe cura lo zio materno, Filippo di Coulanges abate di Livry. Studiò italiano e spagnolo e si formò una cultura classicheggiante, sposò nel 1644 il marchese Enrico di Sévigné, dal quale ebbe due figli: nel 1646 Francesca, andata sposa nel 1669 al conte di Grignan, poi luogotenente generale del Re in Provenza; e nel 1648 Carlo, che ebbe a darle qualche dispiacere per dissolutezza. Restata vedova nel 1651 , si stabilì a Parigi, ove si dedicò alla cura dei figli non trascurando peraltro la vita di mondo, con qualche frequenza a corte. Alcuni dissensi di carattere con la figlia e qualche accenno di scandalo prontamente soffocato costituirono le disavventure maggiori della sua esistenza, che fu la consueta delle nobili francesi nel ' 600 , accompagnata dalla pratica della fede cattolica con sincerità ed assiduità.
La sua sensibilità letteraria si era formata essenzialmente su Corneille, Molière, La Fontaine. Teneva in gran conto l'Aristoto e il Tasso, nonché s. Agostino e Pascal. La sua opera, costituita da un vastissimo epistolario (più di 1500 lettere, in gran parte dirette alla figlia), è di eccezionale interesse per la storia del costume della società aristocratica della sua epoca e per intrinseci pregi d'arte, grazie ad un'acuta intuizione psicologica e a certa gaia vivezza, talvolta anche finemente umoristica, nel tratteggio di situazioni e figure. Per lo stile esemplare fu considerata, quasi sul piano di La Fontaine e Molière, tra i più grandi scrittori francesi del ' 600 . Dotata di salda moralità, non è però scevra da qualche aridità di cuore, per frequente carenza d'umana pietà, che la fa talvolta insensibile alle sventure non riguardanti la sua società aristocratica.
Biel.: la più notevole ed. delle opere (a cura di Monmorusé) nella Collection des grands écrivains de la France. 14 voll. in-8 e un album, Parigi 1862-66; completata dalle Lettres inédites, a cura di Ch. Capinas, 2 voll., ivi 1872. Studi: V. Walckenaer, Mémoires sur la vie et les écrits de M.me de S., 5 voll., Parigi 1842-52; G. Bolonier, M.me de S., ivi 1887; E. Fauvet, M.me de S., ivi 1910; C. Friedmann, La cultura italiana di M.me de S., in Giorn. star. lett. it., 9 (1912), pp. 1-72; C. Gazier, M.me de S., Parigi 1934; A. Stanley, M.me de S., her letters and her world, Londra 1946. Sul sentimento religioso di M.me de S., cf. : J. Calvet, La religion de M.me de S., in Vie catholique en France et à l'étranger del 6 febbr. 1926; C. Gazier, M.me de S. et Port-Royal, in Le Correspondant, 1926, fasc. 302, pp. 508523; J. Forsmy, M.me de S. et le thème de la mort, in Etudes classiques, 4 (1935), pp. 390-410. Romano Romani
SEYCHELLES (Port Victoria), diocesi di. Comprende tutte le isole dell'arcipelago di S. Esse si trovano nell'Oceano Indiano a nord-est del Madagascar e di fronte a Mombasa, da cui distano ca. 1800 km .
Ecclesiasticamente le isole S. era unite all'isola Maurizio (v. porto luigi) fino al 26 nov. 1832, quando

(10. Albani)
Sévigné, Marie De Rabutin Chantal, M.me de - Rirretto. Dipinto di P. Mignard (1612-93) - Firenze, Galleria degli Cffizi.
furono distaccate da essa ed erette in prefettura apostolica. Il 30 ag. 1880 questa fu elevata in vicariato apostolico, quindi il 21 luglio 1892 in diocesi (suffraganea di Colombo, Ceylon), la quale finalmente il 13 giugno 1899 fu dichiarata immediatamente soggetta alla S. Sede. La popolazione in grande maggioranza è di origine e di cultura francese. Anche politicamente tutte le Isole S. dipendevano dalla Francia e furono occupate dagli Inglesi durante le guerre napoleoniche. La diocesi è attualmente affidata ai Cappuccini della Provincia svizzera e ha una estensione di 252 kmq . con una popolazione di 34.677 ab., di cui 31.485 cattolici (di essi solo 134 sono esteri e 292 di stirpe mista), 2781 protestanti, 108 maomettani e 303 pagani), ha 20 sacerdoti esteri, 15 fratelli esteri, 33 suore estere, 24 indigene, un seminario preparatorio e 2 seminaristi maggiori, 14 stazioni missionarie principali e 10 secondarie, 11 chiese e 16 cappelle, 2 orfanotrofi con 27 ordani e un ospizio per vecchi, 25 scuole con 4269 alunni dei due sessi, due periodici di ca. 3000 copie di tiratura. Vi fiorisce la "Legio Mariae» e le "Ligue ouvrière féminine ".
Biel.: MC. 1950, pp. 204-205; Arch. S. C. di Prop. Fide, pos. prot. n. 432451 . Carlo Corvo
SEYSSEL, Claudio di. - Arcivescovo di Torino, n. tra il 1450 ed il 1460 , m. a Torino il 30 maggio 1520. Studiò all'Università di Pavia e poi a quella di Torino, dove si laureò in ambo i diritti nel 1486 e dove subito insegnò diritto civile.
Consigliere del duca di Savoia, passò al servizio di Luigi XII, che molto lo apprezzò : da consigliere regio nel Parlamento di Tolosa, passò al Senato regio di Milano e nel 1506 fu fatto maistre des requestes. Servi il re in diverse ambascerie, in particolare in occasione del Conciliebolo di Pisa (1511) e della successiva riconciliazione con il Prete di Lione, papa. Dopo una temporanea amministrazione del vescovato di Lodi (1509), fu eletto dal Capitolo vescovo di Marsiglia il 9 luglio 1509, ma non ne
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(fet. Alinari)
Sfondrat1, famiglia - Monumenta funebre del card. Paolo Camillo S., opera di C. Maderno (1618) - Roma, chiesa di S. Cecilia.
prese il governo che il 3 dic. 1511. Fu trasferito a Torino l'i i maggio 1517. Oltre lettere e discorsi si hanno di lui una traduzione di Senofonte ed in particolare il Tractatus de triplici statu viatoris, dedicato a Leone X (Torino 1518), Tractatus de divino providentia (Parigi 1520) ed un breve e popolare Tractatus adversus errores et sectam Valdensium (ivi 1520), importante per conoscere le loro dottrine in quel tempo. Per esaltare la monarchia francese compose nel 1515 la Grant monarchie de France, stampata a Parigi nel 1519.
Bibl.: A. Caviella, C. di S., la vita nella storia dei suoi tempi, Torino 1928; W. R. Lewin, Claude de S. Ein Beitrag zur politisch. Ideengesch. des 16. Jahrh., Heidelberg 1933; D. Bertetto, Cl. de S. ecc., Torino 1943; L. Gollat, La monarchie française d'après C. de S., in Revue hist. de droit franç. et étvang., $4^{e}$ serie, 23 (1944), pp. 1-34.
Francesco Cognasso
## SEZZE : v. TERRACINA.
SFONDRATI, famiqlia. - Compare a Cremona nel sec. XIII-XIV. Si rese celebre nel sec. XVI con Francesco, n. a Cremona il 26 ott. 1493, m. ivi il 31 luglio 1550.
Si laureò in diritto a Pavia nel 1520 ed insegnò a Padova, Pavia, Bologna, Roma e Torino. Ebbe uffici pubblici in particolare da Carlo V, che lo fece conte della Riviera di Lucco il 23 ott. 1537. Mortagli la moglie Anna Visconti ( 20 nov. 1538), entrò nello stato chiericale e da Paolo III fu nominato referendario di Segnatura e poi vescovo di Sarno il 12 ott. 1543, quindi arcivescovo di Amalfi il 27 ott. 1544. Intanto nel nov. 1543 veniva inviato nunzio presso Carlo V, a proposito di una pace con la Francia che aprisse la via al Concilio ed alla sicurezza dell'Europa. Creato cardinale il 19 dic. 1544, ritornò in Curia e fu fra gli zelanti fautori della riforma ecclesiastica e membro dell'Inquisizione. Inasprite le relazioni fra Paolo III e Carlo V per il trasferimento del Concilio da Trento a Bologna e le vicende belliche in Germania, il cardinale parti da Roma il 22 apr. 1547 come legato all'Imperatore; e con lui ebbe anche a trattare degli affari inglesi dopo la morte del re Enrico VIII; delle complicazioni createsi in Lombardia per l'uccisione
di Pier Luigi Farnese, e riguardo all' Interim di Augusta (v. augusta, IV) che doveva regolare i rapporti con i protestanti in Germania ed appariva lesivo dei diritti del cattolicesimo, mentre non soddisfece a nessuna delle due opposte parti. Il cardinale che aveva tentato di impedirne la pubblicazione fu richiamato il ro giugno 1548 e lasciò la Germania. Egli aveva avuto il governo della diocesi di Capaccio il 23 marzo 1547 e lo tenne fino al 9 nov. 1549 quando ebbe la diocesi di Cremona.
Bibl.:A. Ciacconius, Vitae, ecc., III, Roma 1677, p. 700 sgg.; Eubel, III, passim; O. Premoli, Storia dei Barnabiti, Roma 1013, p. 406 e passim; C. Capasso, Paolo III, II, Messina 1923, p. 614 sgg.; Pastor, V, p. 471 e passim. Per gli scritti v.: F. Argelati, Biblioth. serqté. Medialanensium, II, Milano 1743.
Figli di Francesco furono Niccolò che fu papa con il nome di Gregorio XIV (v.) per pochi mesi e Paolo che sposò Sigismonda d'Este e continuò la famiglia; fu senatore di Milano e premori al fratello nel 1587. Quattro figlie insieme con la zia Giulia furono monache presso le Angeliche a Milano con fama di grande virtù. La famiglia S. fu sempre legata ai Barnabiti di grande amicizia. Figlio di Paolo fu Paolo Camillo (le si trova anche con il nome di Emilio) n. nel 1561, che lo zio Gregorio XIV creò cardinale il 19 dic. 1590 e volle presso di sé come segretario di Stato. In gioventù era stato assiduo al circolo che si radunava intorno a s. Filippo Neri, ma poi si mostrò avido di arricchire sé ed i suoi, abusando anche della confidenza in lui riposta dallo zio pontefice. Il 13 sett. ebbe il vescovato di Cremona e mori il 14 febbr. 1618. Con lui erano accorsi a Roma i fratelli Ercole, duca di Montemarciano, generale della Chiesa, che milito per la Lega in Francia; e Francesco, generale delle galere, marchese di Montafia (1591).
Bibl.: Pastor, X, p. 538 sgg. passim.
Renata Orazi Ausenda
Maggior fama acquistò nel secolo seguente Celestino, cardinale e teologo benedettino, n. a Milano l'i i genn. 1644, m. a Roma il 4 sett. 1696. Dodicenne entrò nella scuola benedettina di Rorsbach. Dopo vari anni di insegnamento, fu eletto vescovo di Novara (1686) e divenne principeabate di S. Gallo il 16 apr. 1687. Fu creato cardinale da Innocenzo XII il 12 dic. 1695. Difese con vivace ardore le prerogative della Sede Apostolica, in varie opere: Tractatus regaliae (S. Gallo 1682); Regale sacerdotium Romano Pontifici assertum et quatuor propositionibus gallicani cleri explicatum (ivi 1684), sotto lo pseudonimo di Eugenius Lombardus; e la continuazione Gallia vindicata (ivi 1688) in cui ricorre alle testimonianze della stessa Chiesa gallicana; Legatio Marditioris Lavardini eiusque cum Innocentio XI distidium (ivi 1688) in difesa dell'atteggiamento negativo della S. Sede alla richiesta francese del diritto d'asilo per il quartiere romano delle ambasciate. L'opera sua principale e, in certa maniera, famosa è il Nodus praedestinationis ex sacris litteris, doctrinaque sanctorum Augustini et Thomae, quantum homini licet, dissolutus (postuma, Roma 1697), ove propugna il molinismo (v.) di tinta lessiana e con movenze di pensiero del tutto originali quanto allo stato (ritenuto oltremodo felice) dei bambini morti senza Battesimo e a una certa qual impeccabilità (ex ignorantia Dni invincibili) degli infedeli. L'opera violentemente attaccata da più parti, soprattutto dal Bossuet, fu difesa dal card. Gabrielli e sfuggì ad ogni condanna.
Bibl.: Hurter, IV, col. 383 sgg.; P. Sejournée, s. v. in DThC, XII, coll. 2010-17; L. Capéran, Le problème du salut des infidèles, I, $2^{\text {e }}$ ed., Tolosa 1934, pp. 327-82; J. Hälg, C. S. Fürstabi von St. Gallen und Kardinal, Roma 1942; M. Ingusdica, Lett. ined. del card. Tommasi, in Osservatore Romano, 4 febbr. 1944.
Antonio Piolanti
Carlo Filippo entrò fra i Barnabiti, fu amico di Cosimo III di Toscana e il 12 luglio 1677 fu nominato vescovo di Volterra. Morl l'it maggio 1680 in fama di santità (O. Premoli, St. d. Barnabiti, II, Roma 1913, p. 350 ).
La famiglia si estinse nel sec. xvili con il colonnello Carlo ed i beni passarono ai Serbelloni e ai BarbianoBelgioioso (L. Castano, Mons. Nicolò S. ecc., Torino 1939, p. 8).
Renata Orazi Ausenda
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SFORZA, famiglia. - Originaria di Cotignola (Ravenna), arrivata nel ramo principale alla signoria di Milano. Il cognome della famiglia, di agiati coltivatori, era Attendolo, ma l'autore della prima fortuna ascensionale, Muzio, perferì il soprannome di S., datogli da Alberico da Barbiano per la sua audacia ostinata.
Muzio (Giacomuccio), n. a Cotignola il 18 maggio 1369, seguì a 13 anni la compagnia di Boldrino da Panicale, fu poi caposquadra di Alberico da Barbiano; servì Gian Galeazzo Visconti e poi Firenze, per la quale combatté a Casalecchi (1402) e contro Pisa. Movendo all'assedio di Aquila contro Braccio annegò, il 4 genn. 1424, nel Pescara per salvare un paggio. Soldato di grande capacità ma con la mentalità del mercenario; diede nome ad una scuola contrapposta alla braccesca manovrando con prudenza piuttosto che operare con bruschi attacchi. Ebbe da Lucia di Marsciano, sua amante, Francesco e Alessandro da cui provennero i rami di Milano e Pesaro. Ebbe da altre donne: Bosio, capostipite del ramo di Santufora, e Carlo (agostiniano con il nome di Gabriele), arcivescovo di Milano (1454-57).
1. Ramo di Milano. - Ebbe le sue fortune da FranCESCO, n. a S. Miniato il 23 luglio 1401, che da Ferrara seguì il padre a Napoli; alla morte di lui, nel '24, accompagnò il Caldora all'Aquila, passò al servizio del Visconti e fu tra i vinti di Maclodio, indi con il Piccinino fra i vincitori a Soncino (1431). Guerraggiando nella Marca, strappò a Eugenio IV il titolo di marchese e gonfaloniere della Chiesa. Passò quindi con Firenze, poi con Filippo M. Visconti del quale sposò la figlia Bianca Maria. Divenne l'arbitro della pace, da lui definita a Cavriana nel suo campo e proclamata a Cremona il 20 nov. 1441. Successero anni duri per lo S. insidiato ed attaccato nella Marca e nell'Abruzzo dalla malignità del suocero, da re Alfonso di Napoli e da papa Eugenio IV che rivendicava la Marca. Morto il Visconti e cessata l'effimera Repubblica ambrosiana, il 26 febbr. 1460 , Francesco entrava in Milano quale duca, e dopo una lotta di quattro anni contro una coalizione veneto-napoletana-sabauda-imperiale trionfò inducendo Venezia alla Pace di Lodi ( 9 apr. 1454). Da quel momento egli è il vero centro della politica italiana cercando di mantenere la pace e di allontanare gli stranieri rinunciando alla politica aggressiva viscanica. A Milano lo ricordano il Castello, ricostruito per sicurezza della dinastia ma anche della città, e l'Ospedale maggiore; diede allo Stato una forte organizzazione militare scomparsa dopo di lui. M. l'8 marzo 1466.
Gli successe nel Ducato il primogenito Galeazzo Maria (n. nel 1444). Nel 1468 per suggerimento di Luigi XI sposò Bona di Savoia, contro la volontà del fratello di lei duca Amedeo. Fu ucciso il 26 dic. 1476, nella chiesa di S. Stefano a Milano da tre giovani, per rancori privati ed esaltazioni umanistiche, e la sua morte aggiunse un'altra grave causa al disordine della vita politica italiana. Lasciò oltre il fanciullo Gian Galeazzo II due bambine, Bianca Maria sposa nel 1493 a Massimiliano I imperatore, Anna Maria sposa a Alfonso I d'Este e, illegittima, la celebre Caterina S. sposa al Riario, signore di Forlì. Successe il bambino Gian GaLeazzo II di sette anni sotto la reggente Bona di Savoia e il governo effettivo di Cicco Simonetta, già segretario dei due duchi precedenti. Nel 1478, Lodovico (detto comunemente il Moro), quartogenito di Francesco S., fa arrestare e decapitare il Simonetta, esautora Bona, e, dominando il ragazzo, diviene, alla rinuncia di lei, reggente e tutore. Su Lodovico pesa fin dal suo tempo l'accusa della chiamata in Italia di Carlo VIII per mantenere l'usurpazione del Ducato combattuta dal re di Napoli. Fin dal 1493 egli procurò per sé dall'imperatore Massimiliano un diploma di investitura del Ducato, anziché per il nipote.
Luigi Simeoni
Ascanio fratello del Moro, n. nel 1455, seguì e favorì le fortune di lui nello Stato ecclesiastico. Il 17 sett. 1579 ebbe in commenda il vescovato di Pavia che tenne sino alla morte. Fu creato cardinale diacono di S. Vito da
Sisto IV il 17 marzo 1484 e dopo questo ebbe da Innocenzo VIII in commenda il vescovato di Novara il 25 ott. 1484 (lo lasciò nel 1485 e lo riprese nel 1503), quello di Cremona, il 4 ag. 1486, che tenne sino alla morte, e quello di Pesaro (dal 1488 al 1491); nel contempo fu legato nel Patrimonio (1484) ed a Bologna ( 1488 e poi nel 1492). Unitosi d'amicizia con il card. Roderico Borgia ne favorì con ogni mezzo l'elezione a pontefice e da lui ebbe l'arcivescovato di Agria (31 ag. 1492 - giugno 1497) e l'ufficio di vicecancelliere; nel 1493 combinò l'infausto matrimonio di Lucrezia Borgia con Giovanni S. signore di Pesaro. Per le vicende politiche defezionò da Alessandro VI nel giugno 1494, parlò di deporre il Papa e nel nov. passò presso Carlo VIII re di Francia e lo segui neha sua spedizione in Italia; ebbe parte nelle trattative fra il Papa ed il Re e con questo entrò a Roma il 31 dic., ma il 19 genn. 1495 partì tosto per Milano, perché già il Moro s'era allarmato dei successi di Carlo. Tornò a Roma il 6 marzo ed accompagnò il Papa nei mesi seguenti e fu poi persino sospettato di complicità nell'assassinio del duca di Gandia. In seguito alla rottura di Alessandro VI con il Moro lasciò Roma il 13-14 luglio 1499 per Milano e fu fatto prigioniero nell'apr. 1500 dai Veneziani che lo consegnarono ai Francesi, e non poté ritornare a Roma se non per il Conclave del 10 sett. 1503 con aspirazione al Papato; aderì poi al card. Giuliano della Rovere. M. a Roma il 27 maggio 1505 rimpianto per le sue larghe elemosine. Fu il vero tipo del prelato mondano e famoso tutto inteso ai maneggi politici. Giulio II gli fece erigere un monumento a S. Maria del Popolo da Andrea Sansovino.
Bibl.: Pastor, III, passim; G. B. Picotti, La giovinezza di Leone X, Milano 1957, p. 107, passim; id., Nuovi studi e documenti esterno a papa Alessandro VI, in Rivista di storia della Chiesa in Italia, 5 (1951), pp. 169-262.
Pio Paschini
Disgraziata fu la sorte dei figli di Lodovico e di Beatrice d'Este : Massimiliano e Francesco II. Massimiliano (1493-1530) visse in strettezze alla Corte imperiale. La vittoria della Lega Santa e la volontà del capo degli Svizzeri card. Schinner lo fece nel 1512 duca di Milano per tre anni. Il fratello Francesco II (n. il 4 febbr. 1493, m. il $1^{\circ}$ nov. 1535), caro ai milanesi più del fratello, visse oscuro finché la vittoria papale ed imperiale del 1521, cacciando da Milano i Francesi, non lo fece proclamare, lontano, duca per opera di Morone che governò per lui. Alla nuova discesa di re Francesco I, nell'ott. 1524, lasciò Milano ove rientrò dopo la vittoria imperiale di Pavia (24 febbr. 1525). Sospettato di aver parte agli intrighi antispagnoli del Morone, fu assediato nel Castello di Milano e, non sbloccato dall'esercito veneto-pontificio, dovette arrendersi il 20 luglio 1526 verso patti non mantenuti. Riebbe a Bologna il Ducato ( 23 dic. 1529) per l'azione del Papa e Venezia, ma con pesi gravissimi (poco meno di un milione di ducati) con in casa il De Leyva. Sposò nel 1534 la giovinetta Cristiana, nipote di Carlo V, ma già il $1^{\circ}$ nov. 1535 era morto senza figli.
II. Ramo di Pesaro. - Questo e quello di Santafiora discendono direttamente da Muzio e non da Francesco come gli altri. Questo di Pesaro fu creato da Alessandro (n. a Cotignola da Lucia Terzani nel 1409) che, sposando nel 1444 Costanza di Varano nipote di Galeazzo Malatesta, signore di Pesaro, ne ebbe (integrando il diritto con il denaro) la signoria riconosciutagli nel 1447 da Niccolò V. Combatté per il fratello Francesco nella Marca, a Milano, in Toscana, e per re Ferrante contro Giovanni d'Angiò, vinto a S. Fabiano ( 1460 ), vincitore a Troia ( 1462 ) divenendo gran conestabile del Regno come suo padre. Fu con il Colleoni alla Riccardina contro la Lega Italica e il nipote Galeazzo M. duca di Milano (1467); morì nel 1473 (3 apr.) nel ferrarese. Aveva avuto dalla prima moglie la figlia Battista, moglie del duca Federico di Urbino e, illegittima, Ginevra moglie prima di Sante Bentivoglio (1454) e poi di Giovanni II Bentivoglio, della cui caduta non fu la sola causa; la seconda moglie Sveva di Montefeltre fu da Alessandro rinchiusa in un chiostro (1457). Gli successe il figlio Costanzo, buon capitano e signore, e a lui il figlio illegittimo Giovanni sposo di Lucrezia Borgia, poi, sciolto il matrimonio, cacciato dal Valentino
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(fot. d'ineri)
Sforza, famiglia - Ritratto di Muzio Attendolo S., affresco di B. Luini (sec. xvi) - Milano, Castello Sforzesco.
nel 1499 ; tornato con Giulio II mori nel 1510 ; nel 1512 il Papa espulse il suo fratello illegittimo Galeazzo, con cui nel 1519 si estinse a Milano questo ramo.
III. Ramo di Santafiora. - Questo ramo nominalmente esistente discende da Bosio (1411-76) figlio illegittimo di Muzio Attendolo e fratello non uterino del duca Francesco; buon soldato, fu signore di Cotignola e Castell'Arquato (Piacenza). Sposando Cecilia Aldobrandeschi, procurò al figlio Guido il feudo di Santafiora. Un altro ingrandimento lo ebbe la famiglia con il matrimonio del nipote Bosio II con Costanza sorella di Pier Luigi Farnese; il nonno Paolo III favorì i nipoti, due dei quali, CAMILLO AsCANIO (m. nel 1565) e Alessandro (m. nel 1585), furono cardinali di grande importanza. La famiglia si divise nei due rami: di Lombardia, estinto nel 1644 con Sforzino, e di Toscana, che raccogliendo nel 1575 l'eredità della famiglia dei Conti ebbe i feudi di Valmontone e Segni, questo con il titolo ducale. La grandezza della famiglia, decaduta nel sec. xvir, fu rialzata da FEDERICO sposando Livia Cesarini, erede di questa e altre famiglie; Segni fu riacquistata e la famiglia prese il titolo di S. Cesarini; nel 1832 essa finì in Salvatore, ma la S. Rota attribuì il titolo e l'eredità al fratello di lui uterino Lorenzo Montani. La nuova linea si è divisa nei due rami dei duchi di Segni e Civitalavinia e dei conti di Santafiora.
IV. Ramo di Borgonovo. - Sorto con S. Secondo (n. nel 1435), figlio illegittimo di Francesco, che ebbe dal padre nel 1451 il Castello di Borgonovo nel piacentino e poi il titolo di conte, che la famiglia mantenne anche sotto i Farnesi, servendoli nelle armi e negli uffici. Nel 1607, alla morte di Alessandro III, il feudo fu incamerato, per quanto esistesse un ramo cadetto degli S. di Castel S. Giovanni discendenti da Jacopetto secondo figlio del fondatore del ramo.
V. Ramo di Caravaggio. - Fondato da Giampaolo figlio illegittimo di Lodovico il Moro e di Lucrezia Crivelli (1497) creato marchese di Caravaggio e conte di Galliate nel 1532; mori di morte sospetta subito dopo il fratello duca Francesco II (1533); un suo figlio, Muzio, mori per Carlo V all'assedio di Metz (1552); la famiglia continuò a Milano, estinguendosi in Francesco II nel 1697 e nella figlia Bianca Maria nel 1717; aveva avuto molti priori e dignitari dell'Ordine di Malta. - Vedi tavv. XXIV-XXV.
BibL.: culla famiglia in generale: Litta, Attendoli, in Famiglie celebri italiane, Milano 1837, e le opere sulla storia di Milano, nonché G. Franciosi, Gli S., Firenze 1931. Orientamento e bibl. in N. Valeri, L'Italia nell'età dei principati, Milano 1949 e L. Simeoni, Le Signorie, ivi 1950. Tra gli scritti specifici:
L. G. l'vlassier, Louis XII et Ludovico S., a vull., Parigi 1896; F. Malagnasi Valeri, La corte di Ludovico il Moro, 4 voll., Milano 1913-23; cf. inoltre N. Guastella, Tre pretesi delitti di Francesco II S., in Arch. stor. Iomburda, 75-76 (1948-49), pp. 115-67.
Luigi Simeoni
SFORZA, Serafina (Sveva), beata. - Clarissa, n. ad Urbino ca. il 1434 da Guido duca di Montefeltro, m. a Pesaro nel 1478 .
Sorella di Federico da Montefeltro, nel 1448 andò sposa ad Alessandro Sforza, signore di Urbino. Durante le non rare assenze del marito, collaboratore nelle varie campagne militari del fratello Lodovico il Moro, ella sostenne con bravura la responsabilità del governo. Nel 1457, Alessandro, per coprire le proprie infedeltà, accusò di tale delitto la sposa, obbligandola a chiudersi nel locale monastero delle Clarisse. Due anni dopo ella prendeva l'abito, mutando il nome di Battesimo di Sveva in quello di Serafina. Divenuta bodessa, fu di esempio a tutte nell'osservanza regolare, pietà e carità verso gli infermi. Il suo culto fu approvato da Benedetto XIV il 17 luglio 1754. Festa l'8 sett.
BibL.: Acta SS. Septemberi, III. Anversa 1750, pp. 314-25; G. Felinciangeli, Sulla manocazione di Suecu Montefeltro S., signora di Pesaro, Ricerche, Pistoia 1903 (cf. F. van Otton, recime, in Anal. Boll., 24 [1905], pp. 311-131; C. Ortolani, Santità francescano-pirena, Pesaro 1931, p. 101 sge. Piero Sannazzaro
SFORZA DI SANTA FIORA, ALESSANDRO. Cardinale, n. nel 1534, m. a Macerata il 16 maggio 1581, figlio di Costanza di Alessandro Farnese (Paolo III).
Studiò a Perugia, fu canonico in S. Pietro ed ebbe alcune abbazie. Partecipò al Concilio di Trento. Fece parte della Camera Apostolica. Fu soprintendente all'Annona pontificia. Vescovo di Parma nel 1560 , nel 1564 vi tenne il Sinodo. Fu nominato cardinale nel 1565. Presiedette, per incarico di Pio V, alla riparazione delle strade consolari nello Stato Pontificio, fu legato a Bologna ed in Romagna ( 1570 ) e successivamente per tutto lo Stato Pontificio, tranne Bologna ( 1580 ), per provvedere a distruggere il brigantaggio. Fu prefetto della Segnatura. E controversa una sua assegnazione al vescovato di Narni dal maggio al 25 nov. 1537.
BibL.: Maroni, LXIV, Venezia 1823, pp. 93, 93-96; Pastor, IX, v. indice. Giuseppe Coniglio
SFORZA DI SANTA FIORA, GUIDO ASCANIO. Cardinale, n. a Roma nel 1518, m. il 7 ott. 1564, fratello del card. Alessandro (v.).
Nominato cardinale nel 1534, amministrò per pochi giorni la diocesi di Angiòna, poi Parma ( 13 ag. 1533-26 apr. 1560), fu inviato a Bologna ed in Romagna come legato (1537-38), carmerlengo di S. R. C. (1537), legato in Ungheria ( 1540 ) per la guerra contro i Turchi, patriarca di Alessandria ( 1541 ). Per incarico di Giulio III si recò a Parma per cercare di venire ad un accordo con Ottavio Farnese nelle divergenze che aveva con la S. Sede. Ebbe molta parte nei Conclavi del 1550 e 1555. Arrestato (31 ag. 1555) per ordine di Paolo IV, per i suoi rapporti con gli Spagnoli, dal card. Carlo Carafa, fu trattenuto per 22 giorni e dovette versare 200.000 scudi per essere liberato. Nel 1557 ebbe parte nelle trattive per la pace tra il Papa ed il duca d'Alba. Nel 1559 fu uno dei fautori dell'elezione di Pio IV. Ispanofilo, tutelò gli interessi spagnoli presso quest'ultimo Papa.
BibL.: Moroni, LXIV, pp. 93-95; Pastor, V-VI-VII, v. indice. Giuseppe Coniglio
SFRAGISTICA. - Dal greco oq̧oaric, o «sigillografia" (lat. sigillum, dimin. di sigmum) è la disciplina che studia i sigilli sotto l'aspetto giuridico, storico, diplomatico, artistico. Assurse a dignità di materia autonoma nel sec. xviri, per opera soprattutto di Heinecke e di Heumann; costui usò per primo il termine di ars sphragistica nel 1745 .
Il sigillo fu per lungo tempo il miglior mezzo di convalidazione dei documenti. Ne fanno menzione le Sacre Scritture, autori greci, latini, ecc. E nei musei si conser-
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vano numerosi sigilli assiri, babilonesi, fenici, egizi, ellenici, romani, ecc. Soprattutto nel medioevo il sigillo fu il segno con cui le autorità corroboravano i loro atti e giunse a sostituire in molti casi le sottoscrizioni autografe. Riservato dapprima ai sovrani, ai principi, ai grandi signori, alle gerarchie ecclesiastiche, nel sec. xir venne adottata dai Comuni, indi da corporazioni, collegi, enti e privati, con diverso valore giuridico.
Col termine sigillo si indics tanto la matrice incisa "in negativo", quanto l'impronta positiva impressa in cera (rare le impronte metalliche, dette bolle). La matrice può essere una pietra incisa, montata ad anello (e tali sono per lo più i sigilli dell'antichità; v. anello; monogramma), ovvero un marchio o conio di metallo inciso: bronzo, acciaio, raramente oro o argento. Le impronte, cioè i suggelli cerei, si dividono in aderenti e pendenti : nel primo caso la cera veniva fusa e colata direttamente sul documento e poi pressata, a caldo, col marchio; nel secondo caso la cera veniva colata e impressa sopra cordoni, nastri, strisce di pergamena o di carta pendenti dal documento; i sigilli appesi recano talvolta, impressa sul tergo, una seconda impronta, generalmente più piccola, detta controsigillo. Si usò cera naturale o colorata. La fragilità dei suggelli pendenti rese necessaria una protezione (borse di stoffa o di pelle, teche di legno o di metallo). Le forme prevalenti dei sigilli sono la circolare, l'ogivale, l'ovale: rari sono gli esemplari a scudo, ad ottagono, ad esagono, ecc. Nel sigillo si distinguono la figura e la leggenda (se questa manca, il marchio si dice anepigrafo). Vi sono ritratti, figure sacre, profane, mitologiche, allegoriche, ovvero vedute (città, castelli, chiese, monti); disegni di piante, di animali araldici o simbolici, ecc. Le leggende esprimono per lo più il nome ed i titoli della persona, dell'ufficio, della città; talvolta recano morti, invocazioni, versi leonini (ad es. : Roma caput mundi - regit orbis frena rotundi). L'importanza del sigillo si rileva anche dal fatto che i sovrani ne affida. rono la custodia a dignitari di assoluta fiducia, sicché quella del guardasigilli divenne una delle cariche più alte. Nei vescovati il sigillo fu custodito dal vicario generale o dal cancelliere, nei Comuni medievali dal podestà, dal notaio del sigillo o da altra persona di provata onestà. Speciali norme regolavano l'impiego dei sigilli e com-
minavano pene per la falsificazione, gli usi indebiti, ecc.
I sigilli si dividono, in base al loro carattere giuridico, in tre categorie principali: pubblici, privati, ecclesiastici.
I. Sigilli pubblici. - Limitando l'esame al medioevo, si nota che i diplomi dei primi Carolingi sono convalidati con impronte di pietre incise romane, poi con sigilli recanti il busto del re rozzamente scolpito. Nei secc. XI e xir l'incisione si perfeziona, finché l'arte gotica, nel suo rigoglioso sviluppo, raggiunge anche questi piccoli oggetti d'uso giuridico e li arricchisce e li raffina. I sovrani vengono rappresentati in trono (col capo coronato, le mani reggono lo scettro o il globo, o la spada, o il giglio) oppure a cavallo in armatura; le regine sono in piedi o a cavallo (con abiti da caccia e col falcone), raramente sul trono. In casi eccezionali furono usate bolle d'oro: ad es., quella di Federico I presenta il busto dell'Imperatore uscente da una cerchia di mura; sul rovescio una veduta di Roma (v. anche bolla). Imitando i sovrani anche i dignitari, principi, duchi, feudatari, assunsero sigilli, ora con il ritratto (per lo più equestre), ora con stemmi; e via via li seguirono gli uffici, le diverse autorità, infine i giudici, i notai, ecc. I Comuni italiani,

(per cortesia dit prof. G. C. Bascapo)
Spragistica - Sigilli ecclesiastici : 1. della Congr. dei monaci dell'Osservanza di S. Giustina, $1^{\circ}$ metà sec. xv (Museo di Bologna); 2. di Nicola + Egiecopatus Bovanensis Administratos, ca. 1340 (ivi); 3. di Stefano, vesc. di Amelia, metà del 1300 (racc. Bascapo); 4. di Giacomo, vesc. di Bisaccia, fine del 1300 (ivi); 5. di Rodiberto, abate di S. Pancrazio de Roca Ascarense, sec. xiv (calco nell'Arch. Vat.); 6. di Manfredino, can. di Campo Galliano, fine del 1200 (racc. Bascapo); 7. di Alberto, vesc. di Ferentina, fine del 1300 (ivi); 8. del Capitolo della Cattedrale di Bologna, ca. 1430; 9. dell'abate di S. Pietro di Modena, fine del 1300 (Museo di Bologna).
che fino alla metà del sec. XII non si ritenevano enti politici dotati di autonomia, e pertanto dovevano fare convalidare gli atti civici da notai di nomina imperiale, incominciano poi, a loro volta, ad assumere il sigillo, che costituisce uno dei segni dell'indipendenza, la quale sarà formalmente sancita dopo la Pace di Costanza. I sigilli cittadini presentano quasi sempre figure allegoriche : il cavaliere designa il ceto nobile che dapprincipio esercitò un certo predominio in varie città; le torri e le mura simboleggiano la potenza e soprattutto l'indipendenza; le immagini dei santi distinguono la "pars populi" e dopo il 1250 il Comune popolare; vi sono infine le insegne guelfe e glabelline, i simboli di alleanza, di soggezione, ecc.
II. Sigilli privati. - Hanno, sotto il profilo giuridico, caratteri ben diversi da quelli pubblici : si limitano alla funzione di segni di riconoscimento e garantiscono, con la chiusura della lettera, il segreto epistolare. Recano incisi stemmi, emblemi, allegorie, monogrammi, immagini relative al nome (dette "parlanti"), o all'arte, alla professione, ad una direzione, ecc. La figura del titolare appare soltanto su certi marchi di nobili (tipi equestri) e di dottori di leggi, professori, ecc., raffigurati sulla loro cat-
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(da C. Czecholli, Vita di Roma nel M. Evo, I. Roma 1851, p. 153) Syragistica - Bolla d'oro di Ludovico il Bavaro con panorama di Roma (dopo 1328) e la leggenda, verso leonino: - Roma cupot mundi regit orbis frena rotundi - - Monaco di Baviera, Archivio di Stato.
tedra o seggio e rivestiti della toga. I sigilli dei mercanti, che per lo più recano monogrammi o ripetono i disegni dei marchi commerciali, furono usati anche per convalidare contratti privati e scritture di affari.
III. Sigilli ecclesiasticI. - Sui sigilli pontifici v. anziLo del Pescatore; bolla. I sigilli usati dai dignitari della Chiesa hanno originariamente forma ovale o circolare, che diviene ogivale intorno alla metà del sec. xit. Tale modello, tipicamente gotico, contrassegna quasi tutti i sigilli ecclesiastici e dura a lungo (neppure il Rinascimento l'abbandona del tutto, pur preferendo la linea circolare od ovale). Nei colori della cera non si ebbero usi costanti : oltre al rosso ed al verde, molto comuni, si trovano il bianco, il giallo, il bruno, ecc. Dei sigilli episcopali si hanno le prime menzioni nei secc. viI e viII, ma solo nel sec. xi si comincia a trovarne buon numero. Da essi derivano quasi tutti i sigilli che furono via via adottati dagli ecclesiastici. Vi è incisa solitamente l'immagine del titolare o del santo patrono, ora a mezzo busto, ora in piedi, ora assisa sul faldistorio o cattedra. Del tipo col busto rarissimo in Italia e che scompare nel corso del sec. xit, basterà citare due esempi : Altemanno, vescovo di Trento (1124-1149) e Mauro vescovo di Arezzo (1137); è notevole il primo per la singolarità della mitra disposta con due corni laterali e aperta davanti, che andò in disuso alla metà del secolo; il secondo è uno dei pochissimi ritratti di profilo.
Il personaggio in piedi - vescovo, abate - veste gli abiti pontificali, con la mitra; per lo più alza la destra a benedire mentre la sinistra regge il pastorale o un libro (se si tratta del santo patrono, riconoscibile dall'aureola, gli attributi sono diversi : i martiri recano le palme o gli strumenti del martirio, ecc.). Nei tipi col personaggio seduto, il faldistorio ricorda certi sedili romeni, coi braccioli foggiati a teste di leone o di lupo, le basi a forma di zampa.
Nella prima metà del '200, fermo restando il contorno ogivale, le figure si evolvono; la staticità ieratica del dignitario cede ad una composizione più mossa e più complessa; si aggiungono motivi architettonici che presto si complicano: colonne, pinnacoli, baldacchini costituiscono edicole gotiche o addirittura pale d'altare, facciate di chiese, disegnate con vivace gusto decorativo ed incise con somma cura; insomma il sigillo tende a diventare un oggetto ornato e prezioso. Vi sono varie nicchie: la superiore col busto della Madonna, la mediana o le mediane con santi, l'inferiore col titolare in ginocchio, talvolta affiancato da due scudi : quello di famiglia
e quello della diocesi, del Capitolo, dell'abbazia. Per ospitare tante figure il sigillo si amplia fino a toccare le dimensioni massime nel ' 500 . Ma accanto ai tipi solenni si usano anche modelli più semplici, con una sola figura, un simbolo o uno stemma (sigillum mediocre, minus, secretum, ad causas, ecc.). Imitano l'alto clero i vicari, gli arcidiaconi, gli arcipreti, i parroci, i canonici, i preti (sigilli personali o di dignità) nonché le curie, i Capitoli delle cattedrali, i vicariati foranei, le plebanie, le chiese, infine gli enti soggetti a giurisdizione ecclesiastica (ospedali, ricoveri, pie fondazioni) nonché tutto il clero regolare. Negli Ordini religiosi la Curia generalizia, il maestro generale assumono per lo più nei loro sigilli l'immagine del santo fondatore o del patrono, ovvero un suo simbolo, o lo stemma dell'Ordine; ogni "provincia" sceglie un santo particolare, che non è quasi mai il fondatore e talvolta non appartiene all'Ordine; i visitatori, i provinciali, i titolari d'altre cariche hanno sigilli propri, ora con l'arme di famiglia, ora con simboli sacri o immagini di santi; le abbazie, i priorati, le commende, i conventi, ecc. mostrano nei sigilli i patroni delle rispettive chiese. A partire dal sec. xv, sia nell'uso del clero secolare che di quello regolare, i suggelli con insegne araldiche o simboliche prevalgono su quelli figurati. - Vedi tavv. XXVI-XXVII.
Biss.: G. A. Seyler, Abriss der Sphragistik, Vienna 1884; id., Gesch. der Siegel, Lipsia 1894; Th. Ilgen, Sphragistik, Lipsia 1906 (ristampa 1912); W. De Gray Birch, Seals, Londra 1907; J. Roman, Manuel de sigillogr. franc., Parigi 1912; W. Ewald, Siegelkunde, Monaco-Berlino 1914; E. F. v. Berchem, Siegel, Berlino 1918 (nuova ed. 1923); A. Ceulon, Eléments de sigillogr. ecclés, franc., in Rev. d'hist. de l'Egl. de France, 18 (1932), pp. 30-39, 163-88, 341-68; G. C. Bascapé, Samos, di diplomatica, Milano 1947, pp. 49, 78, 122, 121. Giacomo C. Bascapé
ShAFTESBURY, Anthony Ashley Cooper, terzo Lord di. - Filosofo, iniziatore della filosofia morale del sentimento (v.), n. a Londra il 26 febbr. 1671, m. a Napoli il 15 febbr. 1713. Fu educato dallo zio secondo i principi pedagogici del Locke (v.), che fu anche il suo primo maestro. Studiò i filosofi neoplatonici (scuola di Cambridge) e fu in contatto con i maggiori filosofi del suo tempo non solo in patria, ma anche nel continente europeo dove si recò spesso per curare la malferma salute. Lontano dalla vita politica, si dedicò completamente alla meditazione dei problemi morali. Del suo ideale etico, esposto in numerose opere, diede esempio nella nobilissima sua forma di vita, oggetto di grande ammirazione fra i contemporanei. Nel 1709 sposò Jane Ewer, da cui ebbe un figlio. Trascorse gli ultimi due anni di vita a Napoli (cf. B. Croce, op. cit. in bibl.).
S. concepisce l'universo come un'unità perfettamente armonica, in cui tutte le cose attraverso i naturali impulsi tendono contemporaneamente alla propria perfezione e a quella del tutto. L'uomo è parte di questo universo : tutti i suoi impulsi naturali sono buoni, sia quelli egoistici

(fts. Enc. Catt.)
Spragistica - Sigillo del Pescatore di Clemente VIII (15921605) - Archivio Segreto Vaticano, Instr. Miscellanea 5647.
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(Hobbes) che quelli altruistici (Cumberland; cf. Inquiry, I, ed. 1900, p. 280 sgg.), purché siano fra loro coordinati all'integrale perfezionamento individuale. La moralità non consiste quindi nell'ubbidienza a norme universali, a precetti divini o a leggi umane, ma nel seguire gli impulsi naturali, che consentono la gioia della pienezza della propria vita, nell'intima comunicazione interiore con la vita armonica di tutta la società umana e anzi di tutto l'universo. La religione non precede, ma segue la moralità, anzi coincide fondamentalmente con questa, poiché non la ragione, ma il vivo contatto personale con l'universo fa sentire l'esistenza di Dio quale principio animatore dell'armonia universale. Questo vivere intimamente collegati con l'azione animatrice di Dio è il significato ultimo di tutta la moralità (cf. Philosophical regimen, p. 20 sgg.). Il criterio della moralità non deriva dalla ragione (razionalismo), né dalla conoscenza empirica delle utilità (utilitarismo), ma dal sentimento morale, che è una capacità intrinseca di ogni individuo, connaturale al suo stesso essere, di percepire immediatamente attraverso la riflessione ciò che è o non è conforme all'armonia del proprio essere e quindi all'armonia sociale e universale (Inquiry, I, ed. cit., capp. 2 e 3). Si tratta fondamentalmente di un giudizio estetico o "gusto morale ", essendo per S . completamente sinonimi il bello e il buono. La moralità diventa così attività estetica del perfezionamento individuale, sociale e universale e anche principio di tutta la conoscenza umana. S. inizia cosi l'individualismo (v.) ottimistico dinamico e prelude a molte posizioni romantiche. La sua importanza nella storia della filosofia più che al valore intrinseco del suo pensiero, del resto profondamente modificato dai suoi immediati continuatori (Hutcheson, Butler), è dovuta ad originali intuizioni, che saranno riprese non solo dagli illuministi (Diderot, Voltaire), ma anche da Kant, Lessing, Mendelsohn, Herder, Schlegel, Schleiermacher, e che influirono anche nella letteratura (Pope, Goethe).
Opere principali : Inquiry concerning virtue and merit (1699); The sociable enthusiasm (1705), ripubblicato con il titolo The moralist, or the philosophical rapsody (1709); A letter concerning enthusiasm (1708); Sensus communis: an essay on the freedom of wit and humour (1709); Soliloquy, or advice to an author (1710); Miscellaneous reflections (1710). Tutti questi scritti furono riediti in unica opera in 3 voll.: Characteristics of man, manners, opinions, times (1711; varie edd. successive; ed. recente in 2 voll. a cura di J. M. Robertson, Londra 1900). Degli scritti inediti e lettere (la cui prima raccolta risale al 1716) furono pubblicati da B. Band, The life, Unpubl. letters and Philosophical regimen of A. Earl of S. (ivi 1900); S. 's second Characters or the language of forms (Cambridge 1914).
Bim.: Remarques sur un petit livre introduit de l'Auglois, intitulé: Lettre sur l'enthousiasme; Fognment sur les oeuvres de Mr. le Comte de S., in Recueil de divers pièces..., par Mrs. Leibniz, Cimbe, Newton, II, Lovanna 1740, pp. 311-53; C. v. Grzycki, Die Philos. S.'s, Lipsia 1876: Th. Glowes, S. and Hutcheson, Londra 1882; J. Martinau, Types of ethical theory, II, 2 e ed., Oxford 1886, p. 408 sgg.; J. J. Martin, S.s and Hutchesons Verhältnis zu Hume, Halle 1912; Chr. Weiser, S. u. das deutsche Geistesleben, Berlino 1916;