n quello aramaico di Sycchora, corrispondente in greco all'evangelico S. Piu tardi gli abitanti, trasferitisi più ad est, conservarono al loro nuovo villaggio, costruito intorno ad una ricca sorgente, il nome di Sycchora trasformato nell'arabo 'Askar, che nella tradizione passò per la patria della Samaritana e come località distinta da Sichem.
Biel.: D. Baldi, Enchiridion Locorum Sanctorum, Gerusalemme 1935, pp. 273-80. Donato Baldi
SICHEM (ebr. S̆̆̀hhem "nuca"; gr. $\Sigma \alpha \chi \varepsilon \dot{\varepsilon} \mu$ o $\Sigma \dot{\alpha} \gamma \mu \alpha$ ). - Antica città della Palestina nel centro della tribù d'Ephraim, tra i Monti Hebal e Garizim (Iudc. 9,7) come la "nuca" su due forti spalle.
Presso la "quercia di Môreh", Abramo innalab un altare, e in una visione vi ebbe la promessa del paese di Canaan (Gen. 12,6); Giacobbe, sotto lo stesso albero, nascose gli oggetti idolatrici (v. THERAPHIM) della sua carovana; vi innalab un altare e vi acquistò un terreno, dove più tardi fu seppellito Giuseppe (Gen. 33, 18-20; Ios. 24,32). I figli di Giacobbe, Levi e Simeone, vi vendicarono l'onore della sorella Dina, violentata da Sichem, figlio di Hemon, principe locale (Gen. 34).
Nel sec. xiv a. C. Šahmi (lett. 289 di Tell el-'Amârnah)
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SICILIA

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era in potere degli Egiziani. All'inizio della conquista israelitica Giosuè vi tenne una solenne assemblea di tutte le 12 tribù (Ios. 8,30 ) e vi fu confermato e rinnovato il patto d'alleanza (ibid. 24, 1); fu tra le città levitiche e di rifugio (ibid. 20,21). Al tempo dei Giudici vi era ancora nella città un tempio a Ba'al bérlth (Iudc. 8, 33; 9,4), dal cui tesoro Abimelech prelevò la moneta per assoldare i partigiani ai suoi disegni politici (ibid. 9, 2-6); e causa l'avversione dei Sichemiti, marciò contro la città e la distrusse (ibid. 9, 23-45). Riedificata, divenne probabilmente la residenza del prefetto "della montagna d'Ephraim" (I Reg. 4,8). Dopo lo scisma del Regno, S. fu la capitale di Ieroboam (ibid. 12, 1-9.25), e restò città sacra per i Samaritani (v.). Distrutta da Giovanni Ircano nel 128 a. C., si ridusse ad un piccolo villaggio, e confusa dagli scrittori ecclesiastici e giudei con la città di Flavia Neapolia ( $=$ Nàbulus), fondata più a nord al tempo di Vespasiano.
Gli scavi degli anni 1913-14, 1926, 1928 e 1934 hanno accertato che S. corrisponde all'odierno Tell Balāṭah, 5 km . a sud-est di Nàbulus. La città esisteva già verso il 2000 a. C., protetta da un robusto muro di pietre e mattoni, fu ancora rinforzata dagli Hylans. Verso il 1000 fu fornita di un altro grande muro con apparecchio cielopico, di cui resta visibile una sezione alta ca. 10 m ., con una porta a triplice tenaglia verso nord-est, fiancheggiata da torri. Su un terrapieno (milló), posto fra gli spessori della prima cinta a nord-ovest, fu costruita l'acropoli (bêth millô; Judc. 9, 6.20), che probabilmente comprendeva il tempio di Ba'al bérlth (ibid. 9,4). Un grande deposito d'armi di bronzo, scarabei egiziani, due tavolette cuneiformi, figurine e vasi attestano il periodo della sovranità egiziana.
Biel.: E. Sellin, Die Ausarabung von S., in Zeitzeh. des Deutsch. Palästina-Vereins, 49 (1926), pp. 229 sgg., 304 sgg.; 50 (1927), pp. 205, 265; 51 (1928), p. 119; 52 (1929), pp. 141-48; G. Walter, Der Banal der Ausarabangen in S., in Archäol. Anreiger. 47 (1932), pp. 289-316; F.-M. Abel, Géner. de la Palestine, II, Parigi 1938, p. 459 sg.
SICHIROLLO, Giacomo. - Filosofo neotomista e sociologo, n. ad Arquà Polesine (Rovigo) il 17 apr.

(per curicsia del Superiore della Casa degli Eicrerizi del S. Cuarc, Roma)
Sichem - Panorama.
1839, m. a Rovigo il 18 maggio 1911. Studiò nel Seminario di Rovigo, dove, ordinato sacerdote, rimase per tutta la vita come professore di filosofia, direttore spirituale e prefetto degli studi.
La sue pubblicazioni oltrepassano la quarantina. L'opera di maggior mole è quella su I tre libri di M. Tullio Cicerone intorno alle leggi. Testo con la versione e commento (Padova 1878-85). In essa, con vasta e sicura dottrina, il S. dimostra, seguendo l'Arpinate, che il fondamento del diritto è naturale e perciò divino. Pubblicò a Padova, nel 1887, La mia conversione dal Rusmini a s. Tommaso, che fu seguita da altre due pubblicazioni, con cui si difese dagli attacchi dei suoi contraddittori. Sulla stessa linea è l'opera: Lettere critiche sul libro "Scienza e fede" del p. G. Semeria (Treviso 1904). Scrisse inoltre: Il nuovo compendio della storia d'Italia nel medioevo (Lendinara 1890), che appena uscito fu dal Toniolo segnalato "agli italiani solleciti della verità e della gloria della patria"; Il concetto della storia in Cicerone e una pagina delle "Leggende agiografiche" del p. Delehaye (Rovigo 1906).
Il S. ebbe larga parte nell'attività sociale dei cattolici, particolarmente con le sue Conferenze sulla Democrazia cristiana (Rovigo 1899). Fondò nel 1869 il Circolo cattolico S. Francesco d'Assisi, che fu il primo nella diocesi di Adria, e tra i primi in Italia; all'inizio del marzo 1883 fondò a Padova la Società cattolica universitaria, che fu la prima sorta in Italia, e che il 20 giugno dello stesso anno ebbe onore d'un breve di approvazione da Leone XIII. Tale società fu seme fecondo di tant'altre del genere che, unite più tardi nella F.U.C.I., dovevano così largamente far sentire la forza del pensiero cristiano nella vita della nazione. Il S. esercitò un profondo influsso spirituale sul clero e sui laici, che ancora vivente lo veneravano come un santo. Giuseppe Toniolo, alcuni anni dopo la sua morte, scrisse che egli doveva essere onorato come un "maestro nazionale".
Biel.: I. Rosa, In memoria di mons. G. S., Rovigo 1912; G. Canella, Mons. G. S., Vicenza 1915; F. Giovanni, Mons. G. S., Rovigo 1940 (elenco esatto delle opere in appendice); Lettere inedite di G. Toniolo ai mons. G. S. ed E. Bonincontro, raccolte e illustrate da F. Giovanni, ivi 1943. Giuseppe Pavant
SICILIA. - Per ampiezza ( $25.461 \mathrm{kmq}$.), per numero di abitanti ( 4 milioni) e per importanza economica, la principale isola del Mediterraneo, nel quale occupa una posizione di privilegio, al centro delle comunicazioni fra i due bacini (occidentale e orientale) di questo mare e quasi ponte fra le opposte sponde dell'Europa e dell'Africa.
I. Geografia. - Il rilievo della S. continua quello appenninico e ne riproduce i caratteri (Peloritani, Nebrodi e Madonie ricordano rispettivamente l'Aspromonte, l'Appennino settentrionale e quello centrale), anche per la presenza di un ampio Antiappennino (Etna ed Iblei) sul lato orientale dell'Isola. A questo diagramma si addossano gli altopiani interni in cui compaiono i terreni della serie ges-soso-solfifera, mente ad O. il rilievo è costituito da massicci isolati che trovano la loro naturale prosecuzione nelle Egadi. In complesso, l'altezza media dell'Isola è di appena 440 m . e la zona al di sopra di 1000 m . ne rappresenta solo il $6 \%$. Il clima, di tipo subtropicale, è noto per la mitezza delle temperature invernali, la serenità del cielo e la mancanza, o rarità, delle nevi anche nelle regioni interne. Ma il paesaggio presenta un netto contrasto fra queste ultime e la cimosa costiera: nelle contrade interne, povere o addirittura prive d'alberi, ridotte nella calda stagione a lembi di steppa riarsa, prevale di gran lunga la cerealicoltura estensiva, che poggia sul latifondo, mentre nei piani costieri, dove l'acqua è più copiosa e meglio distribuita, sono diffuse la piccola e media proprietà, e dominano le ricche colture arboree, con olivi, viti, alberi da frutta (in particolare mandorle e nocciole) e la tipica cultura degli agrumi, nella cui produzione la S. supera tutte le altre regioni italiane prese insieme. Allevamento (bestiame brado e da soma) e silvicoltura (i boschi sono ridotti a poco più del $3 \%$ della superficie territoriale), hanno, in confronto con l'agricoltura, scarsa importanza; non trascurabili profitti,
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(fot. Emit).
invece, si traggono dalla pesca (tonno, pesce spada, alici, spugne, ecc.), che è esercitata quasi esclusivamente dagli isolani stessi. Le risorse minerarie non mancano (zolfo nell'interno, bitume asfaltifero nel ragusano), ma non offrono uno sviluppo industriale di larghe proporzioni. Tuttavia, accanto ad un fiorente artigianato, si ebbe negli ultimi anni una maggiore varietà di iniziative anche nel settore della grande industria (molitorie, chimiche, poligrafiche). Se ne ha del resto chiaro indice nell'aumento del commercio. Quanto all'insediamento umano, nel perimetro costiero la densità attinge i suoi valori massimi e sorgono tutti i maggiori centri urbani (fra gli altri i 3 che superano i 100 mila ab. ciascuno); nell'interno, per vastissime estensioni, la campagna appare deserta di abitatori e la popolazione vive accentrata in grossi centri rurali, non di rado sorgenti sulle alture, per fuggire la malaria non ancora interamente debellata.

Bibl.: L. Baldacci, Descrio. geologica dell'isola di S., Roma 1886; A. Maucori, S. e Malta, Torino 1928; T. C. L., S. e inde minori, Milano 1928; A. Philipson, Die Landschaften Siviliens, in Zeitschr. d. Gesell. f. Erdkunde, Berlino 1934, pp. 321-43; G. Cumin, S., Catania 1943; F. Pollastri. S., Palermo 1948, Giuseppe Caraci
II. Storia antica. - 1. Storia civile. - Secondo gli storici greci, primi abitatori della S., ad occidente, erano i Sicani, che nell'estremo lembo dell'Isola si erano frammisti ad una popolazione straniera dando origine al gruppo meticcio degli Elimi con i centri di Segesta ed Erice; ad oriente stavano i Siculi, immigrati dall'Italia. Nei secc. viII e viI a. C., ad occidente, i Fenici fondarono le colonie di Mozia, Solunto, Panormo (Palermo), e ad oriente i Greci quelle di Siracusa, Nasso, Leontini, Catana, Zancle (Messina), Megara, Gela e più tardi Acre, Casmene, Camarina, Selinunte, Agrigento, Imera.
Alla vita democratica degli inizi, nelle colonie greche successe presto la tirannide, che nel sec. v divenne comune, e parecchie città, come Gela, Agrigento e soprattutto Siracusa, dovettero ad essa la loro importanza. La continua lotta fra Cartaginesi ed indigeni condusse all'intervento romano iniziato nel 263 a. C. con l'occupazione di Messana, e concluso nel 210 con la caduta di Agrigento. Nella seconda metà del sec. in a. C. la S. conobbe gli orrori delle guerre servili, e nel sec. i quelli delle lotte tra Ottaviano e Pompeo. Nell'ordinamento dell'Impero da parte di Augusto, la S. fu provincia senatoria, governata da un proconsole e due questori, ed in quello di Diocleziano fece parte della prefettura d'Italia con a capo un contulari. Nel 440 i Vandali di Genserico, dominatori dell'Africa, occuparono Lilibeo e Palermo suscitando una fiera persecuzione contro i cattolici; ritornarono nel 455 e nel 468 respinti da Ricimero e da Marcellino, finché nel 476 l'Isola passò sotto il dominio di Odoacre e nel 491 sotto quello di Teodorico. La S. conobbe allora un breve periodo di benessere. Nel 533 , reclamando il promontorio di Lilibeo che era stato dato quale dono di nozze ad Amalafrida sorella di Teodorico, sposa a Trasamondo re dei Vandali, Belisario sbarcò a Catania ed iniziò la conquista dell'Isola, che passò sotto il dominio dei Bizantini, e dal 663 Costante II vi fece dimora sino alla morte (668). L'uccisione di Costante diede origine ad una rivolta militare capeggiata da Mezezio, presto domata, alla quale seguirono quelle di Sergio (718) e di Elpidio (780). Intanto fin dalla metà del sec. vir erano cominciate le incursioni degli Arabi che si intensificarono nel sec. viII : ben 12 volte in questo secolo i musulmani predarono la S. facendovi stragi ed asportando bottino. Nell'827, chiamati da Eufemio, sbarcarono a Mazzara ed iniziarono la metodica conquista dell'Isola più o meno ostacolati dai Bizantini. Nell'831 cadde Palermo, nell'843 Messina, nell'859 Castrogiovanni (Enna), nell'878 Siracusa, nel 903 Taormina, nel 965 Rametta. I Bizantini non rinunziarono mai al dominio della S., ma nei loro vari tentativi di riconquista furono sempre sconfitti e respinti. Sotto la dominazione musulmana l'Isola era governata dall'emiro che risiedeva a Palermo; le condizioni di vita erano discrete nonostante i gravosi balzelli imposti al popolo, che parvero più tollerabili in confronto dell'esosità bizantina. Si ebbero buoni frutti nella cultura e nell'arte e soprattutto nell'agricoltura, cui non corrispose lo sviluppo della vita religiosa e civile.
2. Storia religiosa. - Sulla prima divulgazione del cristianesimo in S. mancano documenti coevi e sicuri; la sua posizione di privilegio, al centro delle vie di comunicazione tra Roma e l'Oriente, fa pensare però che ciò dovette avvenire ben presto. S. Paolo nel suo viaggio a Roma si fermò prigioniero tre giorni a Siracusa nella primavera del 61 (Act. 28, 12), troppo poco per potervi fare opera di apostolato. Poi per due secoli non esistono memorie certe. Leggendarie sono le tradizioni sull'origine apostolica di alcune chiese dell'Isola, come falsa è la notizia del Praedestinatus di un preteso concilio siciliano nel sec. II (PL 53, 592) e apocrife le lettere dei
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papi Zefirino ed Eutichiano ai vescovi di S. (Jaffé-Wattenbach, 80, 146).
Nel sec. III esistevano però in S. alcuni vescovati, fondati ed organizzati da Roma, come appare dalla lettera che il clero di questa città inviò a s. Cipriano nel 251 a proposito della questione dei lapsi (CSEL, 3, 2, p. 553) e dai Concili tenuti sotto papa Cornelio (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43). Il culto delle martiri Agata (v.) di Catania e Lucia (v.) di Siracusa, fu molto popolare anche a Roma e poi in tutto l'Occidente. Di S. Euplo (v.) martire di Catania si hanno buone notizie agiografiche.
Se scarsa è la documentazione letteraria, suppliscono in qualche modo i monumenti archeologici sparsi un po' dappertutto ma con prevalenza nella regione sud-orientale; i cimiteri sotterranei di Siracusa (v.) e di Palazzolo Acreide rimontano con certezza al sec. III e forse anche al II. Complessi più o meno vasti si trovano a Melilli, Canicattini, Noto, Ispica, Agrigento, Selinunte, Marsala, Carini, Palermo, Termini Imerese, Catania, Lentini e altrove, tutti riferibili ai secc. IV-e.
Con il sec. Iv la documentazione diventa più copiosa; le Chiese siciliane partecipano attivamente alle controversie donatista ed ariana; s. Atanasio loda e più riprese l'ortodossia dei vescovi dell'Isola (PG 23, 250, $558,726 ; 26,1030$ ); s. Basilio ha relazioni epistolari con la S. (ibid. 32, 754); Socrate (Hist. eccl., IV, 12) parla di un Concilio tenuto in S. verso il 366 nel' quale furono date lettere di comunione agli omoiousiani che già a Roma avevano accettato la fede di Nicea. Agli inizi del sec. v Pelagio e Celestio si rifugiarono nell'Isola spargendovi i loro errori che furono confutati in una lettera di s. Agostino (PL 33, 673); il vescovo Pascasino di Lilibeo (v.) fu prigioniero dei Vandali; ed ai malanni provocati da costoro anche nella vita religiosa cercarono di por rimedio i papi Leone I e Gelasio I (Jaffé-Wattenbach, 414 sg., 636 sg.). Al principio del sec. vi, i vescovi di S. partecipano ai Concili di papa Simmaco; Fortunato di Catania è mandato dal papa Ormisda legato a Costantinopoli, papa Vigilio propone all'imperatore Giustiniano di convocare in S. il Concilio per dirimere la questione dei Tre Capitoli. L'epistolario di s. Gregorio Magno è una preziosa fonte per le chiese siciliane tra la fine di quel secolo e l'inizio del sec. vir; in questo periodo si conoscono 10 vescovati : Siracusa, Triocola, Agrigento, Lilibeo, Carini, Palermo, Tindari, Taormina, Catania, Lentini; il grande Pontefice diede un impulso potente alla vita ecclesiastica ed egli stesso curò l'erezione di parecchi monasteri. I frutti di questa attivita si videro presto e tra il sec. vir e il sec. viII ben 5 siciliani o educati in S. salirono sul trono pontificio.
Il governo bizantino introduceva il suo rito nella liturgia e nel 732 l'imperatore Leone Isaurico, confiscando anche il pingue patrimonio della Chiesa romana, sottomise alla giurisdizione di Costantinopoli le chiese

Sicilia - Rovine di Selinunte.

(prt. Asmari)
Sicilia - Colonne doriche del tempio di Castore e Polluce (metà del sec. v a. C.). - Agrigento.
di S. Si ebbe allora una fioritura di monasteri orientali che divennero fucina di studi e di santità: Giuseppe, Giorgio e Teofane innegrafi, Pietro e Giovanni cronisti. s. Gregorio di Agrigento esegeta, tennero alto il livello culturale nell'Isola, mentre i ss. Metodio patriarca di Costantinopoli, Elia di Castragiovanni, Lenluca di Corleone, Luca di Taormina, Vitale di Castronovo, Atanasio di Catania, Simone di Siracusa, Cristoforo, Saba e Macario la illustrarono con le virtù religiose. L'occupazione musulmana stronco quella fiorente attività di cui alla liberazione dei Normanni ben poche vestigia sopravvissero.
Bibl.: per la storia civile: A. Holm, Stor. della S. nelI'antichità, trad. it., 3 voll., Torino 1806-1901; G. LibertiniG. Paladino, St. della S. dai tempi più antichi ai nostri giorni, Catania 1933; M. Amari, St. dei Musmim. di S., 2 e ed., ivi 19331939; B. Pace, Arte e civiltà della S. antica, 4 voll., Milano 19381949; J. Bersrd, La colonizution grecque de la S., Parigi 1941; I. Scaturro, St. di S., 2 voll., Roma 1950 (con bibl.). Per la storia religiosa: O. Gaictani, Vitae SS. Siculorum, 2 voll., Palermo 1627; R. Pirri, S. sacra, 2 voll., ivi 1733; G. Lancia di Brolo, St. della Chiesa in S. nei primi dieci secc., 2 voll., ivi 1880-84; G. Fülrret, Forschungen zur S. sotterranea, Monaco 1897; id.-V. Schultze, Die altchristl. Grabstätten Sizilienm, Berlino 1907; Lanzoni, pp. 609-22; P. Orsi, S. bizantina, Roma 1942; G. Agnolio, La S. crist. e i suoi illustratori, in Atti del I Congr. naz. di arch. crist., ivi 1952, pp. 7-29 con ricca bibl. archeol.
III. Periodo normanno-svevo-aragonesE. - La conquista normanna ebbe inizio nel ro6o ma ultimi a cadere nel rogi furono i baluardi musulmani di Butera e di Noto. Con essa la S. venne spiritualmente ricongiunta all'Italia ed all'Europa. Infatti con Ruggero d'Altavilla (1072-1101), il vero esecutore dell'impresa iniziata sotto il comando del fratello Roberto il Guiscardo, si ebbe il primo assetto delle terre conquistate e l'inizio di quel processo di rilatinizzazione, per cui l'Isola venne riassimilata al mondo occidentale. Con lui ebbe pure inizio quel lungo
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(per cortesia del prof. G. Agnello)
Sicilia - Affresco, d'origine cristiana secondo alcuni studiosi, imitante tarsie marmoree, nella Grotta della Sibilla (sec. III). Acquercllo di Salinas - Marsala.
periodo di vita autonoma che impresse all'Isola caratteri particolari, e che, con interruzioni più o meno lunghe, durò fino all'unificazione nazionale italiana. Ruggero, rotto ogni legame di soggezione al Ducato di Puglia, prima guerreggiando contro lo stesso fratello Roberto e, dopo la morte di questo, parteggiando con il figlio di lui, il duca Ruggero I, impose energicamente su tutti, anche sugli stessi Normanni che lo avevano aiutato nell'impresa contro i musulmani, la sua volontà e la sua autorità, non d'altro preoccupato che di amalgamare e di armonizzare, nello spirito di una superiore esigenza di Stato, le differenti popolazioni sottomesse. Anche nei rapporti religiosi egli volle avere mani libere nel ricostituire gli ordinamenti ecclesiastici che durante il dominio musulmano erano venuti via via mancando e si fece conferire da papa Urbano II (ro98) quelle prerogative che condussero poi a quell'istituto che fu detto la « monarchia sicula» (v.). Anche ai conti ed ai baroni, che egli premò per l'aiuto prestato nella conquista dell'Isola, molto limito i diritti e le prerogative, riducendo più che altro il loro ufficio a quello di veri e propri funzionari di Stato.
Con Ruggero II (1101-54), figlio di Ruggero I, che, uscito di minorità nel 1112 , segui principalmente una politica espansionistica (riconquista del Ducato di Puglia [1127] e del principato di Capua), la S. assurse ad una posizione di maggiore importanza nel campo internazionale, essendo divenuta il centro di un vasto Stato che comprendeva anche i domini normanni della terra ferma. L'incoronazione di Ruggero quale re di Sicilia nel duomo di Palermo (1130; suo padre aveva assunto solo il titolo di gran conte), preceduta da non lievi contrasti con il papa Onorio II che aveva visto male l'insediamento di quello nella penisola, segna il culmine della sua potenza. Non ebbero infatti esito favorevole i tentativi di espansione anche in Balcania ed in Africa (1146-48). Vassallo della Chiesa per la parte continentale ma sovrano indipendente in S.,
Ruggero II intese a far prevalere nei rapporti con Roma i privilegi concessi da Urbano II al padre suo, opponendosi ad ogni tentativo, da parte del Papa, per limitarne l'esercizio. Pur non essendo meno autoritario del padre, egli, tuttavia, nelle decisioni di maggiore importanza, non fu alieno dal consultare le $\mathrm{Cu}-$ vine generales o solemnes, che, pur non essendo un vero organo costituzionale, e rappresentando gli interessi delle classi più alte, composte com'erano di baroni e di alti prefeti e, a volte, anche di notabili delle città e delle terre demaniali, ebbero tuttavia compito di coadiuvare e, in certo modo, limitare l'autorità regia. Durante il lungo regno di Ruggero, la S., estranea alle lotte baronali del continente, godette d'una relativa tranquillità e prosperità che invece le vennero a mancare sotto il figlio di lui Guglielmo I (1154-66), per i tenebrosi conflitti e le sollevazioni dei feudatari, decisamente ostili all'indirizzo democratico impresso al Regno dal ministro Maione di Bari. Allora la S. perdette anche la sua indipendenza, essendosi Guglielmo, negli accordi del 26 giugno del 1156. dichiarato "vassallo" della Chiesa, non solo per i domini della terraferma, ma anche per la S.
Dopo la reggenza della madre, la sagace ed avve. duta regina Margherita, Guglielmo II (1166-89) tenne il Regno, tranquillo all'interno e forte all'esterno per la restaurata influenza in Africa e per i successi riportati in Oriente, ma il matrimonio tra Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa, e Costanza, figlia di Ruggero II ed erede della corona di S. (1186), segnando un successo della politica espansionistica degli Svevi, spri una crisi in S., in quanto il partito «nazionale», geloso dell'indipendenza del Regno, al tedesco Enrico oppone Tancredi, conte di Lecce, figlio naturale di Ruggero. Da qui le feroci repressioni di Enrico appena poté mettere piede in S., non senza aiuto della flotta di Pisa, Venezia e di Genova, e il vuoto fatto intorno a lui per l'ostilità sempre crescente dei baroni; Costanza però, assunta dopo l'improvvisa morte del marito (1197), la reggenza per il figlio, il futuro Federico II, ristabili una certa tranquillità, cacciando i Tedeschi che avevano reso inviso il governo di Enrico, e, richiamato presso di sé il figlio, lo fece coronare re di S. (1198).
Dopo la sua morte, avvenuta in quello stesso anno, papa Innocenzo III come alto signore del Regno, avendo assunto a sua volta la reggenza, ne assicurò a Federico II la sovranità con la condizione ch'esso non dovesse andare unito nella medesima persona con il Regno di Germania. Diventato maggiorenne nel 1209 Federico fu ben presto condotto dai dissensi intestini ad intromettersi nelle vicende di quel Regno sino a diventarne sovrano, ma il suo cuore rimase in S. facendone il suo soggiorno preferito e completando in essa quel processo di latinizzazione e di accostamento all'Italia e all'Europa, già iniziato da Ruggero I. Federico, infatti, nella sua azione politica, mirò a consolidare il suo potere assoluto nell'Isola ed è notevole la sua opera legislativa tutta ispirata al diritto romano, mentre apriva poi la sua corte ai cultori d'ogn ramo di sapere, come già Ruggero II, e dava, con la "scuola poetica siciliana», considerevole impulso al for-

Sicilia - Affresco con due pavoni affrontati nella parete frontale del sepolcro di Marcia, nella Catacomba Cassia (metà del sec. iv). Acquicrello di G. Ducanno. Siracusa.
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(fot. Bragi)
marsi della nuova letteratura italiana. L'opposizione dei Comuni italiani ed in particolare la lotta contro il Papato stroncarono le ambizioni di Federico e, dopo la morte di lui, Manfredi, suo figlio naturale, poté si cingere la corona reale a Palermo nel 1258 e assumere la parte di difensore del glabellinismo in Italia; ma la sua sconfitta a Benevento (1266), e il conseguente trionfo del guelfismo, determinarono un nuovo avviamento nel processo storico dell'Isola; Carlo d'Angiò, coronato dal Papa re di S., spostò il centro del Regno nel continente, trasferendo la capitale da Palermo a Napoli, con naturale risentimento dei Siciliani che mal sopportarono una siffatta minorazione. La Rivoluzione del Vespro ( 31 marzo 1282), cui contribuì, fra l'altro, il rigore fiscale a cui fu sottoposta l'Isola dal governo angioino (la «mala signoria» di Dante, Pur., VIII, 73) accentuò il distacco della S. dal continente, che la terrà per molti secoli quasi fuori delle sorti italiane.
Occupò l'Isola Pietro III d'Aragona, sposo di Costanza figlia di Manfredi, cui gli stessi Siciliani avevano offerto la corona di S., ell'Trattato di Caltabellotta (1302) sancí quel cambiamento di dinastia riconoscendo a Federico terzogenito di Pietro II d'Aragona il titolo di re di Trinacria. La S. nella sua nuova posizione internazionale gravitò cosi non più verso la penisola, ma verso la Spagna. I molteplici tentativi da parte degli Anginini di Napoli di riconquistare la S., le conseguenti devastazioni e le lunghe lotte tra le più potenti famiglie baronali siciliane, determinarono, nelle popolazioni, una forte depressione spirituale che fece più gravemente sentire gli effetti del nuovo isolamento in cui l'isola era caduta. Né valsero a migliorarne le condizioni le riforme introdotte dallo stesso re Federico (1295-1337) e dal suo successore Pietro I (1337-42). Divenuta un'appendice del Regno d'Aragona, la S. presto perdette anche quell'ombra di indipendenza che ancora le era rimasta fino al 1409 , quando cioè, riunitesi le due corone di S. e d'Aragona nella stessa persona di Martino II, non divenne che un semplice vicereame strettamente legato alla corona d'Aragona.
IV. Il vicereame. - Col nuovo ordinamento ebbe termine il lungo periodo di contrasti e di lotte che avevano immiserital'Isola, ma si determinò anche un periodo di quasi ristagno delle energie spirituali ed economiche, che rese più agevole l'opera dei vari viceré per legare sempre più l'isola agli interessi aragonesi. Lo stesso Parla-
mento, con la distinzione nei tre bracci, militare, ecclesiastico e demaniale, introdotta al tempo di Alfonso il Magnanimo (14161458) a somiglianza delle "Cortes" catalane ed aragonesi e rappresentanti non gli interessi generali del paese, ma quelli delle classi dominanti, divenne un docile strumento in mano della monarchia, che se ne avvalse per meglio premere sull'Isola e riscuoterne i tributi. Con Ferdinando il Cattolico ( 1459 -1515) la subordinazione degli interessi della S. a quelli della Spagna si fa ancora maggiore, e per rafforzare l'assolutismo regio fu introdotto nell'Isola il tribunale del S. Uffizio secondo l'ordinamento spagnolo (1487), i cui rigori in S. non trovavano la loro ragione, come in Spagna, nelle preoccupazioni religiose locali. Anche contro gli Ebrei si procedette con accanimento.
Le condizioni dell'isola non migliorarono allorché, con Carlo V (1519-38), essa entrò a far parte d'un vasto impero che comprendeva, con l'Italia, la Spagna e la Germania. I viceré che la governarono si preoccuparono più che altro di assicurare la sua sottomissione al potere spagnolo; tenendo cosi la S. appartata dalle competizioni guerresche del resto d'Europa. Anche la riforma luterana non ebbe nell'Isola che rari proseliti, per la forte pressione spirituale esercitata dal S. Uffizio sulla S.; in compenso i Gesuiti, introdotti nell'Isola nel 1540 , vi aprirono scuole e collegi, dando cosi alla S. un'organizzazione scolastica di cui fino allora era priva. Non mancarono tuttavia riforme nell'amministrazione specie sotto Filippo II (1556-98) tendenti soprattutto ad estirpare abusi o a frenare prepotenze. Famosa la lotta del viceré Marco Antonio Colonna contro il S. Uffizio in difesa dell'autorità vicereale, e quella a difesa delle prerogative della «Monarchia Sicula». Con i successori di Filippo II, Filippo III (15981621), Filippo IV (1621-65) e Carlo II (1665-1700), che assistettero impotenti al declino dell'egemonia spagnola in Europa, la S. non ebbe sorte diversa dai rimanenti domini spagnoli in Italia dove generale era la miseria, in contrasto con l'albagia e la frivolezza delle classi più abbienti, sempre pronte ad obbedire ai cenni di Madrid. Non mancano tuttavia tentativi di rivolta per la riconquista dell'indipendenza e, soprattutto, come reazione a quel triste stato di cose, ma sono piuttosto isolate manifestazioni di disagio economico, che riflesso d'una chiara coscienza sociale e politica: la cacciata del viceré Moncada del 1516 , la rivolta a Palermo capeggiata da Giuseppe d'Alessi nel 1647, e quella più complessa scoppiata a

(fot. Emit)
Sicilia - Chiostro della chiesa di S. Giovanni degli Eremiti (sec. xili). Palermo.
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Sicilia - Facciata della chiesa di S. Niccolò (sec. xili). Agrigento.
Messina nel 1674. Mancava un ceto medio che desse vigore a quelle iniziative, nelle quali rifulsero soltanto figure isolate di ferventi "patrioti". Le stesse corporazioni in cui si era venuto organizzando l'artigianato, e che fecero sentire in quelle rivolte il peso del proprio intervento, avevano più un carattere religioso che economico, e servivano più alle ambizioni di questo o di quel console che alla tutela degli interessi degli iscritti.
La cessione dell'Isola a Vittorio Amedeo di Savoia (1713-20), il passaggio di essa sotto il dominio austriaco (1720-35) e finalmente la conquista di Carlo di Borbone, cui fu assegnato anche il Napoletano, non determinarono mutamenti nel suo ordinamento interno che continuò ad avere nel tradizionale Parlamento il simulacro della sua non mai spenta aspirazione all'indipendenza. Un riaccostamento politico della S. alla penisola si ebbe certo in seguito a queste vicende; ma la lunga separazione aveva in S. formata una mentalità piuttosto restia ad ogni influenza del continente e alimentato uno spirito decisamente separatista. Da qui l'appoggio dato dalla feudalità isolana al viceré Maffei contro la bolla papale del 20 febbr. 1714, che toglieva la «Monarchia Sicula * ritenuta, non meno del Parlamento, una garanzia di indipendenza; da qui ancora il forte ostacolo opposto dall'Isola alla penetrazione del movimento illuministico europeo al quale fece argine soprattutto la letteratura isolana, improntata a spirito religioso. Gli stessi pubblicisti e scrittori, che nella seconda metà del sec. xviri fiorirono numerosi pure in S., e che, più aperti alle influenze del nuovo pensiero, agitarono anche nell'Isola problemi di carattere sociale ed economico, ubbidirono a tradizionale spirito isolano e non ebbero nel paese profonda risonanza. Tuttavia durante il governo di Carlo III di Borbone (1735-59) e quello del figlio Ferdinando III (IV di Napoli; 1759-1825) si nota un risveglio grazie soprattutto all'azione riformatrice del viceré Caracciolo, tendente, secondo lo spirito dell'assolutismo illuminato, ad abbattere i privilegi ed a restaurare una maggiore autorità del Re nell'Isola. Ma per contrapposto la casta feudale si trincera sulle tradizionali prerogative del Parlamento e su-
gli altri istituti siciliani e si oppone al riformismo del Caracciolo e a quello del suo successore, il viceré Caramanico, intendendo cosi appunto difendere la "libertà " e la " dignità " ed i " diritti " sempre goduti dalla S. Anche il tentativo giacobino del Di Blasi, nel 1794, quando più ferveva la Rivoluzione Francese, ha tutto un colore paesano che risente delle tendenze dominanti. A fomentare tale spirito conservatore e particolaristico non poco influi anche la protezione prestata dall'Inghilterra alla dinastia, rifugiatosi nell'Isola durante la lotta contro Napoleone, col formare una base militare nel Mediterraneo.
Di questo spirito risente la Costituzione del 1812, con la quale i baroni rinunziarono a tutti i diritti feudali, trasformando i loro beni in possedimenti privati : senza che per questo però perdessero la loro preminenza reale di modo che da quella Costituzione alcun effettivo vantaggio trassero le classi inferiori. Dopo la restaurazione, reagendo alla politica accentratrice del governo di Napoli, per cui fu abolita la Costituzione del 1812 e venne sciolto il Parlamento (1816), la S. diresse i suoi sforzi a staccarsi da Napoli, tentando prima di ripristinare l'indipendenza garantita dalla Costituzione del 1812 (rivoluzione del 1820). Il 12 genn. 1848 la ribellione si iniziò a Palermo e si allargò a tutta l'Isola proclamando la Costituzione del 1812 e convocando il 25 marzo il Parlamento. Ma mancata la sperata protezione della Francia e dell'Inghilterra, Ferdinando II di Napoli riuscì a riprendere Messina nel sett. 1848 ed a riavere tutta la S. l'i i maggio 1849. Poco più di dieci anni dopo (1) giugno - 20 ag. 1860) la S. con la spedizione di Garibaldi veniva tolta al Borbone e unita politicamente all'Italia grazie al plebiscito del 21 ott. 1860 . Ma ancora questa volta lo spirito autonomistico predomina anche nei più decisi assertori dell'annessione incondizionata, perché, come diceva Michele Amari, "dopo una lotta di 45 anni con Napoli, non si sarebbe potuto togliere alla S. questa autonomia che godeva sotto il giogo dei Borboni ", e, pertanto, "la S., isola di 2 milioni e più di abitanti, allenata in mezzo secolo di contese, in due o tre rivoluzioni, avrebbe meritato eccezioni, quand'anche non ci fosse l'esempio della Toscana, e il bisogno di provvedere ad altre provincie come la Lombardia e Napoli ".
V. La S. nell'unità d'Italia. - La S. era perciò la meno preparata a subire l'accentramento amministrativo subito esteso dal governo italiano a tutte le regioni che formarono il nuovo Stato. La S. inoltre, quasi priva com'era di opere pubbliche e di industrie, per la passata trascuranza in questo ramo di attività, e con una struttura economica sulla base del persistente latifondo, e quindi con un forte proletariato agricolo e cittadino, non era nelle migliori condizioni sociali ed economiche per trarre dalla nuova situazione politica, come era stata attuata, tutti quei vantaggi che potessero assicurarle prosperità e benessere. Venuta, in breve giro di tempo, a convivere, sotto le stesse leggi, con regioni socialmente più progredite ed economicamente più ricche, la S. ebbe più che ogni altra regione a soffrire l'inevitabile disagio seguito all'unificazione nazionale che richiedeva per consolidarsi oneri e sacrifici, in un momento in cui l'Isola era bisognevole di speciali sollecitudini. Da qui le esplosioni spesso violente come la rivolta del 1866 nella provincia di Palermo, e quelle del 1893 in più parti dell'Isola. che, non comprese nelle loro vere scaturigini, furono represse dal governo d'allora nel modo più duro. Il governo non ebbe mano felice nemmeno nei rapporti religiosi. Gli Ordini religiosi erano numerosissimi in S. : basti ricordare che al momento dello scioglimento delle Corporazioni religiose, nel 1866, esistevano in S. 629 conventi distribuiti in 212 Comuni e oltre 239 monasteri; profondo era il sentimento religioso delle popolazioni, e grande l'ascendente che su di esse aveva il numeroso clero secolare e regolare. Ma il governo italiano non poco contrariò anche quel sentimento, o almeno non lo considerò nel suo valore, specie a proposito della questione relativa ai beni ecclesiastici, nei riguardi della quale agi pure con provvedimenti aspri e draconiani, vedendo nel risentimento sempre manifestato dagli isolani, per la
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(fol. Ioderno)
A sinistra: SIBILLA ERITREA. Affresco di Michelangelo, vòtta della Cappella Sistina.
A destra: SIBILLA CUMANA. Affresco di Andrea del Castagno (ca. 1440) - Firenze, ex Convento di S. Apollonia.
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In alto a sinistra: VEDUTA DI TAORMINA DALLA STRADA OMONIMA. In alto a destra: VEDUTA DELLA CONCA D'ORO - Palermo. In basso a sinistra: IL CRATERE DELL'ETNA. In basso a destra: MINIERA DI ZOLFO TRABANELLA - Caltanisseita.
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In alto a sinistra: CHIESA DI S. MARIA DELLA CAIENA. Opera di M. de Carnelivari (fine del sec. xv) Palermo. In alto a destra: CHIESA DI S. ANTONIO a Taormina (sec. xiv). In basso a sinistra: ESTERNO DELLA CHIESA DI S. PIETRO (sec. xvir, con campanile del sec. xviri) - Acireale. In basso a destra: INTERNO DELLA CHIESA DI S. CATALDO a Palermo (sec. xir, restaurata nel 1884).
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(fot. De Hugostris)

(fot. Alinari)

(fot. Alinari)
In alto a sinistra: MUSAICI DELLA CAPPELLA PALATINA del Palazzo Reale (sec. xII) - Palermo. In alto a destra: MADONNA COL BAMBINO. Parte centrale del trittico di Antonello da Messina (1473) - Messina, Museo nazionale. In basso: S. BENEDETTO CONSEGNA LA REGOLA, simboleggiata da due pani. Tela di P. Novelli (1635) - Monreale, ex Monastero dei Benedettini.
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scarsa comprensione con cui era trattata, quasi esclusivamente una manifestazione clericale e borbonica. Non mancarono tuttavia tentativi da parte del governo di indagare e studiare le origini del malessere di cui soffriva l'Isola e che si manifestava anche in forme antisociali, come il malandrinaggio e la mafia (famosa, fra tutte, l'inchiesta Franchetti-Sonnino, nel 1876), ma tali tentativi, per una mentalità spesso non scevra da pregiudizi, non colsero quasi mai nel segno, e i rimedi adottati furono sempre inadeguati.
Ancora nella seconda guerra mondiale, essa, nell'amor patrio e nel sacrificio, non fu inferiore a nessuna regione d'Italia. Divenuta, in seguito allo sbarco anglo-americano, teatro di guerra (dal $1^{\circ}$ luglio al 17 ag. 1943), subì notevoli danneggiamenti, sia nelle città che nella campagna, con conseguente crisi politica, sociale ed economica. Da qui il risorgere di un movimento per l'indipendenza dell'Isola (M. I. S.), cui cercò di dare appoggio anche un movimento militare clandestino (Esercito Volontario Indipendenza Siciliana: E.V.I.S.) ma esso non ebbe vera risonanza nella coscienza del popolo (la Costituzione del 1812 era ormai troppo lontana nel tempo e vi stavano di mezzo le grandi tappe del federalismo e dell'unità). Valee tuttavia a riproporre ai nuovi governanti un problema ormai antico, il problema sociale ed economico dell'Isola, che non erano riusciti a risolvere né le numerose inchieste del governo liberale, né il famoso "assalto al latifondo" nel ventennio tra la prima e la seconda guerra mondiale. Lo Statuto (dec. leg. 13 maggio 1946) con cui è stata riconosciuta l'autonomia alla S., "entro l'unità politica dello Stato italiano, sulla base dei principi democratici che ispirano la vita della nazione" (art. 1), è appunto ispirato al principio di garantire all'Isola la risoluzione di tutti quei problemi di vita interna che nella crisi del dopoguerra si sono ripresentati ancor più urgenti.
BibL.: vasta bibl. in F. De Stefano, Storia della S. dal sec. XI al XIX, Bari 1948. Bibl. particolare : periodo normanno-svevoaragonese: M. Amari, La guerra del Viagro sicil., Milano 1886; id., Storia dei mussulm. di S., III, $2^{\circ}$ ed., Catania 1938; F. Chalandon, Hist. de la dominat. norm. en Itella et en Sicile, Parigi 1902; E. Caspar, Roger II, und: die Gründung d. normann.-sizil. Monarchie, Innsbruck 1904; W. Cohn, Das Zeitalter d. Normann.

(fot. Andersen)
Sicilia - Cortile del Palazzo Beneventano del Bosco (sec. xvili). Siracusa.

(fot. Alinari)
Sicilia - Aquila in bronzo del sec. xili, creduta un pellicano antico ornamento di pergamo, trasformata in leggio nel 1242. Messina, Museo nazionale.
in S., Lipsia 1920; id., L'età degli Hohenstaufen in S., trad. it., Catania 1932; R. Caggese, Roberto d'Angiò e i suoi tempi, Firenze 1922-1930; G. M. Monti, La stato normanno-svevo, Napoli 1934; R. Morghen, Il tramonto della potenza sveva in Italia, Roma 1936; V. Epifanio, Gli Angioini di Napoli e la S., Napoli 1936; id., Riflessi di vita ital. e albori di fortuna angioina in S.alla metà del Trecento, in Arch. st. sicil., 1941, p. 121 sgg.; A. Italia, La S. feudale, Roma 1940; C. A. Garufi, Per la stor. dei monast. di S. nel tempo normanno, in Arch. st. per la S. orient., 18 (1940), pp. 1-96; W. E. Heupel, Der sicil. Grasshof unter Kaiser Friedrich II., Lipsia 1940; E. Pontieri, Ricerche sulla crisi della monar. sicil. nel sec. XIII, Napoli 1942; M. Scaduto, Il monaches. basiliano nella S. mediev., Roma 1947; A. De Stefano, L'idea imper. di Federico II, Bologna 1952. Vicercome: A. Broffetto, St. di S. sotto Vitt. Amedeo II, Roma 1797; V. Amico, St. di S. dal 1550 al 1550 , ivi 1836; S. Scrofani, Delle dominaz. degli stranieri in S., Palermo 1842; E. Laloy, La révolte de Messine, 3 voll., Parigi 1929-31; C. Caristia, Per la storia del pensiero politico sicil. durante il sec. XVIII, in Arch. st. per la S. orient., 10 (1932), pp. 409-511; V. Titone, La S. spagnuola, Mazara 1946; H. Koenigsberger, The gouvernement of Sicily under Philip II of Spain, Londra 1951; M. Petrocchi, La rivoluz. cittadina messinese del 1654, Roma 1953. Borboni: G. Catalano, I Borboni e la manomorta eccles. di S., in Il diritto eccl., 1846, pp. 198213; M. Amari, La S. et les Bourbons, Parigi 1849; M. Marino, La carciata degli Austriaci dalla S., Palermo 1920; C. La Forte, Sul giacobinismo in S., in Arch. st. per la S., 8 (1942), pp. 282368; E. Pontieri, Il tramonto del baronaggio sicil., Firenze 1942; id., Il riformismo borbonico nella S. del Sette e dell'Ottocento, Palermo 1947; F. Brancato, Il Caracciolo ed il suo tentativo di riforme in S., ivi 1946; V. Titone, Economia polit. nella S. del Sette e Ottocento, ivi 1947. La S. nell'unità d'Italia: M. Scalia, Mem. stor. sicil. della rivoluz. del 1848-49, ivi 1932; F. Brancato, L'Assemblea sic. del 1848-49, Firenze 1946; id., La S. nel movim. per l'unità d'Italia, Palermo 1947; R. Romeo, Il Risorgim. in S., Bari 1950; N. Cortese, La prima Rivoluz. separaticis sicil. (18101811), Napoli 1951; V. sncibe: L. Granone, Fattori e bisogni dell'econom. sicil., Girgenti 1917; E. La Loggia, Gli antecedenti dell'ordinam. autonomist. sic., in Mediterranea, Palermo 1950; R. Landolina, La difesa della S. da P. Ventura a L. Sturzo, Mazara 1951.
Francesco Brancato
VI. Archeologia. - Oltre che per gli insigni monumenti classici, soprattutto greci, la S. è ricca di antiche me-
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Sicilia - Particolare di una sottile tela di lino rappresentante la stigmatizzazione di s. Francesco. Sfilato siciliano del sec. xv. Assisi, Museo Irancescano.
morie e monumenti cristiani. Nel Martirologio geronimiano spesso la Cilicia e la Siria sono state confuse con la S., cosi si spiega all' 11 ott. l'indicazione "in acervo Siciliae "che deve correggersi in "Anazarbo Ciliciae"; al 21 luglio si legge « in Silica Simeonis». Le martiri più venerate della S. furono Lucia (v.) e Agata (v.); tutte e due sono nel Canone e rappresentate nella teoria delle martiri in S. Martino in caelo aureo (oggi S. Apollinare nuovo ) in Ravenna. A Catania fu venerato anche s. Euplo (BHG, n. 1410) ricordato nel Geronimiano al 12 ag., al 2 e al 12 sett.; a lui certo si allude insieme con s. Agata nell'iscrizione di Giulia Fiorentina nell'espressione "pro foribus martyrum" (CIL, X, 7112). A Messina nel sec. vi una basilica fu dedicata ai ss. Stefano, Pancrazio ed Euplo. Diffuso fu in S. il culto di santi greci quali Teodoro, Giorgio e Cristoforo. A Taormina è venerato s. Pancrazio al 3 apr. e all'8 luglio con una leggenda curiosa (BHG, 1410), mentre nel Geronimiano è indicato al 24 giugno e nei sinassari greci al 30 e 31 ott. (Synax. Constantinop., p. 179).
Per Lentini la Passio dei martiri Alfio (v.), Filadelfio, Cirico ed altri (BHG, 57-62) è assolutamente priva di ogni fondamento come quella di s. Alfio (v.) a Lipari. Oltre agli antichi monumenti cristiani di Agrigento, Catania Lipari, Messina, Modica, Noto, Palazzolo Acreide, Palermo, Ragusa, Siracusa, Taormina (per i quali v. le rispettive voci), se ne annoverano anche in altre località. Cosi a Salemi, l'antica Halicyae, si rinvenne una chiesa cimiteriale con pavimento in musaico e tombe pure con decorazione musiva (cf. B. Pace, La basilica di Salemi, in Monumenti antichi dei Lincei, Roma 1916). Ma tre iscrizioni cristiane di Roma ricordano un "civis Alicensis" sepolto nel 372 nell'area del cimitero di Callisto (G. B. De Rossi, Inscr. Christ., Supplementum, Roma 1913, n. 1621); un altro epitafio dell'anno 407 si riferisce pure a un "civis Alicensis" (A. Silvagni, Inscr. christ. Nova series, ivi 1922, n. 407); un Johannis Alicensis fu sepolto nel 496 nella Basilica Vaticana (G. B. De Rossi, Inscr. christ., I, ivi 1857-61, n. 916); nel portico della stessa Basilica si leggeva il carme sepolcrale di una "Helpis Siculae regionis
aiumnae" (ibid., II, Roma 1888, pp. 79, 6; 130, 14). A Lipari nella chiesa di S. Giuseppe un'iscrizione ricorda l'acquisto del sepolcro fatto da Elpiste e Irene, contenente le date degli aa. 409 e 470 ; mentre nello stesso luogo un'altra iscrizione offre la data del 394 (Notizie degli scavi, 1929. pp. 84-85).
Nei dintorni di Catania furono trovate tre lampade cristiane in bronzo dorato (P. Orsi, Bronzi cristiani di Catania, in N. Bull. di arch. crist., 8 [1902], pp. 146-49).
Nel territorio di Ceda in contrada Zinghilina furono identificati antichi sepolcri sfruttati poi da cristiani; lo stesso si è riscontrato presso Butera e presso Licata. A Grotta Murata sui monti S. Angelo Musaro si sono trovati avanzi di un'antica comunità eremitica.
A Roma nel "Coemeterium maius" si è rinvenuta l'iscrizione sepolcrale greca di un siciliano di nome Callisto (M. Armellini, Scaperte della cripta di S. Enocroziana, Roma 1877, p. 100). Per il sarcofago cristiano nella cattedrale di Palermo v. Wilpert, Sarcofagi, II, tav. 239, 2. pp. 324, 332; III, pp. 20-25.
J. Fuhrer e V. Schultze, nell'opera Die altchristlichen Grabstaitten Siziliens (Berlino 1907) hanno pubblicato gli ipogei di Ferla (p. 172 sg.), Melilli (p. 174 sgg.), Lentini (p. 178 sgg.), Molinello (p. 181 sgg.), Cassibile (p. 185 sgg.), Spaccaforno-Rosolini (p. 190 sgg.), Cava d'Ispica (p. 193 sgg.), S. Croce Camerina (p. 195 sg.), Licodia Eubca (p. 197 sg.), Chiaramonte-Guelfi (p. 198 sgg.), Granieri (p. 201 sgg.), Citradella (p. 202 sg.), Naro (p. 205 sgg.), Termini Imerese (p. 218 sgg.), Palermo (pp. 220-35), Carini (p. 236 sg.), Lilibeo-Marsula (vigna Spalla, p. 242; ipogeo sotto S. Francesco, p. 246; Grotta della Sibilla e ipogeo presso la chiesa dei Niccolini, pp. 246-53), Priolo (pp. 253-55).
Bipl.: G. Agnello, Gli studi di archeol. crist. in S., Catania 1950; id., La S. cristiana ed i suoi illustratori, in Atti del I Congresso naz. di archeol. crist., Roma 1952, pp. 7-29; id., La pittura paleocristiana della S., Città del Vaticano 1952. Per l'crisgrafo: CIG, III, pp. 279-596; CIL, X, pp. 713-16; A. Ferrus, Epigrafia sicula pagana e cristiana, in Riv. arch. crist., 18 (1941), pp. 151-243; id., L'epigrafia cristiana di S., in Epigraphica, 5-6 (1943-44), pp. 104-108; id., Florilogio d'icrizioni paleocristiane di S., in Atti della Pont. Accad. rom. di archeol., $3^{\circ}$ serie, Rendiconti, 22 (1946-47), pp. 227-39; S. L. Agnello, Sillog. di iscrizioni paleocristiane della S., Roma 1953.
Enrico Josi
VII. Arte. - 1. Architettura. - In S. sono rari i resti dell'architettura bizantina. Sono ritenute basilichette bizantine le due chiesette in località Vigna di Mare e Bagni di Mare presso S. Croce Camerina e due chiese: S. Nicolicchio e S. Micidiario a Sortino. Sono rari i monumenti arabi, in massima parte distrutti o trasformati dalla ricostruzione cristiana nel periodo normanno, durante il quale si continuò, tuttavia, a costruire seguendo tradizioni bizantine ed arabe con innesti di gusto romanico e quindi gotico. Ne rimangono esempi, oltre che nelle chiese e monumenti di Palermo (v.), nel Duomo e l'Annunziata dei Catalani a Messina; nei duomi di Monreale e di Cefalù; nella chiesa della Trinità a Castelvetrano; nella badia di S. Spirito a Caltanisetta e l'abbazia benedettina a Bronte; nelle absidi del duomo a Catania e della chiesa di S. Pietro orette dall'architetto Girardo il Franco a Casalvecchia Siculo. Il periodo avevo si distingue dal normanno per una più accentuata produzione di architettura civile e militare : fortilizi, mura difensive, castelli come il Palazzo dello Stori e il Palazzo Sclafani a Palermo; i Castelli Maniace, a Siracusa, e Ursino, costruito da Riccardo da Lentini a Catania; l'Osterio a Cefalù; il Castello a Paterno e molti altri sparsi nei punti strategici dell'Isola. Sono caratteristici di questo stile i famosi portali e gli ampi finestroni dei piani superiori ornati spesso con fregi a zig-zag e da tarsie di lava e pomice che contrastano con l'aspetto severo dell'insieme. A questo periodo appartengono le chiese di S. Agostino e S. Francesco d'Assisi, di S. Giovanni di Bajda a Palermo, di S. Agostino a Trapani, la Matrice ad Enna, di S. Maria a Randazzo, il monastero di S. Spirito ad Agrigento, la Badiazza a pie' del colle di S. Spirito, S. Maria degli Alemanni e il S. Francesco d'Assi