volume-11

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esi di Grosseto, Chiusi, Massa Marittima, Sovana e Pitigliano.
I. Origine e storia. - S. (Saena, Sena, Senae) ha origini oscure. Probabile centro etrusco, divenne ca. il 30 a. C. importante colonia romana, ma ne rimangono pochi ruderi.

Il cristianesimo vi si introdusse secondo la tradizione agli inizi del sec. Iv per opera del giovane romano Ansano Anicio, martirizzato per la fede sull'Arbia nel 303 e divenuto patrono principale della diocesi. Del martire sono documentati nel sec. viI un monastero e una chiesa (Lanzoni, p. 564). Pare quasi certo che fosse vescovo di S. quel Floriano che nel 313 intervenne al Concilio di Roma, ma la storia della diocesi per i primi secoli è avvolta nel buio. Dopo Floriano si ricordano Eusebio, che partecipò al Sinodo romano del 465 ; Mauro a quello del 649 e in quel torno concluse un compromesso con il vescovo di Arezzo sul possesso contrastato di diciotto pievi situate in territorio senese (cf. C. Lazzeri, La donazione del tribuno Zenobio, ecc., Arezzo 1938, p. 12 sgg.); Vitaliano che nel Concilio romano del 680 sottoscrisse la nota Lettera all'Imperatore d'Oriente. Il compromesso per le pievi controverse non fu mantenuto e lunghi contrasti con alterne vicende si ripeterono e sfociarono anche in violenze, come per la traslazione a S. del corpo di s. Ansano (1107), fino al sec. xir, senza vantaggio per S., lasciando uno strascico d'animosità tra le due diocesi. Intanto sorgeva a pochi chilometri dalla città il famoso monastero benedettino di S. Eugenio (730) e pochi anni dopo all'estremo limite del contado si alzava l'ancor più famosa abbadia di S. Salvatore (v.). La vita religiosa metteva buone radici. L'autorità del vescovo,
già eminente accanto ai gastaldi longobardi, si rafforzava con i conti franchi.

Con lo sfasciarsi dell'Impero carolingio il vescovo rimase l'unica incontrastata autorità. Il conte imperiale rientrò in S. soltanto con Ottone I e per non durarvi a lungo. Il potere era passato al vescovo che l'esercitava con un consiglio di consoli nobili e chiamando la popolazione davanti alla chiesa per approvare le proposte. Di pari passo con l'evoluzione politica si svolgeva la vita ecclesiastica. Già fin dall'inizio del sec. x il Capitolo della Cattedrale è legato a vita comune con la sua Schola, della quale si son tramandati i nomi di alcuni maestri, priores scholae. Il Capitolo senese si gloria tuttora della appartenenza, sia pure fugace, del dotto s. Bruno di Segni a quella scuola. I canonici senesi fondarono l'ospedale di S. Maria della Scala per i pellegrini malati ed abbandonati, affidandone la cura ad una congregazione di laici, i Frati dello Spedale, ma riservandosi l'approvazione del rettore e la vigilanza sull'amministrazione. Fino alla fine del sec. xiv il Capitolo elesse il vescovo. A S. fu eletto contro l'intruso Benedetto X il papa Nicolò II (1058), segno che essa appoggiava il nuovo movimento di riforma. Ancor prima del conflitto per le investiture, la Chiesa senese aveva ottenuto (ca. 1055) prerogative quasi sovrane sopra un ampio territorio tra l'Arbia e la Merse, che avrebbe formato il feudo del vescovato, durato, tra contrasti e consensi, fino a Pietro Leopoldo (1786).

Del disordine politico e religioso originato dalla lotta tra Papato e Impero (quando Gregorio VII affrontava Enrico IV reggeva la Chiesa senese il vescovo s. Ridolfo (1072-84)) approfittarono i grandi feudatari per allargare i loro domini. Ma ormai il movimento per la unificazione della vita comunale non poteva arrestarsi; e sotto la guida del vescovo e dei consoli si andava limitando la potenza dei grandi. Si susseguono le donazioni al vescovo e alla Vergine Maria, al vescovo e al popolo, alla Vergine ed al Comune. Ai feudatari viene imposta la dimora in città. La nuova lotta tra il papa Alessandro III senese e Federico I trovò vescovo di S. l'attivo e zelante Ranieri (1129-67) al quale si deve il prezioso calendario-obituario della Chiesa senese (ca. 1140). Avendo i consoli, premuti dal vicario imperiale, imprigionato alcuni ecclesiastici, il vescovo scomunicò i consoli e pose l'interdetto sulla città e il contado. Il clero restò fedele al Papa, ma il vescovo costretto a fuggire non poté più ritornare (m. nel 1170). Risale a questo tempo la consacrazione della nuova Cattedrale. S. ghibellina ebbe il riconoscimentoimperiale delle città libere ( 1186 ); libera elezione dei consoli (che S. eleggeva da vari decenni), batter moneta, ecc.; riconoscimento che fu completato con l'istituzione del podestà (1199). Purtroppo il movimento di unificazione comunale fu intorbidato da guerre continue tra S. e Firenze, guerre che né lo zelo pastorale dei vescovi Buono (1189-1215) e Buonfiglio (1216-52), né la predicazione di pace dei nuovi Ordini domenicano, francescano, dei Serviti valsero a placare, finché S. riusci a debellare la rivale guelfa (1260) e a do-
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(fot. Givast, Siena)
Siena, arcidiocesi di - Trignamma bernardiniano sorretto da un angelo (sec. xv) - Siena, Conservatori Riuniti.

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(fot. Orami, Siena)
Siena, arcidiocesi di - La Vergine protegge S. durante il terremoto del 1466 , bicherna del 1467 assegnata a Francesco di Giorgio Martini - Siena, Archivio di Stato.
minare sulla Toscana per un decennio, dopo essersi data una sapiente costituzione civile (1262). I grossi mercanti e banchieri guelfi arrivarono ad impadronirsi del governo che essi, i "Nove ", tennero con saggezza ed energia e senza notevoli scosse per un lungo periodo (1292-1355).

L'eredità del b. Andrea Gallerani (ca. 1200-51) fondatore della Casa di Misericordia (ca. 1240) si allargava con la Compagnia dei Disciplinati sotto le vòlte dello Spedale (1295), la quale tuttora continua qualcosa della beneficenza antica sotto il nome di Società di Esecutori di pie disposizioni; il b. Bernardo Tolomei (1272-1348) fondava nel 1319 la Congregazione degli Olivetani; sorgevano le Certose di Maggiano e di Pontignano; il Comune, non soddisfatto di avere una grande cattedrale, ne progettava una maggiore ed il vescovo Donusdeo (1313-51), benemerito della fede per la carità e fermezza usata verso i Fraticelli, come benemerito era stato il suo predecessore Buonfiglio (1216-52) nei riguardi degli Alhigesi, benediva (1339) la prima pietra della grande Cattedrale che, pure incompiuta, rimane a testimonianza di fede, d'ardimento e di genio.
S. era popolata di chiese, di conventi, di spedali avvivati tutti dalla grazia dell'arte. Tre anni dopo la peste micidiale, lo stesso vescovo Donusdeo beneficiava con il suo testamento (1351) 20 parrocchie, 34 conventi, a badie, 13 spedali. Il contado non sfigurava affatto nei confronti del centro della diocesi in questa gara di fede edicarità. Eppure profondamente agitato da torbide passioni, caduti i «Nove» il popolo si consumò in lotte continue interne ed esterne che portarono la Repubblica alla rovina (1555) con l'incorporazione nel Granducato mediceo. Durante questi due secoli l'Università di S. fu elevata da Carlo IV (1357) a Studio generale con facoltà al vescovo di conferire le lauree; sorse l'opera del b. Giovanni Colombini con i suoi Gesuati; si vide l'ardore di s. Caterina, la detta pietà degli Ilicetani; di s. Bernardino con la sua Osservanza; la permanenza in S. di Gregorio XII, mecenate dello Studio cui concesse la cattedra di teologia; la permanenza di Eugenio IV, Gabriele Conduimer, già vescovo di S. (1408); l'incompiuto Concilio ecumenico del 1423;
l'episcopato d'Enea Silvio Piccolomini (1450-58), poi Pio II, il quale elevò la sede di S. a metropolitana il 23 apr. 1459; poi quello di Fr. Piccolomini (1460-1501), poi Pio III; quello di Fr. Bandini Piccolomini, energico difensore della fede contro i novatori (1529-88). E la fede restò salda nella chiesa senese, nonostante i casi sporadici di defezione culminati nell'apostasia di B. Ochino.

Caduta la repubblica, S. passava a far parte del Ducato di Toscana. Nel nuovo clima politico le norme tridentine ispirarono felici iniziative, dirette specialmente dai Cappuccini e dai Gesuiti, venuti a S. rispettivamente nel 1536 e nel 1555. L'episcopato del dotto arcivescovo A. Piccolomini (1588-97); dello zelantissimo card. Fr. Tarugi (1597-1607), che tenne un Sinodo provinciale (1599); del card. M. Bichi (1612-14), fondatore del Seminario; di A. Piccolomini (1628-71), che adattò alle mutate condizioni prudenti norme educative, ma incontrò anche fera resistenza all'attuazione delle prescrizioni canoniche da parte di due cospicue congregazioni laiche gelose di pretesi diritti, onorarono la Chiesa senese. Il Seminario, irrobustito dalla munificenza di Alessandro VII (1660), richiamava giovani da ogni parte della Toscana gareggiando con il Collegio Tolomei diretto dai Gesuiti; a questi dopo la soppressione (1774) successero gli Scolopi.

Le controversie giansionate sfiorarono appena la diocesi. Ma quando Pietro Leopoldo pretesse attuare con le provvide riforme economiche le improvvide riforme religiose, l'arcivescovo P. Borghesi, benemerito, in seguito alla soppressione granducale delle compagnie laicali, del riassestamento delle parrocchie cittadine ( $1783-86$ ), difese fermamente i diritti della dottrina e disciplina ecclesiastica, Ospite di S. fu l'esule Pio VI nel febbr.-maggio 1798. Gli Ordini religiosi soppressi dai Francesi (1808-1809) ritornarono dopo la restaurazione. Il periodo risorgimentale non trovò impreparata la diocesi ai nuovi tempi, che degni prelati come il dotto e generoso arcivescovo G. Mancini (1824-55) ne reggevano il governo. Il Seminario-
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(fot. Emit)
Siena, arcidiocesi di - Palazzo Tolomei (primi anni del sec. xiri).

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Collegio continub la formazione dei giovani chierici e secolari, fino al sorgere di questo secolo, quando si ebbe la separazione del Seminario dal Collegio; e per opera dell'arcivescovo P. Scaccia il Seminario ottenne la facoltà di conferire lauree in teologia (1914-31). L'Università di S. aveva soppresso la teologia nel 1860 .
II. Personaggi illustri. - Onorarono la loro Chiesa e patria senese: Rolando Bandinelli, insigne giurista, poi Alessandro III (1139-81); il card. Riccardo Petroni (ca. 1250-1313), profondo giurista e mecenate; i due papi Piccolomini; Camillo Borghese, oriundo senese, poi Paolo V (1605-21); Fabio Chigi, letterato e diplomatico, papa Alessandro VII (1655-67); Ambrogio Caterino (Lancellotto Politi : 1487-1553) poeta, teologo; Claudio Tolomei ( 1480 ?-1555), poeta, filologo, politico, vescovo di Corcira (13491555); Stato da S. (1520-69) convertito dal giudaismo, dottissimo esegeta biblico; Salluatio Bandini (1677-1760) arcidiacono del Duomo, acuto economista; Fabate Giovanni Caselli (1815-91), fisico, inventore del pantelegrafo; mons. Nazzareno Orlandi (1872-1945), pioniere dell'Azione Cattolica, fondatore della Federazione delle Associazioni del Clero in Italia (F.A.C.I.). Ai santi già ricordati fanno degna corona il b. Ambrogio Sansedoni (1220-82); b. Andrea Gallerani (ca. 1200-51); b. Francesco (m. nel 1328) e b. Antonio Patrizi (m. nel 1311); b. Giovacchino Piccolomini (1258-1305) e le bb. Caterina Lenzi, Nera Tolomei, Caterina Colombini, con le altre, delle quali ogni casata senese tiene a menar vanto.
III. Monumenti insigni. - S. abbonda di monumenti.
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(fot. Fotocotere, Torino)
Siena, arcidiocesi di - Abside del Duomo e facciata della chiesa di S. Giovanni (battistero), progettata probabilmente nel 1382 - Siena.

Tra questi, primissimo il Duomo, dedicato all'Assunta. Qui dal sec. xir ha lavorato una pleiade di artisti creando in composta armonia capolavori di ogni stile. Il campanile romanico (sec. xiri), la cupola (1266), il pergamo di N. Pisano (1268), la facciata di G. Pisano (1297) e Giovanni di Cecco (sec. xiv), il pavimento a graffito su disegni di Beccafumi, Matteo di Giovanni, ecc.; il coro di Fr. del Tonghio e del Riccio; l'altar maggiore del Peruzzi; il tabernacolo del Vecchietta; le statue bronzee e marmoree di Giovanni di Stefano, Francesco di Giorgio, Tino di Camaino, Donatello; l'altare Piccolomini di Andrea Bregno (1503), con statue di Michelangelo; la cappella di S. Giovanni con la reliquia del braccio del Battista; la statua del Battista di Donatello; di S. Caterina di Alessandria di Neroccio e quadri del Pinturicchio; la cappella del Voto ove si venera l'arcaica immagine della Advocata Senenaium con il S. Girolamo e la Maddalena del Bernini e un servito cesellato da altare, del Cellini; l'annessa libreria Piccolomini con la Vita di Pio II del Pinturicchio, al quale appartiene l'Incoronazione di Pio III sulla parete interna del Duomo.

Il Museo dell'Opera, annesso al Duomo, contiene ricchezze inestimabili : sculture, statue (già nel Duomo), le Tre Grazie, disegni, codici miniati, oreficerie, avori, ricami, reliquiari, paramenti con la tavola di Duccio, la Maestà (1309-11) fatta per l'altare maggiore del Duomo.

Lo Spedale di S. Maria della Scala di fronte al Duomo, gigantesca costruzione a due e sei piani (secc. 3xiv), racchiude con i capolavori dell'arte nella chiesa, negli oratori sottostanti e nel suo interno, particolarmente nel Pellegrinaio (1440-43) di Domenico di Bartolo e del Vecchietta, la storia di dieci secoli di cristiana carità. La pieve di S. Giovanni costruita (sec. xiv) sotto il presbiterio del Duomo ha il fonte battesimale lavorato da Jacopo della Quercia, Donatello e Ghiberti.

La basilica di S. Domenico ( 1223 sgg.), oggi Basilica Cateriniana, vanta la cappella delle Volte con il ritratto di s. Caterina di Andrea di Vanni e la cappella di S. Caterina con la testa della Santa e gli affreschi del Sodoma e una maestosa cripta. La basilica di S. Francesco ( 1246 sgg.), ampia e austera con capolavori di Ambrogio e Pietro Lorenzetti, danneggiata in vari tempi e nella seconda guerra mondiale, è meta di pellegrinaggi per il prodigio delle Sacre Particole conservatesi intatte dal 1730. Adiacente a S. Francesco è l'oratorio di S. Bernardino con dipinti del Beccafumi, Sodoma, Del Pacchia; con il cuore del Santo e la tavoletta del Nome di Gesù disegnata dallo stesso Santo. La basilica di S. Maria dei Servi (ca. 1260), con la facciata incompiuta rinnovata (1534) e dedicata all'Immacolata, è stata restaurata ai primi di questo

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(fot. Alinari)
e il profeta Isais (maniera di Sano di Pietro, prima metà del sec. xv). Corale nella Libreria Piccolomini - Siena.
secolo, con dipinti di Matteo di Giovanni, Taddeo di Bartolo, P. Lorenzetti e Fungai.

La chiesa di S. Agostino ( 1258 sgg.), rimaneggiata in più tempi, ampia e luminosa, ha un trittico di Simone Martini, una Crocefissione del Perugino, la Strage degli Innocenti di Matteo di Giovanni e l'Epifania del Sodoma. S. Maria del Carmine (secc. xili-xiv), restaurata in questo secolo, possiede un'arcaica Madonna dei Mantellini ed il S. Michele del Beccafumi. La casa di S. Caterina, trasformata in oratòri ( 1464 sgg .), è un santuario al quale accorrono fedeli da tutto il mondo; ha lavori del Sodoma, Pacchia, Neroccio, Fungai, Riccio e ricordi della Santa. S. Maria di Provenzano ( 1596 sgg .) è un'insigne collegiata, strettamente collegata col tradizionale Palio, ricchissima di preziose suppellettili; è l'unica chiesa barocca della città. S. Maria di Fontegiusta (sec. xv), è singolare costruzione cubica, con capolavori del Marrina, Peruzzi, Fungai. La chiesa dell'Osservanza (basilica di S. Bernardino all'Osservanza, sec. xv), distrutta nella seconda guerra mondiale e completamente rifatta, a breve distanza dalla città, ha l'Incoronazione della Madonna di A. della Robbia, il Reliquiario della tonaca di s. Bernardino di Fr. d'Antonio (1454); S. Elisabetta di Benvenuto di Giovanni; pollitici di Sano di Pietro e del Sassetta. Tra i luoghi sacri sono anche da ricordare gli oratòri delle storiche 17 contrade, ancora intimamente legate alla vita civile e religiosa dei senesi.

Le innumerevoli ricchezze pittoriche e scultoree, sparse nelle chiese del territorio della diocesi, son finite in massima parte nella Pinacoteca cittadina.

Bini, : RIS, Cronacbe senesi a cura di A. Lisini e F. Iacometti, XV, vi, Bologna 1931-39; S. Tizio, Historiarum libri X ms. B III. 6. nella Bibliot. comunale di S.; O. Malavolii, Historia, Venezia 1599; G. Tommasi, Historie di S., ivi 1625; I. Ugurgicri-Azzolini, Le Pompe senesi, Pistoia 1649; Ughelli, III, con note manoscritte di U. Bonvoglienti nella Bibliot. comunale di Siena; G. Gigli, Diario, Lucca 1723; Eubel, I, pp. 446-47; II, pp. 259; III, p. 316; IV, p. 312; G. A. Pecci, Stor. del senese. di S., Lucca 1748; id., Mem. storico-critiche, 4 voll., Siena 1750-60; P. Rossi, Le origini di S., ivi 1897; R. Davidsohn, S. interdetta sotto un papa senese, in Bull. sen. di st. patria, 2 (1898); R. L. Douglas, History of S., Londra 1902, trad. it. di P. Vigo, Siena 1926; V. Lusini, Il Capitolo della Metropolìt. di S., Note stor., ivi 1893; id., I confini stor. del ve-
scop. di S., ivi 1901; A. Lisini, Il Costituto del Comune di S. del 1262, volparizzato nel 1309-10, 2 voll. ivi 1903; V. Lusini, Il duomo di S., ivi 1911-39; N. Mengozzi, Il feudo del vecc. di S., ivi 1911; W. Heywood-A. L. Olcott, Guide to S., ivi 1924. E. Carli, Il moneo dell'Opera e la Libreria Piccolomini di S., ivi 1946. Per la contesa tra i vescovi di S. e Arezzo, v. E. Besta, in Arch. Stor. it., $3^{\circ}$ serie, 37 (1906), pp. 61-92. Per i monasteri: Cottinesu, II, coll. p230-32. N. Ottokar, S., Firenze 1944; V. Passeri, Genesi e primo sviluppo del comune di S., in Boll. senese stor. patr., 51-54 (1944-47), p. 31 sgg.; G. Prunzi, Lo studio senese, ibid., 56 (1949), p. 53 sgg.

Venanzio Savelli
IV. Arte senese. - Il periodo di maggior splendore delle tradizioni artistiche di S. cade tra la metà del sec. xili e i primi decenni del xvi, e corrisponde all'incirca a quello che vide l'affermarsi del libero Comune. L'architettura raggiunse il massimo sviluppo e caratteri di schietta autonomia durante l'età gotica: infatti non rivelano accenti di spiccata originalità le poche costruzioni romaniche tuttora conservate in città, come l'abside di S. Cristoforo, la chiesa di S. Pietro alla Magione e quella di S. Maria in Betlem, nelle quali non senza una certa grazia si rielaborano motivi di origine lombarda. E, se mai, il contado a darci una notevole serie di chiese romaniche, tra le quali emergono la collegiata di S. Gimignano, la collegiata di Asciano, la pieve di S. Quirico in Osenna nella Val d'Orcia e soprattutto la famosa abbazia di S. Antimo a Castelnuovo dell'Abate, edificata nel sec. xit da maestranze probabilmente monastiche educatesi sui modi di Borgogna.

Nel secolo seguente invece è dal territorio senese che si irradiano per tutta la Toscana gli impulsi ad un generale rinnovamento dell'architettura religiosa: la chiesa abbaziale di S. Galgano nella Valle della Merse, costruita tra il 1224 e 1288, oggi in rovina, fu infatti tra le primissime testimonianze di una interpretazione italiana del gotico d'oltralpe e servì da modello a buona parte dell'edilizia chiesastica toscana dei secc. xili e xiv. Intanto agli stessi monaci cistercensi di S. Galgano, a partire dal 1258 , veniva affidata la costruzione della massima impresa costruttiva di S. : la Cattedrale, dedicata a s. Maria Assunta. Essa nell'interno (terminato ca. il 1265-67) riflette con grande eleganza ed armonia di proporzioni forme di transizione romanico-gotiche; nell'esterno (fac-
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(da E. Carli, Scultura lignea senese, Milano-firenze 1911, tav. II) Siena, arcidjocesi di - S. Crescenzio. Busto ligneo di Francesco di Valdembrino (1409) - Siena, Museo dell'Opera del Duomo.

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ciata iniziata, da Giovanni Pisano, nel 1284 e completata, dopo una lunghissima interruzione, dal 1376 in poi) nel prolungamento del coro (deciso nel 1317), nella sottostante pieve di S. Giovanni (compiuta nel 1325, con facciata probabilmente progettata nel 1382) e soprattutto nei grandiosi resti del cosiddetto "Duomo nuovo", iniziato da Lando di Pietro nel 1339 quale corpo longitudinale di una vasta Cattedrale di cui quella già costruita doveva costituire il transetto (la costruzione fu interrotta in seguito alla peste del 1348), è espressione arditissima del gotico toscano, che a S. s'illeggiadrisce di mirabili motivi decorativi e acquista maggior slancio che non nei contemporanei edifici fiorentini. Mentre altre chiese trecentesche della città, e specialmente quelle degli Ordini monastici come S. Francesco, S. Domenico, il Carmine, pur nell'estrema semplicità delle loro forme denotano il costante alto livello raggiunto dall'edilizia religiosa, non minore importanza acquista a S. l'edilizia civile e privata, che ha in ogni piazza e in ogni via cospicui esemplari tuttora perfettamente conservati. Dal sec. xili al xiv, S. creò il proprio caratteristico aspetto che ancor oggi costituisce una delle sue maggiori attrattive. Le costruzioni civili presentano quasi tutte, ad elementi ricorrenti, il cosiddetto "arco senese", costituito da un'arcata cieca a sesto ribassato sormontata da un'ogiva falcata: e dalle primitive "case torri" e dai tetri fabbricati con rade finestre e con paramento a blocchi di pietra si passa ai sontuosi palazzi dove la pietra si unisce al laterizio, decorati di archetti, con serene fughe di bifore e quadrifore sestiacute e inghirlandati di merli sostenuti da snelle mensole a piramide rovesciata. Massima espressione di questo elegante stile architettonico è il Palazzo Pubblico (1288-134x), con facciata a tre corpi lievemente incurvati a secondare l'andamento della mirabile piazza del Campo, e affiancato dalla snella Torre del Mangia (1338-48) : numerosi e splendidi edifici ne riprendono, con infinita varietà di soluzioni particolari, i motivi essenziali (Palazzo Sansedoni, Buonsignori, Tolomei, Marescotti, ora Chigi-Baracini, Salimbeni, del Capitano, ecc.). Tipica è poi l'architettura delle fonti senesi, consistenti in ampi bacini in pietre e laterizi ricoperti da vòtte a crociera (Fontebranda, Fonte Nuova, ecc.) e delle porte urbiche, di proporzioni grandiose, munite di antemurali e cinte di merla. ture (Porta Romana, Porta Pispini e S. Viene, Porta Tufi).

Gotico e Rinascimento si fondono armonicamente nella Loggia della Mercanzia (di Sano di Matteo; 14171429) e nella Cappella di Piazza (1376) completata da Antonio Federighi, cui si debbono pure le ariose Logge del Papa e l'originale Palazzo dei Diavoli. Intanto noti architetti fiorentini del Quattrocento erigono superbe testimonianze del nuovo stile nel cuore di questa roccaforte del gotico: Bernardo Rossellino, che per Pio II trasformò il rustico borgo di Corsignano in un perfetto modello di cittadina rinascimentale, creando l'odierna Pienza, innalza a S. la nobilissima mole del Palazzo Piccolomini, imitato in quello detto "delle Papanes", e Giuliano da Maiano inizia il Palazzo Spannocchi che servirà di modello anche al cosiddetto Palazzo di S. Galgano. Scarse le tracce dirette dell'attività in patria del massimo architetto senese del Quattrocento, Francesco di Giorgia Martini, il suo stile tuttavia si riflette nell'opera di Giacomo Cozzarelli (Chiesa dell'Osservanza, Cupola di S. Spirito, Palazzo del Magnifico) : anche di Baldassarre Peruzzi non sono molti i ricordi in S. (Palazzo Pollini, Castello di Belcaro), mentre altri buoni architetti senesi del sec. xvi furono A. M. Lari, G. B. Pelori e Bartolomeo Neroni detto «il Riccio». Col Seicento l'attività edilizia senese, se pur non troppo intensa, si mantenne entro i limiti di un decoroso e sobrio equilibrio, come dimostra l'armoniosa mole di S. Maria di Provenzano, progettata dal certosino fra' D. Schifardini ed eseguita da Flaminio del
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(Int. Abitati)
Siena, arcidocesi di - Cofanetto per le votazioni (sec. xiv) - Siena, Palazzo comunale.

Turco. Del sec. xvili son particolarmente caratteristici gli elegantissimi interni di alcuni oratori di contrada e le facciate delle chiese di S. Giorgio e S. Vigilio.

Come per l'architettura, non si può parlare di una scultura senese durante il periodo romanico : infatti soltanto dopo l'attività svolta a S. da Nicola e da Giovanni Pisano si formò, e si sviluppò nei primi decenni del Trecento, una scuola locale di grande importanza, perché rappresentata da notevolissimi maestri come Tino di Camaino, Gano di Fazio, Goro di Gregorio, Agostino di Giovanni, Agoolo di Ventura e Giovanni d'Agostino, mentre di Ramo di Paganello e Lorenzo Maitani, entrambi attivi ad Orvieto, non si conoscono opere sicure in S. Questa splendida tradizione, venuta improvvisamente meno con la peste del 1348 , risorse ai primi del sec. xv con il grandissimo Jacopo della Quercia, con Francesco di Valdambrino e con Domenico dei Cori, i quali ultimi due furono soprattutto scultori di statue lignee. Lorenzo Ghiberti e Donatello intanto introducevano il nuovo gusto del Rinascimento a S. modellando, con Jacopo della Quercia, le storie del Fonte battesimale del S. Giovanni : e se Antonio Federighi continuava con una certa accademica freddezza la tradizione quercesca, della lezione di Donatello si facevano alti ed originali interpreti Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta e Francesco di Giorgio Martini.

Con la fine del Quattrocento si andò però diffondendo il gusto di una scultura decorativa di intaglio sottile e minuto, e ricca di motivi classicheggianti, il quale doveva culminare negli elegantissimi virtuosismi di Lorenzo di Mariano detto "il Marrina" (1476-1534). Nel Cinquecento non si hanno altre notevoli figure di scultori, ove si eccettui il Beccafumi che, oltre la pittura, praticò con successo la fusione in bronzo: e nel periodo barocco svolsero intensa attività, divulgando lo stile berniniano, i numerosi componenti della famiglia Mazzuoli, dal vecchio Dionisio ai figli Giuseppe e Giov. Antonio fino al nipote Bartolomeo. A S. infine nacque (1817) e lasciò alcune opere il notissimo Giovanni Dupré. Ma la maggior gloria di S. è quella di essere stata la sede di una scuola pittorica che fu, specie durante il sec. xiv, una delle più importanti d'Europa. Il carattere fantasioso e fiabesco della pittura senese, che sembra quasi opporsi al lucido razionalismo di quella fiorentina, si scorge soprattutto nella costante predilezione che i maestri senesi ebbero per l'elemento colore e per la linea intesa come pura e libera espressione di una sensibilità squisitamente musicale e decorativa. In tal modo al robusto e conciso linguaggio di Giotto si vede contrapporsi la gracile e fiorita eleganza lineare di un Simone Martini, e al volu-

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(Int. Orassi, Siena)
Siena, arcidiocesi di - Il Palio ( 16 ag.) - Siena.
metrismo chiaroscurale e costruttivo dei Fiorentini le quiete cresure cromatiche di un Ambrogio Lorenzetti.

Poiché dell'attività di ogni singolo maestro si dànno ampi ragguagli nelle voci ad esse relative, basterà che se ne citino i nomi secondo la connessione cronologica e stilistica loro spettante. Cosi, se la tradizione pittorica senese si inizia verso la metà (secondo alcuni però nei primi decenni) del sec. xili con Guido da Siena, essa ha il suo più alto e splendido esito tra la fine del sec. xili e la prima metà del Trecento con Duccio di Buoninsegna, Simone Martini e i due fratelli Pietro e Ambrogio Lorenzetti. Nell'orbita di ognuno di questi maestri si svolgono numerose personalità minori, ma tuttavia degne di nota: da Duccio infatti dipendono Segna di Bonaventura, suo figlio Niccolò e Ugolino di Nerio, e da Simone Martini, Lippo Memmi, Jacopo di Mino del Pellicciaio, Naddo Ceccarelli, il delicato miniatore Niccolò Tegliacci e Andrea Vanni. Una posizione a sé ha il mitico Barna, nei cui affreschi della collegiata di S. Gimignano si colgono, originalmente rielaborati, echi tanto di Duccio quanto del Martini. Ma la maggior parte dei pittori del tardo Trecento trasse partito dalle esperienze lorenzettiane, per quanto in essi generalmente tali influssi si componessero in cosi varia misura con altri motivi di diversa origine da rendere difficile una classifica rigorosa. Così, ad es., il cosiddetto "Maestro d'Ovile" è da alcuni designato con l'appellativo esegetico di Ugolino Lorenzetti perché nella sua maniera si fondono elementi derivati tanto da Ugolino di Nerio quanto da Pietro Lorenzetti. Parimenti Lippo Vanni, Niccolò di Buonaccorso e Luca di Tommè attinsero, sia pure con risultati diversissimi, alle stesse fonti martiniane e lorenzettiane, mentre in Bartolo di Fredi e Paolo di Giovanni Fei si scorgono persino tardissimi ricordi di modi ducceschi.

Mentre il linguaggio dei primi grandi maestri del secolo sopravviveva senza sostanziali innovazioni fino ai primi decenni del sec. xv attraverso la maniera eclettica del fecondissimo Taddeo di Bartolo e di Martino di Bartolommeo e i loro seguaci, Stefano di Giovanni detto il Sassetta si dimostrava informato non solo delle contemporanee correnti del gusto gotico internazionale, ma
altresì delle prime rivoluzionarie novità del Rinascimento fiorentino. Ma queste ebbero scarso esito nel Sassetta stesso, artista per altro squisitissimo, ché Sano di Pietro e Giovanni di Paolo, i quali furono, dopo di lui, i maggiori pittori senesi del Quattrocento, seguitarono a sviluppare, con autonomia di linguaggio, la preziosa eredità gotica. Nemmeno con Domenico di Bartolo e con Pietro di Giovanni d'Ambrogio il nuovo gusto rinascimentale fece breccia nella cultura figurativa senese, la quale doveva assimilarlo assai più tardi attraverso la mediazione di Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, di Francesco di Giorgio Martini e di Matteo di Giovanni. Ma ancora alle soglie del Cinquecento un Neroecio di Bartolomeo poteva rievocare l'immateriale linearismo di Simone Martini, quando cioè la pittura senese, ormai priva di personalità di rilievo, aveva assunto un carattere di garbato eclettismo, aprendosi ai più vari apporti tra i quali, di particolare importanza, quello umbro. Nella prima metà del sec. xvI dominato le personalità del Sodoma e del Beccafumi : il primo, di origine piemontese, seguace di Leonardo e di Raffaello, e il secondo da considerarsi uno dei creatori e dei massimi esponenti del primo manierismo toscano.

Alla fine del Cinquecento operò a S. una miriade di pittori di modesto valore (uno dei migliori fu Francesco Vanni, delicatamente baroccesco), finche nel secolo successivo non si vede emergere Rutilio Manetti, che fu uno dei più forti interpreti del caravaggismo italiano. Con lui, sostanzialmente, si conclude la serie dei grandi pittori senesi, perché né il Settecento con i suoi superficiali Nasini, né l'Ottocento, che pur col Maccari, con l'Aldi, col Cassioli e col Franchi ebbe una fiorente scuola di freschisti, furono tali da eguagliare la gloria dei secoli più antichi. Parallelamente a quelle maggiori, anche le cosiddette arti minori ebbero in S. larghissimo sviluppo e pervennero ad un livello di perfezione difficilmente superabile: non solo, ma anche particolari tecniche si affermarono a S. prima che altrove, sia nel campo dell'oreficeria, che deve a S. l'invenzione degli smalti translucidi, sia nell'arte vetraria, poiché è senese il più antico e prezioso esemplare di vetrata istorista di manifattura italiana (il grande "occhio" del coro del Duomo, del 1288), sia nella tarsia lignaria, sia nel commesso marmoreo, che ha lasciato nel pavimento del Duomo un monumento unico nel suo genere per vastità di dimensioni e genialità fantastica; mentre nella miniatura si riflettevano in tono minore, ma con squisita raffinatezza, le vicende stilistiche della pittura. L'arte senese, ove si eccettui l'architettura, è quasi esclusivamente di soggetto sacro, anche quando essa non fu destinata a dotare ed abbellire le chiese: ed il tema prediletto degli artisti senesi, in ogni tempo, fu quello della Madonna, la quale, solennemente proclamata patrona e avvocata della città alla vigilia della battaglia di Monteperti (1260), fu sempre oggetto di fervidissimo culto da parte del popolo e dei reggitori della Repubblica. Vedi tavv. XXXIV-XXXVI.

BibL.: G. Della Valle, Lettere senesi, I-III, Venezia 1782Roma 1786; L. Colotti, Arte senese, Treviso 1906; P. Schubring, Die Plastik Sienas im Quattrocento, Berlino 1907; C. Weigelt, La pittura senese del Trecento, Bologna 1911; V. Lusini, Il divano di S., I, Siena 1911, II, ivi 1939; L. Olcott - W. Heywood, Guido to S., $2^{2}$ ed., ivi 1924; E. Cecchi, I Trecentisti senesi, Roma 1928; H. Edgell, A Hist. of Sienese Painting, Nuova York 1932; C. Brandi, I Quattrocentisti senesi, Milano 1940; E. Carli, Scultura lignea senese, Milano-Firenze 1951. Enzo Carli

SIENHSIEN, diocesi di. - Nella parte centrale della provincia del Hopelı, nella Cina settentrionale.

Fu eretta, con il nome di vicariato apost. di Pechine-meridio-orientale (e in seguito designato anche con quello di Celi meridio-orientale), il 30 maggio 1856 , per divisione della diocesi di Pechino, soppressa in pari data, e fu affidata alla Compagnia di Gesù che, per il lavoro missionario, vi manda i religiosi della provincia regolare di Champagne. Il 3 giugno 1921 cedette territorio al vicariato apost. dello Sbantung meridionale (v. YERCHOW), il 3 dic. 1924 prese nome dalla città di S., il 24 maggio 1933 cedette 10 sottoprefetture civili per l'erezione di Yungnion (v.); l'11 apr. 1935 ne cedette altre 7 per l'erezione di Taming (v.) e il 24 apr. 1939 con un'ultima divisione

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dette vita alla prefettura apost. di Kinghsien (v.). L'11 apr. 1946, con l'erezione della gerarchia episcopale in Cina, fu elevata a diocesi suffraganea di Pechino.

Ha un'estensione di 8400 kmq . di 30 giugno 1947 , su una popolazione totale di ca. 2.000 .000 di ab., i cattolici erano 61.600; 44 i sacerdoti cinesi e 8 gli esteri; 35 i seminaristi maggiori e 52 i minori; 12 fratelli laici cinesi e 3 esteri; 110 suore indigene e 12 estere. Gli avvenimenti politici avevano già distrutto o fatto chiudere, alla data suriferita, le opere di assistenza e le scuole.

Al momento della sua erezione, nel 1856, S. comprendeva 41 sottoprefetture civili con 9505 fedeli, distribuiti in 132 cristianità; vi lavoravano tre gesuiti e due sacerdoti secolari cinesi. Nonostante ostacoli di ogni sorta lo sviluppo fu subito notevole e si accentuò ancora dopo la persecuzione dei Boxers (1900), nella quale furono massacrati 5 missionari e 4500 fedeli: nel 1870 i cattolici erano 19.612 , saliti a 50.475 nel 1900 , a 102.390 nel 1920 e a 130.910 nel 1929 .

Bibl.: GM, p. 208; Annuaire de l'Eglise cath. en Chine 1948, Shanghai 1948; MC. 1950, p. 314. Adamo Pucci

SIENKIEWICZ, ILENRYK. - Scrittore polacco, n. a Wola Okrzejska il 6 maggio 1846, m. a Vévey il 15 dic. 1916.

Di famiglia nobile visse nelle campagne paterne, sino al termine degli studi. Fu nell'America del nord, visito la Francia e l'Italia, pubblicando frattanto novelle, romansi, corrispondenze giornalistiche. Alternò poi i soggiorni a Varsavia con viaggi in Turchia, Africa, Grecia Spagna, Italia. Allo scoppio della prima guerra mondiale costituì in Svizzera, insieme con il Paderewski, il Comitato di soccorso per polacchi, adoprandosi con tutti i mezzi per la liberazione della patria.

L'opera letteraria del S. è vasta e multiforme e suscitò consensi in tutto il mondo. Ai suoi inizi, nell'epoca della maggiore fioritura del positivismo, il S. ne subì l'influsso (No morse [Invano] e varie novelle). Ma ben presto la tradizione romantica lo attrasse; la nostalgia per la vita del passato pervade la delicata novella Hania; quella della patria lontana nel cuore dell'esule gli dettò Latornik (Il guardiano del faro), giustamente ritenuto un capolavoro. La prima grande opera è la Trilogia, i tre romanzi cioè in cui rivive la Polonia del periodo fra il Seicento e il Settecento, nell'epoca più movimentata della sua storia, che comprende la guerra cosacca (Ogniem $i$ mieczem [Col ferro e col fuoco]), l'invasione svedese (Potop [Il diluvio]) e la guerra tartara (Pan Michot Wolsdytowski): la grandiosità dell'azione, in cui si muovono popolc e guerrieri, le figure disegnate in piena luce, la vivacità del racconto sono mirabili. L'arte dello scrittore apparve un'unica cosa col suo patriottismo, di cui doveva dare tante prove, lottando contro la snazionalizzazione tentata in Posmania (Z pamiętnika poznañskiego nau czytiela [Dal diario di un maestro di Posmania]), contro l'espropriazione delle terre parimenti sottoposte ai Tedeschi, già combattuti dai Polacchi al tempo dei Cavalieri Teutonici : argomento questo che gli ispirerà più tardi il romanzo Krzyzacy (I Crociati).

Dopo due romanzi di soggetto moderno: Rodzina Polanieckich (La famiglia P.) e Bez dogmatu ([Senza dogma], spietata analisi dello sfacelo portato dalla mancanza di principi morali) il S. pubblicava nel 1896 il Quo vadis? racconto dei tempi di Nerone. Nel contrasto fra le opposte forze, paganesimo e cristianesimo ai suoi albori, nella ricchezza di vita dei personaggi storici e di quelli creati dalla fantasia dell'autore, nella bellezza della narrazione e nello spirito altamente religioso pur nella semplice umanità dell'intreccio è la ragione del successo strepitoso ottenuto dal Quo vadis? che fu tradotto in tutte le lingue.

L'opera posteriore del S. ha minore importanza: Na polis chowdy (Sul campo della gloria) è l'unico romanzo di una seconda trilogia da lui progettata. Wiry (Turbini) ha per soggetto l'insurrezione polacca del 1863; Legjony fu lasciato incompiuto; un'opera sola è all'altezza delle migliori: W pustyni i puszezy (Per deserti e per foreste) che fa parte dei capolavori della letteratura per ragazzi. Del S. sono pure pubblicate le lettere di viaggio, fra
cui alcune dall' Italia che ammird ed amó. Gli scritti del S., ammirevoli per chiarezza e nobiltà di stile, mostrano ora particolare padronanza della lingua: fluida e viva quando si tratta di argomenti moderni, ha sapore arcaico sulle labbra dei personaggi della Trilogia che parlano il polacco del ' 600 , storicamente documentato, e assume classica bellezza nel Quo vadis?

Bibl.: T. Zieliński, Idea polska w dziełach H. S. (- L'idea polacca nelle opere di H.
![img-47.jpeg](img-47.jpeg)
(da H. S., Wita Pity tud Swied, Londra 1866. Ter. contro il [concrepiste] Sienkiewicz, HenrYE - Ritratto.
S. $\%$, Varsavia 1920; K. Woicickowski, H. S., ivi 1925; A. Brotarski, Stanusch - Quo vadis? - do literatur romänskich (r Rapporti del Quo vadis? con le letterature romanze -), Poznan 1926; Iridion, quaderno di cultura polacca, nn. 1, 2, 3 (intestamente dedicato a H. S.), Roma 1946. Per la completa bibl. delle tradd. da H. S. e per gli studi critici in Italia, cf. M. Bersano Begey, La Polonia in Italia, Torino 1948, nn. 1031-1305. Marina Bersano Begey

SIERO DELLA VERITÀ : v. NARCOANALISI.
SIERLOGIA : v. MICEOBIOLOGIA.
SIERRA LEONE. - Possedimento britannico della Guinea, chiuso fra la Liberia e la Guinea francese.

Consta di una piccola colonia ( 702 kmq ., 124 mila ab.) sulla costa, e di un protettorato ( 71.654 kmq ., con 1,9 milioni di ab.) che interessa il rimanente territorio. Dal piatto litorale orlato di lagune il territorio sale nell'interno fin oltre i 1000 m . Foresta e savana fanno posto, localmente, a piantagioni, che producono riso, orzo, manioca e soprattutto palma da olio. Il sottosuolo fornisce oro, diamanti, platino, cromite, e, di recente, ematite, i cui depositi appaiono considerevoli. Gli abitanti (oltre 2 milioni) sono per la maggior parte sudanesi. Freetown ( 90 mila ab.), con un buon porto, è la capitale della colonia.

Per l'evangelizzazione v. Freetown.
Bibl.: F. W. Butt-Thompson, S. L. in history and tradition, Londra 1926; N. N., An Outline of ten-year plan for the development of S. L., Freetown 1946. Giuseppe Caraci

SIERRO, CANDIDO (Agostino Giuseppe). - N. il 18 marzo 1840 a Hérémence (Vallese, Svizzera) e m. in Brasile nel 1874.

Entrò dai Cappuccini nel 1839 , ove ebbe il nome di Candido. Ordinato sacerdote nel marzo del 1864, giunse nel maggio del 1870 nel Brasile, dove fu incaricato della fondazione di una missione nel bacino del rio Campim. Il 15 ag. 1871 fondò il villaggio Aldea de Assumpçao, riunendovi una sessantina di famiglie di Indi, a cui fece dissodare la foresta vergine, e nel frattempo li preparava al Battesimo con l'istruzione catechistica quotidiana, con solenni cerimonia di culto e la recita del Rosario ogni sera. Dopo sei mesi i primi 150 Indi furono battezzati. Nel 1872 S. passò il villaggio ad un confratello e dopo un viaggio di 30 km . contro corrente arrivò dagli Indi Turuyani, presso i quali ottenne eguali risultati. S. fu poi nominato vice-prefetto della provincia cappuccina di Pernambuco e pensò di erigere stazioni missionarie in tutto il bacino del rio Campim. Ai primi del 1874 si trasferi presso gli Indi Amanayés, i quali però erano stati istigati contro il missionario da un commerciante bianco. La prima notte dopo il suo arrivo alla fine di genn. o al principio di febbr. fu trucidato dagli Amanayés.

Bibl.: A. Jann, Candidus S., ein Indianermissionar, Stanz 1915. Nicola Kowalsky

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(Int. Enc. Catt.)
Sigeberto di Gembloux - Incipit della Hystoria o Chronicon universale, cod. Urb. lat. 395, fol. 232 (sec. 2iv) - Biblioteca Vaticana.

Sifilino, Giovanni VIII, patriarca di Costantinopoli. - N. fra gli aa. ioro e ioi2 a Trebisonda, m. il 2 ag. 1075 a Costantinopoli.

Fu direttore della sezione giuridica dell'Accademia imperiale di Costantinopoli. Elevato alla dignità di patriarca nel 1064 sviluppò riforme ecclesiastiche nella legislazione matrimoniale e si distinse per lo zelo pastorale; si affaticò anche per l'unione degli Armeni. Michele Psello ne tenne il discorso funebre a cagione delle strette relazioni avute con lui; come S. aveva introdotto Michele Psello nella scienza giuridica, così questi gli insegnò la filosofia. S. lasciò omelie e decreti (PG 120, 1201-92).

Bint.: V. Grumel, Les regestes des actes du patriarcat de Constantinople, I, 3, Parigi 1947, nn. 893-906, pp. 20-27; Krumbacher, 435-44; H. Fuchs, Die höheren Schulen von Konstantinopel im Mittelalter, Lipsia 1926; E. Stollreiter, Johannes VIII. Xiphilinos, in LThR. V, col. 537. Giorgio Hofmann

SIGEBERTO di Gembloux. - Benedettino, n. ca. il 1030 presso Gembloux, m. ivi il 5 ott. 1112. Insegnò per più di 20 anni nella scuola monastica di St-Vincent di Metz, poi tornò per lo stesso incarico nell'abbazia di Gembloux (diocesi di Namur), dove aveva ricevuta la sua prima educazione e preso l'abito benedettino. Quantunque passasse per monaco pio, di costumi intemerati e fosse vissuto nella diocesi di Liegi con la fama di zelante riformatore da alcuni dei suoi vescovi, si lasciò tuttavia sviare dal suo particolarismo liegese e dalla sua mentalità di conservatore fino ad un'opposizione violenta contro i decreti di Gregorio VII.

La sua Apologia contra eos qui calumniantur missas coniugatorum sacerdotum è un'interpretazione errata del pensiero del Pontelice. Più premuroso della indipendenza di Liegi che non della difesa dell'imperatore Enrico IV, S., nella sua Epistola Leodicensium adversus Paschalem
papam, protesta contro l'invito di Pasquale II al conte Roberto di Fiandra di rivolgere le sue armi contro quelli del clero liegese, che erano fedeli all'imperatore Enrico, e oppone alla S. Sede l'autorità episcopale. I pregiudizi di S. intaccano anche, in parte, la sua opera storica, che è pure degna di interesse; oltre ad un Chronicon universale e un De viris illustribus, gli si devono la continuazione dei Gesta obbatum Gemblocensium; una doppia Vita s. Lamberti, protettore della sua patria, e varie altre biografie. Per tutte queste opere poté attingere copiose informazioni dalla rinomata biblioteca del suo monastero.

Scrittore dallo stile chiaro e puro, S. deve essere annoverato, secondo il p. E. da Moreau, tra gli scrittori più eruditi e colti del medioevo.

Bibl.: le opere di S. sono riprodotte in PL 160, 1-830; cf. anche E. Sackur, in MGH, Libelli de lite, II, 1892, pp. 436-64 e S. Balau, Les sources de l'histoire de Litge au moyen âge (Mém. de l'Acad. roy. de Belgique, 61), Bruxelles 1903; G. Hirsch, De vita et scriptis Sigeberti, monachi Gemblocensis, Berlino 1841; A. Cauchie, La querelle des investitures dans les diocèses de Liège et de Cambrai, 2 voll., Levonio 1890-91; Manitius, III, pp. 332-50; E. de Moreau, Hist. de l'Eglise en Belgique, II, $2^{\text {e }}$ ed., Bruxelles 1942, pp. 42-60. Guglielmo Mollat

SIGIERI di BrabanTE. - Filosofo belga, forse discepolo d'Alberto Magno, contemporaneo di s. Tommaso, del quale fu avversario nell'interpretazione del pensiero d'Aristotele. Poche notizie si hanno intorno alla sua vita. Lo si trova la prima volta coinvolto nei torbidi universitari del 1266 a Parigi, maestro nella Facoltà delle arti, membro della «nazione» piccarda e accusato d'esser trasceso a vie di fatto.

Intorno al 1270 egli doveva essere il più noto d'un piccolo gruppo di maestri, i quali, perché ritenevano Aristotele doversi intendere alla maniera d'Averroè, si dissero averroisti (v. averroismo). I tredici caposaldi di questo aristotelico averroistismo furono oggetto d'una prima condanna pronunciata il io dic. 1270 dal vescovo di Parigi (Chartul. Univers. Paris., I, pp. 486-87). Dello stesso anno, e forse anteriore a questa condanna, pare sia il Tractatus de unitate intellectus contra averroistas di Tommaso, che nel cod. monacense lat. Soor, del principio del sec. xiv, è diretto in particolare contra magistrum Sogerum, e nel cod. di Oxford, A. 3. 12, anch'esso del principio del sec. xiv, contra magistrum Sigerum de Barbastia et alias plurinus Parisius regentes anno Domini M. CC. 70 .

Il conflitto fra S. e Tommaso si delinea in questi termini: per quest'ultimo, il pensiero d'Aristotele s'accorda perfettamente con il pensiero cristiano, a condizione che sia liberato dall'interpretazione d'Averroè, "qui non tam fuit peripateticus quam peripateticae philosophiae depravator" (s. Tommaso, De unit. intell., II, 59); per S., invece, Averroè ha ben capito Aristotele, il cui pensiero su molti articoli fondamentali non s'accorda in nessun modo con la fede. L'averroismo agieriano rendeva cosi impossibile l'intento concordistico che s'era proposto l'Aquinate. Il quale insinuò il sospetto che gli averroisti, mentre si trinceravano dietro la loro interpretazione d'Aristotele, in segreto, "in angulis", facessero professione delle dottrine da loro attribuite al filosofo greco. In una riunione di maestri convocati a Parigi il $1^{\circ}$ apr. 1272, nella chiesa di S. Genoveffa, si deliberava, fra l'altro: "Quod si magister vel bachellarius aliquis nostre facultatis passus aliquos difficiles vel aliquas questiones legat vel disputet, que fidem videantur dissolvere, aliquatenus videatur; rationes autem seu textum, si que contra fidem, dissolvat, vel etiam falsas simpliciter et erroneas totaliter esse concedat, et aliter huiusmodi difficultates vel in textu vel in auctoritatibus disputare vel legere non presumat, sed hec totaliter tanquam erronea pretermittat" (Chartul. Univers. Paris., I, p. 409). Questo grave e inopportuno statuto metteva in grande imbarazzo i maestri e baccellieri che dovevano esporre Aristotele, e che si vedevan costretti, quando incappavano in testi o agitavan problemi ermeneutici "que fidem videantur dissolvere», o a ingaggiare polemica contro Aristotele e a dichiarare "semplicemente false e totalmente

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erronee e certe sue dottrine, o a passarle sotto silenzio. Tuttavia S. e i suoi baccellieri si uniformarono al decreto, dichiarando, ogni volta che si trovavano a dover discuter tesi eterodosse, che quelle tesi eran necessaric secondo la filosofia d'Aristotde, ma "semplicemente false" secondo la fede; niente per altro essi facevano per confutarle, poiché il loro compito era quello d'interpreti del pensiero aristotelico, e nemmeno si rassegnavano a tacere. Di qui forse la grave scissione nella Facoltà delle arti, fra la "pars Sigarii» (Chartul., cit., I, pp. 523 e 527) e i suoi avversari, a sedare la quale dovette intervenire il legato papale Simon de Brion, con la sua sentenza del 7 maggio 1275, ove son denunciati molti abusi, ma, a dir vero, non è fatto cenno di dottrine eretiche.

L'accusa di eresia contro S. e alcuni suoi compagni non tardò peraltro ad essere sussurrata, ed egli nel corso del 1276 si affrettò cautamente a ritornare in patria. Ma l'inquisitore di Francia, Simone du Val, lo raggiunse a Liegi, con una formale citazione in data 23 ott. 1276, nella quale erano citati a comparire al suo cospetto, a S. Quintin, "Suggerum de Brabancio canonicum sancti Pauli Leodiensis, et magistrum Gossioynum de Capella canonicum sancti Martini Leodiensis, et magistrum Bernerum de Wiuilla [f. Nivella] canonicum eiusdem, de crimine heresis probabiliter $a_{3}$ vehementer suspectos" (cod. Vat. lat. 3978, f. $82^{\mathrm{v}-83} \mathrm{~s}$, segnalato dal p. Dondaine). Il termine per la presentazione era fissato per la domenica dopo l'ottava dell'Epifania 1277.

Ma intanto papa Giovanni XXI in una lettera al vescovo di Parigi, del 18 genn. 1277, si diceva preoccupato del pullulare in quell'Università di errori in pregiudizio della fede; e l'intervento papale affrettò la condanna, da parte del vescovo e delle autorità accademiche, del 7 marzo 1277, nella quale, insieme con molte proposizioni avverroistiche e altrimenti eretiche, son colpite perfino alcune tesi di s. Tommaso.

Non sembra verosimile che, dopo il 1276, S. sia tornato all'insegnamento a Parigi. Da una notizia raccolta dal continuatore della cronaca di Martino Polono (MGH, Script., XXIV, p. 263) si apprende che, "eo quod quasdam opiniones contra fidem tenuerat, Parisius subsistere non valens, Romanam curiam adiit ibique post parvum tempus a clerico suo quasi dementi perfossus perit". Il che pare accadesse "nella corte di Roma ad Orbivieto ", secondo Il fiore, XCII, 9-11, prima del nov. 1284, sotto il pontificato di Martino IV, che altri non era se non il