pus a clerico suo quasi dementi perfossus perit". Il che pare accadesse "nella corte di Roma ad Orbivieto ", secondo Il fiore, XCII, 9-11, prima del nov. 1284, sotto il pontificato di Martino IV, che altri non era se non il legato pontificio in Francis Simon de Brion.
Per il ritrovamento degli scritti di S., e per l'elenco di questi, sono da vedere la grande monografia del p. P. Mandonnet, che ne intraprese la pubblicazione, e la più recente opera di P. van Steenberghen. Senonché, mentre il primo ha gravato la mano su S., più di quello che si addica ad uno storico spregiudicato, il secondo ha presentato dell'averroista belga un ritratto che, per essere fondato sull'attribuzione a lui di scritti che sicuramente non gli appartengono, mal risponde al vero. Il Mandonnet ha visto in S. l'eretico versipelle che nega come filosofo quello che afferma come credente. Il van Steenberghen invece presenta un S. che, averroista in parenza, vien mitigando a poco a poco il suo primitivo averroismo, e da ultimo (quando?) finisce per convertirsi, almeno nelle tesi principali, al tomismo.
E certo che S. in un primo momento, cioè prima del 10 dic. 1270, negava con Averroè che per Aristotele l'intelletto possibile unico e separato possa dirsi forma del corpo umano, al che non è vera la proposizione: "quest'uomo intende"; quello che intende è l'intelletto, non l'uomo (Egidio Romano, In II Sent., dist. 17, q. 2, a. 1; Giov. di Bsconthorpe, Quodlib., I, q. 1, a. 1). Ma "postquam vidit decretalem ", cioè il decreto di condanna del 10 dic. 1270, questo "venerabile dottore", rivide la sua posizione, cercando di accordare la sua interpretazione d'Aristotele con il decreto vescovile (Giov. di Baconthorpe, loc cit.). Di questo suo sforzo potrebbero esser documento le Quaestiones super $7^{\text {ma }}$ de anima, del Merton College di Oxford, cod. 292 (inedite), dove (q. 1) l'anima razionale è una sostanza o forma composta, risultante dall'intima unione dell'intelletto (unico e separato) con la
parte vegetativo-sensitiva. Anche le Quaestiones de anima intellectiva, edite dal Mandonnet, ammettono che l'anima intellettiva può dirsi forma dell'uomo in quanto "operans intrinsecus et appropriatus ad corpus" (qq. 3 e 7). Un ulteriore passo innanzi S. sembra aver fatto col Tractatus de intellectu, oggi perduto, ma che si leggeva ancora a Padova alla fine del sec. xv. In quest'opera, scritta in risposta al Tractatus de unitate intellectus di s. Tommaso, S. ritornava al concetto dell'anima umana come forma composta dell'intelletto (unico) e della cogitativa (indivividuale) e ammetteva che affatta forma composta possa dirsi sostanziale, inerente al corpo umano e "dans esse homini". Il che non significa affatto evoluzione verso il tomismo, ma interno approfondimento dell'averroismo.
A siffatta dottrina fecero buon viso Tommaso di Wilton, Paolo Veneto (v.), G. Pico della Mirandola (v.), A. Achillini, T. Bacilieri, per qualche tempo A. Nifo (v.) e il Pomponazzi (v.), G. Taiapietra e Antonio Bernardi della Mirandola.
Per il resto, le altre dottrine di S. son quelle accennate nella voce averroismo. Particolare rilievo egli sembra aver dato in un libro De felicitate, anch'esso perduto, alla conoscenza delle sostanze separate da parte dell'uomo e alla teoria averroistica della copulatio dell'intelletto possibile con l'intelletto agente identificato con Dio.
- Magistrum magnum, in philosophia maiorem qui tunc esset Parisius ", lo dice Egidio Romano (loc. cit.) che lo conobbe mentr'era baccelliere. "Sygerus magnus" è detto pure nel cod. lat. 16.222 della Bibl. nazion. di Parigi (I. 74). Dante lo pone nel cielo del sole fra i grandi saggi che illuminarono il mondo cristiano della loro luce, a fianco di Tommaso il quale fa un commosso elogio di lui che fu già suo avversario in terra (Par., X, 133-38).
BibL.: P. Mandonnet, S. de B. et l'averroisme latin au XIIIe siècle (Les philos. belges, 6-7), Lovanio 1908 e 1911 (testo e studio); E. Van Steenberghen, S. d. B. d'après ses oeuvres inédites (ibid., 12-13), ivi 1931 e 1942 con ampia bibl.; G. Busnelli, L'accordo di S. di B. e Tommaso d'A., in Civ. Catt., 1932, III, pp. 120-32; L. Perugini, Il tomismo di S. di B. e l'elogio dan. resco, in Giorn. dant., 26 (1933 [1935]), pp. 103-68; R. Nardi, Il preteso tomismo di S. di B., in Giorn. crit. d. filos. ital., 17 (1936), pp. 26-32; e 18 (1937), pp. 160-64; id., S. d. B. nel pensiero del Rinusc. ital., Roma 1945; id., L'anima umana secando S. d. B., in Giorn. crit. d. filos. ital., 29 (1930), pp. 317-25; id., Un altro sigieriano dei primi del Cinquecento: Geronimo Toiapietra, ibid., 31 (1952), pp. 306-30; E. Gilson, Dante et la philosophie, Parigi 1939, pp. 318-23; id., in Bull. thomiste, 6 (1940-42), pp. 5-22; Ph. Dethaye, S. de B. Questions sur la Physique d'Aristote. Texte inédit (Les philos. belges, 15), Lovanio 1941 (cf. Giorn. crit. d. filos. ital., 24 [1945], pp. 85-89); A. Maier, Nouvelles questions de S. d. B. sur la Phys. d'Arist., in Rev. philos. de Louvain, 44 (1946), pp. 497-513; J. J. Dain, Les comm. de S. d. B. sur la Phys. d'Arist., ibis., 46 (1948), pp. 463-80; A. Maier, Les comment. sur la Physique d'Arist. attribuée à S. d. B., ibid., 47 (1949), p. 334 sgg.; A. Dondaine, Le manuel de l'inquisiteur, in Arch. Fratrum Praedicatorum, 17 (1947), pp. 186-94; C. A. Graiff, S. d. B. Questions sur la Metaphys. Texte inédit, Lovanio 1948 (cf. Risc. de st. di filos., 6 [1951], pp. 8-10).
Bruno Nardi
SIGIERI di Courtrai. - Maestro nella Facoltà delle arti a Parigi nel 1309; poi dottore in teologia nel 1315 e procuratore della Sorbona; m. il 30 maggio 1341, lasciando in legato alla Sorbona otto volumi che contenevano scritti di s. Tommaso.
Il suo nome è legato ad alcuni trattatelli di logica formale, Ars Priorum, Summa modorum significandi " una serie di Piallaciae e Sophismata, argomenti intorno ai quali si aguzzava l'ingegno dei giovinetti che si preparavano ad affrontare lo studio della filosofia naturale. Questa ricerca dei "modi significandi ", largamente diffusa al principio del sec. xiv, tendeva a scoprire la struttura logica comune delle grammatiche proprie d'ogni linguaggio; ma fu screditata dal sorgere della logica nuova occamistica.
BibL.: M. De Wulf, Hist. de la philos. en Belgique, BruxellesParigi 1910, pp. 133-34; G. Wallerand, Les oeuvres de S. d. C.,
## Page 350

(da M. Bresson, Antiquities du Valais. Friburge. di Selcero IIId, taz. 81)
SIGISMONDO, re dei Burgundi, santo, martire - Messa votiva - Sancti Sigismundi regio, per un febbricitante. Metrale di Bobbio (sec. viII) - Parigi, Bibl. naz. ms. lat. 13246, f. 164.
(Les philos. belges, 8), Lovanio 1913; M. Grabmann, Mittelal. Geistesleben, I, Monaco 1926, pp. 104-46. Bruno Nardi
SIGILLO: v. SPragISTICA.
SIGILLO SACRAMENTALE : v. SEGRETO.
SIGISMONDO, re dei Burgundi, santo, martire. - Successe nel 516 a suo padre Gundobaldo. Convertito da s. Avito, vescovo di Vienna, riunì nel 517 il Concilio di Epaone (Yenne, Savoia), per estirpare l'arianesimo dal suo regno.
La gloria apportatagli dal titolo di patrizio, conferitogli dal a basileus e, non compenso tuttavia la sua reale debolezza. Ebbe, infatti, il torto di rompere i rapporti, a causa di uno stupido delitto, con Teodorico, re degli Ostrogoti, di cui aveva sposato in prime nozze la figlia: la sua seconda moglie lo spinse ad uccidere il suo primogenito Sigerico, accusato calunniosamente di congiura. Nonostante che S. si pentisse e facesse penitenza nel monastero di St-Maurice-d'Agaune (Canton Vallese, Svizzera), da lui fondato, nel 515 , l'odio di Teodorico non disarmò. Questi si alleò ai figli di Clodoveo per conquistare e dividere il Regno burgund0; e S., fatto prigioniero da Clodomiro, fu gettato nel 523 con la moglie ed i figli in un pozzo a St-Péravy-la-Colombe, presso Or-
léans (Loiret). La compassione e la pietà popolare hanno fatto di lui un martire e diffuso il suo culto nella Gallia. Il Martirologio geronimiano ed anche il Romano lo ricordano al $1^{\circ}$ maggio. Il suo corpo è conservato in uno splendido reliquiario nell'abbazia di Agaune. - Vedi tav. XXXVIII.
Birl.: fonte essenziale: S. Gregorio di Tours, Historia Francorum, ed. a cura di R. Poupardin, Parigi 1913; G. Kurth, Ste Clotilde, Parigi 1905; Hefele-Lcelerco, II, pp. 1031-42; P. Martin, Etudes critiques sur la Sistite a l'époque méraningienne, Ginevra-Parigi 1910 (v. indice); Martyr. Hieronymianum, pp. 222. 224: Martyr. Romanum, pp. 166-67.
Guglielmo Mollat
SIGISMONDO di LUSSEMBURGO, imperatore. Secondogenito di Carlo IV di Lussemburgo, re di Boemia ed imperatore, e di Maria di Valois figlia di Filippo VI re di Francia, n. a Praga il 15 febbr. 1361. Il padre gli assicurò la corona di Ungheria, S. trovò però grave opposizione in Carlo di Durazzo e solo nel 1387, dopo l'assassinio di Carlo, poté essere incoronato. Il Regno d'Ungheria fu sotto S. ripetutamente turbato dalla minaccia turca: nel 1396 S. fu sconfitto dal sultano Murad a Nicopolis. Anche con Venezia ebbe a combattere ripetutamente ed invano per il possesso della Dalmazia e del patriarcato di Aquileia.
Eletto re dei Romani il 20 sett. 1410 , fu riconosciuto da tutti il 21 luglio 1411. La sola sua base finanziaria era però il Regno d'Ungheria e per farvi assegnamento fu costretto a ricorrere alla grande aristocrazia inagiata ed a favorire la scarsa borghesia delle città ungheresi per trarne denaro; cosi anche non esito ad affermare diritti sui vescovati. La pesantezza fiscale gravando assai sulle classi rurali determinò malcontento e ribellioni. Quanto agli affari dell'Impero, già nel 1411 cederte la marca di Brandeburgo ad un suo fedele partigiano Federico di Hohenzollern, burgravio di Norimberga, creando le basi della potenza di quella dinastia. Preoccupato dalle sorti dell'Ordine teutonico in crisi dopo la sconfitta di Tannenberg, indusse il vincitore Ladislao di Polonia ad una pace mite a Thorn. Ritenendosi in diritto come re dei Romani di provvedere in favore della Chiesa alla cessazione dello scisma, si mise d'accordo con Giovanni XXIII nel colloquio di Como (1413) per un Concilio ecumenico da riunirsi a Costanza il $1^{\circ}$ nov. 1414; ed infatti fu aperto da Giovanni XXIII il 5 nov. 1414. Dopo la decisione conciliare che i tre Papi avversari dovessero rinunciare per ristabilire l'unione, agi energicamente contro Giovanni XXIII che si rifiutava e contro Federico d'Austria suo protettore. Per convincere il papa avignonese Benedetto XIII a cedere, l'Imperatore si recò sino a Perpignano (luglio-nov. 1415). Non riusci nell'intento, però seppe indurre i monarchi spagnoli a sottomettersi al Concilio. Preoccupato del diffondersi dell'eresia ussita in Boemia,

(par. Siguismondo)
SIGISMONDO, re dei Burgund!, santo, martire - Cassa reliquiario di s. S. Arte romanica (sec. xII) - St-Maurice, Tesoro della chiesa abbaziale.
## Page 351
volle che Giovanni Hus si presentasse al Concilio e gli accordo un salvacondotto. Incoraggio però il Concilio a combattere l'eresia, assistette al processo di Hus ed approvò la condanna al rogo.
Morto il re di Boemia Venceslao ( 18 ag. 1419), suo fratello, a S. spettava la successione; ma in Boemia ora nobili e borghesi chiesero a S. di riconoscere i quattro articoli proclamati dall'Universita di Praga, caposaldi della loro fede. Il conflitto religioso si complicava con un antagonismo della nazione boema contro la Germania che faceva capo a S. Questi intimò ai ribelli di rientrare nella Chiesa cattolica; la conseguenza fu la ribellione aperta di cui fu centro la cittadina di Hradista che gli ussiti chiamarono Tabor. Il capo militare dei ribelli fu Jan Zizka. S. fece predicare la crociata contro gli eretici da Martino V, e con i principi tedeschi che lo riconobbero re di Boemia organizzò una spedizione militare. Riuscì ad entrare nel Castello di Praga ed a farsi incoronare ( 28 luglio 1420 ) ma subito dopo dovette ritirarsi. Successive spedizioni dei crociati tedeschi fallirono. In Boemia la Dieta proclamò che non riconosceva più S. come re e ne cercò un altro. Vitaldo di Lituania, invitato, inviò il nipote Korybut che fu fatto reggente e poi da una parte dei Ceki fu riconosciuto re; ma presto scoppiò una ribellione anche contro di lui e nel 1427 fu cacciato. Il paese rimase in tutti questi anni senza un vero governo: tra i ribelli si formarono diverse tendenze : contro i taboriti vi furono gli utraquisti e questi perseguitavano altre correnti religiose più avanzate. A Žižka successe nel comando militare il prete Procopio che nel 1427 respinse una nuova spedizione tedesca condotta da Alberto d'Austria genero di S. Allora Procopio passò all'offensiva e le sue bande fanatiche invasero in vari punti la Germania. Trattative di accordo si svolsero solo dopo il 1432 per cura del Concilio di Basilea e di S., con i gruppi ribelli più moderati. Scomparso Procopio in un conflitto interno nel 1434, prevalsero i più moderati e S. si fece mediatore tra il Concilio ed i suoi sudditi. Il 5 luglio 1436 ad Iglau furono firmati i compactata, che ristabilivano in modo equivoco la pace religiosa in Boemia. S. nell'ag. poté finalmente rientrare nel suo Regno. Anche in Germania S. fece scarsissimi soggiorni, dopo chiuso il Concilio di Costanza, destando grande malcontento nei principi che nel 142 I lo minacciarono di deposizione. Coronato re d'Italia a Milano e poi imperatore a Roma (31 maggio 1433) S. pensava poter affermare con nuova energia la sua autorità in Germania. Dopo la sua morte si parlò di una reformatio Sigismundi che avrebbe ridotto il feudalismo, secolarizzato i principati ecclesiastici, abolita la servitù, imposto una rigida disciplina ecclesiastica. Nel suo governo S. seppe affermare il prestigio imperiale notevolmente. Venne a morte a Znaim il 9 dic. 1437 mentre si stava verificando quella rottura tra Eugenio IV ed il Concilio di Basilea che egli aveva cercato di impedire. - Vedi ter. XXXVII.
Bac.: F. v. Bravid, König Sigmund und die Reichskriege gegen die Husziten, 3 voll., Monaco 1872-77; H. Finke, König Sigmunds reichsstädtische Politik, Tubinga 1880; G. Beckmann, Der Kampf Kaiser Sigmunds gegen die werdende Weltmacht der Osmanen, Gotha 1902; O. Schiff, König Sigmunds italienische Politik bis zur Rombahrt, Francoforte 1909; I. Pekal, Zizka a teho doba, 4 voll., Praga 1927-33; K. Kofta, Zizka a husitská revoluce, ivi 1936. Altra bibl. in J. Calmette, L'élaboration du monde moderne, Parigi 1940, p. 230.
Francesco Cognasso
SIGISMONDO I Jagellone, detto il Vecchio, re di Polonia e granduca di Lituania. - Figlio di Casimiro e di Elisabetta di Asburgo, n. a Cracovia il $1^{\circ}$ genn. 1467, m. ivi il $1^{\circ}$ apr. 1548, fu eletto al trono di Lituania il 20 ott. e a quello di Polonia il 9 dic. 1506, grazie alla fama di abile amministratore, guadagnatasi nel Ducato alesiano.
Saggio e previdente, giusto e leale, di notevole intelligenza, mancò però di sufficiente energia ed iniziativa e di un'ampia visione delle necessità del paese. Egli salì al trono in un periodo particolarmente grave e delicato: si addensava contro la Polonia la minaccia di una coalizione fra Russia, Austria, Ordine Teutonico, Tatari e Turchi - ben decisi, come quasi tre secoli più tardi, a

(da J. Boson. Paléographic calldotaine, II, Aosta Dál, p. 16) Sigismondo di Lissaburgho, imperatore - Sigillo grande di S. appeso a un privilegio dell'Imperatore per i Canonici di S. Orso ( 16 luglio 1418 ) - Aosta, archivio della collegiata dei SS. Pietro e Orso.
trovare una soddisfazione ai loro contrasti reciproci a danno della Respublica nobiliaris polacca - mentre all'interno la nobiltà si era fatta sempre più riottosa e intendeva dominare lo Stato, asservendo a sé il potere regale.
In queste condizioni S. cercò di affrontare con prudenza e separatamente tutti i suoi nemici : per prima cosa attaccò la Moscovia, e, fra il 1507 e il 1537 , tre successive guerre, pur senza condurre a una decisione, aprirono la strada a soluzioni future e ad una tregua di 5 anni; intanto nel 1515 era riuscito ad appianare ogni divergenza con l'Austria e così, isolato l'Ordine Teutonico, nel 1520 ne sconfisse il gran maestro Alberto di Hohenzollern, ne approvò la secolarizzazione e nel 1525 il duca Alberto ricevette la Prussia orientales come vassallo della Polonia. Vigilante infine contro le scorrerie tatare, batté la Moldavia, vassalla dei Turchi. D'altro canto, in politica interna, S. non riusci ad imporsi alla nobiltà, che, nel 1537 , in piena campagna contro la Moldavia, lo costrinse a garantire la libera elezione dei re e a non permettere nessuna modificazione della legge elettorale. Al di là di questi problemi e difficoltà, il suo regno è soprattutto caratterizzato dal rapido affermarsi della civiltà del Rinascimento in Polonia, grazie allo splendido mecenatismo del Re e all'attività della sua seconda moglie Bona Sforza, che ebbe grande ascendente presso S. e molta ingerenza nella vita politica. La rivoluzione protestante penetrò in Polonia verso la metà del regno di S. attraverso la borghesia mercantile, soprattutto tedesca, di Danzica e della Prussia orientale e S., profondamente cattolico, si oppose con ogni mezzo alla sua diffusione, che toccò la sua stessa corte. Tuttavia, nel complesso, quando chiuse gli occhi a Cracovia S. non aveva risolto stabilmente nessuno dei problemi di politica estera o interna dello Stato polacco-lituano ed essi si ripresenteranno, aggravati, dopo la sua morte.
Bac.: A. Pawidzki, Mlodo lata Zygmunta Starego (r-Juni di giovinezza di S. il Vecchio -), Varsavia 1893; L. Finkel, Ebchcyja Z. I, Cracovia 1910; K. Morawski, Czacy Zygmuntowskie (r I tempi di S.-I, ivi 1912; A. Denkióska, Zygmunt I, Poznań 1948; W. Pociecha, Zygmunt I. ( $1306-4^{2}$ ), in Cumbridge history of Poland, I, Londra 1950.
Angelo Tamborra
SIGISMONDO II Jagellone, re di Polonla e granduca di Lituania. - Figlio di re Sigismondo I e di Bona Sforza, n. il $1^{\circ}$ ag. 1520 a Cracovia, m. il 7 luglio 1572 a Knyszyn.
## Page 352

Sionorelli, luca - Angioli con le trombe. Particolare della Riturrezione dei morti, affresco nella Cappella Nuova del Duomo (1499-1504) - Orvieto.
Prima della morte del padre (1548) aveva già amministrato il Granducato di Lituania e mostrato interesse per la riforma protestante; fu in corrispondenza con Melantone e con Calvino, tenne presso di sé, alla corte di Vilna, predicatori protestanti e mantenne cordiali rapporti con i sovrani luterani; ma tale intesa con gli eretici fu improvvisamente rotta dal matrimonio segreto del sovrano con Barbara Radziwill (1547), al quale si oppose la nobiltà polacca di tendenze protestanti, che ne richiese l'annullamento nella Dieta di Piotrkòve del 1548: si temeva da parte polacca di un'accresciuta influenza della nobiltà lituana sul governo. Con l'appoggio degli alti dignitari della Chiesa cattolica S. riuscì tuttavia a spezzare l'opposizione ed a far incoronare Barbara il 7 dic. 1550 nella cattedrale di Cracovia e promise di accordare particolare aiuto alla Chiesa cattolica, ma in realtà tollerò che predicatori protestanti, tra cui anche diversi italiani, propagassero le idee della riforma. In politica estera mantenne relazioni di buon vicinato con gli Asburgo e si oppose ai tentativi russi, danesi e svedesi di occupare la Livonia. Con il 'Trattato di Lublino del $1^{\circ}$ luglio 1569 all'unione personale tra Polonia e Lituania fece subentrare un'unione reale, fondata sul re e sul Seym (Dieta degli Stati). - Vedi tav. XXXVII.
Bibl. K. Völker, Kirchengesch. Polens, Berlino-Lipsia 1920, p. 149 sgg. con bibli.; D. Cantimori, Eretici ital. del Cinquecento, Firenze 1939, passim; J. Pajewski, Zygmunt August and the Union of Lublin 1346-72, in Cambridge History of Poland, I, Cambridge 1930, pp. 348-68. Silvio Furiani
SIGISMONDO III Vasa, re di Polonia e di Svezia. - Figlio di Giovanni III, re di Svezia, e di Caterina Jagellonica, n. il 20 giugno 1566 a Gripsholm (Svezia), m. il 30 apr. 1632 a Varsavia.
Fu eletto re di Polonia nell'ag. Alla morte del padre, nel 1592, riusci a farsi incoronare anche re di Svezia, dando garanzia di rispettare i deliberati del Sinodo di Uppsala del 1593, che introduceva in Svezia gli articoli della confessione augustana. S., che invece era fautore deciso e convinto della Riforma cattolica nei paesi nordici, si trovò ben presto in lotta con i suoi sudditi d'oltre Baltico. Dopo aver tentato invano di conquistare la Svezia nel 1598 con un esercito, fu dichiarato l'anno dopo decaduto dal trono. Tutta la successiva politica estera di S. fu tesa a recuperare la corona svedese, ma ogni suo sforzo fu vano. Soprattutto dopo l'avvento al trono di Gustavo Adolfo, S. non solo perse ogni speranza di ritornare sul trono del padre, ma la stessa Polonia, coinvolta in questa lotta dinastica, ne subì le conseguenze: la Pace di Altmark (1629) con l'acquisto della Livonia garantì infatti alla Svezia il predominio sui Baltico. S. durante tutto il suo regno fu un sincero, attivo e deciso sostenitore della fede cattolica. La perdita della corona svedese da una parte, e l'opposizione politica dei protestanti nella stessa Polonia dall'altra, o rafforzarono nella decisione di patrocinare in ogni modo la controriforma e di concedere ogni appoggio ai Gesuiti.
Bibl.: F. Nowak, Sigismund III, in Cambridge history of Poland, I, Cambridge 1930, pp. 431-74. Su S. re di Svezia cf. E. Hildebrand, Sveriges hist. till vdva dagar, V. Stoccolma 1923, pp. 207-307; H. Holmquist, Svenska byrkans hist., III, II, ivi 1933, pp. 146-242. Sull'elezione di S. in Polonia cf. H. Biaudet, Siate-Quint et la candidalure de Sigismund de Suède an trône de Pologne en 1587, Helsinki 1910; id., Les origines de la candidature de Sigismund Vasa au trône de Suède en 1587, in Annales Acad. Scivut. Fennicae, serie B. 1611, II, n. 10; id., Le premier séjour de Sigismund Vasa en Suède 1595-94, ibid., 28 (1933), fasc. 2. Silvio Furiani
SIGLE : v. abbreviazioni.
SIGNORELLI, Luca. - Pittore, n. a Cortona ca. la metà del sec. xv, ivi m. il 16 ott. 1523. Ricordato fin dal 1470 , si forma presso Piero della Francesca, come dimostrano i resti di affresco della Torre detta del Vescovo a Città di Castello, ai quali sono stilisticamente affini alcune Madonne (tavola del Fine Arte Museum di Boston; della Christ Church Library di Oxford; della collezione Villamarina di Roma), già ascritte a Piero della Francesca.
Naturalmente incline verso forme di plasticismo dinamico, evidenti sin dalla giovanile Annunciazione, già in casa Da Monte a Gragnone, il S. non tarda ad abbandonare la solenne stasi pierfrancescana per una sintesi figurativa, che prelude a Michelangelo, nella quale la grandiosità formale e compositiva si avvalora di un modellato energico e scattante di ascendenza fiorentina e in particolare pollaiolesca, attinto durante un suo probabile soggiorno a Firenze ( 1470 cs .). Tali sono i caratteri della Madonna del latte e della Plagiolazione (1470-73 ca.; Pinacoteca di Brera, Milano). Il repertorio delle suggestioni fiorentine del S. appare arricchito quando egli (1479-81), con la collaborazione del Perugino (che gli fu condizcepolo alla scuola di Piero della Francesca) e di Bartolomeo della Gatta, attende alla decorazione ad affresco della sagrestia della Cura della basilica di Loreto (Angeli nuclei, gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa negli spicchi della vòlta; gli Apostoli, l'Incredulità di s. Tommaso e la Conversione di Paolo negli scomparti delle pareti) dove gli angeli alla tipologia verrocchiesca uniscono un fluire serpentino delle vesti desunto dal Botticelli. La personalità del S. si manifesta peraltro nella grandiosità plastica della costruzione formale e nel luminismo della Conversione di s. Paolo che, se non si può spiegare senza il precedente del Sogno di Costantino di Piero, se ne distacca per il suo valore di folgorante apparizione congeniale allo spirito del dinamismo signorelliano. Chiamato a Roma per la decorazione della Cappella Sistina (14801481), il S. vi eseguil l'affresco con il Testamento e la morte di Maaé, aiutato probabilmente ancora da Bartolomeo della Gatta e dal Perugino. Più significativi sono i dipinti di cavalletto eseguiti nel periodo immediatamente successivo, nei quali il S. appare intento alla creazione di un'umanità d'eccezione, fortemente definita attraverso contorni incisivi e luci dure e sbalzanti : la
## Page 353
pala di Perugia ( 1484 , Museo dell'Opera del Duomo), monumentale architettura di corpi, quasi sbalzati nel bronzo, contro il fondo di dorata luminosità; l'Educazione di Pan (post 1488) del Museo di Berlino, dove l'esaltazione del nudo in corpi compatti, modellati dalla luce, non va disgiunta da una romantica interpretazione del mito classico; la monumentale Circoscrizione di Londra (National Gallery, 1492-94 ca.); lo Stendardo di Urbino (Pinacoteca, 1494); la Madonna con i due Profeti degli Uffizi, il cui fondo, con ignudi maschili in un paesaggio roccioso (che aspiro probabilmente quello della $S$. Famiglia di Michelangelo nel tondo Doni), ritorna nel vigoroso ed incisivo Ritratto di uomo del Museo di Berlino; la Madonna di Monaco (Alte Pinakothek); la S. Famiglia ( 1495 ca.) degli Uffizi e quella della Galleria Rospigliosi di Roma. Una più intensa drammaticità e un esasperato realismo nella definizione dei tipi caratterizza, anche attraverso gli squilibri dovuti all'intervento di collaboratori, gli affreschi con le Storie di s. Benedetto eseguiti dal S. nel 1497 nel convento di Monte Oliveto Maggiore presso Siena; drammaticità che, avvalorata dalla vibrazione della luce, anima anche le predelle con la Natività del Battista del Louvre e le Storie della Passione e di s. Caterina appartenenti allo smembrato polittico del 1498 già in S . Agostino di Siena (i cui laterali sono al Museo di Berlino) e congiunta al suo idealizzato compatto senso del nudo e ad accenti di spictato realismo, culmina nel grandioso ciclo a fresco della cappella di s. Brizio nel duomo di Orvieto, che offri spunti a Michelangelo per il Giudizio della Statina. Iniziata dal Beato Angelico nel 1447 in due vele del soffitto, la decorazione della cappella di S. Brizio fu completata dal S. tra il 1499 e il 1504 , non senza l'aiuto di collaboratori. Nelle rimanenti sei vele della vòlta il S. rappresentò le Falangi Angeliche, gli Apostoli, i Dattori della Chiesa, i Patriarchi, i Martiri e le Vergini, raggruppati in

(fei. Alinarit
Signorelli, luca - La Vergine con Figlio e Santi - Firenze, Uffizi.
cori solenni; nella parte superiore delle pareti dipinse la Predica dell'Anticristo (i due personaggi a sinistra sono i ritratti del S. e del beato Angelico), il Finimondo, la Ritorrezione dei morti, le Pene dei dannati, il Paradiso e l'Inferno, l'Incoronazione degli Eletti; nello zoccolo, infine, la decorazione si completa con una fascia a grottesche adorna di Filosofi e Poeti dell'antichità e di tondi a monocromo illustranti episodi tolti dall'Averno classico e dai primi 11 canti del Purgatorio dantesco. Allo stesso momento stilistico e cronologico appartengono la Deposizione di Cortona ( 1502 , affine per la composizione a quelle della Collegiata di Castiglion Fiorentino e della stessa cappella di S. Brizio ad Orvieto), la Crocifissione con la Maddalena degli Uffizi, nonché gli affreschi di S. Crescentino a Morra (Storie della Passione), già ritenuti opera giovanile. Nelle ultime opere, per influsso del Perugino, di Raffaello e di Timoteo della Vite, il S. si volge verso colori più chiari e forme più aggraziate (Pala di Brera, 1508; Comunione degli Apostoli nel duomo di Cortona, 1512). La S. Famiglia degli Uffizi è riprodotta a colori alla v. sacra famiglia. - Vedi tav. XXXVIII.
Bibl.: L. Dussler, s. v. in Thieme-Becker, XXXI (1937), pp. 12-14 (con letter. prec.); B. Berenson, Drawings of florentine painters, I, Chicago 1938, p. 30 sgg.; II, p. 328 sgg.; III, fig. 93 sgg.; G. Fiocco, Pordenone und S., in Pantheon, 21 (1938), p. 114 sgg.; O. Marziani, Predelle del S., in L'Arte, 13 (1942), p. 25 sgg.; E. Carli, L. S. Gli affreschi nel duomo di Orvieto, Bergamo 1946; B. Berenson, Metodo e attribuz., Firenze 1947, p. 195 sgg.; R. Robert, L. S.'s - School of Pan-, in Gazette des Beaux Arts, 33 (1948), p. 77 sgg.; M. Salmi, L. S. a Morra, in Riv. d'arte, 26 (1950), p. 131 sgg.
Amalia Mezzetti
SIGNORIELLO, Nunzio. - Filosofo necessidastico, n. a Napoli nel 1831, m. ivi l'1 1 ott. 1889. Scolaro del Sanseverino (v.), e come lui professore nel Liceo arcivescovile di Napoli, ne seguì l'indirizzo, efficacemente cooperando al rinnovamento della filosofia scolastica.
Condusse a termine l'opera del Sanseverino Philosophia christiana cum antiqua et nova comparata, pubblicandone il III vol. e ne fece un compendio in due volumi pregevoli per la sicurezza della dottrina, la densità del contenuto e la chiarezza dell'esposizione. Ma il suo nome è soprattutto legato al Lexicon peripateticum philoso-phico-theologicum (Napoli 1854), composto con grande diligenza e sicura informazione, che ebbe numerose edizioni anche recenti (Roma 1931).
Bibl.: Hutter, V. II, col. 1427; P. Naddeo, Storia della filosofia, II, Salerno 1940, p. 363.
Paolo Dezza
SIGNORIE e PRINCIPATI. - Le due parole, e soprattutto la prima, indicano due cose fra di loro legate, ma in realtà ben diverse, cioè la nuova forma monarchica, che prese il governo comunale di molte città italiane a partire dalla metà del sec. xim e insieme il corrispondente periodo della storia d'Italia sino alla caduta dell'indipendenza. Per questa nuova forma monarchica la costituzione comunale viene svuotata di vera autorità ed il potere effettivo si raccoglie nelle mani di un uomo, prima in forma temporanea e straordinaria, poi vitalizia, infine ereditaria. Raggiunta quest'ultima fase, la s. cerca di legittimare la propria autorità, all'infuori dell'originale elezione popolare, ricorrendo alle concezioni imperiali che finiscono con il costituire un p. a tipo feudale. La s. è fatale evoluzione del comune, dovuta alla inaufficienza delle sue istituzioni a mantenere la pace interna e a frenare la violenza delle lotte tra famiglie, partiti, classi che tendono a dominare da sole la città a danno degli avversari spesso espulsi. Questa asprezza delle lotte interne si intensifica con l'allargamento della base politica del comune e la partecipazione di nuovi strati della popolazione al governo, e si aggrava per la minaccia esterna, quando la guerriglia dei fuorusciti si appoggia ai soccorsi delle città vicine e rivali. Allora la gravità del pericolo rende necessaria l'azione di un capo
## Page 354
come in qualsiasi forma di guerra; ed il capo la esercita in difesa della parte da lui condotta alla vittoria. La pressione dei nemici esterni e le insidie di quelli interni, quando non riescono a rovesciare questa situazione, concorrono ad allargare i poteri del capo e infine a dar ad essi legalità con il conferimento di un titolo che ne qualifichi la funzione, e con decreti che ne fissino l'autorità, presto illimitata.
Questa origine delle principali s., in funzione di difesa di una situazione interna, esclude la violenza e l'intrigo personale, in quanto l'opera, certo ambiziosa, del capo, si confonde con gli interessi del partito più forte. Il fenomeno si inizia verso la metà del sec. xiri per l'acuirsi delle lotte interne delle città durante e a causa del conflitto tra Federico II e i Comuni, e se ne vedono i primi segni nell'elemento popolare e guelfo, p. es., a Milano quando i della Torre divengono spesso anziani della Credenza di S. Ambrogio per essere rovesciati solo nel 1278 dai nobili e ghibellini che acclamano signore l'arcivescovo Ottone Visconti. Lo stesso elemento guelfo, cacciando Salinguerra, capo del partito avverso, riconduce, con l'aiuto veneto, a Ferrara nel 1240 Azzo VII d'Este, che fino alla morte avrà una forte preminenza, mentre il titolo di signore fu invece dato a suo nipote Obizzo (1264). Antecedente a questa vi sarebbe la s. di Ezzelino da Romano su Verona (1232) e poi Vicenza e Padova, ma essa, di fatto, si appoggia sulle forze dell'imperatore Federico II, che vuol cosi sicura la via verso la Germania. Solo dopo la sua morte si svolge libero il gioco delle forze interne, che presto si dànno un capo in Mastino della Scala a ucciso lui (1277), al fratello Alberto, eletto a succedergli, vien dato il titolo di capitano e rettore dei gastaldioni dei Mestieri e del popolo di Verona, che indicava che egli doveva difendere il predominio del popolo organizzato nelle Arti contro le antiche famiglie fuoruscite.
La s. in ogni città dove sorse ha origini varie, secondo le condizioni locali, ma dovunque comune il bisogno di pace sia pur con l'espulsione degli avversari e la tenace lotta per tenerli lontani: conseguenza di quello spirito di intolleranza e di monopolio della libertà politica per la propria parte, proprio del medioevo e dell'età comunale, nella quale spesso è affermata la identità della parte con il comune («quae pars est Comune»). Talora appunto l'ufficio di signore è mascherato con il titolo di "conservatore della pace» dato a Bologna a Taddeo Pepoli (1337). Nei rapporti con il comune è logico che la s. lasci sussistere Consigli, magistrature e persino la individualità patrimoniale; e la creazione e la successione di essa è legittimata da una elezione, anche se talora succede a una prima proclamazione cui han contribuito le armi. Fra le prime facoltà concesse al signore vi è l'arbitrio e la bailia, cioè un potere superiore alla costituzione, potere di cui solo lentamente il nuovo signore fa uso, servendosi piuttosto di forme abili e meno appariscenti. Il prolungarsi della s. si deve allo stringersi attorno al signore degli interessi di persone e famiglie timorose di avere, dal succedere di persone estranee o dal ritorno del regime comunale, grave danno nella posizione e negli interessi, sicché la elezione popolare, sempre di rito, è poco più che una formalità, a meno che non sia in atto una crisi della s. o che l'elezione possa dar adito al malcontento di manifestarsi; ma spesso il signore evitava questo pericolo associandosi da vivo il figlio erede, per mezzo di una elezione anticipata. L'inizio della s. però è esposto a un grave pericolo interno da parte dei compagni antichi del signore, i quali mal sopportano che la funzione, attribuita al loro capo solo per difendere la vittoria comune, si trasformi lentamente in un privilegio personale o familiare che lo innalza e distacca dagli antichi compagni. Ma contro la pericolosa origine popolare, il signore cerca garanzia con una legittimazione della sua autorità in un vicariato imperiale (papale nello Stato pontificio). L'ufficio' poi di vicario imperiale concedeva un potere superiore alle leggi locali e quindi il diritto di modificare gli statuti comunali, facoltà già concessa nell'arbitrium, ma usata sempre con molta prudenza. Il titolo di vicario, sorto già alla fine del sec. xiri, divenne con Enrico VII e i successori un com-
plemento necessario della s., e, per vari motivi, comune nel sec. xiv. Dal vicariato al p. non c'era che un passo, tanto più che in Piemonte duravano ancora s. di origine feudale (Savoia, Monferrato, Saluzzo) : già Lodovico il Bavaro avea creato Castruccio duca di Lucca, ma il fatto decisivo fu la trasformazione della s. viscontca nel 1395 in Ducato di Milano: cosi fortemente per ragioni di prestigio e vanità le varie s. del nord d'Italia ottennero titoli di duchi, marchesi e conti, pagandoli bene all'Imperatore, che già da tempo vendeva a borghesi titoli minori di nobiltà feudale. Così il vecchio signore, che già comanda per una sua autorità effettiva, ora legalmente governa nel ducato o manifestato per concessione imperiale. Quando l'Italia ha di fatto eliminato l'Impero dalla sua vita, vi è la finzione che i nuovi principi italiani del nord esercitino un'autorità legittima solo perché investiti dall'Imperatore: finzione che diventerà fatale quando Carlo V farà valere questi diritti imperiali, che parevano cruotati di valore.
Un processo alquanto diverso segue la formazione della s. in una città come Firenze, dove lo sviluppo più vasto e profondo del regime comunale e delle Arti, e la potente vita mercantile ritardarono di più di un secolo questa evoluzione, perché al bisogno di pace interna, di unità e continuità nella politica estera, nei momenti di crisi si provvedeva, nella prima metà del ' 300 , con i vicariati angioini, che lasciavano intattal'autonomia interna. Quando però il Duca d'Atene (già reggente angioino, eletto in un momento di grave crisi) esorbitò da questi limiti, fu cacciato da tutta la città insorta (1343). Decaduto il Regno angioino, Firenze suppli, dal 1382 , al bisogno di concentrazione dell'autorità e di continuità con una stretta oligarchia mercantile in cui il potere era in pochissime mani. Ma questa s. larvata dietro la finzione comunale, richiede uomini di qualità eccezionali; quando essi vengono a mancare, il regime si efascia e al loro posto sale Cosimo de' Medici, in nome dei popolari, senza le lotte e il sangue delle città settentrionali; ma egli pure deve mantenere la finzione repubblicana, la quale lentamente sarà soppressa, ma non senza possibilità di risveglio, dal nipote Lorenzo.
Esaminato l'aspetto interno della s., rimane l'altro aspetto, quello dei rapporti esterni, che danno la fisionomia al periodo storico stesso, fondendosi con le tendenze generali della vita italiana quali : la decadenza delle due autorità universali, Impero e Papato, e la conseguente autonomia della politica italiana; la tendenza a una riorganizzazione dell'antico Regno feudale in Stati vasti a base regionale che condurranno a una specie di equilibrio politico fra gli Stati stessi. Ora, l'organizzazione delle s. ha una stretta connessione con questa tendenza, perché essa, costituendo un governo più forte, rafforzò quel bisogno di espansione già manifestatosi nel comune, vultosi presto a sottomettere il comitato, e, dopo questo, territori contigui, vie terrestri e fluviali che potevano avere importanza economica e militare, specie cercando di prevenire le città vicine, fatto che dà occasione alla maggior parte delle lotte fra le città stesse dovute non a ideologie, ma ad interessi concreti. D'altra parte anche nei rapporti con l'Impero e il Papato, è la saldezza del governo interno che fa sì che le s., anche ghibelline di nome, si mostrino cosi indipendenti contro Carlo IV, sì che a lui non rimarrà che sfruttare i comuni guelfi. Questa evoluzione della politica italiana verso una indipendenza reale è frutto in gran parte della potenza raggiunta dalle principali s. che, assorbendo le città minori, stanno riorganizzando l'antico Regno in vasti Stati, seguite in questo indirizzo dai comuni superstiti, che han finito con l'essere dominati da oligarchie le quali assicuravano continuità e fermezza di governo: Venezia in primo luogo e poi anche Firenze. Confrontando la geografia politica dell'Italia al principio del Trecento con quella della fine, appare quanto sia avanzata questa riorganizzazione territoriale e politica che troverà la sua definitiva forma nel Quattrocento : fra i due secoli però vi è questa differenza che nel primo vi è ancora la possibilità, o almeno l'illusione, della creazione di un grande Stato egemonico nel nord, ma dopo la crisi del Ducato di Milano alla morte di Gian Galeazzo Visconti, durante la quale si forma il dominio veneto di terraferma, e lo sviluppo degli Stati fiorentino e sabaudo, questo di-
## Page 355
segno è impossibile, c, dopo mezzo secolo di lotte, nella Pace di Lodi (1454) si impone l'equilibrio politico creato delle circostanze. Durante questi due secoli, passa in seconda linea l'importanza del Regno meridionale, che con Carlo d'Angio pareva voler riprendere i disegni ambiziosi di Federico II; la ferita infertagli dal Vespro siciliano, lo stato di guerra quasi continuo fra i due Regni di Napoli e Sicilia, e le lotte dinastiche nel primo, paralizzano ogni ambizione dei suoi sovrani. Attraverso questi conflitti si insinua nel Mezzogiorno la dominazione straniera, prima in Sicilia e poi a Napoli, che per questa via risalirà la penisola sino a Milano. Solo i problemi interni che occupano la Francia e la Spagna ritardano sino alla fine del secolo quella invasione straniera che porrà fine all'indipendenza italiana. Di questo periodo solo gli uomini più acuti, Francesco Sforza soprattutto e Cosimo e Lorenzo de' Medici, hanno coscienza e cercano di salvare l'equilibrio malgrado la costante discordia degli Stati italiani. Quando l'accordo fra Milano, Firenze e Napoli fu rotto dalla presuntuosa e torbida politica di Lodovico il Moro e dalla leggerezza del figlio e successore di Lorenzo de' Medici, con Venezia malvista da tutti per il sospetto che aspirasse a nuove espansioni, non vi era in Italia nessuna forza politica e militare capace di arrestare quell'invasione che si era andata preparando oltre le Alpi.
Questi due secoli, politicamente poco felici, sono invece gloriosi per gli splendori del Rinascimento letterario ed artistico che trova lo maggior espressione nelle capitali dei nuovi Stati e presso i principi che ne sono generosi mecenati, specie a Firenze e a Roma, come pure a Milano, Mantova, Ferrara, Napoli. Malgrado questi splendori l'economia italiana dalla metà del Trecento tende ad arrestarsi e a ripiegare, specie nel campo bancario, per la concorrenza sorta all'estero e i danni dell'avanzata dei Turchi in Oriente.
Bibl. : sull'origine delle s. cf. E. Salzer, Uber die Anfänge der S. in Oberitalien, Berlino 1900: G. Musi, Verso gli albori del p., in Rio, di storia del diritto, 1276; e sul suo sviluppo: F. Ercole, Dal Comune al p., Firenze 1929; id., Da Bartola all' Altusio, ivi 1932, ove è largamente trattato l'aspetto giuridico del fenomeno. Vasta b.li. in C. Cipolla, Storia delle S. italiane, Milano 1881; P. Orsi, S. e P., ivi 1900: N. Valeri, L'Italia nell'età dei p., ivi 1946; L. Simconi, S., 2 voll., ivi 1950.
Luizi Simconi
SIGOLI, Simone. - N. a Firenze nei primi decenni del ' 300 .
Nel suo stemma figurano, in campo azzurro, tre "ségoii " con manubrio aureo. Nel 1384, insieme con alcuni compagni, compi un viaggio in Oriente durato ca. un anno, toccando Alessandria, il Cairo, il Sinai, Gaza, Ebron, Betlemme, Nazareth, Gerusalemme, il Giordano, Tiberiade, e infine Damasco. Il suo racconto intitolato Viaggio al Monte Sinai (occorre confrontarlo con il Viaggio in Terra Santa di N. Frescobaldi, suo compagno di pellegrinaggio, e col il Libro d'oltre mare di Niccolò da Poggibonsi, francescano, che compi il passaggio nel 1345 e dimorò in Palestina per quattro anni) è un documento importante per la conoscenza della storia dei luoghi Santi come apparivano ai pellegrini del Trecento, e un testo "del buon secolo " tra i più ammirati.
Bibl.: I viaggi in Terra Santa di L. Frescobaldi e d'altri del sec. XIV, a cura di C. Garciolii, Firenze 1862: L. Frescobaldi e S. Sigoli, Viaggi in Terra Santa, a cura di C. Angelini, Firenze 1944.
Giovanni Fallani
SIGONIO, Carlo. - Storico, n. a Modena nel 1523 (?), m. nella sua villa al Ponte Basso presso Modena il 28 ag. 1584.
Insegno a Modena (1546-52), Venezia (1552-60), a Padova (1560-63) e a Bologna (1563), dove rimase fino alla morte. Volgendo il suo studio al medioevo, scrisse in latino fluido ed elegante Historiarum de Regno Italiae ab anno 570 ad annum 1200 (1574); Historiae ecclesiasticae

(Ist. Godini, Barcellona)
SIGUENZA, DIOCESI di - Sepolcro di Martin Vazquez de Sosa, detto - El Doncel (1486), nella cappella di S. Catalina - Sigüenza, Cattedrale.
libri XIV (scritta per incarico di Gregorio XIII e rimasta incompiuta); Historiarum Bononiensium ab initio civitatis usque ad a. 1257 libri VI.
In S. sono degne di nota la passione per l'erudizione e la ricerca dei documenti, il personale criterio di storiografo "umanistico" e soprattutto il risalto dato alla forza del diritto nel vario evolversi della vita politica.
Bibl.: L. A. Muratori, Vita, in Opera omnia, I. Milano 1732: G. Tiraboschi, Bibl. modenese, V. Modena 1784, p. 76 sgg.: L. Simconi, Docum. sulla vita e la biblist. di C. S., in Studi e nomi, per la stor. della Univ. di Bologna, XI, Imola 1932: E. Fueter, Storia della storiografia moderna, vers. it., I, Napoli 1943, pp. 127-28 (con bibl.).
Massimo Petrocchi
SIGUENZA, DIOCESI di. - Città e diocesi della Spagna, suffraganea di Toledo, situata nella provincia civile di Guadalajara e Soria e una piccola parte in quelle di Saragozza e Segovia. E la Segontia dei Celtiberi.
Patrona della diocesi è s. Librada. La diocesi ha una superficie di $9814 \mathrm{kmq} ., 175.000 \mathrm{ab}$. tutti cattolici, distribuiti in 476 parrocchie, 245 sacerdoti diocesani e 33 regolari, i seminario, 3 comunità religiose maschili e 22 femminili (Ann. Pont. 1933, p. 401).
Il primo vescovo conosciuto è Protogene, il quale intervenne nel famoso Concilio III di Toledo del 389 , in cui si compì la conversione totale della Spagna, presente il re Recaredo. Si sa il nome dei vescovi strani allora convertiti; sembra dunque che Protogene e gran parte della sua diocesi fossero cattolici molto prima del Concilio. Come accudde nella maggior parte delle diocesi spagnole durante la dominazione saracena, anche quella di S. fu allora molto provata, cosi che si conosce il nome di pochissimi vescovi dal sec. viII all'xi, ma conquistata la città nel 1124 dalle armi cattoliche, ebbe nuova vita, avendo il re Alfonso VIII concesso ai prelati seguntini il dominio della città.
La Cattedrale, dedicata all'Assunta, fu cominciata nel 1124, cioè nell'anno della cacciata dei maomettani, e precisamente nel luogo dove era esistita l'antica. L'abside e la crociera appartengono al sec. XII, le navate basse al sec. XIII, l'alta al sec. XV. In complesso è un bell'esemplare dell'epoca di transizione romanico-gotico. Contiene le tombe monumentali del card. Carrillo de Albornoz (m. nel 1434), di Martin Vazquez detto El Doncel (m. nel 1486) e di mons. Fernando de Arce vescovo delle Canarie (m. nel 1521). L'Archivio è molto ricco. Il Seminario venne eretto nel 1651. - Vedi tav. XXXIX.
## Page 356
BibL.: D. Sanchez Portocarrero, Nucvo catalogo de los obispos de S., Modrid 1646; T. Minguella y Amedo, Historia de la diocesis de S. y de sus obispos, I-III, ivi 1910-13; E. Flores, España Sagrada, VIII, ivi 1860, pp. 118-33; Cottineau, II, col. 3034; Eubel, I, p. 444; II, p. 238; III, p. 315; IV, p. 311 ; V, p. 351 .
Giuseppe M. Pou y Marti
SIGWART, Christoph Wilhelm. - Filosofo, n. il 27 marzo 1830 a Tubinga, m. ivi il 4 ag. 1904. Studiò filosofia, matematica e teologia a Tubinga dove anche il padre aveva insegnato filosofia; insegnò nelle Università di Halle e Tubinga.
Il campo principale degli studi del S. furono la logica e l'etica ch'egli trattò in modo analitico dando larga parte alle descrizioni delle funzioni di pensiero (Denkfunktionen) e alla connessione e subordinazione dei fini. Opere principali : Logik (2 voll., Tubinga 1873-78; $5^{\text {a }}$ ed. a cura di H. Maier, ivi 1924); Vorfragen der Ethik (Friburgo 1886; $2^{\text {a }}$ ed. Tubinga 1907); Die Impersonalien (Friburgo 1888).
BibL.: J. Engel, S.t. Lehre v. Wesen d. Erhennens, diss., Erlangen 1908. Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, PhilosophenLexikon, II, Berlino 1930, pp. 535-38. Cornelio Fabro
SIKASSO, PREFETTURA APOSTOLICA di. - E situata nell'Africa Occidentale Francese e precisamente nel Sudan. Fu eretta il 17 ott. 1947 con i due circoli amministrativi di S. e Koutiala, distaccati dal vicariato apost. di Bobo Dioulasso. E affidato ai Padri Bianchi.
Ha una superficie di ca. 41.140 kmq . con clima tropicale. Il suolo è poco fertile e difficili le vie di comunicazione. Gli abitanti sono ca. 380.000 . di cui ca. 60.000 musulmani, 249 protestanti, 127 cattolici, 322.035 animisti. Questi ultimi appartengono ai Senoufo, chiamati Minyanka nella regione di Koutiala, i quali parlano un dialetto alquanto diverso dai Senoufo di S. Di questi ultimi molti sono musulmani ma di un islam sociale piuttosto che religioso. In tutto sono ca. 260.000 . I Bambara, in maggioranza animisti, sono ca. 60.000 . I Samogho sono ca. 20.000 abitano intorno a S. e sono già intaccati dall'isläm. I Dioula si trovano un po' dovunque perché commercianti.
La prima stazione missionaria di Karangasso fu eretta nel 1936; ad essa si è aggiunta quella di S. I missionari sono 8 , catechisti 5 , scuole elementari 1 , normali 4 . I costumi matrimoniali e l'invadenza musulmana rendono assai difficile l'apostolato nella zona.
BibL.: MC. 1950, p. 111; Archivio della S. C. de Prop. Fide, pos. prot. nn. 1378/51, 3922/51; AAS, 39 (1947), pp. 435-36. Saverio Paventi
SIKH. - Comunità da principio religiosa e più tardi anche militare e politica dell'India settentrionale. Nānak ( $1469-1538$ ), il fondatore, nato presso Lahore, nel Panjab, si propose di unire in una sola, grande comunità, indiani e maomettani, abolendo le caste e divulgando una religione rigidamente monoteista, che ripudiava il politeismo vedico e le sacre scritture brahmaniche, i Veda, ai quali sostituiva il Granth, «il Libro», la Bibbia dei S.
Il Granth è scritto in antico dialetto hindi, misto di panjabi, e contiene preghiere e inni religiosi di vari autori, fra i quali Nānak stesso, primo guru o maestro spirituale, e Arjun Dev ( $158 \mathrm{I}-1606$ ), presunto raccoglitore degli scritti sacri in un volume che fu poi detto Adigranth, "Primo libro" per distinguerlo da un'altra silloge più tarda. Insieme con i privilegi sacerdotali, Nānak aveva abolito tutte le forme di culto brahmaniche e specialmente l'idolatria, in conformità dell'islamismo che vieta il culto delle immagini. Ma il popolo ha bisogno di amare qualche cosa di concreto e fece perciò oggetto della sua venerazione il libro sacro, specialmente dopo che Govind Singh (1675-1708), decimo e ultimo guru, proclamò l'Adigranth rappresen