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formità dell'islamismo che vieta il culto delle immagini. Ma il popolo ha bisogno di amare qualche cosa di concreto e fece perciò oggetto della sua venerazione il libro sacro, specialmente dopo che Govind Singh (1675-1708), decimo e ultimo guru, proclamò l'Adigranth rappresentante di Dio sulla terra. I S. sono «i discepoli» (sancrito Fúyab) di Nānak, oggi privi di dominio politico, ma non di importanza religiosa e sociale. La loro dogmatica è piuttosto confusa. Il teismo di Nānak era misto di panteismo, non essendo stato possibile uni-
ficare concezioni religiose così diverse come l'idea di Dio maomettana e quella dell'induismo, Allah e Hari (Visnu). La fede nella migrazione delle anime (sangalra) è comune anche ai S.; Govind Singh affermava di essere la reincarnazione di Nānak. Il rispetto della vacca, caratteristico dell'induismo, continua ad essere osservato, ma è permesso mangiar carne di animali, anche domestici, purché uccisi senza farli soffrire, con un colpo alla nuca. Fra le più importanti norme disciplinari da ricordare la proibizione del tabacco. Certe riti essenziali, come la celebrazione del matrimonio e le onoranze funebri, sono conservati, ma senza l'assistenza dei brahmani. Il vincolo matrimoniale viene ora consacrato con la recitazione di passi dell'Adigranth e la circumsembulazione del Libro sacro, che ha sostituito quella del fuoco domestico.

La storia politica dei S. può esser così brevemente riassunta. I S. divennero guerrieri nel sec. xvir per necessità di difesa contro i Mongoli, invasori del Panjab dove i S. erano insediati ed avevano la loro città santa, Amritsar. Il primo a prendere le armi contro i Mogol fu il guru Hargobind, ma la potenza militare dei S. ebbe principio con Govind Singh, il fondatore del sodalizio chiamato Khālsā, "proprietà (di Dio)". Nel seno della comunità i privilegi castali erano aboliti. Tutti gli appartenenti alla Khālsā venivano considerati figli di Govind Singh e ricevevano il titolo di singh, "leoni" cioè veri guerrieri. Nel sec. xvir i possedimenti della Khālsā erano diventati principati creditari; Ranjit Singh, l'eroe nazionale dei S., li riunì sotto la sua sovranità, conquistò il Kasmir, e regnò col titolo di mahdráj sopra un territorio che giungeva a nord-ovest fino alla frontiera afgana, oltre Peshawar, e a sud-est fino alla Sutlej. Per prudenza egli non aveva oltrepassato il fiume, ma suo figlio, Dhulip Singh, cedendo all'avidità di conquista del'esercito, invase il protettorato inglese al di là della Sutlej, l'ir dic. del 1845. I S. furono in due riprese duramente battuti e il loro stato fu annesso all'Impero inglese nel 1849 . Sono ora un'associazione religiosa con una sede centrale a Amritsar e filiali in tutto il Panjab. Hanno seminari, scuole, orfanotrofi e perfino una banca e un giornale. Sono 4.300 .000 secondo il censimento del 1931.

Bibl.: H. A. Rose, s. v. in Enc. of Rel. and Eth., XI (1920), pp. 507-11 con bibl.: G. Dunbar, Gesch. Indiens, MonacoBerlino 1937, pp. 218-19, 318-20.

Ferdinando Belloni Filippi
SIKKIM, preffettura apostolicA di. - E situata nell'India nord-orientale. Il 3 luglio 1883 e il 20 marzo 1912 vennero rispettivamente annessi al vicariato apost. del Tibet (poi vicariato apost. di Tatsienlu, ora diocesi di Kangting in Cina) il Bhutan britannico, costituente il distretto civile di Kalimpong, e una parte del S. indipendente, regione ancora chiusa ad ogni penetrazione missionaria.

Questi territori, aggiuntavi l'altra parte del S., appartenente all'arcidiocesi di Calcutta, in data 15 febbr. 1929 furono eretti in missione sui iuris, affidata alla Società delle Missioni Estere di Parigi e dichiarata suffraganea di Calcutta, poi elevata a prefettura apost. il 16 giugno 1931. La prima stazione missionaria fu fondata nel 1872 a Pedong dal p. Cesgotin. Il suo compagno di apostolato, P. Moussot, fu ucciso nel Tibet il 2 luglio 1901. Nel 1934 giunsero a Pedong i missionari inviati dall'abbazia di S. Maurizio di Agauno e nel 1937, con la nomina dell'attuale prefetto apost., la prefettura apost. passò di fatto ai Canonici Regolari della medesima abbazia, che, per far conoscere la missione, pubblica dal 1936 L'Echo du S.

Ha una superficie di kmq. 8400 e confina con le diocesi di Shillong, Jalpaiguri, Patna, con l'arcidiocesi di Calcutta e il Tibet. La popolazione raggiunge i 200.000 ab., di cui appena 1700 cattolici. Il resto è costituito da buddhisti provenienti dal Tibet, hindu emigrati dal Nepal e aborigeni animisti. Difficilissima è la penetrazione cristiana. La prefettura apost. divisa in 6 stazioni primarie ed alcune stazioni secondarie; le cappelle sono 6. L'istruzione viene impartita in 13 scuole elementari con ca. 350 alunni e in 3 scuole medie con 120 studenti. Vi la-

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(fot. Venturini)
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(fot. Venturini)
In alto: VEDUTA AEREA CON LA PIAZZA DEL CAMPO. In basso: VEDUTA AEREA CON IL DUOMO.

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(fat. Alinari)
In alto: SPOSALIZIO DELLA VERGINE. Affresco di D. Beccafumi (1518-32) - Siena, cappella superiore dell'oratorio di S. Bernardino. In basso: CONCERTO DOPO CENA. Dipinto di R. Manetti (1570-1639) - Siena, Palazzo Chigi Saracini.

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A sinistra: S. SIGISMONDO. Particolare del dossale d'altare in marmo di Jacopo della Quercia (1422) - Louco, chiesa di S. Frediano, cappella Trenta. Al centro: L'IMPERATORE SIGISMONDO IN TRONO FRA DIGNITARI. Tarsio mizmorro di Domenico di Bartolo (sec. xv) - Siena, pavimento della Cattedrale. A destra: RITRATTO DI SIGISMONDO JAGELLONE, di ignoto (sec. xvi) - Firenze, Uffizi.

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A sinistra: LA FLAGELLAZIONE - Milano, Pinacoteca di tierra. A destra: EPISODIO DELLA VITA DI S. BENEDETTO: Come Benedetto dice alli monaci dove e quando avevano mangiato fuori del monastero. Affresco nel Chiostro Grande - Monte Oliveto Maggiore.

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(per cortesia dei Canonici di St Maurizi)
SikKIM - Chiesa di S. Teresa a Kalimpong, nella prefettura apostolica di S.
vorano una ventina di sacerdoti dei quali a secolari mentre gli altri appartengono ai Canonici Regolari dell'abbazia di S. Maurizio d'Agaune (Svizzera); 2 seminaristi indigeni studiano ai Seminario pontificio di Kandy. Coadiuvano i missionari ca. 20 suore di S. Giuseppe di Cluny, 3 estere e il resto indigene. L'opera caritativa viene svolta in 5 dispensari, 1 ospedale, 2 orfanotrofi, e 1 ricovero di vecchi.

Bibl.: Archivio della S. C. de Prop. Fide, Relazione quinquennale 1945-50, pos. prot. n. 3687/50; MC, 1950, pp. 246247; AAS, 21 (1929), pp. 584-85; 23 (1931), p. 400 sgg.

Pompeo Borgna
SILA. - Compagno di s. Paolo e suo amato collaboratore. Mentre negli Atti degli Apostoli è chiamato sempre con tale nome, nelle lettere paoline e nella $I$ Pt. è detto Silvano, che sembra un secondo nome, non un semplice adattamento greco-latino del primo.
S. era gerosolimitano o almeno rivestiva una certa autorità nella Chiesa madre (Act. 15, 22), donde si allontana per accompagnare s. Paolo in Anjiochia dopo il Concilio degli Apostoli, e quindi per tutto il secondo viaggio missionario (ibid. 15, 40). A Filippi viene imprigionato con Paolo e poi liberato con segni di deferenza, perché anch'egli godeva del diritto di cittadisanza romana (ibid. 16, 19-40). A Berea si separa momentaneamente dall'Apostolo costretto a fuggire, il quale da Atene gli fa sapere di raggiungerlo quanto prima; ciò avvenne a Corinto (ibid. 17, 14; 18, 5). S. non compare più nella vita successiva di Paolo, che se lo associa nello scrivere le due lettere ai Tessalonicesi (I Thess. 1, 1; II Thess. 1, 1), composte precisamente a Corinto. Ai fedeli Corinti Paolo ricorderà l'operosità missionaria di S. (II Cor. 1, 19), ponendola allo stesso livello di quella di Timoteo e della sua propria.

Molto probabile, ma tuttora discussa, appare l'identificazione di S. con il Silvano redattore della prima lettera di s. Pietro ( 5,12 ). Ciò fa supporre che S., al pari di Giovanni Marco, passò nell'orbita del principe degli Apostoli e che fu missionario almeno in alcune delle regioni dell'Asia, alle quali è diretta la lettera. E problematica invece l'attribuzione del decreto apostolico e dell'epistola agli Ebrei a S., sostenuta da alcuni. Nel Martirologio romano se ne commemora la morte, supposta in Macedonia, il 13 luglio.

Bibl.: A. Stegmann, Silvanus als Missionar und - Hagiograph, Rottenburg 1917; L. Radermacher, Der erste Petrusbrief und Silvanus, in Zeitschr. für die neutest. Wissenschaft, 25 (1926), pp. 287-99.

Angolo Penna
SILLABO. - Elenco di 80 proposizioni riguardanti gli errori del tempo pubblicato da Pio IX l'8 dic. 1864.

1. Storia. - La prima idea del S. risale al card. Gioacchino Pecci (il futuro Leone XIII), che nel nov. 1849, come arcivescovo di Perugia, durante il Concilio provinciale di Spoleto, propose di chiedere al Papa la condanna in globo degli errori moderni concernenti la Chiesa, l'autorità, la proprietà. Nel 1852 la Civiltà Cattolica ventilò l'idea di una condanna del razionalismo e del semirazionalismo da inserire nella stessa bolla della futura definizione del dogma dell'Immacolata. L'idea piacque a Pio IX, che incaricò il card. Fornari (20 maggio 1852) di sondare l'opinione di cospicui membri dell'episcopato (per es., mons. Pio), di teologi (Guéranger) e di alcuni distinti laici cattolici. Il Veuillot e il conte Avogadro della Motta rilevarono l'opportunità di separare i due atti, poiché gli errori moderni meritavano una condanna a parte, che emanata da sola maggiormente avrebbe impressionato il pubblico. Pio IX accettò la proposta e alla commissione pontificia, che proprio allora aveva terminato i lavori preparatori della definizione del dogma dell'Immacolata, diede ordine di iniziare speciali indagini sui principali errori del tempo. Dopo otto anni, l'Instruction pastorale di mons. Gerbet, vescovo di Perpignano (23 luglio 1860), in cui si elencavano 45 proposizioni da condannare, venne a dare un ritmo più celere ai lavori. Una nuova commissione, presieduta dal card. Caterini e composta dal segretario mons. Iacobini e dai teologi mons. Pio Delicati, p. Giacinto Ferrari, p. Giovanni Perrone, giunse a catalogare 70 errori (Syllabus propositionum), per i quali si chiese ( 20 giugno 1861) a diversi teologi la determinazione precisa della censura teologica. Il Papa per facilitare questo compito, portò a 12 il numero dei consultori, presi dai principali Ordini religiosi. Il 15 febbr. 1862 la commissione aveva pronto l'elenco di 61 errori con le rispettive note teologiche: Theses ad Apostolicam Sedem delatae et censurae a nonnullis theologis propositae. Sotto questo titolo il futuro S. fu consegnato, nello stesso 1862, ai trecento vescovi accorsi a Roma per la canonizzazione dei martiri giapponesi. Quasi tutti risposero dalle loro sedi e dopo maturo esame, giudicando opportuna e necessaria la condanna e proponendo qualche modifica quanto alle censure teologiche. Un'indiscrezione, che portò a conoscenza del pubblico le 61 proposizioni (furono pubblicate dal Mediatore di Torino [ott. 1862], diretto dal Passaglia), decise Pio IX a sospendere la promulgazione della progettata bolla di condanna, nell'attesa di un momento di minore tensione. Inzanto maturò l'idea di giungere allo scopo usando un'altra forma di condanna : estrarre dai precedenti atti (encicliche, lettere apostoliche, allocuzioni concistoriali) del suo pontificato le proposizioni opposte agli errori del tempo. Istitul pertanto una nuova commissione, che dopo un anno di lavoro (tenendo presenti gli atti pontifici e i rapporti fatti alla Sede Apostolica dai vescovi e dai fedeli sugli errori dell'epoca) giunse alla formulazione di 80 proposizioni. Il barnabita p. Bilio rilevò che era opportuno aggiungere alle singole proposizioni l'indicazione esatta dei documenti papali, da cui erano estratte, onde meglio ne fosse circoscritto il significato e il valore dottrinale. La proposta piacque e lo stesso Bilio fu incaricato della cosa.

Dopo 12 anni di laboriosa preparazione, Pio IX promulgò l'8 dic. 1864, insieme con l'encicl. Quanta cura (Denz-U, coll. 1688-99), il Syllabus complectens praecipuos nostrae aetatis errores (ibid., coll. 1700-80).
II. Contemuto. - L'ampio documento raggruppa in 10 paragrafi gli errori condannati : 1. panteismo, naturalismo e razionalismo assoluto (propp. 1-7); 2) razionalismo moderato (propp. 8-14); 3) indifferentismo e latitudinarismo (propp. 15-18); 4) socialismo, comunismo, società segrete, società bibliche, società clerico-liberali (si rimanda a precedenti atti pontifici, soprattutto alle

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encicll. Qui pluribus [9 nov. 1846], Noscitis et nobiscum [8 dic. 1849], Quanto conficiamur moerore [10 ag. 1863]); 5) errori sulla Chiesa e i suoi diritti (propp. 19-38); 6) errori sulla società civile considerata in se stessa e nei suoi rapporti con la Chiesa (propp. 38-55); 7) errori sulla morale naturale e cristiana (propp. 56-74); 8) errori sul matrimonio cristiano; 9) errori sul potere temporale (cissitis principatus) del Romano Pontefice (propp. 75-76); 10) errori che si riferiscono al liberalismo (propp. 77-80).

Il Papa vi tenne presenti soprattutto gli errori filosofici e teologici della Germania, penetrati nella Chiesa per opera di Hermes (v.), Günther e Frohachammer (v.), gli atteggiamenti laicistici formulati dal prete peruviano Francesco Gonzales Vigil, e dal boemo Giovanni Nepumoceno Nuyta (professore di diritto ecclesiastico nell'Università di Torino), tutte le sfumature delle opinioni, amiche dell'incerto, ma che sfociavano in conclusioni in qualche modo opposte alla Rivelazione.
III. Valore dottrinale. - L'eccezionale documento, che profondamente incise in tutto il pensiero e la vita del mondo moderno, non solo provocò violente reazioni da parte degli avversari dichiarati, ma determinò anche preoccupazioni e disappunti in alcuni settori del liberalismo cattolico (Montalambert [v.], Dupanloup [v.]) e lasciò divisa l'opinione dei teologi sul suo preciso valore dottrinale. E incontestabile che il S. appartiene alla serie di quegli atti che emanano direttamente dal Sommo Pontefice, anche se il Papa non lo firmò personalmente. E noto come fu promulgato : una lettera del card. Antonelli, segretario di Stato di S. Santità, fece nota a tutto l'episcopato cattolico la decisione sovrana del Papa con le parole: "mihi in mandatis dedit... eiusdem Pontificis iussa». In altra occasione lo stesso Pio IX usò le frasi : "Syllabus noster... nostro iussu editus». Inoltre è da rilevare che il S. è un documento dottrinale, riguardante la fede e la morale in se stesse e nei loro rapporti con le opinioni e le deviazioni del sec. xix, diretto a tutta la Chiesa, formulato in modo negativo, con l'intenzione espressa di respingere quanto vi è di opposto alla Rivelazione negli atteggiamenti di un'età che si avviava all'apostasia. E da ritenere pertanto un atto autentico del magistero della Chiesa, con valore giuridico, che non solo obbliga esternamente ma che richiede un pieno assenso interno, tanto più che fu imposto da tutti i vescovi ai rispettivi fedeli come norma da seguire, come dottrina derivante dalla Sede Apostolica. Lo stesso Leone XIII citò nell'encicl. Immortale Dei opus il S. come documento autorevole del suo predecessore.

Quando tuttavia si tentò di determinare maggiormente il suo valore dogmatico furono emessi i pareri più disparati. Il Dupanloup, il Fessler, lo Schanz, lo Heiner ritennero che il S., pur autorevole, fosse assolutamente privo del carisma dell'infallibilità, mentre teologi di particolare autorità come il Franzelin, il Mazzella, lo Scheeben, il Pesch, lo considerarono un atto emanante dall'infallibilità personale del Romano Pontefice. Tra queste due posizioni di punta se ne delinearono altre più moderate: il p. Rinaldi, tra i migliori studiosi dell'origine storica del S., lo ritenne un atto non infallibile, ma una " notificazione autentica "di precedenti atti infallibili del Magistero, pronunziati dal Papa nella promulgazione dei documenti, da cui il S. fu compilato. I noti giuristi B. Wernze F. X. Ojetti asserirono (e la loro opinione oggi sembra singolare) che il S., pur non essendo in origine infallibile, lo è divenuto per l'assenso universale dell'episcopato: l'infallibilità della Chiesa avrebbe conferito un valore nuovo a un atto solamente autentico del Romano Pontefice.

Qualunque sia il giudizio che si voglia riservare a opinioni teologiche formatesi in un clima arroventato, è oggi indiscutibile che le singoli proposizioni del S., essendo prive di particolare censura teologica, hanno un diverso valore, da determinare, volta per volta, ex sobiecta materia. Pertanto esso costituisce una norma inderogabile, per quanto concerne quelle verità, che poco dopo il Concilio Vaticano riconfermò; per il resto è da tenere e da intendere nel senso preciso, che il Papa e la Chiesa, nell'alteriore esercizio del Magistero, hanno determinato.

Bibl.: S. Sordi, Il S. di Pio IX, Verona 1865; C. G. Rinaldi, Il valore del S. Studio teolog. c stor., Roma 1888; P. Hourat, La S., 3 voll., Parigi 1904; F. Heiner, Der S., Magonza 1905; A. Bernaroggi, Il S. di Pio IX a 30 anni dopo la sua pubblicac., Monza 1905; M. Petroncelli, Pio IX : il S., encicl. e altri docum. del suo pontificato, Firenze 1927; L. Choupin, S., in DFC, IV, coll. 1569-82; id., Valour des décisions doctrine. et disciple. du St-Siège, 3* ed., Parigi 1929, pp. 109-57; 182-415; L. Brigue, S., in D'TbC, XIV, coll. 2877-2925; A. Quacquarelli, La crisi della religiosita contemporanea: dal S. al Conc. Vatic., Bari 1946, pp. 1-41; G. Spadolini, Cattolicesimo e Ricorgimento, in Questioni di stor. del Rione e dell'unità d'Itolia, Milano 1951, pp. 866-906 (di tendenza laicista); R. Aubert, Le pontificat de Pie IX, in A. Fliche-V. Martin-E. Jarry, Hist. de l'Eglise, XXI, Parigi 1951, pp. 245-61; E. Hocedez, Hist. de la théol. au XIXc siècle, II, Bruxelles-Parigi 1952, pp. 375-77. Antonio Piolanti
SILLOGI EPIGRAFICHE. - Nel mondo romano l'Oriente precedette l'Occidente nella raccolta di iscrizioni; in Grecia infatti si formarono s. fin dal sec. III a. C., da cui risultano avere attinto l'Antologia Palatina ad opera di Cephalas nel sec. x e la Planudea nel sec. xiv. In Occidente il primo esempio è dato da un frammento di un'antica s. romana, che un monaco di Einsiedeln nel sec. IX trascriste insieme ad altre iscrizioni cristiane; solo con il sec. xv si iniziano le numerose s. con cui si andò preparando il grande Corpus inscriptionum latinarum.

L'epigrafia cristiana dopo la Pace di Costantino prese un cosi largo sviluppo che nell'alto medioevo dette origine in varie regioni dell'Occidente a numerose s., a cui l'Oriente può contrapporre soltanto iscrizioni monumentali dei secc. v-viI con aggiunte dei secc. Ix-x, tratte da s. di Costantinopoli e luoghi vicini, riunite in uno speciale capitolo dell'Antologia Palatina, e titoli sepolcrali di origine incerta mescolati nel capitolo rü̈x ènvoußluv a titoli pagani (G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, n. 29). Questa attività epigrafica, in cui Roma rimane sempre al centro, rallentò negli ultimi secoli del medioevo riprendendo con carattere differente ognor crescente vigore dal sec. xvi in poi.

1. S. cristione anteriori al sec. XV. - Occorre premettere alcune osservazioni riguardo a tale periodo. Varie s. si hanno in molte regioni ma di limitate proporzioni, rarissime sono le maggiori riservate alle più grandi città, e queste risultano fatte con lo scopo speciale di servire di illustrazione e di corredo a itinerari o descrizioni di sacri edifizi. La molteplicità delle s. nell'alto medioevo si spiega col gusto letterario del tempo, ragione esclusiva per le raccolte piccole e non secondaria per le maggiori. La poesia nell'epigrafia cristiana non rimase, come nella classica, limitata ai sepolcri, ma già nel sec. Iv con Damaso e più ancora con Ambrogio e Prudenzio si estese a decorazioni di chiese; dal sec. v carmi parenetici, esegetici e di contenuto dogmatico ornarono basiliche, battisteri ed anche monasteri ad opera specialimente di Paolino di Nola, di Paolino di Périgues, di Sidonio, di Ennodio con un fervore che continuò dietro l'esempio di Alcuino per tutta l'età carolina, in cui le s. s., fornendo materia di esercitazione alle scuole monastiche, furono il sottoposte a frazionamenti e manipolazioni molteplici, a parziali intrusioni in antologie poetiche e ridotte nello stato in cui sono giunte.

Ad una s. del sec. viI dell'Africa latina risalgono facilmente i versi che decorarono un battistero ed una basilica, riportati nell'Antologia Salmasiana del cod. Paris. 10318 (De Rossi, op. cit., n. 20); da un'antologia simile provengono (id., op. cit., p. 460) due carmi contenuti nel cod. Sessor. 55, uno dei quali composto da s. Agostino per la tomba di un diacono vittima dei Donatisti.

Per la Spagna notevole è la s. formata da due piccoli gruppi di epigrammi inseriti nell'antologia del sec. viI di poeti spagnoli del cod. Paris. 8093 (id. op. cit., n. 30), dei quali il primo riporta epitafi di vescovi ed abati di Valenza e Terragona, il secondo carmi basilicali di Siviglia; sono certo parziali apografi di una più ampia

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(lat. Enc. Catt.)
Sillogi epigrafiche: - Corpus Laurethanense: S. Laurethamense I. con iscrizioni di S. Lorenzo in Damaso, S. Cecilia, S. Crisogono e SS. Cosma e Damiano - Biblioteca Vaticana, cod. Pal. lat. 833, ff. $32^{\mathrm{v}}-33^{\mathrm{r}}$ (secc. IX-x).
s. spagnola o forse di due non posteriori al sec. VII e viII. Dall'antologia di poeti cristiani del sec. IX del cod. Paris. 2832 il De Rossi (op. cit., n. 25 app.) estrasse tre carmi incisi nella basilica e monastero di S. Martino nella Galizia, dettati dal fondatore Martino di Bracara, che provengono facilmente da una raccolta epigrafica della regione; in diversi codici delle Etymologiae di Isidoro di Siviglia (id., op. cit., n. 22) sono riportati i distici con cui aveva decorata la sua Biblioteca.

La Gallia presenta nella raccolta delle iscrizioni della basilica e monastero di S. Martino di Tours l'unica s. di questo tempo giunta nel suo stato originale insieme alla sua descriptio; contenuta in molti codici, dal Turon. dell'a. 820 a quello Veron. del sec. xv, è in diversi unita alla descrizione; non è sicuro, come sostenne il De Rossi (op. cit., n. 18), che risalga al sec. vi. Due epitafi del sec. viI, intrusi nella grande s. Turon. di Roma (id. op. cit., n. 6), possono far pensare ad una seconda s. locale. L'antologia citata del cod. Paris. 2832 contiene un buon gruppo di iscrizioni del sec. vi, che ad eccezione di alcune della Spagna appartengono a diverse città della Gallia, a Vienne, Lione, Oricans ed Arles; appaiono estratte da una o più s. originali. Infatti per Vienne si ha da altra fonte (id., op. cit., n. 25) sicuro indizio di una s. speciale in versi e in prosa; per Lione De Rossi (op. cit., n. 24) è indotto ad ammettere una s. abbastanza antica da quattro carmi del cod. Valent. 393; del resto la sua importanza epigrafica è confermata dagli otto epitafi di vescovi dei secc. v-vi ritrovati nella ricognizione del 1308 (id., op. cit., n. 33) nella chiesa di S. Niceto. Una s. del sec. viII in Aquitania lascia supporre i quattro carmi (id., op. cit., n. 260) inseriti nel cod. Paris. 4841. Vestigia di una raccolta per Treviri (id., op. cit., n. 1) rimangono nelle due epigrafi cristiane trascritte nella vetus membrana di Scaligero.

In Italia durante l'alto medioevo la composizione delle s. è da collegarsi al movimento dei pellegrinaggi, che diviene intenso nel sec. vir con gli Anglo-Sassoni spinti dall'ardore di neofiti a visitare la tomba di s. Pietro e di tanti altri martiri romani, e seguita ininterrotto nel sec. viI e seguenti con meno ardente spirito religioso ma con maggior fervore letterario; tale movimento dette occasione direttamente alle prime s. di Roma e indirettamente a quelle delle città italiane, che si trovavano vicino o lungo la via battuta dai nordici pellegrini.

In Roma la ricchezza di sacre memorie rese presto necessari itinerari che guidassero i devoti pellegrini per i numerosi cimiteri e le grandi basiliche; quattro completi se ne conservano, dal De Rossi (Roma satt., I, Roma 1864, p. 135 sg.) criticamente illustrati, il Salisburgense 140 compilato sotto il pontificato di Onorio I (625-38), il Salisburgense 209 uguale al Wircelurgense 49 contemporaneo o di poco posteriore ad Onorio, il Malmesburriense composto tra il 648 e il 682.

Per Roma rimangono numerose s. dei secc. IX e x con iscrizioni metriche di cimiteri e di basiliche, che De Rossi dottamente illustrò, e non meno numerosi gruppi di simili iscrizioni che estrasse da antologie poetiche degli stessi secoli; da questa massa di apografi della scuola carolina si può dimostrare che conviene risalire a due sole s. originali. Per l'ampia trattazione, che qui schematicamente si riassume, si rimanda ad A. Silvagni, Inscriptiones christianae Urbis Romae, nova series, I, Roma 1922, v. Conspectus auctorum; c. 2 con relativa tavola sinottica della s., e Dissert. della Pont. Accad. rom. di arch., 15 (1921), p. 181 sgg .

Le molteplici s. romane si possono raccogliere in due gruppi distinti. a) S. con iscrizioni di cimiteri e di basiliche cimiteriali unite a titoli di alcune basiliche urbane; Turonense (De Rossi, Inscr. chr., II, n. 6), Centulense (id., op. cit., n. 7), Einsiedlense II (id., op. cit., n. 2). Harleiana (id., op. cit., n. 9), Laurethanense IV (id., op. cit., nn. 3,8), Virdunense I (id., op. cit., n. 12). Caratteristiche
comuni delle s. del gruppo sono queste: nessuna iscrizione è posteriore al pontificato di Onorio I; il materiale epigrafico complessivo di un trecento iscrizioni si trova per quasi due terzi ripetuto nelle diverse s., ed appare piuttosto come una massa comune variamente rimaneggiata; in quasi tutte le s. le iscrizioni si presentano riunite in gruppi topografici frammentari più o meno estesi, la sola Turonense offre 37 iscrizioni cimiteriali in regolare ordine topografico dalla Via Salaria all' Ostiense in piena corrispondenza con l'itinerario Salisburgense 140, come De Rossi fece rilevare; nessuna s. contiene iscrizioni cimiteriali delle Vie Flaminia, Cornelia, Aurelia e Portuense. In conclusione, non potendosi criticamente sostenere che s. complete e parziali varie, come pare pensare il De Rossi, si facessero in un medesimo giro di tempo per i medesimi cimiteri, conviene ammettere la compilazione nel sec. vir di un'unica grande s. contemporanea agli antichi itinerari con l'ordine suburbano ed urbano di uno di essi, al quale venne unita come sua illustrazione per i pellegrini colti, da cui presto staccata finì col passare sotto i molteplici rimaneggiamenti degli amanuensi e delle scuole monastiche. b) S. con iscrizioni di sole basiliche: Vaticana (id., op. cit., n. 5), Laureth. I e *II (id., op. cit., n. 13,11), Cantabrigense (Silvagni, op. cit., n. 1); * Virdunense II (De Rossi, op. cit., n. 5); Wircelurgense (id., op., cit., n. 14) e s. in antologie *codd. Paris. 8041 e 2773.2832.4841.9347 (id., op. cit., nn. 21, 23, 25, 26), *cod. Bruxell. 10615 (id., op. cit., n. 27 F), Loydun. Q. 69 (id. op. cit., n. 26 B). Le s. con asterisco hanno esclusivamente iscrizioni della Basilica Vaticana, nelle rimanenti tali iscrizioni sono unite a poche altre di diverse basiliche. La s. vaticana priva di iscrizioni posteriori ad Onorio e fornita di una lemma, che la mostra legata ad altra raccolta, va riunita alla grande s. del sec. vir, di cui facilmente fece parte con speciale distinzione. Il quadro sinottico di tutte le altre s. mette in luce una raccolta di 124 iscrizioni della basilica di S . Pietro e di edifici adiacenti, delle quali otto sono datate dal 707 al 795 ; essa costituisce quindi una seconda grande s. del sec. viII, sfuggita all'attenzione del De Rossi, la quale concorda con una descrizione della Basilica stessa del sec. viII (id., op. cit., p. 224), trascritta in appendice all'itinerario Salisburgense 140, e dovette facilmente in origine essere a questa allegata.

Un'altra s. ebbe la Basilica Vaticana nel sec. xir composta di epitafi di papi inseriti nella descrizione della Basilica del cod. Vat. 3627, che il sacerdote Petrus Mallii offrì ad Alessandro III (1159-81), fatta con scopo polemico (id., op. cit., n. 19) nella contesa del tempo per la prennienza tra la Basilica Vaticana e la Laterana.

La via percorsa dai pellegrini scendendo dal Gran S. Bernardo attraverso la val d'Aosta sboccava nella pianura padana; di alcune città vicine, cioè di Milano,

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Pavia, Vercelli, Piacenza e Ivrea, riporta iscrizioni la s. Lauresh. III, che De Rossi giudicò estratta nel sec. viII da una o più s. Milano (id., op. cit. n. 16) ebbe certo una s. distinta o ben più ampia dei dieci carmi del codice, come fa supposto il frammento di itinerario milanese trascritto di seguito a quello romano Salisburgerse 140. Una seconda raccolta di epitafi di vescovi milanesi dei secc. vi-viII (id., op. cit., n. 18) fu rinvenuta nel sec. xvi dall'Alciano e da lui non fedelmente trascritta nel cod. Dresd. F 82; il De Rossi nella sua trattazione sostenne che essa era stata formata nel sec. xi in collegamento con le Vitae pontificum Mediolon. Ma un più minuto esame con il sussidio di nuove notizie (A. Silvagni, Studio critico sopra le due s. medievali di iscrizioni cristiane milanesi, in Rio. di arch. crist., 15 (1938), pp. 107-22, 249-79) permette di risalire ad origine più antica, probabilmente al sec. viII, e ritenerla quindi come frammento della s. precedente. Pavia, quale capitale del Regno longobardo, dovette facilmente avere anch'essa una s. speciale, di cui l'attuale sarebbe un notevole frammento; va aggiunta l'iscrizione greca di S. Pietro in coelo aureo riportata nella s. Etnsiedlense. Sulla Via Flaminia a Spaleto furono nel sec. viI trascritti cinque carmi del vescovo Achille, che si trovano inseriti nella s. Lauresh. IV ed in altri codici della s. romana del sec. viI; a questi sono da aggiungere i titoli del vescovo Spes e di un defunto del 384 scritti nel sec. IX in un pittacio (De Rossi, op. cit., p. 45) ritrovato nel 1878 in Aquisgrana. Dal santuario di S. Felice a Nola, esaltato dal vescovo s. Paolino, provengono sette carmi, fra cui quello votivo di Damaso, inseriti nel cod. Paris. 1443 e parzialmente in altri codici. Ravenna, topograficamente lontana dal movimento dei pellegrini, non offrì una propria s. all'attività della scuola carolina; indizio di s. o trascrizioni isolate sono il carme di Droctulfo, inserito in tre codici della s. romana del sec. viI, e tre iscrizioni (id., op. cit., n. 1) della membrana Scaligeri.
2. S. del sec. XV e dei secoli posteriori. - Nell'età precedente Roma era al centro dell'attività epigrafica cristiana diffusa per quasi tutto l'Occidente, in questo periodo tale attività è quasi unicamente raccolta in Roma, dove solo è possibile seguirne lo sviluppo. E noto che i primi umanisti attesero alla ricerca di antichi codici letterari ed insieme alla trascrizione di epigrafi; da loro nacque quel disprezzo verso le rozze iscrizioni cristiane, che passò in tutti gli epigrafisti di quel secolo e del successivo nel nord, mentre in Roma nel Cinquecento molto si attenuò sino a sparire con il fiorire degli studi di archeologia cristiana.

Proprio all'inizio del secolo si presenta nel cod. Vat. Barb. 1952 una famosa s. di iscrizioni classiche, con solo dodici cristiane, la quale porta la data del 1409; una seconda recensione inquadrata in una Descriptio urbis Romae eiusque excellentiae contengono i codd. Vat. 10687 e Chis. I. VI. 204, ambedue miscellanei; una terza recensione si trova nel cod. Vat. 3851 attribuita a Nicola Signorili. De Rossi (op. cit., n. 37, p. 316 sgg.) non tenendo giusto conto della data del cod. Barb. attribuil la seconda recensione all'a. 1347 e ne assicurò l'autore nella persona di Cola di Rienzo; tale conclusione fu da tutti i dotti accettata. Un esame critico del procedimento tenuto (Silvagni, op. cit., n. 8; Archivum latinitatis medii aevi, Parigi 1924), infirmando la datazione di tale recensione, viene a rimettere nel suo pieno valore la data 1409 della prima recensione. Rimane però incerto l'autore, che dové certo essere un umanista e facilmente Poggio Bracciolini, che dal 1402 andava trascrivendo iscrizioni in Roma. Poggio Bracciolini è qui da ricordarsi unicamente per un parvus quaternio della s. romana di Einsiedl. da lui rinvenuto in Svizzera verso il 1417 , il quale insieme alla s. precedente fornì le uniche iscrizioni cristiane a tutte le grandi raccolte per più di un secolo (De Rossi, op. cit., n. 42). Una piccola raccolta di epigrafi di S. Pietro si ricava dai 4 ll. De Basilica Vaticana contenuti nel cod. Vat. 3750 ed in altri codici (id., op. cit., n. 44), che intorno al 1450 compose Maffeo Vegio, da buon umanista tutt'altro che ammiratore delle iscrizioni cristiane. Pietro Sabino fu il primo umanista che protesto espressamente per sif-
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(da A. Silvagni, Bio. arch. crist., 58 [1861], p. 83) Sillogi epigrafiche - S. e. di Cambridge: iscrizioni della basilica dei SS. Proto e Giacinto, dell'oratorio di S. Croce e della basilica dei SS. Giovanni e Paolo, intercalate nel testo di una copia del Liber Pontificalis - Cambridge, Biblioteca Universitaria, Kh. IV, 6 (alias 2021), f. $238^{\circ}$ (sec. xir).
fatto disprezzo, e separando dalle classiche le iscrizioni cristiane, antiche medievali e recenti, da lui raccolte nelle chiese ed in altre parti di Roma, ne formò una ricca s. che nel 1494 offrì al re Carlo VIII (una copia ne fu riconosciuta dal De Rossi, op. cit., n. 66, nel cod. Marc. lat. X. 195). Di una simile s. di sole iscrizioni in prevalenza medievali di chiese romane dànno notizia il Cancellieri ed altri, che formata nel 1498 da Giovanni Capocci andò poi perduta (Silvagni, op. cit., n. 27); bisogna scendere ai primi del sec. xvir per trovarne un altro esempio nella raccolta di Carlo de Serva del cod. Vall. G. 28 (id., op. cit., n. 62) e per ultimo al 1703 con quella di Epifanio Davanzati del cod. Vat. 10164 (id., op. cit., n. 95).

Con l'inoltrarsi del sec. xvi cadono in Roma le prevenzioni umanistiche e numerose iscrizioni classiche si trovano in certe s. mescolate ad iscrizioni cristiane antiche medievali e recenti, che esclusivamente appartenevano alle rispettive chiese; tale si presenta la s. dell'anonimo Spagnolo (id., op. cit., n. 57), raccolta, sotto il pontificato di Pio V, nel cod. Chis. I. V. 167. Questo ed i precedenti autori trascrivendo nelle chiese romane le iscrizioni cristiane avevano trascurato del tutto quelle numerose che nell'età medievale vi erano state trasportate dalle gallerie cimiteriali per lastricarne i pavimenti; a queste, non escludendo le altre delle chiese e le classiche, si rivolse l'attenzione di alcuni contemporanei epigrafisti. Aldo Manuzio (id., op. cit., n. 59), ne riportò un gran numero nel suo apparato epigrafico, specialmente nel cod. Vat. 5241 non posteriore al 1588 ; Filippo de Winghe (id., op. cit., n. 60) nella sua s. anteriore al 1492 contenuta nei codd. Bruxell. 7872-73 ne segul l'esempio, cosi pure Giacomo Sirmond (id., op. cit., n. 62) alla fine del secolo nei suoi collectanea conservati nel cod. Paris. 9695. Il medesimo sistema tennero durante il sec. xvir Francesco

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Suárez (id., op. cit., n. 84) la cui ricca collezione anteriore al 1667 è riunita nei codd. Vatt. 9140 e Barb. 3084, Francesco Tolomei (id., op. cit., n. 88) che lasciò 2 voll. di Iscrizioni copiate dalli suoi originali in vari luoghi di Roma l'au. 1666, conservati nei codd. K. VIII. 1-2 della Biblioteca di Siena, come prima aveva tenuto G. B. Doni (id., op. cit., n. 74) che con la sua raccolta di iscrizioni cristiane e classiche, da cui fu estratta la s. del cod. Maruc. A. 293, si proponeva nel 1632 di formare un Corpus, disegno che neanche il mecenatismo del card. Barberini riuscì poi ad attuare.

Nessuno degli autori citati riportò iscrizioni degli antichi cimiteri, da molti anni riscoperti; A. Bosio le fece per prima conoscere con la Roma sotterranea, uscita postuma nel 1632 , e cui seguirono molto più tardi il Fabretti, il Boldetti e il Marangoni. I custodi antecedenti e successivi preposti dalla Chiesa agli scavi delle catacombe si preoccuparono solo di ricercare reliquie di martiri, mentre d'ordinario spogliavano le gallerie di tutte le lapidi che in gran numero venivano alla luce. Quelle dei cosiddetti "corpi santi" passavano alla Lipaanoteca del Sacrista pontificia o a quella del cardinal vicario, quelle dei comuni fedeli venivano disperse in Roma per lastricar chiese, per arricchire i musei esistenti, più spesso collezioni presso privati e case cardinalizie (riunite queste dal Marini nella Galleria Vaticana) e fuori di Roma per formare importanti collezioni lapidarie. Dalle due lipaanoteche, i cui manoscritti (Regesta Sacrarii pontiff. e Acta custodiae card. Vicarii) forniscono due ampie raccolte di iscrizioni cimiteriali, e dalle varie collezioni lapidarie attinsero per le loro s. Venuti (id., op. cit., n. 102), Lupi (id., op. cit., n. 103), Seguier (id., op. cit., n. 118), Oderici (id., op. cit., n. 124) e Reggio (id., op. cit., n. 133) nel sec. xviri, Amati (id., op. cit., n. 141), Sarti (id., op. cit., n. 144) e Settele (id., op. cit., n. 145) nel sec. xix.

A metà del Settecento A. F. Gori (id., op. cit., n. 106) preparò solo un piano per la pubblicazione di un Corpus di iscrizioni cristiane; ma pochi anni più tardi Gaetano Marini con ben altra preparazione attese a raccogliere da ogni parte del mondo romano iscrizioni cristiane anteriori al sec. xir, che trascrisse, divise in vari capitoli, in quattro grandi volumi conservati nei codd. Vatt. 9071-74. Tutto il suo apparato epigrafico riordinò G. B. De Rossi mentre pubblicava il $1^{\circ}$ vol. delle Inscriptiones per la continuazione delle quali lasciava una grandiosa raccolta di 19.000 schede manoscritte.

Bias.: G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae urbis Romae. II, Roma 1888; A. Silvagni, Inscript. christ. urbis Romae, nova series, I, ivi 1922.

Angelo Silvagni
SILLOGISMO. - Dal greco $\sigma \dot{u} v-\lambda \delta \gamma o s$, $\lambda \alpha \gamma \iota \alpha \mu \delta \varsigma$, indica connessione di idee, discorso. Il termine, già da Platone (Theaet., 189 d ; Phil., 41 c ) è usato, in senso generico, per indicare ragionamento (v.), illazione, inferenza (significato, questo, anche sog. gerito, figuratamente, da $\sigma u \lambda \lambda \varepsilon \gamma \varepsilon \iota v$, raccogliere; cf. il lat. colligere, inferire).

Con Aristotele, cui si deve la teoria sistematica del s., il termine assume significato tecnico: "è s. un discorso in cui, poste alcune cose, ne segue di necessità un'altra diversa, per il fatto che quelle son poste" (Anal. pr., I, 1, 24 b 19; cf. Top., I, 1, 100 a 25). Tale definizione rivela il concetto essenziale del s. aristotelico come strumento della dimostrazione o apodissi. Mentre la $\delta$ uelpestc o divisione platonica (Soph., 253 d), in quanto metodo dialettico non presenta necessità formale, e pertanto è solo un "s. impotente" ( $\dot{\alpha} \sigma \vartheta \varepsilon v \eta \varsigma \sigma \cup \lambda \lambda \alpha \gamma \iota \sigma \mu \delta \varsigma$; Anal. pr., I, 31, 46 a 33), il s. invece, nella sua forma perfetta "non ha bisogno di altro che delle premesse per mostrarsi la conseguenza necessaria" (ibid., 1, 24 b 22). La definizione aristotelica si estende a ogni forma di ragionamento formale; non quindi, propriamente, all'induzione (v.): pur usando, talora, l'espressione "syllogismus ex induz. tione" (Anal. pr., II, 23, 68 b 15). Aristotele contrappone infatti in senso tecnico, s. e induzione (Anal. pr., loc. cit.; Top., I, 72, 104 a 13).

La struttura logica del s. come forma tipica del ragionamento deduttivo consiste nel confronto di due termini (concetti, noemi) con un terzo in cui si mostra la loro mutua appartenenza o esclusione: il s. si risolve pertanto in un giudizio mediato (e quindi in una sintesi di giudizi) dove la convenienza o non convenienza fra soggetto e predicato è derivata da un rapporto prestabilito di entrambi a un altro termine comune. Il s. comprende quindi tre termini: soggetto e predicato, o "estremi" ( $\delta \alpha \rho \alpha$ : il predicato, estremo maggiore: $\delta \xi \circ \varsigma \pi \rho \delta \varepsilon \pi \varsigma$, $\tau \dot{\eta} \mu \varepsilon i \zeta \lambda \nu$; il soggetto, estremo minore: $\delta \xi \varepsilon \varepsilon \varsigma \delta \pi \rho \alpha \tau \varsigma$, $\tau \dot{\eta} \delta \iota \alpha \tau \tau o v$ ) e il termine medio ( $\delta \xi \circ \varsigma \mu \varepsilon \sigma \circ \varsigma, \tau \dot{\eta} \mu \varepsilon \sigma \circ v$; cf. Anal. pr., I, 4). I termini sono distribuiti in tre proposizioni: due premesse ( $\pi \rho \circ \tau \alpha \dot{\alpha} \alpha \iota \varsigma, \tau \dot{\alpha} \alpha \varepsilon i \mu \alpha v \alpha, \tau \dot{\alpha}$ $\pi \rho \circ \tau \alpha \tau \nu \dot{\alpha} \mu \alpha v \alpha$ ), la maggiore ( $\lambda \lambda \dot{\alpha} \mu \alpha$ ) in cui il predicato è riferito al medio, la minore ( $\pi \rho \dot{\alpha} \lambda \eta \psi \iota \varsigma$ ) in cui il medio è riferito al soggetto; e la conclusione ( $\varepsilon \tau \sigma \rho \circ \rho \dot{\alpha}, \tau \dot{\varepsilon} \sigma \eta \mu \alpha$ ) che esprime il rapporto di convenienza o esclusione del predicato con il soggetto: "Quando tre termini stanno fra di loro in modo tale che l'ultimo è contenuto in tutto il medio e il medio è contenuto o non contenuto in tutto il primo, c'è necessariamente un s. perfetto che connette gli estremi" (Anal. pr., I, 4, 25 b 32 sgg.), p. es., i mammiferi hanno respirazione polmonare, l'uomo è un mammifero, dunque l'uomo ha respirazione polmonare. Il fondamento della forza logica del s. consiste quindi nel particolare rapporto di predicazione o subordinazione ch'esso istituisce fra i termini e ch'è espresso nella legge: se a un soggetto appartiene un predicato, gli appartiene anche il predicato del predicato, oppure "tutto quello che si dice del predicato deve anche dirsi del soggetto" (Cat., 3, 3 b 4-5). Tale formola non è che un'applicazione del principio di identità e noncontraddizione e chiarisce pertanto la universale necessità formale del s. Kant la espresse in termini analoghi : "La prima e universale legge di ogni ragionamento affermativo è... nota notae est nota rei ipsius; di ogni ragionamento negativo: ... repugnans notae repugnat rei ipsi" (Die falsche Spitzfindigkeit d. vier syllogistischen Figuren, § 2). Il principio era anche altrimenti indicato da Aristotele in termini di estensione: "ciò che si dice universalmente ( $\pi \alpha \vartheta \delta \lambda \sigma \alpha, \pi \alpha \tau \dot{\alpha} \pi \alpha \nu \tau \dot{\varsigma}$ ) di una classe, deve dirsi anche singolarmente dei singoli soggetti contenuti nella classe: se ogni uomo è mortale, e Socrate è uomo, Socrate è anche mortale (il principio "dictum de omni": cf. Anal. post., I, 4, 72 a 28, e Anal. pr., I, 1, 24 b 27). La formula invece dell's identità " ("due cose uguali a una terza sono eguali fra di loro"), pur non assente in Aristotele (Top., VII, 1, 152 a 31 ; cf. Sum. Theol., 10, q. 28, a. 3 ad 1), non esprime tuttavia il suo più preciso modo di intendere la relazione fra i termini del s.; né è forse in sé la migliore, in quanto il rapporto fra i termini, nelle proposizioni del s., non è necessariamente di identità. Dalla natura del s. già Aristotele deduceva la sua legge fondamentale: "è manifesto che ogni dimostrazione deve essere per tre termini e non di più" (Anal. pr., I, 25, 41 b 35); tale norma, insieme con l'altra, che vuole l'accezione generale del termine medio in almeno una delle premesse (il medio due volte particolare può risolversi in due termini: cf. ibid., cap. 24, 41 b 7; e Anal. post., I, 11, 77 a 8-9: "se non c'è termine universale non si avrà il medio") fu in seguito particolareggiata nelle note otto regole tradizionali.

La teoria aristotelica si svolge ulteriormente (Anal. pr., I, 4 sgg.) nella determinazione delle figure ( $\pi \gamma \dot{\eta} \mu \alpha \tau \alpha$ ) e dei modi ( $\tau \dot{\sigma} \sigma \mathrm{\sigma}$ ) del s. La "figura" dipende dalla diversa collocazione del medio nelle premesse; il "modo" e dalla disposizione delle premesse secondo la loro quantità e qualità (universalità e particolarità, affermazione e negazione). Aristotele distingue tre figure: nella prima il medio è soggetto nella maggiore e predicato nella minore, nella seconda in entrambe predicato, nella terza in entrambe soggetto. Delle singole figure sono determinate le leggi d'inferenza ed è poi esposto il metodo di riduzione dei s. della seconda e terza figura al tipo delle prima, ritenuta da Aristotele (a torto come sembra: cf. W. D. Ross, op. cit., in bibl., pp. 49-50) la sola forma perfetta e indipendente di s. Alle tre figure aristoteliche

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ne fu in seguito aggiunta una quarta (riferita a Galeno [v.]), in cui il medio è predicato nella maggiore e soggetto nella minore, ch'è quindi piuttosto una trasposizione della prima. Tenuto conto delle leggi delle singole figure, la disposizione del medio e delle premesse secondo la quantità e la qualità consente 19 modi diversi di corretto s., espressi, nella scolastica medievale (per la prima volta, sembra, nella Summulae logicales di P. Ispano) con i versi mnemonici, Barbara Celareut Darii Ferio ecc.; dove le vocali dei singoli termini indicano le proposizioni del s. in una delle quattro figure (ad es., Barbara un s. con tre proposizioni universali affermative, nella prima figura). Nella trattazione aristotelica segue una diffusa esposizione dei s. modali, nei quali cioè è anche espressa la modalità (necessità o contingenza) del rapporto soggetto-predicato (cf. Anal. pr., I, capp. 9-22). Dal punto di vista della materia o contenuto Aristotele distingue il s. dimostrativo ( $\sigma$. $\dot{\alpha} \pi \circ \delta \varepsilon \iota \alpha \tau \iota \alpha \dot{\varsigma}$, $\varphi \cup \lambda \circ \sigma \sigma \varphi \eta \mu \alpha$ ) che procede da premesse universali e necessarie (Anal. post., I, 4, 72 a 7, e 6, 75 b s) e pertanto è fondato sull'« essenza» (Met., VII, 9; XII, 4, 1078 b 24) e di cui è dato ampio svolgimento nei Secondi analitici; il s. dialettico o inquisitorio ( $\sigma$. $\delta \iota \alpha \lambda \varepsilon \iota \tau \iota \alpha \dot{\varsigma}$, $\dot{\varepsilon} \pi \iota \chi \varepsilon \varphi \eta \mu \alpha$ ) che da premesse probabili «tenta» la ricerca della verità; il s. contenzioso o sofistico ( $\sigma$. $\xi \rho \iota \sigma \tau \iota \alpha \dot{\varsigma}$, $\sigma \dot{\sigma} \varphi \iota \varphi \alpha$ ) che «sembra dimostrare» ma in realtà non dimostra (v. SOFISMA) e il s. retorico ( $\sigma$. $\dot{\rho} \eta \tau o \mu \alpha \dot{\varsigma}$, $\dot{\varepsilon} v \vartheta \iota \mu \varepsilon \dot{\eta} \mu \alpha$; termine, quest'ultimo, usato poi, fin da Boesio, con altro significato) che muove da analogie ed esempi (cf. Top., VIII, 11, 162 a 15 e I, 1, 100 a 27 sgg.; Anal. pr. II, 27,70 a 10; e Rhet., I, 1, 1333 a 6 sgg.). La forme derivate del s. che ne rappresentano una semplice variazione (polis. e sorite) non sono esplicitamente considerate da Aristotele (il sorite - non però il termine - è accennato in Anal. pr., I, 23, 41 a 18, e svolto già in Alessandro d'Afrodisia [v. I]; né sono trattate le forme analoghe del ragionamento deduttivo (s. cosiddetto "disgiuntivo", s. condizionale e dilemma).

Tale, per indicazioni generali, la teoria aristotelica del s., rimasta poi sostanzialmente immutata attraverso gli innumerevoli commenti e svolgimenti posteriori. Aristotele vi dispiegh una particolare sagacità d'ingegno e sottolinea egli stesso con compiacenza la sua scoperta : "sul modo di sillogizzare non avevamo nulla prima di noi da esporre e dovemmo personalmente fare lunghe e laboriose ricerche" (De soph. elench., 34, 184 b 1 sgg.). Hegel, pur rilevando che la sollogistica aristotelica si riferisce unicamente alle forme del pensiero finito e astratto, non esita a qualificare Aristotele come, in certo modo "il naturalista delle forme spirituali del pensiero ", e la sua logica " un'opera che onora sommamente la profondità e la vigoria d'astrazione del suo scopritore" (Lezioni sulla storia della filosofia, trad. it. di G. Codignola e G. Sanna, II, Firenze 1932, p. 374). L'aver fissato le forme del pensiero "che si diramano come una rete d'infinita mobilità " nel pensiero concreto "è stato un capolavoro d'empiria: e questa consapevolezza ha valore assoluto" (ibid., p. 383). Analoga la valutazione del Leibniz: "je tiens que l'invention de la forme des syllogismes est une des plus belles de l'esprit humain et même des plus considérables" (Nouv. ess., IV, cap. 17, §4).

Contro il s. è stata mossa nondimeno, fin dall'antichità (Sesto Empirico, Pyrrh. Hypot., II, 14, 1996) un'accusa fondamentale : la maggiore universale presuppone la conclusione particolare e quindi come processo dimostrativo il s. involge un circolo vizioso: per poter dire che "ogni uomo è mortale" occorre già sapere che anche "Socrate è mortale». L'inutilità del s. per la scienza è poi ripetuta da Bacone (Nov. org., I, 13-14) e da Cartesio il quale afferma che per costruire un s. è necessario averne in antecedenza la materia: quindi con il s. non si apprende nulla di nuovo e la dialettica "volgare" è del tutto inutile "rerum veritatem investigare cupientibus" (Reg. ad direct. ingenii, 10, ca. finem). La critica è svolta ampiamente dal Locke per cui il s., "se serve a dimostrare la connessione fra le prove ", "non dà tuttavia alcun aiuto alla nostra ragione... nel trovar delle prove e fare nuove scoperte": il s. fa vedere la connessione fra due estremi, posto un medio, "ma quell