ere dai Padri. Certi modernisti, ad es., M. Hébert (1851-1916), ripresero a loro volta questa posi-
zione : i dogmi non sono che s., mediante i quali lo spirito umano esprime a se stesso le verità morali di cui deve nutrire la propria azione. Tale tendenza è chiaramente condannata dall'encici. Pascendi Dominici gregis (Denz-U, 2079).
L'encici. Humani generis (12 ag. 1950) ha fatto allusione a coloro i quali ritengono che "transubstantiationis doctrinam, utpote antiquate notione philosophica substantiae innixate, ita emendandam esse ut realis Christi praesentia in S.ma Eucharistia ad quendam symbolismum reducatur, quatenus consecratae species, nonnisi signa efficacia sint spiritualis praesentiae Christi, eiusque intimae coniunctionis cum fidelibus mendoris in corpore mystico" (AAS, 42 [1950], pp. 570-71). Ridurre cosi il simbolismo cucaristico a non essere più che il segno di una presenza "puramente spirituale" sarebbe abusare delle formele di s. Agostino, e compromettere il dogma della presenza reale.
3. Conclusione. - Si è mostrato che il simbolismo teologico è un elemento importante del pensiero cristiano; è da deplorare che uno spirito assai acuto, un razionalista, non l'abbia apprezzato o l'abbia anzi deformato fino al punto di metterlo in opposizione al realismo della fede. Si deve confessare che il pensiero moderno è divenuto estraneo a un tal modo di esprimersi. Già Harnack l'aveva notato a proposito di Origene: "Noi, oggi, intendiamo con il nome di s. una cosa che non è quella che essa significa; una volta, invece, si intendeva per s. una cosa che era, in qualsiasi maniera, realmente ciò che essa significava " (Dagmengeschichte, I, $4^{\circ}$ ed., Tubings 1910, p. 476). In tale osservazione si trova la spiegazione del profondo significato del simbolismo teologico degli antichi, come pure la spiegazione del processo di deformazione a cui l'hanno sottoposto i moderni. Se, pur conservando le esigenze razionali e realistiche che sono il magnifico risultato della teologia scolastica, si potesse ritrovare questo senso del s. e del "mistero", un incalcolabile beneficio ne deriverebbe al pensiero religioso che potrebbe cosi avvicinare certi spiriti moderni, più sensibili di una volta all'espressione simbolica e artistica; pertanto il rinnovato contatto con la Scrittura, i Padri e la liturgia (s. Tommaso non l'aveva mai abbandonato) non può essere per la stessa teologia scolastica che un fecondo arricchimento.
Bra...: manca uno studio completo sull'argomento; da consultare: I. Schmid, Fideitmus, in LThK, III, coll. 1032-1033; J. P. Steffen, Symbol, ibid., IX, coll. 926-27, su alcuni punti particolari cf. Cl. Mondésert, La Symbolisme chez Clément d'Alessandrie, in Rech. de sc. relig., 26 (1936), pp. 158-80; H. U. von Balthasar, Le mystérion d'Origine, ibid., 26 (1926), pp. 513-62; 27 (1937), pp. 38-64; P. Bertocchi, Il s. ecclesiologyo dell'Eucar. in s. Agostino, Bergamo 1937; H. M. Fores, Sacramentum-Res duns la langue théol. de st Augustin, in Rev. de sc. philos. et théolog., 29 (1940), pp. 218-43; P. Th. Camelot, Réalisme et Symbolisme dans la doctrine eucharist. de st Augustin, ibid., 31 (1947), pp. 394 419; s. Tommaso d'Aquino, Somme Théol. Les Sacrements, trad. franc. e note di A. M. Roguet, Parigi 1943; H. de Lubac, Corpus Mysticum, $2^{\text {a }}$ ed., Parigi 1942; L. Cioqui, Il valore del simbolismo nella conoscenza di Dio, in Sapienza, 1 (1948), pp. 49-61; 2 (1949), pp. 233-44; A. Piolanti, De symbolismo et ubiquitous euchar. a Pio XII proscripto, in Euntes decete, 4 (1951), pp. 114-30.
Tommaso Camelot
IV. S. e Simbolismo LITURGICo. - 1. Carattere specifico del simbolismo $l$. - Il simbolismo liturgico si differenzia da quello religioso in genere e da ogni altra specie di simbolismo umano per la ragione che simboleggia e rappresenta verità, o realtà, o comunque concetti e idee dell'ordine soprannaturale.
La stessa liturgia ne rende conto in molti passi. Basti ricordare, ad es. : 1) il Prefazio di Natale, ove tutta la profonda realtà del simbolismo religioso e liturgico viene concisamente descritta con le parole "dum visibiliter Deum cognoscimus, per hunc in invisibilium amorem rapiamur *. 2) L'antico Oremus usato nella festa della Decollazione di s. Giovanni Battista, che proviene dal Sacramentario Gelasiano antico (cod. Vat. Rel. 316), dice "Conferat nobis, Domine, s. Ioannis B. solemnitas, ut et magnifica sacra-
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SIMBOLO e SIMBOLISMO - Il Pellicano, considerato quale s. delI'Eucaristia. Porticina di tabernacolo, opera di V. Crocetti (1930). Roma, Cappella dell'Università.
menta, quae sumpsimus, significata veneremur, et in nobis potius edita gaudeamus \%. 3) Il quinto Oremus della Benedizione delle palme, che però appare soltanto nel sec. XI, contiene la felice formola, per il s. l. delle palme : "factum et significatum " unendo cosi i due elementi che costituiscono il simbolismo liturgico: la cosa che serve da s., e la verità o realtà soprannaturale che ne viene rappresentata e che, come nei Sacramenti, oltre il simbolismo in sé, include anche un'azione soprannaturale operata nell'uomo che avvicina il simbolo, cioè, nel caso, il Sacramento, o il sacramentale, veicolo reale della Grazia. S. Gregorio Magno insiste ripetutamente sul simbolismo religioso, scritturistico e liturgico della parola divina; valga un esempio per tutti : nell' Umelia is in evangelia esordisce con questa definizione descrittiva che serve per tutti gli altri casi: - Caelorum regnum... idcirco terrenis rebus simile dicitur. ut ex his quae animus novit, surgat ad incognita quae non novit: quatenus exemplo visibilium se ad invisibilia rapiat" (PL 76, III4-15).
Il medioevo, continuando su questa base, coltivò con predilcazione il s. l. tanto che finì con esagerazioni e interpretazioni arbitrarie e artificiose. Si tentò di trovare simbolismi in cose, azioni, parole che non ne avevano affatto: ad es., quando si venne a vedere in ogni parte e azione della s. Messa una corrispondenza alla Passione del Signore, che in verità non esiste : l'iniziatore di queste interpretazioni simboliche esagerate è Amalario, seguito poi da quasi tutti i più notevoli trattatisti medievali, come Onorio di Autun, Sicardo da Cremona, Durando di Mende. Non è da meravigliarsi pertanto se con l'Umanesimo e con la Riforma il simbolismo religioso e liturgico cadde in discredito, Con i recenti e più approfonditi studi della liturgia e della psicologia religiosa, incomincia a farsi nuovamente strada una giusta rivalutazione del simbolismo religioso e soprattutto liturgico, e si auspica che in una futura riforma il vero e sano simbolismo liturgico venga riportato a nuova vitalità, come si è fatto, ad es., con successo, nella riforma della Veglia pasquale.
2. Le cose. - Nella liturgia vengono adoperate le cose più svariate e nelle maniere più differenti : vestiario, mobilio, utensili, edifici liturgici, cose appartenenti alla flora o alla fauna o al mondo insensibile, cose d'arte ecc. Una quantità di queste "cose" sono necessarie all'uso anche comune quotidiano della vita umana: acqua, luce, fuoco, casa, vestito, cibi ecc. e molte vengono adoperate senza simbolismo, altre, invece, anche nell'uso civile e quotidiano, non sono libere da accezioni e interpretazioni simboliche : basti ricordare l'accezione comune a tutti i popoli del simbolismo generale dell'acqua, della luce, del fuoco (fusione), del sale come preservativo, di certi fiori o alberi (giglio, rosa, viola, palma, alloro, ecc.), di certi colori (con significato vario secondo l'uso dei popoli). Molti di questi simbolismi sono del tutto naturali e fluiscono dalla destinazione originaria delle cose stesse; altri sono alquanto convenzionali, secondo determinazioni psicologiche differenti, proprie delle varie popolazioni (nero come colore di lutto presso gli indo-europei, bianco invece presso i popoli cinese, giapponese e vicini; il bacio come segno di amore e tenerezza presso i popoli euroasiatici, ma sconosciuto presso le popolazioni negridi, ecc.). Molti simbolismi di questo genere, di per sé naturali e comuni, sono passati anche, con un identica o simile interpretazione, nel culto presso gli stessi popoli, e, conseguentemente, anche nel culto della Chiesa cattolica. Molti di essi, poi, si sono formati mediante una successiva interpretazione dei liturgisti, soprattutto medievali, incominciando da Amalario (sec. IX). Spesso anche una cosa usata nella liturgia, originariamente senza espresso simbolismo, in seguito è stata onorata da una particolare benedizione, e ciò ha provocato ben presto anche un'interpretazione simbolica: è il caso di molti sacramentali. Gioveranno alcuni cenni sui s. più noti:
a) Luce. - Simbolo di Dio, e soprattutto di Cristo (cero pasquale), della Fede, dell'illuminazione ricevuta nel Battesimo: simbolo anche dell'offerta e sacrificio, consumandosi la materia lucente nella propria Bamma (lampada eucaristica); l'uso dell'illuminazione, di per sé necessaria, ebbe prestissimo un'interpretazione simbolica, come nell'antichità; l'illuminazione delle città nella notte santa di Pasqua.
b) Sole. - La grande lucerna solare, in tutte le religioni, riveste una particolare importanza, venendo essa stessa divinizzata, o almeno considerata come simbolo e immagine della divinità. Il cristianesimo, unendo alla realtà preesistente del simbolismo solare, tanto comune, la realtà soprannaturale, e seguendo direttamente l'indirizzo dato dallo stesso Signore che si presentò, umanamente parlando, come "la luce del mondo", si servì in modo particolare del simbolismo solare, soprattutto sentito nell'antichità, molto più vicina di noi ai culti solari di varie specie che fiorirono nel paganesimo antico (cf. J. Dölger, Sol Solutis).
c) Acqua. - Anch'essa di largo uso simbolico e di vasta interpretazione simbolica in tutte le religioni, viene usata pure dal cristianesimo (del resto preceduto dalla Sicagoga), nei suoi riti, come segno di lustrazione, di purificazione, accompagnandone l'uso con le varie benedizioni, e creando varie specie di acque lustrali, dall'acqua benedetta ordinaria alle acque con immistione di altre sostanze (ceneri, balsamo ecc.) per le lustrazioni solenni e nelle varie consacrazioni (chiese, campane, ecc.).
d) Sole. - Il sale è di largo uso nella liturgia cattolica soprattutto per la sua qualità di elemento conservatore, per cui è diventato s. della "sapienza" che conserva dalla "insipienza", e di tutti i doni soprannaturali (Grazia, virtù), che conservano l'anima dal peccato e dall'influsso del "mondo"; donde l'uso del sale nei riti battesimali. nella benedizione delle varie acque sante. Invece l'uso antico e comune del sale come segno di infruttuosità (spesso sopra città distrutte e condannate allo scerminio) non è entrato nel simbolismo ecclesiastico.
e) Incenso. - L'incenso e l'incensazione (di uso comune e ordinario non solo nei culti antichi, pagani, ma anche nei cerimoniali di corti antiche, perché i principi, orientali prima, poi anche romani, furono considerati come rappresentanti delle divinità), passò nell'uso della Chiesa
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nella stessa accezione religiosa simbolica tradizionale, come segno di venerazione verso le persone sacre (pontefice, sacerdote, come rappresentante di Cristo nella celebrazione liturgica), e anche come segno di venerazione civile, cioè di distinzione (questa pare sia la primitiva origine dell'incensazione delle persone sacre); fu pure, per lo stesso motivo adibita verso le cose sacre, sia benedette o consacrate, e, comunque di uso sacro: di qui l'uso di incensare le cose subito dopo la loro benedizione (rami, candele, ceneri ecc.), il largo impiego dell'incenso e dell'incensazione nelle grandi azioni di consacrazione (chiesa, altare, campane ecc.), e di certe cose, oggetti, o suppellettili sacre durante le varie funzioni, soprattutto nella Messa solenne (libro del Vangelo, altare, le Sacre Specie durante la Consacrazione).
f) Fra le cose sacre che si sono mano mano riempite di simbolismo, spicca soprattutto l'edificio sacro, la chiesa, con tutto il suo arredo, e in primo luogo l'altare, come luogo del sacrificio e punto centrale della chiesa; però i simbolismi primitivi intorno a chiesa e altare sono relativamente pochi e abbastanza naturali : la chiesa (edificio) come segno visibile della Chiesa invisibile di cui racchiude, nella liturgia, una parte, cioè la comunità presente dei cristiani: e l'altare come segno e immagine di Cristo. Ma ben presto, sin dal sec. iti, da quando cioè si svilupparono i grandiosi riti della consacrazione delle chiese e degli altari, i simbolismi aumentarono, e il medioevo è riuscito ad attribuire ad ogni cosa un'interpretazione simbolica, spesso assai ricercata e artificiale (cf. J. Sauer, op. cit. in bibl.).
3. Le persone. - Il simbolismo si è ben presto impadronito delle persone sacre, consacrate cioè alle celebrazioni dei divini misteri, vale a dire degli addetti al culto, incominciando dal popolo stesso, dai cantori, dai vari ministri sacri fino ai gradi più alti. Il simbolismo fondamentale, che in gran parte si basa sopra verità rivelate, dunque sopra realtà invisibili, è quello della rappresentazione di Cristo, degli Apostoli o discepoli di Cristo, e della Chiesa come comunità dei fedeli, e figura della futura Gerusalemme eterna. Anche qui il medioevo è andato molto avanti, in spiegazioni e interpretazioni anche arbitrarie; ma resta sempre il fondamento reale sopraindicato, per cui tutta la comunità sacra, compresi i capi celebranti, viene circondata di riti e cerimonie alla loro volta simboliche e rappresentative (baci, riverenze, inclinazioni, genuflessioni, incensazioni, ecc.). Anche il vestito usato dalle persone addette al culto, ebbe presto interpretazioni simboliche (mistiche) soprattutto nel medioevo. La sistemazione delle vesti sacre e la loro decorazione, nonché il canone dei colori liturgici, dipende in parte anche da questi simbolismi. Certe persone sacre, fra cui sin dall'alto medioevo si enumeravano anche i principi (imperatore, re), ricevettero poi una speciale consacrazione o benedizione, che li rendeva atti e capaci ad agire e funzionare secondo le esigenze del loro ufficio; alcune di queste trasmissioni di ufficio e di dignità sono per divina istituzione nella Chiesa veri Sacramenti (v. sotto), altre benedizioni costitutive e sacramentali.
4. I numeri. - Una certa importanza nelle liturgie ha il simbolismo dei numeri, elemento universale umano fin dagli albori dell'umanità. Secondo l'uso molto primitivo e diffuso del sistema duodenario vengono comunemente valorizzati i numeri 3, 4, 9, 12, 24, ecc. Il Vecchio Testamento conosce questo simbolismo e lo amplifica con il numero 7 e 40 ed altri meno importanti. Gli stessi numeri passano nel simbolismo del Nuovo Testamento e quindi nella liturgia, però spesso con un nuovo fondamento preso dalla Rivelazione, come la S.ma Trinità, i sette Sacramenti, i dodici Apostoli, i ventiquattro senzori, e via dicendo. Alcuni elementi liturgici si basano esplicitamente sul simbolismo dei numeri, come il ternario o triplice ternario di invocazioni litaniche (il Kyrie), i sette candelabri nella liturgia papale antica, passati poi in quella episcopale, le dodici croci nella consacrazione delle chiese (apostoli, porte della celeste Gerusalemme), e tanti altri.
5. Gli animali. - L'antichità e il medioevo insistettero molto sul simbolismo animale; si vedano il Fisiologo e i bestiari medievali, la scultura romanica e gotica, le
iniziali con figure di animali longobarde, irlandesi e romaniche. Il leone, simbolo di Cristo stesso ma anche del diavolo (esempio tipico di simbolismo polivalente), il pesce, la pecora, l'aquila, più tardi il pellicano, la volpe e la lepre, il serpente ne mostrano una ricchezza di simbolismo che trova larga applicazione soprattutto nell'arte sacra, ma alle volte e per certe categorie anche nelle formule liturgiche.
6. Simbolismo sacramentale. - Nell'amministrazione dei Sacramenti propriamente detti si devono distinguere i simbolismi accidentali e secondari dal vero simbolismo sacramentale nel senso stretto e diretto. I Sacramenti della Chiesa, per immediata istituzione divina, siccome operano effetti soprannaturali e di per se invisibili, sono stati legati, perché diventassero percettibili agli uomini, a segni o simboli visibili, i quali non solo significano, ma anche operano, normalmente, se non vi esiste ostacolo perentorio, la specifica Grazia sacramentale, in unione con la formola sacramentale che determina e circoscrive l'efficacia del segno (azione) esterno. Siamo qui di fronte ad un vero simbolismo, o rappresentazione immaginativa attraverso un atto esterno che ha un rapporto di somiglianza o attinenza con la cosa significata, naturale e diretto. Ma questo atto simbolico-sacramentale, che insieme alla formula costituisce il Sacramento, viene poi circondato e arricchito di una quantità maggiore o minore di altri simbolismi o azioni simboliche che non sono di essenza del Sacramento stesso, ma appartengono alla sua esecuzione liturgica. Il simbolo sacramentale più usato è l'imposizione della mano o delle mani, come segno e testimonianze della trasmissione o dell'esercizio di una potestà o facoltà nei confronti della persona cui si applica (Penitenza, Ordine). Nel Battesimo il simbolo sacramentale è costituito dall'immersione nell'acqua (sepoltura) e dalla emersione (risurrezione); nell'Eucarestia dalla forma di banchetto sacrificale, mentre il sacrificio viene rappresentato sotto la forma di due specie sacramentali separate; l'unzione con olio invece è il simbolo sacramentale nell'unzione degli infermi, segno della sanazione dell'anima dal peccato e le sue conseguenze.
Il simbolismo sacramentale, durante i secoli, ha subito variazioni ed evoluzioni, a volte anche nella forma di semplificazione o riduzione, purtroppo non sempre senza perdita della immediata percezione del simbolismo stesso, ossia dell'immagine. Così, ad es., il rito essenziale del Battesimo si è oggi comunemente ridotto alla forma di una rapida abluzione del capo; ma, come risulta chiaramente dalla cerimonia sacramentale primitiva e dalle spiegazioni dogmatiche di s. Paolo (soprattutto Rom. 5), il simbolismo sacramentale del Battesimo consisteva nella completa immersione sott'acqua, con la seguente emersione dalla medesima, come immagine reale e concreta della sepoltura di Cristo sotto terra e della sua seguente risurrezione. Il vero e fondamentale simbolismo del Battesimo con l'attuale rito dell'abbazione si è talmente affievolito sia presso fedeli, come presso sacerdoti, da non essere più percepito : in suo luogo è subentrata l'idea del lavacro, simbolismo che ritiene qualche cosa del primitivo. S. Tommaso (Suve. Theol., 3*, q. 66, a. 8) riassume la questione del simbolismo sacramentale del Battesimo, in questi termini: «Dicendum quod in immersione expressius repraesentatur figura sepulturae Christi, et ideo hic modus baptizandi est omnium et laudabilior et communior. Sed et in aliis modis baptizandi repraesentatur aliquo modo, licet non ita expresse. Nam quocumque modo fiat ablutio, corpus hominis vel aliqua para eius aquae supponitur, sicut corpus Christi sub terra fuit positum».
Così pure la primitiva imposizione delle mani sul pendente, nel sacramento della penitenza, è stata ridotta ad un gesto appena percettibile prima dell'assoluzione; nella celebrazione della s. Messa il simbolismo originale della mensa, cui partecipano tutti i presenti, è oggi in confronto ai riti primitivi molto difficilmente riconoscibile.
La questione del simbolismo sacramentale acquista oggi, nel clima della restaurazione liturgica, sotto il particolare punto di vista pastorale, una nuova importanza, tanto più quanto meno la generazione presente in genere è capace e incline a simili simbolismi.
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(da E. de Lorre, Le Beviaire de l'Escurial, in Gazette des Beaux Arts, 863, p. 589.
Simbolo e Simbolismo - Elefante, simbolo della castità, secondo il Physiologet e i Bystiari. Miniatura del bestiario arabo alluminato da "Ali ibn. Mohammed (1334) - Madrid, Biblioteca del-
l'Escursale, cod. arabo 898, 1, 167.
Bibl.: W. Menzel, Christl. Symbolik, 2 voll., Ratishona 1854; A. Aubor, Hist. et théorie du symbolisme religieux, $2^{\mathrm{e}}$ ed., 4 voll., Parigi 1884; A. Goblet d'Alviclla, Croyances, rites, institutions, 3 voll., ivi 1911; I. Herwegen, German. Rechtssymbolik in der röm. Liturgie, Friburgo i, Br. 1913; J. Sauer, Symbolik des Kirchengebäudes, $2^{\mathrm{e}}$ ed., Friburgo 1924; E. Mále, L'art relig. en France, 4 voll., Parigi 1924-35 (copioso materiale intorno al simbolismo religioso, liturgico, follderistico); K. Künstle, Demographie der christl. Kunst, 2 voll., Friburgo 1926-28; R. Guardini, Von hl. Zeichen, $2^{\mathrm{e}}$ ed., Magonza 1920; G. Schreiber, Nationale u. internationale Volksbunde, 1930; L. Eisenhofer, Handbuch der hath. Liturgik, I, Friburgo 1932, pp. 149-31; J. Ruttenbauer, Symbol und Attrappe, in Hochland, 1938-39, I, pp. 113-20; J. A. Jungmann, Die liturg. Feier, Grundsälzl. u. Geschichtl. über Formgesetze der Liturgie, Ratishona 1939; O. Doering-M. Hartig, Christl. Symbole, $2^{\mathrm{e}}$ ed., Friburgo 1940 (bibl. recente pp. 173-83); Ph. Oppenheim, Institut. syst.-hist. in s. Liturgiam, VI, Torino 1941; VII, ivi 1947; Th. Olan, Die Gebetspübärden der Völker u. d. Christentum, Leida 1944; J. Pascher, Eucharistia, Gestalt und Vollzug, Münster 1947; id., Form u. Formenuandel subramentaler Feier, ivi 1940; id., Die Liturgie der Sahram., ivi 1951; M. Righetti, Man. di Stor. liturg., I, $2^{\mathrm{e}}$ ed. Milano 1950, pp. 45-57 e 296-341: cf. inoltre le voci relative al s. redetto da specialisti; H. Thurston, Symbolisme, in Cath. Eoc., XIV, 373-77; C. A. Bernoulli, Symbole, in Die Religion in Geschichte und Gegenwart, V, 935-39 (tratta la questione del punto di vista di storia delle religioni) e G. Stuhlfauth, ibid., 939-40 (tratta del s. ecclesiastico in particolare); questi due autori sono protestanti non per la loro competenza in materia; G. Schreiber, Symbol, in LT\&K, IX, 926-28; J. Sauer, Symbolik, ibid., 929-31; H. Leclercq, Symbolisme, in DACL. XV (1953), coll. 1778-1811; P. St. Beissel, Symbol, in Werzer u. Wehr's Kirchen-Lex., XI, 1043-46.
Giuseppe Löw
V. S. e "simbolismo" nella letteratura. - Designazione di un gruppo di poetiche affini apparse e formulate in Francia fra il 1870 e il 1890 , derivate da un progressivo allontanamento dal decadentismo. Nel 1885 J. Moréas, replicando a P. Boudier che aveva accusato di "decadentismo" Verlaine. Mallarmé e la loro cerchia, defini tali poeti symboliques. Da non trascurarsi è l'apporto di una prima, più diffusa conoscenza di letterature estremo-orientali.
Il s. enuclea dalla poesia, cui volge lo sguardo (quella di Baudelaire, Verlaine, Rimbaud, Mallarmé), un atteggiamento ed una categoria espressiva (la elaborazione del simbolo, la correspondence), del resto eterni, e li propone a nuove personalità poetiche (quelle di Verhacren, di Jammet, di Claudel, di Apollinaire, di George, Yeats, Hoffmannsthal) ognuna delle quali, in vario grado, per vie diverse, e con molteplici connessioni, darà espressione al tema. Influisce su altri poeti ancora, quali Gide, Proust, Ibsen, Block, Bal'mont, Valéry, Rilke, Wilde, Swinburne, il cui centro poetico è, più o meno, lontano, d'altra tradizione e di diverse colorito.
Schematicamente si potrebbe ravvisare il "sigillo" che il s. imprime su immagine, ritmo, suono, ecc. nello "scorporamento" di essi, ciò che lo riavvicina, in realtà, al parnassianismo cui intende reagire, e (ciò che è piut-
tosto suo proprio) nello scioglierne i rapporti tradizionali, proponendo, quindi, nuovi accostamenti. Nelle forme deteriori, dunque, il s. cade nella impoeticità prevalentemente per mancanza di ritmo, armonia e ordinamento, per magra astrattezza raziocinante e nebulosità. La poesia, invece, che si ispira ad esso, o lo ha come base storica, è contrassegnata da una nuova apertura di orizzonte e ha abituato l'uomo contemporaneo a ricercare (fra l'altro con il vigile sforzo di rinnovare nel solo tono poetico, e nella sola posizione, le parole ormai logore) nuovi modi di accostarsi ai rapporti fra soggetto e oggetto, fra contingente e assoluto. Quest'ultima istanza ha creato vive affinità fra il s. ed alcuni spiriti particolarmente sensibili al problema religioso. La poesia simbolista fa vibrare in spazi vasti e silenziosi ritmi semplici, melodie scarnite e poche immagini essenziali. Notevole è anche il nuovo significato che il s. dà al vuoto, e cioè (come ha notato il Rilke) alla descrizione, non dell'oggetto, fisico o spirituale, ma dei contorni che esso lascia segnati nello spazio fisico e spirituale, circumambiente e lontano (si ricordi, p. es., il Mallarmé di Igitur). Come non ultima conseguenza, ha resa necessaria una nuova riflessione sui limiti, o sulla difficoltà di stabilirli, fra poesia e quel quid che si potrebbe chiamare sub-poesia.
Bibl.: H. Bremond, La poésie pure, Parigi 1926; M. Raymond, De Baudelaire au sorcialisme, ivi 1933 ( $2^{\mathrm{e}}$ ed. ivi 1940); H. P. Thieme, Cinquantenaire du symbolisme, ivi 1936; E. Caillot, Symbol, et âmes primitives, ivi 1936; M. G. Rudler, Parnassiens, symbolistes et décadents, ivi 1938; P. Valéry, Existence du symbol., ivi 1939; H. Chouard, Ilist. de la litt. franç. du symbol; à nos jours, ivi 1947; C. M. Bowra, The heritage of symbol., Londra 1948.
Gustave Betsenai
SIMEONE (ebr. Šim'ôn, greco $\Sigma \eta \mu \chi \omega \nu$ ). Secondo figlio di Giacobbe (v.) e Lia (Gen. 29, 33; $35,22 ; 48,5$ ) da cui ebbe nome una delle tribù d'Israele. La madre ne collegò il nome, al momento della nascita, con l'esaudimento del Signore, "perché udi (Sâma") ch'io sono disamata e mi diede anche questo (figlio) ". Partecipò con Levi alla feroce e sleale repressione dei Sichemiti, che avevano disonorato la sorella Dina (ibid. 34, 1-31) : il fatto incorse nel blasimo di Giacobbe (ibid. 59,3 sgg.), ma per certo suo aspetto di eroismo e zelo religioso-patriottico fu anche celebrato (Iudt. 9, 2). Nel primo viaggio che fece in Egitto durante la carestia, S. fu tenuto da Giuseppe in ostaggio, non essendo il primogenito Ruben colpevole della vendita del fratello (Gen. 42, 25,36; 43, 23). In Egitto lo raggiunsero poi con Giacobbe i suoi sei figli (ibid. 46, 10; cf. I Par. 2,1; 4, 24 sgg.).
Le notizie principali sulla tribù di S. sono date in Jos. 19, 1-9. Il suo territorio era tra Bersabee e il Mar Morto, a sud di Giuda, con cui la tribù sembra annessa (ibid. 19, 1) e da cui effettivamente fu assorbita : è il Néghebh, vasta zona desertica, in cui la tribù più che stangiata appariva dispersa (I Par. 4, 39-43), idea riflettuta nel minaccioso vaticinio di Giacobbe (Gen. 49, 7) e nel fatto che nella benedizione di Mosè (Deut. 35) la tribù è omessa.
Il declino della tribù appare fin dall'epoca del deserto : i Simeoniti atti alle armi al Sinai erano 59.300 (Num. 1, 22), nelle steppe di Moab solo più 22.200 (ibid. 26, 12-14). L'occupazione del territorio affidato a S. avvenne con l'aiuto di Giuda (Iudc. 1, 3.17), che si tenne la parte migliore: quella toccata a S. non era che steppa o deserto. Ciò spiega anche perché in questa tribù vi era la sola città levitica di Asan (I Par. 6, 39.65 [ebr. 6, 44. 50]; Ain in Jos. 21, 4.9.16 è da correggere in Asan). I Simeoniti forniscono ancora 7100 guerrieri a David (I Par. 12, 25). Ma già in quest'epoca, e sempre più spesso in seguito, le città già di S. vengono censite come giudaiche: Bethel, Ramoth a sud, Arama, Asan (I Sam. 30, 27-30), Bersabee (II Sam. 24, 7; I Reg. 19, 3; II Reg. 23, 8), Siceleg (I Sam. 27, 6), ecc. (cf. I Par. 4, 28-31).
Le notizie successive lasciano intendere che la tribù dovette attraversare difficoltà particolari, contro cui cercò di reagire : in parte fu assorbita da Giuda, in parte forse
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(fet. Biblioteca Vaticana)
Simeone, vescovo di Gerusalemme, santo, maitire - Il martirio di s. S. Miniatura del Menologio di Basilio II (976-1025) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1613, I, 46.
da tribù arabe e dai Filistei, che a tratti occuparono delle città. Alcuni saranno anche emigrati alle tribù del nord, con cui sembrerebbe che S. avesse avuto particolari rapporti, a giudicare dall'identità del culto del vitello a Bersabee e nei centri settentrionali di Bethel, Galgala e Dan (Am. 4, 4; 5, 5; ecc.). Contro i nomadi del deserto la tribù cercò di difendersi : e così pure di reagire contro i Ganani, come nel caso delle due spedizioni (1 Par. 4, 34-45) del tempo di Ezechia, in cui 13 capi simenniti occuparono una zona di pascoli presso Gerara, togliendoli ai + figli di Cam $x$.
Il nome di S. fu portato anche da un cittadino di Gerusalemme del tempo di Esdra (Esd. 10, 31) e da un sacerdote, antenato dei Maccabei (I Mach. 2, 1).
Giovanni Rinaldi
SIMEONE, santo. - * Uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d'Israele, e lo Spirito Santo era sopra di lui» (Lc. 2, 25). Aveva avuto la promessa di non morire prima d'aver visto * il Cristo del Signore ${ }^{2}$. Lo riconobbe nel bambino Gesù presentato al Tempio, pronunciò il Nunc dimittis (v.), e ne predisse le sorti (Lc. 2, 25-35).
Secondo l'apocrifo Protovangelo di Giacomo (cap. 24) sarebbe stato sacerdote, anzi, secondo il leggendario Vangelo di Nicodemo, sarebbe stato sacerdos magnus, padre di Carino e Leucio che sarebbero stati poi risuscitati da Gesù. Ma dal contesto di s. Luca non risulta che S. fosse sacerdote. Secondo lo Psendo Matteo (15, 2), S. avrebbe avuto 112 anni quando ricevette il bambino Gesù «sul suo pallio»; secondo il codice Laurenziano di questo apocrifo, il vecchio, che stentava a reggersi, appena ricevette il Bambino a corse fino all'altare del Tempio del Signore ", perché a senex puerum portabat, puer autem senem regebat s. Alcuni, con Wettstein, Zahn, Plummer, identificano S. nel rabbin S., figlio di Hillèl e padre di Gamaliele I (cf. Act. 5, 34). Siccome però questo rabbin era ancora vivo nel 13 d . C., mentre il S. di $L c$. 2 sembra sia morto poco dopo la presentazione di Gesù al Tempio, l'identificazione è assai discutibile. H. L. Strack e P. Billerbeck (Komm., II, Monaco 1924, p. 124) escludono questa ed altre identificazioni. Nel Martirologio romano s. S. è commemorato l'8 ott., nella liturgia bizantina il 13 febbr. Le sue reliquie sarebbero state trasportate nel sec. vi a Costantinopoli e nel 1243 a Zara, ove si venerano in un prezioso reliquario d'argento (cf. Illustrazione vatic., 1932, pp. 107-10).
BibL.: Acta SS. Octobris, IV, Bruxelles 1780, pp. 4-23; i commentari a $L c$. 2, 25-35. Su pretesi influssi buddhisti sull'episodio di S. cf. L. de la Vallee-Poussin, Le buddhisme et les Evangiles cammiques, in Rev. bibl., 3 (1908), pp. 323-81; P. De Ambroggi, Il veechio S. e una curiosa formola liturgica, in Scuola catt., 67 (1939), pp. 109-15.
Pietro De Ambroggi
SIMEONE, Bar Saba, santo. - Arcivescovo di Selcucia-Ctesifonte (Persia), martire ucciso da Sàpore II a Karkha de Ledan il 17 apr. 344 (secondo Pecters, 341 ).
Secondo gli atti, degni di fede, il Santo si sarebbe rifiutato di riscuotere doppi tributi dai cristiani per fare la guerra contro i Romani. S. fa capo a un centinaio di martiri persiani fra i quali primeggiano Guhištazàd, eunuco già precettore di Sàpore, Abedechala e Anania, sacerdoti, e Pusicio, prefetto degli artefici imperiali, l'esta il 21 apr.
BibL.: Gli Atti, con apposita introduzione di M. Knozko, in Patrologia Syriaca, II, Parigi 1907, pp. 660-1022; P. Pecters, Le - Praisounaire d'Adinbène", in Anal. Bolland., 43 (1925), 266; Martyr. Romanum, p. 149; P. Pecters, La date du martyre de st S., in Anal. Bolland., 56 (1938), pp. 118-43. Ignazio Ortiz de Urbina
SIMEONE, vescovo di GerusalemME, santo, martire. - Secondo vescovo di detta città (Eusebio, Hist. eccl., III, 11 e 32). Molti lo identificano con l'apostolo Simone Cananeo mentre i Martirologi storici e il Romano ( 18 febbr.), i Sinassari e Menologi ( 27 apr., 18 sett.) distinguono l'uno dall'altro (v. SIMONE APOSTOLO, santo). Martiniano Roncaglo
SIMEONE Metafraste (Logotheta). - Agiografo del sec. x. E autore di una grande collezione di leggende agiografiche, redatta fra gli aa. $961-64$.
Nella composizione della sua opera S. ebbe scopi piuttosto morali che storici; ma l'accusa che egli abbia inventato martiri e leggende non è giustificata. Quest'opera ebbe un successo immenso ed è andata aumentando nei tempi susseguenti, cosicché non è facile stabilire il fondo metafrastiano. Soltanto la sagacia di A. Ehrhard, il raccoglitore dei codici agiografici, poté dimostrare che 149 vite di quest'opera sono redatte da S. M. stesso. Dall'encomio di S. fatto da Michele Psello si sa che gli atti dei martiri e le leggende dei santi antichi non erano del gusto dei letterati di Bisanzio e che perciò S. intraprese il lavoro di redigere per i suoi contemporanei le antiche biografie in un nuovo stile retorico.
Ehrarhd distingue tre categorie nelle trasformazioni fatte da S. M.: 1) vite incorporate quasi senza cambiamenti, numero minimo; 2) vite cambiate totalmente nello stile, e sono il numero maggiore; 3) vite redatte di nuovo. Però le questioni connesse con l'opera di S. potranno essere sciolte soltanto quando tutto il materiale raccolto dall'Ehrhard sarà finito di stampare.
Oltre la collezione agiografica S. compose anche collezioni di sentenze morali delle opere di s. Basilio il Grande, di Macario d'Egitto e di altri autori, due discorsi in onore della Madonna, nove lettere ad amici, preghiere e poesie, ed una cronaca, opere la cui autenticità richiede ancora ulteriori studi.
BibL.: Acta SS. Iunvarii, I, Anversa 1643, prefaz., cap. 1, \$ 3; H. Delehaye, Synopsis metaphoratica, in $2^{\circ}$ ed. BHG, pp. 267-92; PG 114-16; 32, 1116-1381; 34, 841-965; Krombacher, pp. 200 293; V. Laurent, S. M., in LThR, IX, 564-65; A. Ehrhard, Uberlieferung und Bestand der hagiographischen und homiletischen Literatur (Texte und Untersuchungen, 59), Lipsia 1937; id., ibid. (51), ivi 1940-43. Giorgio Hofmann
SIMEONE il Nuovo Teologo. - Noto autore mistico bizantino, n. ca. il 949 a Galatai nella PaPiagonia, m. il 12 marzo 1022; è venerato come santo dai dissidenti bizantini.
Secondo la biografia scritta da Niceta Stethatos (ed. I. Hausherr, Roma 1928), S. dopo i primi studi compiuti negli ambienti della corte si ritirò nel monastero Studion dove fu formato da Simeone Studita. Esputso per il suo spirito austero e mistico, passò nel convento di S. Mamas e nel 980 fu ordinato sacerdote. Ne fu fatto anche igumeno e durante i 25 anni di governo si distinse come promotore
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del culto, predicatore e scrittore. Stefano di Nicomedia scatenò contro S. una persecuzione prendendo come pretesto il culto da lui reso al suo antico padre spirituale e la sua scarsa scienza teologica. Esiliato nel ro09 e richiamato dopo un anno a Costantinopoli, S. preferì ritirarsi in Asia ed erigere un monastero dove mori.
S. ha scritto, fra l'altro, discorsi, inni, capitoli ascetici e lettere. Con uno stile di ispirato e teodidatta - S. consiglia le deificazione consapevole e la visione di Dio sotto la specie di una luce inneffabile.
Bibl.: opere : ed. D. Zegoraios, Venezia 1790; PG 120, coll. 321-710. Studi: I. Hausherr, in Or. Christ., Roma 1927, p. 173 sgg.; P. Mass, Aus d. Poesie des Myrtiheri S., in Festgabe für A. Elorhard, Bonn 1922, p. 328-41; G. Soyter, Byz. Dichtung, Heidelberg 1931, p. 25 sgg.; H. M. Biedermann, Das Menschenbild bei S. dem Jüngeren dem Theologen, Würzburg 1049; J. Gouillard, s. v. in DThC, XIV, 2941-50. Ienazio Ortiz de Urbina
SIMEONE di Polirone, santo. Eremita a S. Benedetto di Polirone (Mantova), n. nell'Armenia, m. a Polirone il 26 luglio 1216. Fu canonizzato da Benedetto VIII (v. canonizzazione, III, col. 577 ).
Contratto matrimonio solo per compiacere il padre, abbandonò la famiglia e la moglie ritirandosi in solitudine presso i monaci di S. Basilio. Indi iniziò una lunga serie di pellegrinaggi per visitare luoghi santi o sante reliquie. Fu cosi a Gerusalemme, a Roma (983), a Pisa, a Lucca, a Piacenza, a Vercelli, a Torino, in Inghilterra, in Francia e altrove. Durante le sue peregrinazioni, con gli esempi, le preghiere, i prodigi, converti molti peccatori. Non potendo più sostenere le fatiche di lunghi viaggi, ritornò finalmente in Italia riducendosi a vita eremitica presso i monaci di S. Benedetto di Polirone, ove santamente mori. Poco tempo prima di morire fu però a Parma ad assistere alla traslazione di s. Feliccia nella chiesa di S. Paolo. Cosi la Vita che non è sempre attendibile. Festa il 26 luglio. 31. Bibl.: Acta SS. Iulii, VI, Venezia 1749, pp. 319-37; J. Mabillon, Acta SS. Benedict., VI, Parigi 1701, pp. 149-50; Martyr. Romanum, p. 307.
SIMEONE, arcivescovo di Tessalonica. - Teologo, polemista e liturgista bizantino, m. a Tessalonica nel marzo 1429. Sulla sua vita si sa soltanto che dopo essere stato monaco succedette al metropolita Gabriele verso il 1418 e che mori sei mesi prima della caduta di Tessalonica in potere dei Turchi.
Tra i suoi scritti i principali sono un dialogo contro tutte le eresie ed un trattato dei SS. Riti ossia dei Sacramenti. A queste due opere sono da aggiungere gli opuscoli Del divino Tempio, Esposizione del Simbolo, Dichiarazione del Simbolo costantinopolitano, Trattato sul Sacerdocio, 83 risposte indirizzate a Gabriele metropolita della Pentapoli ed alcune poesie e preghiere. S. è da annoverare tra i grandi scrittori bizantini. Generalmente parlando la sua dottrina trinitaria, cristologica e sacramentaria è profonda e retta, salvo quei punti in cui il polemista ha sopraffatto il teologo. S. infatti è un ardente palamita, combatté contro i Latini ed insieme a Nicolao Cabasila è il più grande fautore della sentenza bizantina sull'epiclesi come forma della S.ma Eucaristia.
Bibl.: odd.: prescindendo dai brani tradotti ed inseriti da G. Morin nei suoi Libri sulla Penitenza, Parigi 1651 e sulle Ordinazioni, ivi 1655 , le opere di S. furono pubblicate in greco da Donteo, Jacor 1683, più tardi a Lipsia 1791. Si trovano anche in PG, 122. Da segnalare la traduzione in romeno, Bucarest 1872, ed in russo, Mosca 1916. L. Allacci, Distriha de Syosomibus: PG, 125; F. K. Lubman, Nicolai Kabasilos in Simeon Salunchi o epiclezi, Bog. Vestn., 7 (1927), pp. 1-14; M. Jugie, Simbios de Tessalonique, in DThC, XIV, coll. 9976-84; id., De forma Eucharistiae, De epiclesibus Eucharistiae, Roma 1943, pp. 61-64.
Maurizio Gordillo
SIMEONE NEMANJA. - N. ca. il 1114 a Ribnica (oggi Podgorica nel Montenegro), dove suo

(fot. Biblioteca Vaticana)
Simeone StiLta il Vecchio, santo - Il Santo in atto di preghiera; a destra, un monaco intento ad ascoltarlo. Ai piedi della colonna e a sinistra alcuni arabi. Miniatura del Monolagio di Basilio II (976-1925) - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. gr. 1612, 1. 2.
Padre si era rifugiato dalla Rascia in seguito ad una sommossa, vi fu battezzato con il nome di Stefano Nemanja, secondo il rito latino, ma ritornato in Rascia fu ribattezzato secondo il rito greco dal vescovo del luogo.
Divenuto nel 1172 conte supremo (veliki župan) della Rascia, ne fece il nucleo del futuro Stato serbo, cominciando di li l'espansione territoriale, che fu continuata fino al 1371 dai suoi successori, tutti con il nome di Stefano. Ma sui Serbi l'influsso religioso dell' "ortodossia" bizantina era più forte di quello dell'Occidente latino; perciò la loro espansione verso l'Occidente fu costantemente accompagnata dalla diffusione dell' ortodossia". Però sotto la dinastia dei Nemanja le relazioni con Roma continuarono, particolarmente intense in Zeta, dove l'influsso cattolico era allora potente. Cosi papa Clemente III indirizzò ( 25 nov. 1189) una lettera - Dilecto filiis, nobilibus viris Megajupano, Strascimiro et Miroslava-, fratelli di Stefano, nella quale raccomandava l'arcivescovo di Ragusa Bernardo, che aveva giurisdizione sui territori di questi due principi e su quello della Rascia. Nemanja poi inviò doni alle basiliche dei SS. Pietro e Paolo a Roma e di S. Nicola a Bari, e fu sempre ostile alla setta dei Bogomili, facendo di tutto per estirparla dalla Serbia. Il 25 marzo 1195 Nemanja abdicò al trono, si fece monaco con il nome di S. e visse in vari monasteri della Serbia, alcuni dei quali fondati da lui e fra essi il celebre monastero di Studenica, tuttora esistente. Nel 1197 si recò sul Monte Athos dove già si trovava suo figlio Sabba, e fondò il monastero di Hilandar, divenuto in seguito centro della cultura religiosa serba, dove S. N. mori il 13 febbr. 1200.
La Chiesa serba lo celebra come santo al 13 febbr., mentre le sue reliquie dall'Hilandar furono più tardi trasportate a Studenica.
Bibl.: K. Jireček, Geschichte der Serben, I, Gotha 1911; V. Ćorović, Istoriju Jugoslaviie; id., Nemanja Stvean, in Narodna enciklopedija srpsko-leratsko-storenačka, III, Zagabria 1928, pp. 46-47, ed. Stanojevic; R. M. Grujic, Proroslazna srpska crhea, Belgrado 1920; A. Hudal, Die serbisch-orthodoxe Nationalkirche, Graz-Lipsia 1922.
Filippo Lukas
SIMEONE STILITA il Giovane, santo. - E ricordato il 24 maggio presso gli Orientali e il 3 sett. presso i Latini. Esiste una Vita molto prolissa di S. (BHG, 1689-91). La data del 3 sett. sembra sia dovuta a C. Baronio, e la cronologia che lo riguarda è molto incerta.
N. ad Antiochia da genitori edesseni, sino dall'età di sette anni si sarebbe fatto stilita. Cambiò, tuttavia, più
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Simeone Stilita il Vecchio, santo - Pianta del complesso edilizio di Kal 'as Sim'an disegnata da de Vogüé; A. abside; B. basilica meridionale; C. base della colonna di s. S.; D. portale settentrionale; E. basilica occidentale, totalmente distrutta; F. nartece della basilica meridionale; G. piccola chiesa, probabilmente del v sec.; H. M. abitazioni; L. passaggio scoperto; P. porta nel muro di cinta; S. disconicum; s. prothezia; T. cappella mortuaria.
volte la colonna o blocco sopraelevato di pietra. La collina su cui si trovava la colonna di S. venne chiamata "monte dei miracoli». Su di essa, all'età di 33 anni, ricevette l'ordinazione sacerdotale. M. all'età di 75 anni, il 26 maggio 592 (secondo H. Delehaye). Gli vengono attribuiti inni (che si cantano ancora il 26 ott. nella Chiesa bizantina), oltre che lettere e sermoni ascetic.
Bibl.: PG 86. II, 3216-20; H. Delehaye, Les saints stylites. Bruxelles-Parigi 1923, pp. LIX-LXVV, 237-71; P. Peeters, L'église géorgienne de Clibanion au Mont Admirable, in Anal. Boll., 46 (1928), pp. 241-86; E. Müller, Studien zu den Biographien des Simeon des Jüngeren, Aschaffenburg 1914; Synax. Conitantinop., pp. 703-705; Martyr. Romanum, p. 378. Martiniano Roncaglia
SIMEONE STILITA il Vecchio, santo. - E ricordato il 5 genn. nella Chiesa latina e il 2 sett. in quella orientale. Di lui si ha la testimonianza coeva di Teodoreto di Ciro, e altre poco posteriori (BHG, 1678-87). N. a Sis in Cilicia ca. il 390, m. il 24 luglio (secondo altri il 2 sett.) del 459.
Pastore nella fanciullezza, entusiasmato dalla dottrina delle beatitudini evangeliche, vendette i suoi beni e si ritirò in monastero (410). Ma le strane penitenze cui attese, fecero sì che lo si ritenesse incapace di continuare la vita comune, per cui fu licenziato (412). Allora si recò a Tell Nešim, ove si costruì una casupola di sassi. Tre anni più tardi si sarebbe fatto incatenare a una roccia. Tali susterità gli acquistarono grande considerazione presso le popolazioni circostanti; per sottrarsi alla loro indiscrezione si ritirò su di una colonna. Egli viene considerato come il fondatore di questo nuovo genere d'ecceismo detto stilismo o meglio stilitismo. Di lui si narrano molte cose meravigliose, ma non si può rifiutare di credere che abbia esercitato un reale benefico influsso spirituale sia presso i cristiani che presso i pagani, i quali, attirati dalla fama, si accostavano alla sua colonna divenuta così una cattedra di dottrina ascetica: due volte al giorno predicava alle folle e con grande benignità si interessava, poi, alle necessità spirituali e materiali di ciascuno.
Alla sua morte, il corpo fu trasportato ad Antiochia. Verso la fine del sec. V attorno alla colonna di S . fu eretta una magnifica basilica i cui imponenti resti si ammirano ancora oggi, e portano il nome originale di Qal'at Sim'ân. Sotto il suo nome sono note lettere a Giovanni e a Basilio patriarchi di Antiochia e all'imperatore bizantino Leone I in favore del Concilio di Calcedonia. Altri scritti, prescrizioni, ammonizioni, ecc. sono di dubbia autenticità (v. stiliTt).
Bibl.: Acta SS. Iannami, I. Anversa 1643, pp. 261-86; St. Ev. Assemoni. Acta martyrum, II. Roma 1748, 268-394; H. Lietzmann-f1. Hilgenfeld. Das Leben des hl. Simeon (Texte und Untersuchungen, 32, 4), Lipsia 1908; H. Delehaye, Les saints stylites. Bruxelles 1923, pp. 1-2xxiv; Martyr. Hieronyminum, pp. 27, 398; Martyr. Romanum, p. 7; P. Peeters, Si Simeon stylite et ses premiers biographes, in Anal. Boll., 61 (1043), pp. 29-71.
Martiniano Roncaglia
SIMEONI, Giovanni. - Cardinale, n. a Paliano il 12 luglio 1816 , m. a Roma il 14 genn. 1892.
Figlio di un dipendente dei principi Colonna, compi gli studi a cura di quella famiglia e giovanissimo insegnò filosofia e teologia nel Collegio di Propaganda. Uditore di nunziatura a Madrid, prelato domestico nel 1857 e quindi arcivescovo titolare di Calcedonia e segretario della S. Congr. di Propaganda, nel 1858 fece parte della missione Panebianco in Transilvania per la questione dei matrimoni misti. Nel 1875 venne inviato nunzio in Spagna, a riannodarvi le relazioni diplomatiche interrotte dalla rivoluzione del 1868. Pio IX lo creò cardinale, riserbandolo in pectore il 15 marzo e lo pubblicò il 18 sett. 1875 .
Restò in Spagna quale pronunzio sino al nov. 1876 , allarché, morto l'Antonelli, fu chiamato a succedergli come segretario di Stato. Toccò pertanto al S. diromare alle potenze la protesta contro la successione di Umberto I a Vittorio Emanuele II in danno dei diritti temporali della S. Sede. Morto Pio IX, che lo volle suo esecutore testamentario, Leone XIII lo confermò nella prefettura dei Palazzi apostolic: e nell'amministrazione dei beni della S. Sede. Lasciata la segreteria di Stato, tenne la prefettura di Propaganda sino alla morte. Legò in morte al Sommo Pontefice la notevole collezione artistica da lui raccolta.
Bibl.: Moroni, XCVIII, p. 87 sge.; G. Stopiti, s. v. in Galleria biografica d'Italia, Roma 1884; Necrologio, in L'Osservatore Romano del 12 genn. 1892; commento nell'illustre Ital., Milano, $1^{\circ}$ sem. 1892, p. 50.
Renzo U. Montini
SIMLA, diOcesi di: v. Delhi e simla, diocesi di.
SIMLER, Josia. - Umanista svizzero, n. il 6 nov. 1530 a Cappel, m. il 2 luglio 1576 a Zurigo. Studio teologia protestante a Zurigo, Basilea e Strasburgo, fu collaboratore del Bullinger e fondò la chiesa riformata di Zurigo. Nel 1552 divenne professore di esegesi neotestamentaria all'Università zurighesc.
Oltre a due opere biografiche sui due riformatori Pietro Martire Vermigli e Bullinger, pubblicò De aeterno Dei filio et de Spiritu Sancto libri IV, contro gli antirimitari. Tradusse in latino anche diverse opere di Bullinger. Particolare fama gli diede però soprattutto lo scritto De republica Helvetiorum, in a ll., pubblicato nell'anno della sua morte, il quale fu fino agli inizi dell'Ottocento il più noto manuale di diritto pubblico svizzero, apprezzato anche dagli stranieri, e l'Assertio orthodoxae doctrinae de duobus naturis Christi (1575), in cui combatté i più radicali eretici dei tempi suoi.
Bibl.: G. W. Meyer von Knonau, s. v. in Realenc. für protest. Theol. und Kirche, XVIII (1908), pp. 347-51. Silvio Fustani
SIMMAGO (Q. Aurelius Symmacus). - Retore e uomo politico, n. in Roma nel 345, m. nel 405, fu una delle figure più in vista del morente paganesimo romano. Prefetto di Roma nel 384, console nel 391, le cariche da lui tenute sono elencate nell'iscrizione del CIL, VI, 1699. Restano di lui i Panegirici indirizzati a Valentiniano I e a Graziano suo figlio, io libri di Lettere dettate con intento letterario ma vuote di contenuto e 49 Relationes dirette come praefectus urbi all'Imperatore durante gli aa. 384-85.
I due grandi avvenimenti del tempo suo : il cristianesimo trionfante e i barbari incombenti sull'Impero, sembra non lo interessino, a giudicare dai suoi scritti, tutto
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proteso come è verso le glorie e i ricordi della sua Roma pagana, cari a lui come alle vecchie famiglie aristocratiche il cui prestigio era legato a quei ricordi e a quelle glorie.
Delle sue Relazioni merite di esser messa in rilievo la terza che egli scrisse e recitó a proposito dell'altare (non della statua) della Vittoria; questo era situato all'ingresso della curia, e ogni senatore entrando vi faceva atto di culto; la statua della Vittoria, preda di guerra tolta da Taranto, si ergeva invece nel fondo dell'aula su di uno zoccolo che gli scavi per la sistemazione della curia hanno rimesso in luce; Augusto stesso l'aveva collocata in quel luogo ( 29 a. C.). Graziano figlio del tollerante Valentiniano I tro le altre misure antipagane, aveva ordinato la rimozione dell'altare rinnovando la misura presa già da Costanzo e annullata da Giuliano, che aveva fatto ricollocar l'altare al suo posto.
Il Senato, composto in maggioranza di pagani, inviò S. nel 382 a Milano per ottenere la revoca dell'ordine, ma Graziano, prevenuto, attraverso s. Ambrogio, da papa Damaso, non ricevette l'oratore. Assassinato Graziano (383), S. rinnovò il tentativo con Valentiniano II succeduto al fratello; fu ricevuto, perorò con commossa efficacia la causa della vecchia Roma pagana facendo parlare la città stessa. Ma l'Imperatore, persuaso da s. Ambrogio suo consigliere, che frattanto aveva redatto una controt risposta, negò il permesso di ricostituzione dell'ara (384); la statua rimase sempre al suo posto e andò forse