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rò con commossa efficacia la causa della vecchia Roma pagana facendo parlare la città stessa. Ma l'Imperatore, persuaso da s. Ambrogio suo consigliere, che frattanto aveva redatto una controt risposta, negò il permesso di ricostituzione dell'ara (384); la statua rimase sempre al suo posto e andò forse distrutta nell'incendio di Alarico (410).

La fallita missione di S. offri al poeta Prudenzio l'occasione di comporre contro di lui due carmi (Contra Symmachum, I-II) nei quali, descritta l'indale delle divinità e del culto pagano (I), fa deplorare da Roma la inopportuna richiesta del senatore inviato per consiglio degli araapici e non dalla patria, mentre la città chiede "ne quis Romuleas daemon iam noverit arces, sed soli paci Domino mea serviat aula" (II, 767-68).

Bibl.: l'orazione di S. è conservata nel I. X delle Epistole (ed. in MGH, duct. /int., VI); le repliche di s. Ambrogio in Epistolae, 17. 18. 57: I. Witzes, Der Streit um den Altar der Vistoria, Amsterdam 1936; L. Malunovic, De ara Victoriae in curia
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(let. Gab. fot. naz.)
Simmaco (O. Aurelius Symmacus) Stanus (fine sec. iv - inizio sec. v), scoperta negli scavi d'Ostia e identificata da G. Calza - Ostia, Museo.

Maria Maggiore. Scoppiarono allora disordini e tumulti fomentati dai senatori Festo e Probino, tanto che Teodorico decise di far venire a Ravenna i due competitori. S. fu facilmente riconosciuto e tornò a Roma, dove nel marzo 499 tenne un Sinodo in cui fu stabilito che nessuno poteva legittimamente occuparsi dell'elezione del pontefice mentre questi era ancor vivo né poteva formare un partito. Al Sinodo partecipò anche Lorenzo che si sottoscrisse come arciprete di S. Prassede, e, poco dopo, fu nominato vescovo di Nocera. Intanto i nemici di S. non disarmavano, e non potendo contestare più la sua elezione ricorsero alle accuse ed alle calunnie; fu mandato a Teodorico un libello con il quale si accusava il Papa di aver dilapidato i beni ecclesiastici, di vivere disordinatamente e di aver violato il canone di Nicea per la celebrazione della Pasqua. S. fu chiamato a Ravenna, ma mentre si trovava a Rimini conobbe le vere mire dei suoi accusatori. Ritornò quindi di nascosto a Roma e si rinchiuse in S. Pietro. Teodorico ne fu male impressionato ed inviò a Roma un visitatore apostolico, che celebrò nuovamente la festa di Pasqua ed occupò tutte le chiese ed i beni ecclesiastici. La situazione diveniva sempre più tragica; per ridonare la tranquillità fu convocato un sinodo perché giudicasse l'operato del Papa. Esso si aprì nel maggio 501 e S. acconsentì a sottomettersi al suo giudizio ma richiese che fosse intanto allontanato da Roma il visitatore apostolico. La seconda sessione doveva tenersi in S. Croce, ma mentre il Papa vi si recava da S. Pietro, fu assalito da un gruppo di facciorrosi ed alcuni chierici del suo seguito furono uccisi e feriti. Si ritirò allora di nuovo a S. Pietro e non ne volle più uscire nonostante le pressioni fattegli. Il Sinodo intanto tenne altre riunioni e nell'ultima (ott. 501) decretò che il Papa non poteva esser giudicato da un tribunale terreno e che quindi doveva considerarsi come legittimo pastore al quale tutti dovevano obbedire. Le decisioni sinodali non piacquero a Teodorico né al partito laurenziano, ed i due senatori caporioni. Festo e Probino, tanto brigarono che ottennero il ritorno a Roma di Lorenzo. Per quattro anni la città fu teatro di sommosse, di etragi, di massacri. I due partiti intanto non stavano inoperosi e mentre dalla parte scismatica si pubblicava un libello contro le decisioni del Sinodo del 501, da parte simmachiana si confezionava una serie di scritti conosciuti con il nome di Apocrifi simmachiani per giustificare con precedenti storici, inventati però, l'opera del Pontefice.

Egli stesso poi nel nov. 302 teneva un Sinodo in S. Pietro al quale, insieme con i preti romani, parteciparono molti vescovi d'Italia. In esso fu annullato il decreto del 483 riguardante l'alienazione dei beni ecclesiastici, che era stato il mezzo di lotta dei suoi nemici, e furono condannati Lorenzo ed il visitatore apostolico Pietro d'Altino.

Finalmente nel 507 il diacono alessandrino Dioscor (v.) riuscì a persuadere Teodorico perché facesse cessare lo scisma; al senatore Festo fu ordinato di cessare dall'opposizione contro S.; Lorenzo fu costretto a cedere tutte le chiese ed i beni occupati e si ritirò in una villa privata, e S. fu universalmente riconosciuto come solo e legittimo pastore.

Gli ultimi anni del suo pontificato trascorsero nella tranquillità e poté dedicarsi ad opere di pietà e di restaurazione morale e materiale. Costruì parecchie chiese in Roma e ne abbellì altre : l'oratorio dei SS. Cosma e Damiano presso S. Maria Maggiore, l'oratorio di S. Andrea presso S. Pietro, SS. Silvestro e Martino, S. Agata e S. Pancrazio sull'Aurelia; rinnovò S. Agnese; specialmente S. Pietro; cacciò i manichei dei quali fece bruciare in pubblica piazza gli scritti; aiutò i vescovi esiliati o fatti prigionieri dai Vandali in Africa ed in Sardegna; riscattò molti prigionieri in Liguria ed in Lombardia; stabilì che si cantasse il Gloria nelle Messe delle domeniche e nelle feste dei martiri. M. il 19 luglio 514 e fu sepolto in S. Pietro.

Bibl.: Lib. Pont., I, pp. 260-68; Th. Mommsen, Acta Synhodorum subitarum Romae, in MGH. Auct. ant., XII, pp. 394-455; CSEL. 35, pp. 478-93; Acta SS. Yunii, IV, Parigi 1868, pp. 634-43; L. Duchesne, L'Eglise au VIe siècle, Ivi 1925, pp. 113-28; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, II,

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Roma 1930, pp. 7-9, 29-37; Martyr. Romanum, p. 296; Fliche-Martin-Frutaz, IV, pp. 336-47; O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio ed ai Longobardi, Bologna 1941, pp. 48 sg. 69-76, 208 sg.; A. Alessandrini, Teodorico e papa S. durante lo scismo laurenziano, in Arch. Deput. rom. di stor. putrio, 67 (1944), pp. 132-207.

Agostino Amore
SIMMEL, Georg. - Filosofo, n. il $1^{\circ}$ marzo 1858 a Berlino, m. il 26 sett. 1918 a Strasburgo. Fu professore nelle Università di queste due città.

Nei suoi scritti più significativi (Die Probleme der Geschichtsphllos., Lipsia 1802 ; $5^{\circ}$ ed. 1923 ; Einleitung in die Moralwissenschaft, 2 voll., Berlino 1892-93; $3^{\circ}$ ed., Stoccarda 1911; Hauptprobleme der Philos., Lipsia 1910; $7^{\circ}$ ed., 1949, trad. it., Firenze 1922; Der Krieg und die geistigen Entscheidungen, Monaco 1917; Der Konflikt der modernen Kultur, ivi 1918, $2^{\circ}$ ed. 1921), attraverso un costante richiamo a Kant (v.), il S. espone la sua filosofia, che si svolge su due piani paralleli e quasi opposti; quello dei "valori" (nel senso della "filosofia dei valori" del Windelband [v.] e del Rickert [v.]), eterni e indipendenti dal loro empirico manifestarsi e l'altro della "vita" e della storia, dove tutto è relativo. I due piani non s'incontrano e restano giustapposti; manca la sintesi di "valore" e di "vita", di "assoluto" e di "storico". E, in fondo, il problema o l'antinomia, che caratterizza quasi tutto lo storicismo tedesco e che il Dilthey (v.) credette risolvere con la teoria delle Grundformen. Il S., da parte sua, propende decisamente verso una forma di relativismo (v.) con la dottrina dei "tipi", che vorrebbe conciliare oggettività e soggettività: il "tipo" è universale e personale insieme. La filosofia riflette i "tipi" dello spirito umano in determinate circostanze; ogni sistema filosofico è "un punto di vista "parziale, che esprime la personalità del filosofo, è una "reazione individuale" di fronte alla totalità dell'essere.

Nei suoi lavori storici (su Schopenhauer, Nietzsche, ecc.) il S. mira a caratterizzare i tipi della filosofia o le reazioni personali, che traducono la insopprimibile esigenza umana di "raggiungere l'unità ". Non esistono, dunque, verità assolute: la vita crea la verità in cui si esprime e la vita stessa la distrugge. Non vi sono categorie immutabili, ma sempre nuove categorie possono essere create attraverso il divenire storico.

Biol.: M. Adler, G. S. z. Bedeutung für Geistesgesch., Vienna 1919; W. Ziegenfuss, Philosophenlexikon, II, Berlino 1950, pp. 539546 (con bibl.); M. F. Sciacca. La filosofia, oggi, I, $2^{\circ}$ ed., Milano 1952, pp. $46-48$.

Michele Federico Sciacca
SIMON, Richard. - Biblista francese, n. a Dieppe il 13 maggio 1638, m. ivi l'1 1 apr. 1712. Nell'ott. 1659 entrò nell'Oratorio, uscendone ca. un anno dopo per ritornarvi nel 1662. Per qualche tempo insegnò a Juilly; si occupò di manoscritti orientali a Parigi (1665). Nel 1670 fu ordinato sacerdote; ma il 21 maggio fu espulso dall'Oratorio a causa della forte opposizione suscitatasi contro di lui per alcuni suoi libri. S. si ritirò prima a Bolleville in Normandia, quindi, eccettuato un breve periodo trascorso a Parigi, nella sua nativa Dieppe.

Fra le varie sue opere, alcune delle quali pubblicate sotto pseudomini, le più importanti sono: Fides Ecclesiae orientalis seu Gabriello Philadelphiensis opuscula (Parigi 1671); Histoire critique du Vieux Testament (ivi 1678), in cui limita alla parte legislativa l'autenticità mosaica del Pentateuco, che nella forma attuale sarebbe dovuto ad Esdra - opera messa all'Indice il $1^{\circ}$ dic. 1682 ; Histoire critique du texte du Nouveau Testament (Amsterdam 1689); Histoire critique des versions du Nouveau Testament (Rotterdam 1690 : all'Indice insieme alla precedente il 22 sett. 1693); Histoire critique des principaux commentateurs du Nouveau Testament (ivi 1693); Nouvelles observations sur le texte et les versions du Nouveau Testament (Parigi 1695).

Molto più filologo che teologo, S. è considerato fra i pionieri della critica biblica. Molte sue osservazioni ora sono guardate con ammirazione; ma al suo tempo l'audacia di talune affermazioni non poté non essere ritenuta per rivoluzionaria. Per questo fu oggetto di aspre polemiche,
anche a causa del suo carattere violento, da parte dei cattolici e dei protestanti. Fra i razionalisti alcuni (p. es., J. S. Semler) lo esaltarono con entusiasmo, mentre altri non gli risparmiarono critiche. Fra i cattolici si mostrò molto duro Bossuct, che compose fra l'altro contro il S. la Défense de la tradition et des saints Pères (edita solo nel 1763): ma se il grande oratore appare buon teologo, non è sempre altrettanto felice nell'esome dei testi scritturistici e patristici.

Biol.: A. Inevid, s. v. in DB. V, coll. 1743-46; Hurter, V, coll. 779-91; F. Stummer, Die Bedeutung R. Simant für die Pentateuchkritik, Münster 1912; id., s. v. in LThK, IX, coll. 579580; P. Auvrai, Autour de R.S., in Oratorium, 4 (1934), pp. 198 205; P. Hazard, R. S. et l'exigéie biblique, in La crise de la conscience européenne (1680-1713), I, Parici 1935, pp. 240-62; R. Deville, R. S., critique catholicqc du Pentateuque, in Noutelle revue théologique, 83 (1951), pp. 723-39; A. Moluén, s. v. in DThC, XIV, coll. 2094-2118.

Angelo Penna
SIMONE. - Due personaggi evangelici, che invitarono Gesù a mensa, da alcuni a torto identificati.

1. S. "il fariseo" invitò Gesù a mensa (Lc. 7, 36-50) quando l'anonima "peccatrice", da molti identificata con Maria Maddalena (v.), entrò nella sala del convito e sparse un vaso di profumi sui piedi del Signore. L'accoglienza che aveva fatta a Gesù non era stata molto cortese (vv. 4446). Allo scandalo che S. provò per il gesto della donna, Gesù rispose con la parabola del creditore e dei due debitori e ne fece trarre la conclusione allo stesso S. (vv. 39-43). Per l'analogia con l'episodio di Bethania (Mt. 26, 6 sgg.; $M t .14,3$ sgg.; cf. Io. 12, 2 sgg.), S. fariseo è stato concluso qualche volta (anche nell'antifona dei I Vespri di s. Maria Maddalena, Brev. Rom. 22 luglio) con S. il lebbroso.
2. S. "il lebbroso" accolse Gesù nella sua casa e gli offrì un convito il giorno prima del solenne ingresso a Gerusalemme (Mt. 26, 6 sgg.; Mc. 14, 3 sgg.) : in quella occasione Maria sorella di Lazzaro (cf. Io. 12, 2 sgg.) sparse sui piedi di Gesù una libbra di nardo purissimo,
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SIMONE, APOSTOLO, santo - Mosaico del sec. XII - Palermo, chiesa della Martorana.
provocando il risentimento di Giuda Iscariota. Come si deduce dal soprannome, S. era stato affetto da lebbra e poi guarito (probabilmente da Gesù)

Gastano Stano

## SIMONE II. -

Sommo sacerdote contemporaneo di Gesù il Siracide, che lo descrive nel suo libro (Eccli. 50, $1-24$ ). E detto figlio di Onia (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XII, 225), ma il nome Onia forse è solo una forma abbreviata o vezzeggiativa di Jôhânân, come ha il testo ebraico.

A S. vengono attribuiti il restauro e la fortificazione del Tempio, lo scavo di una capace cisterna, la ricostruzione e il riattamento delle mura di Gerusalemme. Il Siracide descrive con colori vivaci e con entusiasmo il suo comportamento durante le solenni funzioni li-

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(da V. Leroguaia. Les pauntiers mes latins des bibl. pub. de France, Mâcon 1918-11, taw, 1931
Simone, apostolo, santo - S. S. con l'intrumento del martirio. Miniatura di Andre Bosuneveu. Saliveio del Duca di Berry (fine sec. xiv) - Parigi, Bibl. naz. ms. franc. 13091, f. 26.
turgiche. Con una certa elasticita si assegnano per il sommo sacerdorio di S. gli aa. 219-199 a. C. Egli partecipò per i Tobiadi (v.) rifugiatisi in Gerusalemme dopo la rottura con il proprio fratellastro Ircano (Flavio Giuseppe, loc. cit., 229). A S. successe il figlio Onia III (II Mach. 3, I sgg.).
S., confuso con il nonno omonimo denominato "il Giusto" (Flavio Giuseppe, loc. cit., 43), rimase celebre nella tradizione rabbinica, che lo fece protagonista di non pochi racconti leggendari e talvolta fantastici. Nel trattato 'Abhêtb (I, 2) a lui vienc attribuita fra l'altro la bella frase: "Il mondo è basato su tre cose: la legge, il servizio divino e la pratica della giustizia ", che compendia l'ideale più sublime del giudaismo nell'ultimo periodo del Vecchio Testamento.

Bibl.: A. Ingold, Simon, in DB. V. coll. 1737-38; S. Ochsot, Simon the Just, in Jete. Enc., XI, pp. 352-54. Angelo Penna

SIMONE, APOSTOLO, santo. - Chiamato * il cananeo" (6 Kavavaĩos, oppure o ó Kavavíros nei codd. SAW@ 13 ecc.) in Mt. 10, 4 e Mc. 3, 18; "lo zelota" (ó Zpíovís) in Lc. 6, 15 e Act. 1, 13. Il titolo "cananeo" non significa "oriundo da Cana" come pensavano s. Girolamo ed alcuni autori greci, copti, etiopi, che, talora, l'hanno identificato con Nathanael (v.) di Cana, o con lo sposo delle nozze ivi celebrate (Io. 2, I sgg.), ma deriva dall'aramaico gan'ând', che significa "zelota" o "zelante". Forse aveva fatto parte del partito degli zeloti (v.), oppure aveva avuto zelo per la legge e le tradizioni giudaiche. Nel Nuovo Testamento altro non si ha di lui che il nome.

Parecchi antichi lo identificano con S. fratello (cugino) di Gesù ([v.] cf. Chronicon Pasch.: PG 92, 591. 607.610; Ps. Ippolito, De XII Apostolis: PG 10, 953;

Beda, Super Acta Ap., 1: PL 92, 943). Questa identificazione, sostenuta pure da diversi moderni con J. Freundorfer, può essere confermata dal fatto che in Mt. 10, 3, invece di Thaddaeus, hanno Iudas zelotes diversi codici dell'antica latina (abghq), e dalla vicinanza di questo Giuda (Taddeo) con Simone in Mt. 13, 55 e Mc. 6, 3 nell'elenco dei "fratelli di Gesù " (v.). Accettando questa ipotesi, si potrebbe applicare all'apostolo S. cananeo o zelota quanto Egesippo ed altri antichi applicano a Simeone, fratello di Gesù, successore di Giacomo, pure fratello di Gesù (e probabilmente apostolo, v. GIADOMO il sIINORE) nella direzione della Chiesa di Gerusalemme. Il nome Simeone è la forma semitica di S. Questi avrebbe governato la comunità dal 62 al 107, a Gerusalemme e poi a Pella, dove, a motivo della guerra giudaica, si erano trasferiti i cristiani. S. avrebbe subito il martirio all'età di 120 anni, sotto l'imperatore Traiano e il governatore Attico (cf. s. Girolamo, Chronicon, ed. R. Helm, Berlino 1913, pp. 192-94). Secondo una tradizione abissina S. lo zelota, dopo aver esercitato l'apostolato in Samaria e l'episcopato a Gerusalemme, sarebbe stato crocifisso. Diverse raffigurazioni antiche lo presentano in croce. Secondo altre tradizioni, più o meno leggendarie, avrebbe evangelizzato anche altre regioni ed avrebbe subito il martirio della sega. Nella liturgia latina si festeggia l'apostolo S. assieme a Giuda il 28 ott.; in qualche martirologio occidentale il $1^{\circ}$ luglio, presso i Greci e i copti il ro maggio. S. vescovo di Gerusalemme è invece festeggiato dai Latini il 18 febbr., dai Greci e dai Siri il 27 apr. o il 18 sett.

Bibl.: Acta SS. Octobris, XII, Parigi 1867, pp. 421-27; BHL. 1150. 1122 (281); Suppl., p. 284 sgg.; BHG, 231; BHO, 234 sg.; M.-J. Lagrange, Ev. selon II Marc. 4* ed., Parigi 1929. p. 67; J. Freundorfer, Simon Zelotes, in LThK, IX, col. 370 sg.; Martyr. Romanum, pp. 481-82. Pietro De Andoraggi

SIMONE di Bisignano. - Giurista, oriundo di Bisignano (Cosenza), vissuto nel sec. XII.

Fu seguace di Graziano; terminò di comporre tra il 5 marzo 1177 e il marzo 1179 la sua Summa, che può considerarsi una glossa e una prosecuzione del Decretum Gratiani, in quanto utilizza la legislazione pontificia successiva. Tutta la sua opera (Summa e Glossi) è inedita e sparsa in codici di Bamberga, Augusta, Londra, Parigi, Roma, Rouen; è importante per l'indipendenza di criterio, la razionalità e sistematicità della critica e per l'influsso sui sommisti e glossatori posteriori.

Bibl.: J. F. Schulto, Gesch. der Quellen und Literat. des can. Rechts, I. Stoccarda 1875, pp. 140-42, 225; Hurter, II, col. 209; J. Junker, Die Summa des S. von B. und seine Glossen, in Zeitsch. der Savigny-Stift. für Reschfsbesch., Kan. Abt., 12 (1926), pp. 326-500; S. Kuttner, Komponist, Schullehre von Gratian bis auf die Dehretalen Gregors IX., Città del Vaticano 1935, passim; id., Repertorium der Kanonistik (1040-1234), ivi 1937, passim; A. van Hove, Prolegomena, Malines-Roma 1945, pp. 428-32. Augusto Moreschini

SIMONE il Cireneo. - Giudeo oriundo di Cirene (v.), città della Pentapoli di Libia, ove una fiorente colonia giudaica era in continue relazioni con Gerusalemme (Flavio Giuseppe, Antiq. Ind., XIV, 7, 2; XVI, 6, 1).

Allevio Gesù dal peso della Croce sulla via del Calvario: tornava dalla sua campagna, quando venne fermato dal centurione ( $x$ requisizione $x$ personale) e costretto a portare la Croce in luogo di Gesù stremato di forze (Mc. 15, 21; Mt. 27, 32; Lc. 23, 26).

L'episodio è consacrato dalla pietà dei fedeli nella V stazione della Via Crucis, assegnandosene il luogo, fin dal sec. xiri, all'incrocio della via di losaphat con quella della valle del Tyropeon, più tardi all'uscita della Porta giudiziaria. Si sa da Mc. 13, 21 che S. era "padre di Alessandro e di Rufo": il primo è probabilmente quello menzionato in Act. 19, 33, e Rufo (v.) era forse quella persona insigne della cristianità di Roma, la cui madre, cioè nell'ipotesi la moglie di S., è chiamata da s. Paolo "madre" propria (Rom. 16, 13).

Bibl.: L. Fonck, La patria del Cireneo, in Civ. Catt., 1912, 1, pp. 513-28, 641-50; L. C. Fillion, Vita di N. S. Gesù Cristo, trad.

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(fet. Alinari)
Simone il Cireneo - S. C. aiuta Gesù a portare la Croce. Dipinto di A. Allori (sec. xvI) - Roma, Galleria Doria.
it., III, Torino 1934, p. 442 seg.; G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Milano 1940, pp. 139 seg., 734. Gaetano Stano

SIMONE di Cramaud. - Vescovo e cardinale, n. prima del 1360 in diocesi di Limoges, m. il 15 dic. 1422. Studiò diritto a Orléans; dottore in diritto a Parigi, ebbe uffici a corte.

Fino dal 1379 aderì a Clemente VII e al partito avignonese. Fu successivamente vescovo di Agen (1382), di Béziers (1383), di Poitiers (1383), arcivescovo di Sens (1390) ma senza poter tenere questa sede; Clemente VII il 13 marzo 1391 lo nominò patriarca di Alessandria e amministratore di Avignone e poi di Carcassona (1392). Fu invece risoluto avversario di Benedetto XIII, sostenendo sempre l'autorità dell'Università di Parigi; favorevole alla sottrazione di obbedienza per mettere fine allo sciama partecipò e presiedette talora i Concili nazionali di Parigi (1395-1406). Arcivescovo di Reims il 2 luglio 1409, aveva aderito e partecipato al Concilio di Pisa ed alla deposizione dei due Papi avversari. Stette con Giovanni XXIII da cui fu creato cardinale il 13 apr. 1413, partecipò al Concilio di Roma (1413) poi a quello di Costanza e fu tra gli elettori di Martino V. Dopo il 1413 fu amministratore di Poitiers, dove fu sepolto. Si hanno di lui opuscoli e discorsi negli atti conciliari. Più giurista che teologo, fu gallicano e regalista ad oltranza a danno dell'autorità papale.

BibL.: L. Selenchier, in DThC, III, 2022 seg.; HefeleLeclercq, VI, 108 r seg.. VIII, passim; Eubel, I, p. 33 e passim. Pio Paschini
sIMONE il Cuginio. - Cristiano che offri per molti giorni ospitalità a s. Pietro nella propria casa di Ioppe o Giaffa (Act. 9, 43).

Ivi s. Pietro ebbe la visione simbolica del lenzuolo ripieno di ogni genere di animali e ricevette i messi del centurione Cornelio (ibid. 10, 1-23). Anche oggi si mostra ai pellegrini il luogo tradizionale della sua casa.

Gaetano Stano
SIMONE, fratsllo del Signore. - Uno dei quattro elencati dai Nazaretani (con Giacomo, Giuseppe [José] e Giuda) quali "fratelli di Gesù" (v.) in Mt. 13, 55 e Mc. 6, 3, nel senso semitico di "cugini".

Molti lo identificano con l'apostolo Simone (v.) Cananeo, detto anche Zelota, fratello di Giuda (v.) Taddeo; e, ulteriormente, anche con Simeone fratello e successore di Giacomo, vescovo di Gerusalemme, da identificarsi probabilmente nell'apostolo Giacomo il Minore (v.). Pietro De Ambroggi

SIMONE di Heintun. - Teologo domenicano inglese del sec. xim. Resse la cattedra di teologia a Oxford (1248-54) succedendo a R. Fishacre, di cui fu probabilmente discopolo.

Eletto provinciale d'Inghilterra, ne fu deposto per insubordinazione e inviato a Colonia come lettore (1261-62) in sostituzione di s. Alberto Magno eletto vescovo di Ratisbona; ma fu riabilitato ben presto (1262).

Le sue opere principali sono: Postilla rei Profeti minori (Oxford, New Coll. 45, pos. 211 sgg.) e Qune. stiones disputatae (manoscritto nella Summa Abendonensis, British Museum); Ad instructionem inniorum, edito nel 1606 nelle Opern omnia di G. Gersonc. E un manuale di teologia pratica che ebbe enorme diffusione nei secc. $270-27$.

BibL.: Exceptiones a Summa p. Simonis de H., estratti a cura di A. Walz, in Angelicum, 13 (1936), pp. 283-368; A. Dondaine, La Summe de S. d. H., in Recherches de théol. ant. et méd., 9 (1937), pp. 5-22, 205-18; P. Glorieux, s. v. in DThC, XIV, coll. 2121-23. Antonino Silli

SIMONE da Lipnicza, beato. - Sacerdote francescano, discopolo di s. Giovanni da Capestrano, n. a Lipnicza (Cracovia), m. il 18 luglio 1482.

Studente a Cracovia, grazie alla predicazione di s. Giovanni da Capestrano ( 1453 ), come i condiscepoli bb. Giovanni da Dukla e Ladislao da Gielnow entrò nell'Ordine di S. Francesco, nel quale rifube per virtù e zelo. Fu maestro dei novizi, guardiano e provinciale. Propagò la devozione del S.mo Nome di Gesù e della B. V., che più volte gli apparve. Il suo motto preferito era: "Pregare, lavorare e sperare". Nel 1482, ritornato da un pellegrinaggio in Terra Santa, mori di peste esercitando la sua carità. Il suo culto fu approvato da Innocenzo XI il 24 febbr. 1682.

BibL.: L. Strohkovic, Acta SS. Iulii, IV. Venezia 1748, pp. 210-76; cf. Amel. Balland., 18 (189c), pp. 270-71; P. Leone [Patrem], L'aureola sevalica, III, Quarocchi 1899, pp. 90-92; Sharalea, III, p. 103. Felice da Maroto

## SIMONE Maccabeo: v. macCabel.

SIMONE Mago. - Samaritano, contemporaneo degli Apostoli (Act. 8, 9-24). S. Giustino (Apol., I : PG 6, 3-68) lo dice nativo di Gitton ( $\Gamma \varepsilon \tau \varepsilon \omega v$ ); il diacono Filippo nell'evangelizzare la Samaria vi trovò S., il quale si era acquistata straordinaria fama per le sue magie ( $\mu \alpha \gamma \varepsilon \dot{\omega} \omega \nu$ ), sì che le folle di Samaria lo acclamavano: "Costui è la Potenza di Dio, quella chiamata Grande" (Act. 8, 9-10).

Gli Atti degli Apostoli narrano del suo battesimo, del suo incontro con Pietro (v.) e della sua turpe offerta al medesimo (ibid. 8,9 sgg.). Di lui parlano anche Giustino, Ireneo, Clemente Alessandrino, Ippolito, Eusebio, le pseudo-Clementine e gli apocrifi Atti di Pietro (v.).

Giustino riferisce (Apol., I, 26; Dial. cum Tryh., 120) che S. nei suoi viaggi era accompagnato da certa Elena, già prostituta, la quale sarebbe "l'idea primordiale" (évvies) proveniente da lui "grande potenza di Dio" (nozioni di schietto sapore gnostico); inoltre che S. venne a Roma sotto l'imperatore Claudio e vi continuò le sue arti magiche ed ebbe onori divini con una statua nell'Isola Tiberina recante l'iscrizione "Simoni Deo Santo" (la iscrizione, sullo zoccolo della statua ivi ritrovata nel 1574, diceva: "Semoni Sanco Deo Fidio", e si riferiva alla divinità sabina Semo Sancus).
S. Girolamo attribuisce a S. queste parole: "ego sum Sermo Dei, ego sum Speclosus, ego Paraclitus, ego Omnipotens, ego Omnis Dei" (In Matth., XXIV, 5 : PL 26, 183), che pare un'amplificazione di Act. 8, 9-10. Ireneo presenta S. come la fonte di tutte le eresie ( $A d v$.

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hner., I, 23, 2; 27, 4), cioè delle cresie gnostiche che ha principalmente di mira. Nei brevi cenni di Giustino, che sono i più attendibili, si scorgono i germi dottrinali che sono alla base della gnosi. Peraltro è difficile, per la scarsezza di dati sicuri e precisi, ricostruire la gnosi simoniana. Secondo Ippolito (Philosoph., VI, 7, 20) S. avrebbe scritto un'opera intitolata "Antigono: pectosia, - Grande dichiarazione». Ma è probabile che questo scritto provenga dai seguaci di S., detti simoniani, setta gnostica che persisteva ancora nel sec. IV, come si apprende da Eusebio (Hist. eccl., II, 13). Leggendarie sono le notizie degli apocrifi Atti di Pietro e delle pseudo-Clementine (Homil., 2, 22 sgg.; 4, 4 sgg.; Recognit., 1, 72; 2, 7 sgg.; 3, 12 sgg.) sui pretesi incontri con l'apostolo Pietro (v.) a Roma o in Siria, e sulla sfida a volare, precipitando in seguito alle preghiere dello stesso Apostolo. L'opinione di Ch. Baur, che sul labile fondamento delle omelie ps.Clementine vedeva in S. il Mago l'esponente della lotta del paolinismo contro il petrinismo, è del tutto sorpassata.

Bibl.: L. Cerfaux, La gnose simonicune, in Rech. de sc. relig., 16 (1923), pp. 489-511; 17 (1928), pp. 5-20, 263-66, 481-503; H. Dannenbauer, Die röm. Petrologende, in Hist. Zeitschrifl, 146 (1932), pp. 239-62; G. Ricciotti, Gli Atti degli Apostoli tradotti e commentati, Roma 1951, pp. 150-57; E. Amann, Apocrighes du Niorc. Text., in DBs, I, coll. $496-98$ e 514 -18.

SIMONE IV da Montfort. - Capo della Crociata contro gli Albigesi. Di antichissima famiglia, figlio di Simone III, barone di Montfort, nacque nella seconda metà del sec. xir, m. presso Tolosa il 25 giugno 1218. Nel 1199, prese, per la Palestina, la croce con Thiebaut di Champagne. Di ritorno in Francia, gli fu assegnato il comando della spedizione contro gli Albigesi, che accettò con molta esitazione ( 1208 ).

Costituita, nel 1210, una forte armata, si getrò nella lotta. Nel 1212 prese Lavaur dopo un assedio che durò un anno, ed il 12 sett. 1213 riportò la nota vittoria di Moret, sul Tolosani e sui Catalani riuniti. Il Re d'Aragona fu ucciso e il conte Raimondo di Tolosa fuggì. Avvedendosi dell'ambizione del cavaliere, il Papa proclamò la fine della Crociata; però Simone la proseguì con più ardore che mai. Malgrado l'avviso di Innocenzo III, il Concilio Lateranense, che condannava nominatamente l'eresia albigese, confermò S. nel possesso del contado di Tolosa e del Ducato di Narbona (1215). Ma non era passato un anno, che egli era cacciato da Tolosa la quale si dichiarava in favore di Raimondo. S. si diede a proclamare la necessità di una nuova crociata ed intraprese l'assedio della città durante il quale morì.

BibL.: A. Molinier, Catalogue des actes de S. de M., in Biblioth. de l'Ecole des chartes, 34 (1873), pp. 153-203, 445-501; A. Luchaire, Innocent III, la Croisade des Albigeois, Parigi 1905; J. Guiraud, Albigeois (Croisade contre les), in DHG, I (1012), coll. 1665-94; V. Fliehe - A. Martin, Hist. de l'Eglise, X, Parigi 1950, p. 128 sgg.

SIMONE detto Nero (Niger). - Cristiano nominato tra i «profeti e dottori» della Chiesa di Antiochia, insieme a Barnaba e Saulo (Act. 13, 1). Il soprannome "Nero" gli dovette essere dato per il colore della pelle; il suo nome sembra indicarne l'origine giudaica.

Recentemente è stata avanzata l'ipotesi (S. Giet) che il Symonn che prese la parola al Concilio di Gerusalemme (Act. 15, 14) non sia Pietro (di cui al v. 7), ma questo S. il «Nero». L'ipotesi, che si appoggia ad una sporadica tradizione del sec. Iv in Antiochia (ricordata dal Crisostomo, che sembra accettarla: PG 60, 239), ha scarsa probabilità.
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Simone Mago - S. Pietro che disputa con S. M. Dipinto di A. Tiarini (1577-1668), Roma, Galleria Doria.

Bibl.: S. Giet, L'assemblée apostolique et le décret de Jérusalem, in Rech. de science relig., 38 (1951), pp. 203-20 (cf. Verb. Dom., 30 [1952], p. 170 sgg.). Gaetano Stano

SIMONE di Saint-Quentin. - Scrittore domenicano, m. nel 1250 ca.

Gli si attribuisce l'Iter Persicum fratris Ascelini et sociorum suorum, conservato in Vincenzo di Beauvais. Speculum historiale (Norimberga 1471), 1. XXXIII, capp. 26-29, 32, 34, 40-52. In occasione del Concilio di Lione Innocenzo IV destinò quattro domenicani ai Tartari per esortarli a desistere dalle stragi e a ricevere la verità della fede: Ascelino, S., Alberico ed Alessandro. Seguendo la via meridionale per Acri, l'Armenia e la Georgia, dopo aver sostato nella primavera del 1247 nella casa domenicana di Tiflis, essi giunsero in luglio nella Persia ove s'incontrarono con il generale Batcho, ma senza ottenere alcun risultato positivo. Nel viaggio di ritorno i Domenicani furono accompagnati da Tatari che furono ricevuti dal Papa. Soranzo fa riserve sui racconti di S., accolti dall'Altaner secondo la tradizione domenicana.

Bibl.: Streit. Bibl., IV, pp. 0-10 (con bibl.), 117-18; B. Altaner, Die Dominikanischen, des 13. Jahrhunderts, Habelschwerdt 1924, p. 247 e passim; G. Soranzo, Il Papato, l'Europa e i Tartari, Milano 1930, pp. 114-20; Arch. Pratr. Procd., 21 (1951), pp. $379-80$

Angelo Walr
SIMONE di San Paolo. - Carmelitano scalzo, al secolo Paolo Franciosi, n. a Volterra il 5 sett. 1572, m. a Milano il 6 sett. 1622. Esplicò la sua attività a Roma e in Lombardia, ovunque venerato e ricercato per la sua santità e per le sue eminenti doti di direttore spirituale.

Lasciò manoscritti molti opuscoli ascetici, editi in parte con la sua grande opera Riforma dell'uomo, pubblicata postuma a Como in 2 voll. nel 1662 e subito tradotta in francese. Scrittore vigoroso, unì in sé profondità teologica e sano realismo pratico, e con la sua opera, edita in Italia una diecina di volte fino al primo Settecento, contribuì non poco al fiorire della vera pietà cristiana, in tempi tristi anche per la spiritualità.

Bibl.: Filippo della S.ma Trinità. Decor Carmeli, III. Lione 1665, pp. 47-49; Enrico del S.mo Sacranuuna, Collettio Script. O. C. D., II, Savona 1884, pp. 130-41, Valentino di Maria

SIMONE di Tournai. - Teologo, n. a Tournai ca. il 1130, m. a Parigi ca. il 1201.

Probabilmente discepolo, a Parigi, di Eudes (Odon) di Soissons, quando questi si ritirò tra i Cistercensi di Ourscamp (1165) fu raccomandato a Maurizio di Sully quale «vir probatus scientia sed probatior vita» perché gli succedesse nella sua prebenda parigina. Il vescovo

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(fot. Alinari)
Simone Stock, santo - La Madonna porge al Santo lo scapolare del Carmine. Dipinto di G. B. Tiepolo, nel soffitto della sala superiore della Scuola dei Carmini (1739-44) - Venezia.

Maurizio conferì il beneficio ad altri, ed Eudes se ne lamentò presso Alessandro III (lettera in J. B. Pitra, Analecta novissima spicilegii Solesmensis, altera continuatio, II, Frascati 1888, p. xxix sgg.). Succeduto nell'insegnamento al maestro ( 1165 ), gli fu poco dopo conferito un beneficio a Tournai e sostenne varie controversie, per mancata residenza, fino al pieno riconoscimento da parte di Stefano vescovo di Tournai (1192-1203). La sua cattedra fu, per qualche tempo, la più brillante di Parigi, anche per il carattere aperto e l'arguzia del suo titolare, che pertanto si procurò diverse inimicizie.

Scrisse : Summa theologica, o Institutio in sacra pagina (inedita, in sei manoscritti; cf. Glorieux [art. cit. in bibl.], col. 2126) divisa in 8 parti, in cui è svolta tutta la teologia, con preferenza per il de sermone theologico, de Deo e de paenitentia; Expositio in symbolum Athanasii (ed. in Bibliotheca Casinensis: Florilegium, IV, Montecassino 1880, pp. 322-46); Abbreviatio in sententiis Petri Lombardi (ms. di Troyes 1371): semplice compendio del Lombardo; Disputationes (ed. J. Warichez, Les disputationes de Simon de Tournai, in Spicilegium sacrum Lovaniense, XII, Lovanio 1932): opera principale e più originale, ove in 102 discussioni (la disputatio raggiunse dignità scientifica con S. di T.) tocca quasi tutti gli argomenti di dogmatica e di morale, con abilità dialettica e con costante ricorso alle fonti, mostrandosi sinceramente tradizionalista e totalmente ortodosso (in contrasto con le dicerie messe in giro sul suo conto). Ammiratore di Aristotele, si rese più indipendente da s. Agostino nelle questioni controverse, ma riuscì a determinare in una felice formula i limiti e i rapporti della ragione con la fede: "Apud Aristotelem argumentum est ratio faciens fidem, sed apud Christum argumentum est fides faciens rationem. Unde Aristoteles : intellige ut credas, sed Christus: crede et intelliges" (esordio del commento al Quicumque). Il suo influsso fu notevole alla fine del sec. xir e all'inizio del sec. xiri : seguito da Alano di Lilla e da Martino de Fugenius, venne citato con onore da Guglielmo di Auxerre e da s. Alberto Magno.

BISL.: M. Schmaus, Die Texte der Trinitätlehre in den Sententiae des Simon von Tournai, in Rech. de théol. anc. et méd.,

4 (1932), pp. 59-72, 187-98, 294-307; H. Weisweiler, Die Buntlehre Simons von Tournai, in Zeitsch. für hath. Theol., 52 (1932), pp. 190-230; P. Glorieux, s. v. in DThC, XIV, coll. 2128-29 (con bibl.); E. De Clerb, Droits du démon et necessiti de la Redemption: les écoles de Abélard et de Pierre Lombard, in Rech. de théol. anc. et méd., 14 (1947), pp. 51-56; D. von den Eynde, Deux sources de la Somme théol. de Simon de Tournai, in Antenianum, 24 (1949), pp. 19-42; J. N. Garvin, Peter of Poitiers and Simon of Tournai on the Trinity, in Recherches de théol. anc. et méd., 16 (1940), pp. 314-16. Antonio Piolanti

SIMONE di Trento, santo, martire. - Bambino di 20 mesi (secondo altri di due anni e mezzo), figlio di un conciatore di Trento, scomparso la sera del Giovedi Santo ( 23 marzo) 1475, e ritrovato cadavere con orribili mutilazioni la domenica seguente in un canale che scorreva sotto la casa di uno dei maggiorenti ebrei della città.

L'opinione pubblica e il processo immediatamente aperto dal principe vescovo Giovanni Hinderbach attribuirono agli Ebrei la colpa dell'uccisione fatta a scopo rituale. Quattordici di essi in seguito al processo e alle deposizioni strappate con la tortura furono giustiziati, gli altri, con una legge che rimase in vigore fino alla secolarizzazione, furono messi al bando dal Principato. Al piccolo S., che i Trentini venerarono tosto come martire, la S. Sede concesse solo nel 1588 il culto liturgico e l'iscrizione nel Martirologio romano. Festa il 24 marzo.

BISL.: uno studio critico ancora manca. G. Divino, Stov. del b. S. da Trento, Trento 1902; G. Menestrina, Gli Ebrei a Trento, in Tridentum, 6 (1903), pp. 304-16, 348-74, 383-411. Martyr. Romanum, pp. 110-11. Iginio Ruggier

SIMONE di Trevini, santo. - Oriundo di Siracusa e, dopo varie peregrinazioni, monaco al Monte Sinai, si stabilì in Francia dopo essere sfuggito a molteplici pericoli.

Dapprima soggiornò nell'Aquitania, poi nella Normandia ove giunse l'anno seguente alla morte del suo protettore duca Riccardo (1027). Si recò perciò a Verdun per incontrarsi con l'abate Riccardo che aveva conosciuto a Gerusalemme; poi a Treviri dove visse da anacoreta. L'arcivescovo Poppone gli diede la benedizione di recluso e gli permise di ritirarsi in una torre vicina alla famosa "Porta Nigra"; ma preso per un mago, corse pericolo di venire lapidato dal popolo. Morì il $1^{\circ}$ giugno 1035. Fu canonizzato forse a Natale del 1035. Festa il $1^{\circ}$ giugno.

BISL.: E. Sackur, Richard, abt von S. Vannes, Parial 1886, pp. 93-98; H. Dauphin, Le bienheureux Richard, abbé de S. Vannes de Verdun, Parigi 1946 (v. indici): Martyr. Romanum, pp. 219-20; M. Coens, Un document inédit sur la culte de si Symcon. moine d'Orient et reclus à Trèves, in Anal. Boll., 68 (1950), pp. 181-06. Enrico Tribout de Morembert

SIMONE STOCK, santo. - Carmelitano, n. a Keanth (Inghilterra) nel 1165, m. a Bordeaux il 16 maggio 1265.

Entrato nell'Ordine nel 1212, vi fu elcto generale nel 1245. Nel 1251, mentre risiedeva a Cambridge, ebbe una visione nella quale la s. Vergine gli avrebbe promesso questo: "Ecco il privilegio che io dò a te e a tutti i figli del tuo Ordine. Chiunque morirà vestito dell'abito carmelitano sarà salvo" (B. Zimmermann, Monumenta historica carmelitana, Lérins 1907, p. 339). Il privilegio non tardò molto a estendersi a tutti coloro che portavano lo scapolare del Carmelo. La promessa non concordava molto con la dottrina cattolica, secondo la quale la salvezza eterna è legata alla pratica delle virtù cristiane e all'osservanza delle prescrizioni della Chiesa. Per questo il Launoi combatté nel 1642 l'autenticità di quella famosa visione (Opera, II, II, Lione 1731, pp. 379-403). Dopo il sec. xviI la questione rimase controversa. Fra gli avversari principali si annoverano A. Boudinhon (Revue du clergé frangais, 36 [1903], pp. 634-37), e L. Saltet (Le prétendu Pierre Swannington, in Bulletin de littér. ecclés. de Toulouse, 1911, pp. 24, 85, 120; Swannington, confessore(del Santo, avrebbe redatto sotto la sua dettatura una lettera dove è attestata la realtà della visione). Il p. X. Xiberta ha riunito numerosi documenti in favore dell'autenticità (De vizione Simonis S., Roma 1950). Tuttavia conviene notare che la S. Congregazione delle Indulgenze che confermò, il 4 giugno 1908, i favori accordati dalla S. Sede ai portatori

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dello scapolare carmelitano, tace completamente sulla questione della visione, di cui S. sarebbe stato favorito.

BibL.: Acta SS. Maii, III, Parigi 1866, pp. 620-21; A. Montbrun, Vita di 1. S. S., Siena 1883; B. Zimmermann, The origin of the Scapular, from oreginal sources, Dublino 1904; T. Beringer-Steinen, Les indulgences, I, Parigi 1925, pp. 187-94. 489-523; P. Eliass della Natività, in Le Conseil, luglio-ag. 1938; A. Michel, Scapulaire, in DThC, XIV (1939), coll. 1257-59. Guglielmo Molià

SIMONETTA, Giacomo. - Cardinale, n. a Milano nel 1475 , m. a Roma il $1^{\circ}$ nov. 1539.

Dal 1505 fu avvocato concistoriale e intervenne quale uditore di Rota al Concilio Lateranense V. Fu eletto vescovo di Pesaro nel 1529 da Clemente VII, che lo fece cardinale il 21 maggio 1535 e lo designò prefetto della Segnatura di grazia. Il 20 dic. 1535 era passato alla sede di Perugia ed ebbe poi l'amministrazione delle diocesi di Lodi nel 1536-37 e di Nepi nel 1538. Nel 1538 fu nominato, col Compegio e l'Aleandro, legato a lotere al Concilio che avrebbe dovuto tenersi a Vicenza. Nella causa del divorzio di Enrico VIII, si oppose alla tesi del Re. Compose il trattato De reservatione beneficiorum (Roma 1583).

BibL.: A. Ciscconius, Vitae..., III, Roma 1677, pp. 270371; F. Arpolati, Scriptores mediolanenses, II, Milano 1743. col. 1399; Pastor, V. pp. 73-75, e passim; H. Jedin, Storia del Concilio di Trento, I, Brescia 1949, passim. Antonio Cistellini

SIMONETTA, Giovanni. - Storico, n. a Caccuri (prov. di Catanzaro) fra il primo e il secondo decennio del sec. xv, m. probabilmente a Milano, non oltre il 1491.

Lo si trova nel 1444, con il fratello Cicco, al servizio del duca Francesco Sforza, in qualità di segretario, e dal 1453 come cancelliere. La caduta dello Sforza per opera di Ludovico il Moro nel 1480 , travolse anche i due S., che furono imprigionati; ma mentre Cicco pagò con la decapitazione (Pavia, 30 ott. 1580) i servizi resi al suo padrone, Giovanni venne soltanto bandito in esilio.

Compose in latino: Commentarii rerum gestarum Francisci Sfortiae Mediolanensium ducis, in 31 II. Singolare esempio di storiografia umanistica, abbraccia la storia di Milano dal 1421 al 1466; e vi narra non solo nella loro crudezza i fatti dello Sforza, ma anche il quadro generale degli avvenimenti, entro i quali si svolsero e ne furono cagione e conseguenza.

BibL.: l'opera in RIS. XXI, parte $2^{2}$, a cura di Giov. Soranzo (Bologna 1934) che vi fa precedere ampia prefazione sulla vita e l'opera.

Celestino Testore
SIMONETTA, Ludovico. - Cardinale, n. da nobile famiglia a Milano ca. il 1500 , m. a Roma il 30 apr. 1568. Si laureò in diritto. Nipote del card. Giacomo, ebbe per rinuncia di lui il vescovato di Pesaro il 19 dic. 1537 (sino al 9 maggio 1561) e partecipò come tale, fin dal 3 maggio 1545, al Concilio di Trento. Sospeso questo nel 1549 , ritornò a Roma, dove fu nominato referendario della Segnatura e datario di Pio IV. Il 26 febbr. 1561 fu creato cardinale e, il 10 marzo, legato al Tridentino.

Riperto il Concilio il 18 genn. 1562 , sorsero vivissime dispute se fosse quello un nuovo Concilio o una prosecuzione delle altre due fasi, se la materia da trattarsi dovesse essere presentata solo dai legati, sul salvacondotto da concedersi ai protestanti e sul diritto di precedenza. Solo l'abilità del S., il suo ascendente sui Padri e la sua intransigenza nell'attuare le disposizioni pontificie riuscirono a sormontare tali ostacoli. Quale legato canonista, dové presiedere alla formulazione degli articoli di riforma, correggendo gli schemi presentati dai legati imperiali spagnoli e da parte del legato card. Seripando. Ad arrestare i lavori risorse la questione sulla residenza prospettata sotto il duplice aspetto pratico e teorico. Risultata inutile la votazione, il S. chiese consiglio al Papa, il quale volle inviare due nuovi legati, sostituendo il presidente card. Gonzaga. Il Papa recedé però dalla proposta per l'intervento del Borromeo; e ordinò al S. di vigilare
e preparare i canoni di riforma, evitando la spinosa questione della residenza. Giunti a Trento gli ambasciatori spagnoli e francesi, il S. si dimostrò abilissimo diplomatico nel cattivarsi la loro benevolenza e nel convincerli a servire fattivamente la causa del Concilio. Ma l'intransigenza dei prelati franco-spagnoli e le nuove vivissime discussioni sulla residenza minacciarono il naufragio del Tridentino. La discordia dei legati aumentò la confusione, finché il S., pur tacciato di eccessivo curialismo, s'impose all'assemblea ecumenica e, forte dell'appoggio pontificio, contribuì a far proseguire il Concilio. Tornato a Roma dopo la fine del Concilio, venne creato prefetto del tribunale del S. Uffizio.

BibL.: E. Sol. Il card. L. S. datario di Pio IV e legato al Concilio di Trento, in Archivio della Società romana di storia patria, 26 (1903), pp. 185-247; J. Susta, Die römische Kurie und das Konzil von Trient, I, Vienna 1904, pp. Lxvii sgg.; Pastor, VII, passim.

Benedetto Lega
SIMONI, Giovanni Battista. - Scrittore ascetico certosino, n. a Rovigo l'8 dic. 1887, m. a Firenze il 14 nov. 1942. Ordinato sacerdote a Padova il 27 luglio 1911, poco dopo entrò fra i Certosini.

Fu coadiutore nella certosa di Vedana e priore (1933-38) di quella di Calci presso Pisa. Visse per la santificazione del clero, specialmente mediante la devozione al S. Cuore di Gesù, di cui fu forse il più grande ed il più convinto apostolo nella prima metà del sec. xx.

Occupandosi di questa devozione, trattò talora con troppa severità i presunti oppositori, bollandoli tutti di giansenismo e ne esagerò il numero in un'opera intitolata Non proevalebunt (Padova 1932), forse la meno felice delle sue pubblicazioni. Hanno invece avuto gran successo le altre sue opere: Adveniat regnum tuum (Torino 1924); Si scires donum Dei! (2^ ed., Padova 1928); Oportet illum regnare (Monza 1928); Resurget frater tuus (ivi 1929); Manete in dilectione mea ( $8^{\circ}$ ed., Padova 1944), tradotta in molte lingue e ristampata ca. 40 volte; Monita solutis (Trento 1943). Scrisse inoltre vari altri opuscoli e molti articoli su riviste, specialmente in Vita cristiana, sotto lo pseudonimo di Giovanni Senzaterra.

BibL.: Placido da Pavullo, Adoodato Turchi fu giansenista?, Reggio Emilia 1933; I. Musi, Un servo inutile del S. Cuore, Acquapendente 1934.

Felice da Mareto
SIMONI, Simone. - Teologo e medico protestante, n. forse a Lucca nel 1532, m. a Cracovia ca. il 1602 .

Partecipe di tutte le irrequietudini teologiche, le propensioni radicali, i vagabondaggi in terre straniere che contraddistinguono i più autorevoli «riformatori» italiani del ' 500 , e con una particolare inclinazione al panteismo, derivata dalla formazione nell'aristotelismo alessandrino. Studiò a Lucca, poi medicina e filosofia a Bologna, Pavia, Padova, dove per qualche tempo tenne cattedra. A Ginevra nel 1565, aderì apertamente al calvinismo, ottenendovi la cittadinanza e una cattedra di filosofia, e, poco dopo, pure di medicina. Per le sue dottrine entrò in conflitto con Beza e con la comunità italiana riformata. Esiliato, si rifugiò in Francia, dove, come medico, ebbe l'incarico dell'insegnamento al Collegio reale di Parigi; espulso anche di li perché protestante, fu ad Heidelberg (Palatinato) dove si urtò con l'ortodossia luterana a causa della sua interpretazione simbolica dell'Eucaristia. Nel 1579 lo si trova a Lipsia medico dell'Elettore e professore di filosofia; quindi dal 1581 a Praga, Breslavia, Cracovia, medico di corte di Rodolfo II di Ungheria e Boemia e di Stefano Bathori.

BibL.: S. Cienopi, Notizie mali italiani in Polonia e sui Polacchi in Italia, Lucca 1830; D. Cantimori, Eretici italiani nel '500, Roma 1940, pp. 268 sge., 341 sge. Mario Bandiavoli

SIMONIA. - Il termine e il concetto di s. derivano la loro origine dal sacrilego mercato proposto agli Apostoli da Simone Mago, allo scopo di avere da essi il potere di imporre le mani ai cristiani e comunicare loro i doni dello Spirito Santo (Act. 8, 12-24).

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In teologia morale e in diritto canonico, per s. si intende la volontà decisa di comprare o vendere per un prezzo temporale una cosa intrinsecamente spirituale o una cosa temporale necessariamente connessa con la spirituale o che forma l'oggetto del contratto (s. di diritto divino); oppure è ogni scambio di cose omogenee (scambio vicendevole o di cose temporali connesse con le spirituali, p. es., benefici; o di cose temporali), questo proibito dalla Chiesa (s. di diritto ecclesiastico) per pericolo d'irrierenza (can. 727). In fatto di s., per contratto s'intende qualunque convenzione anche non eseguita o tacita, nella quale l'animo simoniaco si desume dalle circostanze (can. 728). Il Leinz dimostrò non richiedersi, per l'essenza della s., il contratto, ma essere sufficiente l'intenzione simoniaca chiaramente manifestata (Zur Begriffsbestimmung der Simonie, in Arch. f. hath. Kirchenrecht, 77 [1897], pp. 26-55).

La s. può essere : a) mentale, quando esiste solo nel pensiero; b) convenzionale, quando c'è un patto reciproco espresso o tacito, senza esecuzione da una delle parti (convenzionale mista) o senza esecuzione da entrambe le parti (convenzionale pura); c) reale, quando vi è l'adempimento del patto, anche appena iniziato; d) confidenziale, quando si ha la cessione temporanea ad una terza persona di un beneficio ecclesiastico, a patto però o sotto condizione che esso, in un secondo momento, sia restituito a colui che glielo ha fatto ottenere o ad un familiare.

1. Storia. - 1. Dalle origini al Concilio di Trento. I Concili di Orléans nel 533 e 549 e di Clermont nel 535 infliggono la pena della deposizione ai candidati colpevoli di aver raccolto i suffragi degli elettori a prezzo di denaro. La stessa pena s. Gregorio Magno commina a coloro che si prodigano in obblighi, in promesse, in servizi o si servono di intermediari (mediator). Il male peggiorò quando i re merovingi s'immischiarono nell'elezione dei vescovi. Gregorio di Tours riferisce che la famiglia di Apollinare persuase Quinziano, eletto vescovo di Clermont, a rinunciare alla sede : poi colmò di donà la corte di Teodorico I e cosi ottenne la promozione del suo parente. Egli assicura inoltre che * i re vendevano il sacerdozio e i chierici lo compravano a peso d'oro *. Secondo lo stesso Gregorio, un Siro, nel 552, comprò la sede di Parigi e ricolmò di benefici i suoi compatrioti. S. Gregorio Magno testimonia nella sua corrispondenza epistolare la presenza di abusi stridenti, che neppure la minaccia di deposizione riusciva a sradicare; e giunge a scrivere «che in Gallia e in Germania nessuno arriva agli Ordini sacri senza il dono di qualche vantaggio " (Jaffé-Wattenbach, n. 1374; cf. E. Vacandard, Etudes de critique et d'histoire religieuse, Parigi 1909, pp. 132, 144-45, 159-84).

Nei secc. x e xi la s. prese più ampia estensione in seguito al fiorire del regime feudale e alla scomparsa dell'elezione. I signori, conti, duchi e re, si consideravano i proprietari di tutto quanto costituiva un vescovato, e ne concedevano il godimento a un vescovo mediante l'investitura, che consisteva nella consegna dell'anello (segno del matrimonio mistico del prelato con la sua Chiesa) e del pastorale (simbolo della giurisdizione). E come i vassalli laici offrivano ai signori o ai re denaro o regali, cosi anche i prelati ottenevano le loro cariche per mezzo di regali di varia natura. Ne consegui che per ripagarsi delle spese incontrate i vescovi spremevano il loro gregge e