ho \chi \varepsilon \varepsilon \rho \varepsilon i \zeta$ ) si comprendevano il sommo sacer-
dote in carica, quelli già eventualmente deposti e, con ogni probabilità, anche i membri delle famiglie dalle quali si soleva scegliere la più alta carica religiosa (cf. Io. 18, 19; Act. 4, 6; 19, 14). Gli "anziani" (ol $\pi \chi \varepsilon \sigma \beta \hat{\jmath}-$ $\tau \varepsilon \chi \circ \alpha$ ) rappresentavano l'aristocrazia laica; essi erano i " personaggi più ragguardevoli" (Flavio Giuseppe, Vita, 9). Gli "scribi" (ol $\gamma \chi \alpha \mu \mu \alpha \tau \varepsilon i \zeta$ ) portavano all'assemblea la voce della scienza del diritto; provenivano dal laicato e da qualsiasi classe sociale; la loro autorità ebbe un crescendo continuo, finché dopo il 70 , eliminate le altre due classi, rimasero i padroni assoluti nel campo spirituale. Ma allora il s. aveva perduto le sue caratteristiche primitive, essendosi ridotto ad un circolo di dotti.
L'autorità del s. subì alternative; fu molto maggiore durante le occupazioni straniere che non nei periodi di autonomia o di dinastie locali, come al tempo degli Asmonei e della famiglia di Erode. Il s. esercitava la giustizia, ma senza la potestà di infliggere la pena di morte; il suo campo era eminentemente religioso; ma il s. esercitava grande influsso anche in altri settori. Siccome nella diaspora si avevano s. locali, la sua giurisdizione era praticamente limitata alla Giudea o, al massimo, alla Palestina. Tuttavia appaiono molto intimi i legami che lo legavano alle varie comunità, le quali gli riconoscevano una supremazia morale (cf. Act. 9, 2).
La sede delle adunanze era, con ogni probabilità, nell'angolo sud-ovest dell'artio interno del Tempio, ove doveva trovarsi la celebre "stanza delle pietre squadrate" (ebr. lithath hag-gāzith). Nel trattato talmudico Sanhedhrin si dànno norme minuziose circa le adunanze; ma non va dimenticato che esso fu scritto quando il vero s. con autorità giudiziaria non esisteva più.
BibL.: E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes im Zeitalter Jesu Christi, II, $4^{4}$ ed., Lipsia 1907, pp. 237-67; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, trad. it., II, Torino 1913, pp. 15-28; F. Büchsel, Noch einmal: zur Blutgerichtsbarkeit des Synedrians, in Zeitschr. für die neulest. Wissensih., 33 (1934), pp. 84-87; U. Holzmeister, Zur Frage der Blutgerichtsbarkeit des Synedriuns, in Biblica, 19 (1938), pp. 43-58, 131-74: id., Storia dei tempi del Nuovo Testamento, trad. it., Torino 1930, pp. 160-71; F. Nötscher, Biblische Altertumskunde, Bonn 1940, pp. 120-21; G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Milano 1941, pp. 74-78. Angelo Penna
SINERGISTICA, QUESTIONE - "Sinergismo" è la dottrina della cooperazione della libertà umana con la Grazia, nell'opera della giustificazione. Lutero aveva insegnato che l'uomo è talmente decaduto per il peccato originale da essere incapace di compiere opera di bene; per cui rimane del tutto passivo nella giustificazione, "come la pietra nelle mani dello scultore». Nel De servo arbitrio (1525), scritto contro Erasmo, giunse a dire : "Dichiaro, per quel che mi riguarda, che, se fosse possibile, vorrei che non mi fosse concesso il libero arbitrio o lasciato nelle mani alcunché per cooperare alla mia salvezza" (Lutheri Werke, ed. Weimar, XVIII, p. 783 sgg.).
Melantone, che in principio aveva aderito a tale dottrina, colpito dagli argomenti di Erasmo, a cominciare dal 1532 osò difendere l'esistenza del libero arbitrio e la sua cooperazione con la Grazia. Egli non abbondonò più tale posizione e nella Confessione di Augusta (1530) affermò che la volontà libera e la ragione non possono nulla da sole nel campo spirituale. Ora, il termine "da sole" era aggiunto al testo precedente e costituiva l'affermazione del sinergismo. Lutero, che aveva attaccato violentemente Erasmo a proposito del libero arbitrio nulla disse contro il suo amico Melantone. Finché questi visse, nessuno osò fare osservazione; ma appena morto, la controversia si accese. Nel 1535 il teologo J. Pfeffinger di Lipsia (1493-1593) sostenne il libero arbitrio in due opere : De libertate voluntatis humanae e De libero arbitrio, ma le Università di Weimar e di Jena gli si opposero nel 1536. Il conflitto si fece più acuto nel 1538 con l'intervento di Amsdorf ( 1483 -1565) e soprattutto con quello di Flaccio Illirico (1520-1575), luterano estremista. Pfeffinger rispose immediatamente ad Amsdorf e dal 10 all'11 nov.
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(per cortesia det prof. E. Josi)
Sinforosa - Pianta della basilica doppia di S. S. al IX miglio della via Tiburtina (sec. v).
1559 ebbe luogo a Jena una disputa pubblica ove Flaccio riusci a spuntarla; Melantone respinse le opinioni di Flaccio e di Amsdorf qualificandole stoica et manichaea deliria. I suoi sostenitori di Jena, però, Stringer e Hugel, finirono in prigione ( 1561 ). Ci fu tuttavia una reazione: Stringel fu riabilitato e quaranta professori seguaci della dottrina di Flaccio perdettero il posto (1562). Nel 1567 nuovo cambiamento: i flacciani ripresero il sopravvento, ma una seconda opposizione contro di essi sorse nel 1573. Ogni cambiamento di potere politico portava un cambiamento di opinione teologica. Finalmente, la Formula concordiae del 1577 riportò alla primitiva opinione di Lutero.
Il pensiero di Melantone aveva trovata espressione definitiva dell'edizione dei Loci communes theologici del 1535 e del 1545 . Nel capitolo De humanis viribus seu de libero arbitrio (dell'ed. 1545) l'autore cercò di tenersi tra due estremi difendendo quella dottrina che fu chiamata nel Concilio di Trento della doppia giustificazione, secondo cui la libertà umana può cooperare con la divina Grazia, non può raggiungere però, anche cooperando con la Grazia, la giustificazione, che le è imputata gratuitamente. Non si ha, secondo Melantone, che una inchoata oboedientia; e non respingendo l'imputazione della giustizia di Cristo, si è ritenuti giusti, come se si avesse adempiuta tutta la legge (ibid., p. 93).
Bibl.: Melantone, Loci communes theologici, iam postremo recogniti et aucti, Basilea 1545; Lutero, De servo arbitrio, ed. Weimar 1883. XVIII, 251-787; J. Döllinger, Die Reformation, II, Ratisbona 1847; C. Algermissen, La Chiesa e le chiese, trad. it., Brescia 1944, p. 596.
Leone Cristiani
SINESIO. - N. ca. il 370 nella Pentapoli della Cirenaica, m. nel 413 , veniva da una vecchia famiglia di latifondisti greci, che si vantava di origine lacedemona.
Educato nelle tradizioni greche e cacciatore appassionato, venne nel 395 a Alessandria dove udì le lezioni scientifiche della professoressa neoplatonica Ipazia. In questo ambiente fece conoscenza di Isidoro di Pelusio. Nella iniziazione esoterica della sua maestra venne a contatto con le opere di Porfirio e degli oracoli caldaici. Fu inviato da Cirene a Costantinopoli nel 399-402 per ottenere protezione contro le aggressioni delle tribù berbere. Nel 410 fu eletto vescovo di Ptolemaida, ma egli esitò mezz'anno prima di accettare quella cattedra (Epist., 105); a causa di dubbi sulla dottrina cristiana, finalmente, prevalse in lui, come in s. Agostino, una interpretazione cristiana delle dottrine di Porfirio e questa gli facilitò la soluzione del problema della risurrezione dei corpi (v. C. Lacombrade, op. cit. in bibl., p. 169). Che non sia mai stato compenetrato profondamente di un vero cristianesimo, come dice B. Altaner (Patrologie, $2^{\mathrm{a}}$ ed., Friburgo in Br. 1950, p. 241) è una affermazione di assai dubbio valore. I suoi inni lo pongono fra i più grandi poeti cristiani neoplatonici. La bellezza di questi inni è parago-
nabile solo a quelli di Boezio del De consolatione. Delle sue altre opere sono da menzionare: Racconti egiziani sulla Provvidenza; Diom; Lode della colciaie. Importante è il suo trattato sui sogni, coraggioso il suo Discorso sulla regalità. Attraenti ed indispensabili per la storia della sua epoca sono le sue 56 Epistole.
Bibl.: ed.: PG 66, 1021-157S. Ed. critica degli inni di N. Terzaghi, Synesii Cyrenentis Hymni. I. Reme 1939; II, ivi 1944 con ricco commentario, v. anche M. M. Howlins, Der erste Hymnus des S., Text und Kommentar, Nionaco 1930. L'ordine cronologico degli inni è discusso: v., p. es., C. Bizzocchi, in Gregorianum, 23 (1942), pp. 91 10., 203 10. Sul ricacato dei sogni: W. Lang, Das Traumbuch des S., Tuhinga 1026. Per le epistole v. I. Hermelin, Zu den Briefen des Bischofs S., Uppsala 1934. Sulla vita ed opere v. G. Grümmacher, S. von Kyrene, Lipsia 1913; G. Bsztini, L'attività pubblica di S., Udine 1938; W. Theifer, Die chaldäischen Grahel und die Hymnen des S., Halle 1942. La migliore monografia è: C. Lacombrade, Synésias de Cyrène, hellène et chrétien, Parigi 1951. V. anche Fliche-MartioFrutaz, IV, p. 150.
Erik Peterson
SINFORIANO, santo, martire. - E commemorato nel Martirologio geronimiano il 22 ag.
Martire di Autun, fu celebrato da Venanzio Fortunato; Gregorio di Tours parla più volte della Basilica costruita nel sec. v dal presbitero Eufronio sul suo sepolcro, che divenne presto mèta di pellegrinaggi. La Passio, sebbene non coeva, offre elementi attendibili. Figlio del nobile Fausto, S. fu arrestato durante l'Impero di Aureliano e condotto in un tempio perché sacrificasse; si rifiutò energicamente. Fu perciò battuto con verghe e rinchiuso in carcere. Finalmente fu condannato alla pena capitale e decapitato fuori le mura della città.
Bibl.: S. Gregorio di Tours, Hist. Franc., II, 15; VIII, 30; In gloria Confess., 79; In gloria Martyr., 51; Venanzio Fortunato, Carmina, VIII, 3; Acta SS. Augusti, IV, Parigi 1867. pp. 491-98: H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933. p. 323; Martyr. Hieronymianum, p. 458; Martyr. Romanum, p. 353.
Agostino Amore
SINFOROSA (Sympherousa, $\Sigma \cup \mu \varphi \varepsilon ́ \rho \rho \nu \sigma \alpha=$ la soccorritrice), santa, martire. - Il p. Delehaye ritenne che sette santi sepolti vicino o venerati nello stesso giorno siano stati trasformati in fratelli e attribuiti a s. S. come suoi figli, ripetendo il caso di s. Felicita, come già aveva dubitato Cesare Baronio (Acta SS. Iulii, III, p. 7; IV, p. 252).
La sua Passio la fa madre di sette figli (BHL, 7971) come si legge anche nelle Passiones di Getulio (che sarebbe stato suo marito) e di Zotico (op. cit., 3524-25; 9028); l'indicazione ritorna nel Martirologio geronimiano al 18 luglio, indicando il loro sepolcro all'ottavo miglio della Via Tiburtina (ed. Delehaye-Quentin, p. 383); i sette sono segnalati sulla Via Tiburtina senza menzione della madre, sia al 29 maggio (ibid., pp. 280-81) che al 27 giugno, al nono miglio; ivi però sono dati i loro nomi : Crescente, Giuliano, Nemesio, Primitivo, Giustino, Statteo, Eugenio (op. cit., pp. 337-38). Detti nomi ricor-
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rono nell'Itinerario de locis (con l'aggiunta di un Ireneo) come sepolti nella Basilica adiacente a quella ad corpus di S. Lorenzo nell'Agro Verano (R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, p. 114). Il Martirologio romano segnala il gruppo ai 18 luglio.
I ruderi sono tuttora visibili al $14^{\circ} \mathrm{km}$. della Via Tiburtina, ove resta in piedi la tribuna della Basilichetta maggiore e si scorgono le tracce di altre parti delle due costruzioni. E quanto fu risparmiato dalla distruzione compiuta dai Longobardi di Astolfo. In previsione dello scempio il papa Stefano III (a. 752-57) aveva fatto sottrarre le reliquie di quei martiri e le aveva fatte trasportare a Roma; Pio IV le rinvenne sotto l'altare maggiore della diaconia di S. Angelo in Pescheria, nel Portico di Ottavia. L'esplorazione e lo studio della fondamenta e dei resti delle due Basilichette fu compiuta da E. Stevenson nel 1878 . Presso quei ruderi surge ora una chiesetta dedicata ai santi martiri; la località si chiama s. S.; nel medioevo si disse Sette Fratte, correzione di ad Septem Fratem.
Bib.: E. Stevenson, Scoperta della basil. di S. S. e dei suoi sette figli al anno miglio della Via Tiburtina, in Studi in Italia, Roma 1878; id., La bus. duppia di S. S...., in Bull. arch. crist., $3^{2}$ serie, 3 (1878), pp. 72-81; G. Coccanari, Il martirio di i. S. e dei sette figli, in Bull. di Studi di stor. ed archeol. di Trnoli, 9 (1926), p. 1097 sgg.; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, $2^{\circ}$ ed., Bruxelles 1933, pp. 278-79; id., Etude sur le ligender roman, ivi 1936, pp. 121-23. Ginsuchno Manini
SINGOLARZ. - In senso metafisico, s. è l'individuo sussistente ovvero la «sostanza prima» ( $\sigma$ ús $\pi \rho \dot{\alpha} \tau \eta$, in opposizione alla "sostanza seconda" ( $\sigma$ ús $\alpha \delta \varepsilon \iota \tau \varepsilon \varepsilon \alpha$ ) ossia le specie e i generi della logica (cf. Aristotele, Cat., 3, 2 a 11, e Periberm., 7, 17 a 40); ed è quindi l'individuo (v.) incomunicabile ed esprime il reale numericamente uno (id., Met., III, 4,999 b 33).
Il principio costitutivo del s. (principio d'individuazione [v.] nelle sostanze materiali) è, secondo s. Tommaso, la materia in quanto si trova sotto le dimensioni reali (a materia corporalis sub determinatis dimensionibus contenta: Sup. I. II de animo, lect. 12; ed. Pirotta, Torino 1925, p. 377, p. 132 b). In questo senso il s. materiale è accessibile per sé direttamente ai sensi, mentre l'intelletto apprende l'universale: $\gamma \dot{\delta} \mu \dot{\varepsilon} \nu \gamma \alpha \rho \varkappa \alpha \delta \dot{\alpha} \varepsilon \nu \varkappa \alpha \tau \dot{\alpha}$ $\tau \dot{\varepsilon} \nu \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \sigma \tau \gamma \dot{\alpha} \dot{\rho} \rho \dot{\eta} \sigma \nu$, $\tau \dot{\delta} \delta \dot{\varepsilon} \varkappa \gamma \dot{\alpha} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \alpha \sigma \tau \sigma \nu \varkappa \alpha \tau \dot{\alpha} \tau \dot{\varepsilon} \nu \alpha \dot{\varepsilon} \sigma \delta \gamma \sigma \iota \nu$ (Aristotele, Phys., I, 5, 189 a 6; cf. Met., V, 11, 1018 b 33): di qui la controversia, dibattuta nel medioevo contro i filosofi arabi (specialmente Averroè), sulla possibilità che Dio conosca direttamente i s., da cui dipende il significato e la realtà stessa della divina provvidenza (cf. Sum. Theol., 10, q. 14, a. 11; J. Koch, Giles of Rome, Eirures philosephorum, Milwaukee 1944; Eirures Averrois, nn. 6, 8 e 9). In senso sociale e religioso s. è la persona umana singola che si distingue dalla massa o moltitudine e si rapporta secondo diritti e doveri alla società e a Dio: in questo senso Kierkegaard (v.) oppone il principio cristiano della personalità (il «singolo davanti a Dio») al panteismo hegeliano.
Bib.: H. Bonitz, Index Arist., Berlino 1870, s. v. Ex $\alpha \sigma \tau \sigma \varsigma$ $\varkappa \alpha \vartheta^{\prime} \varepsilon \varepsilon \alpha \sigma \tau \sigma \nu: 225 \mathrm{~b} 49-226$ a 30 ; L. Schutz, s. v. Singularis in Thomas-Lexikon, $2^{\circ}$ ed., Paderbon 1892, rist. Nuova York 1947, p. 727 sg.
Cornelio Fabro
SINING, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Comprende tutta intera la provincia civile dello Tsinghai o Kokonor, nella Cina centro-occidentale.
Fu eretta, con il nome di S. dalla città capitale residenza dell'Ordinario, il 4 febbr. 1937 e fu affidata alla Società del Verbo Divino. Il suo territorio apparteneva sino allora alla missione di Lanchow (v.). Ha un'estensione di ca. 700.000 kmq . Al 30 giugno 1948, su una popolazione totale di ca. 1.500 .000 ab., i cattolici erano 3722 e i catecumeni 1376 ; i sacerdoti 12 , di cui 1 cinese; i seminaristi maggiori 1 , i minori 16; 22 le suore, di cui 12 indigene; 16 i catechisti, 12 i maestri. Tra le opere figuravano 1 ospedale, 4 dispensari di medicinali, 1 orfanotrofio, 1 brefotrofio, 8 scuole.
Sembra che nei secc. vi-viit sia giunta in queste regioni la predicazione dei missionari nestoriani; che nel sec. xvI vi siano arrivati i Gesuiti, cui nei secc. xviri e xviri seguirono i Francescani; ma si tratta forse di qualche missionario rifugiatosi in quelle lontane e tranquille plaghe per scampare alle persecuzioni. La predicazione vera e propria comincia con l'arrivo dei missionari di Scheut, che, giunti nel 1878 , vi rimangono fino al 1922, quando passano nella Mongolia, lasciando la missione del Kansu, cui era unita la provincia di Kokonor, ai religiosi Verbiti, i quali si trovavano sul posto da una diecina di anni.
BibL.: AAS, 29 (1937), pp. 265-66; Archiv.: S. Congr. de Prop. Fide, Relaz. quinquenn., S., 1940-45; MC, 1950, p. 336. Adamo Pucci
SINISTRARI, Ludovico Maria. - Canonista, n. in Ameno (isola S. Giulio di Orta, Novara) il 26 genn. 1632, m. a Giardini il 6 marzo 1701.
Studiò lettere all'Università di Pavia, dove passò ai Francescani nel 1647. Insegnò filosofia e teologia; specializzatosi nello studio del diritto canonico e civile, fece parte della Congregazione per la riforma dei Regolari, fu consultore del supremo Tribunale dell'Inquisizione, teologo e vicario dell'arcivescovo di Avignone, teologo apprezzatissimo dell'arcivescovo Caccia di Milano, lettore emetto nel suo Ordine, dottore honoris causa delle Università di Salamanca e della Sorbona.
Insigne cultore del diritto criminale ecclesiastico, che costituì la sua specializzazione, commentò e corresse la Praxis criminalis di Santoro da Melfi. La sua opera principale, Practica criminalis illustrata ( $2^{\mathrm{a}}$ ed., Roma 1753), comprende tre grossi volumi in $4^{\circ}$ e costituisce un completo trattato di diritto penale, applicato agli ecclesiastici e ai religiosi, che occupa tuttora un posto rilevante nella letteratura del genere.
Bibl.: cenni autobiogr. e nota dell'edit. alla $2^{a}$ ed. della Practica criminalis, Roma 1792. Zaccaria da San Mauro
SINKIANG, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Comprende l'omonima provincia civile, detta anche Turkestan Cinese o Turkestan orientale, nella Cina nord-occidentale.
Fu eretta in missione sui iuris il 14 febbr. 1930, con distacco dal territorio dal vicariato apostolico di Lanchow (v.) e fu affidata, come la missione madre, ai religiosi della Società del Verbo Divino; il 21 maggio 1937 fu elevata a prefettura apostolica.
Ha un'estensione di 1.828 .000 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione di oltre 4.000 .000 di ab., i cattolici erano 471 e i catecumeni 16. Oltre al prefetto apostolico, v'erano 11 sacerdoti esteri e 2 cineai, 1 fratello fisico estero e 2 suore cinesi. Tra le opere figurava 1 scuola primaria.
Da Sian (v.), nel sec. vi, gli eretici Nestoriani si spinsero fino alla provincia del S. e fondarono una sede arcivescovile a Kashgar. Pure da Sian, a principio del sec. XIX, un sacerdote cinese visitava periodicamente, con un viaggio di 6000 km . tra andata e ritorno, i 300 fedeli, che formavano la comunità di Korree, dove nel 1860 fu destinato il rev. Tommaso Chang, che seguì i cattolici nel loro esilio a Kuldja, dopo la presa di Korree da parte dei musulmani (1864). Al massacro generale operato dai dominatori sopravvissero una quarantina di cristiani, che non cedettero neppure alle lusinghe dei popi, entrati nel S. dopo l'occupazione russa (1871); nel 1922 i religiosi Verbiti successero ai missionari di Scheut nel governo del vicariato apostolico del Kansu, oggi Lanchow.
Bibl.: AAS, 22 (1930), pp. 478-79; GM, p. 208; Arch. S. C. de F. F., Incerto versione S. 1930; Annuaire de l'Eglise cath. en Chine 1946, Sciangai 1948, passim; MC, 1950, pp. 336337.
Adamo Pucci
SINNADA di Frigia. - E l'attuale Çifitkasaba, già metropolitana della Frigia Salutare, ora sede arcivescovile titolare (Ann. Pont. 1952, p. 594).
Durante la persecuzione di Probo vi furono martirizzati i ss. Trofimo, Sabazio e Dorimedone; della loro Fassio si hanno due recensioni e un frammento di una terza
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(da Bulletin de correspondants hellenique, 33 [1809], p. 352, 89, 56)
Shimaha di Frigia - Reliquiario in pietra di S. Trofimo (sec. iv)-Brousse, Museo ottomano.
edita da G. Mercati (Note di letteratura cristiana antica [Studi e testi, 5], Roma 1901, p. 207 sgg.). Il loro martirio è rappresentato nel Menologio di Basilio II (Cod. Vat. greco 1613, p. 15).
Nel Martirologio siriaco S. è ricordata più volte: al 19 luglio per i martiri Macedonio e Taziano di Meros, immolati a S. (sotto la stessa data nel Geronimiano); al 30 luglio per i martiri Democrito, Secondo e Dionisos, al 13 ag. per il martire Antonino (nel Geronimiano in detta data è indicato come vescovo) e al 20 sett. per Dorimedone, martirizzato insieme con Trofimo e Sabbazio di Antiochia di Pisidia; nel Geronimiano Trofimo è al 19 sett. e Dorimedone al 20 sett.
Presso S. fu trovato un reliquiario in pietra a foggia di piccolo sarcofago con coperchio a due spioventi, munito di acroteri e fissato con grappe di ferro; all'esterno del coperchio stesso era un'accrizione in greco dichiarante che il reliquario conteneva la reliquia del cranio di s. Trofimo (se ne rinvennero i resti nell'interno); un'altra iscrizione pure in greco era sul fronte del piccolo sarcofago; W. M. Calder ritenne che esso fosse posteriore alla persecuzione di Massimino o a quella di Licinio; per P. Franchi de' Cavalieri non è necessario abbassarne la data fino al trionfo della Chiesa. Il prezioso reliquario è oggi al Museo ottomano di Broussa.
Bibl.: G. Mendel, Catal. des monuments grecs rom. et byzant. du Musée impérial ottoman de Brousse, in Bull. de curresp. hellénique, 33 (1909), p. 343 sgg.; W. Ramsay, A martyr of the third century, in Expositor, 1910, pp. 481-85; W. M. Calder, Some monuments of the great persecution, in Bull. of the Yohn Rylands Library, 8 (1924), p. 345 sgg.; P. Franchi de' Cavalieri, Del martirio di s. Trofimo e di alcune epigr. crist. dell'Asia Min., in Note Agiografiche, 7 (Studi e testi, 49), Città del Vaticano 1928, pp.10g42; H. Delehaye, Les orig. du culte des martyrs, $2^{2}$ ed., Bruxelles 1933, p. 159.
SINODO. - E la legittima adunanza, fatta dal vescovo, dei sacerdoti e chierici della sua diocesi e degli altri che hanno l'obbligo di intervenire, allo scopo di trattare e deliberare su ciò che riflette la cura pastorale. Compito di studio particolare del s. sono le costituzioni pontificie, le prescrizioni delle Congregazioni romane, gli Statuti dei vescovi predecessori ed inoltre "constituere quae ad vitia coercenda, virtutem promovendam, depravatos populi mores reformandos et ecclesiarum disciplinam aut restituendam aut fovendam necessaria et utilia esse iudicaverit ${ }^{n}$.
In base alla definizione dianzi formulata, e compilata da Benedetto XIV nel De Synodo diocessana, il s. deve sempre considerarsi una convocazione diocesana, a differenza del Concilio che, sia ecumenico, sia particolare, è una assemblea di tutti i vescovi dell'orbe cattolico ovvero, nel caso di Concilio regionale o provinciale, la riunione di più vescovi. La differenza di fondamentale rilievo tra il Concilio ed il s. sta nel potere, che è legislativo nell'assemblea conciliare, mentre nel s. è semplicemente consultivo in quanto unico legislatore è il vescovo, a cui spetta il diritto di sottoscrivere le costituzioni, escluso il suffragio collettivo (can. 362 CIC). In base a tale principio, la legittimità del s. è subordinata alla presenza personale del vescovo o del vicario generale, che abbia avuto dal vescovo particolare mandato. E anche ovvio che il vicario capitolare non abbia alcun potere di radunare il s.
Le adunanze sinodali hanno nella chiesa una origine remota: pare che la prima sia stata convocata da papaSicicio a Roma nel 387; originariamente però differivano dai concilii soltanto nella finalità, trattandosi di termini che, etimologicamente presi, sono sinonimi. Il IV Concilio lateranense del 1215 detto le prime norme precise, idonee ad impedire ogni possibilità di confusione con i Concilii. Successivamente il Concilio di Trento accrebbe notevolmente l'importanza del s., imponendo ai vescovi l'obbligo della celebrazione annuale dellecceoso (sess. XXIV, De ref., cap. 2). Solamente nel sec. XVII le riunioni sinodali subirono una battuta di arresto, a causa dell'accusa di giansenismo che il S. di Pistoia del 1786, convocato dal vescovo Scipione de' Ricci (v.), ebbe da parte del pontefice Pio VI con la cost. Auctorem fidei del 1794.
Il CIC ha moderato le norme sancite dal Concilio Tridentino, portando al decennio l'obbligo di convocazione del s., e ciò, come è stato osservato da alcuni autori, per il fatto che la legislazione canonica vigente, essendo più perfetta, provvede con maggiore concretezza alle necessità spirituali del clero e dei fedeli. In base al can. $356 \$ 2$, qualora il vescovo regga più diocesi aegue principaliter è sufficiente la convocazione di un solo s., che deve essere sempre celebrato nella Chiesa Cattedrale, nisi aliud rationalis causa suadeat (can. $357 \$ 2$ ). Hanno obbligo di intervenire al s., salvo che siano trattenuti da legittimo impedimento, il vicario generale, i canonici della Chiesa Cattedrale e i consultori diocesani, il rettore del seminario diocesano soltem maioris, i vicari foranei, un membro delle Chiese collegate, eletto dal Capitolo, i parroci della città dove si celebra il s., un parroco almeno di ogni forania, gli abati de regimine, uno dei superiori di ciascuna religione clericale che dimorano in diocesi designati dal provinciale. E demandato invece alla discrezionalità dell'Ordinario la convocazione dei canonici, parroci, superiori religiosi ed altri sacerdoti della diocesi, esclusi però quelli necessari alla cura delle anime. L'Ordinario può applicare delle pene nei confronti di coloro che sono obbligati ad intervenire (can. $359 \$ 2$ ) e che di fatto non presenziano senza avere reso consapevole il vescovo dei motivi che li hanno costretti a non partecipare. Prima delle sessioni del s. il vescovo convoca le commissioni ed ai partecipanti viene offerto uno schema delle costituzioni che formano oggetto di discussione (ca. 360 \$ \$ 1-2).
Il nome di s. è usato anche nella Chiesa valdese, nella quale esso è un'assemblea legislativa annuale, composta di ministri e di laici, con voto deliberativo o solo consultivo.
Bibl.: Benedictus XIV. De Synodo diocessana...; L. Ferraris, Prompta bibl. can., Genova 1769, v. Synodus; D. M. Bouce, Tractatus de Episcopis sibi et de Synodo dioc. . Parigi 1859; N. Fanelli, Constituzioni canoniche, I, Rovigo 1048, p. 81 sgg. Giuseppe Spinelli
SINODO DI PISTOIA : v. RICCI, SCIPIONE de'.
SINOICHIA (Zuvohua). - Festa ateniese celebrata il 16 ecatombeone (luglio-ag.) in onore di Atena, protettrice dello Stato, per ricordare la pace e la riunione tra le città antiche ristabilita da Teseo.
In essa, che costituiva come un preludio alle Panatenee, per quanto è dato sapere, si offriva un sacrificio incruento alla Pace, con ogni probabilità nell'antico Pritaneo, dinanzi alla statua di Eirene; sacrificio che in età più recente (iv sec. a. C.) si offriva invece con numerose vittime animali.
Bibl.: L. Deubner, Attische Feste, Berlino 1932, pp. 36-38. Cesare D'Onofrio
SINOTTICI, VANGELI. - Titolo attribuito ai Vangeli di Matteo, Marco e Luca per il fatto che, trascritti in colonne affiancate, possono essere facilmente abbracciati con un solo sguardo d'insieme ( $\sigma \dot{v} v \circ \dot{\varphi} \varsigma$ ); il termine "sinossi" per questa forma di trascrizione dei Vangeli fu usato per la prima volta da J. J. Griesbach (v.) nel 1774. Lo studio della "questione sinottica" mira a dare le ragioni delle somiglianze e delle differenze che si notano fra i tre S.
1. I fatti. - Le somiglianze e differenze si possono facilmente constatare nelle Sinossigreche diW-Larfeld,
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(da Villes d'art de la Suisse, Neuchâtel 1950, tav. 37)

(fot. O. Sarizzi - Lausanne)
In alto a sinistra: LA MAJORIE E LA SÉNÉCHALIE di Sion. In alto a destra: CAPPELLA DI OGNISSANTI (1325) - Sion. In basso: VEDUTA DELLA CITTA con il castello (sec. xiII) di Tourbillon e la chiesa fortificata (sec. xit) di Valère.
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In alto a sinistra: FIUME ANAPO CON PAPIRI. In alto a destra: ROVINE DEL CASTELLO EURIALO, costruito da Dionigi il Vecchio (fine sec. vinizio sec. IV a. C.) a difesa contro i Cartaginesi. In basso a sinistra: TEATRO GRECO, costruito forse da Dionigi il Vecchio (fine sec. v - inizio sec. IV a. C). In basso a destra: LA NECROPGLI DI PANTALICA (sec. xil-viil a. C.).
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M.-J. Lagrange, P. Vannutelli, ed anche nella Sinossi degli evangeli in italiano di P. Vannutelli (Roma 1938).
1. Somiglianze nel contenuto. - I S., a differenza di Giovanni, seguono un piano generico comune nel raccontare la vita pubblica di Gesù : predicazione del Battista, battesimo di Gesù, digiuno e tentazioni, ministero prevalentemente in Galilea, viaggio verso la Giudea, ultima settimana a Gerusalemme, Passione, Morte, Risurrezione, apparizioni. In questo quadro comune i S. includono quasi gli stessi miracoli, gli stessi discorsi. Si calcola che, dividendo in 100 parti la materia dei tre S., Marco ha il $93 \%$ in comune con uno o con ambedue gli altri (e solo il $7 \%$ di proprio), Matteo ha di proprio solo il $42 \%$, Luca il $59 \%$ (cf. J. M. Vosté, De synopticorum mutuo relatione, Roma 1928, p. 9, che cita i calcoli di W. Strond e A. Norton).
2. Somiglianze nell'ordine delle sezioni. - Oltre alle somiglianze generiche di piano e di contenuto comune, molte sezioni si susseguono nello stesso ordine, specialmente in Matteo e Luca; anche l'ordine di Mt. 14-28 corrisponde frequentemente a quello di Mc. 6,14-16,8. Certi gruppi di episodi, non legati tra loro da nessun nesso cronologico o logico, si trovano riferiti nello stesso ordine. Ad es. : la predicazione del Battista, il Battesimo e le tentazioni (Mt. 3,1-4, 12 = Mc. 1, 1-14 = Lc. 3,14, 14); la tempesta sedata, gli indemoniati geraseni, la guarigione del paralitico, la vocazione di Mattes-Levi, la disputa sul digiuno, la figlia di Iair e l'emorroissa ( $M t$. $8,23-9,26=$ Mc. $4,35-5,43=$ Lc. 8, 22-56); la confessione di Pietro, la prima predizione della Passione, la rianfigurazione, il lunatico, la seconda predizione della Passione (Mt. 16,13-17,22 = Mc. 8,27-9,32 = Lc. $9,18-45$ ).
3. Somiglianze nella forma letteraria. - A differenza di Giovanni, i V. S. hanno uno stile semplice, popolare, aneddotico; in certi punti si trovano le stesse parole greche che si succedono nello stesso ordine. Questo avviene non solo nei discorsi di Gesù o di altri che, si noti, avevano parlato in aramaico, ma nello stesso racconto dei fatti. Le piccole varianti rispecchiano i gusti letterari dei singoli, ma il fondo comune è evidente. Si trascrive qui dalla Sinossi di P. Vannutelli, che rispecchia bene il greco, un saggio in cui i tre V.S. si accordano perfino in un anacoluto :
Mt. 9, 5-6.
5. Che cosa infatti
è più fattibile, dire :
Son rimessi
i tuoi peccati, o dire: Lèvati, e cammina?
6. Affinché dunque sappiate che ha potere il figlio dell'uomo sulla terra di rimetter
peccati, allora dice
ce al paralitico: Lèvati, prendi il tuo letto, e vanne
in casa tua.
Si veda pure il racconto della Trasfigurazione (Mt. 17, $1-13=$ Mc. 9, 1-12 = Lc. 9, 28-36). Degne di nota sono pure certe uniformità in costrutti rari, come $\dot{\alpha} \pi \varepsilon \varepsilon \rho i v a \tau o$ invece del più comune $\dot{\alpha} \pi \varepsilon \varepsilon \rho i \vartheta \eta$ (Mt. 27, $12=M c$. $14,61=$ Lc. 23,9 ), in citazioni del Vecchio Testamento uniformi nei S. ma diverse tanto dall'ebraico che dal greco dei Settanta (cf. Mt. 3, $3=$ Mc. 1, $3=$ Lc. 3, 4; Mt. 26, $31=$ Mc. 14, 27).
4. Differenze nel contenuto. - Le percentuali indicate sopra mostrano che Matteo e Luca hanno una notevole quantità di parti proprie. Matteo ha in proprio l'ansietà di s. Giuseppe (1, 18-25), i Magi, la fuga in Egitto, la strage degli innocenti, il ritorno (cap. 2), le parabole
della zizzania (13, 24-30. 36-43), del tesoro, della perla, della grande rete ( 13,44 -50), del servo (18, 23-35), delle vergini (25, 1-13), il miracolo di Pietro che cammina sulle acque ( $15,28-31$ ), la promessa del primato ( 16 , 17-19). Marco ha solo tre sezioni proprie : il sordo balhuziente della Decapoli ( $7,31-37$ ), il cieco di Bethsaida (8, 22-26), la paraboletta della semente che cresce per virtù propria (4, 26-29). Luca ha molto di proprio nei racconti dell'infanzia (capp. 1-2); inoltre: l'episodio di Marta e Maria (10, 38-42), la conversione di Zaccheo (19, 1-29), e molti altri tratti nei capp. 9-19 (racconti dei viaggi). Nella storia della Passione ha di suo gli episodi di Erode (23, 6-12), del buon ladrone (23, 40-43), ecc.
5. Differenze nell'ordine. - Sono frequenti le inversioni delle sezioni comuni o di particolari delle stesse sezioni. Ad es., Lc. 4, 1-13 inverte le due ultime tentazioni riferite da Mt. 4, 1-11. Talvolta in una serie di sezioni comuni appaiono episodi propri di qualche V. S. (cf. Mt. 8-13 con Mc. 1, 29-6, 13; il discorso della montagna di Mt. 5-7 con Lc. 6, 20-49; ecc.).
6. Differenza nella scelta delle parole greche e nel loro ordine. - Anche nei tratti in cui si notano maggiori somiglianze di contenuto, si trovano talora vocaboli diversi (sinonimi), inversioni di incisi. Normalmente gli stessi fatti sono riferiti più succitamente da Matteo che da Marco, il quale è invece più breve nei resoconti dei discorsi. Più strane sono le differenze tra i S. anche nei punti dove si aspetterebbe la maggiore consonanza verbale; ad es., nelle genealogie (v.) di Gesù (Mt. 1, 1-17 e Lc. 3, 23-38), nel Pater noster (Mt. 6, 9-13 e Lc. 11, 2-4), nelle parole della consacrazione ove Matteo (26, 26-28; cf. Mc. 14, 22-24) diverge da Luca (22, 19-20); nel titolo della Croce (Mt. 27, 37; Mc. 15, 26; cf. Lc. 23, 38 e Is. 19, 19).
II. I tentativi di soluzione. - Le difficoltà suscitate da questi fatti hanno fatto sorgere un gran numero di ipotesi che tentano di dare una ragione sufficiente di tale concordia discors. Siccome alcune di queste si oppongono ai dati tradizionali sull'origine dei Vangeli, nonché al loro valore storico, la Pontificia commissione biblica intervenne con due responsi del 26 giugno 1912 (Denz-U, 2164 sg.).
a) Nel trattare la questione si deve salvare l'auten-
Lc. 5, 23-24.
23. Che cosa
è più fattibile dire :
Son rimessi a te
i peccati tuoi, o dire : Lèvati, e cammina?
24. Affinché dunque sappiate che il figlio dell'uomo ha potere
sulla terra di rimetter peccati, dis-
se al paralizzato: A te
dico, lèvati, e preso il lettuccio tuo, vattene
in casa tua.
ticità e l'integrità dei tre V. S., l'identità sostanziale fra la versione greca di Matteo e l'originale primitivo, l'ordine di tempo (Matteo, Marco, Luca); è lecito disputare liberamente ricorrendo sia all'ipotesi della tradizione orale o scritta, sia alla mutua dipendenza. b) Non salvano tali esigenze i sostenitori dell'ipotesi e delle due fonti $v$, che fanno derivare Matteo e Luca da Marco e da una cosiddetta raccolta di discorsi del Signore.
Gli antichi scrittori ecclesiastici procuravano di accordare i Vangeli componendo concordanze (diatesaaron [v.]) o dividendoli in sezioni (canoni di Ammonio e di Eusebio) onde poterli facilmente
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confrontare. Non affrontarono la questione dal punto di vista letterario. Solo s. Agostino prospettò l'ipotesi di una mutua dipendenza, affermando che Marco fu "pedissequus, breviator Matthaei" (De consenus Ev., 1, 2 ; PL 34, 1044). Solo nel sec. xvir con G. E. Lessing si iniziò a trattare scientificamente della questione sinottica.
I. Ipotesi di una sola fonte comune scritta. - Fu proposta per la prima volta da G. E. Lessing (Neue Hvypothese über die Evangelien, Berlino 1784, p. 45 sg .) : da un Vangelo primitivo redatto in ebraico (analogo a quello che fu poi trovato da s. Girolamo presso i Nazarei [v.]), dipenderebbero come versioni o come recensioni gli attuali; Matteo ne avrebbe estratto il suo Vangelo (in greco), e analogamente Marco e Luca. Secondo J. G. Eichhorn (in Allgemeine Bibliothek der bibl. Lit., 5 [1794], p. 353 sg .) il Vangelo primitivo sarebbe stato scritto in aramaico verso l'a. 35 d. C.; elaborando con aggiunte di altre fonti, con omissioni e inversioni; questa trama, Matteo avrebbe composto il suo in aramaico; la versione greca di Matteo avrebbe aggiunto molti particolari, ad es. l'infanzia (capp. 1-2). L'ipotesi della fonte comune scritta fu poi esposta in varie altre forme e rinnovata recentemente in Italia da P. Vannutelli il quale suppone pure che lo stesso Matteo abbia dato poi la redazione greca del suo Vangelo (traduzione in senso largo) e non esclude che Marco abbia seguito la catechesi petrina per dare vivacità al suo racconto e che, nelle parti loro proprie, i singoli evangelisti abbiano seguito altre fonti scritte od orali degne di fede. L'ipotesi dell'unica fonte comune, intesa con queste attenuazioni, non si oppone ai dati tradizionali; rientra nella soluzione eclettica preferita da molti moderni.
2. Ipotesi di due fonti scritte. - Sebbene esposta con molte varianti presso i diversi critici, ammette che i tre S. dipendono, per i fatti, prevalentemente da Marco (o da un Protomarco), e, per i discorsi, da una raccolta di lóghia che Papia (v.) attribuisce a Matteo e che i critici tedeschi indicano con la sigla $Q$ (Quelle, fonte c). L'ipotesi delle due fonti, proposta da Schleiermacher (Uber die Zeugnisse des Papias, in Theol. Studien und Kritiken, 5 [1832], pp. 735-68), venne accettata dalla stragrande maggioranza dei critici acattolici, specialmente tedeschi. La storia dell'ipotesi fino al 1892 fu esposta da H. J. Holtzmann (Einleitung in das N. Test., Friburgo 1892, p. 345 sgg.), la successiva da Goguel, Wernle (1899), Bultmann (1925-31). Pur divergendo tra loro nel determinare il contenuto e le date delle due fonti, i sostenitori di quest'ipotesi si accordano nel ritenere che Marco sarebbe il più antico dei S., perché più primitivo nello stile più vivace e nella teologia meno evoluta, e nell'affermare che l'altra fonte (lóghia, $Q$ ) sarebbe postulata dalle somiglianze fra Matteo e Luca nei discorsi.
Contro questa ipotesi si fa notare che essa non si accorda con la tradizione più antica sull'origine dei Vangeli. Questa pone Matteo al primo posto in ordine cronologico. E possibile tuttavia ammettere che il Matteo greco, giunto a noi, si sia giovato, nel tradurre e nel redigere, del Vangelo di Marco. Lo stile di Marco, che sembra più primitivo, si può spiegare anche tenendo conto del carattere "risivo" del suo informatore (s. Pietro [v.]); così pure la teologia meno evoluta di Marco si giustifica tenendo conto dello scopo e dei destinatari del secondo Vangelo. Non consta poi dalla testimonianza di Papia, o da altre fonti, dell'esistenza di una raccolta di lóghia o discorsi di Gesù diversa dal Vangelo di Matteo giunto a noi. Come si vede, i cardini di questa ipotesi non hanno fondamento nella tradizione storica, anzi vi si oppongono.
I cattolici favorevoli all'ipotesi delle due fonti la modificano in senso consono alla tradizione, ritenendo che il Vangelo di Marco e i lóghia (da identificare nell'opera aramaica di Matteo) siano stati fonti comuni di Matteo greco e di Luca. Così (con varianti accessorie) pensano J. Siebenberger, H. Vogels, M.-J. Lagrange, Camerlynck e altri. L. Tondelli (Gesù Cristo, Torino 1936, p. 115) pensa che Matteo "formasse prima una raccolta di materiale più limitato, specialmente di sentenze del
Signore, come ne aveva contezza Papia; e poi, più tardi, "mentre Pietro e Paolo fondavano la Chiesa di Roma", secondo le parole di s. Ireneo, usando del testo di Marco già apparso, innescasse i discorsi da sé raccolti nella narrazione della vita di Cristo, dando al racconto quell'aspetto di dimostrazione messianica che un Vangelo per Ebrei esigeva. Questo secondo lavoro egli l'avrebbe compiuto in aramaico e sarebbe poi stato, più tardi, ad epoca imprecisata, volto nella lingua greca s. Inteza in questo senso, l'ipotesi delle due fonti non sarebbe in contrasto con : dati tradizionali sull'origine dei S. e sulla identità sostanziale fra Matteo aramaico e Matteo greco.
3. Ipotesi di parecchie fonti scritte. - B. H. Streeter (The four Gospels, Oxford 1924, pp. 151-260) propose quattro fonti: fu seguito da molti anglicani. Le fonti sarebbero Marco, $Q$ ( $=$ lóghia), un Protomatteo ( $M$ ) e un Protoluca ( $L$ ). Altri parlano di molte fonti scritte, aramaiche e greche, supponendole accennate nel termine $\delta i \dot{\eta} \gamma \varepsilon \sigma \iota \varsigma$ usato da $L c$. 1, 1, ove allude alle fonti sue. Anche questa ipotesi, pur contenendo qualche elemento positivo di soluzione, da sola non dà la ragione sufficiente delle somiglianze e delle differenze fra i S.
Potrebbe entrare in quest'orbita anche la cosiddetta "teoria della storia delle forme (v.) s che pone all'origine tante piccole unità letterarie sorte per impulso della comunità e poi fissate nei Vangeli. Ma i sostenitori di tale teoria, soggetta a molte riserve, non la propongono in funzione della soluzione della questione sinottica.
4. Ipotesi della catechesi orale - J. C. L. Gieseler (Historisch-Deutscher Versuch..., Lipsia 1818, p. 53) sostenne che Matteo, Marco e Luca posero in scritto la predicazione, o catechesi apostolica (v. catechesi), senza servirsi di documenti scritti; questa catechesi sarebbe stata all'inizio fissata, quasi stereotipata, oralmente, in un tipo uniforme. Ammetteva però varianti, a seconda della diversità dei luoghi e dei destinatari. Matteo avrebbe posto in scritto il tipo della catechesi palestinese destinata agli Ebrei. Marco il tipo di quella romana predicata da Pietro, Luca il tipo di quella antiochena predicata da Paolo. Questa ipotesi ebbe molti sostenitori, specialmente fra i cattolici (R. Cornely, J. Knabenbauer, L. C. Fillion, C. Fouard, J. Felten, L. Murillo, ecc.) e parecchi tra i protestanti (Westcott, de Wette, Godet, ecc.). Quasi tutti però ammettono, oltre alla fonte principale, orale, anche qualche fonte scritta. Infatti la catechesi orale, per quanto attestata dalle fonti in diversi tipi (Paolo parlava delle sue "vie": I Cor. 4, 17; del suo "evangelo" e "tipo di dottrina": Hom. 2, 16; 6, 17), non doveva essere così stereotipa da conservare inalterate in cose secondarie certe espressioni, e di permettersi tante libertà in certe altre, ove si attenderebbe un accordo più stretto. Questa ipotesi, da sola, non spiega né le divergenze di fondo né le parti proprie di Matteo e di Luca. Non si deve poi esagerare la forza della memoria "orientale". Tuttavia questa ipotesi fornisce un elemento fondamentale per la soluzione della questione sinottica.
5. Ipotesi della dipendenza reciproca. - Fu esposta in varie forme. Alcune di queste salvano i dati tradizionali sull'ordine cronologico dei Vangeli (ammettendo che Luca dipenda da Marco, e, forse, da Matteo, e che Marco dipenda da Matteo), altri invece invertono tale ordine, specialmente quelli che sostengono la priorità di Marco. Molti ritengono che Matteo greco si sia giovato del Vangelo di Marco (così J. L. Hug, F. S. Patrist, Cladder, ecc.). Pochi sono tuttavia quelli che ritengono di poter risolvere la questione sinottica soltanto con la dipendenza reciproca dei Vangeli, anche perché, se questa ipotesi spiega bene le somiglianze, non risolve da sola il problema delle divergenze.
III. La soluzione piü probabile. - Nessuna delle diverse ipotesi proposte risolve da sola la questione. Per questo molti moderni si orientano verso soluzioni eclettiche, pur dando maggiore o minore importanza a taluni elementi.
L'ipotesi della catechesi orale primitiva, fondamentalmente uniforme e parzialmente diversa a seconda dei
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diversi destinatari, è certamente uno degli elementi positivi che si deve porre all'origine dei Vangeli. Si può ammettere che questa catechesi, destinata agli Ebrei, ebbe una certa uniformita in Palestina, dove venne fissata, tanto in aramaico quanto in greco, per gli Ebrei ellenisti. Tale catechesi confliul certamente nel Vangelo di Matteo. Estendendosi nel mondo pagano, la catechesi primitiva, pure conservando l'uniformità fondamentale, subiva necessariamente adattamenti conformi alle necessità dei diversi oditori. La tradizione informa che Marco scrisse secondo la catechesi di Pietro, e Luca secondo quella di Paolo. Anche questo è un elemento positivo di soluzione.
Inoltre Luca stesso dichiara nel suo prelogo ( $1,1-4$ ) di aver fatto uso di molte fonti orali e scritte. Tra i a molti ( $\pi 0 \lambda \lambda 0 i$ ) che "ordinarono in scritto " cio che sapevano a memoria (è il senso di $\dot{\alpha} \nu \alpha \tau \alpha \dot{\alpha} \alpha \sigma \vartheta \alpha$ ) e dei quali l'indagatore Luca si giovava, si possono elencare anche i due Vangeli precedenti di Matteo e di Marco. Il primo sembra utilizzato da Luca specialmente per i discorsi, il secondo specialmente per i racconti. Tra quei a molti si potrebbero collocare anche altri brevi scritti contenenti, ad es., i racconti dell'infanzia (v.), che in Luca hanno un forte colore semitico, assai diverso dallo stile del prelogo, e che potrebbero derivare da una fonte "mariana ". Altre fonti orali e scritte (oltre alla predicazione ed agli scritti di s. Paolo), si possono supporre specialmente nelle sue sezioni proprie (racconti dei viaggi, capp. 9-19). Anche per Matteo si può pensare a fonti proprie, specialmente per la storia dell'infanzia, che sembra desunta da tradizioni provenienti, sia pure indirettamente, da s. Giuseppe, che si appare come protagonista.
Supponendo all'origine dei S. l'influsso di queste diverse fonti, scritte ed orali, accentuando ora l'una ora l'altra secondo che predominano le somiglianze o le differenze, tenendo conto anche del gusto letterario proprio dei singoli autori che, anche quando dipendono da altre fonti, amano "invertere" (come scrive Tacito, Annales, $\mathrm{XV}, 63$ ) o riuscare, si raggiunge una soluzione relativamente soddisfacente della questione sinottica. Tenendo conto anche dei possibili influssi delle diverse versioni greche precanoniche dell'opera originale di Matteo, alle quali accenna Papia, si possono riassumere nel seguente schema gli elementi della soluzione preferibile :
Catechesi apostolica fondamentalmente uniforme

Non tutti questi elementi possono avere lo stesso grado di certezza; non si può dire neppure che tutti influirono in tutte le parti dei S . In diversi casi si dovrà scegliere fra l'influsso di fonti comuni o di fonti proprie, orali o scritte.
Bibl.: tra le innumerevoli opere che trattano della questione sinottica: R. Cornely, Introd. in S. Scr., III, Parigi 1883, pp. 170189 ; R. Cornely-A. Merk, Compendium, 10* ed., ivi 1929, nn. 170-78; H. Lusseau-H. Collomb, Manuel d'ét. bibl., ivi 1932, pp. 80-107; H. Simon-G. G. Dorado, Praelect. Bibl. : Nov., Test., I. 6* ed., Torino 1944, nn. 79-93 (con molta bibl.). Fra le introduzioni premesse ai commentari cattolici: M. Sales, La S. Bibbia, Nuovo Test., I, Torino 1911, pp. xxi-xxiv; J. Knaben-bauer-A. Merk, Comm. in Matth., I, Parigi 1922, pp. 39-53; M.-J. Lagrange, St Matthieu, ivi 1923, pp. xxiv-ctlix; id., St Marc, ivi 1923, pp. cvili-cxxy; id., St Luc, ivi 1921, pp. xlviIixxiv. Tra gli studi speciali: G. Semeria, La question synoptique, in Rev. biblique, I (1892), pp. 520-59; G. Bonaccorsi, I tre primi
Vangeli, Monza 1904; L. Méchineau, I Vangeli di s. Marco e di s. Luca e la questione sinottica, Roma 1913; P. Vannutelli, Questiones de synopticis Evangelio, ivi 1933; id., in Synoptica, 1-3 (1936-39), v. indici; G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, Milano 1940, nn. 146-53. Le sinossi più notevoli sono: W. Larfeld, Griechische Synopse der vier neuterl. Evangelien, Tubinga 1911; P. Vannutelli, Evangelio in simosi, Torino 1931; id., Evangelia synoptice secundum textum Graecum disposita, ivi 1936; id., Simosi degli evangeli, Roma 1938. La sinossi greca di M.-J. Lagrange (Parigi 1925) fu adattata e tradotta in francese da C. Lavergne (ivi 1927), e in italiano da un anon. con il titolo: Simosi dei quattro Evangelio secondo la sinossi greca del p. M.-J. Lagrange (Brescia 1931 sgg.); in latino è molto noto A. Brassac, Nova evangeliorum synopsis, 2* ed., Parigi 1922.
Pietro De Ambroggi
SINSIANG, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Nella parte settentrionale della provincia del Honan, nella Cina centrale.
Fu eretta il 7 luglio 1936 con 12 sottoprefetture civili della massima di Weihwei (v.) e fu affidata alla Società del Verbo Divino, i cui religiosi si trovavano sul posto dall'ag. 1933.
Ha un'estensione di 10.000 kmq . Al 30 giugno 1947, su una popolazione totale di ca. 2.000 .000 di ab., i cattolici erano 15.671 ; i sacerdoti 25 . di cui 1 cinese; i seminaristi maggiori 2; 3 i fratelli laici esteri e 3 le suore estere. Tra le opere figuravano 3 ospedali, 4 dispensari di medicinali, i orfanotrofio, 75 scuole elementari con 1500 bambini e 2 secondarie con 317 alunni. L'evangelizzazione iniziata nel 1901 da catechisti fu continuata, a partire dal 1904, da missionari prima a Wuchi, poi a Yüanwu, Fengkiu e S. e quindi stabilmente a Hwangching (oggi Tsinyang), dove fu acquistata una vasta e comoda residenza. Alla scarsezza del personale, che impedì uno sviluppo notevole, si rimedio con la venuta dei Verbiti.
Bibl.: Arch. di Prop. Fide, Incarto erezione S. 1926; AAS, 29 (1927), pp. 23-24; Annuaire de l'Eglise cath. en Chine 1948, Sciangai 1948, passim; MC. 1950, pp. 350-51. Adamo Pucci
SINTANG, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Comprende tutta e solo la provincia civile omonima, nella parte centrale del Borneo già olandese. Questo territorio fu eretto in prefettura apost. l'i i marzo 1948 per distacco dal vicariato apost. di Pontianak.
Nel 1890 due gesuiti di Batavia eressero la prima stazione missionaria a Smitau. L'anno seguente, essi passarono a Sedjiram, località più favorevole all'opera di evangelizzazione. Ma furono costretti ad abbandonarla per deficienza di personale. Nel 1906 i Cappuccini olandesi ripristinarono la stazione lasciata dai Gesuiti e nel 1910 eressero la nuova stazione di Landjak tra i Batang-Lup