Lanzoni, pp. 222-39; A. Amore, De primor-
dits relig. christ. in Sicilia, Roma 1945, pp. 17-43; L. Narciso. La personalitd storica del vese, Siracozio. in Atti del I Congr. di arch. crist., ivi 1052, pp. 217-23. Monumenti: G. M. Capodisci, Antichi monum. di S., ivi 1816; F. S. Cavallari - A. Holm, Topogr. archeol. di S., Palermo 1883; id., Append. alla topogr., Torino 1891. Archeologia cristiana : vesta e la bibl. archeologica di S., si ricorda la più importante: I. Carini, Iscriz. rinvenute nelle catac. di S., in Arch. stor. sicil., 1873, pp. 260-63, 203223; 1874, pp. 206-14; 1875, pp. 121-23, 492-507; G. S. De Rossi, Arcovolio dipinto di cingolare importanza, in Bull. di arch. crist., $3^{2}$ serie, 2 (1787), pp. 149-59; V. Schultze, Die Katabauchen von Syrahus, Vienna 1880; C. Cavallari, S. Giovanni fuori le mura di S. e i monum. annessi, in La Sicil. artist. e archeol., I (1887), pp. 21-24; G. Führer, Eine wichtige Grabstätte der Katabauche von S. Giovanni bei Syrahus, Monaco 1896; id., Zur Grabschrift auf Deodata, ivi 1896; G. Agnello, La basilica dei SS. Giovanni e Marciano in S., in Bull. d'arte del Min. pubbl. istruz., 9 (1929), pp. 3-24; C. Barrecca, Le catac. di S., $3^{2}$ ed., Roma 1934; la bibl. completa di Paolo Orsi, benemerito illustratore di S. cristiana, in Paolo Orsi, Roma 1935; A. Ferrua, Note di epigraf. crist. siracus., in Arch. stor. per la Sicil., 4 (1938), pp. 19-37; id., Nuovi studi nelle catac. di S., in Riv. di arch. crist., 17 (1940), pp. 43-81; id., Epigraf. sicula pagana e crist. ibid., 18 (1941), pp. 151-243; id., Florilogio d'iscriz. paleocrist. di S., in Rendic. Pont. acced. rom. arch. crist., 22 (1946-47), pp. 227230; G. Cultrera, Il - Temeno - delle - $\mathrm{O} \cdot \sigma \mu \sigma \chi \dot{\xi} \rho \mathrm{O}_{2}$ - e la cripta di S. Marciano, ibid., 23 (1930), pp. 45-56; L. Bernabò-Brea, Ipogei pagani e crist. nella regione adiacente alle catac. di S. Giov., in Not. degli scavi, 1947, p. 172 sgg.; id., S., ibid., pp. 208-14; G. Agnello, L'oratorio ipogeico di Castellucen, in Nuova Didashaleton, 2 (1948), pp. 36-50; C. Amato, Di alcune iscriz. funerarie per bambini rinvenute recentem. nelle catac. siracus., in Pastor Bonus, 1 (1950), pp. 2-9; id., Le scoperte più recenti nelle catac. di S., ibid., pp. 13-23; G. Agnello, La chiesa paleocrist. di S. Pietro a S., in Arte crist., 28 (1951), pp. 23-30; id., La necropoli e la chiesa rupestre di Bzbinello, in Atti del I Congr. naz. di arch. crist., Roma 1952, pp. 31-47; S. L. Agnello, Scavi e scoperte a S. Lucia di Mendola, ibid., pp. 49-58; L. Bonanno, La catac. Bonniuto e la sua suppellettile, ibid., pp. 93-100; C. Cecchelli, Sapientia Dei. La figuraz. sapienziale del sarcofago di Adelha. ibid., pp. 111-42; L. Puma, Contributo allo studio degli ipogei crist. minori di S., ibid., pp. 251-57. V. anche Wilpert, Sarcofagi, tav. 92, II, p. 102; tav. 93, 1-11, p. 102.
Agostino Amore
SIRENE. - Dal greco $\Sigma \varepsilon \iota \sigma \dot{\eta} \nu, \Sigma \iota \sigma \dot{\eta} \nu$ (lat. siren, sirena) mostri mitologici il cui canto, accompagnato da strumenti musicali, seduceva ed attraeva gli uomini che imprudentemente l'ascoltavano, portandoli alla rovina (Odissea, XII, 41-43). Le s. fanno parte del gruppo dei geni della morte. Il loro mito ha assunto nella letteratura classica greco-romana e in quella cristiana vari significati allegorici.
I. Nella letteratura classica greco-romana. Il mito delle s., sviluppato da scrittori posteriori, è attestato per la prima volta nell'Odissea (XII, 39-54, 158-200) e il fatto più saliente del mito si incentra nell'episodio di Ulisse che, per sfuggire alle loro malle, chiude con cera gli orecchi dei suoi marinai e si fa legare all'albero della nave per udirne il canto, senza subirne le tristi conseguenze. Omero parla di due s., mentre in seguito diventano tre o quattro, ma il numero ternario rimane il più comune. Le s. di questo gruppo si chiamavano: Leucosia. Ligea e Partenope. Il poeta ne pone la sede in un'isola ad ovest del Mediterraneo, non meglio determinata; più tardi invece si assegnarono loro varie località della Sicilia. Capri o gli scogli tra quest'isola e la penisola sorrentina. A Sorrento esisteva un tempio in loro onore e a Napoli si additava il sepolcro della s. Partenope, mentre in Sicilia si dava culto a Leucosia (Capo Posidonio) e

(da Wilpert, Sarcofagi, tav. 67, I)
Sireme - Episodio di Ulisse e delle s., e scena di insegnamento. La prima e la terza s. hanno strumenti musicali, la doppia tibia e la lira, la seconda fa un gesto oratorio. Ritratto del defunto innanzi si parapetasma sorretto da due amorini. Coperchio di sarcofago (secc. III-IV) proveniente da Aguzzano.
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(da R. de Laystorie, Miniatures inédites de l'Hortus delictorum, in Gacctte archäologique, 1823).
Sirene - Ulisse abbatte le s., simbolo della vittoria sui vizi che esse rappresentavano nel medioevo (cf. Onorio di Autun), Miniatura dell' Hortus Delictorum, fol. $221^{\circ}$ (ca. 1230 ).
a Ligea (Terina). Non sempre il loro genio fu considerato malefico: le loro virtù musicali le hanno trasformate in consolatrici dei mortali, afflitti dalla dipartita dei loro cari (Euripide, Hel., 168 sgg.); il loro aspetto di donnauccello le ha fatte considerare come l'uccello dell'anima, l'elī̄usòv del defunto; furono anche assunte a simbolo dell'anima che ha raggiunto la sua pace e che partecipa alle pene dei viventi dopo essere stata causa di pena per essi. Per questi motivi, oltreché per la loro potente virtù apotropaica, figurano così di frequente nell'arte funeraria. Più spesso però le s. furono stimate come un ostacolo malefico sia morale come intellettuale; additate generalmente come simbolo della voluttà e dell'allettamento ai piaceri sensuali, rappresentavano per i neoplatonici gli ostacoli che l'anima deve superare per raggiungere la sua patria divina, tra cui la "generazione", oppure i piaceri della cultura inferiore, la $\pi \varepsilon \varepsilon \varepsilon \rho \mu \nu o i \alpha$. Epicuro invitava i suoi seguaci a tapparsi gli orecchi e fuggire a piene vele gli incontri delle s. "della poesia", cioè gli studi cari alla scuola rivale (cf. testi citati da Zwicker, Courcelle, Marrou, Alfonsi).
II. Nella letteratura cristiana. - Data la notorietà del mito delle s., gli scrittori cristiani di tutti i secoli, ma soprattutto dell'antichità, seppero abilmente sfruttarlo per trarne immediati insegnamenti morali. Da notare subito che l'albero della nave, cui fu legato Ulisse, è presentato come il simbolo della Croce di Cristo. Nella letteratura cristiana, come in tutte le letterature moderne europee, le s. simboleggiano comunemente la voluttà, l'invito ai piaceri sensuali, che traggono in perdizione l'anima, spesso quindi la parola s. è sinonimo di meretrice o comunque di donna che lusinga ed allerta. Tra i molti testi che si potrebbero allegare al riguardo, si vedano, p. es., la versione latina di
Isaia (13, 22; l'originale ha sciacalli) ; il Physiologus (ed F. J. Carmody, Parigi 1939. pp. 75-76); s. Ambrogio (Explanatio in psalmum, XLIII, 73: PL 14, 1179; Expositio in Ev. sec. Lucum, IV, 2: PL 15, 1612; De fide, III, 1: PL 16, 614, con riferimento al testo lat. di Isaia); s. Girolamo (Adversus Jovinianum, I, 4: PL 23, 225; cf. pure Commentarium in Isaian, VI, 14: PL 24, 216, e altri passi di s. Girolamo in Courcelle, cit. in bibl., p. 90, n. 2); Sinesio, vescovo di Tolemaide (Epist., 145 : PG 66, 1542); s. Massimo di Torino (tutta l'hamil. 49 è dedicata all'episodio di Ulisse : PL 57, 339-342); Sidonio Apollinare (Epist., lib. IX, ep. 6: PL 58, 620); s. Isidoro Pylusiota (Epist., lib. V, ep. 185: PG 78, 1435); s. Isidoro di Siviglia (Etym., XI, 3, 30 : PL 82, 423, cf. ibid. 83, 1310); Onorio d'Autun, Speculum Ecclesiae: PL 172, 855-57 (s. simbolo dell'avarizia, iat tanza e lussuria); Alano di Lille (De plancto naturae: PL 210, 461462); Dante (Purg., XIX, 7-33). Altri autori assegnarono alle s. peculiari significati allegorici. Lo pseudo Giustino (Cohortatio ad gentiles, 36, ed. J. C. Th. Otto, II, Jena 1879, p. 116) paragona alle ammalianti s. la facondia dei filosofi contro cui, chi vuole salvarsi, conviene si turi gli orecchi. S. Ippolito (Philosophumena, VII, 13: PG 16,
$3294-95$ ) invita i fedeli a premunirsi contro le dottrine ereticali per non lasciarvisi sedurre come dal canto delle s.; chi poi desidera conoscere tali dottrine, si faccia attaccare all'albero della Croce di Cristo. S. Agostino (De beata vita, I, 1-4: PL 32, 959-61) attesta che la retorica è stata per lui la s. che per poco non gli fece mancare di giungere al porto della salvezza, cioè alla filosofia e quindi alla Fede; lo stesso accenna anche alle s. della superstizione (De moribus ecclesiae coth., 34 : PL 32, 1342). S. Paolino di Nola (Epist., XVI, 7: ed. G. Hartel, CSEL, 29, p. 121) a sua volta raccomanda a Giovio di fuggire la letteratura profana come si evitano i "carmina blandimentorum" delle s. e per evitare il naufragio deve non solo otturare gli orecchi ma chiudere anche gli occhi. Clemente Alessandrino, mentre nel Protrepticum (12 : ed. C. Mondésert - A. Plessart, Parigi 1949, pp. 187-88) fa delle s. il simbolo del temibile ostacolo della consuetudine e accenna all'isola del male dove canta una fresca cortigiana, negli Stromata (II, 2: PG 8,941) dice che la parola di Dio nella S. Scrittura è attraente al pari del canto delle s. Procopio di Gaza (Comment. in Genesim: PG 87, 509-10) paragona alle s. i predicatori che con faccondia annunziano le verità della religione e lodano Dio. Infine Celso dice che i cristiani sono chiamati da alcuni s. saltatrici e falsilogue, ma Origene non sa rendersi conto di questa accusa (Contra Cetium, V, 64 : PG 11, 1285).

Sirene - S. che sorreggono il sarcofago di Pietro Riario, opera di A. Bregno, Mino da Fiesole e G. Dalmata - Roma, chiesa dei SS. Apostoli.
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III. IconograFia. - Omero non ne descrive la figura che viene poi fissata dai lessicografi e scoliasti nonché da antichissimi monumenti, tra i quali va ricordato il vaso attico del sec. vi del Louvre che reca l'iscrizione Zaryy clyn (cf. Carpus cusorum antiquorum. Louvre, III, Hd, tav. 12, I [Parigi 1923]). Si hanno quattro tipi ben distinti di s. Primo tipo: uccello con testa di donna. Secondo tipo: figura muliebre fino alla cintola, talvolta alata, con gambe e piedi d'uccello, nuda o rivestita di clamide succinta, con gli strumenti musicali (doppia tibia e cetra con il plectrum) e in alcuni casi con il volumen. Questi due tipi si trovano in monumenti orientali. egiziani, greci e romani : vasi, statuette, stele ecc. La scena di Ulisse e delle s., riprodotta sulla fronte di un gruppo di 11 coperchi di sarcofagi romani, pagani (sec. III-IV d. C.), va interpretata nel senso neoplatonico sopra accennato e non già in senso cristiano, come stimò a torto il Wilpert (Sarcofagi, I, pp. 14-16; III, pp. 5-7, tavv. 24-25, 278, I). I due sopradetti tipi di s. continuarono ad essere adoperati a scopo ornamentale nell'arte bizantina, copta, musulmana, romanica e rinascimentale. Nell'epoca romanica le s. servirono soprattutto per ornare capitelli (cf. elenco di monumenti in Jalabert, pp. 450-57); nel Rinascimento figurano quale sostegno di sarcofagi. Terzo tipo: figure muliebri complete sedute su una roccia, rivestite di chitone e manto, con lira, siringa e doppia tibia, tipo che si riscontra sulle urne etrusche (cf. E. Brunn, I rilievi delle urne etrusche, I, Roma 1870, pp. 121-23, tavv. 90-94). Quarto tipo: figura muliebre che dalla cintola in giù si trasforma in pesce con due code rivolte in su. Questo ultimo tipo, già segnalato nel Manutronum liber de diversis generibus (cap. 8) del sec. vi-viI e nei Bestiari del sec. xir (cf. Jalabert, pp. 434, 436), si ispira ai tritoni o alle nereidi ed è andato di moda dal sec. xII in poi : è stato adoperato frequentemente dagli scultori romanici per motivi ornamentali specie nei capitelli (es. in Jalabert, pp. 458-66) e dagli alluminatori di libri liturgici negli intrecci delle lettere iniziali o nei fregi marginali (cf. gli esempi segnalati nei catologhi di V. Leroquais [v.], s. v. sirènes nei rispettivi indici). La s. donna-pesce è stata anche adoperata come figura chimerica negli stemmi. - Vedi tav. XLVI.
Bibl.: M. Weicker, Der Seelenvogel in der alten Literatur und Kunst, Lipsia 1902; Ch. Michel, Sirènes, in Ch. Dersmberg-E. Saglin, Dictionn. des antig. grecques et rom., IV, trifasc, iv, Parigi 1910), pp. 1353-55; Zwicker, Sirenen, in Pauly-Wissowa, III A I (1927), pp. 288-308; D. Jalabert, De l'art orient. ant. à l'art roman, rech. sur la flore et la faune romanes, II. Les sirènes, in Bull. monumental, 95 (1936), pp. 433-71; H.-I. Marrou, MOVCHOC 20107, Étude sur les scènes de la vie intellect. figurant sur les monum. funèr. rom., Grenoble 1938, pp. 172-77, 252-53; P. Courcolle, Quelques symboles funèr. du neo-platonisme latin. Le vol de Déblai-Ôlysse et les sirènes, in Rev. des étud. anciennes, 66 (1944), pp. 73-93; L. Alfonsi, Traces du jeune Aristote dans la Colortatio ad gentiles, faussement attribuée à Justin, in Vigiliae christ., 2 (1948), pp. 86-88; H.-J. Marrou, Sirènes, in DACL. XV, I (1950), coll. 1494-97.

(prat. Enc. Catt.)
SIRIA. - I. Geografia. - Regione storica e (dal 1946) stato indipendente dell'Asia anteriore, confinante con 'Turchia, 'Irāq, Transgiordania, Israele e Libano.
Il suo territorio ( 187 mila kmq.), che si estende dal Mar di Levante all'alta Mesopotamia (Tigri) e dal Tauro al Gebel Druso, abbraccia un vasto settore desertico o subdesertico ad E., ed uno assai più vario e ricco di risorse ad O., dove, tra i rilievi interni (Gölän, Hermon, Antilibano) e la costa, anch'essa sormontata da alte superfici, si allunga il corridoio depresso in cui corrono, con opposta pendenza, l'Oronte (Nahr el-'Āsi) ed il Leonte (Nahr el-Litānī). Salvo che in corrispondenza ai lembi più elevati ed alla zona sublitoranea, il paese soffre per scarsezza di acque (il clima, di tipo mediterraneo, inasprisce questo carattere nell'interno) : le sue possibilità economiche sono perciò condizionate dalla possibilità di risolvere il problema irrigatorio, dato che anche la pastorizia non dispone di pascolo adeguato, e difettano risorse minerarie di qualche momento.
Le culture occupano appena $1 / 8$ della superficie territoriale e provvedono in sostanza al fabbisogno interno (cereali, legumi, viti, olivo, sesamo, cotone); mentre una certa importanza hanno il tabacco e gli alberi da frutto (albicocco). Nell'allevamento prevalgono gli ovini e i caprini (scarsi i bovini). Assai più notevole è la bachicoltura, il cui prodotto alimenta un cospicuo e tradizionale artigianato; valenti artigiani lavorano anche cotone, seta artificiale e pellame. Le industrie, sebbene in sviluppo, si limitano a trattare la produzione locale di materie prime; le due maggiori città sono in pari tempo i più attivi centri manufattieri del paese.
La popolazione, quasi tutta addensata nella S. occidentale, è assai eterogenea sì dal punto di vista etnico (forti minorità di Arabi, Turchi, Armeni, Persiani, Europei, ecc.), come da quello religioso. Numerosi i grossi centri, molti dei quali hanno tradizioni lontane e sono anche grandi centri di cultura; solo Homs supera i 100.000 ab. La S. manca di un porto adeguato (Laodices e 'Tartus sono solo centri di pesca); la maggiore parte del suo commercio marittimo ha luogo attraverso Beirut (Libano).
Bibl.: L. Stein, Syria, Londra 1926; R. Thoumin, Géographie humaine de la Syrie centrale, Parigi 1936. Giuseppe Caraci
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(per cortesia del sec. F. l'otticoi)
Siria - Antica diga dell'Oronte, presso Hamat.
II. La S. nella Bibbia. - Sia in greco sia in latino, il nome venne usato talvolta a tradurre Aram (v.), in generale e con le determinazioni a di Damasco, di Soba», ecc.: Zopiz $\Delta \alpha \mu \alpha \pi \kappa o \tilde{\sigma}:$ II Sam. 8, 5; $\Sigma$. Zoußá: II Sam. 10, 8; $\Sigma$. Mooyá: I Par. 19, 6, ecc.; Syria: Os. 12, 12 (ebr. 13); Mesopotamia Syriae: Deut. 23, 5 ('Abram Nahdrajim); ecc.
In età giudsica (I-II Mac.) la S. è la parte principale e la designazione ordinaria del regno dei Seleucidi (v.), con capitale Antiochia: ma in senso geografico il nome era di impiego più ristretto. Il Regno dei Seleucidi si estendeva dalla catena del Tauro e dalla regione della confluenza del fiume Hâbûr nell'Eufrate a nord fino all'Egitto; geograficamente invece si distinguevano la Fenicia (II Mach. 10, 11) e la Palestina o Giudea, oltre ad altre regioni minori. Il senso politico del nome appare nella designazione dei Seleucidi come "re di S.", in contrapposizione ai Tolomei d'Egitto, a qualche "re di Damasco " (gli Areta), ecc.
Ai tempi del Nuovo Testamento la S. è la circoscrizione amministrativa romana della Syria provincia, che pare comprendesse in sostanza gli antichi territori dei Seleucidi, quindi anche la Palestina (non ci sono motivi fondati di dubbio); era retta da un governatore (i̇ $\gamma \varepsilon \mu \tilde{\omega} v$ : Lc. 2, 2, Volg. praeses) che risiedeva ad Antiochia, ma agiva per mezzo di rappresentanti in vari centri, compresi i dinasti locali, che i Romani spesso lasciavano o inesediavano con vari titoli. Così già Pompeo dopo la conquista ( 63 a. C.) lasciò a Gerusalemme Ircano sommo sacerdote ed etnarca (quasi "capopopolo"). In occasione di rivolte e torbidi a Gerusalemme interveniva regolarmente il governatore di Antiochia, come fece Q. Varo dopo la morte di Erode. In tal senso ampio, della regione siro-fenicia, il termine S. è usato nel Nuovo Testamento (Mt. 4, 24; Act. 15, 23. 41; 18, 18; 20, 3; 21, 3; Gal. 1, 21). Ingrandimenti successivi della provincia riflettono passaggi alla pura e semplice amministrazione romana di territori che avevano goduto di un governo locale : così nel 34 d. C. per la tetrarchia di Filippo, comprendente territori oltre Giordano, che di li a poco furono assegnati ad Antips, ma restando sotto la vigilanza del governatore di Siria (v. legato; per la Giudea, v. procURATORE).
Bibl.: A. T. Olmstead, History of Palestine and Syria to the macedonian conquest, Nuova York 1931: D. Diringer, Contributi alla storia della S. settentrionale, in Giorn. Soc. asiat. ital., 3 (1935), pp. 94-113 (per Ugarit-Rás Šemrah); E. Vogt, Syria in Sacra Scriptura, in Verh. Dom., 16 (1936), pp. 149-60, 217223, 279-87 (resoconto di un viaggio); F. M. Abel, Géographie de la Palestine, II, Parigi 1938, pp. 125-68. Giovanni Rinaldi
III. La S. musulmana. - La storia della S. musulmana s'inizia con l'invasione araba (634) e dura fino ai nostri giorni. Essa è caratterizzata, fino all'877,
dalla permanenza della S. come provincia nel califfato islamico. Dall'877 al 1516 si succedono in S. varie dinastie, con dominio più o meno esteso, per la massima parte provenienti dall'Egitto ed ivi regnanti. Si apre in questo periodo la lunga parentesi delle Crociate (10971291). Dal 1516 al 1920 la S. è sotto l'impero ottomano. Dal 1920 in poi, attraverso il protettorato francese, si svolgono le fasi successive dell'indipendenza siriana, realizzatasi nel 1946.
La storia della S. è molto frammentaria. Non sussiste una forte unità nazionale; è piuttosto la storia di singole regioni e città. Si dovranno perciò tener presenti da un lato le voci relative alle regioni (libano, ecc.) ed alle città principali (aleppo; bamasco, ecc.), dall'altro le voci islàm, per il periodo di permanenza sotto il califfato; egitto, per le dinastie di qui provenienti; turchia, per il periodo dell'occupazione ottomana.
Si tenga presente che le indicazioni cronologiche relative alle singole dinastie concernono solo il loro periodo di permanenza in S.
1. La conquista $(634-40)$. - Le fasi principali della conquista araba in Siria (e contemporaneamente in Palestina (v.]) sono: le vittorie di Aǧnâdajn (634) e di Fibl (Pella, 635); la presa di Damasco (635); la battaglia del fiume Jarmûk (636), decisiva; la conquista di Gerusalemme (638) e di Cesarea (640).
L'amministrazione araba, in S. come altrove (v. islàm, L'espansione storica), mantenne inizialmente il carattere di occupazione militare. La S. fu divisa in fund, distretti militari: Damasco, Hims, Palestina, Giordano; il califfo Jasid I aggiunse poi Qinnasrin. La popolazione soggetta fu sottoposta a tributo, fondiario (baräğ) e personale (ǧizjali). I convertiti all'islâm (mamali) venivano esentati dalla ğizjali ed aggregati come clienti alle tribù arabe.
2. La S. sotto il califfato (640-877; 905-35). - Con l'avvento della dinastia umajjade ( $661-750$ ), la S. divenne il centro del califfato. La capitale fu portata a Damasco e vi rimase, benché gli ultimi colifi umajjadi vi risiedessero raramente, fino a Marwân II ( $744-50$ ), che la trasferì a Harrân in Mesopotamia : causa non ultima della caduta della dinastia. Il fondamento della potenza umajjade fu l'esercito, costituito dalle tribù arabe esistenti in S. prima della conquista, unite ai conquistatori. Furono d'altronde le lotte interne tra queste tribù (divise in qaisiti e jamaniti) a minare la saldezza dello Stato. Il progressivo scomparire dei campi militari determinò una parallela arabizzazione etnica e linguistica; a quest'ultima contribuil l'introduzione dell'arabo nell'amministrazione dal tempo di Abel alMalik (685-705) e la parziale rimozione dell'elemento indigeno dalle cariche amministrative. L'islamizzazione fu scarsa, pochi relativamente i mawalii : ciò prova la tolleranza goduta in genere dai sudditi non musulmani.
Gli Abbâsidi, saliti al potere (750), trasferirono la capitale a Bagdad. La S. rimase semplice provincia. La direzione dello Stato fu tolta ai Siriani. Questi tentarono a più riprese rivolte: ma le persistenti discordie tribali le resero sterili. La pressione fiscale fu intensificata; del pari quella religiosa, culminante nelle misure discriminatorie di al-Mutawakkil (847-61).
I Tûlûnidi di Egitto conquistarono la S. nell'878. Seguì una breve restaurazione 'abbâside (905-39), e poi riprese la serie delle dinastie egiziane: esse dovettero lottare con dinastie provenienti dall'eo (soprattutto Selğûqidi e atâbeg) e con gli Stati fondati dai Crociati.
3. Le dinastie autonome fino all'invasione selğûqida (877-905; 935-1076). - I Tûlûnidi ressero la S. dall'877 al 905; gli Iṭdīdidi dal 939 al 969 . Entrambe le dinastie
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erano turche. Agli Iḥsididi il califfo di Bagdad contrappose i Hamdānidi, che dalla Mesopotamia si spinsero nella S. settentrionale e la dominarono, con centro ad Aleppo, dal 944 al 1003; il massimo sovrano hamdānide fu Sajf ad-dawlah, alla cui corte visse il poeta al-Mutanabbí. Al nord, i Hamdānidi dovettero far fronte ai Bizantini, che, occupata Antiochia ( 068 ), si spinsero a 'Argah. A sud, i Fätimidi, occupato l'Egitto nel 969 , si spinsero al tempo stesso in S., soppiantando gli Iḥsididi e più tardi anche i Hamdānidi. I Fätimidi, attraverso lo sfruttamento dei loro governatori, indebolirono le risorse del paese; la propaganda ší ita si sviluppò, manifestandosi nei movimenti estremisti dei drusi, nusajirí, mutawāli (v. isLäm, Le tette). Nel sec. xi i Fätimidi decaddero: in Aleppo si stabili la dinastia dei Mirdāsidi (1023-79); poi la occuparono gli 'Uqajlidi di Mesopotamia dal 1079 al 1085. Il dominio fätimida in S. può considerarsi finito con la presa di Damasco da parte dei Selğūqidi (1076).

4. I Selğūqidi e gli atäbeg. - I Selğūqidi (v. TURCHIA), conquistata la S., vi rimasero con un ramo della famiglia fino al 1117. La formazione di dinastie di atäbeg, loro ufficiali, comune a tutte le parti dell'Impero, si verificò anche in S. : a Damasco governarono i Būridi (1103-54); ad Aleppo, e poi anche a Damasco, i Zanğidi (1128-81), che con Nūr ad-dīn vi riportarono un'epoca di prosperità.
Si erano intanto iniziate le Crociate (v.). I cristiani conquistarono Antiochia nel rog8, Gerusalemme nel ro99, Tiro nel 1124. La loro occupazione si estese in S . sulla costa e su parte dell'interno, senza però raggiungere le grandi città: Aleppo, Hamāh, Hims, Ba'albek, Damasco. Con Nūr ad-din cominciò la ripresa musulmana.
5. Gli Aijäbidi (1174-1260). - L'ajjübide Ṣalāh ad-din (Saladino), sostituitosi in Egitto ai Fātimidi nel 1171, intraprese alla morte di Nūr ad-dīn la conquista della S., completandola tra il 1174 e il 1183 . Si volse quindi contro i Crociati e nel 1187 li batté a Hatṭin, riconquistando Gerusalemme e respingendoli sulle città fortificate della costa. Qui i Crociati ebbero qualche guadagno con la terza Crociata, che diede loro Acri ed il tratto costiero da Tiro a Giaffa. Morto Saladino (1193), al-Malik alKāmil cedette per trattato Gerusalemme a Federico II (1229). La città fu però ripresa definitivamente nel 1244. La dinastia ajjübide fu soppiantata in Egitto dai Mamelucchi nel 1250. Dei rami secondari in cui si era frazionata, i più importanti di S., Damasco e Aleppo, finirono nel 1260; Hims nel 1262; il ramo di Hamāh durò fino al 1341, ma sotto l'autorità dei Mamelucchi.
6. I Mamelucchi (1260-1516). - I Mamelucchi stroncarono in S. l'invasione mongola, con la vittoria di 'Ajn Ğālit (1260) e Marğ as-Suffar (1303). Proseguirono la lotta contro i Crociati, fino a cacciarli definitivamente (1291, presa di 'Atlit). Nel 1401 Tīmūr Lang (Tamerlano) invase la S., saccheggiò Aleppo e Damasco, ritirandosi successivamente. Amministrativamente, i Mamelucchi divisero la regione in sei dipartimenti (sijäbab), e cioè Damasco, Aleppo, Hamāh, Tripoli, Safad, Kerak. I governatori ( $m \bar{c}^{\prime} i b$ ), tra cui quello di Damasco predominava, venivano cambiati molto spesso, onde impedire che si rendessero autonomi. Il loro sfruttamento economico depresse la S., la cui attività commerciale aveva già subito un forte colpo dalla fine delle Crociate. Tra le agitazioni interne di questo periodo, rimarchevole quella del Libano, legata ai movimenti estremo-ūl'iti (1293-1305). Il dominio mamelucco in S. finì nel 1516 , anno in cui, con la vittoria di Marğ Dābiq, Selim I annesse la regione all'Impero ottomano.
7. La S. sotto l'Impero ottomano (1516-1920). - La S. fu divisa amministrativamente nei päāāliq di Aleppo, Tripoli, Damasco, e poi Ṣajdā. Come i nä'ib mamelucchi, i päāa, cambiati con grande frequenza, si diedero allo sfruttamento economico del paese, provocandone l'ulte-
riere decadimento. La loro autorità non si estendeva oltre le grandi città ed i dintorni : le campagne ed i monti rimasero sotto emiri locali. In particolare, il Libano (v.) era semi-autonomo: lo abitavano comunità musulmane eterodosse (drusi, nusajri, mutawālī) insieme a gruppi cristiani (melkiti, giacobiti, maroniti). L'emiro Fahr ad-dīn (Farcardino, 1585-1635), della dinastia dei Banū Ma'n, vi si ribellò agli Ottomani, rendendosi per qualche tempo indipendente ed allacciando relazioni con alcuni Stati europei. Altro centro di ribellione fu più tardi Acri: il signore locale az-Zāhir vi si mantenne autonomo di fronte alla Porta dal 1750 al 1775; il suo successore Gazzār (1775-1804) vi ebbe pure grande potenza, resistendo con successo all'attacco di Napoleone (1779).
L'appoggio dell'emiro libanese Bašīr, della dinastia Sihāb successa ai Ma'n, favorì nel 1831 la conquista egiziana della S.: solo nel 1840 , sotto la pressione delle potenze europee, le truppe di Muhammad 'Alī dovettero ritirarsi e l'autorità ottomana fu restaurata.
Nel 1860 il Libano fu centro di nuove agitazioni: i massacri dei maroniti ad opera dei drusi provocarono l'intervento francese: la regione fu resa amministrativamente autonoma ed ebbe un governatore cattolico, la cui nomina doveva essere approvata dalle potenze europee.
Gli anni che precedettero la prima guerra mondiale videro, di fronte all'acutizzarsi dell'oppressione dei Turchi ed alla loro indifferenza per il progresso economico del paese, un risveglio nazionalistico della S. ed un riavvicinamento tra cristiani e musulmani contro il comune nemico. La Francia contribuì con i suoi capitali alla costruzione di linee ferroviarie ed all'apertura di scuole. Vi fu un notevole fiorire della cultura, che pose la S., insieme all'Egitto, all'avanguardia dei paesi musulmani; qui fu efficace l'opera dei Gesuiti, che fondarono nel 1875 l'Université St-Joseph a Beirut, centro del movimento culturale.
Allo scoppio della guerra mondiale (1914) i Turchi soppressero l'autonomia libanese. Attraverso la S., tentarono due volte (1915 e 1916) di invadere l'Egitto. La contruffensiva alleata li sbandghe. Gli Inglesi occuparono nel 1918 Damasco; i Francesi si stabilirono sulla costa. L'armistizio fu sottoscritto nello stesso anno. Due anni dopo, l'emiro Fajsal si proclamò re a Damasco, ma i Francesi, cui per l'accordo Sykes-Picot (1916) spettava il controllo della regione, lo costrinsero alla fuga. Il 10 ag. 1920 il Trattato di Sèvres sancì il distacco della S. dall'Impero ottomano e preannunciò il regime mandatario.
8. La S. contemporanea (dal 1920 in poi). - Il mandato fu affidato alla Francia (1922). La S. fu divisa in quattro Stati autonomi (1925): S. propriamente detta; Stato degli 'alawiti (nuova denominazione dei nusajrī) o di Lāgiqijjah; Ġebel druso; Gran Libano.
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Malgrado la politica francese, intesa al progresso economico e culturale del paese, il movimento nazionalista ha continuato l'agitazione per l'indipendenza. Una rivolta fu sedata negli as. 1925-26. Nel 1936 un Trattato franco-siriano sanciva l'indipendenza della S. e del Libano entro tre anni; nello stesso anno gli Stati degli 'alawiti e del Gebel druso furono ammessi alla S. La mancata ratifica del Trattato da parte della Francia suscitò vive agitazioni.
Scoppiata la seconda guerra (1939) e caduta la Francia, le truppe francesi in S. seguirono il governo di Vichy. Battute dagli Inglesi e dai degaullisti (1941), questi ultimi le sostituirono. Il generale Catroux proclamò nello stesso anno l'indipendenza della S. e del Libano, salvo le limitazioni dovute allo stato di guerra. Il permanere di queste limitazioni, acuito dalla politica repressiva francese, determinò nel 1945 una violenta rivolta. L'intervento inglese costrinse i Francesi al definitivo sgombero, che avvenne nel 1946.
I primi anni della S. indipendente sono caratterizzati da grande instabilità politica. I contrasti interni dei partiti e la lotta d'influenza tra le potenze estere si sono riflessi in una serie di cambiamenti di governo e di colpi di Stato. L'ultimo di questi ha portato al potere ( 29 nov. 1951) il movimento militare guidato da Adib el-Sibakli; sono stati imprigionati i capi del "partito del popolo", che avevano in precedenza diretto la politica siriana; successivamente è stata sciolta la Camera, poi aboliti tutti i partiti politici.
Bibs.: a titolo introduttivo: H. Lammens, al-Sha'm, in Encyclopédie de l'Isldm. IV, pp. 302-12; inoltre le voci della stessa enciclopedia sulle singole dinastie, personaggi, regioni, città (fondamentali, con bibl.); cf. anche le parti relative alla S. nelle storie generali dell'islâm (v.). In generale: H. Lammens, La Syrie; précis historique, 2 voll., Beirut 1921; A. H. Hourani, Syria and Lebanon. A political essay, Oxford 1946 (periodo moderno); P. K. Hitti, History of Syria, Londra 1951 (e l'opera principale). Sulla S. durante la Crociate: C. Cahen, La Syrie du nord d l'époque des Croisades, Parigi 1940. Sulla S. sotto i Mamelucchi: M. Gaudefroy-Demombyton, La Syrie à l'époque des Mamelouks d'après les auteurs arabes, ivi 1923. Per il Libano e le sue comunità religiose: P. Rondot, Les institutions politiques du Liban. Des communautés traditionnelles à l'Etat moderne, ivi 1947. Sugli avvenimenti più recenti: F. Gabrieli, Siria, storia, in Enc. Ital., app. II, I-Z, p. 836. Cronache, documentazioni e indicazioni bibliografiche periodiche nelle riviste: Oriente moderno (Roma), Cahiers de l'Oriens contemporain (Parigi), The Middle East Journal (Washington), Cf inoltre la bibl. di crociate; egitto; tunchia e delle voci relative alle singole regioni e città.
Sabatino Moscati
IV. Situazione attuale dei cattolici. - Il territorio della odierna S. fa parte dell'antico patriarcato di Antiochia (v.). Dal sec. v vi fiorì anche il monofisismo e si formò la gerarchia dei giacobiti (v.).
Secondo una statistica governativa del 17 luglio 1952 la popolazione siriana è così divisa: cattolici 114.086 (dei quali: Melkiti 51.493, Siri 18.127, Armeni 18.010, Caldei 5116, Maroniti 15.112, Latini 6228); dissidenti 319.289 (dei quali: Greci 156.886, Giacobiti 44.971, Gregoriani 107.251, Nestoriani 10.181); protestanti 12.671. I cristiani sono in totale 446.046 , di fronte a 2.644 .991 musulmani.
La gerarchia cattolica è presente in S. con le seguenti circoscrizioni ecclesiastiche: per i Melkiti: diocesi patriarcale di Damasco, sedi metropolitane di Aleppo, di Bostra e Hauran, sede arcivescovile di Homs per i Siri; sedi metropolitane di Damasco e di Homs, vicariato patriarcale dell'Alta Gezira; per gli Armeni: sede arcivescovile di Aleppo, vicariato patriarcale dell'Alta Gezira; per i Caldei: amministrazione apostolica della S. (e del Libano); per i Maroniti : sedi vescovili di Aleppo e di Damasco; per i Latini : vicariato apostolico di Aleppo. Si deve però tenere presente che, essendo stati fissati solo di recente i confini politici tra la S. ed il Libano, alcune circoscrizioni che hanno il centro in S. si estendono anche nel Libano e viceversa.
Aleppo, tra le città siriane, è quella che conta il maggior numero di cristiani : tutti i riti cattolici e dissidenti vi sono rappresentati e vi fioriscono molte opere scolastiche e di assistenza. I cristiani aleppini sono il $40-50 \%$ della popolazione: la percentuale va diminuendo per l'emigrazione di molti Armeni e l'afflusso, per ragioni economiche, verso il litorale. Damasco, invece, è la capitale morale dei cristiani siriani, perché vi risiedono i patriarchi dissidenti e quello melkita (cattolico) : dal punto di vista demografico i cristiani della capitale sono appena il $10 \%$ della popolazione. Lattaquiè conta anche un preponderante cristianesimo, perché nella sua regione, già chiamata "Stato degli Alauiti ", i cristiani, in maggioranza greci dissidenti, ammontano a ca. il $25 \%$ della popolazione. Homs, l'antica Emesa, è sede del patriarcato giacobita. Vi è però anche una comunità melkita molto fiorente. La regione del Hauran si presenta come un campo di missione: l'Alta Gezira ha accolto numerosi gruppi di Assiri profughi.
Dal 1764 al 1947 la S. Sede fu rappresentata in S. da un delegato apostolico, che era insieme anche vicario apostolico di Aleppo per i Latini. Dopo la separazione del Libano dalla S., mentre a Beirut è stato inviato un nunzio apostolico, in S. la S. Sede fu rappresentata dal 1951 da un incaricato di affari (per la delegazione apostolica) con residenza a Damasco. Recentemente sono state stabilite regolari relazioni diplomatiche: la S. Sede è rappresentata da un internunzio apostolico e la S. ha accreditato presso il Vaticano un ministro plenipotenziario (cf. L'Observatore Romano, 22 febbr. 1953).
Oltre agli Ordini e congregazioni religiose dei vari riti orientali, molti Ordini e congregazioni di rito latino, maschili e femminili, svolgono il loro apostolato in S. con scuole e opere di assistenza, di cui beneficiano anche i dissidenti, gli Ebrei ed i musulmani.
Nel 1950, in occasione della redazione e discussione del progetto della nuova Costituzione, i capi delle comunità cristiane (cattolici e dissidenti) hanno svolto una efficace azione a tutela dei diritti ecclesiastici : così si è potuto evitare che nella Costituzione l'islâm fosse proclamata religione di Stato. La religione dell'islâm, infatti, implica una legislazione che investe le varie attività dei cittadini: perciò, se l'islâm fosse diventata religione di Stato, sarebbe stato facile conformarvi tutta la legislazione statale, arrivando perfino ad impugnare come anticostituzionale ogni legge che non fosse conforme ai principi islamici. Nel preambolo della Costituzione, approvata il 5 sett. 1950, è detto: "dato che la maggioranza del popolo professa l'islâm, lo Stato proclama il suo attaccamento all'islâm e ai suoi sublimi ideali. Noi proclamiamo che il nostro popolo è deciso a rafforzare i legami di cooperazione con i popoli del mondo arabo e musulmano, a edificare lo Stato sulle basi della sana moralità concepita dall'islâm e dalle altre religioni rivelate e a combattere l'ateismo e la dissoluzione dei costumi». Ed all'art. 3: "La religione del presidente della Repubblica è l'islâm. Il diritto musulmano è la sorgente principale della legislazione. La libertà di fede è garantita. Lo Stato rispetta tutte le religioni rivelate e garantisce la libertà di culto, eccetto gli atti contro l'ordine pubblico. Lo statuto personale delle comunità religiose è garantito e protetto ".
L'art. 28 dispone circa le scuole e l'insegnamento : esso contiene elementi positivi in quanto afferma e sancisce il principio della coesistenza delle scuole private accanto a quelle statali, stabilisce l'insegnamento obbligatorio in conformità con le credenze degli alunni e dà un orientamento spiritualistico alla formazione delle nuove generazioni. Ma nel contempo esso accorda una eccessiva ingerenza ed un controllo severo e minuzioso allo Stato sulle scuole private e, indirettamente, sulla educazione stessa degli alunni. Tale controllo, infatti, non si limita soltanto alle materie del programma governativo, obbligatorio anche per le scuole secondarie, ma si estende altresì alle materie supplementari che, a norma del testo costituzionale, saranno determinate da una legge apposita. Né minore preoccupazione desta la disposizione riguardante il movimento sportivo e scoutistico, il quale, dovunque venga organizzato, rimane pur sempre sotto
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# SIRACUSA
La sita a sinistra: FACCIATA DELLA CHIESA DI S. GIOVANNI ALLE CATACOMBE (sec. xv-xvi). In sito a destra: ARCOSOLIO DI MARCIA. Cristo tra Pietro e Paolo. A sinistra Mascia, peonfirma (il nome e l'età della defensa sono indicati nell'omonima a rine, mentre il frammento di mutissime nella forma dell'armenita contiene l'avvenazione al Salvatore). Affresco della metà del sec. iv
Siracom, Catacomba Cascia. In basso a sinistra: CURICOLO CON DECORAZIONE FLOREALE della $2^{a}$ metà del sec. iv - Siracom, Catacomba Cascia. In basso a destra: CHIPTA DI S. MARZIANO,
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(fot. Nisari Faticosi)


(fot. Orfandini)
In alto a sinitre: EPISODIO DI ULISSE con una sterna, donna-uccello, che sono la siringa. Murano del sec. II d. C., proveniente da Tor Marancia, presso il cimitero di Domitila - Miseri Vaticano, Braccio Nurov. In alto a destra: EPISODIO DI ULISSE con tre strene, uccello con testa di drima, di cui una precipita in mare. Particolare di vost acuto e figura rossa (fino sec. II - vicino sec. v) Londra, British Museum. In basso a sinistra: EPISODIO DI ULISSE con tre strene, figure mallebei sedute su scogli in atto di siringa. Ulna cineraria strusca (sec. III a. C.) - Volterra, Museo Guamacci. In basso a destra: SIRENA, DONNA-PESCE. Formella del sec. xII - Modena, Duomo, punto sud, sopra le ingyette.
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l'egida dello Stato, che si riserva di "proteggerlo" e di ssvilupparlo" con leggi e regolamenti.
I timori dei cattolici aumentarono allorché uscì il Decreto-Legge del 17 marzo 1952 (n. 175), che riorganizzava su basi nuove l'insegnamento non statale in S. L'innovazione più pregiudizievole per le comunità cristiane era l'abolizione vera e propria, benché implicita, del concetto di scuola confessionale: infatti, per mezzo di un'abile distinzione tra fondatore e direttore delle scuole confessionali, il documento sottraeva la scuola alla protezione ed efficace direzione del vescovo, considerando come unico responsabile il direttore della stessa, il quale, per entrare in funzione, ha bisogno dell'approvazione governativa; altri articoli costituivano il governo arbitro esclusivo dell'esistenza delle singole scuole confessionali, come pure della loro attività e amministrazione. Particolarmente sensibile per la Chiesa cattolica era il colpo inferto alle scuole missionarie (definite estere), essendo assolutamente vietata la loro fondazione in avvenire.
I capi cristiani, di comune accordo, presentarono le debite rimostranze e riuscirono ad ottenere notevoli temperamenti. Un altro Decreto-Legge dell'S apr. 1952 (n. 199) veniva a ledere gli interessi cattolici : le organizazioni scoutistiche dovevano essere tutte assorbite da quelle statali; gli scontz cattolici, per evitare il peggio, preferirono procedere all'autoscioglimento.
Bibl.: A. H. Hourani, S. and Lebanon, Londra 1946; G. de Vries, Cattoliziono e problema religiosi nel prossimo Oriente, Roma 1949, p. 23 sgg.; M. Nallino, Dlam e minoranze religione nella nuova Costituzione siriana del 1050, in Oriente moderno, luglio1051, 1950, pp. 110-17; Serv. Informazioni Orient. Citet., n. 144, 18 ott. 1952.
Giuseppe Mojoli
V. Lingua siriaca. - Una delle lingue semitiche (v.), propria alla Chiesa siriaca orientale, sviluppatasi dall'aramaico orientale parlato ad Edessa, capitale dell'Osruene e dalla regione dominata al tempo della nascita di Gesù della dinastia degli Abgaridi. Si distingue in due dialetti, l'orientale più conservatore, in uso presso i nestoriani, e l'occidentale, usato dai giacobiti. Questi dialetti si distinguono più chiaramente fin dalla separazione politica e poi religiosa, che nel sec. Iv sottopose gli occidentali a Bisanzio, gli orientali ai Sassanidi.
Il sistema fonetico della lingua è caratterizzato da una spiccata riduzione vocalica alla fine delle parole, effetto dell'accento che grava sulle altre sillabe. Le vocali originariamente brevi, in sillaba aperta e atona sono ridotte alternativamente in vocale brevissima indistinta (ebr. sēwā'), con la quale una $j$ precedente si unisce in $i$. Questa legge però è sospesa in formazioni secondarie, più tardive. Nella sillaba che precede l'accento, in opposizione all'ehesico, la vocale è abbreviata. Il ricco sistema consonantico dei Semiti è semplificato, come nell'aramaico comune. Le dentali originariamente spiranti sono divenute esplosive (momentanee) : $d>d, f>s, d>$ ' (non più $q$ ), $g>t$; invece di $i$ si ha $s$; sono rimaste soltanto una ' e una $h$ (orient. $b$ ). Le esplosive non enfatiche, che sono aspirate, si fanno spiranti nelle stesse condizioni che nell'ebraico, con l'eccezione che la te e la $j$ dei dittonghi sono consonanti che chiudono la sillaba. L'assimilazione consonantica prevale sulla dissimilazione (p.es., sir. neddá', aram. jindo'). Il peso dell'accento è per lo più nella stessa sillaba dell'ebraico; non si osservano però forme pausali. In sillaba chiusa e atona la $i$ diventa normalmente $\hat{e}, \hat{a}$ si fa $\hat{a}$. Nel siriaco occidentale $\hat{a}, \hat{e}$ sono divenute $\hat{o}, \hat{\imath}$, si conserva però $\hat{e}$ proveniente da $a^{\prime}$ (p. es., tēhod "prenderai»). Il siriaco orientale ha conservato un vocalismo più antico, e nel consonantismo, p. es., invece di $h$, spirante sorda laringale, si ha $h$, spirante sorda velarc.
Nella morfologia verbale, riguardo alle formazioni dei temi, l'intransitivo qatula si è fatto rarissimo : qatila

(per cortesia del soc. F. Vattioni)
Siria - Porta di S. Paolo a Damasco.
spesso si confonde con qatala. Mancano affatto i passivi in $u$, i riflessivi in $n$, e il conativo; il causativo si forma con ', benché vi siano tracce anche del causativo in $s a$ e ha. Vi è pure un riflessivo proprio del tema fondamentale, del tema intensivo e del tema causativo. Si trova di tanto in tanto una formazione con dittongo ( $a x, a j$ ) nella prima sillaba: p. es., sajhar "nutrire», gascod "accendere». Raddoppiamento della $3^{a}$ radicale c'è, p. es., in 'abded "far servo", 'ajnen "guardare"; ripetizione della $2^{a}$ e $3^{a}$ radicale, p. es., in bēzaccēs «farsi vedere ripetutamente», cioè "andar tronfio», eltēragrag "fantasticare" da Sērāgā, "lampada». Spesso si incontra la ripetizione dell'intera radice biradicale, p. es., ramrem «elevare», gangen "cantare». Radici a 4 radicali non di rado nascono dalla dissimilazione della radicale raddoppiata di un qatula, p. es., 'argelda*'aggel "voltolare», pargl "rallegrare" dalla rad. pegjā "piacere». Quanto alla flessione si osserva che nell'imperfetto non c'è più né lo iussivo né l'energico. Certe modalità si esprimono però con forme del verbo "essere" (hēwā) composte con participi o forme finite. E rimasta invece qualche traccia del fatto che, come nell'arabo, anche in siriaco ad un perfetto qatula corrispondeva un imperfetto jaqtula, ciò che appare ancora in forme come neqrob "sarà vicino", pehbob "sarà magro". Come tempo addirittura nuovo appare in aramaico il part. att. nello stato assoluto con il valore di un presente, mentre il part. pass. assoluto con un dativo di autore equivale al passato, p. es., sēmi'li "ho udito". Il fatto che nella flessione dell'imperfetto colpisce di più è che, conformemente all'aramaico orientale, il prefermativo della $3^{a}$ sing. masc. e delle $3^{a}$ pl. masc. e fem. è $n$ invece di $j$. Residuo di una formazione triradicale antica nei verbi di media $j!m$ è il participio sir. e arabo $q \bar{a}^{\prime} i m$, la cui ' non può che ridursi ad una semivocale.
Nella morfologia del nome, una traccia dei casi antichi semitici forse è rimasta nell'antico locativo hadd $\bar{a}$ "a sufficienza». Forme come bēhate jōm « in quel giorno», bēhate dār « in quella generazione», sembrano testimoniare che di tanto in tanto il nome per se stesso è perfettamente determinato, come accade nell'arabo, ecc. L'articolo determinato ha perduto il valore determinante, ma può essere sostituito da un suffisso, p. es., latre'sar talmīdaw (Sin) тoús $\operatorname{Bō} \bar{a} \times \mathrm{ua} \vartheta \eta \tau \dot{\alpha} \varsigma$ (Mc. 6, 7); tale suffisso è usato normalmente dinanzi a un genitivo determinato (con $d \bar{c}$ ), un accusativo determinato, una preposizione, p. es., 'alēh 'al médittā, "contro la città". Un avanzo della mimazione, cioè dell'antico articolo indeterminato, si ha, p. es., in ōmām "di giorno". Lo stato costrutto con il suo nome retto esprime ormai un concetto unico e nuovo, p. es., huppäh mellé " risposta"; non di rado (principalmente se part. od aggettivo verbale) lo segue una preposizione, p. es., näsbaj bappé "ipocriti ", mēsām bērētā "castigo ". La desinenza femminile -at, antico segno per diverse classi di
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(per carte'ia del sec. F. Vattioni)
Siria - Le rovine della Cattedrale medievale di Tàrtus.
nomi (collettivi, deteriorativi, ecc.) si usava anche per la formazione dei cosiddetti nomi di unità. Di ciò rimane, p. es., zēbattā "una volta" da zabnā "tempo", nēfēštā "una respirazione" da nēfēsā "il respirare", bē'tā "uovo" ecc.. i cui plurali masc. sostituiscono adesso il collettivo di forma sing. Questa desinenza -at serve pure a formare degli astratti da aggettivi verbali, p. es., zēbintä "compra" da zēbīná "comprato", hēflhtá "rovina" da hēflhtá "distrutto", "guasto". Per la formazione di astratti si usa anche la desinenza femm. -aj. Cosi nascono dei nomi di verbo (maydar) come tu'jaj "errore", tulfaj, "nascondimento ". L'arabo ubraj "un'altra" equivale a ohré dell'antico aramaico, la cui $\bar{e}$ si conserva in sir. brétā.
Quanto ai numeri, del duale non sono rimaste se non certe forme numerali (due, venti, duecento). Come in questo caso, cosi anche nel plur. prevale senza restituione la formazione a desinenza ( $-a j,-i n,-\bar{e} ;-a ́ t,-a ̆ n$, -ātā). Ciò nonostante si hanno tracce del tipo dei plur. fratti, cosi frequenti nel sudsemitico, p. es., qurjā "paesi" (qutal), arabo quran (però dinanzi a suff. e nello st. costr. si trova già la desinenza -aj); bemrā "gregge di asini" è del tipo qital. Ai tipi fratti qutal, qital, qutal è anche aggiunta la desinenza del plur., p. es., bātēe case", 'ammè "popoli", gallè "onde". Le forme henhé "palati" e gunbē "ruberie", come appare dalla muta spirante, sono qital e qutal. Non sembra che siano rimaste vestigia dei plur. delle piccole quantità (pl. paucitatis), mentre si è voluto vedere in queste forme cosi difficili a spiegarsi, come $r \bar{a}$ 'anmcatā "pastori", pl. di $r \bar{a} j \bar{a}$ (qátil di $3^{a} j / w$ ) un antico plur. di plur., formato con -at il plur. della forma ru'át (tipo qutalat, plur. fratto arabo dei qátil di $3^{a} j / w$ ), cambiando però la prima vocale secondo il sing. E sicuro che in navrëbin "grandi" la ripetizione della base, la quale per lo più esprime un distributivo, è adoperata per l'espressione del plur. La stretta connessione delle forme astratte con il plur. (come in ebr. zēqûnûn "vecchiaia *, bēhûrîm "giovinezza ") appare, p. es., in hērûrē "liberazione», mēhûrē "il maritare». Per il transito di un astratto (maydar, nomen verbi) al senso concreto, cosi diffuso in tutto il semitismo, basti l'esempio talmhāa "discepolo" (letteralmente "l'avvezzare", "l'abituare", da limūd "avvezzo"), cui corrisponde in ebr. limmûdh; ambedue tipi, cioè taqtlî e qūttūl rispettivamente in aram. e in ebr., per esprimere un nome verbale del tema intensivo.
Nella sintassi si noti il fatto che lo stato assoluto dei participi e aggettivi verbali esprime il predicato della frase. La sintassi del periodo si allontana molto dal tipo puramente semitico. La frase nominale è rara; non esistono le frasi apparentemente indipendenti e di fatto subordinate, come le frasi hāl, le condizioni senza congiunzione, ecc.; abbondano invece le congiunzioni subor-
dinanti. La posizione delle parole è molto libera, e nessun'altra lingua semitica quanto il siriaco ha assimilato tanta copia di parole straniere: accadiche (sumeriche), ebraiche, persiane, greche, perfino latine