frase. La sintassi del periodo si allontana molto dal tipo puramente semitico. La frase nominale è rara; non esistono le frasi apparentemente indipendenti e di fatto subordinate, come le frasi hāl, le condizioni senza congiunzione, ecc.; abbondano invece le congiunzioni subor-
dinanti. La posizione delle parole è molto libera, e nessun'altra lingua semitica quanto il siriaco ha assimilato tanta copia di parole straniere: accadiche (sumeriche), ebraiche, persiane, greche, perfino latine attraverso il greco. Le stesse particelle greche $\bar{\theta} \bar{\varepsilon} \varepsilon$ y'áz sono state imitate, usando però radici semitiche.
La lingua siriaca è la meno semitica di tutte le lingue semitiche e la più sottoposta all'influsso ellenistico. Raimondo Köbert
VI. Il RITO Siriaco. - Denominato anche siro-antiocheno, siro-occidentale, siro-palestinese, questo rito è in uso oggi nei patriarcati siri (cattolico e dissidente) e, dopo il 1653 , nelle diocesi malankaresi (v.) dell'India; ad esso si riallaccia il rito maronita (v.). Fino alla formazione di una Chiesa separata dei monofisiti in Siria, nel sec. vi, il rito siriaco non si distingueva da quello antiocheno (v.) degli ortodossi.
Dopo la separazione esso ebbe il suo sviluppo proprio, determinato dall'eliminazione della lingua greca più che degli elementi greci. Di fatto, esso si presenta come una
felice combinazione di elementi siri e greci : accanto ad antiche anafore greche usa anafore redatte in siriano, insieme a lezioni bibliche prese dalla versione péśittá ne legge altre prese dalla versione eracleense; oltre gli inni siri usa quelli dell'octoechos di Severo di Antiochia, agli 'enjûnē siriaci mischia canoni greci tradotti; e insieme ai mêmré di autori siri fa leggere omelie di Padri greci. Lo sviluppo durò oltre il sec. IX e nuove anafore furono composte fino al sec. xv. La lingua araba, che fu adoperata poco prima del sec. x, prese poi un posto sempre più importante (cf. per i cattolici Synodus Sciarfensis... anni 1888, Roma 1896, p. 34 sg.); nel sec. xix fu ammessa in qualche regione anche la lingua turca; la scrittura rimase sempre quella siriaca. V. battesimo; inNOGRAFIA, MESSA; ORDINE E ORDINAZIONE; PENITENZA; UFFICIO DIVINO.
RifL.: E. Renaudot, Liturajarum orientalium collectio, II, Parigi 1726; H. Denzinger, Ritus Orientalium in administrandis Sacramentis, Wurzburg 1863; A. Baumstark, Das syriach-antiochenische Feriabereior, in Der Katholik, 81 (1902), pp. 4014x7, 238-50; 82 (1903), pp. 43-54; id., Festbrevior und Kirchenjahr der syrischen Jakobiten, Paderborn 1910; P. Hindo, Textes concernant les Sacrements (Codif. Can. Or., Fontes, $2^{2}$ serie, fasc. 271, Roma 1941), id., Liens et lembs sortis, ivi, $2^{2}$ serie, fasc. 28, Roma 1943; A. Roes, L'étude de la liturgie syrienne: son état actuel, in Misc. liturg... L. C. Mohlberg. I, Roma 1948, pp. 215-46 (con ampia bibl.).
Allonso Raes
VII. Letteratura. - La lingua siriaca, già in uso presso i cristiani della S. antica, dell'Osroene e della Mesopotamia, costituisce, insieme alla lingua del Talmud babilonese, l'aramico orientale. La letteratura siriaca, i cui primi scritti cominciano con il sec. III, fiori soprattutto dal sec. IV al sec. VII, epoca in cui cominciò ad essere sostituita da quella araba. Tre sono i rami della letteratura siriaca : autori ortodossi, dagli inizi fino al sec. v; da allora fino al secondo millennio si hanno parallelamente autori giacobiti (v.) e nestoriani (v. nestorio e nestorianesimo). Nel primo periodo si adopera la scrittura estrangélā, mentre i giacobiti aggiungono piccole vocali greche (scrittura sertā) e i nestoriani (scrittura "nestoriana") un sistema di vocalizzazione per mezzo di punti.
Ecco le principali caratteristiche della letteratura siriaca: 1) comprende quasi esclusivamente scritti ecclesiastici; 2) accettati i primi autori persiani, gli altri dipendono dai Greci come si vede dall'abbondanza delle versioni; 3) dimostra un profondo senso religioso e una predilezione per la poesia. Questa consiste in ciò che i versi hanno un certo numero di sillabe.
Sulle versioni siriache della S. Scrittura v. sotto. I Siri hanno conservato molti scritti greci il cui originale
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SERPENTE, nelle deligioni antiche. - Assai diffuso è il culto del s. nelle religioni antiche ed in quelle dei primitivi, dove esso talora rappresenta l'essere supremo che ha il potere creativo e distruttivo della natura (Africa, Australia), soprattutto in quanto può dare o negare la pioggia; altre volte invece si cela o si trasforma sotto spoglie anguiformi (p. es., Zeus Ctesios e Philios in Grecia; Iside ed Osiride in Egitto), o finisce del tutto in secondo piano divenendo un attributo del dio (p. es., Asclepio).
Innanzi tutto il s. nel mito ha valore cosmico, giacché la divinità creatrice, o plasmatrice, del mondo deve lottare al tempo delle origini contro un mostro anguiforme, sempre collegato con le acque, per realizzare il cosmo dal caos, il quale è custodito, ovvero perfino si identifica con quel s.: tale è il caso del sumero-babilonese 'Tiāmat, spaccato da Marduk (Eniima elit); del s. egiziano Apophis e di quello hittita Illujankai, ucciso dal dio della tempesta Innaraš; del vedico Vrtra (soprannominato Ahi - l'avvolgitore) vinto da Indra che poté liberar le acque da lui nascoste (Rguada I, 32); del s.s. del mondo delle popolazioni nordiche (Edda, Vidropa, 197 sgg .) simbolo dell'Oceano che circonda la Terra (Omero) ed insieme al mostro serpentiforme Tilone vinto da Zeus. Da questi miti si ricava una duplice caratteristica del s. quale custode del caos, ovvero, in una fase più arcaica, quale caos esso stesso; e da entrambi questi concetti derivano in queste religioni antiche gli altri aspetti religiosi del s.
Così, in primo luogo la sua eternità, o almeno immortalità (concetto largamente diffuso nell'etnologia, forse nato dall'osservazione della muta annuale della sua pelle), che egli non permette possa appartenere anche all'uomo: tale è il significato del mito sumero di Gilgameš, il quale, trovata dopo tante fatiche l'erba dell'immortalità, ne è derubato da un s. (Epopes di Gilgameš, tav. 13, 304). Inoltre, egli è il depositario del sapere profetico, per cui è adoperato quale strumento oracolare: a Deifi, nell'antichissimo oracolo di Gaia, custodito dal s. Python, ucciso poi da Apollo; nei numerosi oracoli medici di Asclepio, e analogamente a Roma con Esculapio(cf. Plinio, VIII, 153); a Lanuvio nel tempio di Giunone un s. serviva per conoscere la verginità delle fanciulle (Properzio, V, 8, 3); nell'Edda l'eroe Sigurdh comprende il linguaggio degli uccelli dopo avere mangiato il cuore del s. Fafnu (Fafnismal, 148 sgg .), ecc. Anche la scienza medica è sua caratteristica: in Grecia ed a Roma i già ri-

(da C3. Zervos, L'art de la Mésopotamie. Parigi 1665
Serpente - Vaso sumero con due s. intrecciati (contè del 111 millennio). Parigi, Louvre.

(da Studies presented to D. M. Robinson, Saint-Louis 1861, tav. 670) Serpente - S. guaritore sull'albero. Bassorilievo greco. Capetraglieto, Museo.
cordati oracoli medici di Esculapio dove il s. era il simbolo del dio medico (s Inesse serpenti remedia multa creduntur et ideo Aesculapio dicatur s); per Roma è da ricordare ancora Bona Dea, nel cui tempio si allevavano s., e la dea Salus con l'attributo del s.; in Egitto alcune malattie si curavano con la cenere dei s.
E da ricordare infine l'altro importante aspetto del s. quale genius loci : il s. infatti, in età arcaica custode del caos, conserva questa sua caratteristica di attaccamento ad un luogo per custodirlo e proteggerlo ("Angues apud gentiles iocorum erant pro geniis habiti semper»: Isidoro, Orig., 12, 4, 1); così lo si trova spessissimo a guardia di fonti, altari, oracoli e perfino di città (ad es., l'Acropoli di Atene era custodita dal s. di Atena); ma soprattutto, egli, collegato con il mondo infernale, è il custode delle tombe in generale e del focolare domestico in particolare, tanto da simbolizzare le anime dei defunti (Lari) e da essere perfino venerato ed allevato in ogni casa, oltre che tra genti primitive, anche nell'India, in Grecia, a Roma, tra gli Slavi ed i Balti.
Btsl.: una trattazione specifica sul s. nella storia delle religioni non esiste; per cui è necessario rinviare alle singole monografie sulle varie religioni. Per il mondo classico v.: E. Pottier, Dreas, in Duxemberg-E. Saglin, Dict. des antiquités, IV, pp. 403-14; Gossen-Steier e Hartmann, Schlange, in PaulyWissowa, II A, (1921), coll. 494-527; G. Lippold, Holend Schlange, in Studies presented to D. M. Robinson, Saint Louis 1931, pp. 648-54.
Cesare D'Onofrio
## SERPENTE DI BRONZO. - Nella marcia di
alcuni mesi che portò gl'Israeliti di Mosè all'Arnon, in vista delle "steppe di Moab", il popolo manifestò ancora una volta la sua stanchezza per la fatica del cammino nel deserto e l'insufficienza e monotonia dell'alimentazione con la manna. Furono lamenti "contro il Signore" oltre che contro Mosè. Allora Dio mandò loro la punizione dei "serpenti infuocati", il cui morso era mortale.
Non risulta di che specie di serpenti si tratti; forse il termine "infuocato", o "ardente", ebr. sdraph, allude a un'infiammazione o febbre che il morso provocava. Essendosi il popolo pentito, Dio per intercessione di Mosè indich il rimedio in un s. di b., che si doveva erigere su un palo: chi morsicato lo avesse guardato, sarebbe guarito; e così avvenne (Num. 21, 4-9). Il simbolismo non sembra difficile da cogliere : esso è scelto in armonia con l'ambiente. Appeso al palo, il serpente era come reso innocuo; la vista dell'immagine ricordava la pena meritata; l'atto di fiducia, che lo sguardo era desinato a provocare e significare, meritava da Dio la guarigione (Sap. 16, 6-8). L'oggetto si conservò : ma nella tradizione popolare israelitica gli andò unito un culto: lo si ritrova sotto il nome di Nohestan (Nébahún) tra gli oggetti idolatrizi che Ezechia fece distruggere (II Reg. 18, 4). Non è chiaro il significato del s. di b. trovato a Gezer (antico-
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Serpente di bronzo - Il castigo dei serpenti. Dipinto di P. P. Rubrns (sec. xvir) - Madrid, Galleria del Prado.
israelitico, ca. 1000 a. C.) e di altre figurazioni di serpenti, forse ex-voto.
Il s. di b. è interpretato in $I a .3,14 \mathrm{sg}$. come simbolo di Gesù, elevato sulla Croce, donde dà la vita a chi crede in lui.
Per il s. tentatore di Adamo ed Eva: v. adamo; eva.
BibL.: G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1932, p. 263 sg.; P. Heinisch, Das Buch Numeri, Bonn 1936, p. 82. Giovanni Rinaldi
SERPIERI, Alessandro. - Scienziato scolopio, n. a S. Giovanni di Marignano, presso Rimini, il 31 ott. 1825, m. nel Collegio della Badia Fiesolana, il 22 febbr. 1885.
Astronomo, fisico e sismologo, insegnò fisica sperimentale nell'Università di Urbino, assurgendo alla fama di maestro insigne nell'astronomia e metereologia, nella fisica e sismologia. Studiò particolarmente le stelle cadenti e la luce zodiacale. I forti terremoti d'Italia nel 1873 e 1875 trovarono in lui la mente adatta e preparata a trarne importanti conclusioni. Notevoli i suoi libri sulle nuove dottrine del potenziale elettrico, tradotti subito in più lingue. Il nome del S., uno dei più grandi fisici del secolo scorso, superò rapidamente la ristretta cer. chia della piccola Università. Quando gli Scolopi furono cacciati da Urbino, egli si ritirò nel Collegio della Badia Fiesolana.
BibL.: G. Giovannozzi, Della vita e delle opere del p. A. S., Firenze 1889; T. Vinas, Scriptores Scholarum Fiarum, I, Roma 1909, p. 42. Leodegario Picanyol
SERPOTTA, Giacomo. - Scultore, n. a Palermo il 10 marzo 1656, m. ivi il 27 febbr. 1732.
Suo lontano antenato fu un Guglielmo S. del xVI sec. seguito da una discendenza di artigiani, fino a Gaspare S., scultore e stuccatore, padre di Giacomo. Il S. cominciò a lavorare lo stucco nella bottega del fratello Giuseppe; è dubbio il viaggio a Roma, pur trovandosi nella sua arte riflessi e riferimenti all'arte romana dell'epoca.
Il più dell'opera sua si trova a Palermo; risalgono al 1679 le sei statue della chiesa del Giusino, provenienti dall'oratorio della Carità. Da tali opere scaturì quella per il
monumento equestre a Carlo II a Messina (1681), distrutto nel 1848 (bozzetto al Museo Sieri Pepoli di Trapani). Nel 1682 eseguì le statue dei SS. Pietro e Paolo nella chiesa di S. Maria del Carmine Maggiore, quindi nel 1685 iniziò una delle sue decorazioni più famose: gli stucchi dell'oratorio di S. Cita, completati in vari periodi. Nel 1690 modello la statua della Vergine del Collegio dei Gesuiti; nel 1691 gli stucchi per la cappella di S. Stefano in S. Sebastiano alla Marina e quella dell'Annunziata a S. Onofrio. Nel 1694 passò ad Agrigento ad eseguirvi i mirabili punti della chiesa di S. Spirito; più tardi ad Alcamo, dove lasciò quattro fra le più belle Allegorie, mentre è incerto che si sia recato in altri centri dell'Isola che vantano opere serpottiane senza sicura documentazione. Nel 1696 il S. intraprese la decorazione della chiesa di S. Orsola restaurata poi dal figlio Procopio, pur esso stuccatore, e preparò i modelli in cera per i misteri del Rosario del convento di S. Cita, scolpiti, in seguito, dal Vitagliano. Nel 1698 adornò la piccola cappella dell'ospedale dei sacerdoti e nel 1699 , contornando i dipinti del Caravaggio, pose mano agli stucchi dell'oratorio di S. Lorenzo che insieme a quelli dell'oratorio del Rosario di S. Domenico, di poco posteriori, sono fra le opere maggiori del maestro. Nel 1707 la
Principessa di Roccaflorita si lasciava ritrarre in un medaglione in stucco dal S. Nell'anno successivo il S. adornò la chiesa della Pietà e nel 1711 quella di S. Agostino. Poco tempo dopo venne eseguita la decorazione della chiesa di S. Tommaso dei Greci. Dal 1720 al ' 28 l'artista modellò le statue della chiesa di S. Agostino, dove sono evidenti reminiscenze berniniane, e finì l'oratorio di S. Francesco ai Candelari, sede della Confraternita dei Forensi, ultima sua opera.
Il S., scultore fra i maggiori del suo tempo, ebbe notevolissimo il senso della decorazione ambientale, modulando nelle sue vivaci rappresentazioni una serie infinita di motivi. Questi assumono unità anche per il magico giuoco delle ombre che dànno e ricevono valore dal prezioso candore della luminosa materia usata dall'artista.
BibL.: S. Bottari, Artisti siciliani, Messina 1931, pp. 47-66; F. Meli, Studi e conferenze per il $2^{\circ}$ centenario serpattiano, Palermo 1934; id., G. S. (con bibl.), ivi 1934; N. Basile, Serpottiana, ivi 1935; S. Bottari, Il baldacchino del duomo di Messina

(Ist. Anderson)
Serpotta. Giacomo - Decorazione a stucchi, con scene della Vita di s. Lorenzo e s. Francesco, statue simboliche e putti, nell'interno dell' oratorio di S. Lorenzo (1687-96) - Palermo.
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(per cortesia della sig ra Cessodina)
Serpotta, Giacono - Putt in stuc co. Oratorio del S. Rosario - Palermo.
e la collaborazione G. S., ivi 1933; G. De Logu, La scultura del 700, Firenze s. a.
Maria Pia Cosentino
SERRA, JunifERO. - Minore
francescano, al secolo Miguel, n. a Petra (Maiorca) il 24 nov. 1731, m. a Monterey (California) il 28 ag. 1784.
Il 14 sett. 1730 prese l'abito francescano. Si laureò in teologia a Palma, dove per qualche tempo insegnò filosofia e teologia nella Università di Maiorca. Il $1^{\circ}$ genn. 1750 giunse nella Città di Messico e nel Collegio di S. Fernando si preparò alle missioni tra gli Indiani. Dal 1750 al 1758 fu missionario fra gli Indiani di Sierra Gorda al nord di Querétaro. Tradusse il catechismo nella lingua degli indiani Pame. Richiamato a Messico, vi lavorò (1758-67) con frutto come missionario popolare. Quando nel 1767 i Gesuiti furono espulsi dai possedimenti spagnoli, i Francescani subentrarono nelle missioni della bassa California e S. chiese di andarvi. Nominato superiore sbarcò con 15 compagni a Loreto, centro della missione dei Gesuiti della bassa California. In quegli anni gli Spagnoli cominciarono a preoccuparsi del possesso dell'alta California, fin'allora completamente negletta. Con il corpo di spedizione, mandato nel 1769 per occupare definitivamente la terra, S. salpò con 4 francescani, ai quali se ne aggiunsero poi altri. Si trattava di guadagnare alla fede gli Indiani della regione i quali erano di infima cultura. Continuando il metodo seguito dai Francescani in Sierra Gorda, S. fondò una serie di missioni: S. Diego ( 16 luglio 1769), S. Carlos (3 giugno 1770), S. Antonio (14 luglio 1771), S. Gabriel (8 sett. 1771); S. Luis Obispo ( $1^{\circ}$ sett. 1772), S. Francisco de Asis (8 ott. 1776); San Juan Capistrano ( $1^{\circ}$ nov. 1776); S. Clara (1a genn. 1777); S. Buenaventura (31 marzo 1782); dalle sue missioni ebbero origine le principali città della California, come Los Angeles, S. Francisco, S. Diego, Monterey, S. Barbara e altre. S. fu il padre degli Indiani e per tal motivo la California lo celebra come eroe nazionale e la sua statua figura, come rappresentante dello Stato di California, nella Sala del Congresso di Washington ( $1^{\circ}$ marzo 1931). Il processo di beatificazione, costruito nella curia diocesana di Fresno, è già in studio presso la S. Congregazione dei Riti.
Bib.: F. Palou, Relación hist. de la vida y apostol. tareas del van. p. fray 3. S., ecc., Messico 1787 (opera fondamentale); id., Noticias de la Nueva California, ed. H. E. Bolton, 4 voll., Univ. Calif. Press 1926; C. E. Chapman, A hist. of Calif.: The Spanish Period, Nuova York 1928; Z. Engelhardt, The Missions and Missionaries of Calif., 4 voll., $2^{\circ}$ ed., S. Francisco 1930; Ch. Lummis, The spanish pioneers and the Calif. missions, Chicago 1930; Ch. Piette, Evocation de 3. S. fondateur de la Californie. Bruxelles-Washington 1946.
Nicola Kowalsky
SERRA, Luigi. - Pittore, n. a Bologna l'8 giugno 1846, m. ivi l'ri ag. 1888.
Nel 1868 andò a studiare a Firenze; quindi fu a Roma donde spedì a Bologna quadri di carattere storico. Nel 1871 vinceva un concorso per il sipario del "Teatro Gentile» di Fabriano. Nel 1875 era a Venezia, poi di nuovo a Roma ove dipinse nell'abside di S. Maria della Vittoria un grande affresco con l'Ingresso trionfale dei cattolici in Praga e alcuni quadri fra i quali S. Giovanni Nepomuceno per S. Giovanni in Laterano, S. Bonaventura
e 1. Francesco della Galleria d'Arte moderna, e i Coronari sulla gradinata di S. Carlo ai Catinari oggi a Firenze, nella locale Galleria d'arte moderna. Tornato a Bologna affrescò ( 1886 ) nella vòlta della sala del Consiglio provinciale Irnerio che glossa le antiche leggi, sua ultima opera.
Disegnatore acutissimo, incisivo, di una precisione quasi matematica, per cui ottiene effetti addirittura stereoscopici, il S. ebbe costante la nostalgia di un colore altrettanto vivo ed efficace. Ma per aver egli sempre concepito il colore quale elemento a sé, avulso dal disegno, i suoi quadri, sebbene chiari e viraci di tinte, talvolta quasi porcellanose, non hanno vitalità cromatica, ché un disegno quasi sempre chiaramente individuato con linee scure o violette limita i campi dei colori soffocandone ogni vibrazione.
Bib.: A. M. Comanducci, I pittori ital. dell'Ottocento, Milano 1934, pp. 637-74; P. Bucarelli, s. v. in Enc. Ital., XXXI, p. 435; id., La Galleria nazionale d'arte moderna, Roma 1931, p. 26 .
Emilio Lavagnino
SERRA, Renato. - Critico letterario, n. a Cesena il 5 dic. 1884, m. sul Podgora il 20 luglio 1915.
Fu nel 1908 insegnante nella scuola normale di Cesena e l'anno seguente direttore delle Biblioteche Malatestiana e Piana. Nella vita breve e umbratile, la professione delle lettere fu per il S. un affinamento ininterrotto di humanitas, una sorta di religione che egli aveva ereditata dagli studi classici e a cui era chiamato dalla propria vocazione. In un clima aristocratico e vigilatissimo svolse quella critica che ebbe tutta l'aria di essere un "divertimento personale in margine " e che si risolve invece in analisi acute e definitive specie nei saggi sul Pascoli, il d'Annunzio, il Panzini e in quello scorcio della letteratura (Lettere), che va dagli inizi del 'goo alla prima guerra mondiale. La Voce, al cui gruppo il S. appartenne, pubblicò nel 1914 il Ringraziamento per una ballata di P. Fort, che è l'esempio più chiaro della facoltà dello scrittore di innestare la propria sensibilità poetica al mestiere del critico. Pagine che, come le altre degli scritti e delle bellissime lettere, raccordano impressioni quasi visive e tattili del paesaggio e della natura circostante al suo umore e al suo giudizio. L'esame di coscienza di un letterato, pubbl. postumo nel 1916, denuncia lo scetticismo nei valori della guerra e il generoso "umanesimo" del S., mai inaridito nelle proprie sensazioni, sebbene chiuso in una inconsolabile solitudine.
Bisc.: odd.: Scritti a cura di G. De Robertis e A. Grili, 2 voll., Firenze 1938; Epistolario a cura di L. Ambrosini, G. De

(per cortesia del p. F. Antonelli)
SERRA, JunifERO - Ritretto. Copia dell'originale contemporaneo che si conservava nel Convento di S. Crus a Querétaro, oggi perduto - Missione di S. Barbara.
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Robertis, A. Grilli, ivi 1934 (nuova ed. ivi 1938). Studi : numero della Foce del 15 ott. 1915 dedicato a R. S., pp. 913-1032; C. Bo, Otto studi, Firenze 1939. pp. 81-104; P. Nardi, Neoncentismo, Milano 1926, pp. 173-212; P. Paneruzi, Scrittori italiani (dal Carducci al d'Annunzio), Bari 1943, p. 187-99; M. Petrocchi, L'uomo e la storia, Bologna 1944, v. indice; L. Russo, La critica lett. contemp., III, nuova ed., Bari 1947, pp. 5-37; autori vari, Scritti in onore di R. S., Milano 1948. Maria Luisa Rondini
SERRANO, Francesco, beato. - Missionario e martire domenicano spagnolo, n. a Hueneja (Guadix, Andalusia) il 4 dic. 1695, m. a Fuceu (Fokien, Cina) il 28 ott. 1748 .
Professo nel convento di S. Croce di Granada il 22 apr. 1714. Nel 1725 parti per le missioni dell'Oriente e il 1727 entrava in Cina. Ebbe residenza nella casa di S. Rosa di Loyen, di cui fu più volte vicario : e ripetutamente anche vicario provinciale della missione domenicana cinese. Per quasi 20 anni percorse con zelo apostolico il Fokien, finché nel giugno del 1746 venne arrestato con i confratelli mons. Pietro M. Sanz (m. il 26 maggio 1747), G. Alcober, G. Royo e Fr. Diaz. Durante la prigionia di Fuceu gli giunse la nomina (genn. 1748) a vescovo titolare di Tipasa e quella di coadiutore con diritto di successione nel vicariato apostolico di Fokien di mons. Sanz (di cui a Roma s'ignorava ancora il martirio), ma non poté essere consacrato. Venne strozzato nel carcere, insieme con i tre confratelli.
Tutti e quattro insieme con mons. Sanz furono beatificati da Leone XIII il 18 apr. 1893. Festa il 3 giugno.
BibL.: anon., Relazione del martirio de' padri f. Pietro martire Sanz, vescovo Mauricastrense, f. Francesco Serrano, eletto vescovo Tipasitano, f. Giovanni Alrober, f. Giovannihno Royo, e f. Francesco Diaz, Roma 1752; G. G. Cienfuegos, Reseña historica de la vida y martirio de los $V V$. Sires, Sanz y Serrano y pp. Alcoven, Royo, y Diaz.... Madrid 1893; P. Quirux, Reseña historica de algunos varones ilustres de la provincia de Andalucia de la Orden de Predicadores, Almagro 1913, pp. 40-50. Abele Redigonda
SERRANO y PINEDA, Luciano. - Benedettino e storico spagnolo, n. il 7 genn. 1879 a Castroceniza (Burgos), m. il 17 luglio 1944 a Burgos.
Benedettino nel sett. 1894, ordinato sacerdote nel dic. 1902 e incaricato dall'ab. Guépin di una accurata ispezione degli archivi ecclesiastici spagnoli per rinvenire antichi codici sul canto gregoriano, adempi con p. Cassano Rojo a tale compito e diede alle stampe gli scritti ¿Qué es canto gregoriano? (Barcellona 1905) e Música religiosa (ivi 1906). Quindi curò i tre primi volumi delle Fuentes para la historia de Castilla (1906-10). Nel 1911-15 studiò a Roma i rapporti tra la Spagna e la S. Sede al tempo di Filippo II, che pubblicò in 4 voll.: Correspondencia diplomática entre España y la S. Sede durante el pontificado de s. Pio V (Roma 1913-14) e, insieme con diversi altri lavori, redasse l'Indice del Archivo de la embajada cerca de la S. Sede (ivi 1915). Alla morte del Guépin divenne nel 1919 abate di Silos. La cura dell'abbazia non lo distolse tuttavia dai diletti studi e continuò ad occuparsi, indistintamente e con pari maestria, della edizione di fonti medievali e delle vicende spagnole nel sec. xvr. Negli ultimi decenni si interessò anche della storia dell'abbazia (El real monasterio de S. Domingo de Silos, Su historia y tesoro artistico, Burgos 1926) e di quella del vescovato di Burgos (El obispado de Burgos y Castilla primitiva desde el siglo V al XIII, 3 voll., ivi 1905). Ha pubblicato pure: Correspondencia diplomatica entre España y la S. Sede (Roma 1914). Nel 1940 divenne membro della Reale Accademia di storia di Madrid.
BibL.: Enc. Eur. Am., LV, pp. 596-97; ibid., Apéndice, IX, p. 1247; ibid., Suplem., 1942-44, p. 298. Silvio Furlani
SERRAO, Giovanni Andrea. - Vescovo di Potenza, calabrese n. a Castelmonado (ora Filadelfia, provincia di Catanzaro) nel 1731, m. a Potenza il 24 febbr. 1799, conosciuto come il maggiore rappresentante del giansenismo meridionale. Sino al 1759 visse a Roma dove ebbe maestri Foggini e Bottari (v.).
Frutto di questa educazione fu il De vita et scriptis Jani Vincentii Gravinae commentarius (1758) nel quale S.
trovò modo di ironizzare sui casisti e schierarsi in favore dell'agostinianismo e contro il probabilismo. Durante il soggiorno romano conobbe Scipione de' Ricci, Pietro Tamburini e tutti i giansenisti che frequentavano l'Archetto, con i quali si mantenne in relazione, specialmente con il vescovo di Pistoia. Nel 1759 rientrò a Napoli e divenne professore e poi segretario dell'Accademia napoletana. Scrisse in quel periodo: De Sacris Scripturis liber, qui est locorum moralium primus (Napoli 1763), dove sostiene la necessità della diffusione della Bibbia e l'obbligo della sua lettura in volgare per uso di tutti i fedeli; De claris catechistis ad Ferdinandum IV regem libri III (ivi, 1769), l'opera sua più celebre nella quale elogia i catechismi del Fleury e del Colbert, diffondendosi a descrivere le vicende di quello di Mesenguy e rivelando disprezzo verso la teologia scolastica e simpatia verso le idee riformiste dei giansenisti; l'Apologeticus (Napoli 1771). Al De claris catechistis, P. Mamuchi oppose un' opera Del diritto libero della Chiesa di acquistare e possedere beni temporali, nella quale rilevava dodici punti divergenti, e ciò nella sua qualità di Maestro del S. Palazzo. S. rispose con altrettante Riflessioni addotte a giustificare la sua ortodossia. Tale polemica s'accese in occasione della designazione del S. all'episcopato di Potenza (1782) da parte della corte di Napoli. Il Mamachi aggiunse contro altri ventiquattro articoli che rinnovavano e confermavano, allargandole, le precedenti denunce. Intervenne lo stesso Pio VI richiedendo prima per la nomina particolari interrogazioni al candidato, poi deputando una congregazione di cardinali per decidere la vertenza che, per la renitenza dei ministri del re di Napoli, minacciava di prendere forma pubblicitaria in favore del regalismo. Il S. si assoggettò al giudizio della S. Sede, seguendo la norma equivoca della sottomissione giansenistica, e poté così ottenere la nomina e l'investitura canonica. Oltre le lettere pastorali alla diocesi scrisse, cinque anni dopo il suo ingresso, un volume in difesa dei principi regalisti: La prammatica sanzione di s. Luigi re di Francia proposta ai riformatori dell'ecclesiastica disciplina (Napoli 1788) e un altro ai confratelli nell'episcopato per indurli a rendersi indipendenti da Roma anche nella consacrazione: Ragionamenti dell'autorità degli arcivescovi del Regno di Napoli di consacrare i vescovi (Napoli 1788). Conforme alla sua educazione e ai suoi principi morali disprezzò l'opera di s. Alfonso, sebbene più che giansenista il S. debba considerarsi un riformatore liberale e un regalista: del giansenismo rivivendo le idee quesnelliane e la polemica degli appellanti e del gallicanesimo difendendo le teorie e non disdegnando di passare poi dal regalismo al giacobinismo. Morì nel 1799, assassinato nel suo letto da sicari e straziato per le vie della città da una turba rivoluzionaria, vittima della reazione a quella monarchia che aveva scollato nelle sue presunzioni giuridiche.
BibL.: E. di Tipaldo, Biogr. degli ital. illustri, III, Venezia 1845, p. 286 sg.; B. Croce, Domini e cose della vecchia Italia, II, Bari 1927, p. 136 sgg. (con bibl.); A. C. Jomolo, Il giansen. in Italio avanti la Rivoluz., ivi 1928, pp. 383-85; G. Cigno, G. A. S. e il gians. nell'Iial. merid., Palermo 1938; G. Cacciatore, S. Alfonso de' Liguori e il giansen., Firenze 1942, pp. 205-207. Benvenuto Matteucci
SERRATA. - Sospensione di lavoro in fabbriche, opifici, industrie, deliberata dai proprietari per combattere scioperi od opporsi a modificazioni dei patti di lavoro. Come lo sciopero, di cui costituisce in certo senso la contropartita, la s. è sostanzialmente legata all'ordinamento economico-sociale che si suol dire capitalistico e trova la sua maggior applicazione nella seconda parte del sec. xix e nella prima del xx. Anche a suo riguardo il pubblico potere ha assunto atteggiamenti assai diversi : si va dalla proibizione e dalla condanna (come, ad es., negli artt. 414-16 del Codice penale napoleonico) alla permissione più o meno esplicita.
L'art. 40 della nuova Costituzione italiana non parla di tale diritto; dice semplicemente che "il diritto di sciopero si esercita nell'ambito delle leggi che lo regolano ".
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Tutti i tentativi fatti per porre sullo stesso piano sciopero e s. (emendamento Giannini ed emendamento Quinteri) furono respinti. Giuridicamente quindi il diritto di s. non può configurarsi allo stesso modo del diritto di sciopero; mentre questo è costituzionalmente garantito e una futura legge che lo proibisse sarebbe anticostituzionale, quello non lo è, cosi che potrebbe essere escluso dalla comune legislazione senza urtare contro la Costituzione.
Più complesso è l'ulteriore questione se la s. sia compossibile con il testo costituzionale. Si hanno al riguardo due correnti : alcuni, partendo dal fatto che lo sciopero e la s. costituiscono un'eccezione al principio che la difesa dev'essere riservata al pubblico potere e che le eccezioni non si possono presumere, ritengono che la s. sia incompossibile con la nostra Costituzione; per conseguenza una legge che l'autorizzasse sarebbe anticostituzionale; " anche se la legge sindacale non la vietasse esplicitamente, la s. dovrebbe considerarsi, secondo il diritto comune, inadempimento dell'obbligazione del datore, discendente dal contratto di lavoro" (F. Santoro-Passarelli, Verso la legge sindacale, in Iustitia, 2 [1949], p. 51). Altri invece fanno notare che il silenzio della Costituzione è... silenzio e null'altro; tutto è demandato quindi alla legislazione ordinaria.
Sul giudizio morale anche i cattolici non sono del tutto d'accordo. Sostanzialmente possiamo raccogliere le diverse opinioni in tre gruppi principali. Alcuni ritengono che la s. possa e debba esser posta sullo stesso piano dello sciopero, e quindi, nelle condizioni indicate per lo sciopero, possa dirsi legittima; anche il datore di lavoro infatti può trovarsi nella condizione del lavoratore, ossia a non aver altro via per difendere una causa giusta e ad avere nel tempo stesso fondata speranza di successo e una ragionevole proporzione fra i beni che spera di ottenere per sé e per i propri e i mali che teme di dover provocare per gli altri. Cosi pensano in genere i moralisti soprattutto antichi, Merkelbach, ad es. (Summa theol. mor., II, Parigi 1947, n. 553, p. 585). Altri invece ritengono che a questo riguardo esista una sostanziale differenza fra i datori di lavoro e i lavoratori. Mentre questi possono trovarsi in situazioni cosi gravi da potere o addirittura da dover ricorrere anche allo sciopero qual mezzo di lotta, quelli non potranno mai dire altrettanto; il lavoratore sciopera per motivi che sono ben più vicini alle esigenze fondamentali della vita di quelli per i quali il datore di lavoro serra. Per conseguenza sciopero e s. non possono esser posti sullo stesso piano. Mentre il primo può esser lecito, la seconda no. Cosi pensano alcuni moralisti e pensatori cristiani più direttamente impegnati nel campo sociale (ad es., alcuni redattori di Revue de l'action populaire e sindacalisti cristiani). Un terzo gruppo, numericamente assai ristretto, pensa che, se si verificano le condizioni che furono indicate per la moralità dello sciopero, anche la s. può esser lecita e doverosa; però ritiene che tali condizioni si verificano assai più difficilmente per la s. che non per lo sciopero. Cosi, ad es., L. Ruland, Ausspenrung, in Staatslexikon, I, pp. 494-96.
Quest'ultima posizione sembra la più saggia. Ad ogni modo, tutti sono d'accordo nel ritenere che, a parità di condizioni, la s. è lecita quanto lo sciopero; non tutti sono d'accordo nel ritenere che quella parità si verifichi o non si verifichi : i moralisti classici sembrano supporre senz'altro che quella parità si possa verificare con molta facilità e notevole frequenza; i sindacalisti suppongono senz'altro che tale parità non si verifichi mai; altri, forse più prudentemente, concedono ai sindacalisti contro i moralisti classici che esiste una profonda differenza fra la posizione del lavoratore e quella del datore di lavoro; negano loro che la differenza sia tale da precludere ogni possibilità che, almeno in qualche caso, si possa verificare per il datore di lavoro ciò che si verifica per il lavoratore.
Bibl.: per la s. in periodo fascista, v. G. De FrancisciGertano, Sciopero e s., in Diz. di politica, IV, p. 214; R. Mancini, Economia pubbl., industria e commercio (Delitti contro la), in Nuovo Dip. Ital., V, pp. 274-87; cf. inoltre i trattati recenti di morale nel De iustitia, i trattati di sociologia, e L. Garriguet, Grive des patrons, ou lach-out, in DThC, VI, coll. 1875-76;
A. De Marou, I rapporti econom. nella Costit. ital., in Civ. Catt., 1947, iv, pp. 203-213; L. Riva Sanseverino, Il lavoro nella nuova Costit. it., in Dir. del lavoro, 1-2 (1948). Giov. Battista Guzzetti
SERRY, Jacques-Hyaginthe. - Teologo e polemista domenicano, n. a Tolone nel 1658, m. a Padova il 12 marzo 1738.
Entrò nell'Ordine a Marsiglia (nel 1673 ca.), ov'era un suo zio domenicano. Tommaso S. Compì gli studi a Parigi e vi insegnò. Chiamato a Roma nel 1690 , fu teologo dei cardd. de Boullon e Altieri, e consultore del S. Uffizio. Il 23 marzo 1697 divenne dottore della Sorbona e nel sett. dello stesso anno passò alla cattedra di teologia all'Università di Padova, che tenne fino alla morte, rinunciando a quella di teologo casanatense ( 1700 -1702).
Scrittore fecondo e battagliero, noto specialmente per la Historia Congregationum de Auxiliis Divinae Gratiae (Lovaniò 1700; ed. definitiva Anversa 1709), pubblicata sotto lo pseudonimo di A. Le Blanc, e per le controversie che la precedettero e seguirono, per cui parvero risorgere le controversie di cent'anni prima. Benché gallicano moderato (era stato discepolo di N. Alexandre) ingiustamente contro il S. si avanzò l'accusa di calvinismo e si affermò che la sua Historia sia stata condannata. Altre opere: Exercitationes historicae, criticae, polemicae de Christo, einsque Matre (Venezia 1719); Praelectiones theologicaedogmaticae, polemicae-scholasticae... ( 5 voll., ivi 1742). Nel 1770 uscì pure a Venezia una ed. in 6 voll. d'Opera omnia.
Bibl.: G. B. Contarini, Notizie stor. circa i pubblici professori nella Studia di Padova, scelti dall'Ord. di S. Domenica, Venezia 1769, pp. 87-102; A. Guglielmotti, Catal. dei bibliotecari... del Coll. Casanatense, Roma 1860, p. 28; Hutter, IV, passim, special. coll. 1973-76; Quétli-Echard, III, pp. 617-33; M.-M. Gorce, s. v. in DThC, XIV, it. coll. 1957-63. Abele Redigonda
SERSE I (persiano Hašajärša; ebr. 'Ahašwērōš; greco $\Sigma \dot{\xi} \xi \tilde{\eta} \zeta$ ). - Re della dinastia degli Achemenidi (v.), figlio di Dario I e padre di Artaserse I. Regnò dal 485 al 465 a. C., quando fu ucciso da una congiura. Nella storia profana S. è rimasto famoso per la sua spedizione in Grecia per vendicare la sconfitta di Maratona. Ma con la sconfitta di Salamina (23 sett. 480) e di Plates ( 27 ag. 479) la potenza persiana, che subì una seconda disfatta navale a Micale, fu eliminata dalla Grecia. La guerra ufficialmente finì nel 449 con la pace di Cimone, che nel 470 aveva vinto ancora una volta la flotta di S.
Il profilo tracciato da Erudoto (IX, 198-10) delle imprese adulterine ed incestuose di S. combina perfettamente con quello del libro di Ester, nel quale il Re appare fra gli intrighi del suo harem. Tuttavia non è destituita di fondamento la teoria che, basandosi sulla costante denominazione dei Settanta, identifica l'Assuero del testo biblico con Artaserse II Mnemone, come già ritennero Eusebio e Girolamo (Chronicon, Olymp. 93: CB VII, 1, p. 117).
S. è menzionato anche in Esd. 4, 6. Angelo Penna
SERTILLANGES, Antonin-Gilbert. - Filosofo, teologo e oratore sacro domenicano, n. a ClermontFerrand il 17 nov. 1863, m. a Sallanches (HauteSavoie) il 26 luglio 1948.
Entrato fra i Domenicani nel 1883; promosso lettore in teologia ( 1890 ) ne iniziò l'insegnamento. Fu segretario di redazione della Revue thomiste, dal 1900 al 1922 insegnò filosofia morale all'Institut catholique e si distinse, fra gli oratori più celebri di Francia. Dal 1918 fu membro dell'Istituto; trascorse l'anno 1923 a Gerusalemme, insegnò (1924-28) morale sociale ed eloquenza ai suoi confratelli, rifugiati in Olanda, indi a quelli del Convento di Saulchoir. Nel 1940 rientrò nel convento di Parigi, dove attese alla predicazione e pubblicazione delle ultime opere, fino alla morte.
Oltre ai numerosi articoli nella Revue de la jeunesse, Revue des jeunes, e in molte altre riviste, sono da ricordare le principali opere: a) filosofiche: Agnosticisme et
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anthropomorphisme (Parigi 1908); St Thomas d'Aquin (2 voll., ivi 1910); La philos. morale de st Thomas (ivi 1916); Les grandes thèses de la philos. thomiste (ivi 1928); Le christianisme et les philosophies (2 voll., ivi 1939, 1941; trad. it. Brescia 1948); Lumières et périls du bergsonisme (ivi 1943); L'idée de création et ses retentissements en philos. (ivi 1945). b) teologiche: Les sources de la croyance en Dieu (ivi 1903); Catéchisme des incroyants (ivi 1930; trad. it. Torino 1937); Dieu ou rien (Parigi 1933; trad. it. Torino 1940); L'Église (2 voll., Parigi 1917); Le miracle de l'Église (ivi 1933); Qu'est-ce que le catholicisme? (ivi 1938); Dieu gouverne (ivi 1942). c) ascetico-morali: Jésus (Parigi 1903); La prière (ivi 1917); La vie intellectuelle (ivi 1921; trad. it. Roma 1923); La vie catholique (2 voll., Parigi 1921; trad. it. Brescia 1938); Notre vie (2 voll., Parigi 1926); Recueillement (ivi 1935; trad. it. Brescia 1944); Affinités (Parigi 1936; trad. it. Brescia 1944); Devoirs (Parigi 1936; trad. it. Brescia 1945); d) oratorie: La politique chrétienne (Parigi 1904); Socialisme et christianisme (ivi 1905); La famille et l'État dans l'éducation (ivi 1906); Féminisme et christianisme (ivi 1908; trad. it. Torino 1940); L'Amour chrétien (Parigi 1919; trad. it. Milano 1947); Le Sermon sur la Montagne (Parigi 1916); L'orateur chrétien (ivi 1930; trad. it. Torino 1928). e) estetiche: Un pèlerinage artistique à Florence (Parigi 1895; 1903; Liegi 1931); Art et apologétique (Parigi 1909); La Cathédrale: sa mission spirituelle, son esthétique, son décor, sa vie (Parigi 1922); Prière et musique (ivi 1936).
L'idea fondamentale del S. è che ogni scienza ed ogni attività dev'essere permeata dalla religione. Pur affermando che la Grazia trascende la natura, e la religione la filosofia, egli ritiene che «senza il cristianesimo non ci sarebbe alcuna accettabile filosofia: tutte quelle comparse dopo il Vangelo, per quanto utili se incorporate con quello, non avrebbero da sole giovato alla nostra civiltà " (Le Christianisme et les philosophies, I, proemio). Il Vangelo "come fatto iniziale è estraneo a ogni filosofia" (ibid., p. 8), tuttavia il dogma cristiano "se non enuncia una filosofia, la suppone, però ".
Oltre all'esposizione della filosofia di s. Tommaso, nelle sue tesi e problemi fondamentali, ampliata con apporti nuovi, il S. intese con le sue opere teologico-apologetiche far giungere il messaggio evangelico a tutte le intelligenze contemporanee. Egli ripensò pertanto, con originalità di contenuto e di forma, le soluzioni tradizionali alla luce delle conquiste contemporanee. Al di là dei determinismi verbali e concettuali, intese tradurre la Verità, arricchitasi, per noi, dal contributo dei secoli, "nel vocabolario ideologico e non soltanto verbale usato dai pensatori del nostro tempo». Questo tentativo di adattamento alle esigenze della mentalità moderna è sembrato talora ad alcuni teologi più rigidamente tradizionali non esente da qualche ombra di relativismo teologico. In realtà il S. aveva orientato la sua attività principalmente verso gli spiriti lontani dalla mentalità scolastica.
BibL.: Necrologio, in France Dominicaine, 1949, pp. 1-8; M. F. Moon, Le T. R. P. S. un maître de la vie spirituelle, in La vie spirituelle, 1949, pp. 607-23; M. Pradines, Notice sur la vie et les oeuvres du R. P. A. S., Parigi 1951. Reginaldo Omez
SERVASANTO da Faenza. - Teologo e predicatore francescano, n. ad Oriolo (Faenza) nella prima metà del sec. xiri, m. probabilmente a Firenze nel 1300 ca. Entrò nell'Ordine a Bologna, ove compì gli studi e fu ordinato sacerdote tra il 1244 ed il 1260. Predicò in varie regioni d'Italia, ma specialmente in Toscana e a Firenze.
Le sue opere principali sono: Summa o Liber de exemplis naturalibus, diviso in tre libri trattanti rispettivamente della fede, dei Sacramenti e delle virtù e vizi (inedito, ad eccezione del prologo e dell'indice dei capitoli); Summa de paenitentia (Lovanio 1485 con il titolo Antidatarium animae), considerata dall'autore stesso come un supplemento al precedente e destinato esclusivamente ai predicatori; Summa o Liber de virtutibus et vitilo (inedito, eccettuati alcuni estratti), composto probabilmente a Firenze (ca. il 1277-85) quale ampliamento, destinato
ai predicatori, del terzo libro della Summa de exemplis naturalibus; un Mariale o Liber de laudibus beatue Marine (inedito), ove seguendo il Mariale di s. Alberto Magno applica alla Vergine tutte le buone qualità della creazione e le figure del Vecchio Testamento. Gli si attribuiscono pure diversi cicli di prediche: Sermones de proprio Sanctorum (editi fra le opere di s. Bonaventura, III, Roma 1596, pp. 237-322); Sermones de communi Sanctorum (ibid., pp. 323-406); Sermones de festivita-
tilose B. M. V. (cf. ibid., $387^{\text {a }}$ e $391^{\text {b }}$ ). All'inizio del sec. xiv Bono Giamboni
fece una raccolta di questi sermoni e li tradusse in italiano con il titolo Della miseria dell'umana generazione (in Trattati morali, Firenze 1836). Le opere di S., ritenuto come il più grande moralista del sec. xiri, hanno particolare valore per il genere aneddotico.
BinL.: Sbaralea, III, pp. 98 sg.; B. Kruitwagon, De summa de paenitentia von S., in Neerlandia franciscana, 2 (1919), pp. 9666; id., Das Antidatarium animae von S., in Wiegendrucke und Handschriften, Festgabe K. Haebler, Lipsia 1919, pp. 80-106; M. Grabmann, Der - Liber de exemplis naturalibus - des Franziskanertheologen S., in Franziskanische Studien, 7 (1920), pp. 85117; L. Oliger, S. da F. ed il suo - Liber de virtutibus et vitilo -, in Miscellanea F. Ehrle, I, Roma 1924, pp. 148-89; A. Torraert, s. v. in DThC, XIV, coll. 1963-67 (con bibl.), Per l'influsso di S. sugli autori posteriori cf.: F. Enomento, Toy del Criatia, Barcellona 1902, p. 13 sg.; G. Bertoni, Il Duecento, Milano 1930, pp. 328-29, 335-36, 358-59; I. Squadrani, Tractatus de luce Iv. Bartholomaei de Bmonia, in Antonianum, 7 (1932), pp. 215 " passim.
Gaudenzio Melani
SERVAZIO, santo. - Vescovo di Tongres nel sec. iv, commemorato nel Martirologio geronimiano il 13 maggio.
Lodato da s. Gregorio di Tours come uomo di pietà tutto dedito alla preghiera ed alla penitenza, nel 346 era già vescovo di Tongres, poiché in quell'anno aderisce alle decisioni del Concilio di Sardica in favore di s. Atanasio. Nel 350 fu mandato legato a Costanzo da parte dell'imperatore Magnenaio ed in quell'occasione si incontrò con s. Atanasio ad Alessandria. Fortemente attaccato alla fede nicena, partecipò nel 359 al Concilio di Rimini, dove riusci con pochi altri a tener testa alla mene degli azioni spalleggiati dal prefetto Tauro; ingannato però da un subdolo trancllo di Ursacio e Valente, acconsentì infine a firmare la formola omoiana del Concilio. Ignota la data della sua morte, quella del 384 non avendo alcun fondamento. Nel sec. vi il suo corpo era venerato in una chiesa costruita in suo onore a Maastricht.
BinL.: Tillemont, VIII, pp. 382-86; Acta SS. Maii, III, Parigi 1866, pp. 208-30; Martyr. Hieronymianum, p. 213 sg.; Martyr. Romanum, p. 187; G. Kurth, Le pseudo-Aravatius, in Anal. Boll., 16 (1897), pp. 164-72; B. H. M. Vickke, Sint S., Maastricht 1935; E. de Moreau, Histoire de l'Église au Belgique, I, Bruxelles 1940, pp. 30-38; S. M. Lejeune, De legendarische standaum van Sint Servaas in de middeleeuwseke Kousi en literatur, Maastricht 1941; F. van Oldenburg, Ermhe Servaas van Maastricht, Bruges 1944; Fliche-Martin-Frutaz, III, nn. 151, 160.
SERVE. - Denominazione comune a molte Congregazioni religiose femminili, seguita da altri titoli determinanti.
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I. S. del poveri (Angers). - Fondate ad Angers nel 1874 dal p. Camillo Leduc, benedettino di Solesmes. Scopo : curare gratuitamente i poveri a domicilio, dirigere patronati per la gioventù femminile, dispensari, ecc. Decreto di lode nel 1887; approvazione temporanea delle Costituzioni nel 1912, definitiva nel 1928. Nel 1949 le religiose erano 304; casa madre ad Angers (cf. Arch. della S. Congreg. dei Religiosi, A. 27).
II. S. del Cuore di Gesú di Saint-Quentin (Metz). - Fondate a Strasburgo nel 1865 da Maria Oliva Ulrich, ma poi rifugiatesi, in seguito alla persecuzione prussiana (Kulturhampf), a St-Quentin. Scopo: riparazione eucaristica associata ad attività caritative : assistenza agli infermi, direzione di orfanotrofi femminili, pensionati per signorine. Decreto di lode nel 1903; approvazione temporanea delle Costituzioni nel 1910, definitiva nel 1931. Attualmente hanno 7 case con 166 suore (cf. Arch. della S. Congr. dei Religiosi, S. 10; M. Heimbucher, Die Orden u. Kongreg. der hath. Kirche, II, $3^{\text {h }}$ ed. Paderborn 1934, p. 430 ).
III. S. della Beata Vergine Maria Annunziata (Sabaria). - Già Figlie della misericordia di S. Vincenzo de' Paoli, stabilitesi nel 1915 a Sabaria (Ungheria) ed erette nel 1924 in congregazione autonoma dal vescovo Giov. Mises. Scopo : cura degli infermi negli ospedali e direzione dei servizi domestici negli istituti ecclesiastici. Decreto di lode e approvazione temporanea delle Costituzioni nel 1924, definitiva nel 1942. Nel 1941 vi erano 19 case con 202 suore (cf. Arch. della S. Congr. dei Religiosi, S. 62).
IV. S. dell'Immacolata Concezione della Madre di Dio (Tarnovia). - Fondate nel 1850 a Podzzecza (diocesi di Gnesen. Polonia), da Edmondo Bojanowski e trasferite nel 1882, per la persecuzione prussiana, a Debica (Tarnovia). Scopo: assistenza dei malati; cura dei bambini, e servizio nelle sacrestie e nelle chiese. Decreto di lode e approvazione temporanea delle Costituzioni nel 1929, definitiva nel 1937. Nel 1949 erano 314 suore in 82 case (cf. Arch. della S. Congr. dei Religiosi, T. 40; M. Heimbucher, op. cit., II, pp. 537-38).
V. S. della Santa Infanzia di Gesú (Würzburg). Fondate nel 1895 a Oberzell (diocesi di Würzburg) da Antonia Werr. Scopo : rieducazione di ragazze cadute o pericolanti e altre opere caritative. Decreto di lode e approvazione temporanea delle Costituzioni nel 1936, definitiva nel 1948. Attualmente si contano 139 case con 1096 suore (cf. Arch. della S. Congreg. dei Religiosi, V. 104; F. Schuck, Kloster Oberzell : Gründung u. Entwicklung der Kongreg. der Dienerinnen der hl. Kindheit Jesu, Würzburg 1932).
VI. S. dello Spirito Santo (Steyl). - Fondate nel 1889 a Steyl (diocesi di Ruremonda, Olanda) dal p. Arnaldo Janssen unitamente con le madri Maria Stollenwerk e Josepha Stenmanns. Scopo : aiutare la propagazione della fede nelle missioni, particolarmente in quelle tenute dai Missionari del Verbo Divino e poi anche nei territori, dove la fede corre maggiori pericoli. Decreto di lode e approvazione temporanea delle Costituzioni nel 1925, definitiva nel 1938; revisione nel 1950. Attualmente le suore sono ca. 4000 (cf. anon., Uno sguardo nella Congregazione missionaria della S. dello Spirito Santo, Mödling 1950).
VII. S. dello Spirito Santo dell'adorazione perpetua (Ruremonda). - Fondate nel 1889 a Steyl (diocesi di Ruremonda) dal p. Arnaldo Janssen. Scopo: dedite alla vita contemplativa, cooperano con una vita di immolazione e con l'adorazione perpetua, all'apostolato dei missionari, particolarmente delle due Congregazioni missionarie fondate dallo stesso p. Janssen. Decreto di lode e approvazione temporanea delle Costituzioni nel 1933. Nel 1950 le suore erano 266 in 9 case (cf. Arch. della Congr. dei Religiosi, R. 79; A. Freitag, Tabernakelcacht und Weltmission, Steyl 1921; M. Heimbucher, op. cit., II, p. 409).
VIII. S. dello Spirito Santo di Maria Immacolata (S. Antonio, Texas). - Fondate a S. Antonio del Texas nel 1883 da Margaret Mary Hely vedova Murphy. Scopo: educazione cristiana della gioventù con particolare riguardo alle classi più povere e ai negri; opere cari-
tative, come la cura degli infermi negli ospedali e a domocilio. Decreto di lode e approvazione temporanea delle Costituzioni