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anto ci si espone con maggior sicurezza alla morte (imposta come pena) e si procurano gravi noie ai propri famigliari, a cui possono venir sottratti anche i sussidi militari, forse indispensabili al loro sostentamento. I disertori però non devono essere costretti per obbligo di coscienza al ritorno, date le gravi pene che ordinariamente incorrono. In tempi di pace la diserzione non è troppo facilmente da imputarsi come peccato grave, non venendo alla società nessun grave danno, nelle circostanze ordinarie, da singole diserzioni. Il danno grave
potrebbe facilmente esserci se le diserzioni si effettuassero in blocco, per motivi ideologici, contrari al retto ordine sociale. 2) Coloro che vengono illegalmente costretti al s. m. (i figli necessari al sostentamento famigliare, i chierici ecc.), sottraendovisi, non peccano, se i mezzi adoperati sono leciti; se i mezzi sono illeciti, peccano per l'illicnità dei mezzi, ma non contro la giustizia; se disertano, dopo aver emesso giuramento di fedeltà, peccano soltanto contro il giuramento violato. 3) Quelli che corrompono i medici o pubblici ufficiali, per essere esonerati dal s. m., non sono tenuti alla restituzione. Secondo l'opinione più comune, i medici e gli ufficiali addetti alle visite di controllo sono tenuti ad eseguire facilmente il loro ufficio per giustizia commutativa; quindi nel caso di ingiusta esenzione concessa sono tenuti alla restituzione, che in pratica però non può imporsi, data la probabilità dell'opinione opposta di un obbligo solo di giustizia legale.

BibL.: sulla polemica sollevata da Tertulliano, cf. A. Harnach, Militia Christi, Tubinga 1905: E. Vacandard, Etudes de critique et d'hist. relie., $2^{\circ}$ socie, Parigi 1910, pp. 127-68; I. Secretan, Le christianisme des premiers siècles et le service militaire, in Revue des sciences phil. et thid., 8 (1914), pp. 345-66; A. Bayer, Pacifume et christianisme aux premiers siecles, Parisi 1924; P. Franco de' Cavalieri, Note aspiracafiche, fasc. 8 (Studi e testi, 63), Città del Vaticano 1933, pp. 359-86; L. Miller, Military Service in the Infans Church, in The Jurist, 1 (1941), pp. 255-64. Per quanto riguarda l'imporrazione del problema odierno, cf.: R. de Solaçes, La théologie de la guerre juste, Parigi 1906; R. Brouillard, Causerie de la morale: Le service militaire, in Etudes, 203 (1930), pp. 443-56; J. M. Lagrange, L'Evangile et la guerre, in La vie intellectuelle, 9 (1930), pp. 350-67; J. Leclercq, Guerre et service militaire devant la morale catholique, Bruxelles 1934; F. J. Connell, Morale in politics and professions, Westminster (Mart), 1948, pp. 37-49. Cf. inoltre i vari manuali di teologia morale, nel trattato De intitita. V. altra bibl. sono CCIERA, OMEZIONE di coscienza.

Pietro Palazzini
SERVO DI JAHWEH (ebr. 'Ebhedh Jahweh). Personaggio descritto in quattro carmi di Isaia: I) $42,1-7(9)$; II) $49,1-7(9)$; III) $50,4-9$; IV) 52,13 23, 12. E chiamato "servo" da Jahweh; è il suo diletto cui affida, fin dal seno materno, la missione di promulgare la giustizia (legge) alle genti, di illuminarle e salvarle, di ricondurre il «Residuo d'Israele» e di consolare gli affitti; è mite con i deboli. Istruito da Jahweh come un discepolo, gli è obbediente nell'insegnare e nel sopportare percosse ed umiliazioni inaudite per adempire la sua missione. Jahweh rivela lo stupore delle genti di fronte all'enormità della sua passione ed alla grandiosità della sua conseguente esaltazione (cf. J. 50, 5-6; 52, 14; 53, 1-22). Il profeta descrive la vita stentata, le deformità che il corpo del S. di J. subisce per espiare i peccati del popolo perverso che lo condannò e soppresse violentemente, nonostante la sua innocenza e mansuetudine, e lo seppelli con gli empi e con il ricco. Jahweh gli concede posterità immensa ed accetta la sua espiazione ed intercessione per i peccatori.

La tradizione attribuisce i carmi ad Isaia profeta; non pochi critici al deutero - Isaia. Si discute se i carmi del S. d. J. fossero in origine un poemetto distinto e quale ne fosse la successione, l'estensione, la forma drammatica. Innumerevoli sono le ipotesi per l'identificazione del S. di J. Così classifica C. R. North le varie identificazioni del S. di J. da parte di quanti non seguono l'interpretazione messianica: a) l'Israele storico, l'Israele ideale, i pii israeliti, l'ordine dei profeti. b) Un personaggio storico; furono proposti Isaia, Ozia, Ezechia, Iosia. Geremia, Ezechiele, Giobbe, Mosè, Ioschin, Ciro, Sassabasar, Zorobobel, Melullam (Is. 42. 19), Neemia, Eleazaro, un ignoto dot. tore della legge, un ignoto contemporaneo dell'autore. c) L'autore dei carmi, che o avrebbe predetto la sua morte o non avrebbe composto il IV carme. d) Una raffigurazione mitologica sulla falsariga dei miti di TammuzAdone o una derivazione dal rito babilonese della umiliazione del re nella festa del capodanno. e) Una figura ideale ed astratta; autori recenti l'avvicinano ai miti di Râs Samrah (Nyberg, Engnell), od al Maestro di giustizia dei

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(4a A. Silvagni, Monumenta epigraphica christ., 1. Roma, Citta del Vaticano 1913, (ar. 17, 1)
Servus Servobus Dei - Superscriptio con il s. s. D. del Praecoptum di s. Gregorio Magno al suddiacono Felice, rettore del patrimonio dell'Appia, con cui assegna la massa ad "Aguso Salvias " alla basilica di S. Paolo ( 23 genn. 604) - Roma, Galleria lapidaria del monastero di S. Paolo fuori le mura.
documenti del Mar Morto (Dupont-Sommer), o lo ritengono un'allegoria come quella del figliol prodigo.

Altri interpretano il S. di J. secondo il contesto della $2^{2}$ parte di Is., altri lo staccano, altri dànno una certa fluidità al significato del S. di J. Qualcuno distingue due servi: Israele in 41, 29-42, 4 e 41, 1-4, 9 e 49, 1-7, poi il Messia in 22, 13-53 (Kissane); oppure Ioachin per i primi tre carmi e Sedecia come figura del Messia nel quarto (Coppens). Per altri il S. di J. è polivalente, cioè indica Israele come servo che si sviluppa nell'idea di un servo individuale per eccellenza senza abbandonare l'idea di un Israele ancora servo (H. H. Rowley) oppure è una personificazione ideale del Messia con i tratti del profeta di Deut. 18, 15, del dottore e del salvatore provenienti da Is. 9 e 11, da Geremia ed Ezechiele.

L'interpretazione messianica è ancora la più solida. Ha in favore la tradizione ebraica (Settanta, Targum, Talmud), la testimonianza esplicita degli scrittori sacri del Nuovo Testamento e la tradizione cristiana indiscussa fino, almeno, al tempo di Grozio (cf. J. Knabenbauer, Comment. in Is. prophet., p. 347 sgg.). Per gli scrittori del Nuovo Testamento basta confrontare Mt. 12, 18-21 con Is. 42, 1-4; Rom. 13, 21 con Is. 52, 15; Io. 12, 38 con Is. 52, 1; Mt. 8, 17 con Is. 53, 4; Act. 8, 32-35 con Is. 53, 7-8; Lc. 22, 37 con Is. 53, 12. Nei quali si rileva adempito in Cristo quanto è detto del S. di J. (cf. anche $L c .2,32$ Is. 42, 6; Mt. 11, 5 - Is. 42, 7; Apoc. 19, 13-15 - Is. 49, 2; Mt. 26, 67 - Is. 50, 6). Gesù applica a sé Is. 53, 12 (Mc. 15, 28; Lc. 22, 37). Nessuno può dubitare che la figura e la missione del S. di J. convengano in pieno solo a Cristo, anai che gli convengano cosi chiaramente da far proclamare Isaia evangelista della passione. Le obiezioni (il S. di J. deve ricondurre Israele dall'esilio in patria [49, 5]; perciò sarebbe vissuto durante l'esilio; la sua passione è proiettata nel passato, la glorificazione nel futuro; il Messia paziente è concetto ignoto nel Vecchio Testamento; la voce "servo" è usata più volte per Israele) si risolvono con una certa facilità. Nessuna delle altre ipotesi regge al vaglio rigoroso della critica.

BibL.: tra gli innumerevoli studi relativi al S. di J., oltre i commenti di Isaia e i trattati sulle profecie messianiche, i più utili oggi sono: a) cattolici; J. Fischer, Isaias 40-55 und die Perikopen vom Gottesbnecht. Monaco 1916; id., Wer ist der Ebed in den Perikopen Is. 41, 1-7; 49, 1-90; 50, 4-9; 51, 13-33, 12, 101922; id., Das Buch Isaias übersetzt und erblärt, II, Bonn

1939; A. Vaccari, I carmi del S. di 7., in Miscellanea Biblica, II, Roma 1954, pp. 216-44; J. S. van Der Ploeg, Les chants du Serv. de 7., Parigi 1936; H. Kruse, Carmina Servi 7., in Verbum Domini, 29 (1951), pp. 93-205, 286-95, 334-40; id., De carminibus S. 7. nova quadum interpretatione, ibid., 30 (1952), pp. 341-47 (c quella di J. Lindblom, The Servant Song in Deutero Tainih, Lund 1951) con nota di P. Nober, p. 347 sgg.; R. J. Tournay, Les chants du Serviteur, in Revue biblique, 29 (1952), pp. 355-84, 481-512; 6) acattolici: Chr. R. North, The suffering Servant in Deutero-Isaiah, Oxford 1948; N. H. Snieth, The Servant of the Lord in Deutero-Isaiah, in Studies in Old Test. Prophecy, ed. H. H. Rowley, Edimburgo 1950, pp. 187-200; C. Lindhagen, The Servant motif in the Old. Test., Uppsala 1950; H. H. Rowley, The servant of the Lord, Londra 1952, pp. 1-88. Bonaventura Moriani

SERVUS SERVORUM DEI ( $\delta 0 \tilde{0} \lambda 0 \varsigma$ тӧv $\delta 0 \tilde{0} \lambda 0 v$ тоӧ Өcoū). - Formola adoperata in modo costante dalla Cancelleria pontificia nella "superscriptio" o "intitulatio" dei documenti emanati dal Papa dal sec. 12 a tutt'oggi.

L'uso della formula di devozione o di umiltà Servus Dei o Jesu, Jesu Christi, 800200, 80060 Xpıoтoū, 'I 2000 Xpıoтoū nell's intitulatio " delle lettere risale agli Apostoli: Paolo (Rom. 1, 1; Tit. 1, 1), Pietro (II Pt. 1, 1), Giacomo (1, 1) e Giuda (1,1) l'adoperarono e il loro esempio fu poi seguito da altri, come, per ricordare solo alcuni es., dai cristiani di Vienne e Lione, "Boüos Xpıoтoū " nella loro lettera ai fratelli d'Asia e di Frigia (Eusebio, Hist. recl., V, 1, 3); da s. Agostino "servus Christi servorumque Christi" (De peccatorum meritis et remissione, III, 1; Ep. 130: PL 44, 185; ibid., 33, 494); da s. Cesario d'Arles " episcopus minimus servorum Dei famulus" (Ep. II alla badesse Cesaria: PL 67, 1128; ed. G. Morin, II, Maredsous 1942, p. 134); da Lorenzo di Canterbury e dai suoi colleghi Mellito e Giusto "servi s. D. " (Beda, Hist. recl., II, 4); da Giovanni l'Elemosiniere (m. nel 619) " 800200 тӧv 8oüıav тoū 205000 ìpüv 'I 2000 Xpıoтoū (Vita, 3 : ed. H. Gelzer, Friburgo in Br.-Lipsia 1893, p. 9; PG 93, 1619); da Mauro di Cesena nel 649 che si firma "Maurus s. s. D. episcopus" (Mansi, X, 883), ecc. Inoltre Damaso nella iscrizione in onore di s. Saturnino si sottoscrive "Damasus episcopus servus Dei" (A. Ferrua, Epigrammata Damasiama, Città del Vaticano 1942, p. 189) e papa Ilaro si dice "Famulus Christi" nell'iscrizione dedicatorio dell'oratorio di S. Giovanni l'Evangelista nel Battistero Lateranense (v. ripr. alla v. ilano). Non è qui il caso

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di elencare i monumenti epigrafici riguardanti vescovi con il "Servus Dei " o "Christi" (cf. E. Diehl, Inscriptiones latimne christianae veteres, I, Berlino 1924, nn. 995, 1797, 1851, 1855) o semplici fedeli, "famulus" o "servus Dei" o "Christi" (cf. ibid., nn. 1419-58; F. Grossi-Gondi, Trattato di epigrafia cristiana latina e greca, Roma 1920, pp. 139-61), "servus sanctorum" (H. Delehaye, op. cit. in bibl., p. 378), perché troppo numerosi. Papa Giovanni VII si chiama "Servus Sanctae Mariae" (v. illustri); Gregorio II " Apostolorum principum servus" (cf. illustr. in Enc. Catt., VI, coll. 1125 sg.). L'espressione "ili. ecclesiae servus" ebbe lunga durata (cf., ad es., la lettera di Ugo arcivescovo di Lione, del rog9. nel Manasticon Cisterciense, ed. H. Séjalon, Solesmes 1892, p. 56 ; le lettere 340 e 466 di s. Anselmo d'Aosta; nella lettera 472 lo stesso adopera "minister"; ed. F. Schmitt, S. Anselmi Cantuariensis Opera Omnia, V. Edimburgo 1951, pp. 278, 415, 420).
S. Gregorio Magno, che già si era chiamato s. s. D., ancora diacono, nella donazione al monastero di S. Andrea del 28 dic. 587 (appendice al Registrum, ed. cit. sotto, III, p. 437), fu il primo Papa a fare largo uso del s. s. D. nelle "superscriptiones" delle sue lettere e dei suoi "praecepta" (cf. Paolo Diacono, Vita s. Gregorii, II, I: PL 75, 87 : alcune lettere che hanno conservato il formolario protocollare nel Registrum, I, $14^{3}, 39^{3} ;$ IV, $17^{3} ; \mathrm{V}, 53^{3} ; \mathrm{VI}, 50^{3} ; \mathrm{XII}, 16^{3}$; ed. P. Hewald-L. M. Hartmann, in MGH, Epistulae, I, pp. 14, 53, 251, 353, 425; II, p. 363 ; e il "praeceptum" del 25 genn. 604 per la basilica di S. Paolo inciso su lastra di marmo). Gregorio fu poi imitato in modo sempre più frequente dai suoi successori dei secc. viI e viII, come si rileva dai documenti pervenutici (cf. C. Silva Tarouca, Nuovi studi sulle antiche lettere dei papi, Roma 1932) e dall'elenco delle "superscriptiones" poste all'inizio del Liber diurnus e nella formola 86 (ed. Th. E. v. Sickel, Vienna 1899, pp. 1-3, 111). A mano a mano che il s. s. D. si avvia a diventare titolo esclusivo del papa, cessa di essere adoperato da altri dignitari ecclesiastici; però gli arcivescovi di Ravenna continuarono ad adoperarlo fino agli inizi del sec. xiri (cf., ad es., il documento emanato dall'arciv. Ubaldo il 12 ott. 1213 , perg. n. 4694 dell'Archivio arcivescovile) assieme al pomposo titolo: "Dominus sanctus ac meritis beatissimus atque Apostolicus Pater Patrum" (stesso Archivio, pergamene dei secc. x-xit).

Non è improbabile che la polemica per il titolo di "vescovo o patriarca ecumenico", fattasi vivissima
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(da A. Silvagni, Mon. cpig. christ., I. Roma, Città del Vaticano
Servus Servorum Dei - Ilutco con l'accrizione: Iohannes Servus Sanctae Mariae" (Giovanni VII, 705-707) - Roma, S. Maria Antiqua.
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Servus servorum Dei - Documento dell'arciv. Ubaldo di Ravenna (12 ott. 1213) con la superscriptio: "Hubaldus s. s. D. divina gratia sancte Ravennatennis Ecclesie archiepiscopus" - Ravenna, Archivio arciv., pergamena n. 4694.
sotto i pontificati di Pelagio II e di s. Gregorio Magno contro i patriarchi di Costantinopoli, che si fregiavano di tale appellativo almeno dal tempo di Acacio (489-519), abbia influito sulla scelta del s. s. D. da parte di s. Gregorio. Nella polemica contro Giovanni il digiunatore, s. Gregorio, pur conscio della sua autorità, spinse tant'oltre la sua umiltà da rifiutare per sé il titolo di "papa universalis" (Registrum, VIII, 28, ed. cit., II, p. 30).

Bias.: K. Schmitz, Ursprung u. Gesch. der Deceitionsfue. meln bis zu ihrer Aufnahme in die fröbhisch. Königsurhunden, Stoccarda 1913, p. 38 sgg.; H. Delehaye, S. s. D., in Strena Bulicianu, Zagabria 1924, pp. 371-78; A. de Boüard, Manuel de diplomatique franc. et pontif., I, Parigi 1929, p. 264; L. Levillain, S. s. D., in Moyen dge, 40 (1930), pp. 5-7; H. Leclercq, s. v. in DACL, XV, coll. 1360-63; C. Patti, Diplomatica, nuova ed. di G. C. Bascapé, Firenze 1942, p. 140. Per la polemica circa il titolo "ecumenico", cf. S. Vallhé, Le titre de patriarche secum. avant et Grégoire le Grand, in Echos d'Orient, II (1908), pp. 65-69; id., St Grégoire le Grand et le titre de patriarche secum., ibid., pp. 161-71; P. Batiffal, St Grégoire le Grand, 3* ed., Parigi 1928, pp. 204-14; E. Caspar, Gesch. des Papsttums, II, Tubinga 1933, pp. 455-65; Fliebe-Martin-Frutaz, V, pp. 70-75.
A. Pietro Frutaz

SESAC (ebr. Štiag, Settanta Zouoxxija). - Faraone d'Egitto (Sešonq I), fondatore della XXII dinastia (934-913 a. C.), di cui portò la capitale a Bubasti nel Delta, anziché a Tanis.

Stabili a Tebe come gran sacerdote un nipote, e ivi costrui, davanti alla sala ipostila del tempio di Ammone di Karnak, un gran cortile a portici, con un largo ornato di bassorilievi e un'accrizione in cui ricorda le sue imprese di guerra, ed enumera, fra l'altro, 100 città del Regno di Giuda e 50 del Regno di Israele da lui conquistate. Vi è qui una allusione alla sua campagna contro Roboam re di Giuda, nel $5^{\circ}$ anno di regno di questo sovrano, ricordata in I Reg. 14, 23-26 e II Par. 12, 2-9.

Avendo Salomone perseguitato Ieroboam, questi si rifugiò presso S. e vi rimase fino alla morte di Salomone (I Reg. 11, 40), sicché si fece l'ipotesi che Ieroboam stesso fosse l'istigatore di S. ad invadere la Palestina; ma il Faraone, dopo aver invaso il Regno di Giuda, saccheggiò anche notevole parte del Regno di Israele, sul quale nel frattempo era salito come primo re dissidente Ieroboam stesso. Nulla vieta di credere che S., nell'intento di eseguire rappresaglie contro quelli che erano stati amici della XXI dinastia precedente (Salomone era imparentato con il re della XXI dinastia rovesciata da S.), avesse incoraggiato i torbidi sorti alla morte di Salomone, che condussero alla divisione della Palestina in due regni, fra loro ostili, e poi avesse voluto, per accrescere il suo prestigio e per fare largo bottino, assalire Roboamo successore di Salomone. L'incursione di S. in Palestina accompagnato, come dice II Par. 12, 3, da 1200 carri da guerra e da 60.000 cavalieri, oltre che da una turba di Lidi, di Sukhijjlm (Volg. = Troglodytus e di Etiop), lo condusse al saccheggio di Gerusalemme, donde asportò i tesori del Tempio e della reggia, e in particolare gli scudi d'oro fatti fare da Salomone per la $\cdot$ casa della foresta del Libano s.

Bias.: V. M. Müller, Eine neue Inschrift zu den asiat. Zügen des Pharao Schischoq, in Or. Lit. Zeitung, 4 (1901), col. 280 sgg.;

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(da E. Bertaux, L'art dans l'Italie meridionale, V, Parigi 186).
(da E. Bertaux, L'art dans l'Italie meridionale, V, Parigi 186).
Sessa Aurunca, diocesi di - Pergamo e candelabro pasquale, opera di Maestro Pellegrino (1* metà del sec. xili) - Sessa Aurunca, Duomo.
J. H. Breasted, Ancient records of Egypt, IV, Chicago 1947, p. 348 sgg.; G. Ricciotti, Stor. d'Itraele, I, $4^{2}$ ed., Torino 1947, pp. 43, 83, 95, 177, 376-77; P. Gilbert, Esquisse d'une hist. de l'Egypte ancienne et de sa culture, Bruxelles 1949, p. 78.

Aristide Calderini
SESSA AURUNCA, diOCESI di. - Città e diocesi in provincia di Caserta. Ha una superficie di 358 kmq . con una popolazione di 60.000 ab . tutti cattolici, distribuiti in 42 parrocchie servite da 60 sacerdoti diocesani e 6 regolari; ha un seminario, 2 comunità religiose maschili e 7 femminili (Ann. Pont. 1952, p. 375). E suffraganea di Capua.

Oscure sono le origini del cristianesimo in S. A. Tra i suoi vescovi, escluso Sinisius o Sinecius ricordato negli Acta SS. Septembris, I (Anversa 1746), p. 125, si hanno i ss. Castrense e Rosio (Roscio o Rossio), ricordati in una Vita s. Castrensis (BHL, 1644-45) intessuta di particolari inverosimili desunti da altra fonte. Del primo si ricorda una traslazione sotto Guglielmo II (1166-89); dell'altro restano un documento della chiesa di Calvi e una bolla del vescovo capuano Atenolfo del 1032 (Ughelli, X, p. 238, n. 12; VI, pp. 535-36).

Verso la fine del sec. v e i primi del vi appare il primo presule noto, Fortunato, presente ai Concili di papa Simmaco. Seguono Giacomo, monaco cassinese (da taluni assegnato dopo il sec. viII, da altri al xit) e Giovanni che intervenne al Concilio romano di Gregorio V nel 998. Durante tutto il medioevo S. fu sempre dominio papale, finché Clemente IV la cedette a Carlo I d'Angiò. Da allora la città, seguendo le vicende di Napoli, passò da Giovanni I al conte di Squillace e poi ai Piccolomini, ai Consalvo di Cordova e ai Marzano. La serie dei vescovi dopo il Mille è pressoché completa. Si ricordano Benedetto (1032) che ebbe confermati i privilegi dell'arcivescovo Atenolfo di Capua, dopo che la diocesi fu assegnata da Giovanni XIII
a quella metropolitana; Erveo, presente al Concilio Lateranense del 1177; Giovanni (1259), che compi il bel pavimento musivo della Cattedrale; Matteo Bruni (1363), deposto da Urbano VI per sospetta simpatia verso l'antipapa Clemente; e Angelo Geraldini d'Amelia, che rivesti importanti incarichi sotto vari pontefici e mori ritirato nella sua patria, punito con la confisca da re Ferdinando per non aver ottemperato al suo bando. Nel 1818, Pio VII, soppressa la diocesi di Carinola, la uni a S. A.

Molti dei santi attribuiti a S. A. sono leggendari. Due tarde Passioni poco attendibili (BHL, 1649-50) ricordano i ss. Cassio Casto e Secondino che invece sono ritenuti africani e non campani; lo stesso può dirsi per s. Saturnino.

Monumenti. - Di nessun interesse le poche gallerie cimiteriali (Nuovo Bull. di arch. crist., 3 [1897], p. 140), dei SS. Casto e Secondino, in un giardino dell'ospedale civico, che conserva resti di una basilichetta e un sarcofago ellenistico nel quale si sarebbe custodito il corpo di s. Casto. Il monumento maggiore di S. A. è il Duomo, consacrato nel 1113 e deturpato nel 1758 dal vescovo Fr. Caracciolo d'Altamura; è a pianta basilicale con nartece a tre arcate e presbiterio triabsidato. L'edificio, sorto sulla chiesa primitiva di S. Angelo, è composto di materiali tolti da edifici romani. L'arco centrale del pronao, ad ogiva, è ornato di rilievi (sec. xit) con scene della vita di s. Pietro e ai lati, sulle mensole d'imposta, Noè a destra e Sansone che lotta con il leone a sinistra : alla sommità i mesi dell'anno. Gli archi laterali hanno mensoline e rosoni. I tre portali sotto il pronao sono di materiale antico: il maggiore, con due fiere agli stipiti, mostra un architrave a rilievo (due pantere affrontate a un vaso da cui sorge una vite) e nella lunetta Gesù Cristo tra i ss. Pietro e Paolo. A sinistra del Duomo il portale dell'episcopio riproduce lo schema del portale maggiore e come l'altro proviene dal teatro romano. L'interno a tre navate, divise da 18 colonne antiche di forma e materiale vari, hanno bei capitelli corinzi. Notevole il musaico pavimentale a disegni geometrici e del sec. xit; un superbo ambone cosmatesco poggiato su quattro leoni di Pellegrino da Capua, commesso dal vescovo Pandolfo (1224-59) e compiuto da Taddeo da S. A. sotto il vescovo Giovanni III (sec. xili). A Pellegrino appartengono i due rilievi del pergamo con storie di Giona e il candelabro del cero pasquale, ricco d'intagli e di ornati musivi, mentre è opera di Taddeo il parapetto della cantoria con musaici a fondo oro, di ottima fattura, che richiamano la preziosa decorazione dei musaici normanni, siculi e campani. Sotto la navata centrale si estende la cripta sostenuta da 20 colonne corinzie.

Delle altre chiese, di qualche interesse sono quella dell'Annunziata a croce greca e cupola, S. Agostino con l'accesso convento attribuito ai Vanvitelli e la barocca S. Germano ricca di stucchi.

Bibl.: Ughelli, VI, pp. 531-47; X, p. 165; F. Granata, Raggoggio istor. della fedeliss. città di S. sino all'anno 1760, Napoli 1763; Moroni, LXIV, pp. 249-57; C. Stormijolo, I rilievi dell'arco sul portico di S. A., Roma 1895; id., Sarcofago della basilichetta dal SS. Casto e Saturnino in S. A., in Solemne Praeconium Tuamuario Asprenati Galante tributum, Napoli 1901; L. Pepo, La cattedr. di S. A., Trani 1898; E. Bertaux, L'art dans l'Italie mérid., Parigi 1904, pp. 354 sgg., 602 sgg. e passim; A. Di Lella, L'antica basilica crist. di S. A., le sculture ed i musaici, in Studi di st. e di arch. nell'arte mediev. neo-campana, Cassino 1904; G. M. Dismarc, Mem. critico- stor. della Chiesa di S. A., 2 voll., Napoli 1906-1907; Lanzoni, I, pp. 178-85 e passim; P. Tovaca, I. Il Medioevo, Torino 1927, pp. 595 sgg., 856 sgg. e passim; F. De Santa, Le orig. della dioc. e la basilica cattedrale di S. A., in Boll. aurunco, 1933, pp. 13-23; P. F. Kehr, Italia pontificia, VIII, Berlino 1935, pp. 268-70; Cottinesu, II, col. 3019; M. Inguanez e altri, Rationes decimarum Italiae, Campania (Studi e testi, 97), Città del Vaticano 1942, p. 101 sgg. e passim.

SESSAGESIMA (nel Messale Romano «Dominica in Sexagesima»). - L'ottava domenica prima di Pasqua in preparazione alla festa della Risurrezione di Cristo.

Nell'Oriente (dove non si digiunava al sabato, eccetto il Sabato Santo, né alla domenica) per avere, sull'esempio di Cristo, quaranta giorni di digiuno, si iniziava la prepa-

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razione alla Pasqua appunto l'ottava domenica prima col risultato di $8 . \frac{3}{2}$ giorni di digiuno. Sono cosi - compreso il lunedi fino al mercoledi di Pasqua - sessanta giorni di solennità (Gerusalemme [Eteria nel 393-94], Capo [Epitano, m. nel 403], Antiochia [Giov. Crisostomo, ca. 386-97 e Severo, 512-18]). Dall'Ociante l'uso di anticipare la preparazione pasquale passò in Occidente verso la metà del sec. vi, con aggiunta l'introduzione della Quinquagesima (v.) a Roma, a Torino e nella Provincia Gallica. La S. si trova verso il 542 in Gallia presso i monaci della Regola di s. Cesario d'Arles e nella Regola Magistri; ma i vescovi non l'accettano (i Concili di Orléans del 511 e 541 accennano per la prima volta alla Quinquagesima e alla S.). Nel sec. vi la si trova a Capua (Epitolario di Vittore di Capua, ca. 546). Roma al tempo di Vigilio papa (ca. 538) non l'aveva ancora, ma al tempo di s. Gregorio Magno già si osservava, esclusa la Settuagesima (A. Chavasse). S. Benedetto non conosce né la Quinquagesima né la S. Nel sec. vi-vii la si trova a Milano (cod. Vat. Reg. 9). Aquileia e Lombardia (Cod. Forojul. [Cividale] e Rehdigeranus [Breslavia]), Schlettstadt ( $=$ Apostolus 1), Inghilterra (Evangeliario di S. Cutberto [Lindisfarne], il cui contenuto riflette la liturgia di Napoli), finalmente nel frammento di Berlino (fol. 877).

Btm.: P. Siffrin, Das Sexagesimo-Posten, in Zahrb. für Liturgienücensch., io (1030), pp. 19-29; G. Morin, La part des papes du VIe siècle dans le developpement de l'année liturgique, in Rev. hémifric., 52 (1940), pp. 3-8; A. Baumstark, Liturgie comparée, Chevesigne s. s., pp. 203-13; A. Dold, Die im cod. Vat. Reg. lat. a vargeheftete Liste paulinuch. Lesungen für die Messfeier, Beuron 1944, pp. 28-31; J. Teoguc, Les anticipations du jeime quadragésimal, in Mclanges de sc. relig., 3 (1946), pp. 207-34; A. Chavasse, Temps de préparation à la Pâque d'après quelques lieres liturg. romains, in Rech. de sc. relig., 37 (1950), pp. 123. 130-43.

Pietro Siffrin
SESSUALE, EDUCAZIONE. - Parte integrale delle funzioni dell'organismo, anche quella sessuale non può essere esclusa dal piano educativo che tende a ristabilire l'equilibrio psicosomatico turbato nell'uomo dalla colpa originale. "Non si deve mai perdere di vista che il soggetto dell'educazione cristiana è l'uomo tutto quanto, spirito congiunto al corpo, in unità di natura, in tutte le sue facoltà, naturali e soprannaturali, quale ce lo fanno conoscere e la retta ragione e la Rivelazione... (Pio XI, encicl. Divini illius Magistri, del 31 dic. 1929 [AAS, 21 (1929), p. 744]).

Se ciò non può essere negato da ogni educatore onesto e intelligente, nella sua attuazione pratica la questione dell'e. s. diviene quanto mai spinosa e controversa, particolarmente quando essa s'intreccia con quella dell'istruzione sessuale, ponendo il più forte dissenso tra la pedagogia cristiana e quella laica che fa capo al naturalismo pedagogico alla Rousseau.

In tema di e. s., le opinioni si dividono in due campi opposti: quello della iniziazione e rivelazione e quello del silenzio. Da una parte si sostiene : un certo numero di giovani cade nel vizio sessuale per ignoranza del male, arrivando a conoscere occasionalmente il piacere strumentale congiunto con l'attività della funzione in parola, imparano poi a provocarlo, convinti di compiere cosa, seppure sconveniente, non peccaminosa e non di danno per la salute. Un certo numero è iniziato da parte di compagni già esperti nel vizio, cosicché una rivelazione impura sugli organi e le funzioni sessuali recita lubricamente la fantasia indifesa e, sulla china di una malsana curiosità, fa scivolare nel peccato. Una rivelazione pura, che insegni l'ammirevole armonia di organi e funzioni, l'elevata finalità nei riguardi della procreazione, i danni dell'uso precoce e dell'abuso, sia per sé che per la discendenza, sarebbe il miglior antidoto per il peccato venereo il cui determinismo, secondo tali teorie, è tutto fondato sulla fascinazione del mistero e l'attrattiva dell'ignoto, che ingigantisce senza freno nell'ignoranza della colpa e dei danni del cattivo uso.

A ciò, i seguaci del silenzio oppongono: l'insegnare, particolarmente ai ragazzi, la struttura e la funzione dell'apparato della generazione, le sue deviazioni funzionali
e i vizi a queste congiunti, i danni e le malattie che possono derivarne, è gravemente pericoloso, perché turba la fantasia già così esuberante nel soggetto, determina nella mente rappresentazioni oscene, solletica la curiosità e, piuttosto che frenare, spinge l'individuo a volerne fare esperienza. Inoltre, l'iniziazione è superflua, insegnando l'esperienza che molti giovani, pur nella più completa ignoranza delle cose del sesso, si conservano casti con i soli mezzi di un'educazione indiretta, quali una saggia direzione della sensibilità, la fuga dell'ozio e delle cattive compagnie, l'allenamento generico della volontà, l'educazione alla religiosità, e, soprattutto, valendosi della preghiera e dei mezzi della Grazia. A tali argomenti, aggiungono che il metodo diretto della rivelazione è nuovo, contrario alla tradizione delle famiglie cristiane e alla prassi della Chiesa.

Nel difficile compito di dirimere il dubbio : se dare la preferenza al metodo del silenzio o a quello della rivelazione, va subito detto come la questione non può esser posta in maniera così assoluta. Ottimi educatori e moralisti (v. citazioni riportate in Ruiz Amado [op. cit. in bibl.], p. 118 sgg. e Lanza-Palazzini [op. cit. in bibl.], p. 44 sgg.) sostengono l'utilità, la convenienza, addirittura l'obbligo di un'e. s. e dànno il maggior peso alle circostanze e alle condizioni individuali dei singoli casi, valendo assai più del se, il modo con cui essa viene impartita. A risolvere in modo assoluto la questione, sembra non potersi invocare una tradizione classica o la prassi di altre epoche che certamente, esaminata dal lato storico, appare essersi variabilmente adattata alle circostanze, al livello morale, alle necessità educative dei vari tempi e non può sopportare una generalizzazione assoluta. Più che alle opinioni dei singoli uomini, grande valore va dato alle decisioni del S. Uffizio e alle parole dei Sommi Pontefici, particolarmente a quelle che, per esser più recenti, meglio appaiono adattate alla nostra età, e per il tono e le circostanze in cui furono pronunciate, appaiono rivestire un grande valore.

Il discorso del papa Pio XII, tenuto il 18 sett. 1951 a un gruppo di padri di famiglia francesi, appare di tal genere. In esso è detto che "nell'educazione morale, né la iniziazione, né l'istruzione possono di per sé recare alcun vantaggio, che essa anzi è, al contrario, gravemente malsana e pregiudizievole, se non è fortemente avvinta a una costante disciplina, a una vigorosa padronanza di sé, all'uso, dovunque, delle forze soprannaturali della preghiera e dei Sacramenti" (AAS, [1951], p. 733). In tale discorso esplicitamente Pio XII si riannoda a quanto già aveva detto Pio XI il 31 dic. 1929 (encicl. cit., ibid. [1929], p. 747) : «Assai diffuso è l'errore di coloro che, con pericolosa pretensione e con brutta parola promuovono una cosiddetta e. s., falsamente stimando di poter premunire i giovani contro i pericoli del sesso, con mezzi puramente naturali, quale una temeraria iniziazione ed istruzione preventiva per tutti indistintamente, e anche pubblicamente, e, peggio ancora, con esporli per tempo alle occasioni, per assuefarli, come essi dicono, e quasi indurirne l'animo contro i pericoli... Consta che, segnatamente nei giovani, le colpe contro i buoni costumi non sono tanto effetto della ignoranza intellettuale quanto principalmente dell'inferma volontà, esposta alle occasioni e non sostenuta dai mezzi della Grazia... Se, attese tutte le circostanze, qualche istruzione individuale si rende necessaria, a tempo opportuno, da parte di chi ha da Dio la missione educativa e la grazia di stato, sono da osservare tutte le cautele notissime dell'educazione cristiana tradizionale... ".

Dal contesto delle parole dei due Pontefici appare come la condanna voglia in realtà colpire i metodi a base naturalistica, fatti di sola iniziazione e istruzione diagiante, se non addirittura opposte, "a una costante disciplina, a una vigorosa padronanza di sé, all'uso, dovunque, delle forze soprannaturali della preghiera e dei Sacramenti $»$; già in altre occasioni Pio XII aveva chiarito il suo pensiero, ammettendo che, in particolari circostanze opportune, possa sorgere la convenienza o la necessità di istruzioni individuali. Infatti egli, nel discorso tenuto il 96 ott. 1941 alle donne di Azione Cattolica adunate in Roma dalle diocesi italiane, aveva pronunziate parole che chiaramente

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inculcavano ai genitori la convenienza di un'e. s., sia pure con tutte quelle più scrupolose cautele richieste dall'argomento: «Con la vostra perspicacia di madri e di educatrici, grazie alla fiduciosa apertura di cuore che avrete saputo infondere nei vostri figli, non mancherete di scrutare e discernere l'occasione e il momento, in cui certe ascose questioni presentatesi al loro spirito avranno presentato nei loro sensi speciali turbamenti. Toccherà a voi per le vostre figlie, al padre per i vostri figli, in quanto apparisca necessario, di sollevare cautamente, delicatamente il velo della verità, e dare loro risposta prudente, giusta e cristiana a quelle questioni e a quelle inquietudini. Ricevute dalle vostre labbra di genitori cristiani, all'ora opportuna, nell'opportuna misura, con tutte le debite cautele, le rivelazioni sulle misteriose e mirabili leggi della vita saranno ascoltate con riverenza mista a gratitudine, illumineranno le loro anime con assai minor pericolo che se le apprendessero alla ventura, da torbidi incontri, da conversazioni clandestine, alla scuola di compagni malfidi e già troppo saputi, per via di occulte letture, tanto più pericolose e pericolose, quanto più il segreto infiamma l'immaginazione ed eccita i sensi. Le vostre parole, se assennate e discrete, potranno divenire una salvaguardia e un avviso in mezzo alle tentazioni della corruzione che li circonda..." (AAS, 73 [1941], pp. 453-56).

Appare quindi chiaramente come non voglia il Pontefice escludere incondizionatamente ogni forma di e. s. per qualsiasi circostanza, e per ogni tipo di persona; ma solo condannare, proclamandola pericolosa e fallace, una forma assolutamente laica e naturalistica ridotta soltanto a "temeracia iniziazione ed istruzione preventiva per tutti indistintamente, e anche pubblicamente».

Sembra che alla stessa conclusione possa giungersi nei riguardi di un decreto e di un'istruzione, entrambi della Congregazione del S. Uffizio. Il decreto, in data 11 marzo 1931 (AAS, 23 [1931], pp. 118-19), al quesito se si possa approvare il metodo cosiddetto dell'se. s. " o anche dell'«iniziazione sessuale», risponde negativamente, affermando che nell'educazione dei giovani va interamente conservato il metodo usato fino a questo momento dalla Chiesa e dagli uomini santi e raccomandato dal Pontefice nell'encicl. Divini illius Magistri. La condanna va però interpretata in rapporto al particolare indirizzo informativo dell'e. s. proprio dell'epoca, indirizzo rispondente al fatto che "i fautori del metodo biologico o fisiologico disconoscono nell'uomo il peccato originale, e sostengono che al di fuori della sola ignoranza non esiste alcun altro difetto cui si debba riparare" (Lanza-Palazzini, op. cit. in bibl., p. 42). L'istruzione del S. Uffizio riguarda le norme cui debbono prudentemente attenersi i confessori nel compiere il loro ufficio (norme del 16 maggio 1943, riportate in Monitore ecclesiastico, 68 [1943], pp. 76-79). Esplicitamente, in essa è detto "IIdem ne audeat confessarius, seu sponte seu rogatus de natura vel atque ad id nullo unquam praetestu adducatur». Se tali norme appaiono chiaramente proibire al sacerdote di dare al penitente un's istruzione "sessuale (docere), sulle caratteristiche e il meccanismo della funzione sessuale, lasciano impregiudicata la questione di una vera e e. s. " dalla quale il sacerdote, che in coscienza la ritenesse necessaria nel caso particolare, non potrà essere impedito.

Su tale concetto di non abbandonare a se stesso il campo dell'e. s. e tanto meno vietarlo positivamente a chi ha obbligo di educazione, sembra insistere Pio XII nel discorso ai Docenti dei Carmelitani Scalzi in occasione del XXV del loro Collegio Internazionale, il 23 sett. 1951: - Quid vero dicamus de castitate ?... de rebus agitur, quae reverenti modo rationeque tractari debent. Quocirca huiusmodi verecundia non ita accipienda est, ut hac super causa perpetuo aequiparetur silentio utque in impertienda disciplina morum ne sobrius quidem cautusque sermo de iis umquam fiat. His super rebus adulescentes consiliis idoneis instruantur eisque liceat aperire animum, sine haesitatione quaerere, responsum accipere, quod securum, perspicuum, satis explicatum ipsis lumen et fiduciam iniciat" (AAS [1931], pp. 736).

Le parole dell'attuale Pontefice, in cui si tocca
il problema dell'e. s., rivolte ogni volta a educatori : madri, donne di Azione Cattolica, padri di famiglia, educatori di religiosi, mettono a punto un particolare aspetto e un ben determinato settore dell'e. s., quello della preparazione degli educatori a tale dovere.

Bisogna convenire che spesso esiste, e particolarmente là dove maggiormente dovrebbe essere il contrario, una grande ignoranza e un grande disinteresse in alcune categorie di educatori nei riguardi del problema dell'e. s. In particolare, i genitori spesso si disinteressano della questione, e per pigrizia o per malinteso pudore quasi mostrano d'ignorare che i loro figli hanno una vita sessuale e che l'educazione di questa rappresenta per loro un preciso dovere, non meno importante e grave della formazione di ogni altra facoltà. Molti genitori trovano una facile scappatoia a tale dovere, rifugiandosi nel mito della indiscussa purezza dei loro figlioli. Altri accettano volentieri, quale alibi del disinteresse educativo, il principio della inevitabilità o per lo meno dell'irresistibilità della licenza sessuale o quello del presunto danno che la castità possa produrre alla salute.

Siano quindi illuminati, su alcuni particolari punti riguardanti i problemi dell'e. s., coloro cui sono affidati i giovani e in specie i genitori, perché possano ben rendersi conto dei termini della questione e con vera cognizione di causa possano svolgere al momento opportuno la loro missione. I punti su cui far concentrare la loro attenzione sono i seguenti : 1) quanto grande sia la diffusione dell'abuso sessuale; 2) essere un pregiudizio che la castità sia di danno alla salute dei giovani e la licenza sessuale inevitabile anzi necessaria, particolarmente ai maschi; 3) esser assai più utile, dal lato puramente pedagogico, a parte l'uso dei mezzi di valore soprannaturale (preghiera, Sacramenti) da porsi in primissimo piano, che l'e. s., piuttosto che per opera di proibizioni autoritarie e assolute, si svolga, a partire dalla fanciullezza e progressivamente con il crescere dell'età, razionalmente e persuasivamente a formare nei giovani la coscienza della funzione sessuale, nettamente rivolta a un fine, legittima solo nel matrimonio, in cui i fini primari (procreazione ed educazione della prole) e secondari (scambievole aiuto e rimedio della concupiscenza) possono trovare un sicuro e armonico sviluppo.

Nei riguardi del primo punto, vanno posti in guardia gli educatori dagli eccessivi ottimismi. Pur non volendo accettare senz'altro risultati statistici, secondo cui la licenza sessuale, e nelle forme anche più innaturali o pervertite, sarebbe la normalità di quasi tutti gli individui, rimanendo a quanto l'esperienza dei sacerdoti al confessionale, dei nostri migliori educatori, degli autori più seri e prudenti insegna (v. L. Scremin, op. cit. in bibl.), si deve ammettere la larghissima diffusione dell'abuso sessuale in ogni sesso, età e condizione sociale. Da ciò indirettamente si può arguire quanto grande sia nei giovani la probabilità del contagio immorale e della rivelazione impura da parte di coetanei e quanto sia pericoloso e irragionevole il sistema del negativismo educativo a oltranza. Nei riguardi del presunto danno della castità, v. questa voce (Enc. Catt., vol. III, col. 1030). Nei riguardi della necessità che l'e. s., nei casi in cui appaia conveniente o addirittura doverosa particolarmente nel periodo inter-nubilo-pubertario, sia impartita in forma razionale e persuasiva, è chiaro che soltanto attraverso tale strada può togliersi alla licenza sessuale quella forza che può venirle dal pregiudizio, dall'ignoranza, dallo scatenarsi incontrollato della vita vegetativa, e vale assai bene a dare alla volontà efficaci motivi di sostegno razionale a lato dell'azione soprannaturale dei Sacramenti e della Grazia. Va, inoltre, tenuto presente come sempre, in ogni manifestazione educativa, la natura nostra razionale e libera, in special modo dall'adolescenza in poi, più facilmente si piega e si lascia guidare dalla persuasione e dal precetto motivato che non dal comando autoritario e assoluto.

In conclusione, lontani da ogniassolutismo spriostico, si pensa che il problema dell'e. s. non possa sopportare una soluzione unica in un senso o nell'altro, perché nei singoli casi pratici molti elementi possono determinare di

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preferenza la scelta dell'uno o dell'altro metodo, un momento a preferenza che l'altro; passa cosi in prima linea, piuttosto che il tipo di educazione, la maniera particolare con cui essa viene applicata.

Appunto, nei riguardi della maniera, sembra che i seguenti principi generali di e. s. possano essere accettati da ogni educatore intelligente e onesto. 1) L'e. s. non venga mai data, nella sua forma esplicita, secondo un piano di età prestabilite, in comune, tanto meno in promiscuità di sesso; quindi non in scuola o conferenze, ma individualmente, unica maniera con cui potrà adattarsi e graduarsi a ogni caso, evitando il pericolo che la malizia di uno guasti la semplicità con cui venga data e accolta l'intuazione. 2) L'educatore operi sempre di persona, non quindi a mezzo d'un libro posto in mano all'educando, non essendo possibile con tal mezzo proporzionare la rivelazione alle attuali necessita dell'individuo, al suo livello di istruzione e di educazione, alla particolare reazione del momento. 3) L'e. s. venga impartita "da parte di chi ha da Dio la missione educativa e la grazia di stato" (Pio Xl, encicl. Divini illius Magistri: AAS [1929], p. 747), quindi in primo luogo dai genitori, poi dagli educatori qualificati (sacerdoti, religiosi, laici). 4) Nei riguardi della forma, non si tratti di una semplice istruzione sessuale, ma si elevi al livello di una vera e. s., non costituita solo dall'insegnamento di un certo numero di cognizioni riguardanti il sesso e i suoi organi e funzioni specifiche, ma tendente a formare la coscienza, la responsabilità, il dominio volitivo della funzione sessuale.

Bibl.: R. Ruiz Amado, L'educaz. della castitá, Torino 1916: L. Scronin, L'educaz. della castitá, Torino 1930; A. Gemelli, La tua mia sessuale, Milano 1943; v. inoltre castrità, Lussonia; A. Lanza - P. Palazzini, Theologia Moralis, De castitate et luxuria, Torino-Roma 1923.

SESTA. - Ora canonica da recitarsi all'ora aesta del giorno (secondo la divisione greco-romana), cioè sul mezzogiorno.

L'inno richiama il peso del lavoro e il caldo del giorno per pregare la pace dell'anima nei pericoli della lotta e della passione. Gli scrittori antichi (Ippolito, Constit. Apostol.) mettono la Crocifissione del Signore appunto in quell'ora del giorno. La S. ha la stessa origine e struttura come le altre ore minori del giorno, Terza e Nona (v.).

Bibl: H. Leclercq, Sexte et Tierce, in DACL. XV, i, coll. 1396-99. C. Callewaert, De Brev. rom. liturgia, Bruges 1929, nn. 212, 226, 317, 318; P. Albrigi, Sacra liturg. L'arat. pubblica, Vicenza 1942, pp. 88-90, 439-41; M. Righetti, Man. di star, litur., Milano 1946, pp. 421-23, 284-86. Pietro Siffrin

SESTO, sentenze di. - Raccolta di sentenze, che passa sotto il nome di S.

L'autore è menzionato per la prima volta da Origene (Contra Cels., VIII, 30, p. 345, 12, ed. P. Kötschau [CB, 2], e Comm. in Matth., XV, III, p. 354, 19 sg., 25 sg., ed. E. Klostermann [CB, 11]). Una traduzione latina di 451 sentenze fu fatta da Rufino, che riferisce una tradizione secondo la quale l'autore della raccolta sarebbe il vescovo e martire Sisto di Roma (Sixtus II [257-58]). Contro tale attribuzione si è espresso s. Girolamo, per il quale S. è un pitagoreo e pagano (Ep. ad Ctesiphontem, 133, 3: PL 22, 1152; In Jeremiam, IV, 22 : ibid., 24, 817 A), il che però non gli ha impedito di citare due volte con approvazione una sentenza di S. (Adv. Jovin., I, 49: PL 23, 293 C; In Ezechiel., VI, 18 : ibid. 25, 173 C). Le sentenze di S. ebbero una certa autorità nell'antichità e nel medioevo. Nella Regola di s. Benedetto, cap. 7 (p. 39 e 184, ed. Butler), è citata una sentenza. L'autore della raccolta è stato certamente un cristiano (probabilmente egiziano), dotato di una larga comprensione anche per la saggezza greca, che ha probabilmente conosciuto raccolto analoghe pagane. Che l'autore sia stato membro della setta ebraica degli esseni è da escludere. Una tendenza ascetica è innegabile.

Bibl.: oltre alla trad. lat. esistono due trad. siriache, v. A. Baumstark, Gesch. der syrisch. Literatur, Bonn 1922, p. 170 e n. 6 e una trad. in lingua armena, v. T. Hermann in Zeitschr. für Kirchengesch., 1938, p. 217 sg. Il testo latino e le trad. sirische (tradotte in latino) furono pubblicate da J. Gildemeister,
![img-14.jpeg](img-14.jpeg)
(lat. Soprieticindenza ai Maestriati di Caltra)
SESTO AL RÉGHENA, ABBAZIA di - Campanile romanico e fianco destro dell'atrio-quadriportico dell'abbazia.

Sexti sententiarum recensiones, Bonn 1873. Il testo greco fu scoperto e pubblicato da A. Elter, Onomica, I. Sexti Pythagorici, Cilozofii, Exagrii Pontici contentiae, Lipsia 1892. Su S. nella Regola di s. Benedetto, v. P. Courcelle, Les lettres gr. en Occident, Parigi 1943, p. 313 e S. Brechter, in Benedictus, Vater des Abendlandes, Monaco 1947, p. 133 sg. Su S. presso Giana di Orléans e Sedulio Scoto v. Manitius, II, p. 804. S. nella Summa di Prepositino, v. Landgraf, in Collet. Francisc., 1 (1931), p. 289 sg. Sull'atteggiamento di s. Agostino, v. B. Altaner, in Anal. Bolland., 67 (1949), p. 236 sg. V. anche W. Krull, s. v., in Pauly-Wissowa, $2^{2}$ serie, II, p. 2061 sg., ed. J. Krull in Edg. Henneche, Neutestamentl. Apohryphen, 2 ed., Tubinga 1924, p. 625 sg. V. anche : Le S. di S. con introd. testo e trad. di F. de Paola, Milano 1937. Questo autore ha affermato che S. sia stato esseno. Erik Peterson
SESTO AL RÉGHENA, ABBAZIA di. - S. al R. è una cittadina ( 3500 ab .) in provincia di Udine, diocesi di Concordia, da cui dista sei miglia, donde la denominazione originaria di Sextus in silvis.

L'origine romana del luogo è testimoniata da vari ritrovamenti, come lacerti musivi, elementi fittili, monete, iscrizioni. Vi passa il fiume Régbena e sulla sua sponda occidentale i fratelli Erfo, Anto e Marco, longabardi, figli di Pietro, duca del Friuli, e di Piltrude, fondarono l'abbazia benedettina (atto di fond. 3 maggio dell'anno 762). Sono ancora vive le tracce del lavoro benedettino per trasformare il terreno paludoso a cultura e ridurre le selve, erigere nuovi nuclei di vita. Fin dall'inizio l'abbazia fu dotata di ricco patrimonio ed ebbe donazioni da Carbomagno, da Lotario, Berengario, da altri principi e fedeli; raggiunse il maggior splendore dal sec. XI al xiv, quando da essa dipendevano 50 tra ville e castelli, sparsi nel Friuli, nelle marche di Treviso, Verona, Vicenza, Belluno, Ancona, Trieste ed Istria. Durante il sec. x insieme con il vescovato di Concordia era passata sotto il dominio feudale del patriarca d'Aquileia, e come esso dal sec. xili ebbe voce nel Parlamento della Patria del Friuli, nel gruppo dei prelati e ne condivise le sorti. La sua vita andò lentamente decadendo, finché nel 1441 fu data in commenda al card. Pietro Barbo.

Ora dell'antico monastero rimangono parti di edifici rimaneggiati e adattati a municipio, canonica, asilo, un torrione (sec. xv) d'ingresso alla cinta monastica.

Monumenti. - Della Basilica, riferibile alla seconda metà del sec. viII, si conservano vari frammenti di scul-

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![img-15.jpeg](img-15.jpeg)

Sesto al Regiena, abbazia di - Incoronazione della Vergine, affresco della $1^{2}$ metà del sec. xiv. Abside centrale della chiesa abbaziale.
tura; la Basilica dopo la ricostruzione nei secc. xII-xIII ha subito restauri : di stile romanico con accentuazioni proprie dell'architettura dell'Italia centrale, è preceduta da un lungo ingresso-ambulacro ben decorato e da un atrio-quadriportico coperto e caratteristico, quasi un unicum nel suo genere; è a tre navate, con pilastri e colonne alternate, a tre absidi con protezione esterna, con cripta ripristinata (1912), che conserva resti di sedili lapidei, decorazione, pavimento e il cosiddetto sarcofago con reliquie di s. Anastasia (sec. vII-viII); l'ampio e quadrato presbiterio si alza a modo di alta torre, richiamando certamente sistemi costruttivi altomedievali. Dinanzi alla Basilica il campanile romanico, privo di cuspide.

Ora, a fianco dell'ingresso sono stati ripristinati e si vanno restaurando locali pertinenti alla chiesa e al chiostro con affreschi di varie epoche, anche dei secc. x-xII (scene di Crociate). Sopra l'ingresso-atrio, una sala accoglie sculture e frammenti antichi e sulle pareti ha tracce di affreschi (secc. xIII-xiv) che fanno pensare ad una cappella dedicata forse a s. Michele.

Tutta la Basilica era decorata con affreschi che vanno dal sec. XII al XIV. Nell'abside centrale l'Incoronazione della Vergine, con scene dell'annuncio della Natività, della lavanda del Bambino e sotto, in nicchie e quadrilobi, figure e busti di santi : colore, linea, effetto chiaroscurale e figurazioni ricordano moduli giotteschi con influsso della scuola romagnola