le l'Incoronazione della Vergine, con scene dell'annuncio della Natività, della lavanda del Bambino e sotto, in nicchie e quadrilobi, figure e busti di santi : colore, linea, effetto chiaroscurale e figurazioni ricordano moduli giotteschi con influsso della scuola romagnola bolognese (prima metà del sec. xiv). Nell'alta torre, episodi della Vergine, di s. Giuseppe, s. Giovanni Evangelista, s. Benedetto e s. Scolastica; nella parete della navata destra, accanto al presbiterio, scene di s. Pietro e s. Paolo e l'albero della Croce, sui cui rami si inseriscono santi della Chiesa e dell'Ordine benedettino : affreschi che riflettono gusto e caratteristiche della scuola giottesca.
Sulla parete della facciata della Basilica, scena dei Tre vivi e dei tre morti che richiama analogo affresco del camposanto di Pisa (primordi del sec. xiv) e affreschi rinascimentali (influssi ferraresi e di Pellegrino da S. Daniele) con i SS. Pietro e Paolo e Tommaso. Sulla parcte
destra dell'ingresso, il Paradiso, grandioso e candido affresco da attribuire ad artista narratore che risente i modi toscani di Benozzo e dell'Angelico (seconda metà del sec. xv); sull'altra parete, l'Inferno, con il dramma dei dannati nei più vari atteggiamenti e divisi in settori, che richiamano l'inferno dantesco; nella parete di fronte, l'Arcangelo Gabriele, che con la bilancia pesa le anime mentre altri angeli le introducono in paradiso; schemi e scene che ridanno il gusto e il candore dei pittori primitivi. Degna di menzione è la scultura dell' Annunciazione gotica, su schema romanico-bizantino (sec. xili).
BibL.: A. M. Cortinovis, Sopra le antichita di S. al R., Udine 1801; E. Degani, L'Abbazia benedett. di S. Maria di Sesto in sifvis nella Patria del Friali, in Nuovo arch. veneto, 12 (1908); P. Toesca, St. dell'arte it., Torino 1927, pp. 241, 897, n. 39; M. Salmi, in Riv. del R. Ist. di arch. e it. dell'arte, 3 (1922), pp. 230-32; P. Paschini, St. del Friali, I. Udine 1934; E. Schaf. fran, L'Abbazia benedett. di S. al R., in Mence. stor. farogial., 38 (1942), pp. 27-38. Paolo Lino Savatto
SESTO EMPIRICO. - Filosofo scettico e medico, vissuto nella seconda metà del sec. II d. C. Appartenne alla scuola dei medici empirici -, onde il suo appellativo. Nulla si sa della sua vita : si congettura che fosse africano dal fatto che Suida elenca alcune delle sue opere sotto il nome di un "S. Libico ".
Di S. E. rimangono - perduti i suoi scritti di medicina - tre opere preziosissime per la conoscenza dello scetticismo (v.) greco, del quale S. rappresenta, dopo Enesidemo e Agrippa, l'ultima fase. Nelle П $\rho \rho \rho \omega \omega^{\prime} \alpha \alpha$ ưtotumúoas è tracciato, come dice il titolo, uno schizzo fondamentale del pirronismo (v.): il I. I contiene una trattazione dei principi concettuali e del metodo della scuola; i ll. II e III sono dedicati alla confutazione del dogmatismo (v.). Nei cinque libri Ilpús Sogzctuovís è svolta diffusamente la stessa polemica contro i "logici ", i "fisici ", e gli "etici ". I sei libri Contro i dotti (a cui nei manoscritti sono uniti i precedenti, sotto il comune titolo di Ilpús (asSogzctuovís) sottopongono alla critica scettica tutti i rappresentanti della scienza non propriamente filosofica, matematici, astrologi, grammatici, ecc.
S. E. non è originale, ma espone in forma chiara, sebbene alquanto prolissa, le dottrine dei suoi maestri, e può essere adoperato come fonte, se pure con molta cautela, anche per attingere informazioni sui suoi avversari dogmatici.
BibL.: edizioni : I. Bekker (Berlino 1842); H. Muthschmann (Lipsia 1942; manca ancora il III voc., ciou l'fide, math.); R. G. Bury (I. Londra 1933; II e III, Cambridge 1935). Trad. it. di L. Bissolati (riedita da G. Renzi, Firenze 1917) e di O. Tessari (Bari 1928). Su S., v. E. Zeller, Die Philos. der Griechen, III, II, Lipsia 1923, pp. 49 sgg.; Überweg, I, pp. 581, 583 sgg., 185*-84* (bibl.). Fra gli studi particolari: C. Jourduin, S. E. et la philos. scholastique, Parigi 1838; W. Heintz, Studien zu S. E., Halle 1932; R. Philippson, Zu S. E., in Philol. Wochenschr., 58 (1938), pp. 106-10; M. Dal Pra, Lo scetticismo greco, Milano 1950, pp. 375-435.
Baffaello Del Re
SESTO GIULIO AFRICANO. - E molto incerto che questo personaggio avesse il praenomen di Sextus, che gli si attribuisce attenendosi a un testo di Suida, che per giunta è alterato. Si chiama egli stesso, in diversi punti della sua opera, 'Iov̂̀os 'A $\varphi \rho \mu \varepsilon \alpha$ vós.
Sarebbe ugualmente cauto non farlo nascere ad ogni costo a Gerusalemme, stiracchiando in modo esagerato il senso di un papiro di Ossirinco. Ma, originario che sia o no di Palestina, egli si dichiara ebreo. La data di nascita e quella di morte sono ignote. Deve essere un po' più anziano di Origene (185-254). Viaggiò, a quanto sembra, molto nel Medio Oriente, e soggiornò alla corte di Alessandro Severo, dove ebbe l'ufficio di architetto e fornì la pianta della Biblioteca imperiale che il sovrano fece edificare accanto alle sue Terme, non lontano dal Pantheon. Ma s'interessò anche alle scienze, lettere, filosofia e teologia.
Le sue opere si dividono così recisamente in due gruppi quasi contraddittori, che gli eruditi del Rinascimento si chiesero se non ci fossero stati due Africanus,
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l'uno cristiano, l'altro pagano, nonostante le testimonianze concordi e la realtà evidente. Da un lato, Africanus è il creatore della Chronographia (frammenti in PG io, 63-94), il corrispondente di Origene in due lettere importanti su punti di esegesi teologica. Questo aspetto della sua attività merita all'autore un grande onore per la sua erudizione, l'acume del suo senso critico, la fermezza della sua fede cristiana. Da un altro lato, e posteriormente, scrisse un lavoro essenzialmente pagano e curiosissimo : I Cesti (Oi Ke070i), il cui titolo allude al cinto magico di Afrodite, del quale Africanus voleva imitare lo splendore e il misterioso potere. Quest'opera, composta verso il 230 , rappresenta una specie di enciclopedia in 24 Il., della quale sono rimasti frammenti abbastanza numerosi e lunghi, pervenuti attraverso le tradizioni più varie, fra cui i papiri. Scritti da un ebreo e destinati prevalentemente ad ebrei, i Cesti entrano a far parte dell'abbondante produzione della diaspora, propensa al sincretismo. Costituiscono, come dice Suida, «una specie di trattato delle scienze, che contiene ricette varie». La magia vi è frammischiata con aneddoti, ma anche con costatazioni di carattere pratico; il complesso è drappeggiato nello stile ampolloso, fiorente nei tempi della seconda sofistica.
BibL.: ed. parziale dei frammenti dei Cesti a cura di J. R. Vieillefond (colles. Les belles Lettres), Parigi 1932. E in corso un'ed. completa, Studi: W. Kroll e Sickenberger, Iulius Africanus, in Pauly-Wissowa, X. 1, coll. 116-22.
Giovanni Renato Vieillefond
SESTOV, Leone (Lev Isaakievic Svabcman). Scrittore religioso russo, n. a Kiev nel 1866, m. a Parigi nel 1938, dove era emigrato dopo la rivoluzione.
Negli anni di esilio scrisse le sue opere migliori, che si citano nell'edizione francese: Les révélations de la mort (Parigi 1923); La nuit de Gethsèmani (ivi 1923; trad. it. Milano 1945); Kierkegaard et la philosophie existentielle (Parigi 1936); Athènes et Jerusalem (ivi 1938; trad. it. parziale, ivi 1943, con il titolo Il sapere e la libertà); oltre ai saggi raccolti nel volume Le pouvoir des clefs (ivi 1928).
S. può definirsi un Nietsche mistico-religioso; egli esaspera fino al paradosso la critica della scienza di Dostoevskij, (v.), la critica della morale del Nietzsche (v.) e l'opposizione poscaliana tra il "Dio della filosofia" e il "Dio della fede religiosa». Al "sapere" razionale o "filosofia speculativa" (che identifica con il "peccato" e con la "superbia diabolica") contrappone "la filosofia esistenziale", intimamente unita alla fede, la cui verità non è "comprensione" o "evidenza", ma certezza soggettiva, "libera" da ogni "costrizione logica". Egli accetta il "certum est quia impossibile" di Tertulliano.
Il fideismo di S., malgrado la sua intensità religiosa, nega ogni fondamento razionale della fede e la validità stessa della ragione. In questo senso è soggettivismo e scetticismo (v.) in contrasto con la dottrina cattolica.
BibL.: A. Pastore, Husserl, Heidegger, Chestov, in Arch. di filos. ital., 2 (1933), pp. 107-18; B. Fondane, A propos du livre de L. Ch.: Kierkegaard et la philos. ess., in Revue de philos., 37 (1937), p. 381-414; id., L. Ch. et la lutte contre les évidences, in Revue de philos. de la France et de l'Etranger, 126 (1938), pp. 13-50; M. F. Sciacca, La filosofia, oggi, Milano 1942, pp. 336-40.
Michele Federico Sciacca
SETH (ebr. Sèth). - Figlio di Adamo, dopo Caino e Abele, il cui nome è interpretato per assonanza : "Dio mi diede (sāth "pose") un altro figlio invece di Abele, ucciso da Caino" (Gen. 4, 25). A lui viene riportato l'inizio della civiltà religioso-spirituale ("Allora si cominciò a invocare il nome di Jahweh»: ibid. 4, 26), in contrapposizione alla discendenza di Caino, che esordì la civiltà materiale (ibid. 4, 17-24). All'età di 105 anni generò Enos (ibid. 5, 6), nella cui discendenza si troverà Noè.
Giovanni Rinaldi
SETHIANI. - Nome di una setta gnostica, che, identificandosi con la discendenza di Seth (v.) o se-
thiti, metteva il patriarca Seth al centro della sua speculazione.
Origene, Fragm. in Epist. ad Titum, nella Apologia di Panfilo (PG 14, 1303 D; in Mt. comm. [CB, 11 ser. 28, p. 51, 10]) conosce questo gruppo ed anche Epifanio, Panarion 30, 1,2 (ed. K. Heil, I [C.B, 25] p. 72, 3-5) lo menziona. Sempione di Tmuis distingue is, dai marcioniti e valentiniani (Adversus Manichaeos, ed. K. Casey [Cambridge 1931], p. 30; v. anche Didimo, Epist. Ind.: PG 39, 1813 C). Il nome della setta probabilmente non deriva dall'uso di scritti attribuiti al patriarca, ma dalla credenza di appartenere alla prole spirituale di Seth. Questa idea è basata sopra una interpretazione dei figli di Seth come "figli di Dio" (Gen. 5,3 e 6,2 ). La speculazione è probabilmente di origine giudaica e per questa ragione la gnosi giudaica è stata solo leggermente cristianizzata (identificazione di Seth e Cristo). Forse si deve cercare l'origine della speculazione dei s. in Mesopotamia, dove si trova ancora più tardi nell'ambiente degli audiani (v.). I s. sono una delle più antiche correnti della gnosi, qualche volta si nascondono sotto il nome generico di gnostici, qualche volta sotto altri nomi (arcontici). La Biblioteca gnostica trovata a Nag-Hammadi, in Egitto viene dall'ambiente dei s. Sulle dottrine dei s. si veda Ippolito, Refut., V, 19-22 ed Epifanio, Haeres., 39 (cf. Ps. Tertulliano, Adv. omnes haer., 2; Filastro, Haeres., 3).
Bisc.: una esposizione completa sarà possibile solo dopo la pubblicazione dei testi gnostici di Nag-Hammadi. Sullo stato attuale delle nostre conoscenze sui S. v. l'articolo di H. Ch. Puech, Les nouveaux écrits poestiques, in Coptic studies in honour of W. E. Crum, Boston 1920, p. 91 sg. Erik Peterson
SETIF. - E la Sitifis, colonia romana di veterani fondata da Nerva nella Mauretania (Algeria) detta "Colonia Nerviana Augusta Martiaris veteranorum Sitifensium".
Alla fine del sec. in divenne la capitale della Mauretania Sitifiense (CIL, VIII, 8473-76). Soffri di un violento terremoto al tempo di s. Agostino. Il primo ricordo di vescovi di S. si ha in una lettera di s. Agostino dell'a. 409 dove è nominato il vescovo Severo (Ep., i11); Novato fu al Concilio del 419; è ricordato nelle lettere 185 e 229 di s. Agostino; morì nel 440, come è attestato dal suo epitafio (CIL, VIII, 8634; P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, Parigi 1907, p. 134, n. 201). Lorenzo fu probabilmente il vescovo che il 3 ag. 452 dedicò una memoria al martire omonimo romano (CIL, VIII, 8630) «in hoc loco sancto depositze sunt». Donato fu vescovo nel 484; Ottato lo fu ca. il 525 ; Crescituro è del sec. v o vi; era ancora sede vescovile all'inizio del sec. viII (H. Gelzer, Byzantinische Zeitschrift, 2 [1893], p. 26); oggi S. è solo sede titolare. Furono ritrovati in S. gli avanzi di una chiesa con battistero; a nordovest della città si rinvenne la dedica d'un oratorio in onore dei martiri Giusto e Decurio "qui bene confessi viverunt arma maligna, praemia victores Cristi menuere coronam" (G. B. De Rossi, Scoperta di insigni storiche epigrafi di Milevi [Mileto], di Sittfi [S.], ecc., in Bull. arch. crist., 2a serie, 6 [1875], p. 171; $3^{a}$ serie, 1 [1876], tav. 3; CIL, VIII, 8631). Sopra un mattone fu trovata incisa la seguente epigrafe : «Hic m(e)m(oriae) a(an)e(r)or(um) Stefani (et) Iuliani pos(itos) au(n)t XII K(a)lienda) apr(i)l(es) N(abori) e S(an)c(t)i Stefani» (CIL, VIII, 8632). Altri santuari cristiani furono a nord della città di S.; vi furono trovate iscrizioni in mosaico (ibid., 8629, 20409; S. Gsell, Monuments de l'Algérie, II, Parigi 1901, p. 256). S. ebbe nel 409 un monastero di religiose e una scuola vescovile (s. Agostino, Ep., 84, 1). Tra le iscrizioni cristiane scoperte si ricordano un frammento di epigrafe d'un presbitero (CIL, VIII, 20411). L'epigrafe dell'a. 384 di una cappella funeraria fatta da un tale " Flavius Eustasius" e da sua moglie "Iulia Crescentina", ha la formula «in nomine Dei et Cristi eius» (ibid., 20412). Alcune iscrizioni cristiane sono ispirate ai salmi (ibid., 8621-25); in una si ricorda la festa del Natale: «Natale Domini Cristi VIII. Kal. Ianuarias» (ibid., 8628; P. Monceaux, Enquête sur l'épigraphie chrétienne d'Afrique, Parigi 1907, p. 126, n. 307).
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Iper cortesia delle Suore di Emmittburg
Seton, Elisabeth Anna - Ritratte - Emmittburg (Maryland), Collegio di S. Giuseppe.
Un gruppo di cinque "transmarini» ebbero sepoltura a S., tre nell'a. 405 (CIL, VIII, 8638, 8639, 8642) e due nel 435 (ibid., 20414). A S. in un medaglione in musaico si lesse : "Flavius Innocentius num(mularius) [o num(erarius)] pro salute sua suorumque omnium tessel(f)avit" (ibid., 8629). Un'iscrizione greca ricorda un vandalo di nome Friderix (ibid., 8653). A S. c'era anche una sinagoga perché vi fu trovata l'iscrizione d'un "Pater Synagogue" (ibid., 8423, 8499). Nella regione di S. fu trovato un reliquiario in marmo bianco, che presenta sulla faccia anteriore in rilievo il monogramma A 䒨 $\omega$ inscritto in un disco, circondato a destra e a sinistra da un albero e da una palma; sui fianchi da un lato un tralcio di vite e dall'altro una croce monogrammatica in un cerchio; sul coperchio due colombe affrontate con il ramoscello d'olivo; il resto è diviso in quattro scomparsi da cinque colonnine incise; l'iscrizione dice in alto : "Memoria s(an)c(t)orum Martyrum" e in basso : "Vincenti et Centumarborensium". La località è nota da un'altra epigrafe pure trovata a S. che dice: "nomina martyrum qui ad centumarbores XXXVI confessus est Iustus ". L'indicazione topografica ricorre anche nella Passio Mammarii (BHL, 5205-5206; P. Monceaux, Inscription chrétienne relative à des martyrs découverte à $S$., in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr., 1917, pp. 185-88; P. Massiera, Un coffret à reliques de la region de S., in Premier Congrès de la Fédération des sociétés savantes de l'Afrique du Nord, Algeri 1935, pp. 65-71; H. Delehaye, Contributions récentes à l'hagiographie de Rome et d'Afrique, in Anal. Boll., 54 [1936], pp. 303-309).
Sempre nella Mauretania Sitifense, due diaconi, Primo e Donato, furono uccisi dai donatisti (Ottato, De schismate Donatistorum, II, 18). A sud-ovest di S., ad Ain-Melloul, un'iscrizione ricorda la "me(n)sa martyrum Donatus, Felix, Novici, Baric, qui passi sunt Guruzis" (P. Monceaux, Enquête, cit., nn. 311, 254). A Kesseria un'iscrizione in musaico d'una "clarissima femina Cypriana" è dell'a. 454 (P. Gauckler, in Bull. archéol. du Comité, 1892, pp. 124-25).
A 10 km . a sud di S. in località Mesloug si rinvenne nel 1856, sotto un antico altare, un deposito di reliquie coperto da una pietra con l'iscrizione: "Hic m(e)m(oriae) sanctoru(m) Bincenti, Felicis, Cortanti et Victorie posite
a sanctu Crescituru episcu(po) die III Ki aprilis amen ". Vincenzo, Felice e Vittoria sono i martiri di Abitina messi a morte a Cartagine il 12 febbr. 304 (S. Gsell, in Bulletin archéol. du Comité, 1899, p. 454, n. 6).
A 50 km . a sud-est di S. in località Henchir-el-Atcuch fin dal 1893 si conobbe una basilica a tre navate (M. Simon, Fouilles dans la basilique d'Henchir-el-Atcuch, in Mélanges d'arch. et d'hist., 51 [1934], pp. 143-77). A Guellal (l'antico Castellum Dianense) si rinvenne l'iscrizione "me(n)sa Migini subdiaconi die III idus iunias" (E. Albertini, Inscription romaines d'Algérie, in Bulletin archéol. du Comité, 1925, p. 172, n. 3).
Bibl.: S. Gsell, Atlas archéol., f. 16, n. 334, p. 23; H. Leclercq, s. v. in DACL, XV (1930), coll. 1363-84.
Enrico Josi
SETON, Elisabeth Anna. - Figura eminente di fondatrice negli Stati Uniti, durante il periodo della costituzione della gerarchia cattolica, n. Bayley, cospicua famiglia di Nuova York, il 28 ag. 1774, m. a Emmittsburg il 4 genn. 1821.
Fervente episcopaliana fino al 1803 , conobbe la Chiesa cattolica, tramite i nobili Filiechi di Livorno, in occasione di un viaggio in Italia, ove le mori il marito. Tornata a Nuova York, fece l'abiura il 14 marzo 1805. Nel 1808 a Baltimora iniziò la fondazione della Societa delle Suore di Carità di S. Giuseppe (v.), costituita poi in Emmittsburg il 31 luglio 1809. Donna di notevole levatura intellettuale e morale, lasciò numerosi edificanti scritti, in parte editi, e fu universalmente stimata dalle più alte personalità ecclesiastiche (ad ex., l'arciv. G. Carroll [v.]), nonché laiche degli Stati Uniti. Eelò ogni opera di carità, sopratutto l'educazione della gioventù, divenendo antesignana del sistema scolastico parrocchiale, tuttora vigente negli Stati Uniti. La sua causa di beatificazione è stata introdotta il 28 febbr. 1940.
Bibl.: C. White, Life of Mrs. E.A.S., Nuova York 1853; M. De Barberey, E.S., Parigi 1868, trad. it. Bologna 1881; R. Ricciardelli, Vita della serva di Dio E.A.S., Roma 1929; A. M. Melville, E. Bayley S., Nuova York 1951 (con ricca bibl.).
SETTANTA, Versione dei. - La più antica versione greca, e la più antica di tutte le versioni del Vecchio Testamento. Il nome, nella forma piena "versione dei settantadue interpreti" (Tertulliano), proviene dalla lettera pseudonima di Aristea (v.), che attribuisce la versione greca dei 5 libri di Mosè a 72 dotti giudei, chiamati per brevità «i S. ".
Questi sarebbero stati chiamati dal re Tolomeo Filadelfo (285-247 a. C.), desideroso di avere nella sua Biblioteca ad Alessandria nell'Egitto una copia della legge mosaica, e l'avrebbero tradotta nello spazio prodigiosamente breve di 72 giorni. Anche Filone (v.) riferisce questa leggenda, aggiungendo che, traducendo pure ciascuno di loro separatamente da sé, avrebbero tutti prodotto la stessissima versione. Più tardi il nome di "S." fu esteso anche agli altri libri, tradotti posteriormente. Questo termine, benché leggendario per il numero dei traduttori e inesatto per l'applicazione oltre la legge mosaica, serve tuttavia tanto bene come nome convenzionale quanto, p. es., quello di "versione alessandrina". Oggi, analogamente alla voce "la Bibbia" (và $\beta \mathrm{s} \beta \lambda i \alpha$ ), è usato come un singolare femminile "la S." (sigla: LXX), per denotare la versione stessa.
Il carattere leggendario della lettera di Aristea, chiaramente ispirata dal desiderio di esaltare il popolo giudaico e la sua letteratura dinanzi agli occhi dei pagani, fu riconosciuto fin dal sec. xvi ed è oggi ammesso da tutti. Nondimeno gli si deve riconoscere un fondo storico, poiché la S. fu senza dubbio tradotta in Egitto, prevalentemente ad Alessandria (v.), come mostrano il colore distintamente egiziano dal vocabolario adoperato ed altri indizi. Neppure c'è da dubitare che il Pentateuco, data la sua massima autorità presso i Giudei e la sua importanza nella loro liturgia, sia stata la prima parte ad essere tradotta. Anche il tempo suggerito dalla lettera di Aristea è approssimativamente esatto.
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E vero che la prima notizia certa sull'esistenza della S. data dal sec. II a. C., cioè dal nipote di Gesù figlio di Sirac, il quale qualche tempo dopo la sua venuta in Egitto ( 132 a. C.) tradusse in greco il libro Ecclesiastico del suo avo, dicendo nel prologo che già esistevano le versioni greche del "Pentateuco, dei libri profetici e degli altri libri sacri ", senza però specificarli in particolare. Tenendo conto delle difficoltà inerenti ad una traduzione cosi vasta e difficile, non è affatto inverosimile che sia stata cominciata molto tempo prima. Difatti lo scrittore giudeo Demetrio, contemporaneo di Tolomeo Filopatore (221-204 a. C.), per descrivere fatti biblici adopera termini attinti dalla S. Si può dunque ritenere come certo che considerevoli parti del Vecchio Testamento greco esistevano già nella seconda metà del sec. III a. C.
La S. non è opera di getto né tutta opera dei medesimi traduttori. Già Humfrey Hody (1705), guidato da indubbi criteri linguistici, provò che i vari libri furono tradotti da diversi autori, e più recentemente persino nei singoli libri si scoprirono diverse mani, p. es., nei libri di Geremia, di Ezechiele, dei Re, dei profeti minori. Anche in Isaia si vollero distinguere due traduttori, ma questa affermazione venne poi contestata in base a studi più esatti e particolareggiati. Non solo la tecnica del tradurre varia da libro a libro, ma anche la fedeltà ora maggiore ora minore della versione tradisce la pluralità dei traduttori. Se la S. segue da vicino il testo ebraico nel Pentateuco, in altri libri è più libera e persino parafrastica, alla maniera del Targum aramaico. Alcuni dei traduttori maneggiano la lingua greca con certa abilità, altri invece le fanno spesso violenza. Cosi la versione stessa palesa qualcosa del modo in cui si sviluppò.
Le prime origini della S. giacciono nell'oscurità. E ben possibile e anche probabile che, prima di essere stato concepito il piano di creare una versione integrale dei libri sacri, vi fossero stati tentativi, sia di studiosi privati sia di maestri in occasione dell'insegnamento. Già allora i concetti più importanti del Vecchio Testamento erano probabilmente in parte formati e coniati in greco, certi brani anche tradotti allo scopo della lettura pubblica nelle sinagoghe. Questi poi furono utilizzati, quando nacque l'idea di intraprendere una versione sistematica, soprattutto per rendere accessibile il Vecchio Testamento ai giudei ellenisti che non capivano l'ebraico. Con buone ragioni Thackeray (1921) insiste sulle esigenze della liturgia come motivo della versione. Può darsi che nel tradurre si mirasse anche ai gentili. Essa poi crebbe in lento e lungo lavorio di generazioni, finché ne risultò l'opera monumentale che fu l'orgoglio dei giudei ellenisti e celebrata ogni anno ad Alessandria con una festa.
Non è facile valutare i meriti dei traduttori. La conoscenza dell'ebraico e la più grande vicinanza ai tempi del Vecchio Testamento dovevano rendere più facile il loro lavoro. Ma considerate la profonda differenza fra l'ebraico e il greco, la mancanza di mezzi linguistici e di modelli, la diversità dell'ambiente culturale in cui vivevano, si deve apprezzare altamente il risultato dei loro sforzi.
La S. divenne la Bibbia ufficiale dei Giudei ellenisti. P. es., Filone, pur conoscendo l'ebraico, adoperò nei suoi scritti esclusivamente la versione greca, credendo persino ispirati da Dio i traduttori. Non è dunque da meravigliarsi che la S. si diffondesse largamente e che la sua influenza crescesse di secolo in secolo. Si trovano vestigi dell'uso della S. in iscrizioni greche giudaiche di Rheneia (Delos) del 100 ca. a. C. (A. Deissmann, Licht vom Osten, 4* ed., Tubinga 1923, pp. 351-62). Fu adottata dai discepoli di Cristo e viene spesso citata nel Nuovo Testamento. Divenne vera alleata del Vangelo e prezioso strumento nelle

(fol. Enc. Catt.)
SetTanta, versione dei - Incipit di Daniele secondo il cod. Chigiano R. VII, 45. f. 135 r (sec. x) - Biblioteca Vaticana.
mani dei banditori della dottrina cristiana, tanto per inculcare il monoteismo, quanto per provare la messianità di Gesù. Quest'ultimo fatto però attirò sulla già venerata S. l'odio dei giudei, i quali, per infrangente il valore, mettevano il dito su molte discrepanze dal testo ebraico, e l'abbandonarono per le versioni greche (v.) del sec. II d. C.
Questo cambiamento però non si fece di colpo, come mostra il testo dei frammenti greci dei Profeti minori, trovato nel 1952 nel deserto di Giuda (cf. Revue biblique, bo [1953], pp. 18 sgg. e 85). E una recensione rabbinica della S. sull'ebraico, fatta fra il 70 - 100 d. C. e divulgata nel sec. II in Palestina, Grecia e in Egitto, poiché le versioni di Aquila, Simmaco e Teodozione sono soprarecessioni di questa, e essa concorda con il testo dei giudei citato da s. Giustino (Dialogo con Trifone) e con la $5^{\text {a }}$ di Origene, e sembra essere alla base delle versioni copte.
La S. passò dunque completamente in mano dei cristiani e continuò nel mondo cristiano di lingua greca ed anche latina la sua marcia trionfale. Estese il raggio della sua influenza ancora di più, quando a sua volta fu tradotta man mano nelle lingue latino, copta, gotica, etiopica, armena, georgiana, araba e slavonica. Nell'Oriente i Siri avevano, si, la loro Pélitta derivata direttamente dall'ebraico, ma tanta fu l'autorità della S., testo ufficiale nel vicino Impero bizantino, che i Siri fecero tre versioni della S., la filoxeniana, l'eracleense e la palestinese, e la stessa Pélitta fu in molti punti conformata alla S. Tuttora i cristiani dell'Oriente leggono il Vecchio Testamento sia nella S. sia in una versione da essa derivata. Nell'Occidente la vecchia versione latina soccombé alla Volgata di s. Girolamo soltanto dopo secoli di resistenza. Il Salterio, nonostante le sue molte deficienze, sopravvisse nella liturgia fino ai tempi presenti. Alcuni libri ispirati, cioè quelli composti dall'inizio in greco (Sapienza, II Maccabei) e quelli di cui l'originale ebraico si perdette (Ecclesiastico, Baruch, I Maccabei, Tobia, Giuditta, parti di Daniele), sono stati conservati soltanto nella S.
La Bibbia degli ellenisti è stata in uso vivo e continuo durante secoli, maneggiata in moltissimi luoghi, innumerevoli volte copiata. Perciò nel suo testo, fin dall'inizio della sua trasmissione, si introdussero molteplici
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Settanta, versione dei - Frontespizio della Sacra Biblia ad LXX interpretum fidem. Basilea 1526. Exemplare della Biblioteca Vaticana, in deposito all'Istituto Biblico - Roma.
corruzioni, inevitabili in ogni testo lungo trascritto a mano: confusioni di lettere e vocaboli simili, falsa divisione delle parole, erronea comprensione di abbreviazioni e tante altre che si trovano in tutti i manoscritti antichi. Era naturale che anche l'ortografia fosse modernizzata nel corso dei secoli o adattata alla nuova pronuncia itacistica. Una fonte di frequenti e profonde modificazioni era il fatto che la S. non era un'opera originale, ma una versione, e una versione imperfetta. Ciò invitava i dotti e studiosi lettori ad adattarla al testo ebraico, dove sembrava troppo libera, e a correggerne la grecità, dove lo stile non era soddisfacente, ora sporadicamente, ora in metodica recensione. Tutti questi fattori cambiavano l'aspetto della versione al punto che i vari rami di trasmissione dànno talvolta l'impressione di essere addirittura traduzioni differenti.
La più conosciuta fra queste recensioni o aggiustamenti del testo è quella che il dottissimo Origene (v.) fece nella Palestina nel 230-40 nelle sue Esaple (v.), dove assimilò il testo greco il più possibile al corrente testo ebraico, supplendo soprattutto le parti mancanti con le recenti versioni greche (v.). Ca. l'a. 300 il sacerdote e martire Luciano (v.) fece ad Antiochia nella Siria un'altra recensione. Al dire di s. Girolamo, sarebbe stata in voga nell'Egitto una recensione di Esichio (v.). Ai tempi presenti, l'esame e la comparazione del testo dei codici ha rivelato ancora altre recensioni, come quella scoperta da A. Rahlfs nei commenti chiamati "catene" (v.), secondo lui poco posteriore a quella di Origene. Tutte queste grandi sistemazioni del testo, lungi dall'unificarlo, come era intenzione dei loro autori, contribuirono piuttosto ad aumentare ancora la già grande varietà di forme testuali. Inoltre la forma di rotolo o
volume, usata secoli prima e dopo Cristo, non comportando se non un numero limitato di colonne, costringera a trasmettere i vari libri più o meno separati. Questo fatto fece si che non tutti i libri attraversassero le stesse vicende, come non permise che si imponesse un ordine fisso dei libri.
Dol sec. iv in poi prevalse l'uso del codice, capace di maggior ampiezza, e da quel tempo datano pure i primi grandi manoscritti che contengono più o meno tutta la S. : il Vaticano (B), il Sinaitico (S), l'Alessandrino (A), il codice rescritto di Efrem (C). Un accurato elenco dei numerosi manoscritti della S. è quello di A. Rahlfs (Verzeichnis der griechischen Hundschriften des Alten Testinments, Berlino 1914). Degni di speciale menzione sono i celebri papiri di Chester Beatty (v.) e di Scheide (v.) dei secc. II-1v d. C. Tutti questi manoscritti sono di origine cristiana. Soltanto i più antichi frammenti sono di mani giudaiche: il papiro Rylands (v.) G. 458 del sec. it a. C. e il papiro Fu'âd n. 266 del sec. II-I a. C.
Il fatto che la S. era la prima versione di una intera letteratura significò un enorme progresso culturale dell'umanità. Costrinse pure il mondo occidentale a rendersi conto di idee orientali, ad analizzarle e prendere posizione dinanzi ad esse. Anche oggi la S. è di grande importanza. A parte il fatto che conserva la pronuncia di allora dei nomi propri ebraici e aiuta l'intelligenza del Vecchio 'Testamento ebraico, è anzitutto un prezioso strumento per risarcirne molte deturpazioni testuali, poiché, discendendo da un testo ebraico differente e più antico, benché meno puro, del testo masoretico, ha conservato numerose lezioni originali, le quali, con le necessarie e metodiche precauzioni, possono in molti casi essere sicuramente recuperate. Essa palesa la storia letteraria di alcuni libri, p. es., di Geremia, che ha un'altra disposizione dei capitoli e un testo più corto dell'ebraico. Un peculiare pregio sono le informazioni sulle idee teologiche e religiose del giudaismo del tempo di transizione dal Vecchio al Nuovo Testamento, le quali si rispecchiano nel modo libero e parafrastico della versione. Per questo motivo gli investigatori delle origini del cristianesimo non possono fare a meno di uno studio diligente della S., perché, come fu detto, influì sulla formulazione delle credenze e sul linguaggio dei primi scrittori cristiani e nutri le loro concezioni religiose. Infine la S. è un vasto documento della xoch, della lingua volgare greca degli ultimi secoli prima di Cristo, da sfruttare da parte dei filologi.
Ma a tutte queste ricerche critiche, teologiche, letterarie e filologiche viene meno il necessario fondamento, se non si appura nella misura del possibile il testo originale della S. E dunque imprescindibile eliminare le deturpazioni del testo. Già sono stati fatti immensi sforzi e lavori in questo senso ed essi continuano tuttora. Non si possono elencare qui neanche sommariamente. Si nota che le prime edizioni della S. furono quelle della Poliglotta Complutense (1514-17) e del tipografo veneto Aldo Manuzio ( 1518 sg .). La più influente però fu l'edizione sistina (1586-87), fatta su ordine di Sisto V per eseguire la raccomandazione del Concilio di Trento : è basata sul cod. vaticano (B) del sec. iv e divenne poi la "Volgata" greca. L'edizione del Grabe (1657) rese il testo del cod. A accessibile alle dotte indagini. Ma l'impulso decisivo per le ricerche scientifiche sulla S. fu dato dall'opera edita a Oxford da R. Holmes e J. Parsons, i quali, riproducendo il testo dell'edizione sistina, aggiunsero varianti raccolte da ca. 20 codici umiali, da oltre 300 minuscoli, dai SS. Padri e dalle antiche versioni provenienti dalla S. Un nuovo passo fu fatto da P. de Lagarde (v.), quando nel 1863 postulò l'edizione di un testo criticamente restituito ed espose i problemi inerenti a simile impresa e i principi da seguire; pubblicò anche molti lavori preparatori per questo compito. In seguito, allo scopo di
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somministrare "chiaramente e con relativa pienezza il materiale per una futura ricostruzione del testo", A. E. Brooke e N. Mc Lean cominciarono nel 1906 a Cambridge a pubblicare, con il testo del cod. B, un accurato e bene scelto apparato critico, senza ousre la stessa ricostruzione. Uscirono fino al 1940 il Pentateuco e quasi tutti i libri storici. Gli eredi spirituali di Lagarde a Gottinga, dal loro canto, si decisero ad affrontare l'arduo compito di produrre un testo critico con un apparato che racchiudesse le varie lezioni di tutti i manoscritti accessibili. Siccome nessun manoscritto contiene un testo puro, l'unica via razionale è di selezionare in ogni caso da tutte le varianti quella che, secondo sodi principi risultanti dai fatti stessi, ha la maggiore probabilità di essere la genuina. Della Septuaginta gottingense uscirono i Salmi (A. Rahlfs, 1931), I Maccabei (W. Kappler, 1936), Isaia (J. Ziegler, 1939), i 12 Profeti (J. Ziegler, 1943) : in molti casi l'emendazione adottata è certa, in altri più o meno probabile. Ad ogni modo l'editore del testo fornisce il suo fondato giudizio al lettore meno competente nella materia, e agli specialisti una base per ulteriori ricerche.
Una interessante teoria sull'origine della S. fu lanciata nel 1925 da F. X. Wutz (v.), il quale affermò che la S. fu fatta su un testo ebraico trascritto in caratteri greci, e credette di avervi trovato un nuovo criterio capace di aprire nuove possibilità per la ricostruzione del testo ebraico prototipo della S., e di riorientare a fondo la critica testuale del Vecchio Testamento. Ma passato il primo entusiasmo, la teoria non resistette a un esame acc urato.
Addirittura rivoluzionarie sono le idee di P. Kahle (1941). Secondo lui i giudei dell'Egitto non avrebbero mai avuto una intera versione greca normativa del Vecchio Testamento, ma soltanto del Pentateuco. I giudei egiziani, imitando l'uso della Palestina, dove in ogni sinagoga dopo la lettura del sacro testo ebraico un interprete improvvisava nel momento una libera versione aramaica, base dei futuri Targümin, avrebbero anche loro creato similmente delle versioni greche parallele, orali prima e poi scritte, Targümin greci. Verso il 100 a. C. le autorità giudache avrebbero fatto fare una selezione da queste versioni e fissata una traduzione ufficiale del Pentateuco. La lettera di Aristea si sarebbe prefisso di raccomandarla e farne propaganda. Tutte le altre versioni della legge mosaica e ugualmente le versioni di altri libri mai riconosciute ufficiali avrebbero continuato ad essere in uso presso molti giudei e poi anche presso i cristiani dei secc. I e II d. C., come mostrerebbero le citazioni bibliche in Filone e in Matteo. Nel sec. III la Chiesa, scegliendo fra le varie versioni, avrebbe stabilito una versione canonica di tutto il Vecchio Testamento, dandole il nome di "S. ". Le altre sarebbero poi andate perdute e le citazioni in Filone e nel Nuovo Testamento, come pure le recensioni di Luciano e di Esichio, ne conserverebbero le ultime tracce. Sarebbe dunque utopistico cercare il testo originale della S.
Ma questa ingegnosa teoria del Kahle suscita gravi dubbi. Se era facile improvvisare una traduzione aramaica del vicinissimo ebraico, è del tutto improbabile che lo stesso si sia potuto fare per il greco. E vero che in alcuni libri la versione greca può dirsi targumica, ma soltanto nel senso che è parafrastica. Le citazioni in Filone e nel Nuovo Testamento esigono si una spiegazione, ma quella del Kahle non è l'unica possibile, se pur probabile, e perciò la conclusione di lui non è costringente. Se la S., risultato del lavoro comune di generazioni, non è omogenea, ciò non toglie la sua unità, che le viene dallo scopo di formare una versione totale. Rimane dunque imperiosa la necessità di ricostruire la forma primitiva che la S. ebbe nel tempo precristiano, in cui venne ad essere completa ed acquistò valore normativo, ed in cui altre eventuali versioni parziali caddero in dimenticanza.
Bias.: edizioni recenti e prontuari filologici: H. B. Swete, The Old Testament in Greek. 3 voll., Cambridge 1887-91; E. Hasib - H. A. Redpath, A Concordance to the Septuagint and the Other Greek Versions of the Old Testament, 2 voll., Oxford 1897, e 2 supplementi; R. Helbing, Grammatik der Septuaginta. Lautund Wortlehre, Gottinga 1907; id., Die Kausayntan der Verba bei den Septuaginta, ivi 1928; H. St. J. Thackeray, A Grammar of the Old Testament in Greek according to the Septuagint. Cam-

(fot. Ene. Catt.)
SetTANTA, VERSIONE dei - Frontespizio del Vetus Testamentum (uxta septuaginta ex auctoritate Sixti V Pont. Max. editum, Roma 1587. Esemplare della Biblioteca Vaticana in deposito all'Istituto Biblico - Roma.
bridge 1909; L. F. Schleusner, Novus thesaurus philologicacriticus sive lexicon in LXX, Glasgow 1928; A. Rahlfs, Septuaginta id est Vetus Testamentum Graece inade LXX interpretet, Stoccarda 1933. Studi storico-critici: W. Dittmar, Vetus Testamentum in Nova, 2 voll., Gottinga 1890-1903; H. B. Swete, Au Introduction to the Old Testament in Greek, 2a ed., Nuova York 1914; H. St. J. Thackeray, The Septuagint and 3 weish Worship, Londra 1921; J. Herrosann - Fr. Baumgärtel, Beiträge zur Entstehungsgeschichte der Septuaginta, Stoccarda 1923; J. Fischer, Zur LXX-Vorlage im Pentateuch, Giessen 1926; G. Berczam, Zur Septuaginta-Forschung, vari articoli in Theologische Rundschau, 3 (1931), 5 (1933), 10 (1938); J. Ziegler, Untersuchungen zur Septuaginta des Buches Isaías, Münster in V. 1934; P. Kahle, The Cairo Geniza, Londra 1941; F. Katz, Das Problem des Urtextes der Septuaginta, in Theologische Zeitschrift, 5 (1949), pp. 1-24. Altra ampia bibl. in B. J. Roberts, The Old Testament Text and Versions, Cardiff 1951, pp. 299-307.
Ernesto Vogt
SETTE : v. SOCIETÀ PROIBITE, SEGRETE.
SETTECENTO: v. BAROCCA, ARTE; BOCOCÒ.
SETTE DOLORI DI MARIA : v. addolorata, devozione alla.
SETTE DORMIENTI, santi. - Secondo la leggenda più diffusa, un gruppo di giovani cristiani (il numero varia da tre a otto) durante la persecuzione di Decio ( $249-51$ ) si rifugiò in una grotta presso Efeso. Scoperto il loro nascondiglio, l'Imperatore ordinò che fossero murati vivi.
In circostanze non ben definite si risvegliarono, e, ancora sotto la paura della persecuzione, mandarono uno di loro in città per comprare da mangiare. Allora si scoprì il fatto meraviglioso del loro sonno durato tre secoli.
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(fol. Cantera)
SEtTE FONDATORI dell'Ord. dei Servi di Maria, santi - I S. F. dei S. di Maria. Tela di G. M. Crespi detto lo Spagnolo (sec. XVII). Bologna, chiesa di S. Maria dei Servi.
La prima testimonianza letteraria orientale di detta leggenda si ha in un resto siriaco del sec. v citato da Dionisio di Tell Mahrê e Giacomo di Sérig (m. nel 52 I ) che la leggenda rielaborò poeticamente. In Occidente il culto dei S. D. era già penetrato nelle Gallie nel sec. vi. Gregorio di Tours ( $53^{8-94}$ ) conobbe la leggenda sotto doppia forma (cf. MGH, Script. rer. Merov., I, pp. 550-52 [Glor. mart., 94], 848-52 [la Passio]). Sulla loro grotta in Efeso Teodosio II (408-50) avrebbe fatto innalzare una basilica.
Nessuno, salvo qualche devoto agiografo, difende la storicità del racconto. Il devoto romanzo dei S. D. insensibilmente, dal campo della letteratura passo in quello della liturgia; tuttavia il loro culto, in origine, s non è la continuazione di un fatto religioso del politeismo greco, (cf. H. Delehaye, op. cit. in bibl., p. 177 sg.). I S. D. Massimiano, Malco, Martiniano, Dionigi, Giovanni, Serapione e Costantino sono ricordati nel Martirologio romano il 27 luglio. Il Menologio di Basilio li ricorda al 23 ott. ma invece di Malco e Serapione ha Giamblico e Antonino.
Il Corano (sûrah 18,8 sgg.) e gli hadit ( $=$ tradizione) denominano i D. con i termini : ahl al-hahf, aṣbâb al-hahf ossia $«$ gli uomini della caverna $»$. La loro leggenda viene usata per provare la verità della risurrezione della carne, come nella dottrina cristiana. Questa sûrah viene recitata ogni venerdí alla moschea. Una tradizione antica insegna che tale recitazione settimanale ripara le brecce fatte nel muro di Gog e Magog (cf. Cor. 18,93; 21,96) dalle orde barbariche omonime, la cui irruzione deve provocare la fine del mondo. Avvenimento escatologico di cui tutto il resto della sûrah ne espone i prodromi e di cui la preghiera dei credenti deve allontanare il giorno. Un antico hadit di Muhammad b. Hālid di Huttal, discepolo di Ku-
tajjir b. Hišām (m. nell' 822), la cui isnād ( $=$ catena d'una tradizione orale) risalirebbe fino al qûrî ( $=$ lettore o meglio recitatore del Corano) Nāfir di Medina, dice che "chi recita la sôrah dei S. D. il venerdí, uno splendore esce dai suoi piedi fino all'orizzonte celeste, che lo farà risplendere nel Giorno del Giudizio, e i suoi peccati commessi tra i due venerdí gli saranno perdonati ".
La leggenda era penetrata nella Nubia già nel sec. viII. La marina da guerra dell'Impero turco era dedicata ai S. D. Esistono disegni che li rappresentano sia nelle miniature che sulle barche e sulle vele, dove sono scritti i loro nomi.
In Efeso si è rinvenuto il cimitero dei S. D. (v. Enc. Catt., V, coll. 124-25). In Roma M. Armellini scoprì sulla sinistra dell'Appia, poco oltre s. Cesario, un oratorio dedicato all'arcangelo Gabriele e ai S. D. con affreschi del sec. xI-xII offerti da Maria e Bono de Rapiza (M. Armellini, Scoperta di un antico oratorio greco in Via Appia dedicato all'arcangelo Gabriele ed ai S. d.,Roma 1874; id., Le Chiese di Roma dal sec. IV al XIX, nuova ed. a cura di C. Cecchelli, Roma 1942, pp. 732-33). - Vedi tav. XXIII.
Bibl.: B. Krusch, Gregorii Turonensis Passio VII Dormientium apud Ephesum, in Analecta Ballandiana, 12 (1893), pp. 377 387; M. Ryssel, Syrische Quellen abendländischer Erzählanestruffe, in Archiv für das Studium der neueren Sprachen und Literaturen, 93 (1895), pp. 1-22, 241-80; 94 (1806), pp. 369-88; J. De Gobio, De Legende der Zeventlopers von Efeze, in Verelagen en Mededestingen der Koninklijke Akademie der Wetenschappen, 3 (1900), pp. 9-33; B. Heller, Eléments parallèles et origines de la légende des Sept Dormants, in Revue des études juives, 49 (1904), pp. 190218; H. Demoulin, Epiménele de C'vète, Bruxelles 1901, pp. 93-100; H. Delehaye, Les légendes hagiographiques, $3^{e}$ ed., Bruxelles 1927, passim; L. Massignon, "Les Sept Dormants", apocalypse de l'Islam, in Analecta Ball. (Melanges Paul Peeters, II), 68 (1930), pp. 245-60 (la migliore interpretazione sul soggetto); P. Peeters, Le tréfonds oriental de l'hagiog. Byz., Bruxelles 1930, pp. 141-42; Martyr. Romamum, pp. 308-309. Martiniano Roncaglia
## SETTE FONDATORI DELL'ORDINE DEI
SERVI DI MARIA, santi. - Non si conosce la data precisa della loro nascita. I loro nomi, conservati in una lista dello storico dell'Ordine Paolo Attavanti ( 1468 ), sono quelli di Bonusfilius, Bartholomaeus, Iohannes, Benedictus, Gerardinus, Ricoverus, Alexius; più tardi (sec. XVI-XVII) si credette di poter stabilire i loro nomi cosi : Buonfiglio Monaldi, Giovanni di Buonaginnta, Manetto dell'Antella, Amedeo degli Amedei, Ugo di Uguszione, Sostegno de' Sostegni, Alessio Falconicri. Erano tutti mercanti fiorentini e vivevano religiosamente nel secolo nello stato di celibe o di coniugato o di vedovo, proprio di ciascuno.
Per la grande devozione che nutrivano verso la Madre di Dio si ascrissero alla Compagnia (detta poi Maggiore) di s. Maria, già a quei tempi molto fiorente nella loro città; in essa ebbero occasione di conoscersi e di legarsi tra loro con vincoli di santa amicizia. L'autore della Legenda de origine Ordinis Servorum Sanctae Mariae, che scrive subito dopo la morte di s. Alessio, l'ultimo sopravissuto dei Sette, li dice particolarissimi devoti della Madonna, da cui ebbero la vocazione di abbandonare il mondo e di ritirarsi a vita eremitica sul Monte Senario, poco distante da Firenze. Nel 1240 scesero a Firenze, e ciò sarebbe avvenuto secondo la tradizione in seguito ad una visione della Vergine, per trattare con il vescovo Ardingo una prima rudimentale organizzazione della nuova famiglia religiosa (v. SERVI DI maria). Comprovato il loro buono spirito dal domenicano s. Pietro Martire, che era a Firenze nel 1245, i Sette e i loro compagni, sparsi qua e là specialmente in Toscana, fin verso il 1250 condussero una vita prevalentemente eremitica, finché scesi alcuni di essi a Firenze, per fondarvi un nuovo convento dedicato alla Madonna, cominciarono ad accentuare il carattere cenobitico e apostolico, il quale poi, specialmente sotto l'azione di s. Alessio, e del contemporaneo discepolo prediletto s. Filippo Benizi, finì per prevalere (1267-85). Siccome però di fatto i Servi di Maria in molti luoghi vivevano di elemo-
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sine, non pochi credettero che l'Ordine fosse rimasto soppresso dal secondo Concilio di Lione (1274), sebbene risultasse che l'istituzione era stata più volte equivalentemente approvata dai pontefici fino dal 1256 e 1263 . S. Alessio (m. nel 1310 a 110 anni) poté vedere il completo trionfo della nuova famiglia religiosa, con la definitiva approvazione pontificia dell'Ordine (11 febbr. 1304), che in seguito fu annoverato ed ebbe i privilegi degli Ordini mendicanti.
Risultano venerati con culto collettivo fino dal sec. xiv, mo solo di s. Alessio fu confermato il culto e8 inonemorabili il $1^{\circ}$ dic. 1717 come beato, e quello degli altri sei il 30 luglio 1725 (cf. Benedetto XIV, De Servorum Dei beatificatione, lib. II, xxiv, nn. 143-45, 161-66 e lib. IV, parte $2^{a}$, xvili, n. 15). In seguito però a nuovi miracoli, ottenuti grazie alla loro invocazione collettiva negli ultimi decenni del sec. xix. il papa Leone XIII li canonizzò il 15 genn. 1888. Festa il 12 febbr.
Bibl.: Martyr. Romanum, pp. 59-60; Chartularium Ord. Servorum S. M. tempore Sanctarum Fundaturum, in Monum. O. S. M., XVI, Bruxelles 1916, p. 97 seg., con bibl. completa a p. 39 seg.; A. M. Rossi, La - Legenda de origine Ord. Servorum Virginis Mariae -. Versione, commento e testo, Roma 1951. Alessio Maria Rossi
SETTE FRATELLI, santi, martiri : v. FELICITA, santa, martire; SINFOROSA, santa.
SETTE FRATELLI MACCABEI, santi. - Dal titolo del libro (II Maccabei), che ne narra il martirio, sono cosi chiamati sette fratelli, che insieme alla loro madre affrontarono la morte durante la persecuzione di Antioco IV (175-164 a. C.), pur di non mangiare carni proibite.
La partecipazione diretta del Re insieme all'antica memoria del loro culto in Antiochia farebbe pensare che essi furono martirizzati nella capitale del Regno; mentre dal contesto storico generale sembra più logico pensare a Gerusalemme, centro precipuo della persecuzione. La presenza del Re suggerisce il periodo descritto in $I I$ Mach. 3, II sgg. Il capitolo (II Mach. 7, 1-41) che ne racconta la morte crudele, oltre ad essere un entusiastico omaggio reso alla costanza dei giovani, è ricchissimo di insegnamento teologico, come sulla creazione dal nulla ( 7,28 ), sulla risurrezione ( $7,9.14$ ), sulla felicità o ricompensa dovuta al martirio ( 7,36 ) e sulle pene che attendono l'empio ( 7,17 .35 ).
Il perpetuarsi della memoria di questi giovani e della loro madre nel giudaismo è documentato all'apocrifo IV Maccabei (sec. I a. C.), che tratta in una cornice filosofica della loro morte violenta (IV Mach. 8, 1-18, 24), e da alcuni accenni in opere posteriori. Molto più vivo restò il loro ricordo nel cristianesimo. Non solo essi vengono additati spesso come esempio durante le persecuzioni anticristiane, ma presto furono equiparati ai martiri cristiani e come questi onorati con un vero culto.
Festa liturgica. Il loro culto è già attestato in maniera chiarissima nel sec. Iv (cf. Ambrogio, Ep., 40, 16: PL 16, 1154; Giovanni Crisostomo, In sanctos Machabaeos, hom. 2: PG 50, 617-26; Teofilo di Alessandria, Ep., 100, 9 nell'epistolario di s. Girolamo: CSEL, 55, 221; s. Agostino, Sermones, 300-301: PL 38, 1376-85; id., Serm., 17: PL 46, 874-81, ed. di G. Morin in Miscellanea agostiniana, I, Roma 1930, pp. 81-89). La loro festa al $1^{\circ}$ ag. è recensita nel Martirologio sivisco (vi si indica il quartiere ebraico di Antiochia), nel Calendario di Cartagine, nel Martirologio geronimiano, in quelli storici e nel Romano, nel Sacramentario gelasiano antico (ed. A. H. Wilson, Oxford 1894, p. 188), nell'Oraziomale visigotico della fine del sec. viro inizio dell'viri (ed. J. Vives, Barcellona 1946, pp. 368-69). nei Sacramentari gelasiani del sec. VIII (cf. P. De Puniet, Le Sacramentaire Romain de Gallone [estratto dalle Eph. Lit.], Roma [1938], pp. $124^{*}-25^{*}$ ); da questi ultimi la festa dei M. è poi passata nel Messale e Breviario romani. I Sacramentari leoniano e gregoriano
non ricordano la predetta festa. Antiochia fu il centro da cui si irradiò il culto ai M. Roma ne ebbe reliquie che furono deposte nella basilica di S. Pietro in Vincoli; quivi infatti nel 1876 , in occasione di lavori per la sistemazione delle catene di s. Pietro, venne in luce sotto l'altare maggiore un sarcofago paleocristiano diviso all'interno in sette scomparti con due lamine di piombo, recanti l'iscrizione: «in his septem loculis recondita sunt ossa et cineres sanctorum septem Machabeorum - ecc. (cf. C. B. De Rossi, cit. in bibl.).
Bibl.: Martyr. Hierosymianum, p. 409: Martyr. Romanum, pp. 317-18; G. B. De Rossi, Scoperta di un sarcofago con