volume-11

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iviso all'interno in sette scomparti con due lamine di piombo, recanti l'iscrizione: «in his septem loculis recondita sunt ossa et cineres sanctorum septem Machabeorum - ecc. (cf. C. B. De Rossi, cit. in bibl.).

Bibl.: Martyr. Hierosymianum, p. 409: Martyr. Romanum, pp. 317-18; G. B. De Rossi, Scoperta di un sarcofago con le reliquie dei Maccabei nella basilica di S. Pietro in Vincoli, in Bullittimo di archeologia cristiana, $3^{2}$ serie, 1 (1876), pp. 73-75; H. Grisar, Archeologia, in Civ. Catt., 1897, II, pp. 719-26; M. Rampolla, Dal luogo del martirio e del sepolcro dei Maccabei, Roma 1898; M. Mass. Die Maccabder als christliche Heilige, in Manatuschrift für Geschichts und Wissenschaft des Judenthums, 44 (1900), pp. 145-56; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, $2^{\circ}$ ed., Bruxelles 1933, pp. 201-202; A. Ferrua, Della festa dei v. Maccabei e di un antico sermone in loro onore, in Civ. Catt., 1938, III, pp. 234-47, 318-27. Angelo Pence - A. Pietro Frusas

SETTELE, Giuseppe. - Archeologo, canonico di S. Pietro, n. a Roma nel 1770, m. ivi nel 1840. Contro la volontà paterna, si dette agli studi specialmente di matematica e di archeologia cristiana.

Insegnò matematica e astronomia nell'Università di Roma e antichità cristiane nel Seminario romano, per la quale disciplina compilò il Trattato elementare di archeologia cristiana, che G. B. De Rossi conobbe manoscritto. Fu visitatore o conservatore dei cimiteri, nel quale ufficio esplicò grande cura per la conservazione delle iscrizioni; continuò anche l'elenco dei corpi santi, che venivano estratti dalle catacombe (Regestem, III. IV). Lasciò un Diario, nel quale ricorda i suoi studi, i progetti e i lavori intrapresi e da intraprendere. Fra le sue pubblicazioni si ricordano: Memoria sull'importanza dei monumenti che si trovano nei cemeterij degli antichi cristiani, in Atti della Pont. acc. rom. di arch., $1^{2}$ serie, 2 (1825), pp. 41104; Illustrazione di un'antica iscrizione esistente nella chiesa di S. Silvestro in Capite, ibid., 3 (1829), pp. 229266; Illustrazione di un antico monumento cristiano trovato nel cemeterio di Ciriaca, ibid., 4 (1831), pp. 23-50; Osservazioni sopra le lapidi pagane che si trovano nelle catacombe, ibid., 5 (1835), pp. 179-200; Illustrazione di due iscrizioni trovate nella basilica di S. Paolo nella Via Ostiense (Roma 1831). L'opera più importante del S. è costituita dalla nuova edizione, con appendice, di Sacrarum Vaticanae Basilicae cryptarum monumenta aeris tabulis incisa et a P. L. Dionysio commentariis illustrata, Roma 1840. Il S. vi fu coadiuvato da E. Sarri.

Bibl.: G. B. De Rossi, Roma sotterranea, I, Roma 1864, pp. 63-64; G. Cugnoni, G. S. e il suo - Diario -, estratto da La Scuola romana, 1886; G. Ferretto, Vete storica-bibliografiche, Roma 1942, pp. 286, 297, 299-302, 313. Carlo Carletti

SETTEMBRE, MARTIRI di, beati. - Così viene designato il gruppo di 191 martiri, capitanati dall'arcivescovo di Arles, Giov. Maria di Lau, e dai vescovi di Beauvais, Francesco Giuseppe de la Rochefou-cauld-Bayers (v.) e Pietro Luigi de la Rochefoucauld
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(per carteria di V. Pugliese C.R.L.)
Sette Fratelli Maccabei, santi - Sarcofago paleocristiano contenente le reliquie dei S. P. M., ritrovato sotto l'altare maggiore della basilica di S. Pietro in Vincoli il 2 sett. 1876. Le scene ivi rappresentate da sinistra a destra sono: Risurrezione di Lazzaro, Moltiplorazione dei pani e dei pesci, Samaritana al pozzo, Annuncia a Pietro della sua negazione, Tradizio Legis - Roma, basilica di S. Pietro in Vincoli.

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Bayers (v.), uccisi per la fede nelle prigioni di Parigi il 2 e 3 sett. 1792 e beatificati da Pio XI il 17 ott. 1926.

Rovesciato il trono con l'assassinio di Luigi XVI (10 ag. 1792) e costituita lo stesso giorno la "Comune insurrezionale", il furore dei rivoluzionari prese ad arrestare numerosi laici e specialmente membri del clero, che non avevano voluto prestare il giuramento imposto dalla Costituzione civile del clero, condannata da Pio VI il 10 marzo 1791. I beati, fatti prigionieri, vennero rinchiusi nel conventi dei Carmelitani, nel Seminario di S. Firmino, nell'abbazia di St-Germain-des-Près e nella prigione La Force, e nel pomeriggio del 2 e nella notte sul 3 sett. furono tutti in vari modi trucidati: 95 nel convento dei Carmelitani, 72 a S. Firmino, 21 a S. Germano, 3 a La Force. A S. Firmino alcuni furono gettati dalle finestre e lasciati alla rabbia crudele della plebe sitibonda di sangue. Al gruppo dei 191 appartengono, oltre ai 3 vescovi, molti sacerdoti e molti religiosi e 4 laici. Nelle prigioni si erano rinnovate le scene delle catacombe. Non potendo celebrare la Messa, si univano in spirito a quella celebrata dal Papa a Roma, si davano alla preghiera e alle pie letture e nel momento supremo si erano assolti a vicenda e avevano recitato le litanie e le preci degli agonizzanti.

Bibl.: elenco e qualificazione dei singoli nel decreto sul martirio, del $1^{\circ}$ ott. 1926, in AAS. 18 (1926), pp. 413-25 e in Bénédictins de Paris, Vies des saints et des bienheureux, IX, Parigi 1950, pp. 57-70. Per le notizie, oltre alle storie civili ed ecclesiastiche sulla Rivoluzione Francese, si possono consultare: G. Lenôtre, Les massacres de Septembre, Parigi 1908; J. Perrin, Les martyrs de Septembre 1792, ivi 1919; G. Lenôtre, La maison des Carmes, ivi 1955; I. Hérauze, Les journées de Septembre, Parigi 1945; per i martiri nelle singole prigioni, o dei singoli Ordini religiosi, v. ottima bibl. in: Vies des saints sopra citata, pp. 70-71. Celestino Testore

SETTEMBRINI, LUIGI. - Scrittore, n. a Napoli il 17 apr. 1813 , ivi m. il 3 nov. 1876 : protagonista delle vicende insurrezionali contro i Borboni di Napoli, fu più volte arrestato come cospiratōre, subì il carcere nel ' 39 , nel ' 49 , e l'ergastolo all'Isola di S. Stefano nel febbr. del 1851.

In Le Ricordanze della mia vita convergono, con le memorie familiari, gli aspetti drammatici della causa risorgimentale: il racconto vi si svolge pacato, ma vivo. Fondatore della Grande Società dell'unità italiana e, con il De Sanctis, dell'Associazione unitaria costituzionale, il S. resta un patriota e uno scrittore politico non solo nella Protesta del popolo delle Due Sicilie e nella Difesa scritta da L. S., per gli uomini di buon senso, ma anche nell'antimanzoniana lettera Della lingua italiana all'on. E. Broglio e nelle Lezioni di letteratura italiana, uscite in Napoli, in 3 voll., negli anni 1866-72. Svalutate, oggi, per il debole significato storiografico, per l'erronea concezione di un progresso letterario stabilito sull'antagonismo Chiesa-Impero finito con il trionfo del ghibellinismo, per il travisamento della storia del medioevo, del papato, della Riforma tridentina, le Lezioni s'inseriscono tuttavia in quel processo ideologico che avverte e chiede, nelle lettere, una adesione giustificata alla vicenda nazionale. Esse furono poste all' Indice con decr. 4 luglio 1867 e 14 dic. 1868.

Bibl.: F. Berardinelli, Le Les. di letter. ital. di L. S., in Civ. Catt., $6^{\circ}$ serie, 10 (1867, II), pp. 576-91; 11 (1867, III), pp. 70-97; F. Torraca, Notizie sulla vita e gli scritti di L. S., Napoli 1877; G. A. Borgese, Star. della critica romant. in Italia, $2^{\circ}$ ed., Milano 1920, p. 331 sgg.; B. Croce, Lett. della nuova Italia, I, $3^{\circ}$ ed., Bari 1929, pp. 345-55; L. Federsoni, L. S., in Nuova Antologia, $1^{\circ}$ ott. 1936, pp. 241-49; A. Omodeo, Figure e passioni del Risorgim. ital., $2^{\circ}$ ed., Roma 1945, pp. 43-74; G. Getto, Storia delle storie letterarie, Milano 1946, pp. 230-43. Enso Novarra
SETTIM. - Due località bibliche, così denominate dalle acacie (šittîm; egiz. inst, posteriore fonte; assiro samtu) ivi piantate; non di rado i luoghi erano denominati dagli alberi (specie querce e simili : 'šläh, 'šlôn). L'acacia (v.) aveva fornito il legno ('dṣ̂ šittîm, Volgata ligna setim) per il tabernacolo e la
suppellettile del culto ( 26 volte in Ex. 25, 5-30, 5 e 35,7-38,6; Deut. 10, 3).
S., sempre con l'articolo (haš-šittîm «le acace»), era la contrada moabitica, ad oriente del Giordano, ove Israele fece l'ultima tappa prima di entrare nella Terra Promessa; vi si macchiò unendosi alle Moabite e Madianite, e con esse dandosi all'osceno culto del Baal del Monte Piagor (v. SEEL/MADIOR), per cui furono uccisi da un flagello 24.000 israeliti, e si segnalò per zelo Phineas, cui per premio Dio concesse la sua "alleanza d'un sacerdozio eterno" (Num. 25, 1-18). Era detta Abel (v.) S. "nelle steppe di Meab" (ibid. 33,49 ; Settanta Bǒ̌ox cod. B, $\beta \varepsilon \lambda \sigma \alpha \tau \tau \mu$ cod. A). Da li furono inviate le spie a Gerico, che stava di fronte; da li, dopo un prolungato soggiorno, Israele mosse per attraversare il Giordano (Ios. 2, 1; 3, 1; Volg. Setim). All'operato di Balaam "da S. (Num. 25, 1) fino a Gilgal (Ios. 4, 19 sg.) "allude Mi. 6, 5, ove però i "critici" dicono interpolati questi due nomi geografici.

Il "torrente di S." (náhal haš-šittîm; Volg. torrens spinarum) in Ioel 3, 18 (passo messianico) sembra essere la continuazione del Codron (Wàdi en-nôr) che porta le acque del Tempio verso il Mar Morto, come accennano Ex. 47, 1-12; Zach. 14, 8; Apoc. 22, 1. Forse è l'odierno Wâdi es-sant (o valle dell'acacia ").

Bibl.: G. E. Post-A. T. Chapman, Shittah Tree, Shittim, in A Dict. of the Bible, IV (1902), p. 507; F.-M. Abel, Géogr. de la Palestine, I, Parigi 1933, p. 400; A. Vaccari, La S. Bibbia, I. Il Pentateuco, Firenze 1943, p. 407 sg. Antonino Romeo
SETTIMANA SANTA (Major hebdomada, Hebdomada sancta, Hebdomada authentica). - E la settimana antecedente la Pasqua, detta anche "maggiore" o "autentica", perché commemora la Passione, Morte, sepoltura e Risurrezione di Cristo. Oggi i tre ultimi giorni (Giovedi, Venerdi e Sabato) sono detti il triduo sacro e hanno Uffici propri.

In origine nei giorni feriali della S. S. non si celebrava la s. Eucaristia. Ancora s. Leone I papa (440-61) distingue bene tra i primi giorni, incluso Giovedi, detti Quaresima, e gli altri tre considerati come un'unità. I giorni del Venerdi Santo e del Sabato Santo erano giorni di digiuno severo (Ippolito, Innocenzo I); insieme con la Domenica seguente di Pasqua furono detti : "sacramentum paschale", "festivitas paschalis" (s. Leone, Serm. 47 e 48). Dapprima soltanto al Venerdi si faceva una adunanza con sole letture e preghiere; poi si aggiunse anche il Mercoledì precedente, nel quale s. Leone continuava le sue prediche sulla Passione, iniziate alla Domenica di Passione, come si chiamava allora la Domenica detta oggi delle Palme. In questa Domenica si leggeva la Passione di s. Matteo, nel Mercoledì quella di s. Luca e nel Venerdi quella di s. Giovanni; tutta la settimana venne detta perciò della Passione (cf. nel cod. Vat. lat. 316: domenica "in palmis", "de Passione Domini"), dapprima senza digiuno. A questi due giorni aliturgici si aggiunse il Giovedi liturgico. Al tempo di s. Agostino (m. nel 430) in Ippona avevano luogo, al Giovedi Santo, due adunanze liturgiche in onore dell'istituzione della s. Eucaristia, l'una al mattino per quelli che non digiunavano, l'altra per i digiunanti ("mane offertur propter prandentes, quia ieiunia simul et lavacrum tolerare non possunt, ad vesperam vero propter ieiunantes", Ep. 54, 9). Anche a Roma nel sec. v si faceva almeno una adunanza eucaristica, perché in questo giorno erano fissate la riconciliazione dei penitenti e la benedizione del s. Crisma. Il Lunedi Santo ebbe la sua liturgia quando la ebbero i tre giorni di lunedì, mercoledì e venerdì di ogni settimana quaresimale, cioè all'epoca di s. Leone o poco prima (A. Chavasse, Le carême, pp. 331-34). Nell'anno 546 e 550 (Cod. Epist. di Fulda di Vittore di Capua e Capitulare evangeliorum Neapolit.) anche il Martedi Santo era provvisto di una liturgia o di letture. Il Venerdi e il Sabato (la Pasqua cristiana primitiva) non ebbero mai, a Roma, o altrove, la celebrazione eucaristica.

Il Lunedi Santo: aveva la lettura di Io. 12, 1-36 "Ante sex dies... ", oggi ridotta a 1-9.

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Il Martedi Santo : la lettura del Vangelo era da prima quella di Io. 13, 1-32 (lavanda dei piedi e denuncia del traditore); si leggeva ancora al sec. viII (Comes di Würzburg), sostituita poi (sec. IX) dal Passio di s. Marco. Il Vangelo, ridotto a $I n .13,1-13$ (invece di $1-32$ ) si legge oggi al Giovedi Santo (il Coptolare di Würzburg non segna alcun Vangelo per questo giorno). Al tempo di Eteria, il Passio di s. Marco era letto al Venerdi Santo (sec. xir, anche a Monte Cassino) insieme con quella di s. Giovanni; a Roma alla domenica stessa di Pasqua (Baumstark, Liturgie comp., cit. in bibl., pp. 183-84).

Il Mercoledi Santo: si leggeva a Gerusalemme (al tempo di Eteria) il passo evangelico del tradimento di Giuda. A Roma, dapprima giorno aliturgico, ebbe poi due servizi : uno al mattino nella Basilica Lateranense in cui con le letture consuete si recitavano anche le Orationes sollemnes (oggi in uso esclusivamente al Venerdi Santo). Erano di regola nelle sinassi aliturgiche tre letture : quella del Passio di Luca, attestata nei Copitolari alla fine del sec. vir, forse in uso già al tempo di s. Leone; o si continuava a leggere quella di s. Matteo secondo le parole di s. Leone lectio dominicae passionis iterabitur? Anche oggi al Mercoledi Santo sono tre letture (un segno dell'antichità in contrapposto al Lunedi o Martedi con due). L'adunanza aliturgica del mattino è la più antica. Un'altra aveva luogo la sera nella Basilica Liberiana con la celebrazione eucaristica; s'iniziava con l'Offertorio, poi seguivano le letture del mattino. All'adunanza del mattino erano lasciate solo le Orationes sollemnes; cf. Ord. Rom. XXVI, 1-7 (Andrieu).

L'Ufficio delle Tenebre durante il Triduo sacro, detto nel sec. xir tenebrae o matutina tenebrarum perché finisce a lumi spenti, dal sec. xiri-xiv venne anticipato alla sera (Ord. Rom. XIV, 82) precedente. L'Ufficio di questi tre giorni, cosi differente dal solito, in realtà riproduce l'Ufficio romano primitivo, come altre parti del Triduo sacro conservano il rito dei tempi antichi. Si omettono le formole introduttorie ammesse da s. Gregorio I, gli inni (nell'Ufficio romano non si hanno prima del sec. xir) e il Gloria Patri alla fine dei Salmi (era una antichissima consuetudine romana di non aggiungere il Gloria, contro l'uso monastico proveniente dalla Gallia); si finisce, come nell'antichità, con la sola recita del Pater noster. Il salmo Miserere con la colletta Respice (dal Messale Gotico) è di origine privata dopo il sec. xir, recitata in alcune chiese sub silentio (Durando). Le letture, secondo l'antica regola, sono prese dal Vecchio Testamento, dai commenti dei Padri e dal Nuovo Testamento. I Responsori son ben scelti e composti; quelli storici, i più antichi, derivano dal Passio di s. Matteo; gli altri, più recenti, son tratti dalla Sapienza o sono di origine extrascritturale. Le Lodi, come le Ore minori e i Vespri si chiudono, senza Capitolo, senza versetti e senza saluto, col Pater noster finale. I salmi del Mattutino del Giovedi sono quelli stessi (68-76) della feria V dell'Ufficio romano ordinario, mentre i salmi del Venerdi e del Sabato Santo sono più appropriati ai misteri. Dapprima (secc. viI-viII) non c'erano i Vespri; gli attuali si ebbero soltanto con il sec. xi, quando già la Messa o le funzioni si facevano al mattino. C'è da notare il candeliere triangolare, reggente 15 candele di cera, ognuna delle quali alla fine di ciascun salmo viene spenta, eccetto l'ultima che si nasconde dietro o sotto l'altare, ma alla fine delle Lodi serve a rischiarare l'adunanza. Amalario, nella sua visita a Roma ( 831 ), trovò in uso questa progressiva estinzione dei lumi al Venerdi e al Sabato, non al Giovedi. L'origine e il significato di questo uso non è chiaro. L'uso di spegnere le sei candele dell'altare durante il canto del Benedictus, non ancora accennato da Durando, è recente. Lo strepito alla fine non era in origine che il segnale di congedo dato dal Superiore o presidente del coro.

Il Giovedi Santo ricorda l'istituzione dell'Eucaristia. Si dice Feria quinta in Coena Domini in Africa e in Italia dal principio del sec. v; anche Natalis calicis (con la data del 24 marzo) nella Gallia meridionale nel sec. vi viI; natalis sacramenti si legge in un Prefazio del Leoniano (XXVIII, 4). Nei Sacramentari romani, ma di origine gallicana, si trovano tre Messe per il Giovedi
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(per cortesia di mens. A. P. Frutaz)
Settimana Santa - Candelabro triangolare con 12 candele che si spengono successivamente al termine di ogni salmo del Mattutino e delle Lodi dell'Ufficio delle Tenebre. Il candelabro qui riprodotto è quello della basilica di S. Pietro.

Santo, la prima, detta della riconciliazione dei penitenti, la seconda, detta chrismalis, della consacrazione degli Oli santi, la terza ad vespersae dell'istituzione eucaristica. Della riconciliazione dei penitenti al Giovedi Santo si trova menzione nella lettera di Innocenzo I del 416 a Decenzio. La consacrazione degli Oli santi, funzione romana del + Gregoriano + , con spiccano carattere festivo, si faceva seguendo il cerimoniale delle grandi festività. Poiché la precedeva la riconciliazione dei penitenti, si ometteva la Messa detta Catechomonorum (Ord. Rom. XIV, 31: Andrieu, pp. 136-37) i Capitolari più antichi non hanno un Vangelo proprio del giorno) e s'iniziava con le offerte dei fedeli. La Messa odierna, composta per le chiese non cattedrali e dove non si faceva la riconciliazione dei penitenti, non ha testi originali delle letture e del canto, ma tratti derivati dalle Messe vicine. Oggi, in ogni chiesa, si permette una Messa sola, nella quale dal celebrante, come da Cristo stesso, tutti ricevono la s. Comunione; a Roma la stazione è nella Basilica Lateranense. La consacrazione degli Oli Santi, che al tempo di Ippolito aveva luogo nella Messa pontificale prima di conferire il Battesimo, a Roma si faceva già nel sec. v nel Giovedi Santo; nella Gallia invece il Sabato Santo (Arles, sec. vi) o la domenica in palmo (pa-Germano, sec. viI). La Messa è celebrata dal vescovo con grande solennità in presenza di 12 sacerdoti, 7 diaconi e 7 suddiaconi, tutti portanti le vesti bianche (bianco il velo della croce dell'altare); il Gloria si canta fra il suono prolungato delle campane. Alla fine del Canone, prima del Per quem, si esorcizza e benedice l'olio degli infermi. Tutte le benedizioni o consacrazioni si fanno dinanzi ad una tavola speciale presso l'altare. Dopo la Comunione, in una processione solenne vengono portati gli oli del crisma e dei catecumeni. Il vescovo benedice prima il balsamo, poi lo mescola con un poco di crisma, quindi alita in forma di croce sul s. crisma, seguito in cio dai sacerdoti, e lo consacra con un solenne Prefazio; dopo la miscela tutti i sacerdoti salutano tre volte Ave, sanctum Crisma e lo baciano (il saluto è di origine romana, il bacio è una novità gallicana). Similmente, ma senza

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Settimana Santa - Adorazione della Croce durante l'azione liturgica del Venerdi Santo. Il celebrante e i ministri qui riprodotti sono canonici della basilica di S. Pietro.
il Prefazio, si consacra l'olio dei catecumeni con una semplice orazione, previo esorcismo. In questa Messa del Giovedi Santo si consacra un'altra Ostia (in alcune regioni della Germania ancora una terza per il "sepolcro santo") per la "Messa dei Presantificati" del Venerdi Santo. Quest'Ostia consacrata vien recata dopo la Messa con un cerimoniale più ricco a partire dal sec. XI in una cappellina appositamente preparata; questa cappella diviene la rappresentazione del sepolcro di Cristo, in ispecie dal Venerdi Santo fino all'alba di Pasqua.

Recitato il Vespro (composto nel sec. xi), si procede con la recita del salmo 21 alla denudazione degli altari, cerimonia assai antica, perché è un resto dell'uso primitivo di togliere ogni giorno la tovaglia dall'altare. Nel medioevo si aggiungeva la lavanda dell'altare, che si fa anche oggi nella Basilica Vaticana e nei monasteri. L'ultima funzione del Giovedi Santo è la Lavanda dei piedi, detta Mandatum dalla prima antifona (Io. 13, 34) : atto di carità sull'esempio di Cristo (Io. 13, 1-15), comune nella Chiesa (s. Agostino, Ep., 55, 18-33); dal Concilio di Toledo del 694 resa obbligatoria per tutti i vescovi e sacerdoti verso i loro dipendenti. La lavanda si trova menzionata negli Ord. Rom. X, 12, e XII, 25, 27. Oggi dopo la lettura del Vangelo (Io. 13, 1-15), si lavano i piedi di 12 poveri; mentre si cantano alcune antifone relative al fatto evangelico e in specie l'inno Ubi caritas... (di provenienza veronese del sec. IX, ricca di una melodia assai semplice, ma molto antica e preziosa).

Una particolarità di questi tre giorni è il silenzio delle campane dopo il canto del Gloria del Giovedi Santo fino al Gloria della vigilia di Pasqua, già accennato da Amalario. In lungo delle campane e dei campanelli si dànno i segni per le sacre funzioni con una tabula, crepitaculum o crotalum, di legno proveniente dall'uso monastico sino dai tempi di Cassiano (De instit. coenob., I, 2, 17; IV, 12), nel medioevo dai Cluniacensi (v. crepitacolo; crotalo).

Il Venerdi Santo (per s. Agostino e s. Leone) era ancora il primo giorno del triduo sacro pasquale (s. Agost., Ep., 55, 14: "sacratissimum triduum crucifixi, sepulti, suscitati); è detto "parasceve" cioè "preparazione" dal
greco ( $\tau \alpha \rho \alpha \sigma \varkappa \varepsilon \nu \eta$ ). Era giorno aliturgico in Occidente e nell'Oriente; nella Spagna, nel sec. vil si tenevano chiuse le chiese. Altro uso di questo giorno era la recita di tutto il Salterio, come faceva Onorio III (1216-27) " primo diluculo una cum suis cappellanis totum psalterium ex integro"; nello stesso secolo lo facevano i monaci di Monte Cassino a piedi nudi. A Roma le funzioni si fanno nella basilica di S. Croce in Gerusalemme; anticamente (come nel "Gelasiano "), alle ore 9 del giorno o verso la sera.

Servizio eucologico. - Questa prima parte delle funzioni attuali è un bel saggio di antica adunanza aliturgica. Come al tempo in cui non si cantava ancora l'Introito, i ministri si prostrano sul pavimento pregando in silenzio; nel frattempo si prepara l'altare. Poi s'iniziano subito le letture; la prima di Osen (Os. 1-6 di provenienza gallicana), con salmo-responsorio di Abacus (Hab. 3, 1-3; il versetto in medio duorum ostinatum è riferito a Cristo crocifisso fra due ladroni); la seconda dell'Esodo (Ex. 12, 1-11) accenna al simbolo e alla figura del sacrificio di Cristo nell'agnello pasquale degli Ebrei. Segue la terza lettura: nella chiesa di s. Agostino si leggeva la Passio di Matteo; quella di s. Giovanni è attestata dai tempi di s. Gregorio Magno. Come di regola, l'adunanza aliturgica si conchiude con le Orationes sollemnes, per tutto il popolo e per ogni singola classe di esso; uso comune nella s. Messa fino al sec. vi (nel sec. viil ancora al Mercoledì Santo. v. sopra). Nell'Orazione per i Giudei si omette la genuflessione solita dopo l'invito dell'Oremus dopo il sec. IX per motivi simbolici, (cf. Ord. Rom. XII, 29). Seguiva la predica del vescovo officiante (di s. Agostino ci sono conservate 4 omelie pronunciate il Venerdi Santo).

L'adorazione della s. Croce. - Proviene da Gerusalemme, dove, secondo Eteria, si faceva alla reliquia della vera Croce, ed era un rito semplice e senza un preciso carattere liturgico: il vescovo teneva la reliquia, baciandola e applicandola sulla fronte e sugli occhi; nessun canto, nessuna preghiera; tutto si svolgeva in silenzio. Questo rito s'introduise a Roma (l'Ord. XVI, 33-34 non lo ha) forse nella prima metà del sec. vir. Secondo la descrizione dell'Ordo di Einsiedeln (Ord. Rom. XXIII, 9-22) il papa dal Laterano si recava a S. Croce in Gerusalemme; dietro di lui veniva portata la s. Croce (A. Baumstark, Lit., cit. in bibl., p. 153) da un diacono in una cassetta e posta sull'altare; il Papa scopre la s. Croce, si prostra ad adorarla; seguono i fedeli; ma alle donne, per non farle avvicinare all'altare, la sacra reliquia viene portata. Dopo la venerazione si continua con le letture del servizio eucologico e si aggiungono le funzioni dei presantificati; il Papa stesso e i suoi diaconi non si comunicano.

Nelle altre chiese si faceva un doppio rito, di mattina quello eucologico, di sera la venerazione della s. Croce insieme con il rito dei presantificati (Ord. Rom. XXIII, 2938 [Andrieu]): la Croce si metteva davanti all'altare portata da due accoliti; poi era venerata dal Papa e dal popolo; frattanto si cantava l'antifona Ecce lignum, con il salmo 118; seguiva la Messa dei presantificati (cf. Ord. Rom. XXVII, 41-50). Il rito attuale dell'adorazione della Croce si è formato fra il ix e l'xi sec. in Spagna e nella Gallia: lo scoprimento e l'ostensione della Croce, la triplice prostrazione, gli Improperi, il trisagio bizantino (in greco e latino), l'antifona (di origine greca) di trionfo Crucem tuam, i due inni di Venanzio Fortunato Pange lingua e Vecillio Regis; tutto si trova nel Pontificale romano del sec. xir (M. Andrieu, Le Pontifical romain au moyen age, I, Città del Vaticano 1934, p. 236, nn. 8, 9).

La Messa dei Presantificati. - E un semplice rito di comunione, fatto con le Sacre Specie "presantificate" cioè precedentemente consacrate, usato nei giorni aliturgici, come facevano i Greci nella Quaresima ecc., il Sabato e la Domenica; a Roma soltanto nel Venerdi Santo. Sembra che dapprima la Chiesa romana (come il rito ambrosiano anche oggi) non avesse ufficialmente l'uso dei Presantificati, il quale entrò nella liturgia papale fra il sec. viI e il sec. viII (Duchesne). Il rito primitivo conteneva solo il Pater noster con l'embolismo, seguito dalla frazione e immissione recitata a voce alta; poi si aggiungevano le preghiere offertoriali, l'incensazione delle of-

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ferte e dell'altare, la lavanda delle mani (Ord. Rom., XIV, 83; l'elevazione dell'Ostia (Ord. Rom., XV, 77) alle parole sicut in caelo et in terra (oggi dopo l'embolismo); uso francese del sec. xiv, introdotto forse ad Avignone.
4. Deposizione (sepolzura) della Croce e dell'Ostia. Rito diretto a commemorare in maniera più espressiva il seppellimento del Signore, proveniente dal sec. x (cf. la biografia di s. Ulrico di Augusta [m. nel 973]), in uus quasi in tutte le Chiese, tranne quella di Roma; si continua in Germania e in Austria.

La Croce o un'Ostia consacrata o tutt'e due insieme vengono portate in una specie di sepolcro, ivi incensate e asperse con acqua benedetta, finalmente il sepolcro viene chiuso e sigillato, per essere venerato dalla pietà dei fedeli. All'alba della Domenica di Pasqua vengono tratte solennemente fuori per figurare la Resurrezione.

Sabato Santo. - Nei primi sei secoli, sia in Oriente che in Occidente, era giorno completamente aliturgico. Le funzioni che si svolsero, durante più di un millennio, il Sabato Santo, si celebravano in origine nella notte successiva. Al tempo di s. Ambrogio (397) a Milano e di s. Agostino (430) ad Ippona si celebrava lungo tutta la notte la veglia pasquale; s. Girolamo invece (419-20) accenna a una funzione che occupava soltanto la prima parte della Notte Santa (note noctis dimidium dimittere non liceat). La veglia della prima parte della Notte Santa divenne la regola sotto Leone I (m. nel 461) a Roma, sotto Lupo di Troyes (m. nel 479) in Gallia, nello stesso tempo nel Testamentum Domini per la Siria. Da Giovanni diacono nel 523-26 la fine della solennità sembra già celebrata alla sera del Sabato Santo; lo stesso risulta da un racconto meno edificante di s. Gregorio (m. nel 604) nella Spagna (sacratissimo paschali Sabato past ieiunium), e inoltre una seconda Messa in Notte Santa - si diceva alla prima luce del giorno di Pasqua. Il Gelariano più antico (Bibl. Vat., Reg. 316) in una rubrica dopo le Orationes per singulas lectiones in Sabato Sancto determina l'ora della Messa in nocte: et ingrediuntur ad missas in sigilia ut stella in caelo apparuerit e contiene una seconda Messa nel Dominicum Paschae. Anche i Sacramentari del tipo gregoriano hanno una Messa in Sabato Sancto in nocte e un'altra in dominico sancto s; la domenica seguente si considera fuori dell'ottava die dominica post albas (scil. depositas; v. Pasqua, II, 3).

BibL.: P. de Puniet, Du rite des processions à la convicration des usines Huiles, in Rots. Greg., 2 (1909), p. 216 sgg .: A. Baumstark, Der Orient und die Gesänge der s Adaratio Crucis s, in Jahrb. f. Liturgienissensib., 2 (1922), p. 4 sgg.; L. Duchesne, Origines un Culle chrétien, Parigi 1923, pp. 260-71; A. Wilmart, L'Homme de la Charité pour le Jeudi saint, in Auteurs spirituels et textes déaux du moyen âge, vi 1932, pp. 26-36; E. Eisenhofer, Handb. der hath. Liturgie, I, Friburgo 1932, pp. 211-20; A. Baumstark, Liturgie comparée, Choristique (1959), pp. 149-52; 183-84; M. Righotti, Mon. di stoc. liturg., II, Milano 1946, pp. 140-85; A. Chavasse, Le carêne romain et les scrutins prébaptismaux avant le IXe siècle, in R. de sc. rel., 35 (1948), pp. 325-87; A. Chavasse, La préparation de la Pâque à Rome, avant le Ve siècle. Jeûne et argantiation liturgique, in Bibliothèque de la Fac. cath. de théol. de Lyon, Mémorial I, Chaîne, 5 (1950), pp. 61-80; A. Stulber, Von der Pascha-Nachtwache zum Karsamstagsgottesdienst, in Kutscher. Blätter, 75 (1950), pp. 48-107; M. Andrieu, Les - Ordines Romani - du haut moyen âge, III, Lovanio 1951; J. A. Jungmann, Die Vorverlegung der Ostervigil seit dem christl. Altertum, in Lit. Jahrbuch, 1 (1951), pp. 48-54; H. Vorgeindes. War die altchristl. Ostervigil eine ununterbrochene Feier?, in Zeitschr. für hath. Theol., 74 (1952), pp. 464-72. Pietro Siffrin

Folklore. - Il ciclo folkloristico della S. S. va dalla Domenica delle Palme (v.) al lunedi in albis. Più che descrivere cronologicamente, giorno per giorno, i riti della S. S., conviene classificare successivamente i diversi elementi folklorici, tanto più che questi si concentrano di preferenza nei giorni di Giovedi, Venerdi, Sabato e Domenica di Risurrezione. Il ciclo così presenta cerimonie liturgiche alle quali il popolo ha dato propri colori e forme, senza alterarne il carattere; cerimonie rituali propiziatorie che si ripetono ad ogni inizio annuale o stagionale, e in particolare per la Pasqua indicano l'inizio della primavera, tanto che il periodo è detto anche e del principio di primavera o di Pasqua s; e infine credenze e pratiche superstiziose varie, il cui singolo significato ci
sfugge, ma che si riportano in complesso al valore sacraleeccezionale di quei giorni.

Nel primo gruppo si comprendono le processioni drammatiche, le sacre rappresentazioni e altre reliquie viventi del dramma religioso medievale e rinascimentale, nonché alcune prescrizioni ecclesiastiche in cui l'elemento folklorico si è aggiunto a quello liturgico. Un posto di primo piano è stato riconosciuto alla processione in tutte le sopravvivense del dramma sacro, osservandosi che «il ritmico procedere di masse d'uomini, specie se il ritmo vien potenziato e scandito da divisioni in compagnie o gruppi vestiti con uniformi speciali, nonché da canti e da suoni, crea come un'atmosfera di raccordo, di coesione, di intesa fra le masse e ne prepara gli spiriti a sentire pienamente ciò che costituirà l'acme della manifestazione o del rito - (Toschi). Le processioni pasquali sono caratterizzate dalle scene della Passione, dette " misteri», ricostruite per mezzo di statue in legno o cartapesta e talora di gruppi di persone viventi : primeggiano, per la loro fastosità, la processione di Siviglia in Spagna, con i gruppi (pasos) formati in parte da statue, in parte da persone viventi, e con i colori delle vesti sempre uguali (azzurro e bianco per la Vergine, verde per s. Giovanni e giallo per Giuda); in Italia quella di Trapani, dove i 18 misteri scolpiti in legno, a grandezza naturale, vengono portati a spalla dai rappresentanti delle diverse corporazioni (cuochi, camerieri, falegnami, ecc.) e visitano tutte le chiese entrando dalla porta centrale e uscendo dalla laterale; quella di Calzanissetta, dove i misteri sono 15 gruppi modellati in cartapesta che il popolo chiama le vare e designa secondo il ceto cui appartengono (s vara de li sulfatura s, solfato; s di lirucceri s, macellai; s di li vinaroli s, vinai, ecc.); e ancora quelle di Sezze nel Lazio, di Grassina in Toscana, di Romagnano in Piemonte e di Vértova in Val Seriana. A Bari la processione pasquale assume un carattere penitenziale: i confratelli si chiamano perdune e procedono a due a due, a piedi nudi, vestiti di una ampia tunica bianca, il viso coperto, una corona di spine sul capo e un lungo bastone in mano; la triccola (detta altrove raganella, scarabattola, ecc.), strumento di legno con piccole piastriine metalliche che fa strepito e supplisce al suono delle campane, vino posta all'incanto il giorno prima, e ottenerla (si giunge a pagarla qualche migliaio di lire) è considerato una penitenza fatta da chi ha peccato; il troccolaro guida la processione, regolandone il percorso, le fermate e l'andamento che è più o meno lento secondo il peccato da scontare. In alcuni paesi del Mezzogiorno, specie in Sicilia, il canto della lamentanza, litania in dialetto misto talvolta a latino, accompagna il procedere cadenzato della folla. Tra le rappresentazioni sacre della Passione di Cristo la più celebre è quella che ogni anno si ripete nel piccolo villaggio di Oberammergau (v.). La confezione dei sepolcri, in uso nelle parrocchie di rito romano, mostra l'elemento folklorico nella varietà di decorazione, che è in rapporto con la tendenza del luogo : carichi di statue, pitture e scene evocatrici della Passione sono, p. es., in Spagna; in alcune regioni della Francia, quali il Roussillon e la Cerdagne, per la ricchezza di ornamenti, si chiamano monuments; in Italia si segnalano quelli allestiti in Sicilia, p. es., nella chiesa di S. Anna dei Lombardi a Monteoliveto; a Napoli nella chiesa dei Girolomini con antichissimi drappi ricamati in oro e nella chiesa di S. Francesco di Paola con l'urna trecentesca di bronzo dorato. Una folklorizzazione completa ha raggiunto il costume a Nantes, dove i sepolcri vengono installati lungo le strade.

Tra i riti propiziatori classificati nel secondo gruppo va segnalato sopratutto il costume delle canzoni e questue di uova. L'uovo ha un valore simbolico di fecondazione, in rapporto anche alla stagione primaverile: ma storicamente l'uso di donare uova non risale in Europa più in là del sec. xv (il documento più antico è alsaziano); nel Settecento fu di regola che l'uovo più grosso fetato nel Regno di Francia durante la S. S. spettasse al re. A Parigi, anticamente, studenti e chierichetti facevano la questua delle uova al suono di campanelli e tentouri. I pastori del Jura girano a Pasqua per le case conducendo una giovinetta ornata di fiori e nastri, detta regina di

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maggio: con lo stesso cerimoniale si festeggia il calendimaggio in Provenza e altrove. Il Sabato Santo, le montanine della Val Brembana superiore offrono uova, avvolte in fazzoletti ricamati, agli innamorati, i quali recano un ramo d'olivo unito a qualche oggetto: lo spirito arboreo, presente in questi riti, è simbolo della primavera. E le stesse scampagnate del lunedi in albis, cosi tradizionali per una vastissima area, hanno sempre aspetto e significato di riti primaverili. Folklorica è la colorazione delle uova, riguardo alla tecnica (nell'Anjou, p. es., il rosso cardinale si ottiene con spicchi di cipolla cotta con l'aceto), e alla interpretazione (il rosso ritenuto, quasi dovunque, efficace contro ogni influsso malefico). Con le uova si compiono anche svariati giochi, dei quali i più specificamente pasquali e i più diffusi in Europa sono due: l'uno consiste nel far cozzare due uova; il giocatore il cui uovo non si rompe è vincitore e s'impossessa dell'uovo dell'avversario (caccetta nelle Marche, scàzz in Romagna, toquette in Francia, Eierspcchen o Eierpicken in Germania, croquer nella Svizzera franc. e Tupfen e Tütschen in quella ted.); l'altro consiste nel far rotolare l'uovo lungo la china di un prato, vincendo chi riesce a mandarlo più lontano; a questo gioco, chiamato cutulello nelle Marche, che risulta diffuso in Francia (roulée), in Scozia, in Germania (Eierrollen o Eierschicken) e in tutto l'Oriente europeo, alcuni studiosi hanno creduto di dare una spiegazione ritualistica. Certo è dell'uno e dell'altro gioco il carattere propiziatorio per l'apertura di un nuovo ciclo: la roulée, p. es., a Naus-sous-Thil si giocava anche a Natale con noci, in Borgogna nei giorni di carnevale e la vincitrice era proclamata regina di Jandiau. Altri trasferimenti a Pasqua di riti carnevaleschi sono documentati dal Febrle nella Germania, dove il vincitore di certe corse a cavallo era chiamato re; anslogamente è da riconoscere un'ultima traccia del «re di carnevale» nell'uso romagnolo descritto dal Placucci : il Sabato Santo "si rinviene un uomo il più goffo, ed il meno accorto della villa; gli si pone addosso una cassa piena di sassi, e gli si commette di portarla alla parrocchia dicendogli che sono le chiavi dell'alleluja»; dalla chiesa si fa girare qua e là, finché si accorge della burla. Propiziatorio è anche l'uso, documentato in Romagna, di osservare, il Sabato Santo, ad un'ora prima dell'Ave Maria "per vedere li campioni, che sono i venti dominatori per l'anno venturo; onde predire ilbene, od il male, che può accedere in detto anno ai prodotti della campagna»: è un rito tipico d'ogni inizio annuale o stagionale.

Innumerevoli sono infine le credenze e pratiche superstiziose, non legate propriamente al ciclo pasquale come tale ma riferentisi a esso solo in quanto periodo eccezionale. Comune alla festa di s. Giovanni è l'uso di bagnarsi, all'alba, con la rugiada, ritenuta benedetta. In genere, l'acqua della notte di Pasqua preserva dai mali e rende belle le donne: in Sicilia persone e animali ammalati s'immergono nel mare; in Romagna, al momento in cui si slegano le campane, i contadini sogliono bagnarsi gli occhi per preservarsi la vista; nella Sassonia e nella Slesia i giovani nascosti presso le rive dei fiumi e le fontane, spruzzano acqua addosso alle ragazze che vengono ad attingerla. Forme di comparatico sono i cosiddetti riti di fraternizzazione che si compiono in Ucraina con l'abbraccio e presso gli Slavi meridionali con la fusione del sangue, nel giorno successivo alla Pasqua o anche in altro giorno solenne o di fiera, detto druzicola, giorno dell'amicizia. In relazione con il silenzio delle campane sono molti altri usi : i romagnoli, p. es., al legarsi delle campane, il Giovedì Santo, legano gli alberi per renderli fruttiferi, altri li legano il Sabato Santo perché la nebbia non li danneggi; in molti comuni d'Abruzzo e di Romagna, dal legarsi delle campane al loro sciogliersi si osserva il digiuno (trapassata). Tra i vari tabu della S. S. il più universalmente diffuso è la sospensione di ogni lavoro, come nel corso di ogni festa: in alcune regioni d'Italia e di Francia, in particolare, le donne non devono fare il bucato, specie il Venerdi Santo che è giorno di lutto.

Biel.: P. Toschi. La poesia popolare religiosa in Italia, Firenze 1935, p. 74 sge.: id., Dal dramma liturgico alla rappresentazione sacra, Ivi 1940; G. C. Pola Palletti-Villafalletto, Asso-
ciaz, giovan, e feste antiche: loro origini, III, Torino 1942, pp. 262 296; A. Van Gennep, Manuel de folklore franquis contemp., I, parte 3a, Parigi 1947, p. 1148 sge.: G. Gugitz, Das Jahr und seine Feste im Faltabrauch Öttern., I, Vienna 1949, p. 158 sE.: A. Lancellotti, Feste tradiz., I, Milano 1951, p. 461 sge. Cf. anche Handwörterb. des deutsch. Abceglanbens: British calendar customs e le varie raccolte regionali italiane.

Giovanni Brunzini
SETTIMANE SOCIALI. - Tipo caratteristico di convegni per lo studio e la diffusione del cattolicesimo sociale, realizzato la prima volta nel 1903 in Francia, per merito di Eugène Duthoit e iniziativa di Marius Gonin e Adéodat Boissard, scrvendo egregiamente a ravvicinare e fondere le varie, e spesso disarmoniche, tendenze sociali dei cattolici francesi (democratici cristiani, cattolici sociali, socialisti cristiani, ecc.). Lo scopo dichiarato era infatti quello di sostituire un insegnamento unitario ispirato dal Vangelo, dalla dottrina cattolica e dalle encicliche lusniane, alle varie correnti di pensiero sociale cristiano.

La tecnica delle s. s. consisteva in un ciclo annuale di conferenze e lezioni, della durata di sette giorni, tenuto da eminenti personalità del cattolicesimo sociale, per lo più professori di università, di pubbliche scuole, di istituti privati e seminari, con l'intento di svolgere nei suoi vari aspetti e da diversi punti di vista un dato argomento sociale. La sede delle s. s. veniva cambiata ogni volta per visitare tutte le città francesi, conservando rigorosamente il carattere di una contedra superiore ambulante. Alla fine di ogni conferenza o lezione, erano ammesse unicamente obbiezioni e richieste di chiarimenti da parte degli ascoltatori, cui rispondevano i docenti.

L. Le s. s. Francisi. - La $1^{\text {a }}$ Semaine cùbe per tema : La sociologie chrétienne (Lione 1904); la $2^{\text {a }}$ : Travail et salariat (Orléans 1905); la $3^{\text {a }}$ : Famille, profession, cité (Digione 1906); la $4^{\text {a }}$ : L'économie chrétienne (Amicus 1907); la $5^{\text {a }}$ : Justice et économie sociale (Marsiglia 1908); la $6^{\text {a }}$ : La grè̀ve et le droit (Bordeaux 1909); la $7^{\text {a }}$ : Le travail et la famille (Rouen 1910); l'8a : La personne humaine en régime économique (St-Etienne 1911); la $9^{\text {a }}$ : La société familiale et la doctrine coth. (Limoges 1912); la $10^{\text {a }}$ : L'idée de la responsabilité en sociologie (Versailles 1913). A causa della guerra europea si chìse un'interruzione di sei anni e le Semaines ripresero con l'11a : Famille, profession, cité (Metz 1919); la $12^{\text {a }}$ : La crise de la probité publique (Tulova 1920); la $13^{\text {a }}$ : La crise de la production et la sociologie catholique (Caen 1921); la $14^{\text {a }}$ : Le rôle économique de l'état (Strasburgo 1922); la $15^{\text {a }}$ : Le problème de la population (Grenoble 1923); la $16^{\text {a }}$ : Les problèmes agricoles et l'économie chrétienne (Rennes 1924); la $17^{\text {a }}$ : La crise de l'autorité (Lione 1925); la $18^{\text {a }}$ : Le problème de la vie internationale (Le Havre 1926); la $19^{\text {a }}$ : La femme dans la sociologie chrétienne (Nancy 1927); la $20^{\text {a }}$ : La loi de la charité, principe de vie sociale (Parigi 1928); la $21^{\text {a }}$ : Nouvelles conditions de la vie industrielle (Besançon 1929); la $22^{\text {a }}$ : Le problème social aux colonies (Marsiglia 1930); la $23^{\text {a }}$ : La morale chrétienne et les affaires (Mulhouse 1931); la $24^{\text {a }}$ : Le désordre international et la pensée chrétienne (Lilla 1932); la $25^{\text {a }}$ : La société politique et la pensée chrétienne (Reims 1933); la $26^{\text {a }}$ : Ordre social et éducation (Nizza 1934); la $27^{\text {a }}$ : L'organisation corporative (Angers 1935); la $28^{\text {a }}$ : Les conflits de civilisation (Versailles 1936); la $29^{\text {a }}$ : La personne humaine en péril (Clement Ferrand 1937); la $30^{\text {a }}$ : La liberté et les libertés dans la vie sociale (Rouen 1938); la $31^{\text {a }}$ : Le problème des classes (Bordeaux 1939).

Sospese ancora una volta per la seconda guerra europea, vennero riprese nel 1948 a Lione con il tema Peuples d'outre-mer et civilisation occidentale. Seguirono le settimane di Lilla su Réalisme économique et progrès social (1949): di Nantes su Le monde rural dans l'économie moderne (1950) : di Montpellier su Santé et société (1951) : di Digione su Richesse et misère (1952).
II. Le s. s. Italiane. - Tresto e felicemente imitate in quasi tutte le nazioni cristiane di Europa e d'America, le s. s. seguirono in Italia la riorganizzazione dell'Azione Cattolica, avviata dal b. Pio X con l'encicl. Il fermo proposito (1906) per iniziativa dell'Unione popolare (v.) che aveva

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appunto il compito di provvedere alle opere di propaganda e di cultura.

A differenza però delle Semaines francesi, quelle italiane (chiamate in un primo tempo Congressi di studi sociali) ebbero il carattere di Relazioni su temi diversi, orientati verso un'idea centrale : seguivano discussioni libere, spesso molto animate, dopo le quali il relatore riassumeva, replicava e concludeva. Come risultato finale si avevano dichiarazioni solenni (ordini del giorno, voti, mozioni, ecc.), nelle quali venivano condensate e ordinate le opinioni prevalse tra i settimanalisti sui vari argomenti discussi. In seguito le s. s. si andarono accostando al tipo francese, dopo la riforma dell'Azione Cattolica, voluta da Pio XI.

Iniziate in Italia nel 1907, ne vennero tenute diciotto fino al 1935: organizzate le prime dieci dell'Unione popolare, e le altre dalla Giunta centrale dell'Azione Cattolica. Fu l'epoca d'oro del cattolicesimo sociale, nella quale brillarono gli ingegni e palpitarono i cuori di maestri come Giuseppe Toniolo, Vico Necchi, Filippo Crispolti, Angelo Mauri, Nicolò Rezzara, Giuseppe Dalla Torre, Mario Chiri, mons. Pottier, mons. F. Olgiati, p. Gemelli, p. Cordovani, p. Brucculeri, p. Oddone, e tanti altri. La $1^{a}$ s. s. in Italia, tenutasi a Pistoia (1907), fu presieduta dal card. Maffi e si aggirò su argomenti vari : cooperazione, leghe del lavoro, organizzazione professionale, emigrazione, legislazione sociale, ecc.; la $2^{a}$ seguì a Brescia ( 1908 ) e, presieduta da Giorgio Montini e dal Rezzara, trattò della genesi storica dei contratti agrari, delle abitazioni operaie, l'azione sociale del clero, la libertà di insegnamento e i problemi tecnici della scuola, la donna cattolica e i suoi compiti; la $3^{a}$ ebbe luogo a Palermo (1909), presieduta da Antonio Boggiano, sui problemi siciliani, malattie del lavoro, la religione nel popolo, Stato e Chiesa, Società e Stato; la $4^{a}$ (1910) a Firenze, presieduta da Gennaro De Simone, pure con vari temi, dal contratto di mezzadria al lavoro femminile a domicilio, e dal problema della moralità in Italia alla mutualità scolastica e alla stampa popolare.

Si andò poi accentuando l'unità di tema a partire dalla $5^{a}$, presieduta da Luigi Caisotti di Chiusano (Napoli 1911): La famiglia e la questione operaia; cui seguirono la $6^{a}$ ad Assisi, presidente Boggiano, su L'organizzazione professionale; la $7^{a}$ a Venezia, pres. Filippo Sassoli, sul Problema della scuola; l'8a a Milano, pres. Paolo Pericoli, nel 1913, su Le liberta stadi dei cattolici, a celebrazione del XIV centenario costantiniano. La $9^{a}$ e la $10^{a}$ passarono quasi inosservate a causa della prima guerra mondiale.

Dopo un periodo di sospensione, le s. s. furono riprese, presidente Minoretti, l' $11^{a}$ a Torino nel 1924: sul tema Autorità sociale. Seguirono: la $12^{a}$ a Napoli (1925) sui Problemi sociali, economici e scolastici; la $13^{a}$ a Genova (1926), pres. Minoretti, sulla Famiglia cristiana; la $14^{a}$ a Firenze (1927), pres. G. Dalla Torre, su L'educazione; la $15^{a}$ a Milano, pres. G. Dalla Torre (1928) su L'unità della Chiesa; la $16^{a}$ a Roma (1929), pres. G. Dalla Torre, per illustrare L'opera di Pio $X$; la $17^{a}$ s. s. riprese a Roma, pres. Adriano Bernareggi, nel 1933, sull'argomento La carità; seguendo poi la $18^{a}$ a Padova (1934) con il tema: La professione; ma quella indetta per il 1935 su: Il valore etico del lavoro fu dovuta ancora una volta sospendere per la guerra etiopica. Dopo l'interruzione di un decennio, dovuta a cause politiche e poi alla seconda guerra mondiale, le settimane ripresero con la $19^{a}$ a Firenze, nel 1945, pres. A. Bernareggi, con tema Costituzione e Costituente (1945); la $20^{a}$ a Venezia, sotto la presidenza dello stesso A. Bernareggi, con tema Il lavoro (1946); la $21^{a}$ a Napoli, pres. Antonio Lanza, con tema I problemi della vita rurale (1947); la $22^{a}$ a Milano, pres. A. Bernareggi, sul tema : La comunità internazionale (1948); la $23^{a}$ a Bologna, pres. A. Bernareggi, sul tema Sicurezza sociale (1949); la $24^{a}$ a Genova, sul tema L'organizzazione professionale (1951),
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(fot. Alinari)
Settimio Severo - Arco trionfale di S. S. - Roma, Foro romano.
pres. A. Siri; la $25^{a}$ a Torino, pres. mons. Giuseppe Siri, sul tema: L'impresa nell'economia contemporanea (1952), Numerosissime le edizioni ridotte delle s. s.: provinciali, regionali, o addirittura diocesane (tipo prevalente la cosiddetta "tre giorni"), che riuniscono con notevole profitto studiosi, dirigenti e militanti di Azione Cattolica, giovanissimi, e anche indifferenti. Dalla ormai lunga esperienz è nata una cultura sociale cattolica abbastanza unitaria e continuamente aggiornata che, seppure ancora affetta da un dottrinarismo, peraltro consapevole e accettato, va permeando in profondità gli strati attivi e il fondo inerte della società cristiana. I risultati potranno essere ancora migliori, quando le s. s. riusciranno a proporsi scopi e atteggiamenti di più evidente concretezza, battendo vie originali, e chiamando a insegnare, a lato degli eletti nomi della vita organizzativa, universitaria, politica e sindacale dei cattolici, anche gli esperti della realtà economica, imprenditoriale e del lavoro. Il successo pieno e fecondo non può che seguire, come sempre, la felice integrazione della cultura accademica con la scienza applicata e la viva esperienza.

Scopo dichiarato attuale delle s. s. non è quello di incidere direttamente sulle istituzioni, ma sulla interiorità degli spiriti per delinearvi obbiettivi, suscitare o consolidare persuasioni, far nascere propositi in ordine ai problemi sociali di maggiore attualità e di più vasta portata. Presentemente le s. s. in Italia vengono disposte