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re direttamente sulle istituzioni, ma sulla interiorità degli spiriti per delinearvi obbiettivi, suscitare o consolidare persuasioni, far nascere propositi in ordine ai problemi sociali di maggiore attualità e di più vasta portata. Presentemente le s. s. in Italia vengono disposte da un apposito Comitato permanente in Roma, presieduto dal card. Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova e del quale è segretario mons. Pietro Pavan.
III. Le s. s. all'estero. - All'estero l'iniziativa si svolse e tuttora si svolge con grande successo e risonanza nel mondo culturale, specie in Belgio e Canadà, dove però le s. s. non seguono iniziative, regole e periodicità precise come in Francia e in Italia.

BibL.: G. Dalla Torre. Storia delle s. s. in Italia, in L'Osserv. romano, 51 ag. 1935: P. Pavan, Le s. s., Roma 1936; E. Duthoit, Le s. s. francesi, in L'Osserv. romano, 14 apr. 1937, Mario Baronci

SETTIMIO SEVERO (L. Septimius Severus). IMPERATORE ROMANO. - N. a Leptia Magna (Libia) l'1 1 apr. 146, m. a Yorch (Inghilterra) nel febbr. 211.

Discendente di famiglia equestre, si recò a Roma e con la protezione di Marco Aurelio intraprese la carriera degli onori; fu questore (170), tribuno della plebe (176) e pretore nella Spagna (176). Sotto Commido cadde in temporanea disgrazia ma poi riacquistò credito e fu governatore in Gallia (187), in Sicilia (189) e nella Pannonia superiore (192). Quivi, alla morte di Pertinace (marzo 193), fu acclamato imperatore dai suoi soldati mentre

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quelli della Gallia acclamavano il loro comandante Clodio Albino, quelli d'Oriente Pescennio Nigro e a Roma i pretoriani eleggevano Didio Giuliano. S. venne subito in Italia; si alleò con Albino mentre Giuliano era ucciso. ed il Senato lo riconosceva imperatore. Marciò allora contro Pescennio e lo sconfisse presso Isso (194). Ritornato in Italia, combatté contro il collega Albino e lo sconfisse a Lione (197) rimanendo solo imperatore. Instaurò allora una politica antisenatoria riallacciandosi a quella di Commodo al quale decretò l'apoteosi. Dopo una nuova campagna in Oriente finita male, ritornò in Italia e si diede ad organizzare e pacificare l'Impero che si dibatteva in una profonda crisi sociale, morale e militare. Domò la rivolta di Bullo Felice, impingul̀ le casse dello Stato aumentando le riscossioni del fisco, favorì in ogni modo i militari per toglier loro ogni pretesto di rivolta. Curò l'organizzazione delle province, specialmente dell'Africa, e attese alla codificazione del diritto; diede nuovo impulso al culto imperiale.

Nei riguardi del cristianesimo S. all'inizio si mostrò tollerante anzi addirittura favorevole. Tertulliano riferisce che aveva nel suo palazzo un medico cristiano, che affidò ad una nutrice cristiana il proprio figlio Bassiano e che si oppose energicamente al furore popolare tumultuante contro i cristiani (Ad Scapulam, 4). Non mancarono però anche nei primi anni del suo impero delle vittime, dovute a sommosse popolari o all'animo ostile di qualche magistrato provinciale, come in Africa (Tertull., Apolog., 12, 30, 37), ad Alessandria (Clemente, Stromata, II, 125), in Cappadocia (Ad Scapulam, 3). Ma le buone disposizioni di S.S. verso i cristiani non durarono a lungo. Dopo la guerra partica, nel 202, viaggiando in Oriente, mentre dalla Palestina si dirigeva verso Alessandria, emanò improvvisamente un decreto con il quale Judaeus fieri sub grass poena vetuit, item de christionis sanxit (Script. Hist. Aug., Vita S., 17). Il motivo di questo decreto non è ben chiaro. Sembra che S. S. fosse spaventato e preoccupato della grande diffusione del cristianesimo così da vedervi un pericolo per la stabilità dell'Impero, e perciò proibì le conversioni punendo coloro che si convertivano e coloro che facevano proselitismo. In forza dell'Editto fu dispersa la famosa scuola di Alessandria e parecchi scolari subirono il martirio (Eusebio, Hist. eccl., VI, 4); il padre di Origene fu una delle vittime (ibid., VI, 1). A Cartagine fu condannato il gruppo di Perpetua, Felicita e compagni (v.). Per altre province dell'Impero non si hanno notizie sicure, ma non è da dubitare che ci fossero altre vittime.

BibL., L. De Ceuleneer, Essai sur la vie et le rigue de S. S., Bruxelles 1880; C. Fuchs, Gesch. des Kaisers L. S. S., Vienna 1884; J. Reville, La religion à Rome sous les Sévères, Parigi 1886; E. Callegari, Il salotto di un'imperatrice romana, Roma 1902; M. Platnauer, The life and reign of the emperor L. S. S., Oxford 1918; J. Hesebrock, Untersuch. zur Gesch. des Kaisers S. S., Heidelberg 1921; P. Allard, Star, critica delle pervaux., ed. it., II, Firenze 1935. pp. 15-135; A. Calderini, I Severi. La crisi dell'Impero nel III sec., Bologna [1949]; G. Barbieri, L'Albo Sematorio da S. S. a Carina, Roma 1952. Agostino Amore

SETTIMO, Ruggiero. - Uomo politico, che ebbe una parte notevole nel Risorgimento italiano, n. a Palermo il 19 maggio 1778, m. a Malta il 2 maggio 1863 .

Nel 1791 entrò nell'Accademia marinara di Napoli e raggiunse il grado di capitano di corvetta, partecipando anche a numerose spedizioni di guerra. Ritiratosi dal servizio nel 1811 , entrò a far parte del governo di Ferdinando col proposito di tutelare gli interessi della Sicilia. Nel 1820 fu tra i più autorevoli cittadini siciliani che fecero pressione su re Ferdinando per ottenere il rispristino della costituzione del 182 e ed entrò nel nuovo Ministero insieme a Zurlo, al duca di Campochiaro e al Carrascosa. Dal 1832 al 1836 ebbe anche l'incarico di organizzare i servizi per combattere il colera. Il 12 genn. 1848, in occasione della rivolta di Palermo, fu messo a capo del comitato dirigente l'insurrezione, anche per la esperienza acquistata soprattutto nei precedenti conflitti tra l'Isola e il governo di Napoli. L'insurrezione, sotto la guida di S. R., determinò l'abbandono quasi totale della Sicilia da parte dei Borbonici, la proclamazione dell'antica costitu-
zione siciliana, modificata nel 1812 , le elezioni politiche e, il 25 marzo dello stesso anno, la convocazione del Parlamento. Caduto il governo provvisorio ad opera del Filangieri (v.), S. R. si ritirò in esilio a Malta, e non se ne allontanò neppure dietro l'invito di Garibaldi, divenuto padrone di Palermo il 27 maggio 1860.

Durante il governo provvisorio S. R., dichiarata la decadenza di Ferdinando dal trono di Sicilia, aveva proposto di nominarvi un principe di casa Savoia ed approvò, quando avvenne, l'annessione della Sicilia al Regno d'Italia (21 ott. 1860). Ebbe la nomina a senatore del Regno il 20 genn. 1861.

BibL.: C. Avarna di Gualtieri, R. S. nel Risorgimento, Bari 1928; F. Orestano, R. S., in Nuova Antologia, 78 (1943), p. 11 sge. Francesco Ercolani
SETTUAGESIMA (nel Messale Romano «Dominica in Septuagesima $\left.{ }^{-}\right)$. - E la domenica nonna prima di Pasqua, in preparazione alla festa della Resurrezione di Cristo.

Come preparazione pasquale la S. è puramente romana. Baumstark spiega la S. come combinazione delle otto settimane di preparazione orientale (v. quinguagesa. ma; SessAGESima) con l'addizione della Settimana Santa (finora indipendente). Si credeva s. Gregorio Magno orgonizzatore di queste tre domeniche prima della Quaresima (Callevaert, Morin, Capelle). Recentemente A. Chavasse ha però affermato che s. Gregorio nel 590-93, organizzando la liturgia del suo sacramentario e dell'anno ecclesiastica, abbia conosciuto solo la sessagesima e che (594-96) non abbia tenuto conto che di essa (nel 594 infatti c'erano 5 domeniche dopo l'Epifania e la Sessagesima cadeva al 14 febbr.). Anche il "Comes" detto di Aleuino, scritto dopo il 643 , non conosce la S. che viene menzionata per la prima volta nei manoscritti dell'Epistolario ed Evangeliario Romano, non anteriori al 700 , e nei Sacramentari del tipo Gelasiano del sec. viII. I 70 giorni vengono contati dalla domenica di S. fino al sabato in Albis inclusivamente, essendo riorganizzata la settimana pasquale che termina al sabato in Albis. Con i libri del tipo gregoriano anche la S. romana venne adottata dappertutto, e, dopo il 750 , anche in Gallia; solo nella Spagna si ritenne la Quinquagesima.

Con la S. finisce il canto dell'Alleluia e del Gloria nelle Masse del tempo (v. alldolia) e in sua voce si canta il Tractus dopo il Graduale. Le funzioni si fanno in paramenti di colore violaceo: il diacono e il suddiacono indossano la dalmotica e la tunicella, ma di colore violaceo.

BibL.: J. Froger, Les anticipations du jodine quadragesimal, in Mélanges de sc. relig., 3 (1947), pp. 207-34; C. Callevaert, L'oeuvre liturgique de si Grégoire. La Septuagésime et l'Alleluia, in Sacris Erudiri, 3 (1950), pp. 633-53; H. Leclercq, Septuagésime, in DACL. XV, 1, coll. 1262-66; G. Morin, La part des pages du $V V^{e}$ xiale dans le développement de l'année liturgique, in Rv. bénédict., 22 (1950), pp. 3-8; A. Baumstark, Liturgie comparée, Chervenegne [1939], p. 209; A. Chavasse, Temps de préparation à la Pâque d'après quelques livres liturg. romains, in Rech. de sc. relig., 37 (1950), pp. 131-43. Pietro Siffrin
SEUL (S6ul), vicariato apostolico di. - Situato nella regione sud-occidentale della Corea, ha una superficie di 71.820 kmq . e una popolazione di $5.800 .000 \mathrm{ab}$. ; la sede si trova nella città omonima, capitale dello Stato coreano.

Il 9 sett. 1891 fu eretto, per distacco dalla diocesi di Pekino (ora arcidiocesi), il vicariato apost. di Corea, comprendente il Regno di Corea e affidato alla Società delle Missioni Estere di Parigi. In data 8 apr. 1911 il vicariato apost. di Corea, venne diviso nei due vicariati apost. di S. e Taiku. Il 5 ag. 1920, per divisione del vicariato apost. di S. fu costituito il vicariato di Wonsan (oggi vicariato apost. di Ham-Hsung). Il 17 marzo 1927 fu dismembrato dal vicariato apost. di S. il territorio dell'odierno vicariato apost. di Pyong-Yang. L'8 genn. 1942 il vicariato apost. di S. passò al clero secolare coreano.

Il 1784 segna la data di introduzione del cristianesimo in Corea. Il Re era tenuto ad inviare ogni anno alla corte di Pekino ambasciatori, incaricati di offrire un tributo di vassallaggio al supremo reggitore del celeste Impero. Questi inviati, durante il loro soggiorno nella capitale cinese, vennero a contatto con i Gesuiti,

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(let. l'id:r)
Seul, vicariato apostolico di - Il sig. Tehysng, vescovo metodico, convertito al cattolicesimo, è battezzato da mons. Ro, vescovo di S. (20 nov. 1922) - Seul, chiesa cattolica.
residenti a corte, che miscro nelle loro mani testi di Vangelo. Nel 1791 il vescovo di Pekino spedì alla frontiera coreana un prete di Macao, il p. Giovanni Dos Rémédios, per accostare il primo nucleo di cristiani, ma la persecuzione impedì a questo padre di penetrare nel paese. Nel 1794 si contavano già 4000 cristiani. Un prete cinese, il p. Giacomo Tjou, riusci nel 1795 a entrare a S. e ad esercitarsi un fruttuoso apostolato che egli coronò col martirio. Il 1839, 1846, 1866 sono le date degli editti di persecuzione contro la nascente Chiesa coreana. Uno dei tre giovani coreani, che erano stati mandati a studiare a Goa, ricevette il 17 ag . 1871 il sacerdozio per le mani del terzo vicario apostolico, mons. Ferriol, presso Sciangai. L'intrepido levita, di nome Andrea Kim, alla regale corona del sacerdozio abbinò quella purpurea del martirio, mentre tentava di rientrare in patria, apostolo del suo popolo. Il corpo del primo prete coreano martire, dalla Chiesa dichiarato beato, riposa nella cappella del Seminario di S.

Secondo dati statistici anteriori alla presente guerra, lo stato spirituale era il seguente: 78.218 cattolici con 2030 catecumeni; 73 sacerdoti nazionali e 25 esteri; 295 suore nazionali e 25 estere; 5 fratelli esteri; 686 catechisti, 180 maestri; 31 seminari maggiori e 56 minori; 12 scuole elementari; 4 scuole medie; 2 dispensari; 4 ospedali; 5 orfanotrofi; un ricovero per vecchi; 46 stazioni primarie e 157 secondarie; 39 chiese e 100 cappelle.

Bibl.: AAS, 3 (1911), pp. 224-25: [Dalmen], Le catholicisme en Corée, Hong-Kong 1924; MC, 1930, pp. 399-400; E. Pecorsio, Cristianesimo in Corea, in Cieve e missioni, 31 (1926), fasc. iv, pp. 35-37; Arch. della S. Congr. di Prop. Fide, Relax. quinquenn., pos. prot. n. 2798/25; ibid., Prospectus status missionis, 1948-49, pos. n. 224/50. Edoardo Pecorsio

SEVERANO, Giovanni. - Prete dell'Oratorio, n. a S. Severino Marche (Macerata) nel 1562, m. in Roma il 26 febbr. 1640; entrò nella Congregazione dell'Oratorio il 15 ott. 1588.

La sua lunga vita fu veramente pia. La pratica devota delle Sette Chiese lo istigò a farne una illustrazione che tenesse conto dei ricordi archeologici, e perciò scrisse : Memorie sacre delle Sette Chiese di Roma e di altri luoghi, che si trovano per le strade di esse (Roma 1630). Nel 1629 A. Bosio (v.) era stato delegato a rivedere questo lavoro e lo aveva giudicato "pieno di molta eruditione, dottrina e singolar potà ". Nelle 740 pagine, oltre alle chiese dell'itinerario sacro, sono notizie anche di molte altre minori. A sua volta, il S. rese servizio alla memoria del Bosio, curando la pubblicazione della sua monumentale opera, che costituisce la base di tutti gli studi sulle catacombe, la Roma sotterranea, uscita nel 1634 (anche se la data del frontespizio è 1632 ) per sollecitudine del card. Francesco Barberini. Il S. si limitò a modifiche secondarie ed a qualche integrazione, specialmente nel IV l., che fu aggiunto in base ad una selva di appunti del Bosio e di altri autori. D'altra parte, il Bosio aveva eliminato tutto quello di cui aveva trattato il S. nel libro sulle Sette Chiese. Nonostante la critica circa altro materiale che si sarebbe potuto includere, il servizio offerto dal S. agli studi fu veramente grandioso.

Bibl.: G. B. De Rossi, Roma sotterr., I, Roma 1864, p. 32 sgg.; G. Ferretto, Note stor.-bibl. di arch. crist., Città del Vaticano 1942, pp. 157-62. Carlo Cecchelli

SEVERIANO. - Vescovo di Gabala, m. dopo il 408, fu uno dei principali nemici di Giovanni Crisostomo (Socrate, Hist. eccl., VI, i1; Sozomeno, Hist. eccl., VIII, io; Palladio, Dialogus de vita a Joannis Chrysostomi, passim). Gennadio, De vir. ill., 21, lo dice «in divinis scriptoribus eruditus et in homiliis declamator admirabilis». Come predicatore andò a Costantinopoli e cominciò gli intrighi contro Giovanni Crisostomo.

Gennadio conosce di lui una Expositio in epistulam ad Galatas. In realtà però S. ha commentato tutte le epistole paoline: di questi commentari si sono conservati molti frammenti nelle "catene" (v. K. Staab, Paulushommentare der griechischen Kirche, Münster 1933, pp. 213-351). Come esegeta è rappresentante della scuola antiochena e s'avvicina spesso al suo maestro Diodoro (ibid., p. xxxi). La sua opera esegetica esisteva in due recensioni (ibid., p. xxxiII; H. Emonds, Zweite Auflage im Altertum, Lipsia 1941, p. 372). Una raccolta completa dei suoi sermoni non esiste ancora, molti di questi sono nella tradizione falsamente attribuiti a s. Giovanni Crisostomo, p. es.: sei prediche sull'Hexaemeron vanno sotto il nome del Santo (PG 56, 429 sg.; molti frammenti presso Cosma Indicopleuste). 9 Sermoni si sono conservati in lingue armena (ed. Aucher, Venezia 1827, le omelie 10-15 non sono opera di S.), e alcuni di questi sono stati rintracciati tra le opere del Crisostomo. Sarebbe inutile voler indicare tutte le omelie che gli sono state attribuite con più o meno ragione, bisogna però menzionare l'importanza di S. per l'omiletica occidentale, specialmente per Pietro Crisologo, e forse anche per Vittore di Capua (v. A. Siegmund, Die Überlieferung der griechisch-christlichen Literatur in der lateinischen Kirche, Monaco 1939, p. 130 sg.). Del resto Gennadio attesta la traduzione latina di opere di G. (v. P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident, Parigi 1943, p. 222). S., che per il suo atteggiamento verso s. Giovanni Crisostomo era rimasto un po' nella penombra (l'Altaner tratta di lui in un paragrafo, che parla degli avversari di Giovanni Crisostomo), in seguito agli studi recenti è diventato una persona di maggiore importanza. S. fu un uomo colto, un teologo ortodosso e un carattere forse ambiguo.

Bibl.: J. Zellinger, Die Grosshobonallon des Bisch. S. v. G. Münster 1916; id., Studien zu S. v. G., ivi 1926; G. Dürks, De Severiano Gab., Dist., Kiel 1917; H. Lietzmann, s. v. in Pauly-Vlissowa, II, II, coll. 1930-32; Ch. Martin, in Rer. d'hist. ecclés., 25 (1929), p. 709, n. 1; id., in Le Muséon, 48 (1935), pp. 311-21; ibid., 54 (1941), pp. 34-38, 53-57; G. Ricciotti, L' Apocalisse di Paolo siriano, II, Brescia 1952, pp. 43-49 (sulla cosmologia); B. Marx, in Or. chr. per., 2 (1939), pp. 281-367; A. Graf, Geich. der christlich.-serdischen Literatur (Studí e testi. 113), I, Città del Vaticano 1944, p. 322; B. Moss, in Bull. School Orient. Afric. Studies, Londra 1948, p. 535 sg. Erik Peterson

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(da F. Madre, Paseau, Augusto 1965. (ca. 1470) - Passavia, chiesa di S. S.

SEVERINO, santo. - Grande apostolo del Norico Ripense per ca. 30 anni. Incerto è il luogo e il tempo della nascita.

Dalla biografia, scritta nel 511 dal suo discepolo Eucgippo, che si fondò sui ricordi personali e sulle testimonianze di coloro che erano stati i più vicini testimoni delle sue gloriose gesta, si sa soltanto che, ancor giovane, attratto dal desiderio della perfezione si recò in Oriente per vivervi in solitudine. In seguito ad un avviso soprannaturale, verso il 455 si recò nel Norico del quale divenne l'apostolo, il benefattore, il taumaturgo, da tutti, romani e barbari, ascoltato, ubbidito, venerato. Messosi alle dipendenze di un vecchio eremita cominciò a predicare esortando tutti a vivere cristianamente ed a far penitenza. Sacerdote, la sua attività suscitò invidie e gelosie tra il clero locale; si recò perciò a Favianis (presso l'odierno Meutern sul Danubio) dove la sua predicazione ebbe migliore accoglienza. Dopo una breve parentesi eremitica fondò a Favianis un monastero ben presto popolatosí di numerosi discepoli e collaboratori del suo apostolato. Uomo di intensa pietà, austero, premuroso per il bene delle anime, per i poveri ed i prigionieri, fece di Favianis il centro della sua predicazione e del suo apostolato. In quel secolo turbolento per le continue incursioni degli Alamanni, Rugi, Eruli, Goti, Turingi, S. seppe dire a tutti le parole del Vangelo addolcendo i fieri barbari, mitigando le tribolazioni delle devastazioni. Gli stessi barbari ariani non disdegnavano di ricorrere a lui nelle loro controversie, per chiedergli grazie e benedizioni, per ascoltarne gli insegnamenti. Il Signore l'arricchí con il dono dei miracoli e della profezia. Prossimo a morire chiamò intorno al suo letto i discepoli e li esortò ancora una volta alla penitenza ed alla pietà, e dopo aver ricevuti i Sacramenti mori l'8 genn. 482. Fu sepolto nella chiesa del suo monastero, ma nel 488 , quando Odoacre trasferí in Italia i popoli del Norico, i monaci portarono seco il corpo di S. Durante il pontificato di Gelasio (492-96) per intervento della nobile Barbaria il corpo fu trasferito nel Castrum Lucullanum presso Napoli dove fu edificato in suo onore un monastero. Finalmente nel 909, per sottrarlo alle profanazioni dei Saraceni che assalivano le coste dell'Italia meridionale, fu trasferito a Napoli.

Bias.: BHL. 7655-58; oltre le edd. della Vita s. Severini di Eugippio ivi segnalate, v.: Th. Mommsen, in MGH, Script. rer. Germ. ad us. scholarum, Berlino 1898; Das Leben des id. Severin. Übersetzung, Kommentar, Einleitung und Anhang: Doubmäler des frühen Christentums in Österreich, di R. Noll, Linz 1947. Studi: Th. Sommerlad, Die Lebensbeschreibung Severins als kulturgeschichtliche Quelle, Lipsia 1903; A. Baudrillart, St Séverin, Apôtre du Noriaue, $2^{\circ}$ ed., Parigi 1908: E. Tomek, Kirchen-
gesch. Österreichs, I. Innsbruck-Vienna 1935. pp. 47-56; D. Mallardo, Il Calendario Marmoreo di Napoli, Roma 1947. pp. 58 sg., 183 sgg.; Martyr. Romanum. p. 12. Agostino Amore

SEVERINO, papa. - Romano, figlio di Abieno, successe ad Onorio (m. nell'ott. 638), ma poté esser consacrato soltanto il 28 maggio 640 .

Il ritardo fu dovuto al fatto che l'imperatore Eraclio richiedeva dagli aprecrisarii inviati a Costantinopoli per ottenere la ratifica dell'elezione di S., la sottoscrizione dell'"Ex9sos, pubblicata nel sett.-ott. 638; naturalmente i legati non potevano promettere l'adesione del Papa e perciò furono trattenuti in Oriente per un anno e mezzo ca.

Durante l'attesa però il cartulario Maurizio con la connivenza dell'esarca Isacio sobillo l'esercito romano ad impadronirsi dei beni ammassati da Onorio nel Laterano, dicendo che ivi era conservata la parte destinata loro come stipendio. L'episcopio fu invaso e furono posti i sigilli; venuto quindi Isacio, dopo aver esiliato i dignitari del clero per eliminare ogni resistenza, tutti i beni furono asportati e divisi tra i soldati, l'esarca e l'Imperatore. Solo allora S. poté esser consacrato e nel suo breve pontificato, durato appena a mesi, si mostrò con tutti mite, benigno, generoso, amante dei poveri. M. il 2 ag. e fu sepolto in S. Pietro.

Bias.: Lib. Pont., I, p. 328 sg.; Mansi, X. coll. 675-80: O. Bertolini, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna [1941], pp. 317-25; Fliche-Martin-Frutaz, V. pp. 141 sg. e 417. Agostino Amore

SEVERO, santo: v. endechelio severo, santo.
SEVERO. - Gnostico che Eusebio (Hist. eccl., IV, 29, 4 sg.) inserisce nella storia dell'encratismo. Poco dopo Taziano sarebbe apparsa la setta dei severiani. Il nome di severiani presuppone una certa indipendenza di fronte al gruppo degli encratiti.

Secondo Eusebio la setta avrebbe accettato il Vecchio Testamento e i Vangeli, respingendo le lettere di Paolo e gli Atti degli Apostoli. Questo fatto rivela i rapporti che esistono tra giudeo-cristiani ed encratiti. La notizia di Eusebio (cf. anche Teodoreto, Haer. fab., I, 21 e s. Girolamo, De vir. ill., 29) interrompe in 29, 4.5 la narrazione su Taziano: è dunque inserita da un'altra fonte. Ora Epifanio (Haer., 45, ed Hall. p. 199 sgg.) parla dei severiani e informa sulla loro speculazione. Il diavolo, figlio di Ialdabaoth e Sabaoth, caduto dal cielo, si sarebbe mischiato con la terra sotto la forma del serpente del paradiso; dal suo seme sarebbe nata la vite. E una specie di mito etiologico per spiegare l'astinenza dal vino e dal matrimonio presso gli encratiti. E presupposta una teoria giudaica che identifica l'albero della conoscenza nel paradiso con la vite; nell'Apocalisse giudaica di Abramo (v.) la vite è l'albero del paradiso, che causò l'unione carnale dei progenitori (v. nella edizione di Bonwetsch, p. 33, 18). Anche testi talmudici conoscono una simile teoria (H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament, III, Monaco 1926, p. 250 e nota; L. Ginzberg, Monatsschrift für Geschichte und Wissenschaft des Judentums, Breslavia 1899, p. 122 sgg.). E importante constatare queste tradizioni giudaiche nell'encratismo e nella gnosi.

Erik Peterson
SEVERO di Antiochia. - Capo del movimento monofisita del sec. vi, n. a Sozopolis in Pisidia verso il 465 , m. a Xois (Egitto) nel 538 . Compiuti gli studi ad Alessandria e a Beirut, ricevette il Battesimo nel 488; in seguito si fece monaco, poi eremita a attese, infine, alla fondazione di un nuovo monastero presso Maïouma di Gaza. Il vescovo di Magydos in Panfilia, Epifane, allora in esilio, l'ordinò sacerdote comunicandogli la passione per la dottrina monofisita.

Nel 509 si recò a Costantinopoli per difenderla. Vi restò tre anni e scrisse il Filalete, opera di controversia in cui si richiama all'autorità di s. Cirillo. Elotto patriarca di Antiochia nel 512 , si espresse a favore dell'Emelico di Zenone, condannando però apertamente il Tomo di papa Leone e il Concilio di Calcedonia. Per questo ebbe contrari

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A sinistra: CAPPELLA SFORZA, eseguita su disegno di Michelangelo per il card. Ascanio Guido Sforza (in. nel 1564), terminata da G. della Porta al tempo del card. Alessandro Sforza (1573) - Roma, basilica di S. Maria Maggiore. A destra: MONUMENTO FUNEBRE AL CARO. ASCANIO SFORZA, di Andrea Sansovino (1505) - Roma, chiesa di S. Maria del Popolo.

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(per cortesia del prof. G. C. Bascapè)
SIGILLI: 1, 2, 3, dei cardinali Matteo Rosso Orsini, Gerardo Bianchi, Giov. Boccamazza (1294); 4. di Giovanni Visconti, vescovo di Novara (1341); 5. del card. Amedeo di Savoia (1449); 6. di Vodalrico, vescovo di Trieste (1243); 7. di Dionigi de Baregianis, dottore di legge (sec. XIV); 8. di Leone da Perego, arciv. di Milano (1245); 9. Sigillo "ad causas, della Curia vescovile di Gubbio - Archivio Vaticano.

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(per cartevia del pref. G. C. Bascapè)
SIGILLI ECCLESIASTICI DEI SECC. XIII-XVI: 1. di Stefano G. Merino, arciv. di Bari; 2. di Ludovico Beccatelli, legato apost. (1552); 3. del vescovo di Comacchio; 4. di Alessandro de' Medici, card. e legato; 5. "Ave Maria,, ecc. (è uno dei rarissimi sigilli con la scena della professione monastica); 6. di Raffaele card. e arciv. di Pisa; 7. di un vescovo "eletto,; Teodorico, priore di S. Andrea di Orvieto e cappellano del Papa, "eletto di Palermo, (la figura del titolare non porta ancora gli attributi episcopali); 8. del card. Marcello Cervini (1545), poi papa Marcello II; 9. di fra' Giacomo, penitenziere pontificio (il titolare ha la "virga correctionis", segno della carica) - Palazzo Venezia, raccolta Corvisieri.

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![img-12.jpeg](img-12.jpeg)

In alto a sinistra: VEDUTA DELLA CITTA. In alto a destra: LA CAPPELLA dell'Università Cattolica "Aurora, di Shanghai. In basso a sinistra: CHIESA CATTOLICA. In basso a destra: STUDENTI IN MEDICINA in un laboratorio di facoltà dell'Università Cattolica "Aurora, di Shanghai.

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i monofisiti estremisti e i calcedoniani; causa di accese risse tra i monaci. Quando Giustino, divenuto imperatore nel 518 , si adoperò a ristabilire la pace religiosa S . fu costretto a fuggire in Egitto, dove organizzò la resistenza alla politica imperiale, rimanendo fino alla morte l'anima di tale resistenza. Contemporaneamente combatté un altro monofisita, Giuliano di Alicarnasso (v.). Morto Giustino (527) S. ritornò in auge sostenuto segretamente dall'imperatrice Teodora. Invitato a Costantinopoli nel 535 , riuscì a trarre il novello patriarca Antimo fra gli oppositori al Concilio di Calcedonia. Ma per intervento di papa Agapito fu nuovamente condannato nel 536 , e prescritto anche le opere. Si ritirò nel deserto egiziano. Asceta di gran fama, versatissimo nella Serittura e nei Padri, fecondo scrittore, è onorato nella Chiesa copta come santo e martire.

Delle numerose opere di S., scritte originariamente in greco, rimangono alcune traduzioni sirische antiche, pubblicate recentemente : Filalete, esame di 24 capitoli tratti da s. Cirillo, pubblicato con una traduzione latina da A. Sandra, Beyruth 1928. Mons. J. Lebon ha pubblicato a Lovanio il Liber contra impium grammaticum (cioè contro il calcedoniano Giovanni): contiene una discussione sull'interpretazione dei testi patristici (Corpus Script. Orient., Scriptores Syri, IV, 4, 5, 6; Lovanio 1929-33 e 1938); Orationes ad Nephalium e la corrispondenza con il monofisita Sergio (ibid., fasc. 7, ivi 1949). S. è impegnato su due fronti; combatte con lo stesso ardore gli eutichiani ed i calcedonesi. Contro Giuliano di Alicarnasso la Critica del tomo di Giuliano e Critica delle proposizioni, edite con il titolo di Antijulianistica da A. Sanda, Beyruth 1931. Le altre opere di questa serie sono: Contro le addizioni al tomo; Contro l'Apologia di Giuliano; Apologia del Filalele, che sono inedite. R. Draguct ha pubblicato una Pastorale antigiulianista, risalente a ca. il 530 , in Le Muséon, 40 (1947). Esiste inoltre, in siriaco, una serie di 125 Homiliae cathedrales, tenute da S. quale patriarca di Antiochia. La prima, il suo discorso per l'intronizzazione, è stata pubblicata da M. A. Kugener, in Orient christianus, 2 (1902), p. 265 sgg.; le altre, che comprendono i frammenti greci e le edizioni parziali del Mai e del Rahmani, sono in corso di pubblicazione in PO 4; 8; 12; 16; 20; 22; 23; 25; 26 (Lovanio 1908-48), nella versione siriaca di Giacomo di Edessa. Delle Lettere, in numero di quattromila, fu data una selezione; E. W. Brooks ha pubblicato The sixth Book of the select Letters of Severus (Londra 1902-1904) e una seconda Collection of Letters in PO 12 e 14. Da ricordare inoltre alcuni scritti liturgici e un certo numero di poemetti (ibid., 6 e 7) e le antiche biografie del patriarca (ibid., 2). A S. si vollero attribuire le opere dello pseudo Dionigi (v. phonigi l'areopagita) ma senza solido fondamento.

La dottrina di S. è di grande importanza per comprendere la posizione delle chiese giacobite. Esse professano, dietro il suo insegnamento, un monofisismo sossi più verbale che reale (v. semioriati) ma respingono come lui il Concilio di Calcedonia.

Bibl.: fondamentale lo studio di J. Lebon, Le monophysisme sévérien : étude historique, littéraire, et théologique sur la résistance monophysite au Concile de Chalédoine Lovanio 1909; per la controversia giulianista: R. Draguct, Julien d'Halicarnasse et sa controversé avec Sévère d'Antioche sur l'incorruptibilité du Corps du Christ, ivi 1924; G. Bardy, Sévère d'Antioche, in DThC, XIV, coll. 1988-2000; J. Maspéro, Histoire des patriarches d'Alexandrie, Parigi 1923; M. Jugie, Theologia dogmatica christianorum orientalium ab Ecclesia dissidentium, V, Parigi 1935. pp. $420-37$.

Gerardo Philips
SEVERO di Minorca. - Vescovo. Scrisse verso il 417 una lettera-enciclica "ad omnem ecclesiam": De virtutibus ad Iudaeorum conversionem in Minoricensi insula factis (PL 20, 731-46; 41, 821-32).

Vi si rende noto il movimento provocato fra la popolazione per l'arrivo di Orosio nell'isola di Minorca, con le reliquie di s. Stefano Protomartire (a. 416) : numerosi ebrei; con alla testa il capo della Sinagoga, si convertirossa. Il documento è importante sia dal punto di vista storico che da quello culturale. D'altra parte è la fonte più antica che si possiede sul cristianesimo nelle Baleari.
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(66. Alivari)

Severo, vescovo di Napoli, santo - Busto reliquiario in argento di s. S., opera di M. Tiviglia (1685-1714) - Napoli, Cattedrale, cappella di S. Gennaro.

Birl.: il Baronio pubblicò per primo la Lettera-enciclica nel 1394. Si veda ora G. Segal Vidal, La Carta-encic. del obispo S.. Palma di Maiorca 1937 (studio e ed. critica con ampia bibl.: cf. B. Altaner, in Theol. Revue, 38 [1939], coll. 64-65): B. Altaner, Avitus von Brago, in Zeitschr. f. Kirchengesch., 60 (1941), 496-68. Giuseppe Madoz
SEVERO, vescovo di Napoli, santo. - Duodecimo vescovo di Napoli, il cui episcopato pare vada posto tra il febbr. del 363 e il 24 apr. del 409.
S. Ambrogio gli indirizzò una lettera nell'apr. del 393 [Ep., 39 [85] : PL 16, 1232-33] e pare accenni a S. una lettera del retore Simmaco (Ep. lib., VII, 51 : ed. O. Seeck, in MGH, Auct. antiquiss., VI, 1 [1883], p. 191). I Gesta episcoporum Neapolitanorum (ed. G. Waitz, in MGH, Scriptores rerum Longobard. et Ital. [1878], pp. 404405) assegnano a S. la fondazione di 4 chiese e del monastero, detto poi dei SS. Martino e Potito martire. S. fu sepolto in una cripta del cimitero detta di S. S., donde poi fu trasportato nella Basilica Severiana o di S. Giorgio Maggiore da lui eretta e che fu ornata di splendidi musaici. E ricordato al 29 apr. nel Calendario marmoreo e al 30 nel Martirologio romano. In quanto alla sua Vita (BHL 7676), non è che un volgare amalgama di composizioni agiografiche che non riguardano S. con la breve notizia dei Gesta. L'opuscolo dei Miracula di s. S. (ibid. 7677) fu scritto ca. il 1046.

Bibl.: Martyr. Romanum, p. 164; H. Achelis, Die Bischofschronik von Neapel, Lipsia 1930, pp. 16-17; H. Delehaye, Hagiogr. Napolii., in Anal. Bolland., 39 (1941), pp. 17-19; D. Mollardo, Il Calendario marmoreo di Napoli (Biblish. Ephem. Lit., 18), Roma 1947, pp. 45, 48-50, 150. A. Pietro Frutaz

SEVERO, vescovo di Ravenna, santo. - E l'ultimo dei 12 vescovi ravennati chiamati "colombini " perché, secondo la leggenda, designati all'elezione da una colombe posatasi sul loro capo. Così sarebbe accaduto a S., semplice tessitore, presente all'assemblea radunata per eleggere il vescovo.

Non si conosce la durata del suo episcopato; si sa però che prese parte al Concilio di Sardica (343), di cui

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(Ivi. Anderson)
Severo, vescovo di Ravenna, santo -
Musasco del sec. vi raffigurante s. S. Ravenna, chiesa di S. Apollinare in Classe.
firma i canoni e la lettera sinodica al papa Giulio (Mansi, III, 39, 42). M. il $1^{\circ}$ febbr. e il suo giorno emortuale è inserito nel Martirologio geronimiano che lo ricorda anche al $1^{\circ}$ genn. per un errore. Fu sepolto nel cimitero del "Vicus Salutaris", fuori Classe, e sulla sua tomba sorse un sacello detto di S. Ruffillo. Il suo culto si affermò assai presto tanto che i vescovi Pietro III (578) e Giovanni II (578-95) gli eressero una grandiosa basilica «in regione quae dicitur Salutaris», detta poi Severiana, distrutta nel sec. xv. Giovanni II vi trasportò le reliquie di S., di Vincenza e Innocenza, rispettivamente moglie e figlia di S., e le pose in un sarcofago nel centro della Basilica. Reliquie di S. furono ritrovate, nel 1871, nella capsella argentea (sec. v) di Grado. In Germania il culto di S. si diffuse in seguito al trasporto a Magonza e poi a Erfurt delle sue reliquie per opera dell'arciv. Otgaro (826-47) che le acquistò a Pavia dal chierico franco Felice, il quale le aveva trafugate prima dell'830. I più antichi documenti biografici che si hanno su S. sono la notizia di Agnello (ca. 830-32) e la Vita, seguita dalla translatio, del presbitero maguntino Liutolfo (poco dopo l'856: ed. L. v. Heinemann, in MGH, Scriptores, XV, i. [1887], pp. 289-93). L'arcivescovo di Magonza Carlo (856-63) concesse parte delle reliquie di s. Innocenza alle monache di Altenmünster.

E il patrono dei tessitori e filatori di lana e delle guardie di polizia. Il Martirologio romano lo ricorda al $1^{\circ}$ febbr.

Bim.: tutti i testi agiografici su S. in BHL, 7679-84, Supplementum, p. 279; Martyr. Hieronymianum, pp. 21, 72; Martyr. Romanum, pp. 44-45; Agnello, Codex Pontif. Eivles. Rosemontis (ed. A. Testi Rasponi in RIS, II, parte 27, Bologna 1924), I, pp. 42-56, per la Basilica Severiana cf. pp. 226, 243-44; F. Lanzoni, S. S. veur. di Ravenna nella stor. e nella leggenda, in Atti e mem. della R. Dep. di st. patr. per la prov. di Romagna, 1911, pp. 325-96; 1912, pp. 320-96; H. Delehaye, L'hagiographie ancienne de Ravenne, in Anal. Boll., 46 (1929), p. 26; G. Lucchesi, Note agiograf. sui primi vesc. di Ravenna, Faenza 1941 (estr. del Boll. disc. di Faenza), pp. 81-95. Per l'iconografia, cf. K. Künstler, Ihomographie der christl. Kunst, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 531-32; J. Braun, Tracht und Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1943, coll. 656-58.
A. Pietro Frutas

SEVEROLI, ANTONIO GABRIELE. - Cardinale, n. il 28 febbr. 1757 a Faenza, m. l'8 sett. 1824 a Roma. Studiò a Roma, all'Accademia ecclesiastica, e ritornato a Faenza nel 1779, fu ordinato sacerdote e divenne vicario generale del vescovo De Buoi.

Fu preconizzato il 23 apr. 1787 da Pio VI vescovo di Fano. Pio VII, dopo la sua elezione nel viaggio da Venezia a Roma, in occasione della fermata a Fano conobbe personalmente il S. e decise di nominarlo nel 1801 nunzio a Vienna con il titolo di arcivescovo di Petra. Il
S. lasciò Fano con rammarico nel genn. 1802. A Vienna si trovò ben presto di fronte a questioni particolarmente delicate. L'ambiente di corte, e soprattutto il ministro conte Cobenzl, era di sentire giuseppinista e non tollerava la minima ingerenza della S. Sede negli affari ecclesiastici dell'Impero. Cosi quando il S. fu incaricato di far conoscere all'Imperatore il breve pontificio che deplorava la secolarizzazione degli Stati ecclesiastici della Germania, si trovò in vivace diverbio con il Cobenzl, il quale ebbe a dichiarare che nulla importava della approvazione o della disapprovazione del Papa in tale affare che, secondo lui, non toccava minimamente il potere spirituale. Al che il S., punto sul vivo, abbandonata la riservatezza del diplomatico, replicò che il Papa non usciva affatto dai propri limiti nel disapprovare le ruberie commesse ai danni della Chiesa. Ulteriori dissapori, per l'intervento del S. su questioni relative alla giurisdizione sul clero della monarchia, mossero il Cobenzl a chiedere il richiamo del S., il quale invece rimase a Vienna, perché la S. Sede non riconobbe valida la motivazione del non gradimento. La difficile posizione del S. migliorò sensibilmente dopo la disfatta austriaca del 1805 e la caduta del Cobenzl e si rafforzò definitivamente nel 1809 con l'avvento al potere del Metternich. Rimasto nella capitale austriaca durante il periodo della deportazione di Pio VII, S. fu poi accorto coecutore delle direttive di Consalvi dopo la caduta di Napoleone. Non seppe tuttavia liberarsi dalle influenze di certi circoli di corte, che sotto il pretesto di una più stretta unione tra trono e altare perseguivano in realta fini meramente politici e tendevano ad una subordinazione del potere ecclesiastico a quello statale e ad una riaffermazione concreta ed effettiva del predominio austriaco sulla Penisola. Anche in occasione della pubblicazione del motu proprio del 1816 il S., nei suoi dispocei al Consalvi, si fece portavoce di diverse critiche della Cancelleria imperiale, e queste contribuirono ad un raffreddamento con il segretario di Stato. Creato cardinale nel Concistoro dell's marzo 1816, il S. lasciò Vienna l'anno successivo e prese pos-
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(da Cardinalium S.R.E. imagines, tze. 31) Severoli, Antonio Gabriele - Ritratto. Incisione contemporanea.

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sesso dei vescovati riuniti di Viterbo e di Toscanella, di cui gli era stata conferita l'amministrazione fin dal genn. 1808. Nel Conclave del 1823 S. fu il candidato degli aelanti, sino a raccogliere sul suo nome ventisette suffragi, mancandogliene solo sei per la prescritta maggioranza dei due terzi. Già erano in corso tutti i preparativi per la sua elezione, quando il card. Albani comunicò al S. Collegio l'esclusiva imperiale contro di lui, originata certo dalla sua antica opposizione alle leggi giusappine, ma anche dal timore che il S. volesse distruggere $v b$ imit tutta l'opera del Consalvi e quindi condurre ad un grado di particolare agitazione e fermento lo Stato della Chiesa, con non prevedibili riflessi sulle altre regioni della Penisola, mettendo in difficoltà la politica austriaca.

Bibl.: Moroni, LXV, pp. 48-54; I. Rinuiri, La secularizsuz. degli Stati eccles. della Germania, Roma 1906. passim; A. Eisler, Das Veto der bath. Stunten bei dei Papstwald, Vienna 1907, pp. 225-32; J. Schnidlin, Papstguth. der neuesten Zeit, I, Monaco 1933. passim; M. Petrocchi, La Restaurazione, il card. Consalvi e la rifarma del 1\%16. Firenze 1641, soprattutto pp. 81-106. Silvio Furlani

SÉVIGNÉ, Marie de Rabutin Chantal, M.me de. - Scrittrice francese, n. a Parigi il 5 febbr. 1626, m. a Grignan il 17 apr. 1696.

Restata orfana nei primi anni, ne ebbe cura lo zio materno, Filippo di Coulanges abate di Livry. Studiò italiano e spagnolo e si formò una cultura classicheggiante, sposò nel 1644 il marchese Enrico di Sévigné, dal quale ebbe due figli: nel 1646 Francesca, andata sposa nel 1669 al conte di Grignan, poi luogotenente generale del Re in Provenza; e nel 1648 Carlo, che ebbe a darle qualche dispiacere per dissolutezza. Restata vedova nel 1651, si stabilì a Parigi, ove si dedicò alla cura dei figli non trascurando peraltro la vita di mondo, con qualche frequenza a corte. Alcuni dissensi di carattere con la figlia e qualche accenno di scandalo prontamente soffocato costituirono le disavventure maggiori della sua esistenza, che fu la consueta delle nobili francesi nel '600, accompagnata dalla pratica della fede cattolica con sincerità ed assiduità.

La sua sensibilità letteraria si era formata essenzialmente su Corneille, Molière, La Fontaine. Teneva in gran conto l'Aristoto e il Tasso, nonché s. Agostino e Pascal. La sua opera, costituita da un vastissimo epistolario (più di 1500 lettere, in gran parte dirette alla figlia), è di eccezionale interesse per la storia del costume della società aristocratica della sua epoca e per intrinseci pregi d'arte, grazie ad un'acuta intuizione psicologica e a certa gaia vivezza, talvolta anche finemente umoristica, nel tratteggio di situazioni e figure. Per lo stile esemplare fu considerata, quasi sul piano di La Fontaine e Molière, tra i più grandi scrittori francesi del '600. Dotata di salda moralità, non è però scevra da qualche aridità di cuore, per frequente carenza d'umana pietà, che la fa talvolta insensibile alle sventure non riguardanti la sua società aristocratica.

BibL.: la più notevole ed. delle opere (a cura di Monmorgue) nella Collection des grands écrivains de la France. 14 voll. in-8 e un album, Parigi 1862-66; completata dalle Lettres inédites, a cura di Ch. Capinas, 2 voll., ivi 1872. Studi: V. Walckenaer, Mémoires sur la vie et les écrits de M.me de S., 5 voll., Parigi 1842-52; G. Bolonier, M.me de S., ivi 1887; E. Fauvet, M.me de S., ivi 1910; C. Friedmann, La cultura italiana di M.me de S., in Giorn. star. lett. it., 9 (1912), pp. 1-72; C. Gazier, M.me de S., Parigi 1934; A. Stanley, M.me de S., her letters and her world, Londra 1946. Sul sentimento religioso di M.me de S., cf. : J. Calvet, La religion de M.me de S., in Vie catholique en France et à l'étranger del 6 febbr. 1926; C. Gazier, M.me de S. et Port-Royal, in Le Correspondant, 1926, fasc. 302, pp. 508523; J. Forsmy, M.me de S. et le thème de la mort, in Etudes classiques, 4 (1935), pp. 390-410. Romano Romani

SEYCHELLES (Port Victoria), diocesi di. Comprende tutte le isole dell'arcipelago di S. Esse si trovano nell'Oceano Indiano a nord-est del Madagascar e di fronte a Mombasa, da cui distano ca. 1800 km .

Ecclesiasticamente le isole S. era unite all'isola Maurizio (v. porto luigi) fino al 26 nov. 1832, quando
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(10. Albani)

Sévigné, Marie De Rabutin Chantal, M.me de - Rirretto. Dipinto di P. Mignard (1612-95) - Firenze, Galleria degli Cffizi.
furono distaccate da essa ed erette in prefettura apostolica. Il 30 ag. 1880 questa fu elevata in vicariato apostolico, quindi il 21 luglio 1892 in diocesi (suffraganea di Colombo, Ceylon), la quale finalmente il 13 giugno 1899 fu dichiarata immediatamente soggetta alla S. Sede. La popolazione in grande maggioranza è di origine e di cultura francese. Anche politicamente tutte le Isole S. dipendevano dalla Francia e furono occupate dagli Inglesi durante le guerre napoleoniche. La diocesi è attualmente affidata ai Cappuccini della Provincia svizzera e ha una estensione di 252 kmq . con una popolazione di 34.677 ab., di cui 31.485 cattolici (di essi solo 134 sono esteri e 292 di stirpe mista), 2781 protestanti, 108 maomettani e 303 pagani), ha 20 sacerdoti esteri, 15 fratelli esteri, 33 suore estere, 24 indigene, un seminario preparatorio e 2 seminaristi maggiori, 14 stazioni missionarie principali e 10 secondarie, 11 chiese e 16 cappelle, 2 orfanotrofi con 27 ordani e un ospizio per vecchi, 25 scuole con 4269 alunni dei due sessi, due periodici di ca. 3000 copie di tiratura. Vi fiorisce la "Legio Mariae» e le "Ligue ouvrière féminine ".

Bibl.: MC. 1950, pp. 204-205; Arch. S. C. di Prop. Fide. pos. prot. n. 432451 . Carlo Corvo

SEYSSEL, Claudio di. - Arcivescovo di Torino, n. tra il 1450 ed il 1460 , m. a Torino il 30 maggio 1520. Studiò all'Università di Pavia e poi a quella di Torino, dove si laureò in ambo i diritti nel 1486 e dove subito insegnò diritto civile.

Consigliere del duca di Savoia, passò al servizio di Luigi XII, che molto lo apprezzò : da consigliere regio nel Parlamento di Tolosa, passò al Senato regio di Milano e nel 1506 fu fatto maistre des requestes. Servi il re in diverse ambascerie, in particolare in occasione del Conciliebolo di Pisa (1511) e della successiva riconciliazione con il Prete di Lione, papa. Dopo una temporanea amministrazione del vescovato di Lodi (1509), fu eletto dal Capitolo vescovo di Marsiglia il 9 luglio 1509, ma non ne

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(fet. Alinari)
Sfondrat1, famiglia - Monumenta funebre del card. Paolo Camillo S., opera di C. Maderno (1618) - Roma, chiesa di S. Cecilia.
prese il governo che il 3 dic. 1511. Fu trasferito a Torino l'i i maggio 1517. Oltre lettere e discorsi si hanno di lui una traduzione di Senofonte ed in particolare il Tractatus de triplici statu viatoris, dedicato a Leone X (Torino 1518), Tractatus de divino providentia (Parigi 1520) ed un breve e popolare Tractatus adversus errores et sectam Valdensium (ivi 1520), importante per conoscere le loro dottrine in quel tempo. Per esaltare la monarchia francese compose nel 1515 la Grant monarchie de France, stampata a Parigi nel 1519.

Bibl.: A. Caviella, C. di S., la vita nella storia dei suoi tempi, Torino 1928; W. R. Lewin, Claude de S. Ein Beitrag zur politisch. Ideengesch. des 16. Jahrh., Heidelberg 1933; D. Bertetto, Cl. de S. ecc., Torino 1943; L. Gollat, La monarchie française d'après C. de S., in Revue hist. de droit franç. et étvang., $4^{e}$ serie, 23 (1944), pp. 1-34.

Francesco Cognasso

## SEZZE : v. TERRACINA.

SFONDRATI, famiqlia. - Compare a Cremona nel sec. XIII-XIV. Si rese celebre nel sec. XVI con Francesco, n. a Cremona il 26 ott. 1493, m. ivi il 31 luglio 1550.

Si laureò in diritto a Pavia nel 1520 ed insegnò a Padova, Pavia, Bologna, Roma e Torino. Ebbe uffici pubblici in particolare da Carlo V, che lo fece conte della Riviera di Lucco il 23 ott. 1537. Mortagli la moglie Anna Visconti ( 20 nov. 1538), entrò nello stato chiericale e da Paolo III fu nominato referendario di Segnatura e poi vescovo di Sarno il 12 ott. 1543, quindi arcivescovo di Amalfi il 27 ott. 1544. Intanto nel nov. 1543 veniva inviato nunzio presso Carlo V, a proposito di una pace con la Francia che aprisse la via al Concilio ed alla sicurezza dell'Europa. Creato cardinale il 19 dic. 1544, ritornò in Curia e fu fra gli zelanti fautori della riforma ecclesiastica e membro dell'Inquisizione. Inasprite le relazioni fra Paolo III e Carlo V per il trasferimento del Concilio da Trento a Bologna e le vicende belliche in Germania, il cardinale parti da Roma il 22 apr. 1547 come legato all'Imperatore; e con lui ebbe anche a trattare degli affari inglesi dopo la morte del re Enrico VIII; delle complicazioni createsi in Lombardia per l'uccisione
di Pier Luigi Farnese, e riguardo all' Interim di Augusta (v. augusta, IV) che doveva regolare i rapporti con i protestanti in Germania ed appariva lesivo dei diritti del cattolicesimo, mentre non soddisfece a nessuna delle due opposte parti. Il cardinale che aveva tentato di impedirne la pubblicazione fu richiamato il ro giugno 1548 e lasciò la Germania. Egli aveva avuto il governo della diocesi di Capaccio il 23 marzo 1547 e lo tenne fino al 9 nov. 1549 quando ebbe la diocesi di Cremona.

Bibl.:A. Ciacconius, Vitae, ecc., III, Roma 1677, p. 700 sgg.; Eubel, III, passim; O. Premoli, Storia dei Barnabiti, Roma 1013, p. 406 e passim; C. Capasso, Paolo III, II, Messina 1923, p. 614 sgg.; Pastor, V, p. 471 e passim. Per gli scritti v.: F. Argelati, Biblioth. serqté. Medialanensium, II, Milano 1743.

Figli di Francesco furono Niccolò che fu papa con il nome di Gregorio XIV (v.) per pochi mesi e Paolo che sposò Sigismonda d'Este e continuò la famiglia; fu senatore di Milano e premori al fratello nel 1587. Quattro figlie insieme con la zia Giulia furono monache presso le Angeliche a Milano con fama di grande virtù. La famiglia S. fu sempre legata ai Barnabiti di grande amicizia. Figlio di Paolo fu Paolo Camillo (le si trova anche con il nome di Emilio) n. nel 1561, che lo zio Gregorio XIV creò cardinale il 19 dic. 1590 e volle presso di sé come segretario di Stato. In gioventù era stato assiduo al circolo che si radunava intorno a s. Filippo Neri, ma poi si mostrò avido di arricchire sé ed i suoi, abusando anche della confidenza in lui riposta dallo zio pontefice. Il 13 sett. ebbe il vescovato di Cremona e mori il 14 febbr. 1618. Con lui erano accorsi a Roma i fratelli Ercole, duca di Montemarciano, generale della Chiesa, che milito per la Lega in Francia; e Francesco, generale delle galere, marchese di Montafia (1591).

Bibl.: Pastor, X, p. 538 sgg. passim.
Renata Orazi Ausenda
Maggior fama acquistò nel secolo seguente Celestino, cardinale e teologo benedettino, n. a Milano l'i i genn. 1644, m. a Roma il 4 sett. 1696. Dodicenne entrò nella scuola benedettina di Rorsbach. Dopo vari anni di insegnamento, fu eletto vescovo di Novara (1686) e divenne principeabate di S. Gallo il 16 apr. 1687. Fu creato cardinale da Innocenzo XII il 12 dic. 1695. Difese con vivace ardore le prerogative della Sede Apostolica, in varie opere: Tractatus regaliae (S. Gallo 1682); Regale sacerdotium Romano Pontifici assertum et quatuor propositionibus gallicani cleri explicatum (ivi 1684), sotto lo pseudonimo di Eugenius Lombardus; e la continuazione Gallia vindicata (ivi 1688) in cui ricorre alle testimonianze della stessa Chiesa gallicana; Legatio Marditioris Lavardini eiusque cum Innocentio XI distidium (ivi 1688) in difesa dell'atteggiamento negativo della S. Sede alla richiesta francese del diritto d'asilo per il quartiere romano delle ambasciate. L'opera sua principale e, in certa maniera, famosa è il Nodus praedestinationis ex sacris litteris, doctrinaque sanctorum Augustini et Thomae, quantum homini licet, dissolutus (postuma, Roma 1697), ove propugna il molinismo (v.) di tinta lessiana e con movenze di pensiero del tutto originali quanto allo stato (ritenuto oltremodo felice) dei bambini morti senza Battesimo e a un