anctorum Augustini et Thomae, quantum homini licet, dissolutus (postuma, Roma 1697), ove propugna il molinismo (v.) di tinta lessiana e con movenze di pensiero del tutto originali quanto allo stato (ritenuto oltremodo felice) dei bambini morti senza Battesimo e a una certa qual impeccabilità (ex ignorantia Dni invincibili) degli infedeli. L'opera violentemente attaccata da più parti, soprattutto dal Bossuet, fu difesa dal card. Gabrielli e sfuggì ad ogni condanna.
Bibl.: Hurter, IV, col. 383 sgg.; P. Sejournée, s. v. in DThC, XII, coll. 2010-17; L. Capéran, Le problème du salut des infidèles, I, $2^{\text {e }}$ ed., Tolosa 1934, pp. 327-82; J. Hälg, C. S. Fürstabi von St. Gallen und Kardinal, Roma 1942; M. Ingusdica, Lett. ined. del card. Tommasi, in Osservatore Romano, 4 febbr. 1944.
Antonio Piolanti
Carlo Filippo entrò fra i Barnabiti, fu amico di Cosimo III di Toscana e il 12 luglio 1677 fu nominato vescovo di Volterra. Morl l'it maggio 1680 in fama di santità (O. Premoli, St. d. Barnabiti, II, Roma 1913, p. 350 ).
La famiglia si estinse nel sec. xvili con il colonnello Carlo ed i beni passarono ai Serbelloni e ai BarbianoBelgioioso (L. Castano, Mons. Nicolò S. ecc., Torino 1939, p. 8).
Renata Orazi Ausenda
## Page 297
SFORZA, famiglia. - Originaria di Cotignola (Ravenna), arrivata nel ramo principale alla signoria di Milano. Il cognome della famiglia, di agiati coltivatori, era Attendolo, ma l'autore della prima fortuna ascensionale, Muzio, perferì il soprannome di S., datogli da Alberico da Barbiano per la sua audacia ostinata.
Muzio (Giacomuccio), n. a Cotignola il 18 maggio 1369, seguì a 13 anni la compagnia di Boldrino da Panicale, fu poi caposquadra di Alberico da Barbiano; servì Gian Galeazzo Visconti e poi Firenze, per la quale combatté a Casalecchi (1402) e contro Pisa. Movendo all'assedio di Aquila contro Braccio annegò, il 4 genn. 1424, nel Pescara per salvare un paggio. Soldato di grande capacità ma con la mentalità del mercenario; diede nome ad una scuola contrapposta alla braccesca manovrando con prudenza piuttosto che operare con bruschi attacchi. Ebbe da Lucia di Marsciano, sua amante, Francesco e Alessandro da cui provennero i rami di Milano e Pesaro. Ebbe da altre donne: Bosio, capostipite del ramo di Santufora, e Carlo (agostiniano con il nome di Gabriele), arcivescovo di Milano (1454-57).
1. Ramo di Milano. - Ebbe le sue fortune da FranCESCO, n. a S. Miniato il 23 luglio 1401, che da Ferrara seguì il padre a Napoli; alla morte di lui, nel '24, accompagnò il Caldora all'Aquila, passò al servizio del Visconti e fu tra i vinti di Maclodio, indi con il Piccinino fra i vincitori a Soncino (1431). Guerraggiando nella Marca, strappò a Eugenio IV il titolo di marchese e gonfaloniere della Chiesa. Passò quindi con Firenze, poi con Filippo M. Visconti del quale sposò la figlia Bianca Maria. Divenne l'arbitro della pace, da lui definita a Cavriana nel suo campo e proclamata a Cremona il 20 nov. 1441. Successero anni duri per lo S. insidiato ed attaccato nella Marca e nell'Abruzzo dalla malignità del suocero, da re Alfonso di Napoli e da papa Eugenio IV che rivendicava la Marca. Morto il Visconti e cessata l'effimera Repubblica ambrosiana, il 26 febbr. 1460 , Francesco entrava in Milano quale duca, e dopo una lotta di quattro anni contro una coalizione veneto-napoletana-sabauda-imperiale trionfò inducendo Venezia alla Pace di Lodi ( 9 apr. 1454). Da quel momento egli è il vero centro della politica italiana cercando di mantenere la pace e di allontanare gli stranieri rinunciando alla politica aggressiva viscanica. A Milano lo ricordano il Castello, ricostruito per sicurezza della dinastia ma anche della città, e l'Ospedale maggiore; diede allo Stato una forte organizzazione militare scomparsa dopo di lui. M. l'8 marzo 1466.
Gli successe nel Ducato il primogenito Galeazzo Maria (n. nel 1444). Nel 1468 per suggerimento di Luigi XI sposò Bona di Savoia, contro la volontà del fratello di lei duca Amedeo. Fu ucciso il 26 dic. 1476, nella chiesa di S. Stefano a Milano da tre giovani, per rancori privati ed esaltazioni umanistiche, e la sua morte aggiunse un'altra grave causa al disordine della vita politica italiana. Lasciò oltre il fanciullo Gian Galeazzo II due bambine, Bianca Maria sposa nel 1493 a Massimiliano I imperatore, Anna Maria sposa a Alfonso I d'Este e, illegittima, la celebre Caterina S. sposa al Riario, signore di Forlì. Successe il bambino Gian GaLeazzo II di sette anni sotto la reggente Bona di Savoia e il governo effettivo di Cicco Simonetta, già segretario dei due duchi precedenti. Nel 1478, Lodovico (detto comunemente il Moro), quartogenito di Francesco S., fa arrestare e decapitare il Simonetta, esautora Bona, e, dominando il ragazzo, diviene, alla rinuncia di lei, reggente e tutore. Su Lodovico pesa fin dal suo tempo l'accusa della chiamata in Italia di Carlo VIII per mantenere l'usurpazione del Ducato combattuta dal re di Napoli. Fin dal 1493 egli procurò per sé dall'imperatore Massimiliano un diploma di investitura del Ducato, anziché per il nipote.
Luigi Simeoni
Ascanio fratello del Moro, n. nel 1455, seguì e favorì le fortune di lui nello Stato ecclesiastico. Il 17 sett. 1579 ebbe in commenda il vescovato di Pavia che tenne sino alla morte. Fu creato cardinale diacono di S. Vito da
Sisto IV il 17 marzo 1484 e dopo questo ebbe da Innocenzo VIII in commenda il vescovato di Novara il 25 ott. 1484 (lo lasciò nel 1485 e lo riprese nel 1503), quello di Cremona, il 4 ag. 1486, che tenne sino alla morte, e quello di Pesaro (dal 1488 al 1491); nel contempo fu legato nel Patrimonio (1484) ed a Bologna ( 1488 e poi nel 1492). Unitosi d'amicizia con il card. Roderico Borgia ne favorì con ogni mezzo l'elezione a pontefice e da lui ebbe l'arcivescovato di Agria (31 ag. 1492 - giugno 1497) e l'ufficio di vicecancelliere; nel 1493 combinò l'infausto matrimonio di Lucrezia Borgia con Giovanni S. signore di Pesaro. Per le vicende politiche defezionò da Alessandro VI nel giugno 1494, parlò di deporre il Papa e nel nov. passò presso Carlo VIII re di Francia e lo segui neha sua spedizione in Italia; ebbe parte nelle trattative fra il Papa ed il Re e con questo entrò a Roma il 31 dic., ma il 19 genn. 1495 partì tosto per Milano, perché già il Moro s'era allarmato dei successi di Carlo. Tornò a Roma il 6 marzo ed accompagnò il Papa nei mesi seguenti e fu poi persino sospettato di complicità nell'assassinio del duca di Gandia. In seguito alla rottura di Alessandro VI con il Moro lasciò Roma il 13-14 luglio 1499 per Milano e fu fatto prigioniero nell'apr. 1500 dai Veneziani che lo consegnarono ai Francesi, e non poté ritornare a Roma se non per il Conclave del 10 sett. 1503 con aspirazione al Papato; aderì poi al card. Giuliano della Rovere. M. a Roma il 27 maggio 1505 rimpianto per le sue larghe elemosine. Fu il vero tipo del prelato mondano e famoso tutto inteso ai maneggi politici. Giulio II gli fece erigere un monumento a S. Maria del Popolo da Andrea Sansovino.
Bibl.: Pastor, III, passim: G. B. Picotti, La giovinezza di Leone X, Milano 1957, p. 107, passim; id., Nuovi studi e documenti esterno a papa Alessandro VI, in Rivista di storia della Chiesa in Italia, 5 (1951), pp. 169-262.
Pio Paschini
Disgraziata fu la sorte dei figli di Lodovico e di Beatrice d'Este : Massimiliano e Francesco II. Massimiliano (1493-1530) visse in strettezze alla Corte imperiale. La vittoria della Lega Santa e la volontà del capo degli Svizzeri card. Schinner lo fece nel 1512 duca di Milano per tre anni. Il fratello Francesco II (n. il 4 febbr. 1493, m. il $1^{\circ}$ nov. 1535), caro ai milanesi più del fratello, visse oscuro finché la vittoria papale ed imperiale del 1521, cacciando da Milano i Francesi, non lo fece proclamare, lontano, duca per opera di Morone che governò per lui. Alla nuova discesa di re Francesco I, nell'ott. 1524, lasciò Milano ove rientrò dopo la vittoria imperiale di Pavia (24 febbr. 1525). Sospettato di aver parte agli intrighi antispagnoli del Morone, fu assediato nel Castello di Milano e, non sbloccato dall'esercito veneto-pontificio, dovette arrendersi il 20 luglio 1526 verso patti non mantenuti. Riebbe a Bologna il Ducato ( 23 dic. 1529) per l'azione del Papa e Venezia, ma con pesi gravissimi (poco meno di un milione di ducati) con in casa il De Leyva. Sposò nel 1534 la giovinetta Cristiana, nipote di Carlo V, ma già il $1^{\circ}$ nov. 1535 era morto senza figli.
II. Ramo di Pesaro. - Questo e quello di Santafiora discendono direttamente da Muzio e non da Francesco come gli altri. Questo di Pesaro fu creato da Alessandro (n. a Cotignola da Lucia Terzani nel 1409) che, sposando nel 1444 Costanza di Varano nipote di Galeazzo Malatesta, signore di Pesaro, ne ebbe (integrando il diritto con il denaro) la signoria riconosciutagli nel 1447 da Niccolò V. Combatté per il fratello Francesco nella Marca, a Milano, in Toscana, e per re Ferrante contro Giovanni d'Angiò, vinto a S. Fabiano ( 1460 ), vincitore a Troia ( 1462 ) divenendo gran conestabile del Regno come suo padre. Fu con il Colleoni alla Riccardina contro la Lega Italica e il nipote Galeazzo M. duca di Milano (1467); morì nel 1473 (3 apr.) nel ferrarese. Aveva avuto dalla prima moglie la figlia Battista, moglie del duca Federico di Urbino e, illegittima, Ginevra moglie prima di Sante Bentivoglio (1454) e poi di Giovanni II Bentivoglio, della cui caduta non fu la sola causa; la seconda moglie Sveva di Montefeltre fu da Alessandro rinchiusa in un chiostro (1457). Gli successe il figlio Costanzo, buon capitano e signore, e a lui il figlio illegittimo Giovanni sposo di Lucrezia Borgia, poi, sciolto il matrimonio, cacciato dal Valentino
## Page 298

(fot. d'ineri)
Sforza, famiglia - Ritratto di Muzio Attendolo S., affresco di B. Luini (sec. xvi) - Milano, Castello Sforzesco.
nel 1499 ; tornato con Giulio II mori nel 1510 ; nel 1512 il Papa espulse il suo fratello illegittimo Galeazzo, con cui nel 1519 si estinse a Milano questo ramo.
III. Ramo di Santafiora. - Questo ramo nominalmente esistente discende da Bosio (1411-76) figlio illegittimo di Muzio Attendolo e fratello non uterino del duca Francesco; buon soldato, fu signore di Cotignola e Castell'Arquato (Piacenza). Sposando Cecilia Aldobrandeschi, procurò al figlio Guido il feudo di Santafiora. Un altro ingrandimento lo ebbe la famiglia con il matrimonio del nipote Bosio II con Costanza sorella di Pier Luigi Farnese; il nonno Paolo III favorì i nipoti, due dei quali, CAMILLO AsCANIO (m. nel 1565) e Alessandro (m. nel 1585), furono cardinali di grande importanza. La famiglia si divise nei due rami: di Lombardia, estinto nel 1644 con Sforzino, e di Toscana, che raccogliendo nel 1575 l'eredità della famiglia dei Conti ebbe i feudi di Valmontone e Segni, questo con il titolo ducale. La grandezza della famiglia, decaduta nel sec. xvir, fu rialzata da FEDERICO sposando Livia Cesarini, erede di questa e altre famiglie; Segni fu riacquistata e la famiglia prese il titolo di S. Cesarini; nel 1832 essa finì in Salvatore, ma la S. Rota attribuì il titolo e l'eredità al fratello di lui uterino Lorenzo Montani. La nuova linea si è divisa nei due rami dei duchi di Segni e Civitalavinia e dei conti di Santafiora.
IV. Ramo di Borgonovo. - Sorto con S. Secondo (n. nel 1435), figlio illegittimo di Francesco, che ebbe dal padre nel 1451 il Castello di Borgonovo nel piacentino e poi il titolo di conte, che la famiglia mantenne anche sotto i Farnesi, servendoli nelle armi e negli uffici. Nel 1607, alla morte di Alessandro III, il feudo fu incamerato, per quanto esistesse un ramo cadetto degli S. di Castel S. Giovanni discendenti da Jacopetto secondo figlio del fondatore del ramo.
V. Ramo di Caravaggio. - Fondato da Giampaolo figlio illegittimo di Lodovico il Moro e di Lucrezia Crivelli (1497) creato marchese di Caravaggio e conte di Galliate nel 1532; mori di morte sospetta subito dopo il fratello duca Francesco II (1533); un suo figlio, Muzio, mori per Carlo V all'assedio di Metz (1552); la famiglia continuò a Milano, estinguendosi in Francesco II nel 1697 e nella figlia Bianca Maria nel 1717; aveva avuto molti priori e dignitari dell'Ordine di Malta. - Vedi tavv. XXIV-XXV.
BibL.: culla famiglia in generale: Litta, Attendoli, in Famiglie celebri italiane, Milano 1837, e le opere sulla storia di Milano, nonché G. Franciosi, Gli S., Firenze 1931. Orientamento e bibl. in N. Valeri, L'Italia nell'età dei principati, Milano 1949 e L. Simeoni, Le Signorie, ivi 1950. Tra gli scritti specifici:
L. G. l'vlassier, Louis XII et Ludovico S., a vull., Parigi 1896; F. Malagnasi Valeri, La corte di Ludovico il Moro, 4 voll., Milano 1913-23; cf. inoltre N. Guastella, Tre pretesi delitti di Francesco II S., in Arch. stor. Iomburda, 75-76 (1948-49), pp. 115-67.
Luigi Simeoni
SFORZA, Serafina (Sveva), beata. - Clarissa, n. ad Urbino ca. il 1434 da Guido duca di Montefeltro, m. a Pesaro nel 1478 .
Sorella di Federico da Montefeltro, nel 1448 andò sposa ad Alessandro Sforza, signore di Urbino. Durante le non rare assenze del marito, collaboratore nelle varie campagne militari del fratello Lodovico il Moro, ella sostenne con bravura la responsabilità del governo. Nel 1457, Alessandro, per coprire le proprie infedeltà, accusò di tale delitto la sposa, obbligandola a chiudersi nel locale monastero delle Clarisse. Due anni dopo ella prendeva l'abito, mutando il nome di Battesimo di Sveva in quello di Serafina. Divenuta bodessa, fu di esempio a tutte nell'osservanza regolare, pietà e carità verso gli infermi. Il suo culto fu approvato da Benedetto XIV il 17 luglio 1754. Festa l'8 sett.
BibL.: Acta SS. Septemberi, III. Anversa 1750, pp. 314-25; G. Felinciangeli, Sulla manocazione di Suecu Montefeltro S., signora di Pesaro, Ricerche, Pistoia 1903 (cf. F. van Otton, recime, in Anal. Boll., 24 [1905], pp. 311-131; C. Ortolani, Santità francescano-pirena, Pesaro 1931, p. 101 sge. Piero Sannazzaro
SFORZA DI SANTA FIORA, ALESSANDRO. Cardinale, n. nel 1534, m. a Macerata il 16 maggio 1581, figlio di Costanza di Alessandro Farnese (Paolo III).
Studiò a Perugia, fu canonico in S. Pietro ed ebbe alcune abbazie. Partecipò al Concilio di Trento. Fece parte della Camera Apostolica. Fu soprintendente all'Annona pontificia. Vescovo di Parma nel 1560 , nel 1564 vi tenne il Sinodo. Fu nominato cardinale nel 1565. Presiedette, per incarico di Pio V, alla riparazione delle strade consolari nello Stato Pontificio, fu legato a Bologna ed in Romagna ( 1570 ) e successivamente per tutto lo Stato Pontificio, tranne Bologna ( 1580 ), per provvedere a distruggere il brigantaggio. Fu prefetto della Segnatura. E controversa una sua assegnazione al vescovato di Narni dal maggio al 25 nov. 1537.
BibL.: Maroni, LXIV, Venezia 1823, pp. 93, 93-96; Pastor, IX, v. indice. Giuseppe Coniglio
SFORZA DI SANTA FIORA, GUIDO ASCANIO. Cardinale, n. a Roma nel 1518 , m. il 7 ott. 1564, fratello del card. Alessandro (v.).
Nominato cardinale nel 1534, amministrò per pochi giorni la diocesi di Angiòna, poi Parma ( 13 ag. 1533-26 apr. 1560), fu inviato a Bologna ed in Romagna come legato (1537-38), carmerlengo di S. R. C. (1537), legato in Ungheria ( 1540 ) per la guerra contro i Turchi, patriarca di Alessandria ( 1541 ). Per incarico di Giulio III si recò a Parma per cercare di venire ad un accordo con Ottavio Farnese nelle divergenze che aveva con la S. Sede. Ebbe molta parte nei Conclavi del 1550 e 1555. Arrestato (31 ag. 1555) per ordine di Paolo IV, per i suoi rapporti con gli Spagnoli, dal card. Carlo Carafa, fu trattenuto per 22 giorni e dovette versare 200.000 scudi per essere liberato. Nel 1557 ebbe parte nelle trattive per la pace tra il Papa ed il duca d'Alba. Nel 1559 fu uno dei fautori dell'elezione di Pio IV. Ispanofilo, tutelò gli interessi spagnoli presso quest'ultimo Papa.
BibL.: Moroni, LXIV, pp. 93-95; Pastor, V-VI-VII, v. indice. Giuseppe Coniglio
SFRAGISTICA. - Dal greco oq̧oaric, o «sigillografia" (lat. sigillum, dimin. di sigmum) è la disciplina che studia i sigilli sotto l'aspetto giuridico, storico, diplomatico, artistico. Assurse a dignità di materia autonoma nel sec. xviri, per opera soprattutto di Heinecke e di Heumann; costui usò per primo il termine di ars sphragistica nel 1745 .
Il sigillo fu per lungo tempo il miglior mezzo di convalidazione dei documenti. Ne fanno menzione le Sacre Scritture, autori greci, latini, ecc. E nei musei si conser-
## Page 299
vano numerosi sigilli assiri, babilonesi, fenici, egizi, ellenici, romani, ecc. Soprattutto nel medioevo il sigillo fu il segno con cui le autorità corroboravano i loro atti e giunse a sostituire in molti casi le sottoscrizioni autografe. Riservato dapprima ai sovrani, ai principi, ai grandi signori, alle gerarchie ecclesiastiche, nel sec. xir venne adottata dai Comuni, indi da corporazioni, collegi, enti e privati, con diverso valore giuridico.
Col termine sigillo si indics tanto la matrice incisa "in negativo", quanto l'impronta positiva impressa in cera (rare le impronte metalliche, dette bolle). La matrice può essere una pietra incisa, montata ad anello (e tali sono per lo più i sigilli dell'antichità; v. anello; monogramma), ovvero un marchio o conio di metallo inciso: bronzo, acciaio, raramente oro o argento. Le impronte, cioè i suggelli cerei, si dividono in aderenti e pendenti : nel primo caso la cera veniva fusa e colata direttamente sul documento e poi pressata, a caldo, col marchio; nel secondo caso la cera veniva colata e impressa sopra cordoni, nastri, strisce di pergamena o di carta pendenti dal documento; i sigilli appesi recano talvolta, impressa sul tergo, una seconda impronta, generalmente più piccola, detta controsigillo. Si usò cera naturale o colorata. La fragilità dei suggelli pendenti rese necessaria una protezione (borse di stoffa o di pelle, teche di legno o di metallo). Le forme prevalenti dei sigilli sono la circolare, l'ogivale, l'ovale: rari sono gli esemplari a scudo, ad ottagono, ad esagono, ecc. Nel sigillo si distinguono la figura e la leggenda (se questa manca, il marchio si dice anepigrafo). Vi sono ritratti, figure sacre, profane, mitologiche, allegoriche, ovvero vedute (città, castelli, chiese, monti); disegni di piante, di animali araldici o simbolici, ecc. Le leggende esprimono per lo più il nome ed i titoli della persona, dell'ufficio, della città; talvolta recano morti, invocazioni, versi leonini (ad es. : Roma caput mundi - regit orbis frena rotundi). L'importanza del sigillo si rileva anche dal fatto che i sovrani ne affida. rono la custodia a dignitari di assoluta fiducia, sicché quella del guardasigilli divenne una delle cariche più alte. Nei vescovati il sigillo fu custodito dal vicario generale o dal cancelliere, nei Comuni medievali dal podestà, dal notaio del sigillo o da altra persona di provata onestà. Speciali norme regolavano l'impiego dei sigilli e com-
minavano pene per la falsificazione, gli usi indebiti, ecc.
I sigilli si dividono, in base al loro carattere giuridico, in tre categorie principali: pubblici, privati, ecclesiastici.
I. Sigilli pubblici. - Limitando l'esame al medioevo, si nota che i diplomi dei primi Carolingi sono convalidati con impronte di pietre incise romane, poi con sigilli recanti il busto del re rozzamente scolpito. Nei secc. XI e xir l'incisione si perfeziona, finché l'arte gotica, nel suo rigoglioso sviluppo, raggiunge anche questi piccoli oggetti d'uso giuridico e li arricchisce e li raffina. I sovrani vengono rappresentati in trono (col capo coronato, le mani reggono lo scettro o il globo, o la spada, o il giglio) oppure a cavallo in armatura; le regine sono in piedi o a cavallo (con abiti da caccia e col falcone), raramente sul trono. In casi eccezionali furono usate bolle d'oro: ad es., quella di Federico I presenta il busto dell'Imperatore uscente da una cerchia di mura; sul rovescio una veduta di Roma (v. anche bolla). Imitando i sovrani anche i dignitari, principi, duchi, feudatari, assunsero sigilli, ora con il ritratto (per lo più equestre), ora con stemmi; e via via li seguirono gli uffici, le diverse autorità, infine i giudici, i notai, ecc. I Comuni italiani,

(per cortesia dit prof. G. C. Bascapo)
Spragistica - Sigilli ecclesiastici : 1. della Congr. dei monaci dell'Osservanza di S. Giustina, $1^{\circ}$ metà sec. xv (Museo di Bologna); 2. di Nicola + Egiecopatus Bovanensis Administratos, ca. 1340 (ivi); 3. di Stefano, vesc. di Amelia, metà del 1300 (racc. Bascapo); 4. di Giacomo, vesc. di Bisaccia, fine del 1300 (ivi); 5. di Rodiberto, abate di S. Pancrazio de Roca Ascarense, sec. xiv (calco nell'Arch. Vat.); 6. di Manfredino, can. di Campo Galliano, fine del 1200 (racc. Bascapo); 7. di Alberto, vesc. di Ferentina, fine del 1300 (ivi); 8. del Capitolo della Cattedrale di Bologna, ca. 1430; 9. dell'abate di S. Pietro di Modena, fine del 1300 (Museo di Bologna).
che fino alla metà del sec. XII non si ritenevano enti politici dotati di autonomia, e pertanto dovevano fare convalidare gli atti civici da notai di nomina imperiale, incominciano poi, a loro volta, ad assumere il sigillo, che costituisce uno dei segni dell'indipendenza, la quale sarà formalmente sancita dopo la Pace di Costanza. I sigilli cittadini presentano quasi sempre figure allegoriche : il cavaliere designa il ceto nobile che dapprincipio esercitò un certo predominio in varie città; le torri e le mura simboleggiano la potenza e soprattutto l'indipendenza; le immagini dei santi distinguono la "pars populi" e dopo il 1250 il Comune popolare; vi sono infine le insegne guelfe e glabelline, i simboli di alleanza, di soggezione, ecc.
II. Sigilli privati. - Hanno, sotto il profilo giuridico, caratteri ben diversi da quelli pubblici : si limitano alla funzione di segni di riconoscimento e garantiscono, con la chiusura della lettera, il segreto epistolare. Recano incisi stemmi, emblemi, allegorie, monogrammi, immagini relative al nome (dette "parlanti"), o all'arte, alla professione, ad una direzione, ecc. La figura del titolare appare soltanto su certi marchi di nobili (tipi equestri) e di dottori di leggi, professori, ecc., raffigurati sulla loro cat-
## Page 300

(da C. Czecholli, Vita di Roma nel M. Evo, I. Roma 1851, p. 153) Syragistica - Bolla d'oro di Ludovico il Bavaro con panorama di Roma (dopo 1328) e la leggenda, verso leonino: - Roma cupot mundi regit orbis frena rotundi - - Monaco di Baviera, Archivio di Stato.
tedra o seggio e rivestiti della toga. I sigilli dei mercanti, che per lo più recano monogrammi o ripetono i disegni dei marchi commerciali, furono usati anche per convalidare contratti privati e scritture di affari.
III. Sigilli ecclesiasticI. - Sui sigilli pontifici v. anziLo del Pescatore; bolla. I sigilli usati dai dignitari della Chiesa hanno originariamente forma ovale o circolare, che diviene ogivale intorno alla metà del sec. xit. Tale modello, tipicamente gotico, contrassegna quasi tutti i sigilli ecclesiastici e dura a lungo (neppure il Rinascimento l'abbandona del tutto, pur preferendo la linea circolare od ovale). Nei colori della cera non si ebbero usi costanti : oltre al rosso ed al verde, molto comuni, si trovano il bianco, il giallo, il bruno, ecc. Dei sigilli episcopali si hanno le prime menzioni nei secc. viI e viII, ma solo nel sec. xi si comincia a trovarne buon numero. Da essi derivano quasi tutti i sigilli che furono via via adottati dagli ecclesiastici. Vi è incisa solitamente l'immagine del titolare o del santo patrono, ora a mezzo busto, ora in piedi, ora assisa sul faldistorio o cattedra. Del tipo col busto rarissimo in Italia e che scompare nel corso del sec. xit, basterà citare due esempi : Altemanno, vescovo di Trento (1124-1149) e Mauro vescovo di Arezzo (1137); è notevole il primo per la singolarità della mitra disposta con due corni laterali e aperta davanti, che andò in disuso alla metà del secolo; il secondo è uno dei pochissimi ritratti di profilo.
Il personaggio in piedi - vescovo, abate - veste gli abiti pontificali, con la mitra; per lo più alza la destra a benedire mentre la sinistra regge il pastorale o un libro (se si tratta del santo patrono, riconoscibile dall'aureola, gli attributi sono diversi : i martiri recano le palme o gli strumenti del martirio, ecc.). Nei tipi col personaggio seduto, il faldistorio ricorda certi sedili romeni, coi braccioli foggiati a teste di leone o di lupo, le basi a forma di zampa.
Nella prima metà del '200, fermo restando il contorno ogivale, le figure si evolvono; la staticità ieratica del dignitario cede ad una composizione più mossa e più complessa; si aggiungono motivi architettonici che presto si complicano: colonne, pinnacoli, baldacchini costituiscono edicole gotiche o addirittura pale d'altare, facciate di chiese, disegnate con vivace gusto decorativo ed incise con somma cura; insomma il sigillo tende a diventare un oggetto ornato e prezioso. Vi sono varie nicchie: la superiore col busto della Madonna, la mediana o le mediane con santi, l'inferiore col titolare in ginocchio, talvolta affiancato da due scudi : quello di famiglia
e quello della diocesi, del Capitolo, dell'abbazia. Per ospitare tante figure il sigillo si amplia fino a toccare le dimensioni massime nel ' 500 . Ma accanto ai tipi solenni si usano anche modelli più semplici, con una sola figura, un simbolo o uno stemma (sigillum mediocre, minus, secretum, ad causas, ecc.). Imitano l'alto clero i vicari, gli arcidiaconi, gli arcipreti, i parroci, i canonici, i preti (sigilli personali o di dignità) nonché le curie, i Capitoli delle cattedrali, i vicariati foranei, le plebanie, le chiese, infine gli enti soggetti a giurisdizione ecclesiastica (ospedali, ricoveri, pie fondazioni) nonché tutto il clero regolare. Negli Ordini religiosi la Curia generalizia, il maestro generale assumono per lo più nei loro sigilli l'immagine del santo fondatore o del patrono, ovvero un suo simbolo, o lo stemma dell'Ordine; ogni "provincia" sceglie un santo particolare, che non è quasi mai il fondatore e talvolta non appartiene all'Ordine; i visitatori, i provinciali, i titolari d'altre cariche hanno sigilli propri, ora con l'arme di famiglia, ora con simboli sacri o immagini di santi; le abbazie, i priorati, le commende, i conventi, ecc. mostrano nei sigilli i patroni delle rispettive chiese. A partire dal sec. xv, sia nell'uso del clero secolare che di quello regolare, i suggelli con insegne araldiche o simboliche prevalgono su quelli figurati. - Vedi tavv. XXVI-XXVII.
Biss.: G. A. Seyler, Abriss der Sphragistik, Vienna 1884; id., Gesch. der Siegel, Lipsia 1894; Th. Ilgen, Sphragistik, Lipsia 1906 (ristampa 1912); W. De Gray Birch, Seals, Londra 1907; J. Roman, Manuel de sigillogr. franc., Parigi 1912; W. Ewald, Siegelkunde, Monaco-Berlino 1914; E. F. v. Berchem, Siegel, Berlino 1918 (nuova ed. 1923); A. Ceulon, Eléments de sigillogr. ecclés, franc., in Rev. d'hist. de l'Egl. de France, 18 (1932), pp. 30-39, 163-88, 341-68; G. C. Bascapé, Samos, di diplomatica, Milano 1947, pp. 49, 78, 122, 121. Giacomo C. Bascapé
ShAFTESBURY, Anthony Ashley Cooper, terzo Lord di. - Filosofo, iniziatore della filosofia morale del sentimento (v.), n. a Londra il 26 febbr. 1671, m. a Napoli il 15 febbr. 1713. Fu educato dallo zio secondo i principi pedagogici del Locke (v.), che fu anche il suo primo maestro. Studiò i filosofi neoplatonici (scuola di Cambridge) e fu in contatto con i maggiori filosofi del suo tempo non solo in patria, ma anche nel continente europeo dove si recò spesso per curare la malferma salute. Lontano dalla vita politica, si dedicò completamente alla meditazione dei problemi morali. Del suo ideale etico, esposto in numerose opere, diede esempio nella nobilissima sua forma di vita, oggetto di grande ammirazione fra i contemporanei. Nel 1709 sposò Jane Ewer, da cui ebbe un figlio. Trascorse gli ultimi due anni di vita a Napoli (cf. B. Croce, op. cit. in bibl.).
S. concepisce l'universo come un'unità perfettamente armonica, in cui tutte le cose attraverso i naturali impulsi tendono contemporaneamente alla propria perfezione e a quella del tutto. L'uomo è parte di questo universo : tutti i suoi impulsi naturali sono buoni, sia quelli egoistici

(fts. Enc. Catt.)
Spragistica - Sigillo del Pescatore di Clemente VIII (15921605) - Archivio Segreto Vaticano, Instr. Miscellanea 5647.
## Page 301
(Hobbes) che quelli altruistici (Cumberland; cf. Inquiry, I, ed. 1900, p. 280 sgg.), purché siano fra loro coordinati all'integrale perfezionamento individuale. La moralità non consiste quindi nell'ubbidienza a norme universali, a precetti divini o a leggi umane, ma nel seguire gli impulsi naturali, che consentono la gioia della pienezza della propria vita, nell'intima comunicazione interiore con la vita armonica di tutta la società umana e anzi di tutto l'universo. La religione non precede, ma segue la moralità, anzi coincide fondamentalmente con questa, poiché non la ragione, ma il vivo contatto personale con l'universo fa sentire l'esistenza di Dio quale principio animatore dell'armonia universale. Questo vivere intimamente collegati con l'azione animatrice di Dio è il significato ultimo di tutta la moralità (cf. Philosophical regimen, p. 20 sgg.). Il criterio della moralità non deriva dalla ragione (razionalismo), né dalla conoscenza empirica delle utilità (utilitarismo), ma dal sentimento morale, che è una capacità intrinseca di ogni individuo, connaturale al suo stesso essere, di percepire immediatamente attraverso la riflessione ciò che è o non è conforme all'armonia del proprio essere e quindi all'armonia sociale e universale (Inquiry, I, ed. cit., capp. 2 e 3). Si tratta fondamentalmente di un giudizio estetico o "gusto morale ", essendo per S . completamente sinonimi il bello e il buono. La moralità diventa così attività estetica del perfezionamento individuale, sociale e universale e anche principio di tutta la conoscenza umana. S. inizia cosi l'individualismo (v.) ottimistico dinamico e prelude a molte posizioni romantiche. La sua importanza nella storia della filosofia più che al valore intrinseco del suo pensiero, del resto profondamente modificato dai suoi immediati continuatori (Hutcheson, Butler), è dovuta ad originali intuizioni, che saranno riprese non solo dagli illuministi (Diderot, Voltaire), ma anche da Kant, Lessing, Mendelsohn, Herder, Schlegel, Schleiermacher, e che influirono anche nella letteratura (Pope, Goethe).
Opere principali : Inquiry concerning virtue and merit (1699); The sociable enthusiasm (1705), ripubblicato con il titolo The moralist, or the philosophical rapsody (1709); A letter concerning enthusiasm (1708); Sensus communis: an essay on the freedom of wit and humour (1709); Soliloquy, or advice to an author (1710); Miscellaneous reflections (1710). Tutti questi scritti furono riediti in unica opera in 3 voll.: Characteristics of man, manners, opinions, times (1711; varie edd. successive; ed. recente in 2 voll. a cura di J. M. Robertson, Londra 1900). Degli scritti inediti e lettere (la cui prima raccolta risale al 1716) furono pubblicati da B. Band, The life, Unpubl. letters and Philosophical regimen of A. Earl of S. (ivi 1900); S. 's second Characters or the language of forms (Cambridge 1914).
Bim.: Remarques sur un petit livre introduit de l'Auglois, intitulé: Lettre sur l'enthousiasme; Fognment sur les oeuvres de Mr. le Comte de S., in Recueil de divers pièces..., par Mrs. Leibniz, Cimbe, Newton, II, Lovanna 1740, pp. 311-53; C. v. Grzycki, Die Philos. S.'s, Lipsia 1876: Th. Glowes, S. and Hutcheson, Londra 1882; J. Martinau, Types of ethical theory, II, 2 e ed., Oxford 1886, p. 408 sgg.; J. J. Martin, S.s and Hutchesons Verhältnis zu Hume, Halle 1912; Chr. Weiser, S. u. das deutsche Geistesleben, Berlino 1916; B. Croce, S. in Italia, in Uomini e cose della vecchia Italia, I, Bari 1917; L. Bandini, S., Bari 1930; E. Cassirer, S. u. die Renaissance des Platonismus in England, Berlino 1932; E. Garin, L'illuminismo inglese. I moralisti, Milano 1941, pp. 106 sgg. Altre indicazioni in W. Ziegenfuss, Philo-sophen-Lexikon, II, Berlino 1950, pp. 223-27. Tullio Piacentini
SHAJH al-ISLAM. - Uno dei tanti appellativi (algāo) islamici che appaiono verso la metà del sec. IV a. H. ( $=$ sec. x. a. D.) e che significa, all'incirca, "principe dell'islàm ". Dapprima applicato come semplice titolo onorifico a 'ulamä' e a mistici di particolare dottrina, si specializzò sempre più al campo dei giurisperiti e fu attribuito a quei mufti le cui fatwa godessero di particolare autorità. Nell'Impero ottomano S. al-I. fu il titolo dato al mufti di Istanbul, che raggiunse un'importanza politicoreligiosa sconosciuta in altri Stati islamici.
L'importanza dello S. al-I. si consolidò specialmente al tempo dei sultani Selim I (m. nel 1520) e Solimano I

(Int. Enc. Cast.)
SPAGGISTICA - Funzone per il sigillo plumbeo pontificio (bolla). Vaticano, Palazzo Pontificio.
(m. nel 1566) quando il mufti di Istanbul ottenne una supremazia amministrativa su tutti gli 'ulamä' dell'Impero n. Alcuni orientalisti hanno attribuito questa organizzazione gerarchica dei giureconsulti religiosi con a capo lo S. al-I. - la quale non corrisponde alla tradizione islamica che non conosce un "clero" specializzato - a influenze dell'organizzazione episcopale cristiana presente nell'Impero ottomano, agli ordini del patriarca ecumenico. Comunque, era il Sultano che aveva il potere di nominare e destituire lo S. al-I. Nel cerimoniale esso veniva subito dopo il Gran Visir e, oltre al titolo suddetto, portava anche altri pomposi appellativi onorifici quali ad es., "il dottissimo fra i dotti", "mare delle scienze", ecc. Vestiva di solito un qaftän bianco e un turbante ornato di una fascia d'oro. A differenza degli altri alti funzionari ottomani, di solito ex-cristiani convertiti, i mufti e di conseguenza lo S. al-I., appartenevano a vecchie famiglie musulmane, e seguivano, prima di arrivare all'alta carica, regolari corsi di studi nelle madrave (scuole religiose) percorrendo, prima di giungere all'autorità suprema, tutti i gradi della magistratura religiosa. Man mano si formò tutta un'organizzazione di scuole, gradi accademici, tribunali canonici, tutto agli ordini dello S. al-I.
Compito degli S. al-I. fu soprattutto quello di emanare fatwa su questioni di interesse pubblico generale: si citano, ad es., le storiche fatwa autorizzanti la guerra contro l'Egitto (1516), la guerra contro Venezia (1570), l'uso del bere caffè (poco tempo innanzi considerato illecito per fatwa di un precedente S. al-I.), l'istituzione di tipografie (1727), ecc. Benché gli S. al-I. fossero in generale facilmente obbedienti ai voleri dei loro signori. i Sultani, pure non mancarono coraggiosi "non liott" come la fatwa di Abū 's-Su'ād (m. nel 1574) contro l'idea di convertire a forza tutti i cristiani e quella di Es'ad Effendi contro i massacri di principi ottomani. L'istituzione dello S. al-I., che negli ultimi tempi della sua esistenza era servita di appoggio alla più reazionaria politica dei sultani ottomani, fu abolita nel 1922 dalla Repubblica turca. I modernisti islamici si dimostrarono nettamente contrari all'istituzione dello S. al-I., che ritenevano contraria ai principi dell'islām genuino. Attualmente nei vari Stati islamici le funzioni di S. al-I. sono in parte esercitate dal mufti della capitale o, come in Egitto, dagli S. dell'Azhar, ma senza quell'organizzazione gerarchica, tipica dell'Impero ottomano. Nel Pa-
## Page 302

(da Les écrivains célèbres, a cura di R. Guereau, II. Parigi 1821, tan, contro p. 105
Shakespeare, William - Ritratto. Incisione di Droeschout. Londra, Galleria nazionale dei ritratti.
kistan (v.), ad es., il capo dei mufti ha ancora abitualmente il titolo di S. al-I.
BibL.: M.C. D'Ohsson, Tableau général de l'Empire othoman. V, Parigi 1768-91, p. 495 sgg.; F. M. Paveja, Islamologia, Roma 1951, pp. 196-97; J. H. Kramers, Shaikh al-Islam, in Encycl. de l'Islam, IV, Leida 1934. pp. 285-88. Alessandro Bausani
SHAKERS. - Dispregiativo (da shake = tremare) dato a una piccola setta, il cui nome ufficiale è "società unita dei credenti" (United Society of Believers).
L'origine della setta risale a una irlandese, Anna Lee (m. nel 1782), moglie di un fabbro, la quale si fece conoscere in Inghilterra (nel 1768 ca.) per certe visioni e profezie e per la pretesa di essere la sposa dell'Agnello dell'Apocalisse, e pertanto madre del novello Messia e degli eletti sparsi su tutta la terra. Affermava di parlare 72 lingue, pero soltanto quelle dei morti, che da lei dovevano essere giudicati. Avendo trovato opposizione in Inghilterra, si trasferì negli Stati Uniti (1774), stabilendosi (1776) presso Niskayuna o Watervliet (Nuova York). La nuova setta si mostro attivissima; i predicatori parlavano con tanta emozione che i loro corpi apparivano fortemente agitati; da ciò derivò loro il nome di Shaking Quakers. La setta non raggiunse un grande sviluppo e da vari anni declina. I s. vivevano isolati dal mondo, nelle città situate lungo il corso dell'Hudson, presso Albany e in alcune località degli Stati dell'Ohio e del Kentucky. Il loro numero non ha mai superato qualche migliaio, frazionati in una quindicina di comunità, con ca. 50 pastori. Gli s. sono una specie di a socialisti cristiani e; formano piccole colonie agricole nelle quali si pratica la comunanza dei beni e il celibato; ritengono che il mondo attuale è cattivo, che bisogna pertanto farlo cessare il più presto possibile astenendosi dal matrimonio. Attendono con fiducia il prossimo ritorno di Gesù Cristo, nel quale però non considerano che un uomo divenuto Figlio di Dio per adozione. Nel 1925 contavano appena sei chiese e 250 membri.
Il loro culto si manifesta in salti e danze, durante le quali imprimono a tutto il corpo delle scosse nervose, simboleggianti l'entusiasmo che provano al pensiero della
prossima venuta del Cristo. Ritengono pure di imitare cosi David danzante davanti l'Arca e Giovanni Battista nel seno della madre.
BibL.: F. E. Evans, Compendium of the origin, history of the United Society of Believers, Nuova York 1859; C. Jonnet, Les Etats-Unis contemporains, Parigi 1876, pp. 370-71; A. WhiteL. S. Taylor, Shakerism, its meaning and messages, Columbus (Ohio) 1905; J. P. Mc Loan, A bibliography of Shaker literature, ivi 1915; E. T. Clark, The small Sects in America, York 1949, pp. $142-46$. Leone Cristiani
SHAKESPEARE, William. - Poets, n. a Strat-ford-on-Avon (Inghilterra) nel 1564 (fu battezzato il 26 apr.), ivi m. il 23 apr. 1616.
Suo padre Giovanni, piccolo proprietario di campagna, s'era dato da fare con l'industria e col commercio, e guadagnata la simpatia dei borghigiani, che lo avevano eletto balivo del Comune: sua madre, Maria Arden, era di vecchia gente facoltosa. Una crisi sopravvenne, forse non solo economica, se il cattolicesimo di Giovanni coinvolse il declino della famiglia, negli anni che coincisero con l'inizio dell'assolutismo anticattolico di Elisabetta d'Inghilterra. Anche per questo la carriera di studi del giovinetto non fu regolare, ma piuttosto di autodidatta, genialmente disposto a far proprio quel sapere che occorreva al suo discorso di poeta. Certo fu alla Grammar School di Stratford e forse completò la sua educazione alla corte di un signore feudale, come paggio e singing boy: uno di quei ragazzi cantori che facevano anche da attori in rappresentazioni teatrali. Sposo a dicicto anni di Anna Hathaway, lasciò il borgo natio quando crebbe il peso della famiglia e cercò fortuna a Londra, nel 1585 o al principio del 1586 . Poté trovarla: aveva, con affabilità di modi e gentilezza d'indole, doti di pratico realizzatore; e come attore (fece, tra l'altro, la parte dello Spettro nel suo stesso Amleto), e soprattutto come comproprietario, poté rimediare al poco grovento che toccava agli autori. Fu al a Teatro a detto cosi per antonomasia, il primo sorto a Londra, e alla a Rosa s, più tardi al a Globo s ed si a Blackfriars s; e della compagnia che s'era posta sotto la protezione del conte di Leicester (gli attori erano fuori legge, in quella società britannica piena di impulsi e di divieti, e solo una livrea poteva salvarli dalle persecuzioni) e poi dello stesso re Giacomo I. Ed era fra i suoi protettori influenti il conte di Southampton, il dedicatario dei Sonetti. Già nel 1592 giunse il successo; alla poesia non discende, come gli university nits, i begli spiriti universitari, dalla dignità di una cultura cattedratica, intellettualisticamente elaborata; vi sale mescolandosi alle realizzazioni di un artigianato teatrale attento ed espertissimo, collabora con altri autori, lavora su testi grossamente elaborati, che conduce ad una perfezione estrema di animazione, di individuazione, di stile; quindi i sospetti e la dolente invettiva di Roberto Green contro la sua presunta invadenza (s un corvo venuto su dal nulla, rimpannucciato con le nostre penne, avvolto in una pelle di commediante, presume di poter gonfiare un endecasillabo quanto il migliore fra voi; ed essendo un a Giovanni fac-totum a fatto e finito, ha l'idea di essere il solo crolla-teatro del paese... (Shake-speare significa "crolla-lancia»). Eccolo produrre i documenti della sua eccellenza letteraria in un esercizio estremamente raffinato su temi della tradizione mitografica, nei poemetti di Venere e Adone (1593) e di Lucrezio (1594) e nei Sonetti, la cui composizione, e probabile pubblicazione sparsa, si prolunga dagli stessi anni al 1600 , raccolti ed editi nel 1609. Via via il successo cresce, acclamato dal pubblico, lodato a corte, esaltato da Francesco Meres nella Palladis Tamia: Wit's Treasury (1598) a paragone degli altri poeti del tempo e dei classici greci, latini ed italiani, saccheggiato da editori poco scrupolosi che pubblicarono, lui vivo, 16 delle sue opere teatrali. La fortuna gli consentì di risollevare le sorti della famiglia a Stratford, arricchita ed araldicamente annobilita.
Gravi avvenimenti, se non turbarono la sua costante carriera, lo condussero ad una crisi che rimane oscura nella cronaca, ma avvertibile nella poetica: la congiura di Essex, che travolse alcuni dei suoi più ammirati amici (1601); ed una passione morbosa, simboleggiata
## Page 303
dalla dark lady dei Sonetti. Un tetro pessimismo si documenta nell'opera dal Giulio Cesare (1601) all'incompiuto Timone d'Atene ( 1607 ?). Forse con una malattia culmina, nel 1608, questa crisi; ma s'immerge in una meditazione religiosa che gli dichiara la sua via e ne esce pacificato, aperto a parole più confidenti che la sua stessa poesia gli rivela. Nel 1611 si ritira a Stratford, pur rimanendo connesso con Londra da interessi e da viaggi non infrequenti. Died a Popist, morì da cattolico: cosi afferma un'attendibile testimonianza.
Fra i documenti scarsi o incerti, che della sua vita estersore ci rimangono, e l'immensa presenza della sua poesia nel mondo moderno, c'è tal divario che spesso s'è ricorso alla leggenda, per darne un ritratto ideale, e l'opera è stata sottratta al suo nome per attribuirla a questo o a quel personaggio del suo tempo, che avesse dignità di linguaggio o di scienza: p. es., a Francesco Bacone: cedendo tali biografi e mitografi all'errore che fa della creazione poetica la risultante di una situazione storica e di un programma culturale, anziché un modo primordiale di conoscenza che investe e trasfigura le sistemazioni riflessive della cultura e le occasioni della cronaca. S. è appunto il poeta che sembra librarsi in una assoluta disponibilità d'immagine verso un più vasto mondo: colmo di meraviglie quid quando; e che la creatura umana vi accorra più a cercarvi il diletto delle forme innumerevoli che a riconoscersi. In realtà si sa oggi di lui quanto basta di certezze documentate per accompagnarlo in vita fra cose mediocri o importanti dal nascere al morire. E per quel ch'è la sua opera, tre secoli di fortuna sempre più estesa e di esegesi sempre più profonda consentono, senza togliere nulla al prodigio di una poesia che s'affida piena d'ingenua fiducia al vasto mondo e torna ingenua al suo Creatore, di osservarla nella circostanza di tempo e di dottrina che appartengono al poeta non meno che alla civiltà cristiana di tutto l'Occidente. Infine, se dopo avere esplorato la cronaca e la parola tentiamo il segreto della sua anima, se della poesia facciamo la pietra di paragone per la sua vita morale e per quella che insegna agli uomini suoi seguaci, lo vediamo ritrarsi dall'avventura ingenua e superba dell'ingegno ad una meditazione via via più severa, penitenzialmente assorta, e quindi aprirsi ad una riacquistata fiducia: l'ultimo suo messaggio è ad un'umanità che smarritasi ritrova se stessa dopo la compesta; mentre l'alato Ariete, il vocale spirito della poesia, torna a vivere fra le corolle, il poeta spezza la verga degli incanti e chiede, perché Dio abbia misericordia di lui, il soccorso della preghiera fraterna. E quasi riassume in una parabola il senso di un'epoca della civiltà d'Occidente e il ritorno, dopo il trionfo delle arti e le vertigini del dominio, alla patria cristiana.
L'edizione in-folio, del 1623 , curata da suoi compagni d'arte, aduna le sue opere catalogandole in commedie, storie e tragedie; e fu enorme e fortunato il lavoro della critica, non senza qualche incertezza, a stabilirne il canone e la cronologia, valendosi d'ogni suggerimento esterno di cronaca ed interno di testo, di lessico e di stile. Facile ritrovare i suoi temi nella memoria vulgata (che la sua fama crebbe negli ultimi due secoli ad una risonanza immensa in ogni parte del mondo: nessun autore di teatro è presente come lui sulle scene, e quasi tutte le sue favole sono entrate nel comune patrimonio mitografico). Romeo e Giuliettu (1591) canta la magia del richiamo d'amore che al di là della rissa cittadina conduce ad una morte gli sposi giovinetti; Riccardo III (1592) innalza a disumana efferatezza l'idea machiavelliana del tiranno che domina di frode e di forza, e Riccardo II (1593) medita potosamente l'idea della sacralità regale che sopravvivce allo stesso eccesso del dominio e alla sventura della deposizione; il Mercante di Venezia (1594) nel quadro di un'Italia remota e gentile compone reminiscenze di Marlow, umore beffardo e la saggezza di una femminilità amorosa ed accorta; il Sagno di una notte di mezza estate (1595) ricama nel velo di una favola nuziale i nomi di una classicità ripensata feudalmente e gli spiritelli del settentrione; in Enrico IV (1597) lacrime e sangue grondano dalla dignità regale e l'ira guerresca si gonfia in parvenze grottesche, ed Enrico $V$ (1599)
inneggia alla vittoria nazionale: un periodo della sua poetica singolarmente fervido e felice, questo, che si chiude con le commedie Come vi garba (1599) e Notte dell'Epifania (1599), favole di una ritrovata arcadia, musica effusa sui felici errori del desiderio d'amore. Ma la sua meditazione sui precipizi del dominio, sulle insidie dei sensi, sulla corruzione della carne, sul male che avvelena ogni dignità umana e travolge ogni grandezza si fa d'improvviso cupa e violenta: Giulio Cesare (1601) è un inno disperato e atterrito alla magnanimità sfortunata degli eroi politici, schiantati dalla inerzia stessa del tiranno che sopprimono e che pur li vince, dopo morto; e i temi della regalità, della lussuria. della vendetta ripercorrono Amleto (1602); ma anche si fa più audace, nel tumulto della crisi, il suo impegno verso una meditazione più ardita, religiosamente impegnata. Amleto non ascolta la voce ultraterrena del re, ucciso, a tradimento, che esce dal Purgatorio per ammonire il figlio ed erede, re legittimo, a compiere la giustizia : col suo indugio trascina in un gorgo di delitti insieme i colpevoli e gli innocenti. Otello (1604) è l'eroe generoso e innamorato che non resiste alla tentazione del male e si lascia travolgere ossesso dalle furie della gelosia omicida. Macbeth (1605) è anch'esso travolto dalla tentazione diabolica, anche più esplicitamente dichiarata, che lo insidia nell'ambizione di regno. Lear (1606) crede follemente di poter sottrarsi ai doveri della regalità, divide il regno tra le figlie ambizione, caccia la figlia devota, s'innalza inebriato di parole e di gesti, sé e i suoi travolge in una demenza acclamata e dolente. Con Antonio e Cleopatra (1608) e con Coriolano (1608) i temi della passione e dell'ambizione sono riosservati con occhio più sgombro: i protagonisti sanno ormai che vogliono, affrontano consapevoli le conseguenze del loro volere, si giudicano. Misura per misura (1605), con il suo accorato appello evangelico, e la festività spensierata del Racconto d'incerno (1610) preparano da opposte parti la conciliazione della Tempesta (1611).
Più difficile discernere, di là dalla suggestione della forma e della fortuna, l'intima storia della poetica: la quale si svolge da un iniziale affidarsi di S. ad una nativa forza geniale, verace pur nelle sue parvenze più estrose: il wit, l'ingegno, lo spirito, una luce che scopre fra le cose rapporti impensati e le illumina. Consentaneo ai modi dell'età barocca, il poeta si affida più all'invenzione che ai consigli della ragione ed alle esperienze della storia. Dono di una natura benigna, il wit tutto discopre e dichiara, la faccia del mondo e la legge morale, l'idea della libertà e quella che le consegue della dignità crrrana; e secondo una perduta e poi ritrovata norma di bene ricompone la vita dell'ucreo. Il suo genio esplora l'universo umano cosi nella estensione avventurcsa ccre nella profondità religiosa. Nessuno più di lui si fida della parola; confidandole il suo destino d'ucreo, anzi la sorte della sua gente e del mondo; ma nessuno è più pronto a trasformare in vocazione la disponibilità poetica, e a cedere, umilmente fervido, alle verità che la parola discopre. La cultura rinascimentale aveva disposto la p