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7) riflette con grande eleganza ed armonia di proporzioni forme di transizione romanico-gotiche; nell'esterno (fac-
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(da E. Carli, Scultura lignea senese, Milano-firenze 1911, tav. II) Siena, arcidjocesi di - S. Crescenzio. Busto ligneo di Francesco di Valdembrino (1409) - Siena, Museo dell'Opera del Duomo.

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ciata iniziata, da Giovanni Pisano, nel 1284 e completata, dopo una lunghissima interruzione, dal 1376 in poi) nel prolungamento del coro (deciso nel 1317), nella sottostante pieve di S. Giovanni (compiuta nel 1325, con facciata probabilmente progettata nel 1382) e soprattutto nei grandiosi resti del cosiddetto "Duomo nuovo", iniziato da Lando di Pietro nel 1339 quale corpo longitudinale di una vasta Cattedrale di cui quella già costruita doveva costituire il transetto (la costruzione fu interrotta in seguito alla peste del 1348), è espressione arditissima del gotico toscano, che a S. s'illeggiadrisce di mirabili motivi decorativi e acquista maggior slancio che non nei contemporanei edifici fiorentini. Mentre altre chiese trecentesche della città, e specialmente quelle degli Ordini monastici come S. Francesco, S. Domenico, il Carmine, pur nell'estrema semplicità delle loro forme denotano il costante alto livello raggiunto dall'edilizia religiosa, non minore importanza acquista a S. l'edilizia civile e privata, che ha in ogni piazza e in ogni via cospicui esemplari tuttora perfettamente conservati. Dal sec. xili al xiv, S. creò il proprio caratteristico aspetto che ancor oggi costituisce una delle sue maggiori attrattive. Le costruzioni civili presentano quasi tutte, ad elementi ricorrenti, il cosiddetto "arco senese", costituito da un'arcata cieca a sesto ribassato sormontata da un'ogiva falcata: e dalle primitive "case torri" e dai tetri fabbricati con rade finestre e con paramento a blocchi di pietra si passa ai sontuosi palazzi dove la pietra si unisce al laterizio, decorati di archetti, con serene fughe di bifore e quadrifore sestiacute e inghirlandati di merli sostenuti da snelle mensole a piramide rovesciata. Massima espressione di questo elegante stile architettonico è il Palazzo Pubblico (1288-134x), con facciata a tre corpi lievemente incurvati a secondare l'andamento della mirabile piazza del Campo, e affiancato dalla snella Torre del Mangia (1338-48) : numerosi e splendidi edifici ne riprendono, con infinita varietà di soluzioni particolari, i motivi essenziali (Palazzo Sansedoni, Buonsignori, Tolomei, Marescotti, ora Chigi-Baracini, Salimbeni, del Capitano, ecc.). Tipica è poi l'architettura delle fonti senesi, consistenti in ampi bacini in pietre e laterizi ricoperti da vòtte a crociera (Fontebranda, Fonte Nuova, ecc.) e delle porte urbiche, di proporzioni grandiose, munite di antemurali e cinte di merla. ture (Porta Romana, Porta Pispini e S. Viene, Porta Tufi).

Gotico e Rinascimento si fondono armonicamente nella Loggia della Mercanzia (di Sano di Matteo; 14171429) e nella Cappella di Piazza (1376) completata da Antonio Federighi, cui si debbono pure le ariose Logge del Papa e l'originale Palazzo dei Diavoli. Intanto noti architetti fiorentini del Quattrocento erigono superbe testimonianze del nuovo stile nel cuore di questa roccaforte del gotico: Bernardo Rossellino, che per Pio II trasformò il rustico borgo di Corsignano in un perfetto modello di cittadina rinascimentale, creando l'odierna Pienza, innalza a S. la nobilissima mole del Palazzo Piccolomini, imitato in quello detto "delle Papanes", e Giuliano da Maiano inizia il Palazzo Spannocchi che servirà di modello anche al cosiddetto Palazzo di S. Galgano. Scarse le tracce dirette dell'attività in patria del massimo architetto senese del Quattrocento, Francesco di Giorgia Martini, il suo stile tuttavia si riflette nell'opera di Giacomo Cozzarelli (Chiesa dell'Osservanza, Cupola di S. Spirito, Palazzo del Magnifico) : anche di Baldassarre Peruzzi non sono molti i ricordi in S. (Palazzo Pollini, Castello di Belcaro), mentre altri buoni architetti senesi del sec. xvi furono A. M. Lari, G. B. Pelori e Bartolomeo Neroni detto «il Riccio». Col Seicento l'attività edilizia senese, se pur non troppo intensa, si mantenne entro i limiti di un decoroso e sobrio equilibrio, come dimostra l'armoniosa mole di S. Maria di Provenzano, progettata dal certosino fra' D. Schifardini ed eseguita da Flaminio del
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(Int. Abitati)
Siena, arcidocesi di - Cofanetto per le votazioni (sec. xiv) - Siena, Palazzo comunale.

Turco. Del sec. xvili son particolarmente caratteristici gli elegantissimi interni di alcuni oratori di contrada e le facciate delle chiese di S. Giorgio e S. Vigilio.

Come per l'architettura, non si può parlare di una scultura senese durante il periodo romanico : infatti soltanto dopo l'attività svolta a S. da Nicola e da Giovanni Pisano si formò, e si sviluppò nei primi decenni del Trecento, una scuola locale di grande importanza, perché rappresentata da notevolissimi maestri come Tino di Camaino, Gano di Fazio, Goro di Gregorio, Agostino di Giovanni, Agoolo di Ventura e Giovanni d'Agostino, mentre di Ramo di Paganello e Lorenzo Maitani, entrambi attivi ad Orvieto, non si conoscono opere sicure in S. Questa splendida tradizione, venuta improvvisamente meno con la peste del 1348 , risorse ai primi del sec. xv con il grandissimo Jacopo della Quercia, con Francesco di Valdambrino e con Domenico dei Cori, i quali ultimi due furono soprattutto scultori di statue lignee. Lorenzo Ghiberti e Donatello intanto introducevano il nuovo gusto del Rinascimento a S. modellando, con Jacopo della Quercia, le storie del Fonte battesimale del S. Giovanni : e se Antonio Federighi continuava con una certa accademica freddezza la tradizione quercesca, della lezione di Donatello si facevano alti ed originali interpreti Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta e Francesco di Giorgio Martini.

Con la fine del Quattrocento si andò però diffondendo il gusto di una scultura decorativa di intaglio sottile e minuto, e ricca di motivi classicheggianti, il quale doveva culminare negli elegantissimi virtuosismi di Lorenzo di Mariano detto "il Marrina" (1476-1534). Nel Cinquecento non si hanno altre notevoli figure di scultori, ove si eccettui il Beccafumi che, oltre la pittura, praticò con successo la fusione in bronzo: e nel periodo barocco svolsero intensa attività, divulgando lo stile berniniano, i numerosi componenti della famiglia Mazzuoli, dal vecchio Dionisio ai figli Giuseppe e Giov. Antonio fino al nipote Bartolomeo. A S. infine nacque (1817) e lasciò alcune opere il notissimo Giovanni Dupré. Ma la maggior gloria di S. è quella di essere stata la sede di una scuola pittorica che fu, specie durante il sec. xiv, una delle più importanti d'Europa. Il carattere fantasioso e fiabesco della pittura senese, che sembra quasi opporsi al lucido razionalismo di quella fiorentina, si scorge soprattutto nella costante predilezione che i maestri senesi ebbero per l'elemento colore e per la linea intesa come pura e libera espressione di una sensibilità squisitamente musicale e decorativa. In tal modo al robusto e conciso linguaggio di Giotto si vede contrapporsi la gracile e fiorita eleganza lineare di un Simone Martini, e al volu-

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(Int. Orassi, Siena)
Siena, arcidiocesi di - Il Palio ( 16 ag.) - Siena.
metrismo chiaroscurale e costruttivo dei Fiorentini le quiete cresure cromatiche di un Ambrogio Lorenzetti.

Poiché dell'attività di ogni singolo maestro si dànno ampi ragguagli nelle voci ad esse relative, basterà che se ne citino i nomi secondo la connessione cronologica e stilistica loro spettante. Cosi, se la tradizione pittorica senese si inizia verso la metà (secondo alcuni però nei primi decenni) del sec. xili con Guido da Siena, essa ha il suo più alto e splendido esito tra la fine del sec. xili e la prima metà del Trecento con Duccio di Buoninsegna, Simone Martini e i due fratelli Pietro e Ambrogio Lorenzetti. Nell'orbita di ognuno di questi maestri si svolgono numerose personalità minori, ma tuttavia degne di nota: da Duccio infatti dipendono Segna di Bonaventura, suo figlio Niccolò e Ugolino di Nerio, e da Simone Martini, Lippo Memmi, Jacopo di Mino del Pellicciaio, Naddo Ceccarelli, il delicato miniatore Niccolò Tegliacci e Andrea Vanni. Una posizione a sé ha il mitico Barna, nei cui affreschi della collegiata di S. Gimignano si colgono, originalmente rielaborati, echi tanto di Duccio quanto del Martini. Ma la maggior parte dei pittori del tardo Trecento trasse partito dalle esperienze lorenzettiane, per quanto in essi generalmente tali influssi si componessero in cosi varia misura con altri motivi di diversa origine da rendere difficile una classifica rigorosa. Cosi, ad es., il cosiddetto "Maestro d'Ovile" è da alcuni designato con l'appellativo esegetico di Ugolino Lorenzetti perché nella sua maniera si fondono elementi derivati tanto da Ugolino di Nerio quanto da Pietro Lorenzetti. Parimenti Lippo Vanni, Niccolò di Buonaccorso e Luca di Tommè attinsero, sia pure con risultati diversissimi, alle stesse fonti martiniane e lorenzettiane, mentre in Bartolo di Fredi e Paolo di Giovanni Fei si scorgono persino tardissimi ricordi di modi ducceschi.

Mentre il linguaggio dei primi grandi maestri del secolo sopravviveva senza sostanziali innovazioni fino ai primi decenni del sec. xv attraverso la maniera eclettica del fecondissimo Taddeo di Bartolo e di Martino di Bartolommeo e i loro seguaci, Stefano di Giovanni detto il Sassetta si dimostrava informato non solo delle contemporanee correnti del gusto gotico internazionale, ma
altresì delle prime rivoluzionarie novità del Rinascimento fiorentino. Ma queste ebbero scarso esito nel Sassetta stesso, artista per altro squisitissimo, ché Sano di Pietro e Giovanni di Paolo, i quali furono, dopo di lui, i maggiori pittori senesi del Quattrocento, seguitarono a sviluppare, con autonomia di linguaggio, la preziosa eredità gotica. Nemmeno con Domenico di Bartolo e con Pietro di Giovanni d'Ambrogio il nuovo gusto rinascimentale fece breccia nella cultura figurativa senese, la quale doveva assimilarlo assai più tardi attraverso la mediazione di Lorenzo di Pietro detto il Vecchietta, di Francesco di Giorgio Martini e di Matteo di Giovanni. Ma ancora alle soglie del Cinquecento un Neroecio di Bartolomeo poteva rievocare l'immateriale linearismo di Simone Martini, quando cioè la pittura senese, ormai priva di personalità di rilievo, aveva assunto un carattere di garbato eclettismo, aprendosi ai più vari apporti tra i quali, di particolare importanza, quello umbro. Nella prima metà del sec. xvI dominato le personalità del Sodoma e del Beccafumi : il primo, di origine piemontese, seguace di Leonardo e di Raffaello, e il secondo da considerarsi uno dei creatori e dei massimi esponenti del primo manierismo toscano.

Alla fine del Cinquecento operò a S. una miriade di pittori di modesto valore (uno dei migliori fu Francesco Vanni, delicatamente baroccesco), finche nel secolo successivo non si vede emergere Rutilio Manetti, che fu uno dei più forti interpreti del caravaggismo italiano. Con lui, sostanzialmente, si conclude la serie dei grandi pittori senesi, perché né il Settecento con i suoi superficiali Nasini, né l'Ottocento, che pur col Maccari, con l'Aldi, col Cassioli e col Franchi ebbe una fiorente scuola di freschisti, furono tali da eguagliare la gloria dei secoli più antichi. Parallelamente a quelle maggiori, anche le cosiddette arti minori ebbero in S. larghissimo sviluppo e pervennero ad un livello di perfezione difficilmente superabile: non solo, ma anche particolari tecniche si affermarono a S. prima che altrove, sia nel campo dell'oreficeria, che deve a S. l'invenzione degli smalti translucidi, sia nell'arte vetraria, poiché è senese il più antico e prezioso esemplare di vetrata istorista di manifattura italiana (il grande "occhio" del coro del Duomo, del 1288), sia nella tarsia lignaria, sia nel commesso marmoreo, che ha lasciato nel pavimento del Duomo un monumento unico nel suo genere per vastità di dimensioni e genialità fantastica; mentre nella miniatura si riflettevano in tono minore, ma con squisita raffinatezza, le vicende stilistiche della pittura. L'arte senese, ove si eccettui l'architettura, è quasi esclusivamente di soggetto sacro, anche quando essa non fu destinata a dotare ed abbellire le chiese: ed il tema prediletto degli artisti senesi, in ogni tempo, fu quello della Madonna, la quale, solennemente proclamata patrona e avvocata della città alla vigilia della battaglia di Monteperti (1260), fu sempre oggetto di fervidissimo culto da parte del popolo e dei reggitori della Repubblica. Vedi tavv. XXXIV-XXXVI.

BibL.: G. Della Valle, Lettere senesi, I-III, Venezia 1782Roma 1786; L. Colotti, Arte senese, Treviso 1906; P. Schubring, Die Plastik Sienas im Quattrocento, Berlino 1907; C. Weigelt, La pittura senese del Trecento, Bologna 1911; V. Lusini, Il divano di S., I, Siena 1911, II, ivi 1939; L. Olcott - W. Heywood, Guido to S., $2^{2}$ ed., ivi 1924; E. Cecchi, I Trecentisti senesi, Roma 1928; H. Edgell, A Hist. of Sienese Painting, Nuova York 1932; C. Brandi, I Quattrocentisti senesi, Milano 1940; E. Carli, Scultura lignea senese, Milano-Firenze 1951. Enzo Carli

SIENHSIEN, diocesi di. - Nella parte centrale della provincia del Hopelı, nella Cina settentrionale.

Fu eretta, con il nome di vicariato apost. di Pechine-meridio-orientale (e in seguito designato anche con quello di Celi meridio-orientale), il 30 maggio 1856 , per divisione della diocesi di Pechino, soppressa in pari data, e fu affidata alla Compagnia di Gesù che, per il lavoro missionario, vi manda i religiosi della provincia regolare di Champagne. Il 3 giugno 1921 cedette territorio al vicariato apost. dello Sbantung meridionale (v. YERCHOW), il 3 dic. 1924 prese nome dalla città di S., il 24 maggio 1933 cedette 10 sottoprefetture civili per l'erezione di Yungnion (v.); l'11 apr. 1935 ne cedette altre 7 per l'erezione di Taming (v.) e il 24 apr. 1939 con un'ultima divisione

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dette vita alla prefettura apost. di Kinghsien (v.). L'11 apr. 1946, con l'erezione della gerarchia episcopale in Cina, fu elevata a diocesi suffraganea di Pechino.

Ha un'estensione di 8400 kmq . di 30 giugno 1947 , su una popolazione totale di ca. 2.000 .000 di ab., i cattolici erano 61.600; 44 i sacerdoti cinesi e 8 gli esteri; 35 i seminaristi maggiori e 52 i minori; 12 fratelli laici cinesi e 3 esteri; 110 suore indigene e 12 estere. Gli avvenimenti politici avevano già distrutto o fatto chiudere, alla data suriferita, le opere di assistenza e le scuole.

Al momento della sua erezione, nel 1856, S. comprendeva 41 sottoprefetture civili con 9505 fedeli, distribuiti in 132 cristianità; vi lavoravano tre gesuiti e due sacerdoti secolari cinesi. Nonostante ostacoli di ogni sorta lo sviluppo fu subito notevole e si accentuò ancora dopo la persecuzione dei Boxers (1900), nella quale furono massacrati 5 missionari e 4500 fedeli: nel 1870 i cattolici erano 19.612 , saliti a 50.475 nel 1900 , a 102.390 nel 1920 e a 130.910 nel 1929 .

Bibl.: GM, p. 208; Annuaire de l'Eglise cath. en Chine 1948, Shanghai 1948; MC. 1950, p. 314. Adamo Pucci

SIENKIEWICZ, ILENRYK. - Scrittore polacco, n. a Wola Okrzejska il 6 maggio 1846, m. a Vévey il 15 dic. 1916.

Di famiglia nobile visse nelle campagne paterne, sino al termine degli studi. Fu nell'America del nord, visito la Francia e l'Italia, pubblicando frattanto novelle, romanzi, corrispondenze giornalistiche. Alternò poi i soggiorni a Varsavia con viaggi in Turchia, Africa, Grecia Spagna, Italia. Allo scoppio della prima guerra mondiale costituì in Svizzera, insieme con il Paderewski, il Comitato di soccorso per polacchi, adoprandosi con tutti i mezzi per la liberazione della patria.

L'opera letteraria del S. è vasta e multiforme e suscitò consensi in tutto il mondo. Ai suoi inizi, nell'epoca della maggiore fioritura del positivismo, il S. ne subì l'influsso (No morse [Invano] e varie novelle). Ma ben presto la tradizione romantica lo attrasse; la nostalgia per la vita del passato pervade la delicata novella Hania; quella della patria lontana nel cuore dell'esule gli dettò Latornik (Il guardiano del faro), giustamente ritenuto un capolavoro. La prima grande opera è la Trilogia, i tre romanzi cioè in cui rivive la Polonia del periodo fra il Seicento e il Settecento, nell'epoca più movimentata della sua storia, che comprende la guerra cosacca (Ogniem $i$ mieczem [Col ferro e col fuoco]), l'invasione svedese (Potop [Il diluvio]) e la guerra tartara (Pan Michol Wolsdytowski): la grandiosità dell'azione, in cui si muovono popolc e guerrieri, le figure disegnate in piena luce, la vivacità del racconto sono mirabili. L'arte dello scrittore apparve un'unica cosa col suo patriottismo, di cui doveva dare tante prove, lottando contro la snazionalizzazione tentata in Posmania (Z pamiętnika poznañskiego nau czytiela [Dal diario di un maestro di Posmania]), contro l'espropriazione delle terre parimenti sottoposte ai Tedeschi, già combattuti dai Polacchi al tempo dei Cavalieri Teutonici : argomento questo che gli ispirerà più tardi il romanzo Krzyzacy (I Crociati).

Dopo due romanzi di soggetto moderno: Rodzina Polanieckich (La famiglia P.) e Bez dogmatu ([Senza dogma], spietata analisi dello sfacelo portato dalla mancanza di principi morali) il S. pubblicava nel 1896 il Quo vadis? racconto dei tempi di Nerone. Nel contrasto fra le opposte forze, paganesimo e cristianesimo ai suoi albori, nella ricchezza di vita dei personaggi storici e di quelli creati dalla fantasia dell'autore, nella bellezza della narrazione e nello spirito altamente religioso pur nella semplice umanità dell'intreccio è la ragione del successo strepitoso ottenuto dal Quo vadis? che fu tradotto in tutte le lingue.

L'opera posteriore del S. ha minore importanza: Na polis chowdy (Sul campo della gloria) è l'unico romanzo di una seconda trilogia da lui progettata. Wiry (Turbini) ha per soggetto l'insurrezione polacca del 1863; Legjony fu lasciato incompiuto; un'opera sola è all'altezza delle migliori: W pustyni i puszezy (Per deserti e per foreste) che fa parte dei capolavori della letteratura per ragazzi. Del S. sono pure pubblicate le lettere di viaggio, fra
cui alcune dall' Italia che ammird ed amó. Gli scritti del S., ammirevoli per chiarezza e nobiltà di stile, mostrano ora particolare padronanza della lingua: fluida e viva quando si tratta di argomenti moderni, ha sapore arcaico sulle labbra dei personaggi della Trilogia che parlano il polacco del ' 600 , storicamente documentato, e assume classica bellezza nel Quo vadis?

Bibl.: T. Zieliński, Idea polska w dziełach H. S. (- L'idea polacca nelle opere di H.
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(da H. S., Wita Pity nad Swied, Londra 1866. Ter. contro il [concrepiste] Sienkiewicz, HenrYE - Ritratto.
S. $\%$, Varsavia 1920; K. Woicickowski, H. S., ivi 1925; A. Brotarski, Stanusch - Quo vadis? - do literatur romänskich (r Rapporti del Quo vadis? con le letterature romanze -), Poznan 1926; Iridion, quaderno di cultura polacca, nn. 1, 2, 3 (intestamente dedicato a H. S.), Roma 1946. Per la completa bibl. delle tradd. da H. S. e per gli studi critici in Italia, cf. M. Bersano Begey, La Polonia in Italia, Torino 1948, nn. 1031-1305. Marina Bersano Begey

SIERO DELLA VERITÀ : v. NARCOANALISI.
SIERLOGIA : v. MICEOBIOLOGIA.
SIERRA LEONE. - Possedimento britannico della Guinea, chiuso fra la Liberia e la Guinea francese.

Consta di una piccola colonia ( 702 kmq ., 124 mila ab.) sulla costa, e di un protettorato ( 71.654 kmq ., con 1,9 milioni di ab.) che interessa il rimanente territorio. Dal piatto litorale orlato di lagune il territorio sale nell'interno fin oltre i 1000 m . Foresta e savana fanno posto, localmente, a piantagioni, che producono riso, orzo, manioca e soprattutto palma da olio. Il sottosuolo fornisce oro, diamanti, platino, cromite, e, di recente, ematite, i cui depositi appaiono considerevoli. Gli abitanti (oltre 2 milioni) sono per la maggior parte sudanesi. Freetown ( 90 mila ab.), con un buon porto, è la capitale della colonia.

Per l'evangelizzazione v. Freetown.
Bibl.: F. W. Butt-Thompson, S. L. in history and tradition, Londra 1926; N. N., An Outline of ten-year plan for the development of S. L., Freetown 1946. Giuseppe Caraci

SIERRO, CANDIDO (Agostino Giuseppe). - N. il 18 marzo 1840 a Hérémence (Vallese, Svizzera) e m. in Brasile nel 1874.

Entrò dai Cappuccini nel 1839 , ove ebbe il nome di Candido. Ordinato sacerdote nel marzo del 1864, giunse nel maggio del 1870 nel Brasile, dove fu incaricato della fondazione di una missione nel bacino del rio Campim. Il 15 ag. 1871 fondò il villaggio Aldea de Assumpçao, riunendovi una sessantina di famiglie di Indi, a cui fece dissodare la foresta vergine, e nel frattempo li preparava al Battesimo con l'istruzione catechistica quotidiana, con solenni cerimonia di culto e la recita del Rosario ogni sera. Dopo sei mesi i primi 150 Indi furono battezzati. Nel 1872 S. passò il villaggio ad un confratello e dopo un viaggio di 30 km . contro corrente arrivò dagli Indi Turuyani, presso i quali ottenne eguali risultati. S. fu poi nominato vice-prefetto della provincia cappuccina di Pernambuco e pensò di erigere stazioni missionarie in tutto il bacino del rio Campim. Ai primi del 1874 si trasferi presso gli Indi Amanayés, i quali però erano stati istigati contro il missionario da un commerciante bianco. La prima notte dopo il suo arrivo alla fine di genn. o al principio di febbr. fu trucidato dagli Amanayés.

Bibl.: A. Jann, Candidus S., ein Indianermissionar, Stanz 1915. Nicola Kowalsky

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(Int. Enc. Catt.)
Sigeberto di Gembloux - Incipit della Hystoria o Chronicon universale, cod. Urb. lat. 395, fol. 232 (sec. 2iv) - Biblioteca Vaticana.

Sifilino, Giovanni VIII, patriarca di Costantinopoli. - N. fra gli aa. ioro e ioi2 a Trebisonda, m. il 2 ag. 1075 a Costantinopoli.

Fu direttore della sezione giuridica dell'Accademia imperiale di Costantinopoli. Elevato alla dignità di patriarca nel 1064 sviluppò riforme ecclesiastiche nella legislazione matrimoniale e si distinse per lo zelo pastorale; si affaticò anche per l'unione degli Armeni. Michele Psello ne tenne il discorso funebre a cagione delle strette relazioni avute con lui; come S. aveva introdotto Michele Psello nella scienza giuridica, così questi gli insegnò la filosofia. S. lasciò omelie e decreti (PG 120, 1201-92).

Bint.: V. Grumel, Les regestes des actes du patriarcat de Constantinople, I, 3, Parigi 1947, nn. 893-906, pp. 20-27; Krumbacher, 435-44; H. Fuchs, Die höheren Schulen von Konstantinopel im Mittelalter, Lipsia 1926; E. Stollreiter, Johannes VIII. Xiphilinos, in LThR. V, col. 537. Giorgio Hofmann

SIGEBERTO di Gembloux. - Benedettino, n. ca. il 1030 presso Gembloux, m. ivi il 5 ott. 1112. Insegnò per più di 20 anni nella scuola monastica di St-Vincent di Metz, poi tornò per lo stesso incarico nell'abbazia di Gembloux (diocesi di Namur), dove aveva ricevuta la sua prima educazione e preso l'abito benedettino. Quantunque passasse per monaco pio, di costumi intemerati e fosse vissuto nella diocesi di Liegi con la fama di zelante riformatore da alcuni dei suoi vescovi, si lasciò tuttavia sviare dal suo particolarismo liegese e dalla sua mentalità di conservatore fino ad un'opposizione violenta contro i decreti di Gregorio VII.

La sua Apologia contra eos qui calumniantur missas coniugatorum sacerdotum è un'interpretazione errata del pensiero del Pontelice. Più premuroso della indipendenza di Liegi che non della difesa dell'imperatore Enrico IV, S., nella sua Epistola Leodicensium adversus Paschalem
papam, protesta contro l'invito di Pasquale II al conte Roberto di Fiandra di rivolgere le sue armi contro quelli del clero liegese, che erano fedeli all'imperatore Enrico, e oppone alla S. Sede l'autorità episcopale. I pregiudizi di S. intaccano anche, in parte, la sua opera storica, che è pure degna di interesse; oltre ad un Chronicon universale e un De viris illustribus, gli si devono la continuazione dei Gesta obbatum Gemblocensium; una doppia Vita s. Lamberti, protettore della sua patria, e varie altre biografie. Per tutte queste opere poté attingere copiose informazioni dalla rinomata biblioteca del suo monastero.

Scrittore dallo stile chiaro e puro, S. deve essere annoverato, secondo il p. E. da Moreau, tra gli scrittori più eruditi e colti del medioevo.

Bibl.: le opere di S. sono riprodotte in PL 160, 1-830; cf. anche E. Sackur, in MGH, Libelli de lite, II, 1892, pp. 436-64 e S. Balau, Les sources de l'histoire de Litge au moyen âge (Mém. de l'Acad. roy. de Belgique, 61), Bruxelles 1903; G. Hirsch, De vita et scriptis Sigeberti, monachi Gemblocensis, Berlino 1841; A. Cauchie, La querelle des investitures dans les diocèses de Liège et de Cambrai, 2 voll., Levonio 1890-91; Manitius, III, pp. 332-50; E. de Moreau, Hist. de l'Eglise en Belgique, II, $2^{\text {e }}$ ed., Bruxelles 1942, pp. 42-60. Guglielmo Mollat

SIGIERI di BrabanTE. - Filosofo belga, forse discepolo d'Alberto Magno, contemporaneo di s. Tommaso, del quale fu avversario nell'interpretazione del pensiero d'Aristotele. Poche notizie si hanno intorno alla sua vita. Lo si trova la prima volta coinvolto nei torbidi universitari del 1266 a Parigi, maestro nella Facoltà delle arti, membro della «nazione» piccarda e accusato d'esser trasceso a vie di fatto.

Intorno al 1270 egli doveva essere il più noto d'un piccolo gruppo di maestri, i quali, perché ritenevano Aristotele doversi intendere alla maniera d'Averroè, si dissero averroisti (v. averroismo). I tredici caposaldi di questo aristotelico averroistismo furono oggetto d'una prima condanna pronunciata il io dic. 1270 dal vescovo di Parigi (Chartul. Univers. Paris., I, pp. 486-87). Dello stesso anno, e forse anteriore a questa condanna, pare sia il Tractatus de unitate intellectus contra averroistas di Tommaso, che nel cod. monacense lat. Soor, del principio del sec. xiv, è diretto in particolare contra magistrum Sogerum, e nel cod. di Oxford, A. 3. 12, anch'esso del principio del sec. xiv, contra magistrum Sigerum de Barbastia et alias plurinus Parisius regentes anno Domini M. CC. 70 .

Il conflitto fra S. e Tommaso si delinea in questi termini: per quest'ultimo, il pensiero d'Aristotele s'accorda perfettamente con il pensiero cristiano, a condizione che sia liberato dall'interpretazione d'Averroè, "qui non tam fuit peripateticus quam peripateticae philosophiae depravator" (s. Tommaso, De unit. intell., II, 59); per S., invece, Averroè ha ben capito Aristotele, il cui pensiero su molti articoli fondamentali non s'accorda in nessun modo con la fede. L'averroismo agieriano rendeva cosi impossibile l'intento concordistico che s'era proposto l'Aquinate. Il quale insinuò il sospetto che gli averroisti, mentre si trinceravano dietro la loro interpretazione d'Aristotele, in segreto, "in angulis", facessero professione delle dottrine da loro attribuite al filosofo greco. In una riunione di maestri convocati a Parigi il $1^{\circ}$ apr. 1272, nella chiesa di S. Genoveffa, si deliberava, fra l'altro: "Quod si magister vel bachellarius aliquis nostre facultatis passus aliquos difficiles vel aliquas questiones legat vel disputet, que fidem videantur dissolvere, aliquatenus videatur; rationes autem seu textum, si que contra fidem, dissolvat, vel etiam falsas simpliciter et erroneas totaliter esse concedat, et aliter huiusmodi difficultates vel in textu vel in auctoritatibus disputare vel legere non presumat, sed hec totaliter tanquam erronea pretermittat" (Chartul. Univers. Paris., I, p. 409). Questo grave e inopportuno statuto metteva in grande imbarazzo i maestri e baccellieri che dovevano esporre Aristotele, e che si vedevan costretti, quando incappavano in testi o agitavan problemi ermeneutici "que fidem videantur dissolvere», o a ingaggiare polemica contro Aristotele e a dichiarare "semplicemente false e totalmente

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erronee e certe sue dottrine, o a passarle sotto silenzio. Tuttavia S. e i suoi baccellieri si uniformarono al decreto, dichiarando, ogni volta che si trovavano a dover discuter tesi eterodosse, che quelle tesi eran necessaric secondo la filosofia d'Aristotde, ma "semplicemente false" secondo la fede; niente per altro essi facevano per confutarle, poiché il loro compito era quello d'interpreti del pensiero aristotelico, e nemmeno si rassegnavano a tacere. Di qui forse la grave scissione nella Facoltà delle arti, fra la "pars Sigarii» (Chartul., cit., I, pp. 523 e 527) e i suoi avversari, a sedare la quale dovette intervenire il legato papale Simon de Brion, con la sua sentenza del 7 maggio 1275, ove son denunciati molti abusi, ma, a dir vero, non è fatto cenno di dottrine eretiche.

L'accusa di eresia contro S. e alcuni suoi compagni non tardò peraltro ad essere sussurrata, ed egli nel corso del 1276 si affrettò cautamente a ritornare in patria. Ma l'inquisitore di Francia, Simone du Val, lo raggiunse a Liegi, con una formale citazione in data 23 ott. 1276, nella quale erano citati a comparire al suo cospetto, a S. Quintin, "Suggerum de Brabancio canonicum sancti Pauli Leodiensis, et magistrum Gossioynum de Capella canonicum sancti Martini Leodiensis, et magistrum Bernerum de Wiuilla [f. Nivella] canonicum eiusdem, de crimine heresis probabiliter $a_{3}$ vehementer suspectos" (cod. Vat. lat. 3978, f. $82^{\mathrm{v}-83} \mathrm{~s}$, segnalato dal p. Dondaine). Il termine per la presentazione era fissato per la domenica dopo l'ottava dell'Epifania 1277.

Ma intanto papa Giovanni XXI in una lettera al vescovo di Parigi, del 18 genn. 1277, si diceva preoccupato del pullulare in quell'Università di errori in pregiudizio della fede; e l'intervento papale affrettò la condanna, da parte del vescovo e delle autorità accademiche, del 7 marzo 1277, nella quale, insieme con molte proposizioni avverroistiche e altrimenti eretiche, son colpite perfino alcune tesi di s. Tommaso.

Non sembra verosimile che, dopo il 1276, S. sia tornato all'insegnamento a Parigi. Da una notizia raccolta dal continuatore della cronaca di Martino Polono (MGH, Script., XXIV, p. 263) si apprende che, "eo quod quasdam opiniones contra fidem tenuerat, Parisius subsistere non valens, Romanam curiam adiit ibique post parvum tempus a clerico suo quasi dementi perfossus perit". Il che pare accadesse "nella corte di Roma ad Orbivieto ", secondo Il fiore, XCII, 9-11, prima del nov. 1284, sotto il pontificato di Martino IV, che altri non era se non il legato pontificio in Francis Simon de Brion.

Per il ritrovamento degli scritti di S., e per l'elenco di questi, sono da vedere la grande monografia del p. P. Mandonnet, che ne intraprese la pubblicazione, e la più recente opera di P. van Steenberghen. Senonché, mentre il primo ha gravato la mano su S., più di quello che si addica ad uno storico spregiudicato, il secondo ha presentato dell'averroista belga un ritratto che, per essere fondato sull'attribuzione a lui di scritti che sicuramente non gli appartengono, mal risponde al vero. Il Mandonnet ha visto in S. l'eretico versipelle che nega come filosofo quello che afferma come credente. Il van Steenberghen invece presenta un S. che, averroista in parenza, vien mitigando a poco a poco il suo primitivo averroismo, e da ultimo (quando?) finisce per convertirsi, almeno nelle tesi principali, al tomismo.

E certo che S. in un primo momento, cioè prima del 10 dic. 1270, negava con Averroè che per Aristotele l'intelletto possibile unico e separato possa dirsi forma del corpo umano, al che non è vera la proposizione: "quest'uomo intende"; quello che intende è l'intelletto, non l'uomo (Egidio Romano, In II Sent., dist. 17, q. 2, a. 1; Giov. di Bsconthorpe, Quodlib., I, q. 1, a. 1). Ma "postquam vidit decretalem ", cioè il decreto di condanna del 10 dic. 1270, questo "venerabile dottore", rivide la sua posizione, cercando di accordare la sua interpretazione d'Aristotele con il decreto vescovile (Giov. di Baconthorpe, loc cit.). Di questo suo sforzo potrebbero esser documento le Quaestiones super $7^{\text {ma }}$ de anima, del Merton College di Oxford, cod. 292 (inedite), dove (q. 1) l'anima razionale è una sostanza o forma composta, risultante dall'intima unione dell'intelletto (unico e separato) con la
parte vegetativo-sensitiva. Anche le Quaestiones de anima intellectiva, edite dal Mandonnet, ammettono che l'anima intellettiva può dirsi forma dell'uomo in quanto "operans intrinsecus et appropriatus ad corpus" (qq. 3 e 7). Un ulteriore passo innanzi S. sembra aver fatto col Tractatus de intellectu, oggi perduto, ma che si leggeva ancora a Padova alla fine del sec. xv. In quest'opera, scritta in risposta al Tractatus de unitate intellectus di s. Tommaso, S. ritornava al concetto dell'anima umana come forma composta dell'intelletto (unico) e della cogitativa (indivividuale) e ammetteva che affatta forma composta possa dirsi sostanziale, inerente al corpo umano e "dans esse homini". Il che non significa affatto evoluzione verso il tomismo, ma interno approfondimento dell'averroismo.

A siffatta dottrina fecero buon viso Tommaso di Wilton, Paolo Veneto (v.), G. Pico della Mirandola (v.), A. Achillini, T. Bacilieri, per qualche tempo A. Nifo (v.) e il Pomponazzi (v.), G. Taiapietra e Antonio Bernardi della Mirandola.

Per il resto, le altre dottrine di S. son quelle accennate nella voce averroismo. Particolare rilievo egli sembra aver dato in un libro De felicitate, anch'esso perduto, alla conoscenza delle sostanze separate da parte dell'uomo e alla teoria averroistica della copulatio dell'intelletto possibile con l'intelletto agente identificato con Dio.

- Magistrum magnum, in philosophia maiorem qui tunc esset Parisius ", lo dice Egidio Romano (loc. cit.) che lo conobbe mentr'era baccelliere. "Sygerus magnus" è detto pure nel cod. lat. 16.222 della Bibl. nazion. di Parigi (I. 74). Dante lo pone nel cielo del sole fra i grandi saggi che illuminarono il mondo cristiano della loro luce, a fianco di Tommaso il quale fa un commosso elogio di lui che fu già suo avversario in terra (Par., X, 133-38).

BibL.: P. Mandonnet, S. de B. et l'averroisme latin au XIIIe siècle (Les philos. belges, 6-7). Lovanio 1908 e 1911 (testo e studio): E. Van Steenberghen, S. d. B. d'après ses oeuvres inédites (ibid., 12-13), ivi 1931 e 1942 con ampia bibl.; G. Busnelli, L'accordo di S. di B. e Tommaso d'A., in Civ. Catt., 1932, III, pp. 120-32; L. Perugini, Il tomismo di S. di B. e l'elogio dan. resco, in Giorn. dant., 26 (1933 [1935]), pp. 103-68; R. Nardi, Il preteso tomismo di S. di B., in Giorn. crit. d. filos. ital., 17 (1936), pp. 26-32; e 18 (1937), pp. 160-64; id., S. d. B. nel pensiero del Rinusc. ital., Roma 1945; id., L'anima umana secando S. d. B., in Giorn. crit. d. filos. ital., 29 (1930), pp. 317-25; id., Un altro sigieriano dei primi del Cinquecento: Geronimo Toiapietra, ibid., 31 (1952), pp. 306-30; E. Gilson, Dante et la philosophie, Parigi 1939, pp. 318-23; id., in Bull. thomiste, 6 (1940-42), pp. 5-22; Ph. Dethaye, S. de B. Questions sur la Physique d'Aristote. Texte inédit (Les philos. belges, 15). Lovanio 1941 (cf. Giorn. crit. d. filos. ital., 24 [1945], pp. 85-89); A. Maier, Nouvelles questions de S. d. B. sur la Phys. d'Arist., in Rev. philos. de Louvain, 44 (1946), pp. 497-513; J. J. Dain, Les comm. de S. d. B. sur la Phys. d'Arist., ibis., 46 (1948), pp. 463-80; A. Maier, Les comment. sur la Physique d'Arist. attribuée à S. d. B., ibid., 47 (1949), p. 334 sgg.; A. Dondaine, Le manuel de l'inquisiteur, in Arch. Fratrum Praedicatorum, 17 (1947), pp. 186-94; C. A. Graiff, S. d. B. Questions sur la Metaphys. Texte inédit, Lovanio 1948 (cf. Risc. de st. di filos., 6 [1951], pp. 8-10).

Bruno Nardi
SIGIERI di Courtrai. - Maestro nella Facoltà delle arti a Parigi nel 1309; poi dottore in teologia nel 1315 e procuratore della Sorbona; m. il 30 maggio 1341, lasciando in legato alla Sorbona otto volumi che contenevano scritti di s. Tommaso.

Il suo nome è legato ad alcuni trattatelli di logica formale, Ars Priorum, Summa modorum significandi " una serie di Piallaciae e Sophismata, argomenti intorno ai quali si aguzzava l'ingegno dei giovinetti che si preparavano ad affrontare lo studio della filosofia naturale. Questa ricerca dei "modi significandi ", largamente diffusa al principio del sec. xiv, tendeva a scoprire la struttura logica comune delle grammatiche proprie d'ogni linguaggio; ma fu screditata dal sorgere della logica nuova occamistica.

BibL.: M. De Wulf, Hist. de la philos. en Belgique, BruxellesParigi 1910, pp. 133-34; G. Wallerand, Les oeuvres de S. d. C.,

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![img-27.jpeg](img-27.jpeg)
(da M. Bresson, Antiquities du Valais. Friburge. di Seicore III, taz. 81
SIGISMONDO, re dei Burgundi, santo, martire - Messa votiva - Sancti Sigismundi regio, per un febbricitante. Metale di Bobbio (sec. viII) - Parigi, Bibl. naz. ms. lat. 13246, f. 164.
(Les philos. belges, 8), Lovanio 1913; M. Grabmann, Mittelalt. Geistesleben, I, Monaco 1926, pp. 104-46. Bruno Nardi SIGILLO: v. SPragISTICA.
SIGILLO SACRAMENTALE : v. SEGRETO.
SIGISMONDO, re dei Burgundi, santo, martire. - Successe nel 516 a suo padre Gundobaldo. Convertito da s. Avito, vescovo di Vienna, riunì nel 517 il Concilio di Epaone (Yenne, Savoia), per estirpare l'arianesimo dal suo regno.

La gloria apportatagli dal titolo di patrizio, conferitogli dal a basileus e, non compenso tuttavia la sua reale debolezza. Ebbe, infatti, il torto di rompere i rapporti, a causa di uno stupido delitto, con Teodorico, re degli Ostrogoti, di cui aveva sposato in prime nozze la figlia: la sua seconda moglie lo spinse ad uccidere il suo primogenito Sigerico, accusato calunniosamente di congiura. Nonostante che S. si pentisse e facesse penitenza nel monastero di St-Maurice-d'Agaune (Canton Vallese, Svizzera), da lui fondato, nel 515 , l'odio di Teodorico non disarmò. Questi si alleò ai figli di Clodoveo per conquistare e dividere il Regno burgund0; e S., fatto prigioniero da Clodomiro, fu gettato nel 523 con la moglie ed i figli in un pozzo a St-Péravy-la-Colombe, presso Or-
léans (Loiret). La compassione e la pietà popolare hanno fatto di lui un martire e diffuso il suo culto nella Gallia. Il Martirologio geronimiano ed anche il Romano lo ricordano al $1^{\circ}$ maggio. Il suo corpo è conservato in uno splendido reliquiario nell'abbazia di Agaune. - Vedi tav. XXXVIII.

Birl.: fonte essenziale: S. Gregorio di Tours, Historia Francorum, ed. a cura di R. Poupardin, Parigi 1913; G. Kurth, Ste Clotilde, Parigi 1905; Hefele-Lcelerco, II, pp. 1031-42; P. Martin, Etudes critiques sur la Sistite a l'époque méraningienne, Ginevra-Parigi 1910 (v. indice); Martyr. Hieronymianum, pp. 222. 224: Martyr. Romanum, pp. 166-67.

Guglielmo Mollat
SIGISMONDO di LUSSEMBURGO, imperatore. Secondogenito di Carlo IV di Lussemburgo, re di Boemia ed imperatore, e di Maria di Valois figlia di Filippo VI re di Francia, n. a Praga il 15 febbr. 1361. Il padre gli assicurò la corona di Ungheria, S. trovò però grave opposizione in Carlo di Durazzo e solo nel 1387, dopo l'assassinio di Carlo, potè essere incoronato. Il Regno d'Ungheria fu sotto S. ripetutamente turbato dalla minaccia turca: nel 1396 S. fu sconfitto dal sultano Murad a Nicopolis. Anche con Venezia ebbe a combattere ripetutamente ed invano per il possesso della Dalmazia e del patriarcato di Aquileia.

Eletto re dei Romani il 20 sett. 1410 , fu riconosciuto da tutti il 21 luglio 1411. La sola sua base finanziaria era però il Regno d'Ungheria e per farvi assegnamento fu costretto a ricorrere alla grande aristocrazia inagiata ed a favorire la scarsa borghesia delle città ungheresi per trarne denaro; cosi anche non esito ad affermare diritti sui vescovati. La pesantezza fiscale gravando assai sulle classi rurali determinò malcontento e ribellioni. Quanto agli affari dell'Impero, già nel 1411 cederte la marca di Brandeburgo ad un suo fedele partigiano Federico di Hohenzollern, burgravio di Norimberga, creando le basi della potenza di quella dinastia. Preoccupato dalle sorti dell'Ordine teutonico in crisi dopo la sconfitta di Tannenberg, indusse il vincitore Ladislao di Polonia ad una pace mite a Thorn. Ritenendosi in diritto come re dei Romani di provvedere in favore della Chiesa alla cessazione dello scisma, si mise d'accordo con Giovanni XXIII nel colloquio di Como (1413) per un Concilio ecumenico da riunirsi a Costanza il $1^{\circ}$ nov. 1414; ed infatti fu aperto da Giovanni XXIII il 5 nov. 1414. Dopo la decisione conciliare che i tre Papi avversari dovessero rinunciare per ristabilire l'unione, agi energicamente contro Giovanni XXIII che si rifiutava e contro Federico d'Austria suo protettore. Per convincere il papa avignonese Benedetto XIII a cedere, l'Imperatore si recò sino a Perpignano (luglio-nov. 1415). Non riusci nell'intento, però seppe indurre i monarchi spagnoli a sottomettersi al Concilio. Preoccupato del diffondersi dell'eresia ussita in Boemia,
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(psl. Siguismondo)
SIGISMONDO, re dei Burgund!, santo, martire - Cassa reliquiario di s. S. Arte romanica (sec. xII) - St-Maurice, Tesoro della chiesa abbaziale.

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è andato perduto. Le versioni siriache di filosofi greci hanno poi servito di base per le corrispondenti versioni arabe di cui durante il medioevo sono state fatte traduzioni latine.

Gli autori più cospicui del periodo ortodosso sono Afraste, s. Efrem, il più celebre fra gli autori siriaci, Cirillona e Bâla, di cui v. le singole voci : v. anche atTi del martini.

I manoscritti siriaci, alcuni dei quali sono del sec. v, si conservano specialmente nel British Museum e nella Biblioteca Vaticana. Cf. W. Wright, Catalogue of the syrmes, in the Br. Mus. acquired since the year 1838, Londra 1870-72 (2 voll.); St. E. Assemani, Bibliothecae apostolicae vati. cadd. Mus. catalogus in tres partes distributus, Roma $1758-59$ ( 2 voll.).

Bibi.: le principali edizioni complessive di autori siriaci sono la Patrologia Syriaca, di cui sono apparsi 3 voll., edita da R. Graffin e Parigi; la Sevier syriaca del Corpus scriptorum christianorum orientalium e la PO. I migliori trattati sono R. Duval, La littérature syr., Parigi 1907; A. Baumstark, Geschichte der syr. Literatur, Bonn 1925; J.-B. Chabod, Litter-syringue, Parigj 1934. Per le iscrizioni v. il Corpus inscriptionum Semiticarum.

Ignazio Ortiz de Urbina
VIII. Version: siriache della Bibbia. - Sono importanti sotto diversi aspetti : rispecchiano la vita quotidiana di quei cristiani, le scosse politiche e religiose (eresic) di quelle regioni. Furono conservate e tramandate con tenace fedeltà. Riguardo al Nuovo Testamento la versione siriaca è la più antica di tutte, e fatta in un idioma vicino a quello usato da Gesù. La loro storia mostra l'ellenizzazione sempre maggiore di una cristianità originariamente semitica. Benché finora si siano fatte molte ricerche utili, non sono ancora stati creati gli strumenti di lavoro desiderabili, specialmente edizioni critiche che incorporino anche le citazioni bibliche, ben vagliate, di tutta la letteratura siriaca. Da ciò deriva il fatto che in molte questioni non si arriva ad altro che a probabilità o ipotesi. Perdura, inoltre, per mancanza di fonti storiche (v. abbela, cronaca di), l'oscurità sulle origini e vicende delle cristianità siriaca.

Viene preferita da molti l'origine giudaica anziché giudeocristiana delle parti più essenziali della Pcšıṭtâ del Vecchio Testamento, che segue il canone (v.) palestinese, ad eccezione di Par., Esd.-Neh., Esth., e in cui appare un largo influsso dei Targum (v.), specialmente quello di 'Onqêlôs.

Quanto ai Vangeli, potrebbe anche per il Nuovo Testamento supporsi qualche Vangelo aramaico (Matteo originale, o il Vangelo dei Nazareni o secondo gli Ebrei ?), il che spiegherebbe l'influsso di qualche Vangelo apocrifo aramaico sul Diatessaron (v.) di Taziano (v.), che in ogni caso fu il primo Nuovo Testamento della Chiesa siriaca, composto prima del 172, secondo autori recenti, in una lingua siriaca di grandi qualità espressive e stilistiche, e che ebbe tanto influsso nella storia delle versioni orientali e persino occidentali (C. Peters, S. Lyonnet, G. Messina, A. Vööbus). Però autori più antichi inclinano a ritenere che il testo originale fosse composto in greco. Perciò citano un frammento trovato a Dura Equopos. Ma quello ed inoltre il Papiro Berolin. 16388 (pubblicato da O. Stegmüller) furono analizzati da A. Baumstark, i cui risultati sono accettati da studiosi recenti competentissimi (C. Peters, A. Vööbus). Taziano, uomo di grandissime doti, probabilmente sapeva scrivere altrettanto bene in greco che nella sua lingua materna. In ogni caso il « diatesaron» divenne la Bibbia amatissima della Chiesa sira per alcuni secoli. Il nome siriaco del diatessaron è Evangeljôn damêhnûlité a Vangelo dai (testi) mescolati».

Ma già ben presto, forse prima per studi teologici, a quello fu opposto un Evangeljôn damépharrêlé, il \& Vangelo dai (testi) separati», cioè il nostro Mt., Mt., Le., Io. (eliminando l'apocrifo), e rifatto secondo lo stile, anche se vi sia rimasto un largo influsso del diatessaron siriaco. Esisteva, inoltre, una pluralità irriducibile di tali
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(da A. M. Ocriani, Trandatio Syra etc., Milano 1823, fol. 3885 Siria - Explicit di Ezechiele, incipit di Osex, Cod. del sec. viI della Biblioteca Ambrosiana - Milano.
versioni, fatte da varie persone in diversi tempi e luoghi. Ebbe parecchie forme opposte tra loro, dalle quali una è conservata nel palinsesto antichissimo, scoperto nel 1892 da Agnes Smith Lewis nel monastero di S. Caterina al Monte Sinai, e che per quel motivo viene chiamato il Silosinaltico; è un codice dei secc. iv o v. Già 30 anni prima H. Tattam aveva portato in Europa un altro prezioso codice proveniente dal monastero di S. Maria Madre di Dio nel Deserto nitriense d'Egitto, poi edito da W. Cureton (Londra 1858), e chiamato il Sirocuretoniano. Questi due codici dei Vangeli sono indipendenti tra loro; essi sono più o meno vicini al diatessaron; esistevano inoltre altre forme del testo siriaco dei Vangeli, p. es., di Tito di Bostra (v.).

La diversità di testi del Nuovo Testamento e le incompletezze ed inaccuratezze del Vecchio Testamento nei secc. iv e v esigevano una revisione; sulla quale ebbe grande influsso il testo volgare greco di Antiochia, dove studiarono molti sacerdoti e futuri vescovi della Chiesa siriaca. Furono eliminate le lezioni a armonistiche a causate da Taziano, furono tolte altre interpolazioni, furono reintegrate le omissioni ed il tutto stilisticamente fu conformato al testo greco di Antiochia. Si ignora però chi fossero i revisori, i quali, date le differenze fra i singoli libri, furono molti, forse non della stessa generazione o periodo.

Alla fine quella Bibbia fu introdotta anche per leggi ecclesiastiche; 'Teodoreto di Ciro (v.) e Rabbûlâ di Edessa sostennero una lotta accanita per sradicare dal loro gregge l'uso del diatessaron, già venerabile e più pratico, p. es., per monaci viaggianti. Così non senza lotte e ritardi quella revisione divenne la Bibbia della Chiesa sira, praticamente fino ad oggi. Il nome di essa, che ci tramanda per primo Mêlê ba Kêfâ (m. nel 913), è Pêlittâ, termine che significa, preso nel contesto, piuttosto la a semplice $»$ che non la "volgata», e si oppone alle versioni che più tardi venivano fatte in materia più scientifica secondo i testi greci, di cui l'influsso andava crescendo. Originariamente mancavano oltre i deuterocanonici del Vecchio Testamento, i libri II Pt., II-III Io., Iud.,

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(fei, Enc. Catt.)
Siria - Frontexpizio della Bibbia in lingua sirisca dell'edizione di Mossul, 1886 (cattolica). Exemplare dell'Istituto Biblico Roma.
inseriti però in manoscritti del sec. xi, e l'Apocalisse, inserita in manoscritti del sec. xirI.

Si hanno principalmente quattro recensioni della Pēlijtā: la nestoriana, la giacobita, la melchita e la maronita. La prima edizione di essa è quella di Gabriele Sionita (v.) nel 1645 nella Poliglotta di Parigi, riprodotta poi, da Brian Walton, in quella Londinese nel 1657, che è basata però su uno dei peggiori manoscritti e fu vocalizzata e trattata liberamente dagli editori e non senza abbagli tipografici. Walton però nel vol. VI dà i risultati di una collazione di manoscritti fatta da Herbert Thorndike, anch'essa con cose meno accurate, ma non ancora si può trascurarlo dato che non esiste altro apparato critico per la Pēlijtā intera. L'Ottocento ci diede tre edizioni, nessuna però di valore critico. Quella di Samuel Lee (1823) è sostanzialmente una ristampa della poliglotta. L'Urmiense, edita nel 1852 in Urmia (Irân) dalla American protestant missionary society, si basa su alcuni manoscritti nestoriani e dà la puntuazione per il testo completo, però dipende molto da S. Lee. Quella curata dai Padri domenicani di Mossul nel 1887-91, perciò detta Mossuliense, è la più completa, bella e comoda; sulla sua origine informa J. M. Vosté in Misc. card. Mercati, I (Città del Vaticano 1946), pp. 59-94, ma non dice da quali manoscritti fu preso il testo biblico. Con P. Bedjan e A. Vaccari la si può ritenere "la migliore di tutte" (rist., Beirut 1951; è l'unica in commercio). Rimane urgente il problema di una edizione critica dell'intera Pēlijtā, oltre le esistenti edizioni critiche parziali (Pentateuco, Salmi, Isaia, Paralipomeni ed altri).

Versioni più scientifiche si fecero sempre secondo il testo greco, nel secc. vi e vir. La prima fu fatta dal corepsicopo Policarpo per mandato del suo vescovo Filosseno di Mabbūg (v.) nel 508 ; comprendeva tutta quanta la Bibbia, anche le epistole deuterocanoniche e l'Apocalisse; per sfortuna sono rimasti solo frammenti del Nuovo Testamento e dei Salmi, cosi che affiorano attorno ad essa
molte discussioni,