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po Policarpo per mandato del suo vescovo Filosseno di Mabbūg (v.) nel 508 ; comprendeva tutta quanta la Bibbia, anche le epistole deuterocanoniche e l'Apocalisse; per sfortuna sono rimasti solo frammenti del Nuovo Testamento e dei Salmi, cosi che affiorano attorno ad essa
molte discussioni, come quella recente se abbia per base un codice lucianeo di Antiochia (J. Schildenberger) o uno euthaliano, da Cesarea in Palestina, con un certo apparato critico (G. Zuntz); lo Zuntz potrebbe avere ragione in quanto sta in mezzo fra la libertà della Pēlijtā e la schiavitù alla lettera greca, della versione Harclense. Questa comprende soltanto il Nuovo Testamento e comporta oltre il testo un apparato critico; si disputa però se il testo di base sia il Riossoniano, al quale Tommaso vescovo di Mabbūg (Harqel) negli aa. 615-16, collazionando codici nel chio. stro Ennatum presso Alessandria in Egitto, abbia aggiunto l'apparato che incorpora il risultato delle sue collazioni secondo la tecnica alessandrina, o se abbia piuttosto recensito e modificato il testo; di tale testo sono rimasti parecchi manoscritti. Per il Vecchio Testamento nel 617-18 Paolo, vescovo di Tella (presso Edessa, sotto il mandato di Atanasio, patriarca scismatico di Antiochia), fece cosa simile. Prese la quinta colonna nelle Esaple (v.) di Origene e la tralusse fedelmente in siriaco ritenendo i segni di critica testuale, come gli asterischi, gli obeli ecc. e le note marginali; il più celebre manoscritto dell'Ambrosiana di Milano fu pubblicato da A. M. Ceriani (Menamenta sacra et profana, Milano 1874) in una bella edizione litografica; quel manoscritto non comprende tutto il Vecchio Testamento; però, dando i segni di critica testuale di Origene, ci è di massimo aiuto per ricostruire l'Esapla e dà Daniele nella versione dei Scttanta, sostituita nelle Bibbie greche da quella di Teodosione. Ma già nel 704-705 Giacomo di Edessa fece un'altra recensione del Vecchio Testamento secondo i Scttanta; divise anche il testo dando brevi sommar ai singoli capitoli, aggiungendo note marginali ecc., e la "mosera siriaca", che prende nome dal chiosiro di Karkaftâ, sul fiume Hābūr (ma non esiste una "versione karkafana ").

Non è strettamente siriaca la versione siropalestinese della Bibbia greca completa nel dialetto galileo-aramaico più recente, scritta in carattere siriaco; è in uso nella liturgia dei melchiti; non devono essere sottovalutate relazioni dirette con le versioni sirische, né l'influsso dei Targum sulle due versioni; risalirebbe ai secc. iv-vi.

Bib.: A. Baumstark, Geschichte der syrischen Literatur, Bonn 1922, passim; C. Peters, Das Diatessaron Tattans (Orïnt. christ. analecta, 123), Roma 1939, pp. 218-30; H. Hajafi-B. Gut, Introd. gener. in Sacram Scripturam, $3^{2}$ ed., Napoli-Roma 1930, pp. 32233; A. Vööbus, Studies in the history of the Gospel text in Syriac (Corpus script. Crist. Or., 128, Subsidia, 3), Lovanio 1951, pp. 1-2xV. Testo originale del Diatessaron: A. Baumstark, Arabische Ubersetzung eines altsyrischen Evangelientextes, in Orientalia Christiana, 29 (1932), pp. 165-88; id., Neue orientalistische Probleme biblischer Textgeschichte, in Zeitschrift, d. Deutschen Morgenländ. Gesellschaft, 89 (1933), pp. 89-118; id., Das griechische Diatessaron-Fragment von Dura Etnodos, in Oriens Christianus, 32 (1935), pp. 244-52; id., Die syrische Übersetzung des Titus von Rostra und das Diatessaron, in Biblica, 16 (1935), pp. 237-99; id., Eta weiteres Bruchstück griechischer Diatessarontexte (P. Berolin. 16366), ibid., 36 (1939), pp. 111-15; C. Peters, op. cit., pp. 195-213; A. Vööbus, op. cit., p. 22. Quanto alla Vetus syra: F. C. Boehler, Evangelien - du-Mepharveche, 2 voll., Cambridge 1904; A. Smith Lewis, The Old Syrian Gospels...,ivi 1910; H. J. Vogels, Die altsyrischen Evangelien in ihrem Verhältnis zu Tattans Diatessaron (Bibl. Studien, 16, v), Friburgo 1911; id., Methodisches zur Textkritik, in Bibl. Zeitschr., 11 (1911), pp. 367-96. Inoltre: C. Peters, op. cit.; A. Vööbus, op. cit.; M. Black, The Gospel Text of Jacob of Sarug, in Journ. of theol. stud., 2 (1951), pp. 57-63; id., Zur Geschichte des syrischen Evangelientextes, in Theol. Literaturzeitung, 77 (1952), pp. 799-10. Sulla Pēlijtā: J. Schönfelder, Onkelas und Peschittba, Monaco 1869; G. H. Gwilliam, The materials for the criticism of the Peshitta of the New Test., Oxford 1891; J. F. Berger, The influence of the LXX on the Peshitta Psalter, Nuova York 1895; W. E. Barnes, On the influence of the LXX upon the Peshitta, in Journal of theol. stud., 2 (1900 ag.), pp. 186-97; J. Pinkerton, The origin and early history of the Syriac Pentateuch, ibid., 15 (1913 ag.), pp. 14-41; J. Bloch, The influence of the Greek Bible on the Peshitta, in Amer. Journ. of Sem. Lang., 36 (1919 ag.), pp. 161-66; id., The Pentateuch Text of the Peshitta, ibid., 37 (1920 agg.), pp. 136-44; L. Heeddi, Die Peschitta des Alten Testaments... (Alttest. Abh., 11, 1), Münster 1927; A. Allgeier, Codex Philipps 1388 in Berlin und seine Bedeutung für die Geschichte der Peschitta, in Oriens Christianus, 29 (1932), pp. 1-15; F. Rosenthal, Die aramaistische Forschung..., Leida 1939; C. Peters, op. cit.; A. Vööbus, op. cit.; M. Black, Rabbala of Edessa and the Peschitta, in Bull. of the Yohn Rylands Libr., 33 (1951),

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pp. 203-10; id., The New Test. Peshitta and its predecessors. The Stud. New Test. Societas Bulletin, 1 (1920), pp. 51-62; B. J. Roberts, The Old Test. text and versions, Cardiff 1951, pp. 214-28. Filossemiana e Herclense : oltre H. Hüpfl-B. Gut, op. cit., cf. G. Zuntz, The ancestry of the Harblean New Test. (The British Academy Papers, 7), Oxford 1945; cf. Rev. bibl., 54 (1947), pp. 127-31; P. E. Kahle, The Chester Beatty Ms of the Harblean Gospel, in Misc. G. Mercati, VI, Città del Vaticano 1948, pp. 208-33; G. Zuntz, Etudes barbléennes, in Rev. bibl., 27 (1950), pp. 520582. Siro-esaplare: H. Hüpfl-B. Gut, op. cit., p. 322 sgg. Sirogalestinese: ibid., p. 331 sgg.; A. Baumstark, Das Problem des christlich-palästinensischen Evangelium-Textes, in Oriens Christianus, 32 (1935), pp. 201-24; C. Peters, op. cit., pp. 121-25. Pietro Nober
IX. Arte cristiana. - Dal punto di vista della storia dell'arte la S. durante l'epoca cristiana può essere considerata distinta in tre grandi parti a caratteristiche proprie. La prima è la vasta zona costiera lungo il Mediterraneo da Gaza sino ad Antiochia, di maggiore o minor profondità secondo i punti, occupante nella sua parte settentrionale tutta la valle dell'Oronte con le città di Apamea, Epiphania ed Emesa, sino ad Heliopolis; poi l'oasi di Damasco e all'estremità meridionale l'intera Palestina e la parte della provincia d'Arabia a sud di Gerasa. E nel suo assieme una terra profondamente ellenizzata, comprendente le più grandi città sedi di antica e sviluppatissima cultura, ricchissime per industrie e per traffici, aperte sul mare verso tutto il mondo mediterraneo e specialmente verso la sede imperiale, Bisanzio. La seconda parte a caratteristiche sue proprie è costituita dalla regione del Haurān, grande altipiano vulcanico ricco di rocce basaltiche, abitato sino dall'epoca ellenistica da una popolazione a carattere arabo, contenente molti centri antichi ma forse solo una grande città culturalmente importante, Bostra (Bosrā). La terza parte è quella delle colline calcaree della Siria interna ad oriente della valle dell'Oronte, partente dal Gebel al-'Alā all'altezza di Hamā a sud per giungere a nord sino a comprendere tutto il Gebel Sim'ān, ed arrivando, ad oriente, sino al Gebel al-Hass: è un territorio più nettamente aramaico. E nella prima parte che si è svolta la maggiore produzione artistica e dove non solo sono state create le più grandi opere dell'arte cristiana siriaca, ma dove ha avuto luogo la produzione di tutte le forme della decorazione e del lusso, pitture e musaici parietali, ricchi musaici pavimentali, codici miniati, oggetti di oreficeria, avori intagliati e così via. Ma disgraziatamente le sue grandi costruzioni architettoniche sono quasi totalmente scomparse e non si conoscono se non attraverso antiche descrizioni. Le due altre parti hanno invece conservato una quantità, quasi una esuberanza di monumenti architettonici, in grande numero abbastanza bene conservati nelle parti ancor oggi fuori terra, in modo che si possono giudicare pienamente dal punto di vista artistico, mentre gli scavi potranno solo precisarne i dettagli liturgici o quelli interessanti la storia civile. Per di più la massima parte di questi monumenti è stata pubblicata in comodi repertori (M. de Vogüé, H. C. Butler) sì che il loro studio ne è facile : e ancora maggior ricchezza di dati si avrà quando saranno stampate le accurate e minuziose ricerche dell'architetto russo Čalenko. Questa facilità di studi dei monumenti della Siria interna ha fatto sì che nei libri sull'arte cristiana siriana, e specialmente sull'architettura, solo quasi di questi si parla : mentre essi non sono se non la produzione della parte di minor cultura e meno creatrice del paese. Il che ha generato un non piccolo squi-
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Siria - Pianta del santuario dei SS. Sergio, Bacco e Leonzio a Bostra (512), disegnata da J. Crowfoot.
librio nel giudizio artistico, che, qui, per mancanza di spazio, non si può se non correggere in modo necessariamente sommario.

La prima parte del territorio siriano sopra delimitata è zona eminentemente ellenistica, greca di cultura e di lingua e che non solo ha ereditato tutta la tradizione antecedente, ma che ha continui contatti con i grandi centri del Mediterraneo orientale, Alessandria, Efeso, Bisanzio; e che nello stesso tempo attira, per ragioni commerciali, quegli elementi orientali e specialmente iranici che apportano modelli o idee orientali. Non per nulla, già nel sec. III, musaici pavimentali di Antiochia mostrano motivi decorativi iranici. Per di più è regione estremamente ricca e la potenza finanziaria della clientela genera sempre più grandi ordinazioni e la possibilità negli artisti delle più vaste ed ambiziose concezioni e realizzazioni. Infine è quella che ha visto sorgere entro i suoi confini le grandi fondazioni imperiali e non solo sui Luoghi Santi. Tutto ciò importa scambio di idee, possibilità di ottenere qualsiasi materiale, dovizia di mezzi che attira i migliori elementi anche da lontani paesi. Quindi l'architettura, che è l'arte fondamentale intorno alla quale le altre si organizzano, vi ha realizzato i più diversi programmi. Questo già si verifica fino dalle costruzioni costantiniane che introducono in S. la basilica ellenistica a colonne provvista di atrio adattata alla liturgia cristiana e la sua differenziazione dall'edificio a planimetria centrale, usata come martyrion o per altri usi distinti. Al S. Sepolcro di Gerusalemme i due tipi appaiono uniti in un solo complesso architettonico per mezzo di un atrio: ivi l'Anastasia è una rotonda a deambulatorio. Alla basilica della Natività di Betlemme la struttura basilicale è invece direttamente saldata all'edificio a piano centrale che in questo caso è un ottagono. L'ottagono a deambulatorio appare, sempre a Gerusalemme, nella chiesa dell'Ascensione e nella tomba della Vergine, per riprodursi più tardi, con maggiore complessità di locali periferici, nel Santuario del Monte Garizim : la rotonda ritorna anch'essa in seguito a Beisān (Scythopolis). Un tipo più complesso è quello dell'otta-

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(da DACE, XI, coll. 1228-30)
Siria - Pienta della basilica di S. Sergio a Rusâfah-Sergiopolis (sec. vi), disegnata da Spanner e Guyer.
gono con ogni lato aperto da nicchie, alternativamente semicircolari e rettangolari, che si delineano anche allo esterno : esso è certamente ellenistico, vista la sua riproduzione nella Piazza d'Oro della villa di Adriano a Tivoli, ove l'Imperatore fece copiare gli edifici che più lo avevano colpito in Oriente. La sua adozione da parte del cristianesimo è provata dalle lettere di Gregorio da Nyssa ad Amphilochios di Iconio, dove è descritto un martyrion fatto costruire in tale forma: il tipo deve esser stato assai diffuso, data la sua importazione nella valle del Po, ove è adottato in parecchi battisteri. Deve esser stato conosciuto anche in S., dove però non ci è documentata la sua forma semplice, ove, come a Nyssa, le nicchie rettangolari sono tanto allungate da rappresentare una croce: ma si conosce una sua estensione monumentale e veramente grandiosa nel santuario sorto intorno alla colonna dello stilita Simeone a Qal'at Sim'ân, ove i quattro bracci della croce si ingigantiscono in strutture basilicali a tre navate. Questa derivazione, fino ad ora non osservata, è la sola che spieghi la genesi di quel magnifico santuario. Una forma più semplice fu realizzata in seguito al santuario di un altro s. Simeone sul Monte Ammirabile non lungi da Antiochia. L'idea di collegare i quattro bracci della croce ad un martyrion centrale, dando ad ognuno una struttura basilicale, può derivare dal santuario pre-giustinianeo di S. Giovanni ad Efeso: ma qui l'edificio centrale è quadrato. Nel martyrion di S. Babila, elevato presso Antiochia fra il 381 ed il 387 , si ha una semplice forma a croce con i bracci partenti da un quadrato centrale a mura più spesse, forse perché sopraelevato a forma di torre: analogo è il santuario al pozzo di Giacobbe a Sichem (Naplusa) descritto e disegnato dal pellegrino Arculfo. Anche il tipo di santuario a croce iscritta, cioè tracciata nell'interno di un quadrato, è di origine ellenistica, dovendosi risalire come fonte prima a quei tipi di edifici di cui un esempio ci è conservato nel Tychaion di al-Mismiyah (Phaenea) sul bordo settentrionale del Leğah (Tracho-
nite) : una sua realizzazione incompleta si vede al martyrion di S. Elia ad Ezra' (Zoroa) al margine occidentale del Haurân e nella S. media ad al-Anderîn, ma il suo più monumentale sviluppo fu realizzato alla chiesa dei Profeti, Apostoli e Martiri di Gerasa sorta nel $4^{6} 4-65$. Sembra che sia stata in forma di croce, ma non si sa di che tipo, più che non una basilica a transetto, la chiesa elevata a Gaza del vescovo Porfirio sulle rovine del distrutto Marneion, costruita da un architetto di Antiochia su un piano inviato da Bisanzio dall'Imperatrice : il fatto che questa mandò anche molte colonne di marmo del Caryatos potrebbe far pensare a qualcosa di simile alla chiesa di Gerasa. Un tipo di edificio ellenistico, assai largamente usato dai Romani nell'architettura termale, è quello di un ottagono con quattro nicchie semicircolari su quattro lati opposti due a due, il tutto iscritto in un quadrato esterno: lo si trova adottato dai cristiani al battistero di Qal'at Sim'ân e, con un deambulatorio interno formato da un ottagono di otto colonne, al S. Giorgio di Ezra' elevato nel 515 su "un soggiorno dei demoni... ove si sacrificava agli idoli", come dice l'iscrizione di fondazione. Probabilmente è sorto sulle sottostrutture del distrutto tempio pagano. Ma è ad Antiochia che è sorto l'edificio più celebre a planimetria centrale della S. cristiana, la "Chiesa d'Oro" costruita da Costantino: fu iniziata nel 327 , ma terminata e consacrata solo nel 341 . Per quanto edificio tanto rinomato il poco che ci è noto sulla sua struttura (contenuto in due passi di Eusebio) non permette una ricostruzione nemmeno approssimativa: si sa che era di forma ottagonale, provvisto di una cupola e di esedre. Questo ultimo accenno fa dubitare che la sua planimetria avesse qualche rapporto con quella di un edificio da non molto scoperto al porto di Antiochia: Seleucia di Pieria. Nel mezzo di questa costruzione sta un quadrato formato da quattro pilastri ad $L$ angolari, collegati per mezzo di quattro esedre a colonne; il tutto è circondato da un deambulatorio di cui il perimetro esterno segue parallelamente quello interno del quadrato ad esedre. Ad oriente si apre un'abside preceduta da una travata rettangolare. Un secondo edificio quasi identico fu scoperto ad Apamea, ma è ancora inedito. Il tipo ha avuta una grandissima diffusione. A Boşrâ il quadrato ad esedre sorge nel centro di un edificio circolare inscritto in un quadrato, con quattro grandi nicchie che occupano gli angoli del quadrato, di un tipo ben noto nell'architettura ellenistica di epoca romana e che si vede anche nella chiesa di S. Giovanni Battista a Gerasa: passa poi in Mesopotamia al santuario della Vergine di Amida ed al martyrion di Ruşâfah-Sergiopolis (dove in luogo del quadrato centrale c'è un rettangolo), e di li in Armenia, a Zwarthnora (s. 641-61) e a S. Gregorio di Ani (s. 1001). Verso Occidente si trova nell'edificio al centro della stoa di Adriano ad Atene, nei Balcani nella Chiesa Rossa di Peruática, per arrivare sino nell'Italia settentrionale ove a Milano si ripete nella chiesa di S. Lorenzo. Questa grandissima distribuzione delle derivazioni presuppone come modello di partenza un edificio celebre: il che potrebbe suffragare l'ipotesi accennata sulla struttura della chiesa costantiniana di Antiochia che Eusebio dice "unica nel suo genere", $\mu о v o \gamma \varepsilon v \varepsilon \varepsilon$ vı $\chi \rho \tilde{\eta} \mu \alpha \varepsilon \dot{\varepsilon} \alpha \dot{\alpha} \lambda \eta \dot{\alpha} \alpha \varsigma$. Un ultimo tipo di edificio religioso a piano centrale, realizzato in questa parte della S., è quello a cella trichora del martyrion di S. Giovanni Battista a Gerusalemme, della chiesa sul Monte Nebo e del convento di S. Teodoro presso Gerusalemme.

La realizzazione in alzato di tutti questi programmi planimetrici presuppone come condizione fondamentale la soluzione del problema della cupola. Sotto questo aspetto ci si trova davanti ad un fenomeno caratteristico: in tutta la S., come nella copertura delle navate i costruttori sono rimasti fedeli all'uso dei tetti in legname (e nel Haurân a lastre di basalto) e non hanno mai affrontato il problema delle vòlte, così per gli edifici che richicdevano una cupola o in mattoni od in pietra non hanno mai tentato di realizzarla. Non hanno nemmeno affrontato quindi il problema dei raccordi fra una cupola ed una planimetria d'impostazione quadrata, per quanto

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dovessero conoscerne la soluzione perfetta realizzata dagli architetti ellenistici (terme di epoca romana a Gerasa, tomba di Samaria ecc.) del raccordo a pennacchio e malgrado che il loro paese sia stato attraversato da quelle correnti che portarono in Occidente la soluzione iranica delle cupole su trombe. I costruttori siriaci durante l'epoca cristiana per quanto abbiano costruito piccole cupole negli edifici sepolcrali e negli edifici termali (ma quasi sempre con infantili soluzioni di raccordi), appena si sono trovati davanti a più ampie dimensioni non hanno eseguito mai se non tetti piramidali o cupole in legname. Il procedimento era tanto insito nel loro pensamento costruttivo che ancora dopo la conquista musulmana quei costruttori siriaci che furono impiegati a costruire la Cupola della Roccia (falsamente detta Moschea di Omar) a Gerusalemme, ne coprirono la retonda centrale con una cupola in legname. Quando, durante l'epoca cristiana, si trova nella S. qualche resa cupola reale, questa fu costruita dagli occupanti bizantini, con procedimenti costruttivi bizantini : così a Qaşr ibn Wardān. Se la S. porta preziosi contributi alla soluzione del problema di creare una chiesa di cui l'elemento fondamentale intorno al quale tutto si armonizza è la cupola, la sua realizzazione costruttiva non fu data se non da Bisanzio.

Anche nel problema di tutte le possibili forme che assume la chiesa a planimetria basilicale, la prima zona della S. ha conservato tracce di aver tentato varie soluzioni. A Rubaibah nel Nēgeb e nella già citata chiesa del Monte Nebo si trova la basilica a tre navate unita con un santuario a cella trichora: povere derivazioni provinciali di qualche grande edificio di cui è perduta ogni traccia. In modo analogo si deve considerare il Santuario della moltiplicazione dei pani ad at-Tabğa che presenta il tipo della basilica a transetto, che alcuni ritengono fosse anche realizzata nella chiesa elevata dal vescovo Porfirio a Gaza, su un piano inviatogli da Bisanzio, e costruita da un architetto di Antiochia. E pure di tipo nettamente bizantino la chiesa di S. Sergio a Gaza nota attraverso la dettagliata descrizione fattane da Chorikius: se si guarda l'accurata ricostruzione dello Hamilton si vede che essa era assolutamente identica alla chiesa di Qaşr ibn Wardān, monumento elevato da bizantini, con procedimenti costruttivi assolutamente bizantini ed impiegando esclusivamente mattoni, cosa che è contraria alla tradizione siriaca, ma propria della capitale. Ora S. Sergio di Gaza e Qaşr ibn Wardān nella S. settentrionale, sono state costruite quasi nel medesimo tempo. La sola differenza è che la cupola di Qaşr ibn Wardān è su raccordi a pennacchi, mentre quella di Gaza è su trombe a nicchie portate da colonne del tipo che si trova a Koğa Kalessi ed a Russ̃fahSergiopolis. Essa era preceduta da un atrio al quale si accedeva attraverso propilei, struttura di tradizione nettamente ellenistica. Una seconda chiesa di Gaza, quella di S. Stefano, anch'essa del principio del sec. vi, è invece una basilica a tre navate, divise da due file di colonne reggenti architravi, provvista di matronai e con un soffitto a cassettoni decorati ( $\kappa \varepsilon \lambda \alpha \delta \dot{\alpha} \alpha \kappa \omega \varsigma$ ) che nascondono il tetto: era anch'essa preceduta da un atrio dove l'ingresso era fiancheggiato da due torri e vi si arrivava per una grande scalinata. Complesso invero monumentale.

I citati testi di Chorikius offrono anche molti dettagli sulla decorazione delle due chiese di Gaza, che completano felicemente le indicazioni ben più sommarie che altri scrittori: dànno su diversi monumenti di questa parte della S. Si sa così del largo uso dei rivestimenti delle pareti con marmi colorati, delle pitture e dei musaici figurati che decoravano la parte principale dell'edificio. A S. Sergio erano rappresentati interi cieli evangelici, principalmente la Natività e la Fanciullezza, molti miracoli, scene della Passione sino all'Ascensione. Nella cupola stavano i profeti. Ma non mancavano anche figurazioni puramente decorative, giardini con alberi carichi di frutta e pieni di uccelli. A S. Stefano erano rappresentate scene egizianeggianti cosi diffuse nel basso periodo ellenistico, con la riproduzione del Nilo e delle sue rive e degli animali che vi si bagnano.

All'esterno della basilica della Natività era un musaico con la nascita del Redentore e l'adorazione dei Magi. Tutti questi musaici parietali sono completamente scomparsi : ma dell'abilità dei musaicisti siriani rimane una ampiissima documentazione nei numerosi musaici pavimentali giunti sino a noi. Che abilissime maestranze si fossero formate sino dall'epoca romana lo provano i molti musaici di Antiochia recentemente scoperti : con l'epoca cristiana si hanno moltissimi musaici datati da iscrizioni che si susseguono con intervalli non troppo grandi, sì che il loro studio storico ne è molto facilitato. E questi arrivano sin quasi al periodo della conquista musulmana. Ora è evidente che queste maestranze non sono scomparse completamente di colpo, e devonoi quindi a loro attribuire alcune opere eseguite per i nuovi dominatori arabi. L'identità stilistica dei musaici del palazzo di Hirbet al-Mefger e di molta parte di quelli della Cupola della Roccia, con altri di non molto anteriori specialmente eseguiti nella parte meridionale della provincia d'Arabia, dimostra che anche per l'arte musiva il periodo arabo degli Omayyadi non è se non l'ultima fase conclusiva dell'arte della S. ellenistica. Il motivo iranico della palmetta, più volte riprodotto nei musaici della Cupola della Roccia, era già stato assimilato dagli artefici cristiani, come mostrano le parti più antiche dei musaici di Betlemme con le rappresentazioni dei Concili. I musaici della moschea di Damasco (che conservano figurazioni risalenti alla pittura di Ercolano e di Pompei) provengono invece da modelli conservati a Bisanzio o sono opere di quelle maestranze bizantine che, secondo alcuni testi arabi, sarebbero state mandate dall'Imperatore.

Per una precisa conoscenza delle caratteristiche di stile della pittura figurata siriaca non è possibile disgraziatamente avvalersi del sussidio delle miniature in rotoli o codici, perché nessun manoscritto miniato anteriore al sec. viII può dirsi di provenienza siriana. Come tali generalmente se ne considerano parecchi, quali il celebre miniato dal monaco Rabūla nel 586 conservato alla Laurenziana di Firenze o i due della Bibl. nazionale di Parigi sir. 33 e 341; ma solo per l'assurda ragione che contengono testi in lingua siriaca. Ma il Laurenziano fu eseguito al monastero di Zagba in Mesopotamia e la provenienza dei due parigini è certamente da cercarsi nella stessa regione. La Mesopotamia e l'Oeroeoe, dove si parlava siriaco, hanno uno sviluppo artistico ben distinto da quello della S. Doveva esistere invero una miniatura assai importante, specialmente per l'illustrazione dei Vangeli, minuziosamente analizzata dal Millet e che egli chiamò appunto la «redazione di Antiochia», ma oggi non è nota se non attraverso copie abbastanza recenti (Bibl. naz. di Parigi, greci 74 e 923), il che, se è di grande importanza per lo studio iconografico, non rende alcun servizio per la conoscenza stilistica. Doveva pur provenire dalla S. (ma ad ogni modo non dalla S. ellenizzata) il prototipo del Pentateuco Ashburnham, da studiarsi in rapporto con le pitture di Dura, specialmente quelle della sinagoga: ma bisogna anche tener presente un'ipotesi dalla bassa Mesopotamia. Tale studio non è stato finora nemmeno tentato.

Un sussidio assai forte per lo studio dello stile nelle rappresentazioni figurate siriache dànno invece i piatti d'argento lavorati a sbalzo, specialmente quelli trovati a Kerynia nell'isola di Cipro, probabilmente trasportativi da qualche abitante di Antiochia fuggente davanti l'invasione musulmana. Essi rappresentano scene della vita di Davide. I più piccoli sono più nella direzione dello stile pittoresco ellenistico, con qualche richiamo alle miniature del rotolo di Giosuè della Vaticana e nello stesso tempo con procedimenti di stilizzazione che sembrano provenire dalle analoghe argenterie sāsānidi : i più grandi hanno invece rapporti con lo stile monumentale ed una composizione architettonica della scena, più caratteristicamente orientale. Pochi i monumenti della scultura decorativa che siano sopravvissuti: i più notevoli sono le colonne che oggi reggono il ciborio di S. Marco a Venezia ed alcuni bassorilievi utilizzati nel portale settentrionale della stessa Basilica, opere importantissime

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iconograficamente ma non eccellenti nello stile. Il capolavoro della scultura siriaca che si sia conservato è in avorio, cioè la parte frontale della cattedra cosi detta di Massimiano che si trova a Ravenna. Le figure di s. Giovanni Battista e dei quattro Evangelisti rappresentate entro nicchie, di uno stile severo, sono veramente di primissimo ordine : le due fasce decorative con animali entro volute di vigna rappresentano con ricchezza e gusto l'arte decorativa siriaca del sec. vi. Le altre sculture della stessa cattedra, di diverso stile, sono d'altra mano, quasi certamente egiziana. Più ampiamente è documentata la scultura decorativa, tanto nella S. ellenistica quanto nella S. interna settentrionale dove si svolge con la medesima evoluzione. Già in epoca pagana i monumenti da Ba'albek a Palmyra offrono esempi della tendenza di aumentare l'importanza dell'elemento decorativo su quello semplicemente formale dell'architettura: questa tendenza si esagera nell'epoca cristiana a tutto detrimento di una sua distribuzione logica. E sotto l'influsso dello spirito orientale che aumenta questo orrore del vuoto e la decorazione tende ad essere un rivestimento di tutte le pareti, quasi un tappeto teso su di esse. La tecnica stessa si trasforma: l'elemento decorativo, non più armonizzato con la struttura, perde ogni carattere plastico, si appiattisce in un semplice gioco di piani ove quello che rappresenta il motivo ornamentale campeggia sul fondo oscuro (tiefendunkel). Nuovi motivi venuti dall'Oriente si infiltrano su quanto ancora rimaneva di tradizioni ellenistiche, e poco a poco prendono il sopravvento. I due pilastri di S. Giovanni d'Acri, trasportati sulla piazzetta di S. Marco a Venezia, mostrano come il procedimento abbia ben presto conquistato la stessa Antiochia. La stessa esecuzione mostra l'intervento sicuro di maestranze orientali, mesopotamiche ed irániche. Si arriva cosi, in epoca araba, al trionfo completo di questa evoluzione, con la facciata del palazzo di Mâattâ. Una evoluzione parallela nella penetrazione di elementi e motivi iranici si osserva nell'arte della tessitura, industria fiorentissima della S. Già in alcuni peszi (oggi al tesoro del Sancta Sanctorum in Vaticano) con le scene della Annunciazione e della Natività, ove la parte figurativa é ancora nella tradizione antica, la decorazione riproduce la palmetta persiana, per arrivare infine a tutta una serie di magnifici tessuti ove anche i soggetti sono tolti dalla saga iránica, lotte di animali, arcieri galoppanti che szettano, disposti simmetricamente ai due fianchi di un albero centrale, l'hom sacro, quali quelli celebri del Museo diocesano di Colonia. Orientali tanto che molti il classificano come sâsânidi. E dunque la decorazione più che non la struttura degli edifici che documenta la continua e sicura penetrazione dello spirito orientale in S., sino al suo completo trionfo nel sec. viII.

I monumenti della seconda delle tre zone della S., l'Haurân, si contraddistinguono per un loro particolarissimo procedimento costruttivo. E questa una regione di rocce eruttive, specialmente basalti, che si possono tagliare in lastre fino a m. 3,50 di larghezza. Nello stesso tempo manca completamente di legname. Sino da tempi antichissimi era invalso l'uso di coprire gli edifici con tali lastre: ciò aveva la conseguenza che i locali, di qualsiasi lunghezza, non potevano avere una larghezza superiore alla misura indicata, sufficente nelle abitazioni, ma insufficiente per le grandi sale di riunione. Si escogitò quindi il procedimento di gettare fra due muri paralleli arcate funzionanti da elementi portanti e su due arcate successive si poggiarono le lastre: la larghezza dell'edificio era allora in funzione dell'ampiezza dell'arcata che si poteva costruire. Per raggiungere poi larghezze ancora più grandi invece di una sola arcata fra muro e muro se ne costruirono tre sulla stessa linea: si arrivò cosi a sale a tre navate, come nella basilica pagana di Saqqâ e poi nella chiesa di Tafbâ e in quella di Nimreh. Gli archi poterono raggiungere persino una ampiezza di 10 metri. Con tale procedimento si costruirono le chiese più antiche del Ḥaurân: le arcate laterali più strette della centrale e quindi più basse, permisero la posa di una serie di lastre e la costruzione di un'altra arcata superiore sino a raggiungere l'al-
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(bl. Alinari)
Siria - Base di candelier siriaco del sec. xiv cesellato e damaschinato - Firenze, Museo nazionale, collez. Carrand.
tezza dell'arcata centrale, costituendo una chiesa a matronei. Le arcate poggiavano su pilastri quadrati o rettangolari : per influsso della S. settentrionale si introdussero poi le colonne (chiesa di Claudiano ad Umm el-Gimâl). Qualche volta la navata centrale fu coperta con un tetto in legname a due spioventi, come alla chiesa di Umm alQutṭ̂n. Per il santuario si osserva che molte chiese del Haurân hanno un'abside sporgente semicircolare; ma generalmente il santuario è a triplo locale, un'abside rettangolare o semicircolare fra due camere quadrate o rettangolari, secondo il tipo comune alla S. settentrionale. Questa ultima struttura si applica anche a chiese ad una navata (chiesa di Masecho ad Umm el-Gimâl). La facciata della chiesa è molte volte provvista di un porticato su colonne architravate (rari gli archi, come ad Umm al-Qutṭ̂n): alcune volte (Lubbén anno 417; Suwêdâ, alKâria, chiesa avest di Umm al-Gimâl) si ha un ingresso del tipo hilann, cioè uno spazio centrale aperto all'esterno con una grande arcata, corrispondente alla navata centrale, fiancheggiato da due locali quadrati chiusi all'esterno ma aperti verso le navatelle e sormontati da torri. Chiese del tipo della sala larga, cioè con il solo ingresso laterale, su uno dei lati lunghi delle navate, si vedono a Sammch, Wakm e Deyr al-Guwâmi. L'eccezionale edificio di Qanawat con la nave centrale circondata su quattro lati da colonnati, preceduta da un atrio a colonne e da un porticato frontale, è probabilmente un edificio pagano utilizzato come chiesa malgrado la sua orientazione a sud. La decorazione scultoria nel Haurân è scarsa e di nessun valore artistico.

L'arte e in particolar modo l'architettura della S. interna settentrionale è assai ben conosciuta dato il grande numero di monumenti pubblicati e la loro generalmente buona conservazione fuori terra: gli scavi, fino ad ora scarsi, potranno portare nuove luci, ma prevalentemente sulle questioni liturgiche più che sulle artistiche. Il programma dell'edificio del culto è relativamente uniforme in tutto il territorio e si presenta formato in tutte le sue parti essenziali già nei monumenti che datano dall'inizio dell'epoca cristiana, il che fa pensare che è

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stato importato e non localmente elaborato. Lasciando da parte le piccole e poco significative chiese o cappelle ad una navata, generalmente si hanno basiliche a tre navate divise da due file di colonne che reggono arcate o, raramente, architravi. L'arcata su colonne, artisticamente realizzata per la prima volta al Palazzo diociesianes di Spalato, deve provenire da Antiochia. Il $\pi \varepsilon \varepsilon \sigma \beta \alpha \tau \varepsilon \rho i \sigma \circ$ della chiesa è composto da un'abside semicircolare o rettangolare corrispondente alla navata centrale, fiancheggiata da due camere quasi quadrate: questa struttura deriva da prototipi pagani, come il Tychaion di is-Sanamèn, quello di Musmieh e in generale i templi nabatei (Slêm, Qanawât, ecc.). Le due camere fiancheggianti l'abside centrale si differenziano per il fatto che una (generalmente quella a nord) è accessibile dalla navatella solo per mezzo di una porta e funziona da diaconicos; l'altra (generalmente quella di sud) è molto volte aperta largamente verso la navatella per mezzo di una arcata e funziona da cappella per il culto dei martiri, come ha dimostrato il Lassus. Questo uso si è diffuso alla metà del v sec. L'abside semicircolare sporgente che mostra la sua curva anche all'esterno è generalmente riservata alle piccole cappelle; rarissima nelle grandi chiese. La chiesa di Qal'at Sim'ân ha eccezionalmente tre absidi semicircolari sporgenti. Molte volte il tracciato delle arcate, o in planimetria delle absidi, è a semicircolo oltrepassato (ferro di cavallo) : al convento di S. Simeone alcune arcate sono a tracciato leggermente ovoids. Tutto ciò per importazione della Mesopotamia. Volte o cupole non se ne trovano se non al catino delle absidi o in monumenti non religiosi (bagni, sepulcri): la S. interna non porta alcun contributo a quello che sarà il problema capitale dell'architettura medievale, cioè quello di coprire le navate con volte portate da arcate. Generalmente la facciata occidentale della chiesa è un semplice muro ove si può aprire la porta di ingresso: ma in alcuni edifici più elaborati (Terminîn, Qalb Lauzeh, ecc.) tale fronte è formata da due camere laterali corrispondenti alle navatelle ed aperte solo verso queste (salvo alla cattedrale di Kerrâtin dal 304-305 ed alla chiesa degli Apostoli di l'gâz datato fra il 383 ed il 395 dove sono aperte anche all'esterno e costituenti quasi un esonarflex), sormontate da due torri, racchiudenti nel mezzo un ingresso largamente aperto verso l'esterno per mezzo di un'arcata: è il tipo detto a bilonu proveniente dall'Anatolia dove ben presto fu adottato nelle chiese e che già la S. conosceva nei templi di epoca ellenistica. La chiesa di Ruwêhâ e il braccio basilicale verso sud della chiesa di S. Simeone, sono precedute da un vero portico. Un nartece interno ed un atrio antistante alla chiesa non sono finora attestati nella S. interna settentrionale, salvo nella già citata chiesa di l'gâz e nella cattedrale di al-Anderin dove si accenna la struttura di un esonarflex: si dice però che il Calenko abbia scoperto monumenti di tale tipo, come altri provvisti di matronci, ma essendo ancora completamente inediti (1950) non si possano prendere in considerazione: dimostrerebbero ad ogni modo un apporto di forme antiochene. Qualche volta si trovano anche torri sull'una o sull'altra od anche su entrambe le camere che fiancheggiano l'abside. I più antichi monumenti che abbiano torri sulle due camere fiancheggianti l'abside sono del v sec. Forse le due cattedrali di Kerrâtin (datata all'a. 304-505) e quella di al-Anderin (vi sec.) avevano quattro torri, due in facciata e due sulle camere laterali all'abside: un tipo che sarà poi ripreso dall'architettura del medioevo occidentale. Dal v sec. si osserva nella S. interna una tendenza ad aumentare l'intercolumnio fra le colonne delle navate: e per dare a queste arcate divenute sempre più ampie un miglior appoggio, a sostituire pilastri delle colonne, e diminuire l'altezza dei pilastri per non rendere eccessiva l'altezza delle navatelle. Il termine dell'evoluzione sembra essere rappresentato dalle chiesa di Qalb Lauzeh, uno dei più bei monumenti della S. interna.

La posizione delle porte di accesso è assai significativa. Un grandissimo numero di chiese hanno la grande porta d'accesso nel mezzo della facciata occidentale, quindi sull'asse della navata centrale, e solo porticine tutto affatto secondarie sugli altri lati : è il tipo normale della
basilica ellenistica. Ma altre chiese hanno invece due grandi porte sul fianco sud e nessuna sulla facciata o quella che si considera come tale. E questa la concezione antichissima del tempio a sala larga caratteristica dell'Oriente sin dalle prime epoche della sua civiltà. Un tardo testo liturgico attribuito al vescovo Giorgio di Arbela indica che di queste due porte quella verso oriente, che è generalmente la più grande e la meglio decorata, serviva all'ingresso degli uomini: l'altra era per le donne. La chiesa era divisa in due parti : l'anteriore più verso l'abside era occupata dagli uomini, la retrostante dalle donne. Nelle basiliche a struttura ellenistica, cioè a porta mediana e unica sulla facciata occidentale, la divisione dei sessi avveniva probabilmente in altro modo, essendo attribuita agli uomini la navatella a sud, alle donne quella a nord. La navata centrale era nella quasi totalità riservata ai sacerdoti. Nel mezzo di tale navata esiste in moltissimi casi una piattaforma soprassivata di uno o due scalini sul pavimento della chiesa, di forma rettangolare e terminata verso occidente a semicircolo. Lungo la periferia correva un banco per i sacerdoti interrotto molte volte nel mezzo da un soggio più importante (cattedra vescovile?) : nel mezzo della piattaforma era un leggio che poteva essere protetto da un ciborio. Tutta questa struttura funziona da coro, mancando di regola nelle chiese siriache il synthonon, cioè la serie di banchi per il coro disposti a semicerchio lungo la curva dell'abside: essa si trova tanto nelle chiese nestoriane quanto nelle giacobite, e non solo in S., ma anche nella Mesopotamia sâsânide (al-Hirah) quanto nella bizantina (Ruşêfah-Sergiopolis) che presenta l'esempio più grandioso. Curioso notare che tale è la posizione del coro nelle ben più tarde chiese medievali d'Occidente nella Spagna e nell'Inghilterra. Le porte delle chiese siriane sono protette da proúri a frontone triangolare e tetto a doppio pendente, portato da colonne, altro motivo passato nell'architettura romanica d'Occidente. Molte volte però tutta la fronte sud della chiesa è protetta da un porticato su colonne quando gli ingressi sono su quel lato. Qualche edificio presenta una struttura più complessa ed evidentemente studiata nel suo rapporto di masse : così Deyr es-Soleib (fra Hama e Masyaf) dove una basilica a tre navate con una sola abside libera ha le due sagrestie non in proseguimento delle navatelle ma sporgenti sul fianco esterno di queste. La fronte è costituita da un ingresso a portico centrale fra due camere (basi di torri) continuate da due altri locali sporgenti (di cui uno è battistero). Fra questi e le due sagrestie corrono due porticati che rivestono i fianchi della chiesa. Tale planimetria sarà ripresa dagli architetti armeni (Ereruk, Odzun, e forse Tekor). Il tutto è preceduto da un atrio a porticati di origine ellenistica.

Le chiese della S. interna settentrionale portano, generalmente sugli architravi, iscrizioni che moltissime volte fanno conoscere il titolo dell'edificio, la data della costruzione o dei successivi lavori ed anche il nome dell'architetto. Questo è raramente designato con il titolo di 'apyzit̂̀ $\tau \tau \omega$, più sovente di $\pi \chi \nu i \tau \chi \varsigma$ o di olxoס̌ó $\mu \varsigma$. Una volta forse egli è un prete (Markianos Kyris a Babisqs), una volta è certamente un diacono (Petros figlio di Antoninos a Fidre).

La decorazione scultorea è ricca e variata ma concentrata quasi esclusivamente nei capitelli e negli architravi. I capitelli procedono da tipi antichi del corinzio classico a due file di foglie di acanto con tendenza a procedere verso forme secche e dure. Le varianti sono numerosissime. Qualche capitello ha anche figure : cosi al convento di S. Simeone il giovane. Una caratteristica delle costruzioni siriache è il quasi sistematico uso di cornici o modanature che girano tutto attorno alle aperture, stipiti ed archivolti, e continuano ininterrotte anche se le aperture sono numerose, cominciando e terminando a volute. La scultura a figure è scarsa e priva di ogni valore d'arte: verso la regione orientale si trovano sugli architravi delle porte figure della Vergine, di Angeli volanti e di santi stiliti. Tutta questa decorazione di regola è solamente sui paramenti esterni degli edifici : solo a Qalb Lauzeh si hanno modanature agli archivolti ed alle aperture anche all'interno della chiesa. Questo

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Stricio, papa, santo - Medaglione della serie antica dei papi nella basilica di S. Paolo fuori le Mura (sec. v) - Roma.
doveva essere decorato con pitture parietali di cui però non sono pervenute se non miserabili tracce: solo a Palmyra nel tempio di Bèl trasformato in chiesa rimangono alcune pitture a figure di santi. Non molto diffusi i rivestimenti con lastre di marmi, riservate ai più sontuosi edifici: se ne hanno esempi a Qaib Lauzeb e nel convento di S. Simeone. Rari i mussici pavimentali, ma solo scavi accurati potranno aumentare la documentazione in proposito: ad ogni modo quanto si conosce è ben lontano dalla bellezza degli esempi della zona costiera, della Palestina e della Transgiordania.

Lo svolgimento dell'arte siriana è stato dapprima arrestato verso la metà del vi sec. dall'invasione sāsānide che rovinò tutto il territorio e poi nella prima metà del vir dalla conquista musulmana, quando cioè costruzioni come Qaib Lauzeb, Termānin, S. Simeone, studiate da architetti geniali come vere espressioni artistiche e non come costruzioni atte al semplice soddisfacimento di necessità liturgiche, promettevano il più radioso avvenire.

Bibl., una buona bibl. dell'arte cristiana della S. si trova in J. Lassus, Sanctuaires chrétiens de Syrie, Parigi 1944: aggiungere per la diffusione di tipi architettonici siriani nell'Italia settentrionale; U. Monneret de Villard, Antiochia e Milano nel VI sec., in Orient. christ. period., 12 (1946), pp. 374-80.

Ugo Monneret de Villard
X. Ordinamento scolastico. - In S. l'istruzione pubblica è ben diffusa e tende ad allargarsi sempre di più con la sua lotta contro l'analfabetismo. Essa comprende l'insegnamento elementare o primario, l'insegnamento secondario o liceo e l'insegnamento superiore, corrispondente alle nostre università. I programmi e i metodi, posto il lungo periodo di mandato esercitatovi dalla Francia, sono in gran parte, e per ogni ordine e grado di scuola, quelli francesi.

La scuola primaria comprende 5 classi e prepara al cosiddetto "certificato di studi siriano", che non è però obbligatorio per proseguire nei corsi superiori, bastando per questo un certificato di idoneità. La religione vi è materia obbligatoria.

L'insegnamento secondario abbraccia un periodo di 6 anni, seguiti da un corso complementare di 1 anno per chi vuole accedere all'università, e viene impartito in 5 licei maschili: Damasco, Aleppo, Homs, Hama e Dejl ex-Zor, e 2 licei femminili: Damasco e Aleppo. Esso prepara a due gradi di baccellierato: a quello di primo grado al termine di 6 anni; a quello di secondo grado al termine del corso complementare. Ai Licei di Damasco e di Aleppo è annessa anche una scuola normale di 3 anni, a cui s'accede dalle elementari e che pre-
para ad una specie di "brevetto elementare siriano", da ottenersi, però, dando l'esame dinanzi ad una commissione nominata dal Ministero della pubblica istruzione. L'istruzione professionale acquista un suo particolare rilievo nella scuola agraria, imposta dalla stessa natura del paese eminentemente agricolo e si svolge per tre gradi: il primo riguarda i contadini, ai quali oltre alle nozioni di storia, calcolo, ecc. si insegnano anche praticamente i metodi razionali per la coltivazione della terra; il secondo forma i futuri tecnici delle stazioni agricole e meccaniche; il terzo o superiore riguarda i futuri dirigenti delle attività agricole.

Per l'insegnamento superiore si ha l'Università di Damasco, fondata nel 1920, con la ripresa della Scuola di medicina già istituita dal governo turco, ma innalzata al grado di facoltà; alla medicina, compresa anche una scuola di odontoistria e di ostetricia, si venne ad aggiungere la Facoltà di giurisprudenza. Accanto alla Università di Damasco occorre annoverare anche la Scuola superiore di arabo, istituita dal governo francese per incoraggiare e perfezionare lo studio della lingua araba e assicurarne la conservazione; l'Istituto di giornalismo e l'Istituto artistico, tutti e due a Damasco, che conferiscono diplomi rispettivamente per la carriera giornalistica e di musica.

Grandi vantaggi alla istruzione apportano i numerosi istituti privati, collegi e licei, istituti retti da religiosi e religiose; e soprattutto la Università di S. Giuseppe di Beirut (v.) con il suo collegio, creata nel 1883 e diretta dai Gesuiti, che comprende le Facoltà di medicina e farmacia, giurisprudenza, ingegneria, teologia e filosofia. Da ricordare anche il Collegio islamico-sciaristico creato dall'ex-re di Egitto, Färök, nel 1940 per preparare gli "uomini di religione", cioè magistrati dei tribunali sciarattici, predicatori, insegnanti di religione nelle scuole musulmane, ecc., e dare accesso agli istituti superiori religiosi dell'Egitto, specialmente alla Università di elAzhar. - Vedi tav. XLVII.

Bibl.: G. Assis, Le scuole private [in S.], in Bollett. di legislar. scolast. comparata. 2 (1942), pp. 112-15; W. Tawam, L'istruc. pubbl., ibid., pp. 289-33; id., L'insegnam. secondario (Decreti e norme), ibid., pp. 304-10.

Celestino Testore
SIRICIO, PAPA, santo. - Di origine romana, figlio di Tiburzio, fu lettore e diacono sotto il papa Liberio e poi sotto Damaso al quale successe nel pontificato alla fine del 384 ( 15,022 o 29 dic.). La sua elezione fu turbata dalle mene di Ursino che aveva già suscitato uno scisma al tempo di Damaso, ma Valentiniano II si schierò dalla parte di S. ed Ursino dovette ritirarsi.

Modesto, timido, liberale, benefico ed amante della pace, come attesta l'elogio funebre posto sul suo sepolcro, il suo pontificato trascorse in una grande calma politica, della quale approfittò per estendere la sua cura pastorale a tutte le chiese, intervenendo dovunque la sua autorità fosse necessaria ed attuando praticamente quel primato che, già riconosciuto in teoria, non era stato tuttavia sempre rispettato nei secoli antecedenti. S. è il primo Papa che legifera da solo, senza consultare alcuno, su tutta la Chiesa, e ordina che le sue decisioni siano fedelmente osservate; egli è considerato il primo autore di decretali che hanno la stessa autorità delle decisioni e dei canoni conciliari.

Il primo di questi atti fu la lettera che scrisse nel febbr. 385 ad Imerio vescovo di Tarragona, rispondendo ai quesiti che quel vescovo aveva indirizzato al papa Damaso. In essa S. chiaramente ed esplicitamente afferma il primato e l'autorità del Papa su tutta la Chiesa, stabilendo che le sue ordinazioni sul Battesimo degli ariani convertiti, sul tempo di conferire il Battesimo, sul graduale conferimento degli Ordini sacri, sulla continenza dei presbiteri e dei diaconi, sugli eligendi all'episcopato, ecc., abbiano valore universale sotto pena di scomunica, e quindi incarica Imerio di farli conoscere a tutti i vescovi affinché non si abbia ad addurre la scusa dell'ignoranza. Durante il suo pontificato poi tenne diversi sinodi tra i quali sono importanti quello del 386 nel quale stabili,

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oltre a ribadire antichi decreti, che nessun vescovo poteva esser consacrato senza la previa approvazione della Sede Apostolica, e quello del 390 in cui condannò Gioviniano insieme con altri sei presbiteri; la sentenza fu comunicata al vescovo di Milano, dove quelli si erano rifugiati sperando protezione dall'Imperatore, perché vi fosse eseguita.

La sua attività abbracciò sia le chiese d'Occidente come quelle d'Oriente. Quivi si adoperò per pacificare la Chiesa di Antiochia, lacerata da divisioni fin dal tempo della controversia ariana. Più ancora però in Occidente, dove in