ecora e la capra; poi venne addomesticato il bove e con questo l'asino, l'onagro, il cammello; quindi il cavallo e la renna, non dai cacciatori prontosamoiedi e protoaltaici, ma da un popolo cacciatore dell'Asia occidentale tra il Turan e l'Iran. Da qui la pastorizia si irradiò nella Mesopotamia, nell'Asia anteriore e nell'Egitto, poi in Africa e in Europa, quindi nell'India, a Mobenjo Daro, presso i Toda, finalmente nell'Asia centrale e nell'Asia orientale, dove arrivò il bove, ma non il cavallo.
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Luigi Vannicelli
II. ECONOMIA DEI POPOLI ANTICHI EVOlUTI. Superata la fase dell'economia primitiva, i più impor-
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tanti s. e. dell'antichità furono quelli dell'antico Egitto, della Grecia e delle monarchie ellenistiche, dell'antica Roma.
I. Il s. e. dell'antico Egitto. - Si sviluppa nel millennio che comprende le sei dinastie tinite e menfitiche (dal 3200 a. C. al 2275 a. C.). Presupposte religioso di tale sistema fu la considerazione del potere dei faraoni come diretta trasmissione del potere degli dèi. Conseguenza dell'essenza religiosa della monarchia nel campo politico fu l'assolutismo ed in quello economico-amministrativo la tendenza alla centralizzazione e al volontarismo. Tale tendenza fu accentuata dalle condizioni geografiche (v. Egrito) : data la particolare importanza delle inondazioni periodiche del Nilo per l'agricoltura e dato il relativo isolamento del paese, era facilitato l'intervento dello Stato che solo poteva realizzare prima i grandi lavori per regolare le acque, poi le grandi costruzioni religiose e statali che bilanciavano la scarsità di attività commerciale.
I due cardini della struttura produttiva dell'antico Egitto sono : l'agricoltura, esercitata prevalentemente in forma individualistica da piccoli proprietari terrieri che vivono con il prodotto del loro fondo, pagando allo Stato imposte dirette in natura e in giornate di lavoro nei vasti possedimenti del faraone o dei templi; l'attività industriale, esercitata prevalentemente in forma monopolistica dallo Stato. Sono monopolio dello Stato le miniere, le cave, le imprese edilizie per le costruzioni pubbliche (gramidi, templi), le fabbriche, dove sono trasformati in manufatti i prodotti delle terre demaniali e quelli ricavati dalle imposte in natura. Per conto dello Stato lavorano, oltre agli schiavi, limitati ai prigionieri di guerra, liberi lavoratori ingaggiati contrattualmente. L'amministrazione delle attività economiche dello Stato è affidata a funzionari. Gli scambi interni sono limitati ed assumono la forma del baratto; quelli esterni, pure poco intensi, hanno come direttive la Siria e la Palestina e sono monopolio dello Stato. L'alta produttività del lavoro agricolo libero e i forti guadagni monopolistici dello Stato permettono al s. e. di sostenere le grandi spese improduttive delle costruzioni pubbliche, ma l'estendersi aproporzionato di queste spese alla fine incide sulla produttività dell'agricoltura ed è una delle cause di decadenza. Altre cause sono: l'accentramento della ricchezza nelle mani dei funzionari la cui carica, dopo la quarta dinastia, è divenuta ereditaria; la trasformazione dei lavoratori agricoli liberi in coloni legati giuridicamente al suolo; il formarsi di privilegi fiscali a favore delle grandi proprietà. Dopo la sesta dinastia il s. e. egiziano, con un lento processo di involuzione, perde le sue caratteristiche.
2. I s. e. dell'antica Grecia e delle monarchie ellenistiche. - Hanno il loro sviluppo dal sec. vir al in a. C. Le condizioni geografiche della Grecia ([v.] suolo coltivabile limitato con grande sviluppo costiero) e quelle politiche (consolidarsi della città-Stato e tendenza all'espansione colonizzatrice) favoriscono l'agricoltura intensiva (viticoltura, olivicoltura, frutteto); lo scambio di derrate alimentari, fornite dai popoli stranieri e dalle colonie, contro prodotti industriali ottenuti nella città-Stato; la necessità e quindi lo sviluppo dei trasporti marittimi e del commercio. L'ordinamento giuridico e la struttura produttiva furono notevolmente diversi da città a città. La successione ereditaria fu ammessa ovunque, con limitazioni legali tendenti ad eliminare sia la concentrazione che il funzionamento della proprietà, non tanto per motivi economici, quanto per motivi politici e morali. Diverse furono pure le forme di conduzione dell'impresa agricola. L'agricoltura e l'allevamento costituiscono però nel s. e. greco una fonte di ricchezza secondaria. Più sviluppata fu la piccola industria producente per il mercato. La mano d'opera era prevalentemente fornita da schiavi appartenenti al proprietario dell'impresa o a lui affidati. Nelle città democratiche, e soprattutto in Atene, non mancano anche salariati liberi cittadini e stranieri.
La tecnica commerciale dei Greci raggiunse una perfezione che non sarà superata fino all'avvento del sistema capitalistico moderno. Oltre che diffondere la moneta
come intermediario degli scambi, i Greci costituirono fra le varie città-Stato e fra città e colonie veri e propri accordi monetari. Nel periodo dell'apogeo del s. e. greco (v e Iv sec. a. C.), essendo divenuta la moneta la principale forma di reddito e di accumulazione, si sentì la necessità di non lasciarla improduttiva e si diffuse il prestito, regolato da precise norme giuridiche ed effettuato da commercianti specializzati.
Con le conquiste di Alessandro Magno il sistema di vita urbano, l'individualismo, lo spirito di iniziativa, la sviluppata tecnica industriale e commerciale dei Greci si innestarono sull'assolutismo orientale, dando vita al caratteristico s. e. delle monarchie ellenistiche. In esso è grandemente diffuso il monopolio di Stato. Allo Stato appartengono direttamente le più grandi proprietà terriere e sulle piccole e medie proprietà cedute ai privati lo Stato si riserva notevoli diritti (servizio militare dei coloni, imposte, carvèe). L'attività industriale altamente specializzata è esercitata in fabbriche prevalentemente statali, con mano d'opera schiava o libera assunta contrattualmente. Sussiste pure l'artigianato organizzato in associazioni di montiere; la sua produzione è però minuziosamente regolata da leggi statali (sono note quelle di 'lolomeo in Egitto per la produzione dell'olio e della carta), e l'autorizzazione ad esercitare un mestiere è sottoposta al pagamento di un tributo. Il s. e. delle monarchie ellenistiche decade quando, essendo diminuita la produttività per l'accentramento della ricchezza e l'impoverimento delle classi artigiane e dei lavoratori liberi, l'intervento statale si trasforma in fiscalismo indiscriminato e oppressivo.
3. Il s. e. dell'antica Roma. - Ha il suo sviluppo nell'epoca imperiale, da Ottoriano Augusto (63 a. C.) a Costantino ( 337 d. C.). L'unità politica, la numerosa popolazione urbana e la sicurezza dei traflici terrestri e marittimi portano ad un armonioso sviluppo delle tre attività produttive: agricoltura, industria, commercio, favorite dalla struttura amministrativa relativamente decentrata e dal prevalente liberismo. Gli interventi dello Stato nell'economia, limitati al campo fiscale e a quello assistenziale, sono empirici e subordinati a interessi politici. L'ordinamento giuridico, che raggiunge con il Corpus iuris civilis una perfezione sconosciuta alle civiltà precedenti, è imperniato sul riconoscimento e la tutela della proprietà immobiliare e mobiliare (compresi gli schiavi) e dei diritti dell'individuo. L'ager romanus prima e l'ager italicus poi erano suscettibili di proprietà completa o quiritaria ed esenti da imposta. Le terre provinciali, assegnate a coloni o a veterani o lasciate agli antichi proprietari, erano gravate da imposte fondiarie che sanzionavano il teorico diritto di proprietà di Roma. La piccola proprietà contadina a conduzione diretta e produzione destinata al consumo della famiglia colonica, propria dell'età repubblicana, subisce un processo continuo di concentrazione, favorito dall'affluire di capitali, schiavi e bestiame, conseguenza delle conquiste militari. Ne consegue quella separazione fra proprietà e conduzione del fondo e fra produzione e consumo dei prodotti agricoli che caratterizza il s. e. romano e, costituendo l'agricoltura la principale fonte di ricchezza, giustifica presso alcuni autori, nonostante la mancanza di razionalizzazione del sistema a scopo di lucro e il prevalere della politica sull'economia, la denominazione di "capitalismo agrario ". La ristabiliazione di terre ai veterani nel periodo dell'Impero non modifica il sistema, in quanto non crea nuovi poderi contadini ma nuove tenute rurali (latifundia) appartenenti a ricchi possessori urbani, basate sul lavoro schiava e producenti per il mercato. I prodotti agricoli trovano contropartita nei manufatti industriali, il cui scambio, esteso non solo ai prodotti di lusso, ma anche a quelli di prima necessità, è facilitato dalla buona rete stradale, dall'unificato sistema monetario, dalla tutela legislativa dei contratti e dall'esistenza del prestito a interesse.
Il commercio è un importante fonte di ricchezza, ma i suoi guadagni sono prevalentemente investiti in acquisto di terre. L'industria è decentralizzata ed esercitata in forma di piccola impresa artigiana con aiuto di lavoro servile; tecnicamente è poco progredita e non raggiunge il livello dell'industria greca ed ellenistica.
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Con la fine delle conquiste militari, la concentrazione della ricchezza terriera, la scarsa produttivita dell'industria, il cui sviluppo si arresta per il restringersi del mercato dovuto alla povertà generale della massa dei consumatori, l'aumento del carico fiscale, a cui non possono far fronte le imposte tradizionali, imprimano al s. e. un moto involutivo. Anche la struttura amministrativa si modifica: lo Stato ricorre alle imposte straordinarie in natura e in lavoro (liturgie), della cui esazione si rendono responsabili, prima collettivamente poi individualmente, i ricchi borghesi cittadini. Sotto Diocleziano e Costantino si intensificano gli interventi statali (calmieri, facilitazioni all'acquisto di strumenti ai piccoli coloni, ecc.) ma la mancanza di sistematicità li rende inefficaci.
III. I s. e. medievali. - Sono l'economia feudale e l'economia cittadina.
1. L'economia feudale (v. feudalesimo). - Va dal sec. IX al sec. XI ed ha come presupposti la formazione della società feudale conservatrice e particolaristica e la continua diminuzione della densità della popolazione. La proprietà immobiliare è concentrata nelle mani dei feudatari, che la coltivano in modo estensivo e senza scopo di lucro. I servi lavorano la terra o per conto del signore o per conto proprio: in questo caso versano al signore un canone ad una parte del raccolto. Altri diritti economico-fiscali del feudatario sono: la riscossione di pedaggi; il diritto alle cosiddette banalità (obbligo del servo di servirsi exclusivamente e a pagamento del forno, del mulino, del frantoio del feudatario), il diritto di succedere al colono senza figli, il diritto esclusivo di caccia e pesca, ecc. Dato che il sistema fiscale è basato esclusivamente sulle imposte in natura e sui servizi, cioè è legato al numero e alla stabilità dei servi del fondo, vengono imposti vari limiti alla mobilità della popolazione (divieto di uscire dal fondo, divieto di contrarre matrimonio con persona estranea al feudo, ecc.). La produzione industriale per il mercato non esiste : i manufatti di primo necessità provengono da artigiani che producono su ordinazione o, in massima parte, sono frutto di lavorazione casalinga. Ne deriva un commercio limitatissimo esercitato da mercanti girovaghi, faticosamente organizzati in periodiche fiere. La circolazione monetaria è scarsissima e non permette il formarsi di una ricchezza mobiliare. Tutta l'economia feudale è una economia anticommerciale, senza rischi e quindi tendenzialmente statica.
2. L'economia cittadina (dal sec. XI al sec. xv). - Si sviluppa con la rinascita della vita urbana e con la formazione del Comune a scrutlura democratica. Una notevole influenza sulla sua formazione è esercitata dalle Crociate (v.), che ruppero la staticità dell'economia feudale, aprendo i mercati del Levante e mobilizando uomini e capitali. La proprietà e lo sfruttamento della terra sono frazionati; la produttivita è notevolmente aumentata dall'ufficire di capitali e dal diffondersi di sistemi razionali di irrigazione e prosciugamento. La politica economica autarchica dei Comuni favorisce il sorgere di nuove industrie; la produzione mantiene il carattere artigiano, ma si forma la nuova categoria dei mercanti-imprenditori, che organizzano l'attività di più artigiani, fornendo capitali e materie prime e assumendo i rischi della produzione per il mercato.
Caratteristica dell'economia cittadina è la formazione delle Arti e Corporazioni (v.). Da associazione professionale libera, con l'iscrizione divenuta obbligatoria la corporazione assume la figura di un monopolio professionale. Gli scambi, sia interregionali che internazionali, sono attivissimi; la circolazione monetaria è abbondante, ma insufficente ai bisogni dello scambio, a cui provvede largamente il credito. In questo periodo, ferma restando la proibizione dell'usura (v.), si riconoscono motivi legittimi per il pagamento di una indennità al prestatore (danno emergente, lucro cessante, rischio, ecc.). L'attività dei banchieri fiorentini e fiamminghi dà luogo ad una tecnica sviluppata del credito. Il sistema fiscale delle città si basa sulle imposte indirette quali entrate ordinarie; sulle imposte dirette, sui prestiti pub-
blici e sulla svalutazione monetaria, quali entrate straordinarie.
IV. I s. e. dell'età moderna e contemporanea. 1. Il s. e. mercantilista (v. mercantilismo). - Si manifesta in modo più o meno organico in tutti gli Stati europei dal sec. xvı alla fine del xvıII, ma raggiunge il suo massimo sviluppo in Francia e in Inghilterra nel sec. xvII. I suoi presupposti sono forniti dalla necessità pratica degli Stati unitari di recente formazione di avere a disposizione entrate costanti, sicure e ingenti per sopperire ai loro bisogni (spese di organizzazione, di amministrazione, militari, ecc.). Il sistema mercantilista dà luogo ad una serie di interventi dello Stato, miranti ad aumentare la ricchezza nazionale, di cui la moneta si considera espressione e misura. Esso si svolge in tre fasi. Nella prima gli interventi si limitano a proibire l'esportazione delle monete. Nella seconda fase gli interventi tendono ad accrescere la quantità di moneta all'interno, attraverso il controllo dei singoli contratti del commercio estero. Nella terza fase, che corrisponde al massimo sviluppo del sistema, lo Stato mira ad influire indirettamente sulla bilancia commerciale, creando nel paese le condizioni favorevoli all'esportazione e sfavorevoli all'importazione dei prodotti finiti (v. mercantilsmo; cnomwell, oliver). Il sistema economico mercantilista favorì il passaggio dall'economia cittadina al capitalismo moderno, da cui differisce per l'accentuato volontarismo, cioè per la fiducia in un benessere economico non spontaneo, realizzabile con il preordinato intervento dell'autorità.
2. Il s. e. capitalista (v. capitalismo). - Presupposto del sistema è il "liberismo" (v.), che la Rivoluzione Americana (1776) e la Rivoluzione Francese (1789) avevano affermato in politica, che la fisiocrazia (v.) prima e la scuola classica (v. sмiтн, adamo) poi avevano affermato in economia, con la fiducia in un ordine economico benefico e spontaneo. Caratteristiche tecniche di questo sono : il rinnovamento della tecnica agraria con l'introduzione della rotazione quadriennale e della concimazione artificiale; il rinnovamento della tecnica industriale con l'introduzione crescente delle macchine; il rinnovamento della tecnica dei trasporti terrestri con la creazione delle linee ferroviarie, e di quelli marittimi con le navi a vapore.
Le conseguenze della mutata situazione ideologica e tecnica sono: la separazione del capitale (v.) dal lavoro per passare nelle mani dell'imprenditore che organizza la produzione, presentandosi sul mercato come venditore del prodotto e come acquirente delle materie prime e del lavoro, considerato una merce; l'impiego di capitali fissi in misura crescente e in proporzione superiore a quella dei capitali circolanti; la divisione e la razionalizzazione del lavoro; la ricerca di un mercato sempre più vasto e le continue trasformazioni della combinazione dei fattori produttivi e delle dimensioni dell'impresa per adeguarli alle variazioni qualitative e quantitative del mercato stesso; l'economia monetaria altamente sviluppata per facilitare la formazione e la distribuzione del risparmio; il prevalere delle imprese collettive su quelle individuali e quindi la separazione della proprietà (azionisti) dalla gestione (amministratori) dell'impresa; la proletarizzazione della classe lavoratrice che, pur essendo necessaria cooperatrice del capitale nella produzione, è antagonista del capitale stesso nella distribuzione del prodotto, e la conseguente lotta di classe. Il s. e. capitalista presenta caratteristiche molto complesse e difficilmente schematizzabili per il dinamismo insito nel sistema stesso. Si pud considerare il suo sviluppo come diviso in tre periodi.
Il primo (nei paesi economicamente più progettiti va dalla fine del sec. xvIII alla metà del sec. xix) è il periodo della trasformazione della tecnica agricola e industriale; del predominio dell'iniziativa privata dell'imprenditore-proprietario; del formarsi della coscienza di classe fra i lavoratori abbandonati a se stessi in un mercato del lavoro ad essi sfavorevole per la minore resistenza contrattuale, per la concorrenza della mano d'opera femminile e infantile, per la deficienza di organizzazione e di protezione legale.
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Il secondo periodo ( $2^{\circ}$ metà del sec. xix) è caratterizzato dal predominio dell'elemento speculativo-finanziario su quello industriale; dallo sviluppo delle grandi imprese e dalla lotta per la conquista dei mercati internazionali. Le organizzazioni sindacali si rafforzano e il salario viene determinato attraverso la contrattazione collettiva. Lo Stato interviene nei rapporti sociali con le leggi sulla tutela fisica del lavoratore e sulla durata del lavoro. E in questo periodo che appaiono in tutta la loro evidenza le deficienze del sistema: rinnovarsi periodico di depressioni con conseguente disoccupazione di massa e sperequazione nella distribuzione della ricchezza.
Il terzo periodo (dalla fine del sec. xix alla prima guerra mondiale) è caratterizzato dagli accordi fra le grandi imprese per passare dal regime di concorrenza a quello di coalizione (o quasi-monopolio). Le imprese, incapaci di reagire alle variazioni della domanda con corrispondenti variazioni dell'offerta per causa degli elevati costi fissi e della relativa rigidità dei salari, rinunciano in parte alla propria individualità e libertà di iniziativa per accordarsi con altre imprese formando gruppi, cartelli o trust nazionali e internazionali. Le imprese accordate fanno una politica monopolistica dei prezzi. In questo periodo la vasta legislazione sociale e la contrattazione collettiva dei salari fanno assumere ai rapporti fra datori di lavoro e lavoratori un carattere semi-pubblico, senza però attenuarne la separazione e l'antagonismo.
3. Il c. e. collettivista. - E stato attuato in Russia con la Rivoluzione bolscevica (1917). Presupposto filosofico del sistema è il materialismo storico (v.) di C. Marx; presupposto politico la contemporanea realizzazione della dittatura del proletariato, con l'abolizione delle classi sociali, della proprietà e dell'iniziativa privata (v. bolscevismo).
4. Il sistema di economia regolata (o programmatica o parzialmente pianificata). - Si afferma in forma più o meno definita in tutti gli Stati, ad eccezione della U.R.S.S., dalla fine della prima guerra mondiale ad oggi. Esso consiste in un intervento diretto e sempre più esteso dello Stato nella vita economica, per modificare i risultati delle azioni economiche dei singoli e coordinare i fini individuali con i fini sociali. Nell'attuale fase di sviluppo dell'economia regolata i fini sociali, teoricamente indicati nel raggiungimento della giustizia sociale, si concretizzano nella tendenza alla piena occupazione e alla più equa distribuzione della ricchezza. Il sistema di economia riconosce la proprietà e l'iniziativa private, ma le sottomette a limiti giuridici (espropriazione, ammassi, ecc.) ed economici (controllo degli investimenti, nazionalizzazione, controllo degli scambi, ecc.). I presupposti del sistema di economia regolata vanno ricercati: 1) nella nuova struttura del mercato dei prodotti e dei fattori produttivi, che è passato da mercato di concorrenza a mercato di coalizione; a) nell'incapacità del sistema capitalista a superare le sue deficienze : cicli economici e maldistribuzione della ricchezza; 3) nella mutata concezione dei rapporti tra lo Stato e l'economia, con l'inserimento, fra le funzioni essenziali dello Stato, dell'attuazione della giustizia sociale.
Gli interventi statali che realizzano l'economia regolata variano da Stato a Stato, per adeguarsi alle diverse situazioni economiche preesistenti. Essi si possono raggruppare in : interventi di politica monetaria : manovra del saggio di sconto, crediti privilegiati, ecc.; interventi di politica degli scambi internazionali : accordi bilaterali e plurilaterali, controllo dei cambi, dazi protettivi, premi all'esportazione, ecc.; interventi di politica sociale: legislazione e assicurazioni sociali, orientamento e selezione professionale, ecc.; interventi diretti nella produzione: nazionalizzazione di industrie chiavi, lavori pubblici, fissazioni di prezzi superiori (p. es., Agricoltural adjuntament act statunitense del 1931) o inferiori (p. es., i cosiddetti prezzi politici) al prezzo di mercato, ecc.; interventi di politica della congiuntura, miranti a prevenire le espansioni (controllo del credito, limiti dell'autofinanziamento delle imprese, ecc.) o a risollevare le depressioni (lavori pubblici, aumento della circolazione monetaria, ecc.).
Tali interventi presi separatamente sono propri di qualsiasi s. e., ma nell'economia regolata assumono particolare importanza, perché sono preordinati e coordinati fra loro in vista del raggiungimento di un unico fine economico-sociale. L'economia regolata porta profonde modificazioni al sistema fiscale con l'introduzione del bilancio economico dello Stato, cioè del bilancio impostato su criteri non esclusivamente finanziari, e alla struttura amministrativa dello Stato, con la creazione di organi nuovi (Ministeri del bilancio o della produzione, Consigli superiori dell'economia, ecc.) o con l'ampliamento delle funzioni di organi già esistenti. Forme particolari di economia regolata sono : il s. e. corporativo, attuato dal regime fascista in Italia (v. corporazioni), e il s. e. laburista inglese (v. laburismo). L'economia regolata pone il problema dei rapporti fra libertà individuale e autorità dello Stato.
Una volta abbandonato l'autonomismo nei rapporti economici internazionali, proprio del sistema di cambio aureo, sistema inompatibile con il raggiungimento della piena occupazione e della sicurezza sociale e quindi con l'economia regolata, la regolamentazione dei rapporti stessi non è concepibile se non con criteri comuni o organici fra i vari Stati, perciò l'economia regolata pone anche il problema della cooperazione internazionale, di cui sono esempi l'Unione Europea dei Pagamenti (E.P.U.), le Unioni doganali, ecc.
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Francesca Duchin
SISTEMI MORALI. - Per s. m., in senso generico, si intende un complesso di principi atti a risolvere il dubbio di coscienza.
Quando nei confronti del bene e del male l'uomo si trova in uno stato di cognizione chiara, evidente e certa, raggiunta o per via di ragione o di Rivelazione, il dovere dell'uomo e il compito dei moralisti sono assai semplici e trovano la loro formulazione nel principio generalissimo: fa' il bene e fuggi il male. Il compito invece diviene più complesso nel caso di ignoranza, di dubbio e di adesione opinativa. Chi ignora, non sa, e neppure si pone la questione della moralità del proprio atto. Chi dubita sa che esiste un problema, ne conosce i termini ma, non avendo motivi per poter giudicare, sospende il proprio giudizio. Chi opina, conosce il problema e i termini del problema, e giudica in un certo senso, pur temendo che il vero possa anche trovarsi dal lato opposto. Perciò ogni dottrina morale deve prendere in considerazione anche le istanze della ignoranza, del dubbio e dell'opinione.
Ora la teologia morale risolve il caso dell'ignoranza con le note distinzioni di ignoranza (uris et facti ecc. (v. iONoranza), senza dar adito a differenze di grande rilievo, almeno allo stato attuale della questione. Anche il dubbio è suscettibile di diverse divisioni e si ha il dubbio iuris et facti, il positivo e il negativo (v. mento).
La probabilità, su cui fa leva chi giudica per una opinione con il timore che sia vera l'opinione opposta, può essere iuris et facti, speculativa o pratica, dubbia e lieve ossia leggera, assoluta o relativa, più o meno o ugualmente probabile che l'opposta e probabilissima (v. PROMANILITÀ). Da un altro punto di vista l'opinione può apparire sicura (tuta), più sicura (tution) e meno sicuro (minus tuta) a seconda del grado con cui mette al riparo
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dal peccato e dalla inosservanza formale della legge (v. OPINIONE). Ora i moralisti insegnano che quando l'uomo si trova in stato di dubbio, non gli è permesso agire, e deve fare quanto è in lui per acquistarsi la certezza, almeno pratica, per evitare il pericolo di peccare (v. coscienza). Ove si tratti di un dubbio di fatto che da un lato è insuperabile e dall'altro non è convertibile in dubbio di diritto, quando si è nella necessità di agire, si deve seguire la parte più sicura: pars tutior est sequenda. Nel dubbio di diritto, quando si è solo nel campo dell'opinione e del probabile, siamo nel caso della probabilità : possiamo agire o dobbiamo rimettere l'azione fino a che non si sia raggiunta la certezza che molte volte è irraggiungibile?
Si usa chiamare s. m. i vari tentativi provati dai teologi per risolvere questo caso e per rispondere a questa domanda. In un senso più proprio, dunque, il s. m. è il complesso di principi per mezzo dei quali nel conflitto dell'opinione più mite a favore della libertà con una opinione più rigida a favore della legge, si perviene alla formazione della coscienza praticamente certa, necessaria per poter senza peccato (formale) determinarsi all'azione.
Tale problema non può essere ignorato da nessun corpo di dottrine morali; e tanto meno lo ignorò la teologia cattolica; la quale fino dai suoi inizi, lo risolse in un modo più o meno adcguato, più o meno soddisfacente. Alcuni Padri, specialmente s. Agostino e s. Tommaso, hanno lasciato del problema una soluzione, che alcuni giudicano offuscata da un alito di rigorismo o tuzionismo che sia, mentre ad altri è parsa l'unica soluzione possibile, logica e conforme ad una morale qualificata come morale dell'onestà (v. Tuziobismo). Con il domenicano Bartolomeo Medina (1528-81) la teologia si è orientata verso soluzioni che alcuni dicono sviluppo ed evoluzione dell'antica, mentre per altri sono deviazione e spezzamento di continuità (v. probabilismo). Quindi, dal sec. xvi in poi, intorno al concetto di partito più o meno sicuro, più o meno o egualmente probabile, largo, rigido e rigoroso, si sono venuti schierando vari sistemi che hanno nome di tuzionismo (v.) assoluto e mitigato, lassismo (v.), probabiliorismo (v.), equiprobabilismo (v.), compensazionismo (v.) e probabilismo.
L'esistenza dei sistemi non dispensa alcuno dalla sincera ed ardente ricerca della verità e soprattutto dai grandi accorgimenti della prudenza. D'altra parte la questione non pare ancora chiusa. La teologia morale, come quella speculativa, è in via di progresso e nulla impedisce di sperare e magari di provocare, con contributi più reali di una critica semplicemente negativa, l'avvento di qualche cosa di meglio che prenda il posto dei sistemi e del sistema.
Bibl.: tutti i moralisti nel trattato De conscientia, particolarmente : s. Alfonso M. de' Liguori, Theol. moralis, I, nn. 55-89. ed. L. Gaudé, I, Roma 1909, pp. 25-70. Cf. ancora: DöllingerReusch, Gesch. der Moralstreitigkeiten in der röm. Kirche seit dem 16. Jahrb., Nordlingen 1889; J. Ternus, Zur Vorgesch. der Moralcyst, von Victoria bis Medina, Paderborn 1931; A. O. Schilling, Moralsysteme, in LThil, VII, coll. 313-19. Luigi Macali
SISTERON, diocesi di: v. digne, diocesi di.
SISTINA, GAPPELLA: v. cappella musicale.
SISTO I, PAPA, santo. - Sesto successore degli Apostoli, il suo pontificato si può approssimativamente porre tra il 115 e il 125 . Floro per primo lo inseri nel suo Martirologio donde passò in quello Romano in cui è commemorato il 6 apr. come martire, ma non consta di questa sua qualità, ignota alle antiche fonti ecclesiastiche.
Dall'autore del Liber Pontificalis è detto romano, figlio di un certo Pastore. Incerta è la cronologia del suo pontificato, come del resto quella dei papi dei primi due secoli. Secondo Eusebio (Hist. eccl., IV, 5) successe ad Alessandro e morì nel 128-29 dopo ca. 10 anni di episcopato; secondo il Catalogo Liberiano invece morì nel 126. Gli si attribuisce un decreto con il quale stabiliva che soltanto i ministri potessero toccare i vasi sacri, e che il popolo nelle adunanze liturgiche cantasse il Sanctus dopo l'intonazione del sacerdote celebrante. Fu sepolto in Vaticano.
Bibl.: Lib. Pont., I, p. 128; Tillemont, II, p. 240 sgg.; Acta SS. Aprilis, I, Parigi 1869, pp. 531-34; Martyr. Romanum, p. 125. Agostino Amore
## SISTO II,
PAPA, santo. - Pontificò dal 257 al 258. E commemorato nella Depositio martyrum il 6 ag. come sepolto nel cimitero di Callisto; alla stessa data e luogo lo ricordano il Breviario siríaco, il Calendario di Cartagine, i Martirologi latini, i Sacramentari e gli Itinerari. Il suo culto fu molto diffuso nell'antichità ed il suo nome fu inserito nel Canone romano.
Successe nel pontificato a Stefano con il quale, secondo la sua favolosa Passio, fu imprigionato. Sotto il suo breve pontificato pare che sia stata rapita la questione battesimale con s. Cipriano, se la Chiesa di Cartagine lo iscrisse nel suo Calendario liturgico ed il biografo di Cipriano, Ponzio, poté chiamarlo buono e pacifico. Alla composizione della questione influì certamente anche la mediazione di s. Dionigi di Alessandria il quale scrisse a S. tre lettere, in una della quali gli denunciava anche l'incipiente eresia di Sabellio (Eusebio, Hist. eccl., VII, 5-9).
S. cadde vittima del II Editto persecutorio di Valeriano. Del suo martirio rende testimonianza esplicita s. Cipriano (Zy., 82) il quale afferma che fu decapitato insieme con 4 diaconi, essendo stato sorpreso a celebrare la liturgia nel cimitero di Callisto. Sul luogo del martirio fu edificata una "cella memoriae" e papa Damaso ne orno il sepolcro con un carme. Sul numero ed i nomi dei diaconi uccisi con S. le fonti sono discordi ma non contradditorie. Ai quattro di s. Cipriano il Liber Pontificalis ne aggiunge altri due portando il numero a sei; nella Depositio Martyrum al 6 ag. sono anche commemorati Felicissimo ed Agapito dei quali espressamente Damaso dice che furono diaconi di S. Inoltre l'ultimo diacono del collegio, Lorenzo, subì pochi giorni dopo anche lui il martirio, sicché tutti e sette i diaconi furono massacrati. Il fatto è testimoniato dal Liber Pontificalis il quale afferma che dopo la morte di S. la Chiesa romana fu retta dal collegio dei presbiteri e che uno di loro, Dionigi, e non un diacono come era consuetudine, fu chiamato a succedergli.
Bibl.: Lib. Pont., I, p. 155 ag.; Acta SS. Augusti, II, Parigi 1867, pp. 124-42; P. Franchi de' Cavalieri, Un recente studio sul luogo del martirio di s. S. II, in Note agiografiche, VI (Studi e testi, 33), Roma 1920, pp. 145-78; H. Delehaye, Rech. sur le légendier rom., in Anal. Bull., 51 (1933), pp. 43-49; Martyr. Hieronymianum, p. 420 sg.; Martyr. Romanum, p. 325 sg.; A. Ferrus, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942,
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(let. Biblioteca Vaticana)
Sisto IV, papa - Gabriele Zorbi offre a S. IV le sue Ouastiones Metaphysicae. Miniatura che orna l'esemplare di dedica a S. IV stampato su pergamena a Bologna per i tipi di Giov. Valberli e Endrino van Haarlem. 10 dic. 1482 - Biblioteca Vaticana, membr. II, 19.
pp. 119-29, 122-26; R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topogr. della città di Roma, II, ivi 1942, pp. 22, 63; M. Combet-Farnoux, s. v. in DACL, XV, coll. 1501-15.
Agostino Amore
SISTO III, PAPA, santo. - Pontificò dal 432 al 440. Non consta che nell'antichità abbia avuto culto; fu inserito da Adone nel suo Martirologio donde passò in quello Romano, dove è commemorato il 28 marzo.
Romano, figlio del presbitero Sisto, pare che, essendo anch'egli sacerdote, abbia avuto simpatie per i pelagiani; ma dopo la condanna dell'eresia da parte del papa Zosimo (418) li abbandonò definitivamente e scrisse anche alcune energiche lettere contro di loro, tanto che s. Agostino dovette richiamarlo ad usare maggior prudenza e carità. Successe a Celestino (432) quando già l'eresia nestoriana era stata condannata (Efeso, 431; già nel 430 egli stesso aveva scritto direttamente a Nestorio esortandolo ad abbandonare il suo errore), ma trovò le Chiese d'Oriente divise per la nota questione tra s. Cirillo e Giovanni d'Antiochia. Ebbe però la consolazione di conoscere l'avvenuta pacificazione nel 433 e scrisse congratulandosene ai due protagonisti. Ricordando l'antica sua simpatia per i pelagiani, Giuliano d'Eclano cercò di brigare perché fosse riammesso alla comunione ecclesiastica, ma S. consigliato da Leone, il futuro papa, non si lasciò ingannare.
Fedele continuatore dell'attività primaziale dei suoi predecessori, scrisse una lettera a Proclo di Costantinopoli diffidandolo ad ingerirsi nelle questioni dell'Illirico, mentre confermava Anastasio di Tessalonica suo vicario per quelle regioni con diritto di confermare le nomine dei vescovi, giudicare sulle questioni, convocare e presiedere i sinodi. Non meno importante fu l'attività edilizia di S. A ricordo della definizione dogmatica di Efeso, che sanciva la divina maternità di Maria, rifece ed ampliò la
Basilica Liberiana ornandola con gli splendidi musaici tuttora esistenti; sistemò il Battistero lateranense come ancor oggi si vede; orno le confessioni delle basiliche di S. Pietro e S. Paolo e costrui un monastero « in catacumbas».
Morì nell'ag. 440 e fu sepolto fuori le mura presso la tomba di s. Lorenzo. Uno degli "apocrifi simmachiani" (v. sismmaco), Gesta de Xisti purgatione, riguarda S. Nel 433 l'ex console Basso accusò il Pontefice di impudicizia. Valentiniano III convocò allora un sinodo in S. Croce nel quale S. riusci a provare la sua innocenza; Basso fu scomunicato. Essendo poi questo venuto a morte, tre mesi dopo, il Papa stesso volle presiedere ai funerali e lo seppelli in S. Pietro.
Bim., Lib. Pont., I, pp. cxxvi sg., 232-37; Tillemont, XIV, pp. 259-67; Acta SE. Martii, III, Parigi 1865, pp. 711-14; Martyr. Romamm, p. 116; Fliche-Martin-Frutas, IV, p. 255 sg.
Agostino Amore
SISTO IV, papa. - N. a Celle presso Savona nel 1414 da Leonardo della Rovere e da Luchina Monleone, di modestissima condizione. Si fece frate minore assai giovane, studiò a Pavia e Bologna e completò i suoi corsi a Padova dove ottenne la laurea in teologia il 14 apr. 1444 ed insegnò poi filosofia e teologia con grande plauso (cf. G. Brotto - G. Zonto, La Facoltà teologica dell'Università di Padova, Padova 1922, p. 170 sg.). Insegnò poi a Bologna, Pavia, Siena, Firenze e Perugia. Fu quindi procuratore dell'Ordine a Roma, vicario del generale per lotta l'Italia, provinciale della Liguria e nel 1462 partecipò alla disputa sul Sangue di Cristo davanti a Pio II. Nel 1464 a Perugia fu eletto generale dell'Ordine e nel 1467 a Firenze presiedette al Capitolo generale. Paolo II il 18 sett. 1467 lo creò cardinale di S. Pietro in Vincoli. Alla morte di Paolo II, dopo un conclave durato appena tre giorni, il card. della Rovere fu creato pontefice il 9 ag. 1471 con il nome di S. IV e coronato il 25.
Largo e facile nello spenderc, S. lasciò alla morte la finanza pontificia del tutto dissestata; ma particolarmente dimostrò la sua liberalità verso i suoi parenti, i quali si affrettarono a riempire la corte trascinando seco numerosi contorranci; uffici e prebende ecclesiastiche e civili furono largamente loro distribuiti. Di Bartolomeo, fratello del Papa, fu figlio Leonardo, il "prefetto piccolino" di Roma che sparì presto; l'altro fratello Raffaello ebbe ben più numerosa figliolanza: Giuliano che fu poi Giulio II, Giovanni che divenne signore di Sinigallia e poi prefetto di Roma, Luchinetta sposa prima nei Gara, poi nei Franciotti, Bartolomeo frate minore, poi vescovo di Massa e rivestito di alti incarichi. Il Papa ebbe anche due sorelle: Bianca sposa nei Riario (v.) e Luchina sposa nei Basso, da cui Girolamo Antonio cardinale. Nel breve tempo in cui visse fu il card. Pietro Riario (m. il 5 genr. 1474) che "tenne ambo le chiavi" del cuore del Papa, mentre il card. Giuliano della Rovere, causa le sue frequenti assenze, non esercitò influenza preponderante. Chi signoreggiò invece, tanto che poté essere chiamato Ecclesiae imperator, fu Girolamo, fratello del card. Pietro, cui questi nel 1473 aveva ottenuta la signoria di Imola e la mano di Caterina Sforza.
Primo proposito di S. IV fu quello della guerra contro il Turco che si faceva sempre più minaccioso; pensò da principio di radunare un concilio a tale scopo; poi spedì presso i principí d'Occidente cinque cardinali legati (23 dic. 1471); quindi insieme con Napoli e Venezia armò una flotta che operò in Oriente sotto il card. Oliviero Carafa e poi sotto l'arcivescovo Lorenzo Zane (1472-73).
Politica di Paolo II era stata quella di tenere in pace l'Italia superando le ambizioni e le gelosie dei principi ed insieme di mantenere tranquilla l'Urbe dalle discordie intestine sempre rinascenti. S. IV da principio, di fronte all'unione Milano-Venezia-Firenze, si legò con Napoli e Siena (1476), donde ne venne la congiura de' Pazzi contro Lorenzo de' Medici favorita da Girolamo Riario (26 apr. 1478), la scomunica di Lorenzo e l'in-
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terdetto contro Firenze, la guerra condotta da Napoli e dal Papa; finché, fattasi pace fra Napoli e Firenze (marzo 1480), anche il Papa vi accedette. Nel frattempo S. IV aveva stretto alleanza con Venezia; però di nuovo dovette provvedere contro il pericolo turco ed aiutare i cavalieri Giovanniti nella vittoriosa resistenza a Rodi ed intervenire al fianco del re di Napoli quando nel luglio 1480 i Turchi s'impadronirono di Otranto, donde non furono ricacciati che il io sett. 1481. La pace fu di nuovo turbata in Italia quando nel maggio 1482 scoppiò la guerra tra Venezia e Ferrara; ben presto anche Napoli mosse contro Venezia; i Colonna si misero con Napoli ed ebbero contro gli Orsini; l'esercito napoletano mosse contro Roma ma il 21 ag. fu sconfitto a Campomorto da Roberto Malatesta condottiero papale e s'ebbe pace da quella parte il 24 dic. 1482 . Invece si insaprirono le relazioni con Venezia che mirava ad impadronirsi di Ferrara. S. IV lanciò l'interdetto contro Venezia il 24 maggio 1483 e si collegò con Ferrara e con Mantova; la Pace di Bagnolo ( 7 ag. 1484) fra Milano e Venezia pose fine a queste lotte. Ma nemmeno all'interno Roma seppe tenersi in pace causa le turbolenze dei suoi cittadini; si ebbero infatti le sanguinose contese fra i Santacroce ed i Della Valle complicate con quelle fra gli Orsini ed i Colonna; avversati questi ultimi dal conte Giacomo Riano; il supplicio del protonotario Lorenzo Colonna, capo della sua casa ( 30 giugno 1484) e fiero rivale del Riario, non valse ad estinguere le discordie.
S. IV celebrò nel 1475 il Giubileo; ma non fu in grado di promuovere un'efficace riforma nella Chiesa, e sotto il suo pontificato maturarono sempre più nella disciplina ecclesiastica abusi depressiti ormai da lungo tempo. Non mancò S. IV di prendere provvedimenti per lo sviluppo dell'agricoltura intorno Roma e per l'annona della città; ma per far denaro accrebbe uffici venali e riempì la Curia d'ufficiali nuovi. Fu molto munifico verso la Basilica Vaticana, edificò la Cappella Sistina o nuova, inaugurata nel 1483 , ricostrui le chiese dei SS. Apostoli e del suo Ordine, di S. Maria del Popolo per gli Agostiniani, di S. Maria della Pace con il chiostro per i Canonici Regolari; provvide alla sistemazione della Biblioteca Vaticana. A comodo ed ornamento della città ricostrui il Ponte Sisto e attese a rendere larghe, pulite e selciate molte strade, togliendo brutture ed ostacoli. Provoco in ciò l'emulazione di curiali e cardinali nel costruire palazzi; monumenti funebri sontuosi invasero le chiese; pittori, scultori, architetti fra i più illustri, accorsi da ogni parte, furono in grado di dar nuovo lustro alla città che andava rinnovandosi secondo i canoni dell'arte rinascimentale ed anche gli studi trovarono sempre mag-

Sisto IV, papa - Particolare del monumento sepolcrale di S. IV, opera di A. del Pollaiolo (1484-93). Nel fregio sono raffigurate le Virtù, nel basamento sono raffigurate le Arti Liberali, con la Teologia, la Filosofia e la Prospettiva - Vaticano, Grotte.
gior favore. S. IV mori il 12 ag. 1484. Il bellissimo sepolcro bronzeo del Pollaiolo raccolse le sue spoglie. Vedi tav. XLVIII.
Biel.: oltre i cronisti romani scrissero di S. IV: Giacomo Gherardi di Volterra, Diario Romano, ed. E. Carusi, in RIS, $2^{2}$ ed., XXIII (1904), p. 11; Sigismondo de' Costi, nella Storia dei suoi tempi, Roma 1883, lodando senza riserve il Pontefice e i suoi; Stefano Infossura, Diario della città di Roma, ivi 1890 , p. 74 seg. ardente portigiano dei Colonna, infamandone la memoria; il Platina da S. IV ammesso alla Biblioteca gli è favorevole: cf. Vita Stati IV, attribuita al Platina, in RIS, $2^{2}$ ed., III, II, coll. 1033-69; Platina, De vita Christi et omnium pontificum, ibid., III, I, col. 398 sgg.; interessante è Un carme biografico di S. IV del 1477, a cura di V. Pacifici, Tivoli 1924. Critica: Pastor, II, p. 429 sge.; P. Paschini, Roma nel Rinascimento, Bologna 1940, p. 239 sgg.; P. Ourliac, Le Concordat de 147 c. Etude sur les rapports de Louis XI et de Sisto IV, in Rev. hist. de droit franculi et étranger, 19 (1942), p. 174 sgg.; 20 (1943), p. 117 sgg.; F. Morandini, Il conflitto tra Lorenzo il Magnifico e S. IV dopo la Congiura dei Pazzi, in Arch. Stor. ital., 107 (1949), pp. 113-34; A. Fiche-V. Martin, Hist. de l'Eglise, XV, Parigi 1931, p. 74 sgg. Pio Paschini
SISTO V, papa. - N. a Grottammare (Ascoli Piceno) il 13 dic. 1520 , m. a Roma il 27 ag. 1590.
I. Prima del Pontificato. - Felice Peretti, di poverissima famiglia di Montalto Marche, attese da fanciullo ai lavori più umili della campagna. Entrato a dodici anni fra i Minori Conventuali, ottenne a Fermo la laurea in teologia ( 1548 ); si procacciò vasta cultura, specialmente nella teologia; raccolse una ricca biblioteca; acquistò fama di predicatore insigne. Fu inquisitore a Venezia (1557), consultore dell'Inquisizione romana (1560), procuratore generale e, più tardi, vicario dei Conventuali, inviato con il card. Boncompagni nella Spagna, vescovo di S. Agata dei Goti (1566) e di Fermo (1571-77). Godette la fiducia di s. Pio V, che nel 1570 lo creò cardinale; fu invece in relazioni non cordiali con il Boncompagni, Gregorio XIII. Visse allora ritirato, dedicandosi agli studi e in particolare a una nuova edizione delle opere di s. Ambrogio, che riusci difettosa per il metodo tutto personale e lontano da giusta critica. Alla morte di Gregorio, in un conclave, in cui gli interessi religiosi prevalsero sui politici, il "cardinale Montalto" fu per unanime votazione eletto papa (24 apr. 1585 ).
II. Carattere e programma di S. - S. spiegò nel pontificato l'energia indomita di una natura "terribile"; al suo carattere rigido, autoritario, violento, tenace, si congiungevano tuttavia pietà, semplicità di vita, generosità. Pure procurando le fortune dei suoi, si tenne lontano da eccessi di nepotismo; ponendo al suo fianco il nipote Alessandro, che da lui aveva avuto a 15 anni il cognome e la porpora, e altri consiglieri degni di fiducia, riservò tuttavia a sé ogni affare di rilievo. E consacrò il pontificato alla difesa della fede cattolica, alla riforma della Chiesa, alla esaltazione della sede apostolica.
III. Difesa della fede e dell'autorità papale. - Non amante di controversie dottrinali, S. evitò di prendere posizione decisa nella questione della Grazia, ardente allora specialmente fra Gesuiti e Domenicani: quando la Facoltà di Lovanio, per impulso del Buio, gli condannato dai pontefici precedenti, censurò 34 proposizioni del gesuita Lessius, S. impone silenzio alle due parti, tacite disapprovazione della censura; ma non prese altri provvedimenti. Accrebbe tuttavia la competenza dell'Inquisizione romana "procurò l'istituzione di nuovi suoi tribunali; pensò anche alla pubblicazione di un nuovo Indice, che fu impedita dalla morte.
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Volle dare un saldo fondamento scritturale alla dottrina religiosa, promovendo edizioni della Bibbia. Furono pubblicati il testo greco dei Settanta e la sua versione latina (1587-88). Fu affidata a una commissione l'edizione critica della Volgata; ma S. avocò a sé le conclusioni e volle stabilire di proprio pugno il testo con correzioni, introduzioni di note marginali, omissioni arbitrarie. La Volgata sistina uscì nel 1590 con i tipi del Basa, preceduta da una bolla, che la dichiarava unica versione autorizzata. Ma le critiche, di cui fu interprete lo stesso Bellarmino, furono tali che il Papa non sembra avere curato la promulgazione della bolla nelle forme dovute, sicché essa non ebbe vigore di legge. Dopo la morte di lui, la vendita della nuova Volgata fu sospesa e ne furono ritirati gli esemplari: Clemente VIII provvide a una nuova edizione, conservandole tuttavia il nome di S.
Questi fece anche continuare dal Baronio la riforma del Breviario romano; creò per una nuova edizione delle Decretali una commissione, che non riusci a finire il lavoro prima che egli morisse; promosse la pubblicazione delle Costituzioni pontificie da Leone I, opera di Laerzio Cherubini, uscita con il titolo Bullarium nel 1586; curò la raccolta degli atti della Camera Apostolica; aveva pensato anche a un archivio ecclesiastico centrale per tutto l'Italia.
Gelosissimo dell'autorità del pontefice, resistette non solo alle pretensioni dei rappresentanti di Filippo II in Italia, ma a provvedimenti dello stesso re : quando costui emanò una Prammatica dei titoli, che regolava anche quelli degli ecclesiastici ( 1586 ), S. minacciò di metterla all'Indice e parlò a