ll'autorità del pontefice, resistette non solo alle pretensioni dei rappresentanti di Filippo II in Italia, ma a provvedimenti dello stesso re : quando costui emanò una Prammatica dei titoli, che regolava anche quelli degli ecclesiastici ( 1586 ), S. minacciò di metterla all'Indice e parlò addirittura di scomunicare il re.
IV. Opera nipormatrice. - La riforma cattolica fu al sommo dei pensieri di S. Egli curò il miglioramento del clero romano; commino pene contro la simonia; impedì le infrazioni alla disciplina claustrale; vigilò sull'obbligo della residenza dei vescovi e dei curati. Diede incremento alla pietà religiosa, ristabilendo le funzioni stazionali nelle basiliche romane, introducendo la festa della Presentazione di Maria, estendendo alla Chiesa universale quella di S. Antonio di Padova, canonizzando il domenicano Ludovico Bertrand (1586) ed il laico francescano Diego de Alcalá (1588), proclamando dottore della Chiesa s. Bonaventura.
Fu particolarmente benevolo all'Ordine francescano; ma anche ad altri Ordini fu largo di favori; approvò i Foglianti, ramo dei Cistercensi, e i Camilliani (1586). Non troppo amico ai Gesuiti, approvò tuttavia i decreti dell'Inquisizione in loro favore sulla questione del valore dei voti semplici, pronunciati dai non professi, e impose il rilascio di quattro padri arrestati dall'Inquisizione spagnola. Ma volle che una commissione rivedesse le Costituzioni ignaziane e impose al generale Acquaviva il cambiamento del nome di "Compagnia di Gesù", provvedimento non attuato per la sua morte.
Per mezzo dei suoi nunzi promosse la riforma cattolica e la repressione dell'eresia nell'Europa centrale; poté ottenere che fossero nominati i titolari dei vescovati di Ungheria, da lungo tempo vacanti; fondò a Graz una Università, affidata ai Gesuiti (1588). La debolezza dell'imperatore Rodolfo II e i suoi attriti con il Papa impedirono maggiori progressi del cattolicesimo. Risultati maggiori si ottennero nella Svizzera e nella Germania occidentale con il ristabilimento della Chiesa cattolica nei monti di Appenzell e la conversione del marchese del Baden.
S. favorì le missioni dei Gesuiti nel Giappone, dove eresse a Funai un vescovato, e quelle dei Domenicani e dei Francescani nelle Filippine e nell'America latina; tentò di unire le Chiese orientali e i Copti egiziani con Roma.
Ebbero particolare importanza nella vita della Chiesa alcuni provvedimenti di S. Fin dal 20 dic. 1585 egli impose la visita dei vescovi «ad limina Apostolorum», mettendo il Capo della Chiesa a contatto con le singole diocesi. Con la bolla Postquam verus ( 3 dic. 1586) mise in luce l'alta dignità dei cardinali, i loro doveri, l'opportunità di sceglierli nelle varie nazionalità (v. cardinale, II). Diede alla Curia l'ordinamento, che le rimase fino alla riforma di Pio X (v. congregazioni romane, sacre, I), costituendo con la bolla Immenza Dei (22 genn. 1588) 15 congre-

(da L. von Poster, S. V. il creatore della nuova Roma, Roma 1822, inv. 11.)
Sisto V. papa - Busto della cattedrale di Treia.
gazioni cardinalizie, delle quali 9 per gli affari spirituali (Inquisizione, Indice, Concilio, Vescovi, Regolari, Concistoriale, Segnatura di Grazia, Riti, Tipografia Vaticana), 6 per gli affari temporali (Consulta, Flotta, Università romana, Annona, Strade ponti acquedotti, Tasse) : le Congregazioni si dovevano riunire ogni settimana, e pure ogni settimana doveva essere tenuto concistoro. I cardinali poterono così attendere, in unione con il Pontefice, al governo della Chiesa con maggiore indipendenza dalle potenze laiche, con opportuna divisione del lavoro, con maturità di giudizio. Fra i cardinali furono annoverati uomini degni, come Federigo Borromeo, a 23 anni, e Scipione Gonzaga, il protettore del Tasso (1587).
V. Attività nella politica internazionale. - Gli interessi della Chiesa furono la mira costante di S. anche nella sua opera politica. Legato per necessità al re di Spagna, che si presentava quale campione dell'ortodossia, S. ebbe cura di impedire l'accrescimento pericoloso della sua potenza e si studiò di mantenere la pace fra i cristiani.
Nella politica italiana, si tenne stretto a Venezia, in cui vedeva non solo un baluardo contro i protestanti ed i Turchi, ma una limitazione della preponderanza spagnola; e favorì i disegni di Carlo Emanuele I, che tornavano indirettamente a danno della Spagna.
La condizione confusa e mutevole della Francia poneva S. in difficoltà molto gravi, fra le quali dovette muoversi con estrema cautela e non seppe, o forse non poté, evitare contraddizioni ed errori. Egli avrebbe voluto che fosse soffocata qui l'eresia degli Ugonotti e impedita la successione del loro capo Enrico di Navarra; ma non approvava l'atteggiamento ribelle dei Guisa e della Lega cattolica di fronte al re Enrico III, temendo da un lato che questi si stringesse con gli Ugonotti, dall'altro che una vittoria della Lega con l'aiuto della Spagna aumentasse la potenza di questa. Cercò quindi che i cattolici facessero blocco intorno al re; e quando questi conchiuse una
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effimera alleanza con la Lega ( 7 luglio 1585 ), emanò una bolla contro il Navarra e il Condé, dichiarandoli decaduti da ogni diritto alla successione e all'obbedienza dei sudditi ( 9 sett. 1585). Ne seguirono non solo una violenta reazione degli Ugonotti, ma l'adesione al Navarra di molti cattolici, insufficenti della intromissione papale nella questione dinastica. Dopo la rottura del Re con la Lega, il trionfo del duca di Guisa a Parigi, la fuga del Re, l'assassinio del duca e del cardinale di Guisa e l'imprigionamento del cardinale di Borbone e dell'arcivescovo di Lione per opera del re ( 1588 ), S., pure biasimando la condotta del Guisa, condanno la viltà del Re e l's homicidio ", con cui egli aveva preteso di riscattarla, deplora come "delitto sacrilego ed inaudito" l'uccisione del cardinale di Guisa, impose come condizione per assolvere il Re la liberazione dei due prigionieri. Ma si rifiutò a una più cnergica azione voluta dalla Spagna; non aderì alla rivolta della Lega e della "Unione" di Parigi contro Enrico III e, quando questi si uni con il Navarra contro Parigi, cmano contro di lui un monitorio "medicinale et non mortale" ( 24 maggio 1589). Ucciso Enrico III ( $1^{\circ}$ ag. 1589), cercò di escludere dal trono il Navarra, se persistesse nell'eresia, ed entrò in conflitto con Venezia, che l'aveva riconosciuto come re Enrico IV. Ma non prese contro la repubblica alcun provvedimento di rigore e si dimostrò assai riservato di fronte alla Lega e al cardinale di Borbone, proclamato da questo re Carlo X. E, sebbene facesse pervenire a Madrid un progetto di alleanza con la Spagna, non ratificò il Trattato, non accolse le pretensioni della Spagna che fossero scomunicati i cattolici aderenti ad Enrico IV e cacciato da Roma il loro legato, minacciò di scomunicare Filippo II, che pareva disposto a separarsi dall'obbedienza al Pontefice per difendere da solo "la causa di Cristo". Morto Carlo X ( 9 maggio 1590), delineandosi già la vittoria di Enrico IV, tuttora eretico, S. fece preparare un nuovo trattato con la Spagna; ma non ratificò neppure questo e, di fronte alle pressioni della Spagna, minacciò di denunziarne le mire ambiziose e dichiarò di non volere chiudere al Navarra la via del ritorno alla Chiesa e quindi l'accesso al trono. Egli preparava così il futuro riconoscimento del convertito Enrico IV da parte del Papa e la risurrezione della Francia, che stimava necessaria all'equilibrio dell'Europa.
Contro Elisabetta d'Inghilterra, "la nuova Gezabele ", S., vivente ancora Maria Stuart, sollecitò un intervento armato della Francia e della Spagna; ma non v'è prova seria che avesse parte nei disegni della congiura, che ebbe nome dal Babington. Dopo l'uccisione della Stuarda, fece concessioni e promesse a Filippo II; ma non gli accordo l'investitura del regno, limitandosi a stabilire, in un patto segreto con lui ( 29 luglio 1587), che sarebbe eletto nell'Inghilterra un re cattolico. E, sebbene rinnovasse contro Elisabetta la scomunica e la sentenza di deposizione, non cessò di sperare che la regina, della quale non disconosceva le doti singolari, si inducesse alla conversione. Poco fiducioso nella riuscita della spedizione della grande "Armada" spagnola, non volle, dopo la disfatta di questo (luglio - ag. 1588), dare a Filippo II danaro per nuovi apparecchi di guerra.
Riprese il disegno di una crociata contro i Turchi, sollecitando Venezia a prepararsi in segreto. Accolse con favore il proposito del re polacco Stefano Bàthor; di sottomettere la Russia e assalire i Turchi con forze polacche e russe e con l'aiuto della Persia e dei Tartari. Morto il Re ( 12 dic. 1586), favorì la candidatura di uno degli Asburgo, da cui sperava aiuto per la crociata; ma riconobbe re il vittorioso Sigismondo di Svezia e procurò per mezzo del suo numzio la pace fra questo e gli Asburgo. Pensò anche a una guerra contro i barbareschi dell'Africa e alla conquista dell'Egitto; ma non riuscì a guadagnare all'impresa Filippo II, assorto nel suo disegno di egemonia sull'Europa.
VI. Governo dello Stato papale. - All'autorità spirituale del Pontefice e alla sua opera riformatrice, S. volle dare saldo presidio nello Stato temporale. Primo suo compito quale sovrano fu la lotta senza quartiere contro il brigantaggio, diventato flagello sotto il debole
governo del suo antecessore. Il divieto di portare armi sotto pena di morte, l'impunità e i premi a chi consegnasse, vivo o morto, un bandito, la proibizione ad ambasciatori, baroni, comuni di ostacolare l'arresto di banditi, l'accordo con gli Stati confinanti per impedirne il rifugio, le esecuzioni capitali anche di persone autorevoli, l'esposizione delle teste a ponte S. Angelo, se non estirparono del tutto la mala pianta, ne contennero efficacemente lo sviluppo, finché rasse il Pontefice. Le coste erano difese da una piccola flotta, sicché una medaglia commemorativa poté vantare che nello Stato fosse "terra marique securitas ".
Parve eccessiva la severità di S. nel punire con numerosissime condanne, anche di morte, colpe più o meno gravi, quali l'adulterio, l'incesto, l'aborto, la sodomia, il furto, la bestemmia, le scommesse e il giuoco, la trasgressione del precetto domenicale, la diffusione di notizie false o calunniose. I provvedimenti contro le meretrici ed il lusso non conseguirono l'intento di moralizzare pienamente la città, quantunque ne migliorassero il costume.
Per raccogliere in Castel S. Angelo un tesoro di 4 milioni di scudi d'oro, che doveva servire alle supreme necessità della Chiesa e dello Stato, S. non solo ricorse a rigide economie, ma estese la venalità degli uffici, aumentò di numero e di capitali i "Monti", prestiti fatti allo Stato, che, in cambio di interessi, vedeva il gettito di certe entrate, inasprì le imposte, con pericolo dell'attività economica dei sudditi: provvedimenti in uso in quell'età, ma non lodevoli né utili.
Sono invece meritevoli di alta lode la cura di lui per una rigida e imparziale amministrazione, la sollecitudine per le "cause de poveri ", la protezione all'industria e al commercio, l'approvvigionamento di Roma, il lavoro procurato a migliaia di disoccupati in una casa a Ponte Sisto, l'apertura di un ospizio di mendicità per chi non potesse lavorare. E fu ardita, nobilissima impresa la sua, del prosciugamento delle paludi a Ravenna, sotto Orvieto, alle foci del Tevere, e soprattutto delle Pontine, la cui bonifica egli condusse innanzi per tre anni con meraviglioso vigore.
Particolare favore S. diede alla regione nativa: eresse a Bologna un collegio Montalto per giovani delle Marche; costituì un tribunale supremo a Macerata, innalzò Fermo a sede arcivescovile, Montalto, S. Severino, Tolentino e Loreto a vescovili; a Loreto compì importanti lavori, fra cui la nuova fortificazione della città.
VII. Mecenatismo di S. ; la Roma nistina. - Come i più celebri papi del Rinascimento, S. fu largo protettore della cultura e dell'arte, favorì l'Università romana rinnovando il Collegio dei professori ( 1586 ); creò le Università di Fermo, di Graz, di Quito; istituì, oltre al Collegio di Bologna, quello francescano di S. Bonaventura a Roma; fece eseguire nel cortile di Belvedere un nuovo grandioso edificio per la Biblioteca Vaticana, con una vasta sala decorata riccamente in cui sono rappresentati i trionfi della Chiesa e di S.; aprì in Vaticano una tipografia affidata a Domenico Bass; concesse privilegi e sussidi e procurò libri e manoscritti per le pubblicazioni di opere insigni, come gli scritti di s. Bonaventura e gli Annali del Baronio.
Ma soprattutto egli volle che il Papato rifiorente avesse degna sede in Roma. Ancora cardinale, aveva fatto costruire fra il Viminale e l'Esquilino la magnifica villa Montalto, su disegno di Domenico Fontana, che fu poi esecutore principale delle grandi opere di lui Papa. Nel pontificato affidò a Giacomo della Porta il compimento della cupola di S. Pietro, dentro alla cui lanterna sono in mussico il suo nome e la data, 1590 ; iniziò la costruzione del nuovo Palazzo vaticano, che è tuttora residenza abituale dei Pontefici; fece eseguire la scala monumentale dal Vaticano a S. Pietro, terminò, ingrandendolo, il Palazzo del Quirinale; innalzò quello del Laterano e la facciata settentrionale della Basilica, con la loggia delle benedizioni. Presso al Laterano trasportò la Scala Santa, aggiungendo al Sancta Sanctorum le due cappelle laterali ed il portico. Ricostruì molte chiese romane; a S. Maria
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Maggiore edificò la grande cappella accanto alla navata destra, collocando sotto l'altare l'oratorio del Presepio e facendo innalzare sulle pareti laterali il sepolcro di s. Pio V ed il suo.
Ripristinò con gigantesco lavoro l'acquedotto alessandrino, l'« Acqua Felice», che giungeva fino all'Aracoeli e al Pincio e alimentava grandi fontane, tra cui quella del Mosè a S. Susanna. Per facilitare l'afflusso dei pellegrini alle basiliche costrui lunghissime strade, come il rettilineo da S. Maria Maggiore al Pincio, parte del quale ha tuttora il nome di Via Sistina. Amplió le piazze; pensò a costruire un grande bacino a Piazza Termini, derivandovi le acque dell'Aniene.
Non sempre in questi lavori si dimostrò buon gusto d'arte; né furono rispettati monumenti antichi e venerandi : andarono distrutti imponenti avanzi delle Terme di Diocleziano e il Settizonio di Settimio Severo. Ma le colonne Traiana e Antonina furono restaurate e sornontate dalle statue degli Apostoli, a dimostrare come il mondo pagano preparasse il trionfo del cristianesimo. E dalle rovine degli edifici romani furono tratti gli obelischi, innalzati all'inizio della Via Sistina, a S. Giovanni, a S. Croce, a Piazza del Popolo : celeberrimo quello di Piazza S. Pietro, che fu trasportato dal circo di Nerone e sollevato sotto la direzione del Fontana, fra l'entusiasmo del popolo (1586) : le iscrizioni sull'obelisco e sul basamento, inneggianti alle vittorie e al Regno del Cristo, dimostrano quale fosse il pensiero del Papa.
VIII. Uno sguardo all'opera di S. - Dopo avere tenacemente resistito all'indebolimento delle forze e alle gravi cure dello spirito e atteso fino all'ultimo agli obblighi dell'altissimo ufficio, S. chiuse piamente il suo pontificato, che forse la sua attività febbrile aveva reso più breve. La plebaglia, irritata per la rigida giustizia e le gravi imposte, tentò di rovesciare la statua crettagli dal Senato nel Palazzo dei Conservatori; la salma del Pontefice, prima sepolta provvisoriamente in S. Pietro, ebbe tuttavia degno riposo nel monumento di S. Maria Maggiore. La posterità ha reso giustizia al grande Pontefice. Uomo di larghissime vedute, di smisurati propositi, di ferrea volontà, di operosità infaticabile, S. non sempre riusci ad attuare i suoi disegni, né seppe attuarli felicemente. Ma il suo pontificato segnò nella storia della Chiesa dello Stato papale, di Roma un'orma incancellabile. Anche gli aneddoti, veri e non veri, fioriti intorno a lui, mostrano come sia viva ancora la sua memoria. - Vedi tav. XLVIII.
Bibl.: Pastor. X: A. Teetaert. Svate Quint. in DThC. XIV (1941), coll. 2217-38. Nell'uno e nell'altro luogo bibl. ricchissima: v. in particolare, tra le fonti, oltre alle inedite, gli Acta consistorialia, il Bullarium Romanum, i Documents chiziani, pubblicari del Cu gnoni, la Relazione del Priuli, l' Autobiografia e il Diario del card. Santori; tra le opere, Bordinus (1588), Robardus (1590), Cicarelli (1693), Maffei (1747), Tempesti (1754), von Ranke (1885), Hübner (1890), Reulich (1892), Orbaan (1911 e 1913), Balzoni (1913), Pastor (Sisto V, Roma 1922), Pistoiesi (1921), Sparacio (1922), Aggiungi J. A. F. Orbaan, Documents inédits sur la Rome de Siste V et du card. Parnèse, in Mélanges d'arch. et d'histoire, 42 (1925), pp. 67-116; M. de Boüard, Sixte-Quint, Henri IV et la Ligue, in Revue des quest. bistor., 116 (1932), pp. 59-140; L. M. Parsonod, Sisto V. il genio della potenza. Firenze 1935, Cf. inoltre G. Ramacciotti, Le spese private di Sisto V, in Archivi, 7 (1940), p. 203 sgg.; G. Drei, Alessandro Farnese e Sisto V, in Archivi d'Italia, 9 (1942), pp. 5-24; M. H. Laurent, Siste V e le p. Ange de Joyeuse, in Collectanea franc., 12 (1942), pp. 552556; Ottavio da Alatri, Annali del pontificato di Sisto V, in Italia frances., 18 (1943), pp. 3-10, 89-95. Giovanni Battista Picotti
SISTO di Siena. - Biblista, n. a Siena nel 1520 da genitori ebrei, m. a Genova nel 1569. Da giovane S. si convertì ed entrò fra i Francescani. Accusato di eresia o di ricaduta nel giudaismo, fu condannato al rogo; ma, persuaso dal card. Ghisleri, si ritrattò e fu graziato da Giulio III. Quindi entrò fra i Domenicani e godette la fiducia di s. Pio V (Ghisleri), che gli affidò vari incarichi riguardanti l'Inquisizione. In particolare S. esplicò la sua attività a Cremona, controllando le pubblicazioni ebraiche. Ivi salvò non pochi manoscritti e libri in tale lingua. S. esplicò

Suviglia, arcidiocesi di - Il campanile della Cattedrale, detto La Giralda (sec. xII).
anche un'intensa attività oratoria, specialmente a Genova, ove visse a lungo.
Di lui resta un'opera fondamentale, ossia Bibliotheca sancto... ex praecipuis catholicae Ecclesiae auctoribus collecto et in acto libris digesto (Venezia 1566; spesso ristampata); è la prima introduzione (v.) biblica completa e condotta con vero senso critico. S. vi parla del numero, della divisione e dell'autentia dei Libri Secri (l. I), dei vari scritti e scrittori ricordati nella Bibbia (1. II), dell'ermeneutica (1. III: De act: expencrall sacra volentura, ristampata anche a parte, Colonia 1577), degli esegeti cattolici (1. IV), dell'autorità esegetica di quanti a ve vano commentato il Vecchio e il Nuovo Testamento (II. V-VI), delle critiche, con la loro confutazione, mosse contro gli scritti secri (II. VII-VII). In tale opera si trova per la prima volta la divisione dei libri biblici in "protocanonici" e "deuterocanonici" (e "apocrifi").
S. parla di vari altri suoi scritti, che non sono giunti fino ad oggi : un libro De sisi concordantiarum S. Bibliae, 4 libri su testi biblici di carattere astronomico, geografico, scientifico (Astronomicarum, geographicarum, physicarum quaestionum) o più discussi (In varios Divinae Scripturae locos problematicarum epistolarum liber), una concordanza od armonia dei 4 libri sapienziali (Proverbi, Ecclesiaste, Sapienza ed Ecclesiastice), commenti sulla Epistola ai Romani e su vari brani evangelici, oltre che sui primi capitoli del Genesi e di Giobbe, e su Ps. I e 51 (cf. Bibliotheca sancta [v. bibl.], pp. 475).
Bibl.: varie notizie e giudizi su S. furono raccolti da Th. Milante nelle pagine premesse alla sua edizione commentata della Bibliotheca sancta... I. Napoli 1742; D. Saul, Das Bibelstudium im Predigerorden, in Der Katholik, 82 (1902, 11), p. 442; M.-M. Gorce, Sixte de Sienne, in DThC, coll. 2238-39.
Angelo Penna
SIVIGLIA, ARCIDIOCESI di. - Arcidiocesi e capoluogo della provincia omonima nell'Andalusia (Spagna). L'arcidiocesi comprende, nel suo territorio di 27.716 kmq., le province civili di S. e Huelva, oltre a parte di quelle di Cadice, Cordova e Malaga. Ha una popolazione di 1.752 .000 ab., dei quali 1.751 .840 cattolici, distribuiti in 320 parrocchie, servite da 451 sacerdoti diocesani e 325 regolari; ha due seminari, 65 comunità religiose maschili e 216 femminili (Ann. Pont. 1953, pp. 403-404).
È l'antica Hispalis nella provincia betica. In S. furono venerati durante tutta l'epoca visigotica s. Felice diacono, ricordato al a maggio nel Calendario marmoreo di Carmona del sec. vi e in quello di Cordova del 961, e le ss. Giusta e Rufina, che, provocate dai pagani durante le feste delle Adonie ( 17 -19 luglio), spezzarono a S. il simulacro della dea fenicia Salambo e furono martirizzate (F. Cumont, Les Syriens en Espagne et les Adonies à Seville, in Syria, 8 [1927], pp. 330-41). La Passio (BHL,
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4369) pone il loro martirio al 19 luglio, come anche il Martirologio gerouimiano, che però nomina solo Giusta; i calendari mozarabici invece al 17 luglio. Le loro reliquie sono menzionate in epigrafi, una della quali è del 662 (J. Vives, Inscripe. crist. de la España romana y visigoda, Barcellona 1942, nn. 333 e 306).
Il primo vescovo noto è Marcello (sec. III), attestato dal Catalogo emilianense (ms. R. II, 18 dell'Escuriale); presente al Concilio nazionale di Illiberis nell'anno 300 fu Sabino (PL 84, 301); egli si fece poi rappresentare al Concilio d'Arles del 314. Nel 441 il vescovo Sabino II fu espulso dalla sede da una fazione appoggiata dal re svevo Rechila e in sua vece fu eletto un tale Epifanio (Idacio, Chron., ad ann. 441); Sabino II non poté rientrare in sede che nel 461 (Idacio, loc cit., in España Sagrada, IV, Madrid 1756, p. 426); Sallustio è nominato in un documento del 30 nov. 520 (Jaffé-Wattenbach, n. 786) vicario del papa Ormisda; Zenone dato per predecessore di Sallustio alla fine del sec. v e vicario del papa Simplicio (ibid., n. 390) non fu vescovo di S., ma di Merida in Lusitania (v. J. Vives, Inscripe., cit., n. 363, commentario, in fine). La sede era metropolitana quando nel 589 il presule s. Leandro celebrò il primo Concilio provinciale e fu designato in un documento pubblico quale metropolitano della provincia lletica (PL 84, 358), titolo dato poi a tutti i suoi successori a cominciare dal fratello s. Isidoro (m. nel 636), il quale celebrò il secondo Concilio provinciale nel 610 e probabilmente anche un terzo, di cui si conserva solo un canone nella collezione pseudoisidoriana (Derrivales Pseudoisidorianae, ed. P. Hinschius, Lipsia 1863, p. 396). Durante il governo dei due santi fratelli la sede di S. ( $560-636$ ) in spiritualmente la vera capitale della Spagna; a s. Leandio si deve la conversione del popolo visigoto, solennemente proclamato nel III Concilio di Toledo del 589 (s. Isidoro, De viris ill., 57); s. Isidoro (v.) completò l'opera di lui, diede alla Chiesa visigota preziose leggi disciplinari nel IV Concilio di Toledo, ordinò la legislazione canonica nella Collectio Hispana, infuse grande vitalita alle scuole episcopali, e diede alla luce una produzione letteraria che lo rese il maestro, oltre che della Spagna, di tutta l'Europa medievale. I discepoli formati alla sua scuola estesero il suo influsso alle più importanti Chiese della penisola, quali Toledo e Saragozza. Grazie a questi due presuli di S. la Chiesa di Spagna si mantenne unita a Roma e ricevette incontaminato l'indirizzo pontificio. S. Isidoro fu anche maestro di monaci e la sua Regola contese per molto tempo con quella di s. Benedetto l'egemonia nei monasteri peninsulari, finché nel sec. XI trionfó definitivamente la Regola dell'abate di Montecassino in seguito alla riforma gregoriana.
I successori di Leandro e Isidoro fino all'invasione araba (711) sono noti soprattutto per il Catalogo emilianense e le sottoscrizioni dei Concilí di Toledo. Il vescovo Bracario nella seconda metà del sec. VII non fu l'autore del De ecclesiasticis dogmatibus come si è preteso (J. Madoz, in Recón y Fe, 122 [1941], pp. 237-39; Epistolario di Alvaro de Cordoba, ed. Madoz, Madrid 1947, p. 168, n. 15). Oppas, l'ultimo vescovo di questo periodo, tradendo la causa del re don Rodrigo, contribuì alla rovina della monarchia visigota e al trionfo degli Arabi invasori. S. fu sottomessa da Mūsā b. Nuṣajr nel 712 , e, dopo una sollevazione cristiana rapidamente soffocata, subì la dominazione araba per cinque secoli sotto un regime di tolleranza, con tutte le difficoltà che caratterizzano la storia dei cristiani mozarabici, pur conservando perfettamente l'antica organizzazione. Nell'interno della città si conservarono la chiesa metropolitana di S. Vincenzo e di Rubina (secondo la testimonianza di Ibn al-Qūtiijah: Iftitōh, 11) e quella delle SS. Giusta e Rufina; esse potevano essere riparate, ma non ingrandite, e il culto doveva limitarsi all'interno, senza alcuna manifestazione esterna. Probabilmente nel'825 furono martirizzati in Cordova i due fratelli Adolfo e Giovanni originari di S. (Martirologio di Usuardo al 27 sett.) e nell'856 la loro sorella Aurea, monaca nel monastero di Cutechara dopo la morte dei fratelli (v. s. Eulogio di Cordova, Memoriale Sanctorum, III, 17), vittime della persecuzione di 'Abd ar-

(per curlesia dell'Uficio Spagnolo del Turismo) Siviglia, abciolocesi di - Particolare del Cortile dell'Alcazar.
Raḥmān II e di suo figlio Muhammad (853-59), che era conseguenza di un proselitismo battagliero capeggiato da s. Eulogio, martire nell'859. E poiché i cristiani si offrivano spontaneamente al martirio, il Concilio di Cordova dell'852, presieduto da Reccafredo metropolitano di S. e provocato dallo stesso 'Abd ar-Raḥmān, proibì un tale procedere (v. s. Eulogio, op. cit., II, 16), però senza grande risultato: Alvaro de Cordova pone questo vescovo tra i persecutori dei cristiani (v. Vita Eulogii, n. 7). Un altro prelato di S., detto Juan, apostatò alla fine del sec. XI in mezzo ai tormenti e giustificò la sua condotta dichiarando che quel che importa per un cristiano non sono le labbra, ma la coscienza; che contro la sua volontà aveva negato con la lingua, e poiché egli era fedele a Cristo col cuore, non si doveva guardare a quel che le labbra manifestavano agli uomini (v. Ugo di S. Vittore, Ad archiep. Hispalensem, in España Sagrada, IX, $3^{\circ}$ ed., Madrid 1860, pp. 434-38). Degli altri prelati di S. dell'epoca mozarabica basta ricordare Nonnito, successore di Oppas Teudula, all'inizio del sec. IX, che scrisse contro l'adozianismo, e un altro Giovanni noto dall'epistolario di Alvaro di Cordova (Epp., III e VI; ed. cit.). L'ultimo noto fu Clemente (ca. il 1144) che dovette fuggire dalla sua sede appena eletto, al sopraggiungere degli Almohadi che furono fanatici persecutori dei cristiani fino al 1248 quando il re di Castiglia Ferdinando III il Santo riconquistò S., la città più importante della Spagna musulmana. Primo arcivescovo della nuova serie fu l'infante don Filippo figlio del re. Una delle personalità più notevoli di quest'epoca nella storia ecclesiastica di S. fu Rodrigo de Santaella, uomo di fiducia dei prelati di S. dal 1491 al 1509 , riconosciuto quale fondatore tanto dell'attuale Seminario (1505) che dell'Università civile (1508), eretti ambedue con bolle di Giulio II. Dopo che la città venne riconquistata dal re s. Ferdinando la formazione del clero venne fatta nello Studio generale, fondato presso la Cattedrale da Alfonso il Saggio; ma tale istituzione scomparve nel sec. xv e allora i due prelati Diego Urrado de Mendoza e suo fratello Diego de Deza diedero tutto
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(da K. Hielscher, La Spagna scomaclata, Dertino 1272, tav. 11) Siviglia, arcidiocesi di - Convento di S. Paolo, fondato nel 1475.
il loro appoggio all'erezione del Seminario; anzi il secondo fondò nel 1515 il celebre Collegio ecclesiastico di S. Tommaso; un terzo ne fu istituito da don Alonso Manrique ca. il 1532. Tra il 1614-33 sorsero altri tre collegi; il più importante fu quello fondato dal can. don Gonzalo de Ocampo nel 1615 . Dopo molte vicende provocate dalle rivoluzioni nei secc. xvili e xix, il Seminario rifiorì nel 1848, unificando quanto si era potuto salvare delle precedenti istituzioni; nel 1897 Leone XIII lo eresse ad Università pontificia e conservò tale carattere dopo la pubblicazione della cost. Deus asentiarum Dominus. In seguito alla scoperta dell'America S. divenne la capitale economica dell'Impero spagnolo, sede della casa di Contratación e passaggio obbligato per quanti, laici o ecclesiastici, si dirigevano nelle Indie occidentali; vi ha sede l'Archivio de Indias, che con oltre 3.000 .000 di documenti costituisce la fonte per la storia della colonizzazione ed evangelizzazione del Nuovo Mondo.
Sono da per tutto note le processioni della Settimana Santa in S., di ineguagliabile fervore religioso e di tipico carattere locale, organizzate dalle confraternite che traggono la loro origine dal medioevo. I loro pasos sono dovuti ai migliori artisti del Rinascimento spagnolo.
Giusto Fernández Alonso
Arte. - A Cattedrale fu adattata la grande moschea costruita nel 1171, di cui ancora si conserva l'Alminar o la Giralda, uno dei più artistici monumenti di S. e alcune altre parti minori; il resto fu molto modificato nei secoli seguenti, anzi l'edifizio propriamente detto fu del tutto rinnovato secondo nuovi disegni a partire dal 1401; terminato nel 1506 fu restaurato tra gli anni 1511-19 in seguito al cedimento della vòlta e di molti piloni. L'interno è costituito da un quadrilatero di m . 150 x 76 , a cinque navate di cui la centrale è alta oltre m. 40; intorno si aprono 54 cappelle con un totale di 80 altari. Le vetrate vennero eseguite tra i secc. xvi e xix. Al centro della navata principale stanno la "Capilla mayor"
e il coro; la "Mayor" ha il grandioso retablo opera del fiammingo Dancart del 1482; dietro la cappella è la "Sacrestia alta" con una venerata immagine della Madonna. Nella sala capitolare (sec. xvi) l'immagine dell'fmmacolata Concezione, opera del Murillo. Ai lati del coro sono quattro cappelle : in quella di S. Pietro è la tomba dell'arcivescovo Diego Deza e 9 pitture di Zurbaran. La "Capilla Real" è in stile rinascimento (1551-75); nell'altare la Virgen de los Reyes portata dal re Ferdinando in tutte le sue campagne; davanti è il sarcofago in bronzo e argento col corpo di s. Ferdinando, qui trasferito nel 1579. Sull'altare della cripta sottostante sta la statuetta in avorio della Virgen de los Batallas (sec. xiv).
Altre chiese notevoli sono: la chiesa del Salvador, sopra un'antica moschea, con artistici retabli, un Cristo di M. Montañés, un Ecce homo attribuito al Murillo e l'immagine venerata della Virgen de los Aguns del sec. xili. La chiesa di S. Martino con vòlte gotiche del sec. xiv-xv fu restaurata nel 1896 e nel 1926. La chiesa parrocchiale di S. Gil ha l'abside del sec. xili; il resto del sec. xiv, ma rifatto nel sec. xvir; fu incendiata nel 1936 e restaurata. L'interno conserva avanzi di una moschea, con pannelli e musaici del sec. xiv nell'abside; in una nuova cappella è la Virgen de la Macarena (Madonna della Speranza), la più popolare delle città. La notte del Giovedi Santo escono dalla parrocchia di S. Gil due pasos con scorta di pretoriani e rientrano al mattino del Venerdì Santo. La chiesa di S. Marina ha un portale con sculture del sec. xiv e un campanile con base araba; fu devastata nel 1936 ed è in restauro; l'interno è un'antica moschea trasformata, nel suo nulevà è la cappella del Santo Cristo. Anche la chiesa di S. Catalina fu costruita nel sec. xiv su un'antica moschea di cui resta la torre restaurata; il portale del sec. xiv vi fu aggiunto nel 1929 e proviene dalla chiesa di S. Lucia. La chiesa di S. Isidoro del sec. xiv, restaurata di recente, ha l'interno a tre navate; nella sacrestia vi è una cappella eretta sul luogo dove moris. Isidoro (a. 636). Il convento di S. Paulo fondato nel 1475 conserva un portale gotico, e nella chiesa annessa, a vòlta ogivale, statue di s. Giovanni Battista e s. Giovanni Evangelista opera di M. Montañés (1638) e tombe gotiche. Anche la chiesa di S. Romano del sec. xiv conserva sculture del Montañés come nella cappella annessa al convento di S. Inés. La chiesa dell'Università fu costruita dal gesuita Bartolomeo Bustamante (1565-75). La chiesa di S. Maria la Blanca è un'antica sinagoga del 1391 traformata con capitelli visigoti, come quella di S. Bartolomeo. Il "Palacio Arzobispal" è del sec. xvir con facciata barocca; contiene una collezione di quadri tra cui quello della Vergine che dà la pianeta a s. Ildefonso, dipinto da Velazquez. L'asilo de Venerables sacerdotes contiene una cappella con affreschi di Valdés Leal nella cupola e vetrate antiche con scene di vite di santi.
L'«Alcázar» o "Abazaba", costruito dal conquistatore arabo Mūsā nel 712 , si estese fino alla Torre dell'Oro e alle sponde del Guadalquivir; fu ad un tempo fortezza e residenza regale; nel sec. xi i re della dinastia di Banū Abad (1023-91) adornarono la reggia con la colonne e i materiali della città e del palazzo di Medina-Az-Zahara. Il sultano Abū Ja'qūb Jūsuf (1171-76) eresse la Torre dell'Oro. Ferdinando II occupata S. nel 1248 costruì la galleria a vòlta dei bagni di Maria de Padilla; il palazzo fu accresciuto dal re Pietro I il Crudele nel 1364-66; più tardi nel sec. xv altri lavori vi furono eseguiti al tempo dei re cattolici Ferdinando e Isabella e ancora nel 1526 per il matrimonio di Carlo V. Nella sala detta di Carlo V si trovano gli arazzi rappresentanti la conquista di Tunisi, fatti eseguire da Carlo V nel 1551 da Pannemaker su cartoni di Juan Verniay.
Il Museo archeologico provinciale fu situato nel 1945 nell'antico edificio delle Belle arti dell'Esposizione IberoAmericana del 1929; comprende collezioni archeologiche romane, paleocristiane, visigote, ispano-arabe, moresche, medievali e del Rinascimento.
Il Museo provinciale è invece nell'antico convento della Mercede (sec. xvir) e accoglie l'Accademia di Belle Arti, il Museo di pittura e di scultura. L'antica chiesa è trasformata nel "Salon Murillo" e vi sono riunite 54
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pitture e alcune sculture; i quadri del Murillo appartengono al suo ultimo periodo e provengono dalle chiese di S. dei Cappuccini e degli Agostiniani; vi sono inoltre quadri di Zurbaran, di Velazques, del Greco, di Montañés, di Pacheco, di Roelas, ecc. Nel sobborgo detto "de la Triana", dalla Traiana romana detta dai Mori Tarayana, si trovano: la chiesa di S. Anna cretta da Alfonso il Saggio e consacrata nel 1280 ; restaurata in seguito; è a tre navi, nel transcor o è l'immagine della Virgen de la Rosa di A. Fernández, dell'inizio del sec. xvi. Inoltre ia "Cartuja", antica certosa fondata nel 1409 , trasformata in fabbrica di ceramiche nel 1839; nella chiesa gotica, e precisamente nella cappella di S. Anna, furono deposte le spoglie di Cristoforo Colombo dal 1513 al 1536; quindi si ricordano la chiesa di N. S. de les Cuevas con statua in alabastro della Madonna sotto detto titolo; la chiesa di S. Giacinto dal 1775 con cupola affrescata. Nei dintorni di S. si trovano le rovine dell'antica città d'Italia, fondata da Scipione, poi colonia romana, patria degli imperatori Traiano, Adriano e Teodosio e del poeta Silio Italico; molto del suo materiale è oggi nel Museo di S. La Biblioteca Colombina venne istituita dal Capitolo nel 1551 in seguito al legato, ricevuto da Ferdinando figlio di Cristoforo Colombo, della Biblioteca paterna e propria. Nacquero a S. s. Isidoro di S. (v.), i pittori Murillo, Velazquce e i due Herrera.
Biol.: D. Ortiz de Zúñiga, Anales eclesiást. y seculares de Sevilla, Siviglia 1671, con la continuazione di Matute y L. Germán y Ribón: E. Flórez, España Sagrada, IX, 3* ed., Madrid 1860; J. Alonso Morgado, Preludus sevillanos, a episcopologia de la S. Igl. Metropol. y Portuareal de Sevilla, Siviglia 1906; J. Hazañas y la Rua, Marco Rodrigo, 1444-1509, ivi 1909; J. Sebastián y Bandarán, El Seminario de Sevilla, Discurso..., ivi 1921; anon., s. v. in Enc. Eur. Am., LV, pp. 802-87; A. Lambert, Bastica, in DHG, VI (1932), coll. 165-80; G. Sánchez Albornoz, La España musulmana, Buenos Aires 1946; M. Menéndez Pelayo, Hist. de las heterodoxas españoles, IV, Madrid 1947, pp. 75-122; I. de las Cagigas, Minorías étnica-religiosas de la edad media española, I. Las masárades, ivi 1947-48; S. Montoro, La Catedral y el Alcázar de S., ivi 1948. V. anche Guía de la Iglesia y de la A. C. española, ivi 1943, pp. 227-36, 893-95; Anuario relig. español, Barcelona 1947, pp. 440-42; Eubel, I, pp. 277-78; II, p. 183; III, pp. 227-28; IV, p. 204; V, p. 222.
Entico Jon.
SIWANTZE, DIOCEst di. - Suffraganea di Suiyüan, è situata nella parte settentrionale della provincia civile di Chagar (Mongolia), ha una superficie di 250.000 kmq . e una popolazione di 1.000 .000 di ab. di cui 39.356 cattolici.
Il 28 giugno 1840 venne distaccato dal vicariato apost. di Manciuria quello di Mongolia, che l'ri dic. 1883 fu diviso nei tre vicariati di Mongolia meridio-occidentale, orientale e centrale; quest'ultimo il 14 marzo 1922, fu diviso in due circoscrizioni : missione sui iuris di Mongolia esteriore (Urga) e vicariato apost. di Tchagar, che il 3 dic. 1924 assunse la odierna denominazione di S. Nel 1929 il territorio fu dismembrato per l'erezione del vicariato apost. (oggi diocesi) di Tsining. Il vicariato apost. di S. fu elevato a diocesi in data 11 apr. 1946. Il 18 genn. 1948, per distacco dalla diocesi di Susnhwa, venne annessa alla diocesi di S. la parte della città di Kalgan, che si trova ad occidente del fiume Ts'ing Choeiho.
La chiesa di S. è un grande edificio di stile romanico, dominato da due torri e pub contenere ca. due mila persone. A lato della chiesa sono raggruppate le opere della missione : scuole, seminario, orfanotrofio, dispensari, comunità religiose. Contrariamente alla grande maggiori. ranza delle cristianità agricole di questa regione, S. non fu, in quanto villaggio, fondato dalla Chiesa. Secondo la tradizione, il primo anno di Choent-che, cioè nel 1644, una famiglia di nome T'chang, originaria di Moukden, venne a fissare la dimora in questo luogo. Cinquant'anni più tardi, questo borgo contava già un discreto gruppo di

(fel. Fides).
Siwantze, diocesi di - Caverne nelle montagne intorno a S., dove si rifugiarono i cristiani durante le persecuzioni del sec. xviri.
cristiani, che si riunivano in una cappella e, in segno del loro spirito di comunità, seppellivano i propri morti in un cimitero comune. Più tardi furono visitati, periodicamente, da alcuni sacerdoti di Pechino. Durante la persecuzione del sec. xviII vissero rifugiati sulle montagne che racchiudono il villaggio di S. Nel 1836 i padri Lazzaristi fondarono la prima scuola per ragazzi e impiantarono, in seguito, una stamperia per fornire testi scolastici. Il 6 dic. 1865 giunsero in Mongolia i missionari di Scheut, guidati dal loro fondatore, il p. Verbist. Con la morte di mons. Leone de Smedt. deceduto in seguito alle sofferenze sopportate in cárcere, sotto il regime comunista, il 23 ott. 1951, la missione è passata al clero secolare cìnese. Secondo dati statistici anteriori all'attuale dominazione comunista in Mongolia, il personale missionario era il seguente: sacerdoti: nazionali 38, esteri 47; seminaristi maggiori 14; suore: nazionali 74 e estere 12.
Biol.: AAS, 17 (1926), pp. 22-25; MC, 1950, pp. 300-301; Arch. di Prop. Fide, pos. prot. n. 2215-51; C. van Melckebeke, Ex Mongolia, l'action sociale de l'Eglise cath., pp. 39-65 (ma. conservato nel predetto archivio).
Edoardo Pecoraio
SKARGA, Piotr. - Predicatore, n. a Grojec (Masovia) nel febbr. 1536, m. a Cracovia il 27 sett. 1612. Fu una delle più nobili figure della storia religiosa e politica della Polonia.
Entrò, già sacerdote, nella Compagnia di Gesù nel 1569 per consacrarsi alla difesa del cattolicesimo, di cui fu con il card. Osio uno dei più validi sostenitori. Provinciale di Polonia (1579), rettore del nuovo collegio di Polock (1580), primo rettore dell'Accademia di Vilna (1583), fu nel 1588 chiamato da Sigismondo III come predicatore alla corte di Cracovia e vi rimase fino alla morte.
Le sue opere principali, tutte in polacco, sono: L'Unità della Chiesa di Dio sotto un solo pastore (Vilna 1577), che molto servi all'Unione dei Ruteni (1596); Le vile dei santi (2 voll., ivi 1579; 25* ed. Leopoli 188384), uno dei libri più letti; Prediche per le domeniche e le feste (Cracovia 1595); Prediche sui sette Sacramenti (ivi 1600); Prediche per diverse occasioni (ivi 1610). Di singolare rilievo sono gli scritti in cui tratta della politica polacca: Prediche alla Dieta (Varsavia 1562); Processo alla confederazione (ivi 1595), in cui rivela i mali della patria e severamente esorta i magnati a desistere dai loro errori, antivedendo le sciagure, che di fatto avvennero più di un secolo dopo la sua morte. Il calore della parola, l'immagine pittoresca, il senso di poesia che pervade gli scritti dello S. ne fanno un grande prosatore della letteratura polacca. E la sua figura è ancora ricordata e discussa ai nostri giorni.
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Bibl.: Sommervogel, VII, coll. 1263-87; A. Berga, Un prédicateur de la cour de Pologne sous Sigtimond III: P. S., Parigi 1916; Miscell. S. per il 4000 anniversario della sua nascita, Varsovia 1926 (pubblicazione collettiva). Marina Borsano Bogo
SKELTON, John. - Poeta satirico inglese, n. forse a Diss nel 1460 ca., m. a Westminster il 21 giugno 1529 .
Appartiene a un'epoca di transizione tra il medioevo e il Rinascimento. Fu precettore del principe Enrico (il futuro re Enrico VIII), autore di allegorie che richiamano Chaucer e Langland e di composizioni satiriche virulente che più volte hanno indotto a un confronto con il Rabelais. Si ricordano di lui soprattutto il poema allegorico Colin Clout (1519) che è un attacco personale contro il card. Wolsey, con il quale più tardi il poeta si riconcilib, e il Boke of Philipp Sparowe, un'elegia in cui parafrasa e diluisce il motivo catulliano della morte di un passero in una lunga sequela di versi alquanto insipidi.
Bibl.: L. J. Lloyd, 7. S., a sketch of his life and writings, Oxford 1938.
Augusto Guidi
SLATER, Thomas. - Teologo moralista, n. a Dinckley (Lancashire) il 16 sett. 1855, m. a Liverpool il 3 dic. 1928. Entrato nella Compagnia di Gesù nel 1874, fu professore di morale a St. Bruno's College nel Galles (1892-1911); indi, per malattia d'occhi, passò alla parrocchia di S. Francesco Saverio a Liverpool, confessore e consigliere assai ricercato.
Scrisse parecchie opere di morale, molto apprezzate : Iyytitia et iure (Londra 1898); A Manual of moral 77 (2 voll., Nuova York 1908; $5^{2}$ ed. ivi 1925); Lases of conscience for English speaking country (2 voll., ivi 1911-12); Questions of moral Theology (ivi 1915); Foundation of true morality (ivi 1920). L'importanza di queste opere sta nell'applicazione della dottrina a casi complicati della vita moderna, in cui i problemi discussi e risolti (aborto, giuochi di fortuna, assicurazioni sulla vita, proprietà letteraria, svalutazione, prezzi ferroviari, ecc.) sono tratti dal mondo anglosassone e americano, dove la mescolanza di popolazione ha creato combinazioni casuistiche, non avute mai in paesi di struttura culturale omogenea.
Bibl.: necrologio in Letters and Notices, 44 (1929), pp. 7177; R. Brouillard, s. v. in DThC, XIV, 2245-46.
Enrico Hoffmann
SLAVI. - Nome collettivo di una grande famiglia indo-europea. La sede preistorica degli S. si trovava probabilmente tra il Baltico e i Carpazi.
Le popolazioni slave si mossero dalle loro primitive sedi in varie direzioni formando tre grandi gruppi: gli S. orientali (Russi, Ucraini e Biancorussi) gli S. occidentali (Polacchi, Cechi, Slovacchi, Sorabi, detti anche Serbi di Lusazia oppure Vendi), S. meridionali (Serbi, Croati, Sloveni, Bulgari e Macedoni). Gli S. occidentali occuparono nell'alto medioevo tutta una vasta parte dell'odierno bassopiano germanico, spingendosi fino a breve distanza da Amburgo e fino ad oltre il fiume Saale; la riconquista di questi territori da parte della popolazione germanica (preesistente agli S., ma numericamente molto scarsa) si identifica in buona parte con la cristianizzazione di quelle regioni, iniziata col sec. IX. Il territorio occupato dagli S. nell'Europa centrale fu molto vasto nell'alto medioevo; sul territorio dell'odierna Austria esisteva una continuità etnica tra Cechi e Sloveni.
I. Religione degli S. - Le fonti principali per la conoscenza del paganesimo russo sono: la Cronaca di Nestore (sec. xII), la Cronaca ipaziana (sec. xiv) cosiddetta dal monaco Ipazio (Hypatius) del monastero di Kostroma, ampliamento di quella di Nestore; la Cronografia del bizantino Giovanni Malalas (sec. vi) nella versione russa.
Perun è il dio maggiormente venerato presso i Russi. Egli presiede ai trattati tra Bisanzio e i Russi pagani quale garante per i suoi seguaci, mentre i Russi cristiani si appellano a s. Elia, che ne ha preso il luogo nella Russia cristiana. Perun infatti è, come lo Zeus classico, il dio
del fulmine e del tuono, che colpisce con la folgore e invia le piogge e il sereno; cosi come s. Elia, che comanda agli elementi acqua e fuoco, e su di un carro di fiamme è salito al cielo, e presso tutti gli S. cristiani il patrono dei fenomeni atmosferici. Accorto a lui va menzionato Volos, dio degli armenti e mallevadore del giuramento insieme con Perun. Presso i Balto-S. di Lituania (v.) egli si chiama Perkunas con lo stesso significato.
Gli S. del gruppo baltico si possono suddividere a seconda del loro stanziamento in : S. stanziali tra l'Elba e l'Oder; S. stanziati nella Pomerania e S. dell'Isola di Rügen. Thietmar di Merseburg, autore di un Chronicon (inizio sec. xI); Adamo di Brema, autore dei Gesta Hommaburgensis Ecclesiae (fine sec. xi); Helmold di Lubecca, autore di una Chronica Slovarum (metà sec. xit), sono le fonti più notevoli del gruppo baltico stanzisto tra l'Elba e l'Oder, gruppo che fu il più refrattario alla penetrazione del cristianesimo.
La divinità più notevole di questo gruppo è Zuarasic, venerato nella città da Riedegost (Rethra) il cui tempio, descritto minutamente da Thietmar, era tutto di legno, retto alla base da corna di animali, scolpito all'esterno con immagini degli dèi e contenente idoli nell'interno. Triglav, rappresentato con tre facce e venerato a Stettino (Pomerania), era adorato in uno dei quattro templi della città. Il suo tempio era ornato con sculture di uomini e di animali e fungeva da deposito delle decime e del bottino. Come mezzo divinatorio si usava un cavallo nero che dava pronostico favorevole se attraversava tre volte in su e in giù, senza urtare, nove lance poste a poca distanza sul terreno. Si devono ai biografi di Ottone vescovo missionario di Bamberga le informazioni circa gli S. di Pomerania. Svantavit, venerato ad Arliona nell'Isola di Rügen, ultimo baluardo del paganesimo slavo, era rappresentato da un idolo più grande del naturale, con quattro teste, un corno nella destra che veniva riempito di idromele ed era presagio di abbondanza o carestia per tutto l'anno seguente; reggeva un arco con la sinistra ed era tunicato fino alle gambe. Il sacerdote doveva tenere il fiato mentre era nel tempio, dove egli solo poteva entrare. La festa annuale si faceva dopo il raccolto : si rinnovava la provvista di idromele nel corno dopo aver tratto i presagi dal residuo dell'antica, che veniva versato ai piedi dell'idolo. Il tutto si chiudeva con un festino pantagruelico. Addetto al tempio era un cavallo sacro di color bianco, adibito ad uso divinatorio : era di buon augurio se il cavallo muoveva prima il piede destro disponendosi a saltare una triplice fila di lance poste davanti al tempio; il rituale è descritto da Saso Grammaticus nei Gesta Di. norum. La caratteristica policefalia di questa e di altre divinità baltiche vuole significare l'onniveggenza del dio, sia essa di natura uranica o solare.
I templi degli S. baltici erano insieme luoghi di sacrifizio e di assemblee e i maggiori rappresentavano anche un centro etnico. I Russi preferivano come centri di culto luoghi all'aperto, specialmente alture, boschi e montagne. Tutti gli S. avevano persone addette al culto. I sacerdoti degli S. baltici erano bene organizzati ed opposero una viva resistenza al cristianesimo. Essi erano soprattutto i ministri del sacrifizio, mentre presso i Russi erano specialmente operatori della divinazione e della magia. Rito centrale del paganesimo slavo era il sacrifizio (treby) di buoi, montoni, primizie, anche umano e specie di cristiani, molto gradito agli dèi. Le montagne, i boschi, le fonti eran luogo peculiare di sacrifizio.
Gli S. credevano alla vita ultramondana ed avevano la radice nav per indicare il regno dei morti e ror per indicare una regione felice per le anime trapassate. Mancano assolutamente testi a conferma, supplisce tuttavia il folklore. I morti erano seppelliti presso gli alberi, nelle selve o nei campi, e avevano una festa loro propria. Quaranta giorni dopo la morte si faceva la cerimonia in onore degli antenati invitandoli attorno ad una tavola imbandita, dove già si trovava la famiglia. Il capo di essa beveva lasciando cadere un po' del liquido per gli antenati, e cosi facevano anche gli altri. I rumori del vento, delle foglie, degli animali, nel silenzio della notte, alla luce rituale di un cero, erano segno certo della presenza degli antenati
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al pasto della famiglia. Alla fine essi venivano invitati a ritornarsene alla loro dimora.
BibL.: le fonti per gli S. russi sono raccolte in J. V. Mansikka, Die Religion der Ostslauen, I, Quellen, Helsinki 1922; per gli S. baltici (Thietmar e fonti minori) a cura di R. Holtzmann, in MGH, Scriptores rerum Germanicarum, nuova serie, IX; per Adamo di Brama, a cura di B. Schmvidler, ibid., Scriptores rer