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eri. Tale posizione dura ancor oggi sostanzialmente, anche dopo l'unione delle due frazioni nel nuovo Portito socialisto dei lavoratori italiani.
III. Natura del s. - L' essenza economica del s. scientifico è tutta nel trapasso dei capitali di proprietà privata, detenuti e impiegati a fini economici in regime di concorrenza, ad un nuovo regime di capitale collettivounitario.

Il s. persegue, dunque, il fine di sostituire al capitale privato, cioè al dinamismo speculativo della produzione individualistica, il capitale collettivo, mediante il quale si attuerebbe una organizzazione unitaria del lavoro nazionale o addirittura internazionale. Questo sistema collettivista, sopprimendo la libera concorrenza, sottoporrebbe il processo produttivo alla direzione della collettivita, inevitabilmente rappresentata dallo Stato. Lo Stato socialista può avvalersi nella sua organica costituzione anche di associazioni cooperative e sindacali, entro le quali si effettuerebbe la ripartizione del prodotto sociale, secondo il criterio della misura e del valore d'uso sociale attribuito dallo Stato al lavoro produttivo da ciascuno prestato. Nello Stato socialista i mezzi strumentali della produzione e della circolazione dei beni, per essere idealmente posseduti in comune da tutti, non possono essere devoluti che allo Stato. Agli organi della collettività incombe la distribuzione sociale del lavoro collettivo ai singoli lavoratori e di procedere allo ripartizione dei prodotti in ragione delle prestazioni di ciascuno. Gli attuali salari privati sarebbero sostituiti da remunerazioni a carattere di stipendi. I mezzi necessari per la produzione dei vari generi e dei tipi di prodotti dovrebbero essere fissati da una continua inchiesta ufficiale per parte degli uffici, allo scopo di constatare il fabbisogno e quindi precisare il bilancio preventivo del ciclo produttivo. Tutte le spese correlative ai fattori componenti il costo totale dovrebbero corrispondere al valore totale della produzione, secondo la previsione del piano predisposto. Tale piano preventivo verrebbe così ad essere la base di tutto il sistema produttivo sociale. Eventuali deficienze dei prodotti effettivi di fronte al preventivato fabbisogno sarebbero periodicamente compensate da scorte di riserva, custodite in magazzini di deposito, naturalmente pubblici e non privati. Collettivismo significa quindi organizzazione pubblica del lavoro in antitesi all'odierna anarchia della concorrenza individualistica, secondo l'espressione ricorrente dei critici socialisti.

Nel programma socialista, predominando il concetto fondamentale della proprietà collettiva in luogo della proprietà individuale dei mezzi di produzione, sarà l'ordinamento sociale del lavoro a realizzare le leggi della divisione del lavoro e dell'associazione degli sforzi, in luogo dell'automatismo delle concorrenti e convergenti iniziative individuali dell'economia privata, come indica l'economia classica. Per conseguenza, non vi sarebbe più in avvenire la odierna distribuzione dei frutti dell'attività economica in profitto per l'impresa, salario per i lavoratori, rendita per il possessore privato di beni fondiari, né interesse al capitale. Questo, totalmente acquisito allo Stato, non sarebbe più costituito da privati per sottoscrizione di azioni o di obbligazioni nominative o al portatore, né per investimento di persone o di gruppi. Tutto il provento della produzione, rappresentato dal valore del prodotto collettivo, verrebbe dalla società collettiva (statale) ad ognuno direttamente distribuito, quale remunerazione in misura del lavoro individuale. Ciò vuol dire riconoscere soltanto il provento derivante esclusivamente dal lavoro. Coloro i quali presterebbero i loro servizi di utilità generale allo Stato o agli enti collettivi in esso costituiti, in qualità, p. es., di alti funzionari, militari, giudici, impiegati amministrativi, maestri, artisti, scienziati, ecc., non partecipi direttamente a produzione di beni materiali, godrebbero una quota dei prodotti del lavoro nazionale, prelevata dalla amministrazione statale collettivista sul prodotto collettivo, analogamente proporzionata al tempo impiegato lavorando a vantaggio dell'intera società. Sembra tuttavia
difficile che tale forma teorica possa essere applicata; vedasi l'esempio dell'URSS, dove il compenso al lavoro di tutte queste categorie sfugge alla determinazione su base di valore-orario, subentrando un apprezzamento aprioristico da parte dei dirigenti dell'amministrazione statale.

Nella critica marxista alla proprietà vi sono interessanti ammissioni di ordine storico. Dice Marx, alla fine della sua critica, che l'odierno grande capitale trae la sua esistenza della distruzione di quelle forme di piccola proprietà (artigiani e contadini) nelle quali il lavoro e la proprietà individuale erano realmente collegate e dove il vero lavoratore era anche effettivo proprietario dei suoi strumenti di produzione. Questa forma di proprietà individuale dei mezzi produttivi era, per il suo tempo, feconda di armonia sociale, perché essa si identificava in parte rilevante col lavoro; essa portava tuttavia con sè il grave difetto del frazionamento eccessivo dei mezzi di produzione, ragione per cui, nell'attuale sistema di economia industrializzata, ciò determinerebbe una improduttività relativa, ossia la inferiorità di questo sistema nell'attuare i più adatti processi industriali, in confronto delle unità più complesse e più forti. Per tale difetto dovette andare in rovina la piccola industria e tale rovina continua e continuerà nei rimasugli di piccola industria e piccola proprietà rurale, di fronte all'invadente prevalenza del grande capitale agrario e industriale. Il grande capitale divorerà il piccolo, convertirà gli addetti alle piccole industrie in proletari, cioè in lavoratori privi dei mezzi propri di produzione.

Il processo di accentramento capitalistico proseguirà fino a trasformare in grande capitale moderno i capitali di tali minori imprese, eliminando anche il piccolo capitalista, proletarizzando anche questo.

Il monopolio stesso del gran capitale diverrà infine un ostacolo al sistema produttivo, sorto e sviluppatosi per suo impulso ed aiuto. Allora batterà l'ora estrema della proprietà individuale capitalistica; gli espropriatori saranno espropriati. A questa soluzione si addiverrà per un processo logico irresistibile di evoluzione sociale, conformemente alla previsione marxistica. La grande industria, infatti, per la sua costituzione tecnica obbedisce ad una tendenza che educa alla disciplina i proletari nelle grandi unità produttive e li sospinge alle concezioni collettiviste e alle concentrazioni sindacali e politiche; più di ogni agitazione la grande industria, meccanicamente costituita e sospinta da tutta la tendenza accentratrice del nostro tempo, serve essa stessa a disciplinare i proletari e ad unirli, facendone una forza politico-sociale.

L'obbiettivo centrale per l'attacco è il profitto, ma vi convergono di necessità anche l'interesse e la rendita fondiaria. Anche questi, in ultima analisi, si intendono sottratti al frutto del lavoro operaio, considerato il solo fattore creativo del «valore». Il profitto dell'impresa capitalistica deriva dalla minor mercede che il salariato riceve e che non corrisponde al valore integrale del suo lavoro, mentre il residuo plus-valore è sottratto al salariato e va a costituire ed a ingrossare il guadagno del capitalista. Il salario deve invece venire a ragguagliarsi al minimo fabbisogno per il sostentamento del lavoratore. Per conseguenza il maggiore valore diventa giorno per giorno profitto e, in ultima analisi, un incremento del capitale, nel quale passa il lavoro congelato degli operai.

Le condizioni e le forme di tale appropriazione sono messe in luce con il sussidio di un ampio materiale attinto alle condizioni sociali ed economiche particolarmente dell'Inghilterra, industrializzatasi nei decenni intorno e dopo il 1820. Soltanto quando, in luogo del sistema di capitali privati concorrenti, sarà subentrata la proprietà collettiva del capitale, con una organizzazione sociale del lavoro e con la ripartizione del reddito collettivo, allora non ci saranno più profitto, interesse e salario, ma solo stipendio sociale. Non è a dire che tutto il valore del lavoro, immesso nel prodotto, andrà all'operaio : dovranno pure essere effettuate detrazioni, le quali verrebbero acquisite con la forma diretta di tributo o di requisizione e starebbero in luogo delle attuali imposte; in esse dovrà comprendersi anche la quota parte necessaria a formare, mantenere ed accre-

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scere, occorrendo, il capitale collettivo per la continuazione della produzione e gli incrementi da conseguire nei cicli successivi.

Marx esprime il suo pensiero in proposito riassuntivamente cosi : a) tutto il prodotto complessivo è prodotto sociale. Una parte di questo prodotto serve come nuovo mezzo di produzione nella ricostruzione del capitale: esso resta sociale. b) La parte libera necessaria ai bisogni individuali dei produttori viene perciò fra loro distribuita. Essa si presume determinata dalla durata del lavoro di ciascuno.
IV. Valutazione. - 1. Osservazioni critiche. - Nel campo della critica, la previsione marxista è stata giudicata almeno sommaria. Si disse e si dice dai critici del marxismo che se, dopo tale critica del capitale individuale, la finale istituzione della proprietà sociale di tutti i mezzi di produzione può non essere più oggetto di dubbio per i socialisti, rimane tuttavia, davanti al potere realizzatore, la immensa difficoltà del trapasso dall'antico al nuovo ordine di cose. I mistici e i fanatici del s. contano sulle masse espropriate, contano sul compiersi del processo che tende a distruggere le classi medie e sulla finale impossibilità di continuare la produzione privata con una popolazione operaia profondamente malcontenta e sciolta da ogni fede e rispetto per l'autorità. Ma contano su previsioni che si sono verificate in modi e proporzioni ben differenti dall'assunto marxista e ciò fu ben preso in considerazione dalle varie tendenze revisioniste in Germania, Francia, Inghilterra, Italia e dai menscevichi russi. Si osserva ancora che, con la amministrazione dei mezzi di produzione, la determinazione del valore lavoro e, quindi, del valore d'uso e di scambio (valore sociale), affidata allo Stato, prima e più decisiva questione preliminare, viene sottratta al s. la conservazione degli aspetti vantaggiosi della libertà di lavoro e di vita privata. Gli ipotizzati vantaggi potrebbero capovolgersi in altrettanti eccessi contrari, quando si pervenisse ad uno stato di lavoro coatto e non fosse concessa ampia sfera di azione all'agile libertà individuale, in confronto del dirigismo collettivo assoluto, burocratico, congegnato negli schemi periodici delle pianificazioni. Si oppone dai critici che anche l'economia socialista si troverà di fronte al complesso fenomeno economico della domanda e della offerta, del rapporto tra bisogno e disponibilità, per cui passa la determinazione del valore.

Si osserva quindi che alla rettificazione della teoria del valore sociale dovrebbero concorrere tre elementi: a) la possibilità di tenere in equilibrio economico un cosi vasto organismo di lavoro, di produzione, un mondo umanissimo di bisogni, tanto più notevoli quanto più vasta la popolazione e di mantenere in atto, per le inevitabili crisi di produzione e le carestie agricole, le riserve di capitale nuovo e le scorte straordinarie; poiché anche lo Stato socialista non può sottrarsi alla necessità del capitale di esercizio, di investimento e di riserva; b) un riconoscimento della necessaria libertà individuale nel lavoro e nel consumo, senza di che il danno di un automatismo dirigista si aggraverebbe sull'inalienabile riconoscimento della personalità dell'uomo lavoratore che il s., per meglio tutelare, non potrebbe comprimere e opprimere ; c) un bene inteso, ossia non coatto, ma sempre attivo eccitamento di ogni singolo individuo all'uso economico della sua forza di lavoro.

In tal modo, la tendenza, che può dirsi moderata e revisionistica del s., è condotta a pensare che il nuovo ordine di cose finirebbe per assomigliare non poco alla vita odierna e alle sue abitudini, ma senza il beneficio di una indubbia libertà personale, anche se non perfetta. Il dato soggettivo dell'economia liberale, la libertà individuale, la libertà di scegliere la propria dimora e il proprio lavoro, potrebbe ancora prevalere solo correggendo l'attuale deficienza di una organizzazione e di coordinamento unitari. In queste obbiezioni ed osservazioni critiche sono, in parte almeno, espresse le suggestioni della critica revisionistica che, specialmente in Europa e in America, si levarono verso il pensiero di Marx e seguaci, quanto più la realtà della questione sociale si veniva evolvendo con sensibile e progressivo miglioramento delle condizioni ambientali del lavoro operaio, delle condizioni
economiche che la legislazione sociale (v.) dei vari Stati e l'azione sindacale, dovunque affermatasi, venivano sollecitando ed effettuando nella seconda metà del xix e nei primi decenni del xx sec.
2. S. e liberalismo. - Non si può non rilevare la fortuna delle teorie socialistiche, in un secolo appena dalla loro enunciazione. La linea tradizionale della vita del mondo ne è stata influenzata e ne è stata investita l'effettiva consistenza della libertà dell'economia e dell'istituzioni liberali. Si dice, e non senza fondamento, che questa libertà è, almeno in parte, ipotetica ed illusoria e che risulta evidente la contraddizione fra il proclamato diritto di libertà e la sua godibilità integralmente intesa. Nella vita pratica la libertà economica è costretta nei limiti che impongono le effettive possibilità di acquisizione dei beni necessari al soddisfacimento dei bisogni essenziali della personalità umana (ad es., per i senza lavoro la libertà è quasi nulla).

In questa contraddizione fra diritto liberale e realtà sociale è il drammatico incentivo al permanente assilio della questione sociale (v.), a temperare il quale si colloca la dottrina sociale cristiana (v.). Posto il bisogno come il movente primo di ogni necessità economica, individuale e collettiva, particolare e generale, il processo produttivo, tenendo conto delle variazioni imposte dalla natura con le sue mutazioni e gli esaurimenti parziali e totali delle giacenti dotazioni di materie prime e di beni strumentali naturali, dovrebbe svolgersi in modo che le determinazioni dei bisogni elementari e quotidianamente ricorrenti si effettuasse con la relativa regolarità di una media più o meno costante, senza le oscillazioni eccessive nelle quali si caratterizzano le crisi ricorrenti. Altrimenti, in regime di libertà economica individuale incontrollata, la questione sociale permarrà con l'efficacia critica di una libertà affermata in principio, ma contraddetta nel fatto della vita quotidiana.

Per risolvere questa antitesi, che ha valore storico, non soltanto dialettico e polemico, il s. esprime pregiudizialmente una istanza autoritaria, realizzando la quale poter giungere alla giustizia sociale, mediante la rivoluzione espropriatrice, la dittatura del proletariato, secondo la formola marxista esperimentata in Russia, ossia dittatura diretta, mantenuta e garantita dalla effettiva dittatura del partito politico dirigente. Ma poiché anche l'istanza della libertà, innata nell'uomo, è pur essa insopprimibile, molti si sono domandati e si ritengono in diritto di domandare se il s. intenda effettivamente o no garantire l'individuale libertà nella determinazione dei bisogni non soltanto materiali della persona e della unità familiare. Se la abolisce, esso dovrà dirsi nemico della libertà, avverse ad ogni sviluppo del carattere individuale e di ogni perfezionamento morale.

L'istanza all'egualitarismo suscita la compressione della libertà. L'utopia sociale, dalle lontane e mitiche posizioni attribuite all'antichità, sino alle opere e ai romanzi del medioevo e dell'età moderna, nelle sue diverse immaginazioni, assume di frequente rappresentazioni egualitarie fra i sessi, nella famiglia e sin oltre i confini della nazionalità, della razza, della religione. E ne escono rappresentazioni di vita artificiosamente uniformi e automatizzate che non persuadono e alla fin fine non attirano che gli illusi o i fanatici, ma lasciano prudentemente diffidenti i benpensanti, cui non si presenta teoria più vicina alle proporzioni umane, agli equilibri armoniosi degli interessi economici morali, intellettuali della vita, che una linea mediana, per dir cosi, tra s. e liberismo.
3. Trionfo del s. 7 - Il tempo ultimo della evoluzione socialista, il tempo della realizzazione Marx non lo volle, né seppe prevedere. Si attendeva uno sviluppo intenso e patologico del capitalismo soprattutto nei vari paesi d'Europa e dell'America del nord; una contemporanea diffusione delle estreme istanze sociali e delle estreme risoluzioni socialiste tra le masse operaie, fra i contadini salariati e soprattutto fra gli operai delle industrie specializzate e aggiornate nei progressi della tecnica. Si attendeva un rafforzamento crescente della base sindacale e della efficienza politica dei partiti socialisti nei paesi dove l'iniziativa capitalistica più avanzata avrebbe favorito il

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(da U. Treuscher, C. S., Friburgo in Br. s. a., iav. 22)
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(da U. Treuscher, C. S., Friburgo in Br. s. a., iav. 47)
In alto: MADONNA COL FIGLIO ( 1400 ca .) della collezione Whitcomb - Detroit, Museo.
In basso: SEPOLCRO DI FILIPPO IL TEMERARIO (1380-93) - Digione, Museo.

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A sinistra: MATER DOLOROSA. Smalto dipinto su rame, attribuito ad A. Monvaerni. Arte di Limoges (sec. xv) - Parigi, Museo di Cluny. A destra: PIASTRA con smalti ad incavo di Limoges (sec. xili) e figura sovrapposta di Angelo - Roma, Museo di Palazzo Venezia.

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In alto a sinistra: PREVENTORIO DELLA C. R. I. (II padiglione) a Malcesine. In basso a sinistra: DISPENSARIO DELLA CROCE ROSSA TEDESCA, uno dei cento inviati alla C. R. I. per l'assistenza agli alluvionati. A destra: AGENZIA CENTRALE DEI PRIGIONIERI DI GUERRA - Ginevra, Sede centrale della C. R.

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costituirsi di élites operaie militanti, atte ad attrarre e convincere le masse più lente. D'altra parte, il concentramento crescente della iniziativa capitalistica avrebbe portato con sé altrettanto progressivamente la proletarizzazione delle masse, la riduzione a minime consistenze dei residui gruppi attardati nel tradizionale artigianato e nella piccola proprietà rurale ed urbana, e infine crisi cicliche più frequenti e gravi nell'ambiente irrigidito dall'espansione capitalistica e forte tendenza monopolistica.

Cedeste previsioni, interpretate alla stregua del materialismo storico e della concezione deterministica della evoluzione sociale, conducevano logicamente alla prospettiva del crollo finale. La realtà sembrò e sotto certi aspetti sembra ancora voler consolidare in parte tale prospettica previsione; cosi apparve allo scoppio della guerra mondiale del 1914-18, tanto più quando, nel marzo 1917, la Rivoluzione russa passò, con il colpo di mano di Lenin, tutto il potere alla minoritaria frazione bolscevica. Ma la realtà, sempre complessa, non secondo con pienezza le previsioni del marxismo militante. Le crisi cicliche vennero superate, particolarmente quella gravissima e quasi mondiale del 1929-33, in contrasto alle catastrofiche previsioni. L'accentramento dei capitali nel circolo bancarioindustriale, caratteristico del capitalismo moderno (la cui forza propulsiva si manifesta nell'istituto della società anonima e dei suoi ultraenormi collegamenti cartelistici e trustici), progredì, è vero, sollecitato dal processo quasi normalmente fisiologico dell'attuale economia; ma, d'altra parte, si rivelò in continuo incremento anche la media proprietà privata e le forme miste di associazione fra capitale e lavoro nelle colonie agricole, nelle cooperative di agricoltori, di artigiani e di minori industrie, producenti all'infuori dalle grandi unità bancarie-industriali od anche ad esse sussidiarizmente collegate nella produzione, ma indipendenti nella costituzione e nella direzione aziendale.

Alla fine della seconda guerra mondiale 1939-45, pur accentuandosi dovunque l'influenza delle tendenze sociali estremiste nella politica degli Stati, la maggioranza non passò ai partiti socialisti estremisti che in pochi paesi e soprattutto non passò là dove lo spirito di umana personalità, largamente riconosciuto ed accolto in costume di vita, veniva a temperare, nella teoria e nell'azione, il valore delle premesse e delle pregiudiziali del marxismo. L'esempio degli Stati totalitari del centro oriente europeo non si adatta alla controconstatazione, perché, per essi, in situazioni indipendenti dalle correnti e tendenze interne dei rispettivi popoli, si è affermata l'accettazione della guida del partito comunista russo, quale risultato politico militare della politica estera dell'URSS. Invece la grande maggioranza dei paesi europei ed extra-europei, a costume di vita occidentale, ha conosciuto l'ascesa delle masse lavoratrici e progressive conquiste; ascesa che, specialmente negli anni del dopoguerra 1919 e seguenti, è stata sollecitata non soltanto dai partiti socialisti propriamente detti, ma dalle altre correnti semplicemente democratiche ed in particolare con affermazioni sociali nei partiti e nelle associazioni sindacali che si richiamano a principi cattolici. Persino dalle sfere dirigenti degli esperimenti totalitari non marxisti, nonostante gli affermati orientamenti politici di destra, con il riconoscimento di sindacati unitari o plurimi, sono stati promossi incoraggiamenti alla collaborazione di classe e alle riforme sociali, assistenziali e previdenziali per mezzo della sempre più diffusa adozione dei contratti collettivi di lavoro, quali atti pubblici e il sindacato di lavoro è stato introdotto nella vita stessa giuridica e politica dello Stato (ItaliaSpagna-Portogallo).

Inoltre, nella sfera d'azione economica, sia nei settori industriali produttivi più gelosi sotto l'aspetto dell'interesse nazionale, sia in quelli dei servizi pubblici, l'intervento statale si è manifestato sempre più estesamente e profondamente per realizzare situazioni a tendenza collettivistica con amministrazioni statali dirette, od affidate ad enti autonomi finanziati dallo Stato e da esso controllati. Cosicché si può ben dire che i cosiddetti paesi capitalisti sono tutti, in misura ed in modo più o meno pronunciati, ormai compartecipi, oltre la sfera del-

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l'economia cosiddetta borghese, di concomitanti e collegate organizzazioni e istituzioni a tipo socialista, con sensibili e progressive riduzioni della sfera riservata all'iniziativa privata. Nello stesso settore bancario, che sarebbe il più significativo della economia capitalistica, il principio primo del s lasciar fare, lasciar passare e è più un ricordo storico che una realtà. I controlli e le difese monetarie pro e contro spinte inflazioniste e deflazioniste hanno portato le banche di Stato a crescente autorità regolatrice della circolazione dei valori monetari e del credito. Il regolamento degli stessi arbitraggi internazionali, conseguenti agli scambi di merci e di valori del commercio estero dei singoli paesi, è ancora costretto in una disciplina quasi generale di carattere parassicalistico.

Infine un aspetto della indiretta azione socialista nei paesi occidentali e nei domini anglosassoni consiste nell'accettare e favorire l'empia realizzazione di associazioni produttive, quali le imprese cooperativistiche, consorzialistiche ed affini che, pur agendo nell'àmbito della concorrenza, sono di pretta origine operaia, contadina, sovente ad iniziativa di gruppi socialisti, fruenti di preferenziali agevolazioni amministrative e fiscali da parte dei rispettivi Stati.

Se dunque vari aspetti della realtà contemporanea corrispondono in parte alle previsioni marxiste, altri ne contraddicono la prospettiva finale, semplicista ed unilaterale. Più confacenti alle esigenze sociali che l'economia mondiale presenta al nostro tempo, si mostrano i principi sociali cattolici tendenti ad un sistema etico-politico, aperto alle iniziative associate dei produttori e dei lavoratori, alla tutela delle naturali solidarietà sorgenti dall'affinità degli interessi fra i compartecipi di una stessa categoria produttiva ed insieme agli interventi integratori dello Stato moderno, impegnato a resta ratione e a rispettare la libertà e la dignità della persona umana, nell'esplicazione di tutte le sue facoltà (v. CORPORATIVISMO; DOTTRINA SOCIALE CRISTIANA). Per la critica dei principi filosofici del s., v. MATERIALISMO DIALETTICO; MATERIALISMO STORICO.

Biel.: A. Chiappelli, Il s. e il pensiero moderno, Firenze 1897; S. Merlino, L'utopia collet. e la crisi del s. scientifico, Milano 1898; A. Schaffle, La quintessenza del s., trad. it., Genova 1901; G. Ballerini, Analisi del s. contemporaneo, Siena 1901; G. Bantefo, La questione sociale ed il s. nel loro rapporto con la religione e la morale, Modena 1902; V. Pareto, Les systèmes soc., Parigi 1902-1903; L. Stein, Die soziale Frage, Stoccarda 1903; E. Bernestein, Zur Theorie u. Gesch. des Social., Berlino 1904; J. R. Maclonald, S. and society, ivi 1905; P. Louis, Les étapes du soc., Parigi 1905; A. Feuillée, Le soc. et la social. reform., ivi 1909; F. Tocco, La questione della povertà, Napoli 1910; A. Cantono, Storia del s. ital., Torino 1912; G. Allevi, La crisi del s., Bari 1913; A. Angiolini - E. Ciacchi, S. e socialisti in Italia. Storia completa del s. ital. dal 1890 al 1919, Firenze 1919; A. Cantono, Il s., teoria e critica, Roma 1920; E. Laskino, Le soc. suivant les peuples, Parigi 1920; R. Mondolfo, Sulle orme di Marx, Bologna 1920; F. Turati, Le vie maestre del s., ivi 1921; P. Louis, La crise du soc. mondial de la $I I r$ à la IIIr Internet., Parigi 1921; A. Labriola, Il s. contemporaneo, Napoli 1922; C. Diehl, Social., Kommun. und Anarch., Jena 1923; F. Meda, Il s. polit. in Italia, Milano 1924; J. Bordeau, La dernière évolut. du soc. au commun., Parigi 1926; H. Laidler, A hist. of social. thought, Nuova York 1927; E. Durkheim, Le soc., Parigi 1928; A. Fanfani, Cattolionismo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo, Milano 1934; N. Gerin, L'évolution du socialisme contemporain, in Cité chrétienne, S. (1933-34), pp. 125-35; J. Tommasi, Socialisme, in DThC, XIV, II, coll. 2273-2326; B. Rizzi, Il s., dalla religione alla scienza, Milano 1940; C. Curcio, Miti della politica, tre saggi sulla democrazia, sul s. e liberalismo, Rema 1940; W. Sombart, Il s. tedesco, trad. it., Firenze 1941; I. Bononi, Le vie nuove del s., Roma 1944; C. Antoni, Ciò che è vivo e ciò che è morto della dottrina di Marx, ivi 1944; L. Valiani, Storia del s. nel sec. XX (1900-44), saggio critico, ivi 1946; L. Preticone, Storia del s., ivi 1946; R. Russell, S. anarchia e sindacalismo, Milano 1946; J. Burnham, La rivoluc. dei tecnici, ivi 1946; M. Fenoli, Disegno storico del s., ivi 1946; H. Johnson, The soc. sixth of the world, ivi 1946; F. A. Mayer, Verso la schiavitù, ivi 1948; E. Halevy, Hist. du soc. européen, Parigi 1948; S. Merlino, Il probl. econ. e polit. del s., Milano 1949; W. Röpke, La crisi del collettivismo, Firenze 1951.

Ferruccio Lantini
SOCIALIZZAZIONE. - Termine generico con cui vengono designati le finalità e il metodo propri delle scuole economiche socialiste e comuniste, diretti alla pratica abolizione della proprietà privata dei

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mezzi di produzione, e alla loro attribuzione quale patrimonio collettivo della società.

Se l'attribuzione avviene in favore dei lavoratori addetti a ciascuna azienda, anche in casi singolari, si ha la s. in senso ristretto, la quale si accosta allora al cooperativismo. Se invece è in favore dello Stato, quale rappresentante di tutti i lavoratori, si ha la statizzazione o statalizzazione, applicata nei monopoli statali e, in Italia, nelle ferrovie. Nel caso di statizzazioni parziali, costituite da partecipazione dello Stato al capitale o alla direzione o alla gestione delle aziende, o da altra ingerenza sostanziale, oppure riguardanti determinati servizi pubblici o singole industrie o rami d'industria, operate da nazioni che non sono impegnate in un programma di s. o di statizzazione integrale, si parla più comunemente di nazionalizzazioni. Affini a queste sono le municipalizzazioni, per le quali i comuni divengono proprietari delle aziende per servizi pubblici di primaria importanza (acqua, gas, elettrolta, trasporti, ecc.). I termini suddetti vengono però spesso confusi nell'uso pratico, specie giornalistico.

La s. di un'azienda può avvenire anche per volontaria determinazione di un imprenditore-capitalista, allorché la proprietà passa in tutto o in parte, per cessione onerosa, per convenzione o per donazione, al complesso dei lavoratori addetti all'azienda stessa. Il primo e cospicuo esempio ne fu quello della ditta Zeiss di Jena, per l'industria di lenti e strumenti d'ottica, che nel 1889 per libera disposizione del prof. Ernesto Abbe, erede del fondatore Carlo Zeiss, venne ceduta, attraverso una Fondazione Zeiss, al personale dell'azienda e alla città di Jena.

Allorché la s. viene imposta da un regime politico e spinta al suo estremo grado di realizzazione, essa si inquadra fatalmente in una economia pianificata (v. PIANIFICAZIONE) : e il suo scopo non è, allora, quello di riconoscere proprietà, utili e libertà d'iniziativa alla massa dei lavoratori, bensì l'altro di obbligare questi, sotto l'apparenza di proprietari, a seguire un programma di produzione prefissato e controllato, dal potere centrale per i suoi fini. Se questi fini fossero esclusivamente economici, e se ai lavoratori venisse effettivamente lasciata la totalita dei profitti, il sistema potrebbe presentare almeno i vantaggi conseguenti alla centralizzazione dell'economia; a questi però farebbero sempre da contrappeso gli svantaggi della burocratizzazione delle funzioni economiche e della scomparsa di iniziativa e concorrenza, oltre gli altri legati al sistema pianificatorio.

Si è parlato recentemente (Canadà, Germania) di una sindacalizzazione delle aziende agricole e industriali; per essa le industrie di ciascuna categoria dovrebbero essere gestite dai sindacati-lavoratori della categoria stessa : ovvero i posti attribuiti agli operai nei consigli di amministrazione vorrebbero occupati da rappresentanti sindacali, ai quali sarebbe in tal modo aperta una nuova carriera, di tipo borghese-capitalistico.

Il Parlamento di Bonn discusse nel luglio 1952 una proposta di legge in questo senso: ma, pur approvando che i lavoratori fossero rappresentati nei consigli di amministrazione della propria azienda in un rapporto variabile tra il 30 e il 50 per cento, e nelle sole, grandi aziende, escluse risolutamente i rappresentanti delle organizzazioni sindacali.

Verso forme di s. spontanea, oltre quello della cooperazione (v.) si va evolvendo il regime salariale (v.) in correlazione con il progresso sociale e con l'estendersi e il democratizzarsi del capitale : con che il capitalismo andrà progressivamente perdendo il suo attuale prepotere dovuto principalmente alla sua scarsità, alla sua concentrazione in poche mani e alla deficiente moralità sociale dei capitalisti in genere. Il metodo e la gradualità del trapasso distinguono appunto le varie scuole economicosociali, e più particolarmente le scuole socialiste, tra di loro e dal comunismo. Le prime si rendono conto che non bisogna oltrepassare certi limiti e conviene non provocare dannosi sconquassi economici, ma dar tempo al formarsi di adatte mentalità e capacità tra i lavoratori : il comunismo ritiene invece che le classi capitalistiche non cederanno che alla violenza, e che pertanto ogni muta-
mento della struttura delle aziende richieda quegli atti di forza che, secondo l'ideologia marxista, rappresentano una necessità imprescindibile o addirittura una legge scientifica.

I fatti smentiscono questa necessità : e la violenza inconsiderata e sistematica costituisce forse oggi la causa prima sia di perplessità e ricordi da parte degli imprenditori a prendere la auspicate decisioni, sia della scarsa preoccupazione tra le masse operaie circa la propria preparazione morale e specifica ai nuovi compiti.

Praticamente, e all'infuori dei rigidi binari socialist, e comunisti, piuttosto che di s. si parla più elasticamente di riforme di struttura dell'azienda: termine che lascia libera la ricerca di forme e gradazioni meglio adattabili alla innumerevole varietà di aziende. Non è infatti possibile, né sarebbe in ogni caso da consigliare, una riforma della odierna struttura aziendale che sia eguale per tutte le aziende, grandi e piccole, antiche e recenti. Ogni legiferazione in materia non potrebbe avere valore pratico se non dopo una lunga sperimentazione di forme varie di collaborazione, nate dall'iniziativa degli imprenditori.

A parte le realizzazioni spontanee, finora scarse di numero ma concrete di risultati positivi, possono considerarsi un primo passo evolutivo verso la s. i consigli di fabbrica e le commissioni interne, di valore per ora essenzialmente tecnico-sindacale e consultivo; nonché il progetto, con qualche rara e non felice applicazione per to più in industrie dell'I.R.I. (Istituto Ricostruzione Industriale), dei consigli di gestione. La prova fatta in Italia e all'Estero (in Russia sono esclusi) non è però, finora, soddisfacente : tentativi di questo genere, come pure l'ammissione di elementi operai o di rappresentanti sindacali nei consigli di amministrazione delle società industriali, non possono aver successo reale se affrontati in climi arroventati di lotta e densi di illusioni fanciullesche.

Circa la produttività delle aziende socializzate, essa è generalmente aumentata in tutti i casi di s. spontanea: non è aumentata, oppure è diminuita talvolta sensibilmente, in tutti gli altri casi, tranne dove la s. fu potuta attuare in atmosfera e sotto forme di convinta collaborazione tra imprenditori e operai, come in Olanda.

Affine alla s. è l'azionariato operaio, rifiutato dai comunisti che vi vedono un incentivo all'imborghesimento dei lavoratori : con esso si rende gradualmente l'operaio partecipe agli utili e al controllo dell'azienda alla quale dà il proprio lavoro.

Biol.: V. Pareto, Les systèmes socialistes, Parigi 1902; A. Marchal, L'action autorive et la transformation du régime capitaliste, ivi 1944; G. Martinez, Un esempio di s. razionale e l'opera di uno scienziato, Firenze 1943; L. De Gobbi, Democrazia economica, Rovigo 1947; id., La partecipazione degli utili delle imprese, Roma 1948; ICAS, Appunti sulla evolua, delle imprese, Milano 1949; S. Vianna, La socialisation, Parigi 1950; UCHD, Relazioni umane nell'Impresa moderna, Roma 1950. Mario Baronci

SOCIETÀ. - Dal latino socius, il termine s. fu inizialmente usato dal diritto romano per indicare le universitares personarum (dette anche ordines, sodalicia, collegia, corpora), cioè le associazioni di più persone unite per uno scopo lecito con l'intenzione di costituire un unico soggetto avente personalità giuridica (cf. D. 3, 4, 1; 47, 22,1). Più specificamente s. esprime, nel trattato delle obbligazioni, "quel contratto consensuale e bilaterale (o anche, all'occasione, plurilaterale), senza riflessi sulla posizione dei contraenti in confronto dei terzi, in virtù del quale due o più persone s'impegnano a mettere in comune beni ed attività allo scopo di dividerne secondo una proporzione prestabilita i profitti e le perdite» (V. Arangio-Ruiz, La s. in diritto romano, Napoli 1950, p. 63). Questi significati sono passati nei codici moderni di diritto civile e nel diritto canonico. Ad opera dei filosofi romani, l'uso del termine s. ebbe una maggiore ampiezza, quale corrispondente latino del vocabolo xouvavia, che il pensiero greco aveva fatto oggetto della sua speculazione

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fin dal v sec. a. C.: Cicerone, ad es., afferma: " nati sumus ad societatem" (De fin., IV).
I. La s. nel pensiero ANTICo. - Il problema filosofico della socialità umana è posto con l'interrogazione dei sofisti, se la costituzione della $\pi \dot{\alpha} \lambda \mathrm{c}_{\mathrm{s}}$, e quindi le sue leggi, siano frutto di natura ( $\varphi \dot{\alpha} \alpha \mathrm{s}$ ) o di mera convenzione (vó́ $\alpha \alpha$ ) : la loro risposta fu nettamente individualistica, ma non concorde nello stabilire il valore della s. Protagora infatti vide nell'attività politica il campo di affermazione dell' $\dot{\alpha} \rho \varepsilon \tau \dot{\eta}$ individuale, aperta a tutti mediante l'educazione, tuttavia ricorre ai sentimenti fondamentali di giustizia e di timore morale ( $\delta i \varepsilon \eta$ xai $\alpha i \delta \dot{\alpha} \varsigma$ ) per spiegare la possibilità e il valore della vita politica (cf. Platone, Protog., 320 sgg.). Ma il disfacimento della polis ateniese di Pericle durante la guerra peloponnesiaca, indusse i sofisti a negare ogni valore allo Stato, alle sue leggi e tradizioni : secondo Trasimaco (id., Respu6t., 338 c) la legge dello Stato è mero strumento di potenza per soggiogare i deboli; secondo Callicle (id., Gorgias, 483 c) sono i deboli a servirsi delle leggi contro i forti; per Licofrone (cf. Aristotele, Polit., III, 9, 1280 b) lo Stato deriva da una convenzione di reciproca garanzia per il massimo incremento degli interessi individuali. L'indirizzo sofistico ebbe i suoi logici sviluppi nella scuola cinica, che dichiarò l'uomo essenzialmente antisociale e affermò la sua piena autosufficienza individuale (cf. Diogene Laerzio, VI); e nella scuola cirenaca, che considerò il vivere sociale in funzione del piacere individuale (id., II), aprendo così la via alla sociologia utilitaristica di Epicuro (v.). L'epicureismo celchib́ il piacere dell'amicizia e pose lo Stato come frutto di calcolo di utilità, e quindi derivante da un contratto sociale (id., X), in cui i sapienti, mentre si assicurano il massimo benessere proprio, determinano anche il progresso civile (cf. Lucrezio, De rerum natura, V, 1103 sgg.).

A queste concezioni individualistiche si opposero, prima, Platone ed Aristotele, in séguito, gli stoici. Per Platone la polis esiste perché nessuno di noi è autosufficiente, ma necessita di molte cose" (Respu6., II, 11). Il bisogno porta all'associazione e a una progressiva organica divisione di lavoro: ne deriva la polis quale organismo associativo, con l'esigenza di difesa e di governo (ibid., III, 2). Sorta dal bisogno, la polis non trova tuttavia il suo significato nella soddisfazione di utilità particolari, ma ha in sé e per sé un valore universale, quale espressione concreta dell'idea del bene, causa e principio di ogni divenire (ibid., VI, 19; VII, 3), e quale attuazione dell'idea dell'uomo nelle sue tre parti costitutive, la razionale, l'irascibile, la concupiscibile. I cittadini debbono vivere unicamente per il tutto statale, sacrificando ogni interesse particolare: niente quindi proprietà privata e famiglia (ibid., V). Per Aristotele $\dot{\alpha} \dot{\alpha} v \dot{\alpha} \varphi \omega \pi \dot{\alpha} \varsigma \varphi \dot{\alpha} \sigma \varepsilon \imath \pi \alpha \lambda \varepsilon \tau \iota \alpha \delta \alpha$ Cō $\alpha \alpha$ (Polit., I, 2, 1253 a 3) : per la sua razionalità l'uomo è capace della beatitudine; ma non può conseguire la pienezza della sua vita razionale se non nella polis. La polis è perciò il fine a cui tende tutto lo sviluppo umano. Aristotele applica il metodo osservativo del processo genetico della socialità nelle sue varie forme verso il conseguimento dell'autosufficienza umana o beatitudine (ibid., I, 2, 1252, 630). L'esigenza del "vivere" porta l'uomo alla ricerca dei beni quotidiani, necessari alla sua vita, e quindi alla costituzione della famiglia ( $\alpha i \alpha i \alpha$ ), la cui necessità e natura sono date dalle stesse differenze naturali fra maschio e femmina, fra padrone e servo, esigenti il completamento vicendevole attraverso l'unione (ibid.). La necessità, per la vita, di altri beni porta le famiglie a un vicendevole aiuto e quindi alla costituzione del villaggio ( $\alpha \dot{\alpha} \dot{\eta} \eta$; l. c. 1252 b 12). Ma all'uomo non può bastare il vivere, perché egli è fatto per il " vivere bene" o perfetto, cioè per l'esercizio pieno di tutte le sue capacità razionali: da qui la necessità della ulteriore unione dei villaggi nella polis. "La polis è quella perfetta s., formata da più villaggi, avente per cosi dire il massimo culmine di tutta l'autosufficienza ( $\alpha \dot{\alpha} \tau \dot{\alpha} \rho \varepsilon \varepsilon \alpha$ ), sorta a causa del vivere, ma essenzialmente costituita per il vivere perfetto" (ibid.). La polis identificandosi con la stessa "entelachia" (v.) umana, è un tutto di valore, ed è perciò "prima, per natura, delle
famiglie e di ciascuno di noi" (ibid., 1253 a 19) : tuttavia esige, per la sua stessa esistenza, il pieno sviluppo e l'efficienza di ciascun individuo, dell'istituto familiare e la difesa della proprietà privata (ibid., II, 1-2, 1261 a-1264 b). Essa è un organismo composto di "materia" e di "forma". Particolare interesse Aristotele pone nello studio della materia sociale, poiché è dalla situazione concreta della materia sociale che si ha non solo la possibilità dell'autosufficienza (ibid., II, i 1261 b), ma il sorgere stesso della forma o costituzione nelle sue varie modalità (ibid., IV, VI) e il suo stesso mutarsi (ibid., V). Per Aristotele non si può quindi stabilire la forma ideale dello Stato, ma solo distinguere teoricamente le costituzioni buone dalle depravate (ibid., III), tendere praticamente a una costituzione, che, rispondendo alla concreta situazione sociale, si adopri con giuste leggi e sapiente educazione ad elevare moralmente questa situazione verso l'esercizio pieno di tutte le virtù pratiche e teoretiche, che permettono il conseguimento della massima beatitudine possibile (ibid., VII, VIII).

Anche per gli stoici l'uomo è naturalmente politico (cf. Stobeo, Ecl., II, 226 sgg.); ma la polis non è più concretizzata in una determinata materia sociale, poiché si allarga a comprendere tutta la razionalità universale, governata dall'immanente eterna legge divina. La concezione platonico-aristotelica dello Stato, come unità spirituale e supremo valore umano, raggiunge cosi il suo vertice, ma insieme tende a dissolversi nel più completo individualismo. Ciascuno infatti deve vivere in sé stesso e nel proprio autonomo isolamento l'oggettiva razionalità universale, e solo cosi si inserisce nel valore universale dell'unità di tutti gli esseri razionali. Il cosmopolitismo stoico è caratteristico di questo atteggiamento. Merito dello stoicismo è l'aver riposto fuori dell'istituto statale il fondamento ultimo dell'unità razionale a cui tende la naturale socialità umana, e aver riconosciuto il valore razionale di ogni uomo; ma la sua radicale concezione individualistico-razionalistica gli ha impedito di comprendere il valore sociale delle singole persone e il significato umano della concretezza storica della socialità. L'inserimento, che ad opera di Cicerone si compie del pensiero aristotelico e stoico nella grande tradizione giuridica romana, fa discendere l'immutabile diritto naturale nella concretizzazione storica del diritto delle genti e del diritto civile. Ciascun individuo e popolo, partecipando in sé i principi del diritto naturale, li attua negli istituti sociali necessari alla sua vita e al suo progresso, determinando in una coincidenza fondamentale di costumi (ius gentium) una multiforme varietà corrispondente alle diverse circostanze e al grado di civilizzazione (ius civile). La respublica romana, con la sua capacità di rispettare i valori naturali impliciti, nello ius gentium e di applicare perennemente lo ius traditum all'equum delle circostanze nuove, attua storicamente i valori universali della socialità umana, secondo la natura razionale di tutti gli uomini (cf. De republica, II, i sgg.).
II. La s. nel pensiero cristiano. - Solo con il cristianesimo il problema della s. acquista quel profondo significato umano che il naturalismo e l'oggettivismo razionalistico greco-romano non potevano scoprire. La s. è nel cristianesimo, essenzialmente, comunione di persone attraverso la conoscenza e l'amore. La comunione fra gli uomini presuppone il riconoscimento di Dio come Padre comune, ed è preparazione all'eterna comunione con Dio stesso. Per il cristianesimo vi è una solidarietà umana nel bene e nel male : come tutti gli uomini hanno peccato in Adamo, cosi possono risorgere in Cristo (Rom. s. 12 sgg .) e cooperare con Cristo all'avvento del Regno di Dio in sé e negli altri. Con il cristianesimo quindi si attua la sintesi fra il concetto di s. e quello di storia, per cui la singola persona viene ad espandersi nello spazio e nel tempo nella comunione viva del Corpo mistico (v.), che attraverso le vicissitudini terrene tende alla pienezza della sua perfezione (Eph., 1, 22 sgg.; 4, 1 sgg.) : è questo un organismo soprannaturale che si esprime in un'organica società visibile, la Chiesa (E $\alpha \alpha \lambda \eta \sigma i \alpha$, s.), dinamicamente aperta a tutti gli uomini, per realizzare nello spazio e nel tempo il Regno di Dio.

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La concezione storico-sociale del cristianesimo trova la sua prima organica elaborazione in s. Agostino. La radice della s. e dello sviluppo del processo storico è nell'intimo atto di libero amore della persona umana: «Pecerunt itaque civitates duas amores duo, terrenam scilicet amor sui usque ed contemptum Dei; caelestem vero amor Dei, usque ad contemptum sui " (De civit. Dei, XIV, 28). L'attività personale suppone tuttavia la Provvidenza divina, per cui anche la s. terrena tende ad attuare il piano provvidenziale divino a favore dell'incremento della città celeste o meglio della parte di questa, - quae in hac terra peregrinatur et vivit ex fide" (ibid., XIX, 17). In quanto vive sulla terra, la Città celeste viene a trovarsi in quel condizionamento sociale proprio della città terrena, e pertanto non può estraniarsi dal processo storico di questa; deve anzi con la sua opera educativa portare la città terrena al suo fine proprio voluto da Dio, stabilendo quella pace esterna fra gli uomini che garantisce il libero sviluppo della stessa Città celeste (ibid.).

Ad opera di s. Tommaso, la scolastica compi la sintesi fra la concezione sociale greco-romana (Aristotele, stoici, Cicerone) e quella del cristianesimo. Ne risultarono un sistema (filosofia sociale), intimamente connesso con la filosofia morale, in cui le forme naturali della socialità assumono un valore loro proprio nella finalità di un bene che la persona deve naturalmente porsi per conseguire il proprio perfezionamento e tendere al conseguimento del bene assoluto ultimo; e un sistema (teologia sociale), in cui Dio, rispondendo a una naturale capacità della creatura razionale, eleva le singole persone alla vita soprannaturale della comunione caritativa attuantesi nella Chiesa, e le rende quindi idonee ad esprimere, nelle stesse forme naturali della socialità, non solo le virtù morali, che permettono la vera amicizia e l'incremento del progresso umano, ma soprattutto le virtù teologali, che elevano la giustizia e l'amicizia ai supremi valori della carità. Per determinare i caratteri della socialità umana occorre distinguere tra necessità naturale di amicizia e necessità naturale di s. L'amore di amicizia è essenziale al concetto di persona creata, cui è intrinseca l'esigenza alla comunione, attraverso la conoscenza e l'amore, con Dio e con le altre persone create secondo il grado di vicendevole somiglianza, naturale o acquisita, e di concreta possibilità di un'attuale forma di convivenza (Sum. Theol., 10, q. 60 , a. $5 ; 1^{0}-2^{00}$, q. 27 , a. 3 e q. 28 , a. 1). Questa amicizia naturale va attuata dalla persona con libera deliberazione, facendosi amicizia elettiva: solo la costante volontà del bene onesto ne permette la piena e perfetta attuazione (amicitia boni honesti), mentre l'imperfezione della vita morale determina tipi di amicizia imperfetti ed estrinseci (amicitia boni utilis et boni delectabilis; cf. In Eth., VIII, lect. $2^{\circ}$, n. 1561 , lect. $3^{\circ}$, n. 1563 sgg.). L'amicizia naturale, che è proprietà essenziale di tutte le creature ragionevoli, ha nella persona umana un significato tutto particolare: gli uomini infatti, individui di una stessa natura, possono comunicare in una volontà comune di beni loro convenienti e proporzionati; e per la loro naturale perfettibilità hanno l'esigenza di realizzare il proprio perfezionamento mediante il progressivo conseguimento di beni finiti che può solo attuarsi con la mutua e organica collaborazione (In Eth., 1, lect. 10, n. 4; De reg. princ., 1, 1). L'amicizia quindi naturale delle persone umane comporta esigenza di s., cioè unione cosciente fra più persone per conseguire un bene comune, mediante il comune e organico sforzo operativo. La s. non è una sostanza reale esistente al di fuori della ragione e della volontà dei singoli che la compongono, ma è una unitas ordinii (In Eth., 1, lect. $1^{\circ}$, n. 5), perennemente causata dalla ratio practica e dalla comune volontà di un determinato bene. - Bonum commune est finis singularum personarum in communitate exsistentium" (Sum. Theol., $2^{\circ}-2^{00}$, q. 58 , a. 9) : ad esso quindi si indirizzano, come parti al tutto, le attività dei singoli, per cui la s. assume in certo modo un'operazione sua propria, nei limiti del fine particolare che i singoli si sono imposti di