'effort personnel dans le Sacrement de pénitence, in Nouvelle revue théol., 49 (1922), pp. 73-93; id., La religion catholique en esprit et vérité, ibid., 20 (1923), pp. 28 sgg., 227 sgg.; J. Muscat, De satisfaczione iustorum in ordine ad alias, Piacenza 1937; F. Fabbi, La confessione dei peccati nel cristianesimo, Assisi 1947, pp. 180-84; P. Galtier, Il peccato e la penitenza, trad. it., Alba 1952. Paolo Galtier
SODDISFAZIONE VICARIA. - Etimologicamente (satis facere) indica compensazione sufficiente, in vece e a favore di una persona, per un debito materiale o morale, di cui essa per propria colpa è debitrice, secondo giustizia, verso una terza persona. In teologia il termine ricorre nel concetto della Redenzione operata da Gesù Cristo in nostro favore (per cui v. redenzione) e nel concetto di Corpo mistico e di Comunione dei Santi (per cui v. le relative voci).
SODEN, Hermann Freiberg von. - Critico neotestamentario, n. a Cincinnati (Stati Uniti) il 16 ag. 1852, m. a Berlino il 15 genn. 1914. Frequento l'Università di Tubinga; fu ministro " evangelico" nel Württemberg (1845-80), pastore a Dresda (1881), a Chemnitz (1882), a Berlino (1887), libero docente (1889), professore ordinario onorario a Berlino (1893).
Scrisse di esegesi, sulla Palestina, di questioni sociali, antica letteratura cristiana e altri argomenti. Dedico talento ed energia allo studio delle fonti testuali del Nuovo
Testamento e ne pubblicò i risultati in Die Schriften des Neuen Testament in ihrer ältesten erreichbaren Gestaltung (1. Untersuchungen; 1. Textzeugen, Berlino 1902; 2. Textformen: A. Evangelien, ivi 1909; 3. Textformen: B. Apostolns und Apokalypsis, ivi 1910; II. Text, Apparat, Ergänzungen zu Teil I., Gottinga 1913; ed. manuale : Text mit kurzem Apparat, ivi 1913). Questa opera monumentale, benché inevitabilmente non perfetta, assicurò al suo autore un posto di alto onore nella storia delle scienze bibliche. Propose un nuovo sistema di sigle per i manoscritti, indicandone il contenuto: $\mathrm{s}=$ Vangeli, $\alpha=$ Atti e Epistole, $S=$ tutto il Nuovo Testamento; sono indicate, per la scelta del numero, la presenza o assenza dell'Apocalisse (per i manoscritti dal sec. xi in poi) e l'età (dal sec. x in poi). Ma questi vantaggi furono diminuiti dalla complessità e dal difficile maneggio del sistema, che non fu accettato. Immenso fu il lavoro di S. riguardo ai minuscoli e alle fonti secondarie. Diatinse le seguenti forme di testo: $\mathrm{H}(=$ più o meno il "neutrale" + "alessandrino" di Westcott-Hort, senza distinzione). $\mathrm{K}(=$ "siro-antiocheno"), e I (= il resto, al quale appartiene anche l'«occidentale" per quanto si può inserire in questa classificazione). Ricostrul gli antenati ipotetici di queste recensioni, spiegando le varianti trovate in fonti antiche come corruzioni oriunde dal Distessoron di Taziano. La sua classificazione di forme testuali, i metodi da lui adoperati nella ricostruzione del testo e i suoi risultati furono giustamente criticati, ma la sua opera rimane finora come l'edizione fondamentale di tutta la tradizione testuale del Nuovo Testamento. Giuseppe Smith
SÖDERbLOM, Nathan. - Vescovo luterano di Uppsala e primate della Chiesa luterana svedese, n. a Trönö (Söderhamn) il 15 genn. 1866, m. a Uppsala il 12 luglio 1931.
Cominciò la sua carriera di pastore e di studioso a Parigi pubblicando due opere sullo zoroastrismo: Les Fravashis, Parigi 1897, e La vie future d'après le macadéisme, ivi 1900. Nel 1912 professò a Lipsia la storia delle religioni, e nel 1914 fu nominato vescovo di Uppsala. Si occupò molto del movimento di unione delle Chiese cristiane (Conferenza ecumenica di Stoccolma 1924; Conferenza del movimento Faith and Order, Losanna 1927). Come storico delle religioni, oltre alle due opere sopra citate, scrisse: Cindetvans uppkomst, 1914, tradotto in tedesco: Das Werden des Gottesglaubens, 1915, $2^{\text {a }}$ ed. 1926, nel quale espone la sua tesi di Dio come creatore (Urheber); il manualetto Die Religionen der Erde, Tubinga 1903, trad. it. Roma 1908; rialaborò il Kompendium der Religionsgeschichte del Tiele, $6^{a}$ ed. Berlino 1930; Natürliche Theologie und allgemeine Religionsgeschichte, 1941; Einführung in die Religionsgeschichte, $2^{2}$ ed. 1928; Christliche Einheit, 1928; Dieu vivant dans l'histoire, Parigi 1937, trad. di J. De Coussange delle Gifford Lectures tenute a Edimburgo nel 1931. Il S. ebbe una fede vivissima in Dio e disse sul letto di morte: "Io so che Dio vive e posso provarlo con la storia delle religioni ". L'ultimo libro è la dimostrazione di questa sua fede.
Bibl.: F. Katz, N. S., Halle 1922; T. Andrae, N. S., $3^{2}$ ed., Uppsala 1932. Nicola Turchi
SODERINI, Edoardo. - Uomo politico italiano, n. a Roma il 22 nov. 1853, m. ivi il 15 maggio 1934.
Devotissimo alla S. Sede, fu tra i più autorevoli di quel gruppo di cattolici italiani che auspicarono il consenso pontificio alla partecipazione dei cattolici italiani alla vita politica e alla costituzione di un partito conservatore : espirazioni che espresse dalla rivista romana Rassegna italiana, organo di quel gruppo. Fu, nelle elezioni amministrative, tra i candidati dell'Unione romana e venne eletto consigliere comunale. Amico di Leone XIII, compilò la biografia di quel Pontefice (Milano 1932-34). Deputato di Osimo per la XXIV legislatura, fu senatore dal 1923. Tra le sue opere vanno ricordate: Socialismo e cattoliciismo (Roma 1896); Clericali e monarchia in Italia (ivi 1898); Il pontificato di Leone XIII (Milano 1932, 3 voll).
Bibl.: A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948, p. 652.
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SODERINI, Francesco. - Cardinale, n. a Firenze nel 1453, m. a Roma il 17 maggio 1524.
Era famigliare di Sisto IV, quando a 24 anni fu nominato vescovo di Volterra, l'i i marzo 1478. Fratello di Piero, che dopo la cacciata dei Medici fu gonfaloniere di Firenze, sostenne le parti di lui fino che, a sua volta, quegli fu cacciato dai Medici nel 1512 e con lui condivise l'avversione a quella casa. Non senza grossa spesa fu creato cardinale da Alessandro VI il 31 maggio 1503, ma non rinunciò a Volterra che il 23 maggio 1509; intanto aveva avuto in commenda il vescovato di Saintes il 27 genn. 1507 e lo tenne sino al 1514 : egli seguiva infatti le parti della Francia come mostrò nel Conclave del sett. 1503. Partecipò al Conclave da cui uscì Leone X; si riconcilib con lui e gli parve amico; ma fu accusato di avere in qualche modo avuto parte nella congiura del card. Petrucci e multato di 12.000 ducati ( 8 giugno 1517), per cui fuggì a Palestrina e poi nel Regno e non ritornò a Roma che alla morte di Leone. Capeggiò nel Conclave (dic. 1521) l'opposizione contro i cardd. Giulio de' Medici ed Alessandro Farnese; e come abile uomo di governo, si rese potente presso Adriano VI. Ma per l'eccessivo favore negli affari di Francia fu imprigionato in Castello (27 apr. 1523) e sottoposto a processo. Sebbene questo fosse ancora pendente fu ammesso al Conclave nell'ott. 1523, si riconcilib allora con Giulio de' Medici che ne usci papa Clemente VII e ne ebbe amnistia. Il S., che il 12 giugno 1514 aveva avuto in commenda il vescovato di Vicenza e nel 1517 anche quello di Anagni, era anche vescovo di Ostia dal 18 dic. 1523 e decano del S. Collegio. Aveva costruito in Borgo un palazzo ora distrutto accanto a quello, pure importante, del card. Castellesi.
BibL.: Pastor, II-III-IV, passim (v. indice). Pio Paschini
SODOMA, Giovanni Antonio Bazzi, detto il. Pittore, n. a Vercelli nel 1477, m. a Siena il 15 febbr. 1549 .
Fu allogato tradicenne dal padre ad apprendere l'arte presso Martino Spanzotti, col quale si trasferiva nel 1496 a Casale : ma nel 1503 risultava già passato in Toscana, dove nel 1504 terminava il suo primo ciclo di affreschi nel refettorio del monastero olivetano di S. Anna in Camprena presso Pienza (Siena). Tra il 1505 e il 1508 eseguì nel chiostro del monastero di Monteoliveto Maggiore (Siena) 31 storie a fresco della vita di s. Benedetto, in continuazione di un ciclo iniziato da Luca Signorelli (1497-1501), e nello stesso anno stipulava un contratto per la decorazione del soffitto della Stanza della Segnatura in Vaticano. Del 1512 sono gli affreschi nella Villa Farnesina a Roma, con la Storia di Alessandro e Pizzana, l'opera sua migliore. In quel tempo però era già divenuto il pittore più famoso in Siena, dove esplicò intensissima ed ininterrotta (salvo brevi soggiorni a Firenze, Volterra, Pisa, Lucca e Piombino) attività : tra le più importanti commissioni affidategli sono due affreschi nell'oratorio di S. Bernardino (1518), lo stendardo per la confraternita di S. Sebastiano (1525, ora conservato nella Galleria Pitti), i notissimi affreschi con l'Estasi e lo Svenimento di s. Caterino da Siena e l'Esecuzione di Nicolò di Tuldo nella cappella di S. Caterina in S. Domenico (1526), le immagini dei SS. Ansano e Vittore nel Palazzo pubblico (1529), la decorazione della cappella degli Spagnoli in S. Spirito (1530), il grande affresco sopra la Porta S. Viene (o dei Pispini, 1531), la tavola con la Risurrezione nel Museo nazionale di Napoli (1535), l'affresco nella cappella del Campo (1537-39) e le tavole col Sacrificio di Isacco e la Deposizione nel Duomo di Pisa (1540-41). Oltre a tali opere, sicuramente datate e documentate, vanno ricordate per il periodo giovanile uno stendardo con la Crocifistione recentemente identificato a Montalcino (Museo d'arte sacra), che è forse la sua più antica opera, il tondo con la Natività (n. 512) e la grande tavola con la Deposizione (n. 413) della Pinacoteca di Siena; intorno al 1514 va posto il celebratissimo affresco col Cristo alla Colonna già nel chiostro di S. Francesco, ora nella Pinacoteca di Siena (n. 352), mentre ad un periodo più tardo appartengono
altri due capolavori : la grande tavola con l'Epifania nella chiesa di S. Agostino di Siena e la tavola con la S. Famiglia e s. Leonardo già nel Duomo e ora nel Palazzo pubblico di Siena (ca. 1530), che suscitò l'ammirazione di Annibale Carracci. Scarse, nella pur vastissima produzione del S., le opere di soggetto profano e mitologico, ma spesso di qualità assai alta come il tondo con l'Allegoria d'Amore del Louvre e la Lucrezia del Museo di Hannover. Nel 1510 il S. sposò Beatrice di Luca Galli da Siena, dalla quale ebbe una figlia che diede in moglie al suo prediletto allievo, il pittore e architetto senese Bartolomeo Neroni detto "il Riccio". Temperamento bizzarro e disordinato, tale da meritargli il nomignolo di "Mattaccio", prodigo e amante dei cavalli, il S. fu nondimeno protetto ed onorato dai potenti, tra i quali Sigismondo Chigi, Jacopo d'Appiano principe di Piombino e il pontefice Leone X che lo insigni Cavaliere di Cristo : non accertata è invece la sua nomina a Conte Palatino da da parte di Carlo V. L'incostanza del suo carattere di uomo si riflette nella sua produzione d'artista, la quale presenta sensibilissimi dislivelli qualitativi, dovuti soprattutto alla fretta ed alla scarsa accuratezza con cui talvolta egli lavorava. Il suo percorso stilistico è caratterizzato inizialmente da un'adesione alla tradizione piernoon-tese-lombarda, da poco rinsanguata con apporti della scuola umbra e fiorentina: ma ben presto, e soprattutto dopo il soggiorno a Roma del 1512, il S. risentì l'ascendente di Raffaello, e più ancora di Leonardo, del cui "sfumato" egli fu uno dei più intelligenti ed abili interpreti. Narratore fantasioso e piacevole, e dalla tecnica duttilissima e ricca di infinite risorse, il S. diede la più alta misura della sue grandi possibilità quando, conformandosi ad un ideale di classica sobriccia nel rigore della composizione e nell'espressione degli affetti, seppe evitare quel sentimentalismo languido e delciastro cui troppo spesso indulse, e che tuttavia gli guadagnò, specie nel secolo scorso, una larghissima popolarità. La sua posizione storica è di somma importanza perché egli fu il rinnovatore e il dominatore del gusto pittorico senese durante tutto il sec. xvi. - Vedi tav. LVII.
BibL.: G. Vasari, Le Vite... etc., ed. Milanesi, VI, Firenze 1881; G. Frizzoni, L'arte italiana del Rinascimento, Milano 1891; Priuli-Bon, S., Londra 1900; C. G. Faccio, G. A. Bazzi, Ver. celli 1902; H. Cust, G. A. Bazzi, Londra 1906; A. Jacobson, S. und das Cinquercinta in Siena, Strasburgo 1910; A. Sezard, S., Parigi 1910; L. Gielly, S., Parigi 1911; H. Hauvette, Le S., Parigi 1911; W. Suida, s. v. in Thieme-Becker, XXXI, pp. 108 202; E. Carli, Catalogo della mostra delle opere di G. A. Bazzi detto il S., Vercelli 1950.
Enzo Carli
SODOMA e GOMORRA. - Nomi delle due prime città della Pentapoli (v.) distrutte dalla giustizia divina per la lussuria e vizi contro natura degli abitanti (Gen. 13, 13; 18, 16-19, 29). I nomi ebraici delle città sono Sēdhōm (Settanta Zó80/2) e 'Ámōrāh (gr. Гouópox).
La catastrofe, già presentata da Mosè (Deut. 29, 22) come immagine dei castighi che colpiranno i nemici di Dio, è spesso rievocata nella tradizione biblica o con il solo nome di S. (Ex. 16, 49; Mt. 11, 23.24; Lc. 10,12) o associata con G. (Am. 4,11; Is. 1,9; 13,19; Ier. 23,14; 49,18; 50, 40; Mt. 10, 15; Rom. 9, 26; Jud. 7; II Pt. 2,6 : esempio per quelli che in avvenire sarebbero vissuti da empi s).
Le scarse indicazioni topografiche del testo biblico non permettono di accertare se S. e G. fossero situate al nord o al sud del Mar Morto, come comporterebbe l'espressione "distretto (kihhdr) del Giordano" (Gen. 13, 12). Nella separazione di Abramo da Lot in Bethel (ibid. 13, 13), questi scelse per residenza "il distretto del Giordano che era tutto irrigato - prima che il Signore distruggesse S. e G. - come il giardino di Dio, come il paese d'Egitto" (ibid. 13, 10-14); ma da Bethel non si può scorgere la parte meridionale del Mar Morto, e quindi S., residenza di Lot, sembrerebbe doversi trovare nella parte settentrionale, opinione presentata da scrittori moderni. Tutti gli altri episodi, come la battaglia di Chodorlahomor nella valle di Siddim (v.), la preghiera
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di Abramo dalle alture di Hebron (Gen. 18, 16) perché fosse risparmiato Lot dalla distruzione, la vista del fumo che si alzava dalla città "sulla quale piovve zolfo e fuoco dal cielo" (ibid. 19, 24) si adattano meglio alla parte meridionale. La tradizione ha sempre indicato S. e G. al sud della penisola di el-Lisān nel Mar Morto. A questa parte più che al nord conviene l'aspetto di desolazione descritta dai profeti. Il nome di Ġebel Uzdum, collina di sale sulla destra del Mar Morto, perpetua il nome della città di S., come 'Ajn Gamah, 65 km . più a sud, può ricordare il sito della città di G. Circa l'apporto alla teoria del sud dalla scoperta del cimitero e santuario di Bāb ed̄ Drā' ad est di el-Lisān, v. pentapoli.
Bim.: 1. Pencose Harland, Sadom and Gomarrah, in Bibl. archæedogist. 6 (1943), pp. 42-54. Donato Baldi
SOFFERENZA. - Un problema filo-solico-morale, psicologicamente arduo, è posto dal fatto che la s. accompagna la vita di ognuno. La Rivelazione cristiana ha dato al " problema del dolore " l'unica risposta che calma lo spirito e lo sublima anche nella s. più accrba. Dio non si diletta della morte e dei dolori degli uomini (Sap. 1,13), anzi, in un piano di provvidenza che fu frustrato dal peccato, aveva stabilito che l'uomo passasse dalla vita terrena a quella celeste senza attraversare la dissoluzione: ma a motivo del peccato è entrata nel mondo la morte, con tutte le dolorose sue sequele (Rom. 5, 17). I dolori che colpiscono l'umanità sono fisici (le ambasce corporali, dall'indigenza, povertà, fame e sete, alle malattie più atroci fino alla morte) e morali (le tentazioni, aridità, ansietà, incomprensioni, avversità, fino all'odio ed alle persecuzioni). Ogni sorta di modi e di gradi. E oltre i dolori individuali, vi sono i collettivi e sociali, come guerre, carestie e altre calamità pubbliche.
La s. è una sequela naturale della limitatezza umana, soggetta all'azione disgregatrice dell'ambiente e agli attacchi delle libertà altrui, né ha di per sé valore soprannaturale. Però è per l'uomo un richiamo, uno stimolo, un tonico morale, come già dimostrarono i moralisti della antichità classica, specialmente gli stoici (cf. Cicerone, Tussolonne disputationes, II. I-III). Per le anime vivificate dalla Grazia santificante, ogni s. acquista un valore sia meritorio ed impetratorio, che attira loro i favori divini, sia soddisfattorio e propiziatorio, per cui espiano le colpe ed allontanano da sé e dai propri cari molti castighi meritati. Nella vita morale la s. è un preservativo contro molti peccati, favorendo il distacco dalle creature, ed una luce che fa vedere meglio i vari valori della vita. Generalmente parlando, a parità di condizioni, il dolore sopportato con amore e con rassegnazione aumenta il merito delle azioni ed unisce più intimamante s Dio, rendendo il sofferente più simile al Divino Salvatore, che volle attraverso al dolore ed alla croce redimere l'umano genere dalla colpa.
La tradizione cattolica ha sempre riconosciuto questi valori della s. Gtà s. Agostino osservava: «da ogni parte Dio chiama gli uomini col flagello della tribolazione" (Enarr. in Ps., 102, 8) e notava che il dolore ha valore diverso secondo il modo con cui si sopporta: "Non qualia, sed qualis quisque patiatur" (De Citeit. Dei, I. 8). S. Francesco di Sales affermò che "Nostro Signore ci fa spesso un bene maggiore per mezzo dei travagli e delle afflazioni che per mezzo della felicità e delle consolazioni" (Lettera 814). Infatti attraverso alla prova della s. si afferma e si affina la virtù ( $I$ Pt. 1, 7), che acquista consistenza come il vaso di creta al fuoco (s. Agostino, in Ps., 75, v. 16). Perciò già s. Paolo si congratulava con i Filippesi, che Iddio avesse fatto loro la grazia "non solo di credere in Cristo, ma di patire per lui" (Phil. 1, 29).

Soffitto - S. con ritratti e stemmi della sala della Giustizia (sec. xv). Saluzzo. Casa Cavassa (Museo civico).
Nell'ascetica è di grande valore l'accettazione generosa della s. "Beati quelli che piangono. perché essi saranno consolati" (Mt. 5, 5). La s. entra nei disegni salviBci di Dio, non solo come elemento di espiazione, ma per manifestare le opere di Dio (Io. 9, 3) e che tutti i mali sono indirizzati a un bene. Cosi fu la malattia di Lazzaro, ordinata dalla Provvidenza acciocché "il Figliuolo di Dio fosse glorificato" (Io. 11, 4). Il fedele deve quindi accettare la s. con spirito di fede: senza ribellarsi, ma con rassegnazione. Oltre a questo fondamentale dovere, vi sono gradi di maggiore perfezione, qualora si accetti la s. con esplicita conformità alla divina volontà, ad imitazione del Salvatore, il quale asserì che "colui il quale non porta la sua croce non può essere suo discopolo" (Le. 14, 27). Il più alto si ha quando non solo si accetta con piena dedizione la s., ma si abbraccia con gioia per amore del Signore.
Tutti i santi amarono perciò la s. e la esaltarono. Ignazio di Loyola chiamava "la malattia un dono non minore dalla sanità " (Custit. d. C. d. G., parte 3a, cap. 1, n. 17), e s. Giovanna di Chantal affermava con sincerità : "Per me terrei in conto di grande grazia che neppure un giorno solo della mia vita fosse senza dolore; anzi neppure un'ora, affine di fare penitenza dei tanti peccati che ogni giorno vado commettendo" (Lettera 310). Nel De imitatione Christi è compendiata la dottrina cristiana sulla s. nel capitolo De regia via sanctae crucis (II, 12).
Bim.: O. Cohnosz, Menschen die am Leben leiden, Lippia 1922; A. Zacchi, Il dolore, $6^{2}$ ed., Roma 1944; J. Lyonnais, L'apostolat de la souffrance, Parigi 1926; F. Rouvier, Saper soffrire, Torino 1929; P. La Scala da Mazzarino, Il dolore, Catania 1930; M. Bougaud, De la douleur, Parigi 1931; R. de la Chevasserie, Bienheureux ceux qui souffrent, ivi 1931: H. Riendel, Consolamini, ivi 1938; G. Gaudati, Il dolore, Roma 1943. Arnaldo M. Lanz
SOFFITTO. - Elemento architettonico tendente a mascherare le soprastanti strutture del tetto o, più semplicemente, il cielo di un locale. Quello che qui interessa è, naturalmente, la funzione estetica di tale elemento, che, nei vari periodi storici, ha subito forme svariate di decorazione, sia che a tal fine venissero usate le travi del solaio per ottenere il s. cosiddetto a lacunari o cassettonato, sia che la decorazione della superficie in piano del s. sia stata coperta da dipinti.
Un tipo speciale di decorazione, quindi, che rientra tuttavia nella storia dell'intaglio in legno e dello stucco per quanto riguarda particolarmente il primo tipo, e in quello della pittura vera e propria per quanto riguarda il secondo tipo e per il quale si suole distinguere tra il s. e la vòlta decorata. Opere alle quali venne sempre data grande importanza; ed è noto, a causa del ricco s. che
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Soffitto - S. in legno (sec. xv) - Fano, Seminario.
l'adornava, l'appellativo di "in ciel d'oro " rimasto alla chiesa di S. Pietro in Pavia (sec. xi), o quello di "aurea" dato per la stessa ragione alla chiesa di S. Giovanni in Laterano a Roma.
Tra le più antiche opere rimaste si ricorda il s. del Cappella Palatina di Palermo (ca. il 1149), nel quale "tra gli ornamenti musulmani stanno figure di profana beatitudine, alzando i nappi, sedute all' orientale" (Toesca): tavolette di s. dipinte, di stile bizantino, restano anche nel Capitolo di S. Niccolò a Treviso. Un tipo, questo, che non ha cessato mai di avere grande fortuna, specialmente in Sicilia, e si ricorderanno, per le epoche posteriori, quello del Palazzo Chiaramonte a Palermo di Simone di Corleone e Cecco di Naro (1377-80), di una fantastica ricchezza decorativa, con soggetti profani alternati a quelli sacri. E questo, inoltre, uno dei pochi esemplari rimasti di s. decorato di una casa privata medievale, mentre non difettano esempi per le costruzioni religiose, come il s. a travature decorate (dat. 1334) della chiesa di S. Giovanni Evangelista a Ravenna. Scarsi invece d'importanza artistica sembrano essere stati, per lo spirito stesso d'arte che li generava, is. del periodo gotico, durante il quale si fece più frequente ricorso a coperture a volta.
Una ripresa notevole si ha durante il Rinascimento, il periodo classico dei grandi s. intagliati e dorati e anche dipinti, nei quali fecero le loro prove artisti come i Lendinara, Giuliano da Sangallo (che assieme a Domenico del Tasso ha lasciato il ricchissimo s. della Sala dei Dugente nel Palazzo della Signoria a Firenze), il fratello Benedetto, Matteo Cividali, Antonio da Sangallo (s. di Palazzo Farnese a Roma), Giulio Romano (Palazzo del Tè, a Mantova), il Primaticcio (appartamento di Troia in Palazzo Ducale a Mantova). Accanto a questi opera tutta una legione di artisti minori, di cui restano, sfortunatamente, solo pochi nomi (Giacomo Fiorentino a Urbino; Antonio Viani a Mantova; Michelangelo Leggi a Cortona; Giovanni Sega a Carpi e altri). L'arte del Seicento ha lasciato esempi notevoli di s. in legno, specialmente a Genova, ove è ricordata l'opera del lucchese Gaspare Forzani; a Firenze, ove si ricorderà il s. della chiesa della S.ma Annunziata (1664); nel Palazzo Reale di Torino, ove lavorarono Pietro e Bartolomeo Botto (nel 1656 e nel 1660 rispettivamente), Quirico Castelli
(1662-63). Pier Luca Bertolina (1658-59), Emanuele e Francesco Dugar, ecc.
Il tipo di s. in piano dipinto è più difficilmente separabile in maniera netta dalle vòtte decorate e per le quali occorre rifarsi a tempi più remoti. Troppo celebri sono, tuttavia, i ricchi s. di questo tipo eseguiti durante il Rinascimento perché occorra ricordarli particolarmente e per i quali bisognerebbe ancora ripetere nomi di artisti famosi, da Mantogna al Pinturicchio, a Raffaello, a Giulio Romano, per proseguire poi con i nomi dei maggiori artisti del Seicento e del Settecento. E invece opportuno ricordare che nel periodo barocco, assieme alle ardite visioni di sottinsù realizzate dai pittori, si ebbe una particolare e naturale ripresa della decorazione a stucco, oltre che in legno (e basterà fare il nome del Serpotta), sino a che "perduta ormai la tradizione delle solenni e potenti invenzioni decorative, quella virtuosità si esercitò magnificamente nelle infinite risorse di una grazia molle e artificiosa" (A. Colasanti) - Vedi tav. LVIII.
Bibl.: oltre le opere più note di storia dell'arte, v. in particolare L. Crema, s. v. in Ene. Ital., XXXII, pp. 17-19; e, soprattutto per il materiale illustrativo, A. Colasani, Folte e soffitti italiani, Milano 1926.
Gilberto Ronci
SOFIA. - Città capitale della Bulgaria (v.), così chiamata dall'antica Basilica dedicata a s. Sofia (Sveta Sofija), è il centro più popolato del paese, situata a 550 m . s. m., in un pianalto compreso tra il passo del Bragoman e il massiccio del Vitoscia, tra le catene dei Balcani e del Rila.
Capitale del nuovo Stato della Bulgaria (1879), progredì sempre più per l'importanza della sue industrie (janifici, cotonifici, essenza, oli, gomma) e per l'aumento della popolazione. S. è in posizione eccentrica rispetto al territorio dello Stato, e favorevole alle comunicazioni e al commercio internazionale, trovandosi sulla via che da Belgrado va al Mar Nero, toccata anche dalla linea ferroviaria dell'Oriente Express (Belgrado - Nissa - S. - Filippopoli - Adrianopoli - Instanbui). Alla fine del sec. xix S. contava ca. 30.000 ab., ne aveva ca. 290.000 nel 1934 e 400.000 (con i sobborghi) nel 1942.
Bibl.: G. Dainelli, La regione balcanica, Firenze 1922; Autori vari, Bulgaria (Il Mondo d'oggi), Roma 1930; L. G. Clenton.

Soffitto - S. di una sala della Biblioteca Geral, decorato in prospettiva (1723) - Coimbra, Università.
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(fot. Alinari)

(fot. Alinari)
In alto: LA MADONNA RIVESTE S. ILDEFONSO DI TOLEDO DELLA PIANETA. Affresco nella cappella degli Spagnoli - Siena, chiesa di S. Spirito. In basso: PRESENTAZIONE DELLA VERGINE AL TEMPIO. Particolare degli affreschi (1518-32) nella cappella sup. dell'oratorio di S. Bernardino - Siena.
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(fol. Alinari)

(fol. Alinari)

(fol. R. Mosciomi)

(fol. Alinari)
In alto a sinistra: SOFFITTO DELLA BASILICA DI S. MARIA MAGGIORE, con stucchi dorati di G. da Sangallo (sec. xv) - Roma. In alto a destra: SOFFITTO DI UNA SALA DEL PALAZZO DEI PENITENZIERI, già Della Rovere, affrescato dal Pinturicchio (fine del sec. xv) - Roma. In basso a sinistra: SOFFITTO DELLA CAPPELLA PAOLINA, con stucchi di Martino Ferabosco (1615-17) - Roma, Palazzo del Quirinale. In basso a destra: SOFFITTO DELLA SALA DEI DUECENTO, attribuito a Benedetto da Maiano (sec. xv) Firenze, Palazzo Vecchio.
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Bulgaria, past and present, Manchester 1936; Y. Teodorov, Le grandi strade romane in Bulgaria, Roma 1937; G. Caraci, La Bulgaria, in Geogr. univ. illustr., I, parte $2^{\circ}$. Torino 1940. Gastone Imbrigh
I. Ancheologia. - A sud dell'antica Ulpia Serdica si trovavano le sue aree sepolcrali pagane e quelle cimiteriali cristiane all'aperto, costituite di tombe a inumazione a vòlta in mattoni e di cappelle, rinvenute in esplorazioni sotto l'attuale chiesa di S. Sofia. Le monete ivi trovate datano dal tempo di Galerio fino a Giustiniano II. Alcune tombe furono trovate a ca. 3 m . di profondita; una di esse conteneva 15 cadaveri. Tra le iscrizioni si notano quelle di un a vir beatissimus Theupreprius episcop(us) (CIL, III, 14207), di un a Maxentius presby(ter) s (ibid., 14207), di un a vir religiosus Lconianus presbyter s (E. Diehl, Inscr. latin. christ. veteres, Berlino 1925-31, n. 1666 A), di un a Demetrius diaconus s (ibid., 1225 A), di un a Decius famulus sci Andrese s (ibid., 1301), di un a Iulius Dabridius neofitus s (Revue archéol., $5^{\circ}$ serie, 9-10 [1919], p. 350, n. 172), di un - Ioannes filius Georgi inlustris s (E. Diehl, op. cit., n. 215). Oltre queste e altre iscrizioni in latino se ne hanno poche in greco, cioè una "Mapúa $\pi \dot{\alpha} \rho \vartheta \varepsilon v o \varsigma$ " e un "A $\mu \mu \sigma \tilde{\omega} \kappa \iota \varsigma$ ó $\pi \dot{\sigma} \Sigma \varepsilon \lambda \eta \nu \sigma \tilde{\nu} v \varepsilon \varsigma$ " cioè da Selinunte in Cilicia (Revue archéol., 9-10 [1919], p. 317, n. 169 e p. 348, n. 3). Nel 1895 in una tomba fu trovata una cassetta in argento di cm . $7 \times 8$ contenente avanzi di materie organiche; all'esterno su una delle facce era il "signum Christi" A $\mathfrak{K}^{\prime}$ tra le due lettere apocalittiche; sull'altra la croce monogrammatica $\&$; negli altri due lati e nel coperchio decorazione geometriche (E. Le Blant, Inscriptions chrétiennes et Cuffret de S., in Comptes rendus de l'Acad. des Inscr. et belles lettres, 1896, p. 291 sgg.). In una tomba si è rinvenuto un affresco con l'adorazione di Uriel (J. Mijatev, Dekorationata Sivopis na sofijchija nekropol, Sofia 1925, fig. 36). Al di sopra di quest'area cimiteriale sorse nel sec. vi la chiesa di S. Sofia, a tre navi divise da pilastri con largo transetto e cupola sulla crocera; rifatta dai Bizantini (1018-1186), subí poi altri restauri; nelle pareti sono affreschi dei secc. xII e xiv (J. Ebersolt, Monum. d'archit. byz., Parigi 1934, p. 45 e fig. 38; V. Ivanova, Les anciennes bavliques de Bulgarie, in Bull. de l'Inst. arch. Bulgare, 9 [1935], pp. 211-15). La chiesa di S. Giorgio fu in origine un bagno romano poi trasformato in chiesa. la cupola romana crollò in parte e fu costruita una nuova cupola più alta. Sotto il pavimento era l'ipocausto; le quattro absidi erano in origine piscine (V. Ivanova, Gadilnih du Musée nat. de S., 1921, p. 183; J. Ebersolt, op. cit., p. 20). Nella Biblioteca nazionale di S. sono con-

(da B. Filov, L'antica chiesa di S. Giorgio, Sofia 1222, tav. a pag. 2) Sofia - Chiesa di S. Giorgio (sec. iv-v).
29. - Encicloppoia Cattolica. - XI.
servati due notevoli manoscritti : il primo (cod. 307), detto il "Tetravangelo di Dobrejšo", in pergamena, scritto in bulgaro e datato ca. al 1221 proviene dalla Macedonia ( 48 fogli sono nella Bibl. naz. di Belgrado) ed è decorato da tre miniature raffiguranti gli Evangelisti; manca quella di Matteo (A. Grabar, Rech. sur les influences orient. dans l'art byz., Parigi 1928, pp. 92-107); il secondo del sec. xv (cod. 771) contiene il romanzo di Alessandro ed è illustrato con 13 miniature (A. Grabar, op. cit., pp. 108-33).
La grande moschea eretta dai Turchi nel 1474 è oggi adibita a Museo nazionale che contiene anche la collezione più notevole di pitture e sculture di arte antica, medievale e moderna.
II. Istittuti. - S. possiede una Università di Stato e una Università libera; un'Accademia delle scienze fondata fin dal 1869 a Braila in Romania e trasferita a S. nel 1881 con le tre sezioni di storia e filologia, filosofia e sociologia, fisica-matematica; l'Accademia di belle arti fondata nel 1896 e trasformata nel 1921; l'Accademia di musica fondata nel 1921; l'Istituto scientifico macedone fondato nel 1923.
III. Vicariato apostolico di S. e Filippopoli. Fu fondato nel 1758 per i Pauliciani e Bogomili (v.) di rito latino convertitisi al cattolicesimo per opera dei Francescani. Il vicariato comprende la parte meridionale della Bulgaria e dipende dalla S. Congregazione Orientale. I centri principali sono, oltre S. : Plovdiv ( $=$ Filippopoli), Serirovo, Nikolnevo, Jitnissa e Kaloyanovo. Nel 1948 S. contava 28.230 fedeli, 13 parrocchie, 19 chiese e 15 sacerdoti secolari. Inoltre vi erano 51 sacerdoti religiosi in prevalenza esteri. Il regime comunista ha soffocato la vita cattolica anche nel vicariato di S. Già nell'ag. 1948 fu decretata la chiusura delle scuole cattoliche; in seguito furono soppresse 3 scuole a S. e due a Plovdiv. La legge sui culti del 17 febbr. 1949 cercò di soggiogare la Chiesa e bandì i sacerdoti e religiosi stranieri. Nell'estate 1952 una vera persecuzione portò all'arresto della maggioranza dei sacerdoti, fra i quali anche il vicario apostolico mons. Giovanni Romanoff. Solo pochi sacerdoti conservano una certa libertà. S. è anche sede dell' Amministratore apostolico dei ca. 6000 cattolici bulgari di rito orientale.
Bibl.: S. Congr. Orient., Statistica con cenni storici della gerarchia e dei fedeli di rito orientale, Città del Vaticano 1932, pp. 90-115; F. Cavalli, Persecu2. relig. nella Repubbl. Popol. Bulgara, in Civ. Catt., 1953, 1, pp. 138-52; Ann. Pont. 1953, pp. 753-56.
Guglielmo de Vries
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(per cortesia det p. B. Schultze, S. J.).
Sofriologia - Tipo di rappresentazione della Sofia di Novgorod (il prototipo è forse dell'inizio del sec. xv). Sopra si legge in caratteri slavi : "Sofia Sapienza del Verbo Divino". Copia esistente presso il Pont. Istituto Orientale - Roma.
SOFIOLOGIA. - Dottrina filosofico-teologica o gnostica (v. Gnosl russa contemporanea) di una serie di pensatori russi recenti sulla fondazione del mondo, specialmente dell'uomo e dell'uomo-Dio, Cristo in Dio, Sapienza Eterna; può dirsi anche dottrina sulla trasparenza della bellezza dell'Eterna Sapienza nella creatura. Il metodo della s. è più artistico-intuitivo che non propriamente discorsivo; a base della s. sta una esperienza mistica, non chiaramente soprannaturale, bensì intuitiva, visionaria naturale.
I. RAPPRESENTANTI PRINCIPALI. - Primo sofiologo nel senso proprio è Vladimiro Soloviev (1853-1900). Dipendono da lui il sacerdote P. A. Florenskij (n. nel 1881), l'arciprete S. N. Bulgakov (1871-1944), i due fratelli Sergio N. e Eugenio N. Trubetskoj (18621905; 1863-1920), i poeti simbolisti, tra i quali principalmente V. I. Ivanov (1866-1949), poi L. P. Karsavin (n. nel 1882), V. Il'in, L. Zander (discepolo di Bulgakov ed autore dell'opera Dio e il mondo [in russo], 2 voll., Parigi 1948) in senso molto ristretto anche N. A. Berdjaev (1874-1948), e altri.
II. Dottrina. - Soloviev parla della Sofia anzitutto nelle Lezioni sulla divino-umanità (sul teandrismo; 18781881), nella terza parte di La Russie et l'Eglise universelle (1889) e in una lunga poesia autobiografica Tre incontri (cioè con la Sofia-Sapienza; 1898). Poeticamente la descrive come un essere femminile di singolare bellezza, come una "eterna amica". Speculativamente la determina come "l'unità prodotta nel divino organismo di Cristo", "il corpo di Dio, la materia della divinità pervasa dal principio dell'unità di Dio", come "unità creata, principio dell'umanità, l'uomo ideale o normale" o anche "l'umanità ideale perfetta, contenuta ab eterno nell'essenza totale di Dio o di Cristo ", o, infine (in un discorso del 1898 su A. Comte), come "essere grande reale e fem-
minile, la vera, pura e piena umanità stessa, la più alta e comprensiva forma e l'anima viva della natura e dell'universo, che è sempre unita con la divinità e tutto unisce con essa ". Soloviev talvolta distingue la Sofia dall'"anima del mondo", che, con la caduta si separò da Dio, talvolta piuttosto l'identifica con lei.
Opera principale del Florenskij è il libro Colonna e fondamento della veritit (Mosca 1914; cf. I Tim. 3, 15). Criterio di verità è per lui la bellezza spirituale; la Sofia, come "quarta ipostasi", partecipa alla vita della S.ma Trinità. Dal punto di vista dell'ipostasi del Padre, essa è sostanza ideale, fondamento della creatura, la potenza o forza del suo essere; dal punto di vista dell'ipostasi del Figlio, essa è la ragione, il senso, significato, la verità o la giustizia della creatura; dal punto di vista dello Spirito Santo, essa è la spiritualità, santità, purezza, illibatezza, bellezza della creatura. Più in concreto e nell'ordine della salvezza, Florenskij vede la Sofia come il corpo (l'umanità individuale) di Cristo, poi il suo corpo sociale o la Chiesa, e dentro la Chiesa specialmente quella creatura che di più splende nella sua bellezza originale ed immacolata: Maria, la Madre di Dio.
Più di tutti gli altri Bulgakov ha svolto il tema sofianico, dapprima più dal punto di vista filosofico (nel libro La luce senza tramonto, Mosca 1917), poi più teologicamente. Fondamentali sono due trilogie: 1) la mariologia esposta nel libro Il receto ardente; la dottrina su s. Giovanni Battista, contenuta in L'amico dello Spaso; e l'angelologia in La scala di Giacobbe; 2) la dottrina sull'umanità divina, che comprende i tre volumi : L'Agnello di Dio (la cristologia); Il Cuncolatore (la pneumatologia); e la Spasa dell'Agnello (l'ecclesiologia e l'escatologia). Come i suoi predecessori egli identifica la Sofia non tanto con la sapienza personale, cioè con Cristo, quanto con l'essenza o la sostanza di Dio comune a tutte e tre le Persone divine. Per lui Sofia è lo stesso che l'idea di Dio, il prototipo eterno del mondo creato in Dio, il nome di Dio, il tutto, un essere vivo e tutt'uno, l'anima del mondo; essa risponde all'amor di Dio, secondo il suo carattere passivo, femminile (l'«eterna femminilità", secondo l'espressione già adoperata da Soloviev), creaturale, con un amore recettivo. Accusato di introdurre in Dio una quarta ipostasi, Bulgakov di poi distingueva tra ipostasi ed ipostaseità, affermando che la Sofia non è una ipostasi, ma solamente un'ipostaseità (personificazione). Difatti nel sistema di Bulgakov la Sofia appare talvolta come essere intermediario tra Dio e creatura, talvolta identica e con Dio o con la creatura. Essa, secondo lui, ha "un doppio volto»: con la sua faccia rivolta a Dio è la sua immagine; con la sua faccia rivolta al mondo essa ne è l'eterno fondamento.
III. Origine ed argomenti della dottrina. - Hanno influito sulla formazione della s. il culto della Sapienza di Dio in Oriente, sia a Bisanzio (la Haghio Sofia), sia in Russia; la dottrina del mistico protestante Giacomo Böhme (1575-1624) sulla "Vergine Sofia"; i seguaci di Böhme, cioè tra gli idealisti tedeschi Hegel e specialmente Schelling e von Baader, ed il mistico inglese Pordage; alcuni celebri scrittori russi, Bucharev, Gogol e Dostojevskij.
Poi è indubbia l'influenza del platonismo di Filone e del neoplatonismo, direttamente e mediante l'idealismo germanico. Bulgakov vede nella medesima linea le cifre presso i pitagorei, i nomi presso taluni mistici, le idee in Platone, le entelechie in Aristotele, i caratteri ebraici nella Cabala, le energie divine dei Palamiti e la Sofia.
I sofiologi vedono una conferma della loro dottrina nella S. Scrittura (specialmente nelle teofanie e nei libri sapienziali del Vecchio Testamento; le apparizioni di Dio. la "gloria" di Dio, il "nome" di Dio, la nube e la colonna di fuoco, sono per loro manifestazioni della Sofia) e nell'insegnamento dei ss. padri Atanasio, Gregorio di Nissa, Agostino, Pseudo-Dionigi Areopagita, Massimo Confessore, Giovanni Damasceno, sui prototipi delle creature in Dio come idee di Dio, pensieri, intenzioni, provvidenze, predestinazioni.
Un altro argomento traggono i sofianici dalla liturgia bizantina. Dal fatto che il culto della Sofia ha un carat-
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tere e cristologico e mariano, che la Sofia si venera e nelle feste di Cristo (Natale e Pasqua) e della Madonna (Natività ed Assunzione) essi concludono che la Sofia può personificare diversamente e non si deve senalaltro identificare solo con Cristo, Maria Santissima, la Chiesa, ecc.
Simile argomento essi tolgono dall'iconografia russa, specie dalle tre rappresentazioni della Sofia: 1) a Jaroslav (una schiera di diversi rappresentanti della Chiesa attornia il gruppo della Crocifissione); 2) a Kiev (la Madonna con il Bambino, circondata da santi ed angeli, troneggia in un tempio costruito su sette colonne; allusione ai Prov. 9, 1); 3) a Novgorod (si vede un angelo alato e di color di fuoco, con a un lato la Madonna e all'altro s. Giovanni Battista; sopra questo gruppo principale si vede, in un piccolo medaglione, ancora Cristo, e più in alto si vedono angeli). Le scene rappresentate in queste tre scene hanno ispirato i titoli dei libri di Bulgakov. Comune a queste tre immagini è il nesso tra umanità celeste e terrestre : la presenza di Cristo e di sua Madre. Più difficile è l'interpretazione dell'angelo nell'icona di Novgorod (forse ispirata da fonti occidentali; cf. il racconto del b. Enrico Susone, nell' Horologium sapientiae del 1334, di una visione, in cui vide l'Eterna Sapienza talvolta come giovanetto, talvolta come vergine bellissima; d'altra parte si veda anche il racconto dell'apparizione della Sapienza al giovane s. Cirillo, apostolo degli slavi ispirato da Gregorio Nazianzeno). Soloviev, Florenskij e Bulgakov vedono nell'angelo "l'angelo della creatura", "l'anima ideale del mondo", "la divina tutt'unità nella Sapienza", in una parola, la divina Sofia.
IV. La controversia sofranica. - Si rimproverava a Bulgakov di introdurre in Dio una quarta ipostasi, di ammettere tra Dio e creatura un essere intermediario come gli antichi gnostici, di arrivare al panteismo con l'identificazione della Sofia da una parte con Dio, dall'altra con la creatura. Nel 1935 la s. di Bulgakov (soltanto indirettamente anche quella di Florenskij e Soloviev) fu condannata come eretica, prima dal metropolita, futuro patriarca, Sergio di Mosca, e poi da quella Chiesa russa di emigrati che aveva allora la sede metropolitana a Karlovtsi in Iugoslavia. La condanna da quest'ultima gerarchia fu preparata col libro voluminoso dell'arcivescovo Serafim (Sobolev) dei Russi in Bulgaria: Nuova dottrina sulla Sofia, sapienza divina (Sofia 1935). Il metropolita Eulogio, alla cui giurisdizione Bulgakov apparteneva, non condannò la dottrina, ma consigliò a Bulgakov di riesaminarla.
V. Gritutto dal punto di vista cattolico. - La s. è una specie di intuizione universale artistica, filosofica, teologica, e, in un certo senso, mistica. Lo svantaggio del metodo intuitivo è l'assenza delle distinzioni necessarie tra soggetto ed oggetto, Dio e creatura. Soloviev, Florenskij, Bulgakov, altri (i due fratelli Trubatskoj invece rimangono più nei limiti ammissibili), non evitano sufficientemente il pericolo del misticismo, gnosticismo, panteismo, intendendo però sempre il "pan-en-teismo", cioè di vedere tutte le cose non come Dio, ma come congiunte con Dio e fondate in lui. Nella s. ben intesa però sono nascoste ricchezze e tesori inesauribili: Iddio stesso, Padre, Figlio e Spirito Santo, è essenzialmente Sapienza; il Figlio di Dio è la sapienza personale. Nella Sapienza divino, sia essenziale, sia personale è fondato il mondo, la creatura, ogni bellezza e perfezione creata. Tutto l'ordine naturale e soprannaturale non è altro che un'immagine, un vestigio, una traccia del prototipo divino (cf. l'insegnamento dei Santi Padri). Specialmente le creature razionali sono immagini di Dio, specchi della sua sapienza e bontà, già con la loro natura, e più ancora mediante la Grazia; ciò vale specialmente dei santi della Chiesa, anzitutto di Maria e di Cristo uomo e Dio.
Bibl.: S. Bulgakov, The Wisdom of God. A brief summary of sophiology, Nuova York - Londra 1937; A. M. Ammann, Darstellung und Deutung der Sophis im surperrinschen Ausland, in Or. chr. per., 4 (1938), pp. 120-56; C. Lialine, Le début sophiologique, in Irénibon, 2 (1936), pp. 168-202; B. Schultze, Der gegenwärtige Streit um die Sophia, die göttliche Weisheit, in der Orthodoste, in Stimmen der Zeit, 137 (1940), pp. 316-24; id., Zur Sophiathage, in Or. chr. per., 3 (1937), pp. 659-61; id., Ein Beitrag zur Sophiathage, ibid., 3 (1939), pp. 223-29; id., Sofia, in Humanitas, 1 (1946), pp. 223-30; L. Zander, Le Père Serge Boulgakov, in Irénibon, 19 (1946), pp. 168-82; B. Schultze, Einstiche Denker, ihre Stellung zu Christus, Kirche und Papsttum, Vienna 1950; A. Litva, La "Sophia" dans la création selon la doctrine de Serge Boulgakof, in Or. chr. per., 16 (1950), pp. 39-74. Bernardo Schultze
SOFISMA. - Nell'uso primitivo $\sigma \dot{\sigma} \boldsymbol{\alpha} \alpha \alpha$ (da $\sigma \varphi \hat{\alpha} \alpha$, sapienza) è ogni ritrovato o invenzione del pensiero (inventum, scitum). Dopo che dalla sofistica (v. soristi) la dialettica, attraverso espedienti verbalistici (cf. gli esempi riferiti da Aristotele nel De sophisticis elenchis, cap. 4 sgg .), fu fatta servire a intenti negativi, anche il termine s. assunse senso peggiorativo e fu usato a indicare un argomento illogico (o falso), apparentemente corretto: "quando sembri provare è s. non dimostrazione : ( $\dot{\alpha} \times$ Ki $\varphi \alpha i$ v $\varepsilon \tau \alpha 1, \sigma \dot{\sigma} \varphi \omega \mu \alpha \varepsilon \varepsilon \sigma \tau \alpha 1, \quad \alpha \dot{\alpha} \alpha \dot{\alpha} \dot{\alpha} \delta \varepsilon \iota \xi \iota \varsigma ; \quad$ Top., VIII, i1, 162 a 14-15; cf. De soph. el., 1, 165 a 21; e Sesto Emp., Phyrrh. hypoth., II, 22, 229 sgg. : «i s. ledono la verità con parvenza di verosimiglianza ").
L'ulteriore significato assunto dal termine, come argomento intenzionalmente capzioso - per cui s. vien talora distinto dal semplice paralogismo o argomento illogico - è pure di derivazione sofistica: tale senso non si trova esplicito in Aristotele che identifica s. e paralogismo (De soph. el., 1, 164 a 21), ma è tuttavia contenuto nella qualifica del s. come "argomento contenzioso" ( $\sigma \dot{\sigma} \boldsymbol{\alpha} \sigma \alpha \alpha$ A $\dot{\alpha} \dot{\alpha} \dot{\alpha} \dot{\alpha} \sigma \gamma \alpha \alpha \dot{\alpha} \varsigma \varepsilon \varepsilon \rho \iota \sigma \tau \alpha \dot{\alpha} \varsigma$; Top., VIII, 11, 162 a 16-17; cf. 12, 162 b 3-5; cf. Reth., 1, 1353 b 17 ) "il sofista è tale per deliberazione ", $\varkappa \alpha \tau \dot{\alpha} \tau \eta \nu \pi \rho \circ \alpha i \rho \varepsilon \sigma \iota \nu$ ) e nell'affermazione che il sofista mira a trarre lucro da una scienza apparente (De soph. el., 1, 165 a 22). Il predetto significato è invece espresso dal termine latino "fallacia" (da fallere, ingannare), usato nel medioevo come sinonimo di s. (ma già Seneca, dopo Cicerone, rendeva s. con "cavilletia"; cf. Ep., i i i, e Cic., Acad., IV, 24, 75: "sophismata appellantur fallaces conclusiunculae "; cf. anche s. Agostino, De docto. christ., II, cap. 34, n. 48). C'è infine un terzo significato - discutibile peraltro - indicato dal Lalande (Vocab. techn. et crit. de la philos., $5^{\mathrm{a}}$ ed., Parigi 1947, pp. 989-99), secondo cui s. è un argomento che da premesse vere, o accettate come tali, porta a conclusioni impossibili e paradossali e tuttavia non appare confutabile perché logicamente corretto : tali, p. es., secondo alcuni, gli argomenti di Zennone o le antinomie kantiene. L'esistenza di tali s. mostrerebbe, secondo il Lalande, che le leggi della logica "n'ont pas un champ d'application illimité" (loc. cit.).
Una classificazione delle varie forme di s. e insieme una minuta esposizione dei metodi per controbatterli è data da Aristotele nel De soph. el., cap. 4 sgg. Aristotele distingue le forme di s. derivanti dall'espressione $n$ linguaggio ("secundum dictionem ") : equivocazione nei termini; ambiguità della frase; variazione nell'accento; passaggio dal senso diviso di una proposizione a quello composto e viceversa; somiglianza di espressione (cf. cap. 4, 165 b 24 sgg.); e le forme estranee al linguaggio ( "extra dictionem "); attribuzione al soggetto di ciò che appar-
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5, 166 b 28 sgg .). La classificazione aristotelica era tratta dalla prassi dell'antica sofistica. Fra le ulteriori forme di s. non elencati nella logica di Aristotele, e da cui non sempre è andata esente la metodologia della scienza moderna, vanno ricordate: la generalizzazione fondata su un'induzione insufficiente (sophisma inductionis) o su semplice analogia (sophisma analogiae), e le deduzioni da un'impotesi presentate come verità certe (sophisma hypodiavis).
BibL.: oltre ai luoghi indicati di Aristotele e ai vari commenti medievali al De soph. el. (Alberto Magno, Stato, ecc.), v. J. Bentham, A book of fallacies, Londra 1864; G. Sanseverino, Klem. philos. christ., I, Napoli 1864, pp. 93-104; A. Sidwick, Fallacies, ivi 1883; T. Pesch, Institutiones logicae et oncol., I, Friburgo 1914, pp. 216-25 (con ampia esemplificazione); J. Prüber, Logica formalis, Roma 1940, pp. 265-78; M. Grabmann, Die Sophis-mata-literatur des iv. u. 13. Jahrh.... (Beitr. z. Gesch. d. Philos. u. Theol. d. M., 36, 1), Münster 1940; U. Viglino, Logica, Roma 1941, pp. 309-15.
Ugo Viglino
SOFISTI. - Rappresentanti di un vasto movimento culturale-filosofico, che fiorì in Grecia, in modo particolare ad Atene, nei secc. v e Iv a. C. I più noti maestri della sofistica sono : Protagora di Abdera, Gorgia di Lentini, Prodico di Ceo, Trasimaco di Calcedonia, Antifonte, Ippia di Elide e, per certi aspetti, Crizia, il capo dei trenta tiranni. Dei loro scritti troppo poco è rimasto perché sia possibile formarsi una conoscenza esauriente di questo intricato e multiforme periodo; né le tragedie di Euripide, né le commedie di Aristofane, né i dialoghi platonici possono, per l'inevitabile soggettivismo che li ispira, essere accolti come fonti indiscutibili.
Il termine "s. " ( $\sigma \circ \varphi \alpha \tau \dot{\eta} \varsigma$ : sapiente) non ebbe in origine un senso spregiativo: s. furono detti da Erodoto (I 29, II 49, IV 95) Solone, Pitagora (v.) e gli istitutori dei misteri orfici; s. è detto Prometeo in Eschilo (Prom., 62; cf. Platone, Prot., 312 c); nel sec. v il termine assume il significato di saccente cavillatore; e la sofistica è definita da Aristotele (Soph. el., 1, 165 a 21): «una sofia apparente, non reale; e il s. è un commerciante di sofia apparente, non reale ". In realtà, la sofistica è l'esito più appariscente di una profonda crisi della società greca: è il momento in cui l'uomo greco, sotto l'urgenza dei nuovi rivolgimenti sociali e politici, diventa consapevole della convenzionalità delle proprie istituzioni, dell'inconsistenza della proprie credenze, della relatività della cultura; sgretola il passato con un'acre animosità antistorica, pu