editazioni proprio dal problema dei s. Tra gli autori che si sono occupati dell'origine dei s. va ricordato Scherner, che ha studiato i s. di origine cenestetica. Hildebrant nel 1875 ha richiamato l'attenzione sui s. promossi da stimoli uditivi : suono della sveglia, ad es., che si trasforma nel suono di una campana, nel fracasso di una fila di piatti che precipitano sul pavimento. In questi casi lo stimolo sensoriale provoca almeno una parte del s., la quale al soggetto sembra anteriore al momento in cui lo stimolo entra a far parte dell'episodio onirico.
Tra i tentativi di studiare sperimentalmente il s., sono da ricordare gli studi di Foucault (1906), di Stepanow (1915) e più recentemente di S. De Sanctis, che riuscirono a provocare s. con parole pronunziate a voce bassa all'orecchio, in modo da non far destare il dormiente; con fasci di luce proiettati improvvisamente sulle palpebre; con odori, fasciature di arti, ecc. Le deduzioni che possono essere tratte sono le seguenti : rimane confermato che stimoli sensoriali di vario genere possono promuovere s. ad essi collegati; uno stesso stimolo può suscitare s. a tema diverso.
In tal modo trovano spiegazione gli equivalenti onirici degli accessi nervosi e i s. premonitori di malattie; Pascal. p. es., sogno di essere strangolato da un nastro e due
giorni dopo fu colto da un violento accesso di angina pectoris; Arnaldo da Villanova sogno di essere stato morsicato ad un piede e il giorno dopo vide svilupparsi un ascesso. Il fatto che nei s. prevalgono di gran lunga le rappresentazioni visive, ha fatto ritenere che in esso si produca la visualizzazione delle sensazioni uditive, tattili, olfattive, gustative, muscolari, viscerali, che si possono avere durante il sonno. Nel sonno la parte più importante sembra dovuta allo spontaneo ridestarsi dei ricordi degli avvenimenti più interessanti sia prossimi che remoti; gli stimoli sensoriali avrebbero importanza accessoria, potrebbero cioè introdurre nella corrente onirica una idea estranea che la fa deviare. Il De Sanctis prospetta la possibilità che la carica affettiva, legata a una rappresentazione, possa, nel s., staccarsi e dislocarsi su altre rappresentazioni : si tratta di un vero transfert della emozione da uno ad un altro quadro fantastico.
Si deve ricordare la teoria del Freud secondo cui tutti i s. avrebbero un senso, e sarebbero rivelatori di stati di complessi affettivi e di istinti, che impediti dalla censura di affiorare alla coscienza durante la veglia, si manifesterebbero mascherati, durante il sonno, per l'indebolimento dei poteri inibitori. Secondo l'autore il contenuto onirico, anche quando sembra indecifrabile, traduce idee latenti che nel s. affiorano come in una lingua diversa, di cui si deve solo imparare a conoscere i segni, per comprendere il significato. "Se guardo, per esempio, un rebus: esso rappresenta una casa, sul tetto della quale si trova un canotto, poi una lettera isolata, un personaggio senza testa che corre. Io potrei dichiarare che né l'insieme né le sue diverse parti hanno un senso, perché un canotto non deve trovarsi sul tetto di una casa e una persona senza testa non può correre; inoltre la persona è più grande della casa e supponendo che il tutto debba rappresentare un paesaggio, non conviene introdurvi lettere isolate che non si trovano nella natura. Io non giudicherei esattamente il rebus, se non quando rinunziassi a considerare in questo modo il tutto e le sue parti, e mi sforzassi invece di sostituire ogni immagine con una sillaba o con una parola, che per un motivo qualunque può essere rappresentata da questa immagine. Così riunite le parole non saranno più sprovviste di senso ma potranno formare qualche bella e profonda frase. Il s. è un rebus ". Il Freud ricorda che anche nel s. vige la censura per cui la scena si interrompe proprio al momento in cui sta per esprimersi con maggiore intensità la tendenza repressa.
Le leggi secondo cui si tradurrebbero nel s. le idee latenti sono la condensazione, la dislocazione, la drammatizzazione, la simbolizzazione. Con la condensazione sono riassunte in poche immagini parecchie idee latenti. La dislocazione consiste nel fatto che nel s. si concentra sopra una immagine la causa affettiva che durante la veglia era concentrata su altro oggetto. La drammatizzazione consiste nel fatto che nel s. le idee latenti sono espresse con figurazioni concrete, sceniche come nel linguaggio; p. es., per indicare che una persona sta nella incertezza, si dice che essa si trova in un bivio; ebbene, nel s. il dubbio può trovare espressione in due vie che conducono a destinazione diversa. La simbolizzazione : nel s. uno dei simboli più costanti è la casa e significa corpo umano, specialmente femminile; il legno è simbolo di madre; la nascita è simboleggiata dall'acqua, ecc. La teoria del Freud sui s. ha un fondamento di attendibilità, ma non tiene conto, come di dovere, degli stimoli sensoriali che possono guidare la corrente onirica; inoltre non tutti i s. possono essere rapportati a complessi repressi e neppure la simbolizzazione può essere accolta senza riserve. Si è discusso se il sonno si accompagni sempre a s. E noto che accanto a individui che affermano di sognare tutte le notti, ve ne sono altri che dichiarano di sognare raramente. Forse quelli che dicono di non sognare dimenticano ciò che hanno sognato. I s. di cui più comunemente ci si ricorda sono quelli del mattino prima del risveglio, che sono in relazione con le allucinazioni (propompiche, e quelli della sera, nell'atto di assopirsi, che sono in relazione con le allucinazioni ipnagogiche.
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(de. C. Monneret de Villard, Les courents près de Sobà̀, I. Milano 1252, tor. 32; Sorià - Pianta del Convento Rosso.
II. Considerazioni morali. - Da quanto si è esposto risulta che quasi tutti coloro che hanno cercato di interpretare naturalmente i s. vengono a concludere che i s. sono spesso l'effetto di cose realmente esistenti entro o fuori della persona che sogna: c'è quindi un rapporto di causalità. Ora la scienza può dall'effetto risalire alla causa: quindi non ogni interpretazione dei s. è condannabile, essendo la scienza umana nella possibilità di dedurre dai s. dati utili da usarsi. p. es., per la cura di alcune nevrosi: occorre però che si sia certi trattarsi di scienza umana e ci si affidi a persona seria anche dal punto di vista morale.
Conoscendo le cause naturali del s., si può ragionevolmente concludere qualche cosa circa il futuro: il che è anche moralmente lecito, se si tratta di s. che hanno origine naturale. Prendere però i s. come indicatori del futuro, senza nessun nesso di causalità naturale, ma solo in base ad interpretazioni divinatorie proprie o altrui, è peccato di superstizione, a meno che non si sia certi che il s. viene da Dio, il che è rarissimo. Circa i s. a contenuto peccaminoso (i più frequenti s. erotici), va osservato che per si tutto si svolge senza intervento delle facoltà intellettuali (ragione e volontà) : non può esservi quindi imputabilità e responsabilità, se non in causa. come potrebbe essere il tenere una condotta non sufficientemente castigata durante lo stato di veglia.
BibL.: E. Moradi, La psicoanulisi, Torino 1926; S. De Sanctis, Psicol. speriment., Roma 1929; E. Bonaventura, La psicoanalisi, Milano 1938; H. B. Merkolbach, Summa theol. mor., II, Parigi 1947, p. 782; P. Guillaume, Manuel de psychol., ivi 1948; E. Boganelli, Carpo e spirito, Roma 1951, p. 166 seg. Eleuterio Boganelli
SOHÄG. - Località nel medio Egitto, nei cui pressi sorgono, ancora abbastanza ben conservati nelle loro parti essenziali, i due più importanti monumenti dell'architettura cristiana nella valle del Nilo: essi sono conosciuti col nome di Convento Bianco (Dair al-Abiad) e di Convento Rosso (Dair al-Ahmar) dal loro colore, essendo il primo costruito con blocchi di calcare, il secondo prevalentemente in mattoni cotti. Essi sono collegati il primo con il grande monaco Šenūti per il quale fu costruito, il secondo col suo seguace Bēsa (Bišāi).
Il Convento Bianco fu costruito a spese di un conte Cesario figlio di Candidiano, dunque un alto funzionario bizantino, particolare che ha il suo valore per la valutazione storica del monumento: l'iscrizione che ha conservato il nome del fondatore non porta alcuna data, né di tale conte si ha menzione in documenti storici, salvo due fuggevoli accenni in lettere di Šenūti. Per altri dati si può però ritenere che la fondazione della chiesa avvenne intorno al 440 . I molti testi relativi a Šenūti e al suo monastero che ancora si posseggono non dànno alcuna indicazione storica. Bisogna scendere al sec. xil per sapere,
da iscrizioni armene e copte nei freschi dell'abside centrale del Santuario, che tali pitture furono eseguite da un artista armeno e da uno copto che portano entrambi il nome di Teodoro. Quella copta è del 1124 , le armene sono del periodo fra il 1076 ed il 1124. Un violento terremoto (probabilmente quello del 1202 o quello del 1203, noti per altri documenti) rese necessari grandi restauri durante le prima metà del sec. xili. fra il 1235 ed il 1259, durante i quali gran parte della primitiva copertura in legname fu sostituita da cupole in mattoni che diedero alla chiesa l'aspetto più o meno conservato sino ad oggi. Molto meno ben documentati si è relativamente al Convento Rosso. Esso fu certamente costruito da Bēsa, allievo e successore di Šenūti nella direzione della congregazione monastica. Una sola iscrizione datata vi esiste e si riferisce alle pitture eseguite da un Mercurio, nel 1301, artista che è probabilmente lo stesso che lasciò il suo nome su una pittura del convento detto di S. Simeone presso Aswān, datata del 1318 , e in una, senza data, del Convento Bianco.
Le due chiese dovevano avere una planimetria molto simile, ma si descrive qui dettagliatamente quella del Convento Bianco, in quanto il Convento Rosso, che ha maggiormente sofferto, non conserva più d'antico se non la struttura del santuario. Il tracciato esterno è quello di un perferto rettangolo e il paramento esterno è inclinato come quello di un tempio faraonico, somiglianza che s'accentua anche col fatto che la cornice terminale è in forma di grande gola egiziana e i doccioni che convogliano l'acqua all'esterno sono identici a quelli tolemaici : interessante sopravvivenza di forme antiche. Da una porta sul lato minore d'occidente si accede ad un nartece rettangolare terminato a nord da un'abside su colonne e ad est da una scala che porta alle terrazze. Il nartece con una o due absidi è frequente in Egitto nel secc. v-vi, ma deriva da esempi del tardo ellenismo orientale. Dal nartece si entra nel corpo della chiesa che è diviso in tre navate da due file di colonne: le colonne girano anche parallelamente al muro di ingresso, struttura che durerà in Egitto sino ai secc. xil-xili (chiese copte al Cairo). Dalla navata centrale si entra nel santuario, che è in forma di cella tricora, cioè formato da tre grandi absidi che si dipartono da un quadrato centrale : la struttura (che non si trova solo nelle due chiese ma ancora in quella di Dendera che è del medesimo periodo) deriva da modelli dell'ellenismo siriaco, ed a questa fonte richiama anche la decorazione del paramento interno di tali absidi, costituito da due ordini di colonne sovrapposti, separati da una larga cornice e alternati con nicchie racchiuse in riquadrature a timpano ricchissimamente scolpite. La fisionomia generale è quella delle esedre nella corte del tempio di Ba'albek e del ninfeo di Gerasa. Tutto ciò dimostra che gli architetti delle due chiese appartengono ad una scuola che conserva profondamente le tradizioni del tardo ellenismo siriaco, ne perpetua le concezioni generali e non ha risentito della profonda trasformazione che si verifica in tutto l'Oriente dopo il sec. Iv. Il quadrato centrale del Santuario era originariamente coperto da un tetto piramidale in legname : tutte le cupole che oggi si vedono in entrambe le chiese sono dovute a restauri o rifacimenti del sec. xil o xili. Il Santuario è circondato da locali secondari, di cui uno lunghissimo ed absidato (sala capitolare?) occupa quasi l'intero lato meridionale della chiesa.
La decorazione delle due chiese è ricchissima; i capitelli continuano il tipo del tardo ellenismo siriaco e bizantino e i timpani nelle riquadrature delle nicchie ripetono quelli delle molte sculture dei secc. Iiv scoperte ad Ahnās. Le pitture sono tutte recenti (secc. XI-xIII).
Bibl.: U. Monneret de Villard, Les courents près de S., I. Milano 1925: II, ivi 1926.
Ugo Monneret de Villard
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SOHM, RudOLF. - Giurista protestante, n. il 29 ott. 184: a Rostock, m. il 16 maggio 1917 a Lipsia.
Da professore straordinario all'Università di Gottinga, nel 1870 , fu chiamato a Friburgo in Br. per la cattedra di diritto canonico. Nel 1872 passò a Strasburgo, e nel 1887 a Lipsia. Alla storia del diritto dedico i suoi primi lavori studiandone accuratamente le fonti e rendendosi conto dell'impossibilità di scindere la storia del diritto germanico da quello romano e canonico. Pubblico un'opera sulle istituzioni del diritto romano, che ebbe molto successo (Institutionen, Geschichte und System des römischen Privatrechts, 1887; 17 ed. a cura di Mitteis e Wenger, 1923). Le sue diverse opere sul diritto canonico o comunque aventi per oggetto la Chiesa cattolica (Das Verhältnis von Staat und Kirche, 1873; Kirchengeschichte im Grundriss, 1888; Kirchenrecht, parte 14, 1892; Wesen und Ursprung des Katholizismus, 1909; Das althatholische Kirchenrecht und das Dehret Gratians, 1918), tendono a rilevare nell'ordinamento giuridico della Chiesa una deviazione dall'istituzione divina, un abbandono nella spiritualità per le cose terrene, evidente riflesso della sua fede protestante. Dal 1891 al 1896 S. fece parte della Commissione di studio del Codice civile tedesco, presieduta da P. Spahn.
Bim.- H. Borion, R. S. und die Grundlegung des Kirchenrechts, Tubinga 1931.
Silvio Furlani
SOISSONS, diOCEsI di. - Città e diocesi nel dipartimento dell'Aisne in Francia. S. è l'antica Noviodunum, centro della tribù dei Galli Suessiones, poi Augusta Suessionum dei Romani nella seconda Belgica. La diocesi ha le stesse dimensioni del dipartimento civile, cioè una superficie di 7367 kmq , ed ha una popolazione di 455.000 ab . dei quali 423.000 cattolici. E divisa in 2 arcidiaconati, 5 arcipreture e 37 decanati; conta 578 parrocchie, servite da 481 sacerdoti diocesani e 26 regolari; ha grande e piccolo seminario, 2 comunità religiose maschili e 59 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 405). E suffraganea di Reims.
L'arcidiaconato di S. comprende le arcipreture di S., Château-Thierry e Vervins; quello di Laon (v.) quelle di Laon e St-Quentin. Su 834 comuni, 21 sono sprovvisti di chiese. Martiri di S. furono i ss. Crispino e Crispiniano, ricordati nel Martirologio geronimiano al 25 ott.; la Basilica eretta in loro onore è menzionata da Gregorio di Tours (Hist. Francorum, V. 34; IX, 9), ma la loro Passio è del tutto leggendaria (BHL, 1990-93); altrettanto deve dirsi della Passio dei martiri Valerio e Rufino (ibid., 7373-75) indicati nello stesso Geronimiano al 14 giugno, "in territorio Suessionis civitatis". Flodoardo nella sua Historia Remensis (I, 3) scrisse che S. ebbe i due primi vescovi Sisto e Sinicio in comune con Reims; alla fine del sec. in o ai primi del sec. iv Diviziano fu solo vescovo di S.; a lui sarebbero seguiti Rufino, Mercurio, Principio, a cui scrisse Sidonis Apollinare ca. il 475; poi Bandarido; Drusio, noto in parecchi documenti tra il 660-67. Al tempo di papa Zaccaria il 3 marzo 744 ebbe luogo il Concilio di S. (Hefele-Leclercq, III, pp. 854-61, bibliografia, p. 1248 sgg.; IV, pp. 192-96). Rotado I fu al Concilio di Noyon dell'814, dove vennero fissati i confini tra la sua diocesi e quella di Noyon, intervenne al Concilio di Parigi nell' 829 ed è menzionato nel racconto della traslazione delle reliquie di s. Sebastiano nell'826. Rotado II che, espulso nell'861, appellò al papa Niccolò I, il quale lo ristabili nell'865. Poi Ugo di Champfleury (1159-75) che fu cancelliere di Luigi VII; Guido di Château-Porcien (1245-50) che fu con s. Luigi in Palestina e vi fu ucciso; Languet de Gergy (1715-30) autore d'una Vita di s. Maria Alacoque. Il vescovo di S. quale decano dei suffraganei di Reims ebbe il privilegio, durante il periodo di sede vacante a Reims, di celebrare le cerimonie dell'incoronazione dei re di Francia. Nella prima metà del sec. xir si costituì una contea feudale che appartenne successivamente a varie famiglie nobili; cioè Bar, Nesle, Coucy, Lussemburgo, St-Pol, Borbone-Vendôme e Borbone Condé e da ultimo ai Savoia-Carignano.

(1st. Ou des Arts plationiscliques)
Soissons, diocesi di - Facciata della Cattedrale (sec. xili, con
varianti del sec. xviII).
La diocesi fu ristabilita dal Concordato del 1802 come suffraganea di Parigi, ma dal 1821 lo divenne di Reims. Col Concordato del 1817 si cercò di ristabilire la sede di Laon; ma Leone XII il 13 giugno 1828 autorizzò il vescovo di S. ad aggiungere anche il titolo di vescovo di Laon. Leone XIII in data 11 giugno 1901 vi unil pure il titolo di St-Quentin, sede residenziale del vescovo di Noyon.
La Cattedrale, dedicata ai martiri Gervasio e Protasio, risale al sec. xili; ma la facciata venne modificata nel sec. xviII; essa è fiancheggiata da due torri, quella a nord rimasta incompiuta, l'altra a sud, alta 66 m ., fu danneggiata durante la guerra 1914-18. L'interno misura m. $100 \times 27$ e raggiunge 30 m . di altezza; fu rovinato dai bombardamenti, restaurato e riaperto al culto nel 1931. La navata centrale è divisa da pilastri cilindrici. Il transetto fu iniziato nel 1177: ricorda nella disposizione del coro e dell'abside quello della cattedrale di Noyon, ma ha in più il deambulatorio, come nella cattedrale di Tournsi; le vetrate sono del sec. xir; nell'altar maggiore gruppo statuario dell'Annunciazione; nelle pareti un arazzo donato ca. il 1480 dal vescovo J. Millet contiene episodi della vita dei ss. Gervasio e Protasio; vi è inoltre un'Adorazione dei Magi di Rubens e il monumento funerario del vescovo mons. Fr. de Simony (m. nel 1849). Dell'antica chiesa di St-Pierre-au-Parvis del sec. xir restano solo la facciata e due campate della nave centrale con le due minori; e solo qualche muro rimane dell'antica chiesa della abbazia di Notre-Dame distrutta dalla Rivoluzione.
Dove sorse la chiesa eretta sul sepolcro dei martiri Crispino e Crispiniano e la relativa abbazia è oggi un asilo tenuto dalle Suore della Carità. La chiesa di St-Léger, danneggiata dai calvinisti nel 1567 , conserva il transetto
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del sec. xili, mentre la facciata e il campanile sono del sec. xvil; l'edificio insieme con l'annesso chiostro è occupato dal Museo e dalla Biblioteca ricca di oltre 5500 volumi e 200 manoscritti, tra i quali il Messale miniato detto di s. Medardo (sec. xil), la Bibbia di St-Ived-desBraine (sec. xit), il cartulario e la cronaca dell'abbazia St-Jean-des-Vignes fondata nel 1077 e distrutta dall'autorità militare. La facciata fu eretta tra il sec. xili e l'inizio del sec. xiv con tre artistici portali, con galleria centrale e due torri laterali, munite di contrafforti. Del chiostro restano due grandi gallerie del sec. xiv.
L'abbazia di S. Medardo, intitolata poi anche a s. Sebastiano, fu fondata a S. da Clotario I nel 557 , per deporvi le spoglie del Santo. L'abate Ilduino (822-30) ottenne nell'826 dal papa Eugenio II le reliquie di s. Sebastiano e di s. Gregorio Magno; ricostruil la chiesa che venne consacrata il 27 ag. 841 ; ma, rovinata, venne rifatta e riconsacrata nel 1131 dal papa Innocenzo II, che istituì il "perdono di s. Medardo" per i visitatori. Vi fu imprigionato nell'833 Ludovico il Pio; fu saccheggiata dai ralvinisti nel 1564; passò alla Congregazione di S. Mauro nel 1637. Fra gli abati si ricordano: s. Arnoldo, che nel ro8i fu vescovo di S.; il card. de Bernis, che ne fu abate commendatario nel 1756. Sulla tomba di s. Medardo vescovo di Noyon e Tournai (m. ca. il 557) fu eretta una chiesa, con annessa abbazia. La cripta, che rissic al sec. ix, è circondata da sette cappelle; una di esse contiene i sepolcri dei re Clotario ( 561 ) e Sigiberto (575). I resti dell'edificio sono adibiti ad asilo per sordomuti.
L'abbazia benedettina di Notre-Dame di S. fu fondata nel 660 da Ebroino e da sua moglie Leutrada, al tempo del vescovo Drausino (F. Blanchard, Rech. sur l'abbaye de N.-D. de S. et ses dépendances, in Bull. de la Soc. archéal. de S., 14 [1907], pp. 75-96).
Premontré. - Fu sede dell'abbazia fondata da s. Norberto (v.) nel 1120 , di Notre-Dame e di S. Giovanni Battista, centro dell'Ordine dei Canonici Regolari Premostratensi; situata in mezzo della foresta di St-Gobain; fu devastata dagli ugonotti, ristabilita nel sec. xviri, fu espropriata dalla Rivoluzione ed è ora trasformata in manicomio (v. PREMOSTRATENSI).
S. Quintino. - Fu la civitas Veromandnorum, saccheggiata nel sec. v. La città sostenne due assedi, nel 1557 e nel 1870. L'abbazia fu eretta ca. il 650 da s. Eligio, sul sepolcro del martire s. Quintino; primo abate fu Ebertrano monaco di Luxeuil. Divenne chiesa collegiata ca. il 900. La chiesa venne ricostruita ca. il 1114, ma dell'edificio romanico a doppio transetto resta ben poco; misurava m. 96 di lunghezza e giungeva a m. 40 di altezza; era illuminato da 110 finestre alte oltre 3 m . Le reliquie di s. Quintino sono racchiuse in un sarcofago ricavato in una colonna romana.
BibL.: E. Lefèvre-Pontalis, L'archit. relig. dant l'ancien diac. de S. au XIX et XIF siècles, 2 voll., Parigi 1894-97; L. Duchesne, Postes épisc. de l'unc. Gaulo, III, ivi 1915, pp. 141-52; N. Ottokar, Le citta franc. nel medioevo, Firenze 1927; E. Brunet, La restauration de la catiéde, de S., in Bull. monumental, 88 (1928), pp. 63-99; Guide de la France chrét. et missionn., 1948-49. Parigi 1948, pp. 386, 751-54, 1107-1108; Eubel, I, p. 468; II, p. 268; III, p. 525 ; IV, p. 324 ; V, p. 165 ; J. Saincir, Le diache de S., 2 voll., Evroux 1935-36. Per St-Quentin: C. Gomart, Inscript. au VIIe siècle trouvée à St-Quentin, in Bull. social de l'Acad. de Laon, 2 (1853), p. 230; id., Notice sur l'église de St-Q., in Bull. monumental, 1870, pp. 201-40; G. Lecocq, Hist. de la ville de St-Q., St-Quentin 1873; C. Fiorville, L'Evangeliaire de St-Q. (IXe site.), in Bull. du Comité des travaux histor., 1883, pp. 40-45; Cottincau, II, coll. 2860-62. Enrico Josi
SOJO de Anguera, Carmen de. - Del Terz'ordine secolare carmelitano, n. a Reus (prov. di Tarragona) il 15 ott. 1856 , m. a Barcellona il 15 ag. 1890.
Dopo un'adolescenza trascorsa nelle opere di carità, andò sposa al dott. Giorgio Anguera y Caylá e si trasferì con lui a Barcellona, dove ebbe direttore spirituale il sac. Salvatore Casafias y Pagés, più tardi vescovo di Barcellona e cardinale. Terziaria nel 1879 , ottima sposa e madre di famiglia, fu elevata a grandi altezze mistiche
nell'orazione, provò dolorosissime purificazioni interiori e subì severi maltrattamenti dal demonio. Fece voto (1879) di non concedersi alcun piacere sensibile, anche lecito, e scrisse (1884) con il proprio sangue la sua offerta di vittima in espiazione per i peccatori. Questa sua vita interiore e crocifissa spiega l'ampia ed efficace sua irradiazione di bene nelle opere di carità, specialmente nelle Conferenze di S. Vincenzo de' Paoli. Ne fu introdotta la causa diocesana di beatificazione nel 1923 e nel 1926 la S. Congregazione dei Riti ne approvava gli scritti.
BibL.: G. Jezuetta, Un Sarc del Carmelo, in Il Monte Carmelo, 6 (1920), pp. 4-7; J. Moens a Vign. Santidad en el mundo. Vida de... C. de S. de Ang., Barcellona 1917; 3 ed., ivi 1933; J. M. Sáenz de Tejada, Una hirsica victima del Sagrado Corazón, Doña C. de S. de Ang., ivi 1947. Celestino Testore
SOKODE, PREFETTURA APOSTOLICA di. - E situata nel Togo francese e fu eretta il 18 maggio 1937 con il territorio settentrionale del vicariato apost. del Togo, a cui il 14 giugno 1938 fu data l'attuale denominazione di Lomé (v.).
La prima esplorazione religiosa del nord avvenne per opera dei missionari tedeschi nel 1898 ma solo nel 1912 la zona fu assegnata ai missionari con un decreto imperiale tedesco. L'anno dopo fu aperta la prima stazione missionaria ad Aledjo. Durante la prima guerra mondiale i missionari tedeschi furono deportati e solo nel 1927 i missionari francesi della Società delle missioni africane poterono ritornarvi per ricominciare l'opera di apostolato ad Aledjo. Nel 1929 fu eretta la stazione di Sokodé, a cui seguirono altre stazioni. Nel 1939 arrivarono le prime suore. Ha una superficie di 29.000 kmq . con clima tropicale e terreno poco fertile. Civilmente comprende i circoli di S. e Mango. Gli abitanti sono ca. 500.000 , divisi in undici razze principali, suddivise in altre minori. Essi sono animisti e credono in Dio, creatore di tutte le cose e nella vita ultramondana. I cattolici sono ca. 6000 . Missionari 14, suore 8, catechisti 71, maestri 29. Stazioni primarie 9 , secondarie 94 , chiese 5 , cappelle 70.
BibL.: Archivio S. Cong. de Prop. Fid. Relaz., pos. prot. n.3641-3641; MC, 1950, p. 124; AAS, 29, 1937, pp. 465-66. Saverio Paventi
SOLAGES, Henri de. - Missionario di S. Vincenzo de' Paoli, n. in Francia nel 1786, m. nel Madagascar nel 1832.
Nominato prefetto apostolico dell'isola di Bourbon o Réunion (St-Denis) il 7 ag. 1829, con pieni poteri sull'isola del Madagascar, concepì subito piani grandiosi e arditi per evangelizzare le Isole del Mare del Sud, dipendenti da Propaganda Fide, la quale gli conferi il titolo di prefetto apostolico delle "Isole del Mare del Sud ", ma non trovò appoggio da parte del Ministro coloniale francese. Imbarcatosi a Bordeaux, giunse nella sua missione il $1^{\circ}$ genn. 1831. Incontrò grandi difficoltà e ben presto cadde vittima del suo zelo ardente. Nell'estate del 1832 mise piede nel Madagascar, ma l'8 sett. dello stesso anno moriva di febbre ad Andevoranto, dove il gesuita p. Lhande ritrovò la sua tomba nel 1932.
BibL.: G. Goyau, Les projets missionnairs d'Henri de S., Parigi 1932.
Luigi Franci
SOLARE, SISTEMA. - E l'insieme del Sole e dei corpi celesti (pianeti e loro satelliti, pianetini, comete e alcuni numerosi sciami di meteore) che gravitano e si muovono intorno ad esso. I pianeti attualmente conosciuti sono nove : Mercurio, Venere, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone (in ordine di distanza crescente dal Sole), di cui i dati caratteristici sono compendiati nell'acclusa tabella I, mentre i dati dei 31 satelliti che intorno a questi pianeti ruotano sono espressi nella successiva tabella II (tranne che per la luna [v.]).
Nell'antichità si conoscevano soltanto i primi cinque pianeti (perché i soli viabili ad occhio nudo); solo nel 1781 si aggiunse Urano (scoperto da W. Herschel); nel 1801 il primo dei pianetini (Cerere, scoperto dall'abate
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Piazzi a Palermo) e questi divennero presto famiglia numerosa, poi, con la fotografia, numerosissima; nel 1846 fu scoperto Nettuno (previsto col calcolo da U. Le Verrier a Parigi e ritrovato in cielo dal tedesco Galle a Berlino), e infine nel 1930 Plutone (anch'esso previsto teoricamente da P. Lowell e ritrovato fotograficamente da Tombaught). Tutti questi corpi sono soggetti alla gravitazione universale e si muovono obbedendo alle leggi di Keplero, perturbandosi reciprocamente, ma senza tuttavia alterare la stabilità del sistema. Il suo confine è rappresentato - almeno per quanto se ne sa finora dall'orbita di Plutone, sorpassata soltanto dalle orbite di qualcuna delle comete (v.) periodiche di più lunga rivoluzione e, nell'afelio, anche dall'orbita di Nettuno.
I pianeti si distinguono in interni o inferiori ed esterni o superiori, a seconda che le loro orbite intorno al Sole sono interne od esterne all'orbita della Terra. I due pianeti interni, Mercurio e Venere, non si allontanano mai troppo in cielo dalla posizione del Sole, e sono quindi visibili soltanto nelle ore che seguono il tramonto o che precedono il sorgere dell'astro del giorno. Rispetto alle densità e ai volumi, i pianeti si dividono nettamente in due gruppi, uno dei pianeti simili alla Terra (Mercurio, Venere, Terra, Marte e forse Plutone) con volumi modesti e abbastanza forti densità (pianeti terrestri) e l'altro dei grandi pianeti (Giove, Saturno, Urano e Nettuno) di dimensioni notevolmente superiori e invece più moderate densità.
Per quanto riguarda la distribuzione delle distanze dei pianeti dal Sole, sembra che esse siano rette da una legge di tipo esponenziale, che nella prima forma, detta di Bode o di Titius (nome latinizzato di J. G. Tietz) del 1778 esprime che la distanza di un pianeta di posto $n$ può essere espressa dalla formula $D=0,4+0,3,2^{0}$. Gli scarti che si ottengono tra le distanze reali e quelle fornite da questa legge sono generalmente deboli per tutti i pianeti, meno che per Nettuno e Plutone. Più semplice è la legge recente di G. Armellini : $D=1,53^{\circ}$, la quale contiene un solo parametro, invece di due, e tuttavia dà con maggiore approssimazione le reali distanze planetarie. In essa bisogna porre $\mathrm{n}=2$ per Mercurio, -1 per Ve-
nere, o per la Terra, 1 per Marte, 2 e 3 per i pianetini (che hanno le orbite generalmente comprese tra quelle di Marte e Giove), 4 per Giove, 5 per Saturno, 7 per Urano ed 8 per Nettuno. Questa legge fornisce due distanze per i pianetini; e ciò è in buon accordo con la realtà rappresentando il principio e la fine dell'anello asteroidico, ma lascia purtroppo un posto vacante tra Saturno e Urano. E importante rilevare che tutte queste leggi, se pur lasciano adito a qualche discussione, affermano però tutte il fatto notevolissimo che le distanze dei pianeti dal Sole procedono secondo una legge esponenziale. Tuttavia sfugge ancora la ragione intima di questo fatto, che deve però avere indubbiamente notevoli riflessi cosmologici e cosmogonici. Le distanze planetarie elencate nella tabella I sono le distanze medie dei pianeti dal Sole; in realta esse oscillano tra un valore massimo ed un minimo abbastanza vicino tra loro, per effetto delle eccentricità delle orbite ellittiche che essi descrivono intorno al Sole, eccentricità che è massima per Plutone ( 0,25 ) e notevole solo per Mercurio ( 0,21 ). Si dànno qui alcuni cenni descrittivi dei singoli componenti il s. s.
1. Mercurio. - Di difficilissima osservazione a causa della sua grande vicinanza al Sole (dal quale non se ne distacca angolarmente mai più di $28^{\circ}$ ); sulla sua superficie non si distinguono che poche macchie oscure, le quali tuttavia hanno permesso di rivelarne una rotazione di 88 giorni, pari cioè al periodo della rivoluzione intorno al Sole, onde il pianeta dirige verso l'astro maggiore sempre la stessa faccia, allo stesso modo (e per le stesse ragioni) che fa la Luna rispetto alla Terra. Dal punto di vista fisico, Mercurio rassomiglia però molto di più alla Luna che alla Terra. Le sue dimensioni e la sua massa sono solo un po' maggiori di quelle del nostro satellite. Il suo suolo dovrebbe presentare la stessa natura tormentata della Luna, poiché Mercurio riflette la luce del Sole come la Luna. E come per questa, anche per Mercurio l'atmosfera originaria si deve essere rapidamente dissipata, a causa dei piccoli valori della gravita su Mercurio. Mercurio è il pianeta più caldo del s. s. nell'emisfero rivolto costantemente verso il Sole (oltre $400^{\circ} \mathrm{C}$ secondo le misure più recenti), e nello stesso tempo il pianeta più
Tabella 1. - Pianeti (del s. s.)

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Tabella II. - Satelliti (del s. s.)
| N o m e | $\begin{aligned} & \text { C } \\ & \text { C } \\ & \text { C } \\ & \text { C } \end{aligned}$ | $\begin{gathered} \text { C } \\ \text { C } \\ \text { C } \\ \text { C } \\ \text { C } \end{gathered}$ | $\begin{gathered} \text { S } \\ \text { S } \\ \text { S } \\ \text { S } \end{gathered}$ | Durata della rivoluzione | Inclinazione | S c o p e r t a | |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
| | | | | | | Nome dello scopritore e luogo della scoperta | Epoca |
| | | | Marte | | | | |
| I | Fobos | 11,5 | 12 | 2,78 | $0^{0} 07^{\mathrm{h}} 39^{\mathrm{m}} 14^{\mathrm{s}}$ | $25^{\circ}, 3$ | A. Hall |
| | II Deimos | 13,0 | 9 | 6,96 | $1^{1} 06^{\mathrm{h}} 17^{\mathrm{m}} 55^{\mathrm{s}}$ | $24^{\circ}, 3$ | Washington (U.S.A.) |
| | | | | Gtove | | | |
| V | Amaltea | 13,0 | 160 ? | 2,54 | $0^{1} 11^{\mathrm{h}} 57^{\mathrm{m}} 23^{\mathrm{s}}$ | $3^{\circ}, 1$ | E. Barnard Monte Hamilton |
| | I Io | 5,5 | 3800 | 5,91 | $1^{11} 18^{\mathrm{h}} 27^{\mathrm{m}} 33^{\mathrm{s}}$ | $3^{\circ}, 1$ | (California) |
| II | Europa | 5,7 | 3100 | 9,40 | $3^{0} 13^{\mathrm{h}} 13^{\mathrm{m}} 42^{\mathrm{s}}$ | $3^{\circ}, 1$ | Galileo |
| III | Ganimede | 5,1 | 5600 | 15,00 | $7^{1} 03^{\mathrm{h}} 42^{\mathrm{m}} 33^{\mathrm{s}}$ | $3^{\circ}, 0$ | 7 genn. 1610 |
| | IV Callisto | 6,3 | 5200 | 26,38 | $16^{0} 16^{\mathrm{h}} 32^{\mathrm{m}} 09^{\mathrm{s}}$ | $2^{\circ}, 7$ | 13 genn. 1610 |
| VI | | 13,7 | 130 ? | 160 | $250^{\circ}$ | 280,7 | C. D. Perrine |
| VII | | 16 | 50 ? | 164 | $260^{\circ}$ | 280,0 | Monte Hamilton |
| VIII | | 16 | 50 ? | 330 | $739^{\circ}$ | $148^{\circ}, 1$ | P. Melotte Greenwich |
| IX | | 18 | 25 ? | 338 | ca. 3 anni | 156 ? | S. B. Nicholson M. Hamilton |
| X | | 18,8 | 25 ? | 165 | ca. 260 giorni | 27 | S. B. Nicholson (California) |
| XI | | 18,4 | 30 ? | 317 | ca. 693 giorni | 162 | S. B. Nicholson M. Wilson |
| XII | | 19 | ? | ? | ? | ? | S. B. Nicholson M. Wilson |
| | | | Saturno | | | | |
| I | Mimas | 12,1 | 600 ? | 3,11 | $0^{0} 22^{\mathrm{h}} 37^{\mathrm{m}} 05^{\mathrm{s}}$ | $26^{\circ}, 7$ | W. Herschel |
| | II Euceladus | 11,6 | 700 ? | 3,99 | $1^{1} 08^{\mathrm{h}} 53^{\mathrm{m}} 07^{\mathrm{s}}$ | $26^{\circ}, 7$ | 28 ag. 1789 |
| | III Tethys | 10,5 | 1200 ? | 4,94 | $1^{11} 21^{\mathrm{h}} 18^{\mathrm{m}} 26^{\mathrm{s}}$ | $26^{\circ}, 7$ | G. D. Cassini |
| | IV Dione | 10,7 | 1100 ? | 6,33 | $2^{0} 17^{\mathrm{h}} 41^{\mathrm{m}} 10^{\mathrm{s}}$ | $26^{\circ}, 7$ | G. D. Cassini |
| | V Rhea | 10,0 | 1700 ? | 8,84 | $4^{0} 12^{\mathrm{h}} 25^{\mathrm{m}} 12^{\mathrm{s}}$ | $26^{\circ}, 7$ | C. Huygens |
| | VI Titanus | 8,3 | 4100 | 20,48 | $15^{0} 22^{\mathrm{h}} 41^{\mathrm{m}} 25^{\mathrm{s}}$ | $26^{\circ}, 1$ | W.C. Bond Cambridge(U.S.A.) |
| | VII Hyperion | 13,0 | 450 ? | 24,82 | $21^{1} 06^{\mathrm{h}} 38^{\mathrm{m}} 20^{\mathrm{s}}$ | $26^{\circ}, 0$ | G. D. Cassini |
| | VIII Iapetus | 11 | 1700 ? | 59,68 | $79^{\circ} 07^{\mathrm{h}} 55^{\mathrm{m}} 24^{\mathrm{s}}$ | $16^{\circ}, 3$ | W. H. Pickering Cambridge |
| | IX Phoebe | 14,5 | 200 ? | 217 | $550^{\circ} 11^{\mathrm{h}} 24^{\mathrm{m}}$ | $174^{\circ}, 1$ | (U.S.A.) |
| | | | | | | | Uranio |
| | | | Uranio | | | | |
| I | Ariel | 15 | 900 ? | 7,3 | $2^{11} 12^{\mathrm{h}} 29^{\mathrm{m}} 21^{\mathrm{s}}$ | $98^{\circ}$ | W. Lasset |
| | II Umbriel | 15,5 | 700 ? | 10,2 | $4^{0} 03^{\mathrm{h}} 27^{\mathrm{m}} 37^{\mathrm{s}}$ | $98^{\circ}$ | Starfield (Inghilterra) |
| | III Titania | 14,0 | 1700 ? | 16,8 | $8^{0} 16^{\mathrm{h}} 56^{\mathrm{m}} 30^{\mathrm{s}}$ | $98^{\circ}$ | W. Herschel |
| | IV Oberon | 14,3 | 1500 ? | 22,4 | $13^{0} 11^{\mathrm{h}} 07^{\mathrm{m}} 07^{\mathrm{s}}$ | $98^{\circ}$ | G. P. Kuiper Osserv. Mac |
| | V Miranda | 17 | ? | 4,9 | ca. 30 ore | $98^{\circ}$ | Donald, Texas |
| | | | | | | | Nettuno |
| | | | | | | | |
| I | Tritone | 13,6 | 5000 ? | 14,1 | $5^{0} 21^{\mathrm{h}} 02^{\mathrm{m}} 38^{\mathrm{s}}$ | $140^{\circ}$ | W. Lasset Starfield (Inghil.) |
| | II Nereide | 19 | ? | ? | ca. 359 giorni | $4^{\circ}, 5$ | G. P. Kuiper Mac Donald |
10 ott. 1846 parecchie fotografie, 1949
freddo nell'emisfero della notte eterna, probabilmente la temperatura si avvicina alla zero assoluto ( $-273^{\circ} \mathrm{C}$ ), più bassa quindi di quella dello stesso Plutone. L'orbita di Mercurio, se si eccettua quella di Plutone, è la più inclinata sull'oclittica ( $7^{\circ}$ ) e la più eccentrica. La sua distanza dal Sole varia tra 46 e 70 milioni di km. Mercurio è il pianeta che presenta la più grande velocità orbitale media, ca. $48 \mathrm{~km} / \mathrm{sec}$. Non ha satelliti.
II. Venere. - E il più brillante dei pianeti e anche di tutti gli oggetti celesti dopo il Sole e la Luna, diventando talora visibile ad occhio nudo di pieno giorno. Venere compie la sua rivoluzione intorno al Sole ad una distanza media di 107 milioni di km descrivendo un'orbita di piccola eccentricità in 225 giorni. Pochi dettagli si scorgono sulla superficie (donde ancora un po' incerto è il valore del periodo della sua rotazione), la quale appare sempre di un bianco pressoché uniforme. Si pensa che ciò che si può osservare è solo la parte esterna di uno spesso strato di nubi che avvolgono tutto il pianeta. L'analisi spettroscopica non vi ha rivelato però traccia sensibile di vapor d'acqua né di ossigeno, ma solo una grande quantità di anidride carbonica. Le misure bolometriche hanno mostrato una temperatura di $55^{\circ} \mathrm{C}$ nella faccia illuminata dal Sole; ma si tratta naturalmente della temperatura degli strati nuvolosi. La temperatura del suolo dovrebbe aggirarsi sui $100^{\circ} \mathrm{C}$ a causa dell'effetto di serra che vi produce
l'anidride carbonica delle nubi, che arresta l'irraggiamento infrarosso riemesso dal suolo stesso. Le condizioni fisiche su Venere, contrariamente a quanto prima si pensava, debbono essere quindi assai differenti da quelle terrestri. Venere non ha satelliti.
III. Marte. - E il primo dei pianeti esterni, i quali sono molto più facili ad osservarsi di Mercurio e Venere, poiché presentano i loro dischi completamente illuminati dal Sole allorché si trovano alla minima distanza dalla Terra. A differenza di Mercurio e Venere, presentano inoltre solo piccole variazioni di fase. Marte ha un diametro di poco maggiore di quello terrestre e la sua massa ne è 10 volte minore. La sua distanza dalla Terra varia tra i 55 e 101 milioni di km. Le numerose osservazioni, che si son potute fare allorché il pianeta si trova alla minima distanza dalla Terra (grandi apposizioni, che si riproducono ogni 16 anni ca., cioè quando Marte si trova in vicinanza del suo perielio : l'ultima si è avuta nel 1939, la prossima sarà nel 1956), hanno mostrato che la metà ca. della superficie di Marte presenta una colorazione rosso-arancione sulla quale si distaccano alcune macchie oscure, a volte di un netto colore blu-verdastro, alcune abbastanza estese, altre sottili ed allungate, appena percettibili, sotto forma di canali. Durante gli inverni marziani una grande macchia bianca ricopre i poli del pianeta. Il periodo di rotazione del pianeta si conosce con
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grande precisione, ed è sensibilmente uguale a quello della Terra, come del pari uguale è l'inclinazione dell'equatore marziano sul piano della sua orbita ( $x_{4}{ }^{\circ}$ ), onde Marte presenta stagioni del tutto analoghe a quelle terrestri, ma ca. due volte più lunghe a causa della maggior durata dell'anno marziano. La differenza delle stagioni tra i due emisferi marziani è però più pronunciata che sulla Terra a causa della assai più grande eccentricita dell'orbita. Il segno principale delle stagioni marziane è fornito dal più o meno grande sviluppo delle calotte polari, e da alcune variazioni periodiche e regolari di colore che alcune macchie presentano (aree verdi) e che potrebbero essere indizio di sviluppo stagionale della vegetazione.
La situazione attuale della aerografia, cioè dello studio della superficie di Marte (a somiglianza di "geografia " per la Terra) è però in una fase di scetticismo e di discussione, dacché le nuove teorie ottiche (iniziate da V. Cerulli e M. Maggini) fanno pensare che molte delle apparenze che sembra di scorgere e individuare sulla superficie di Marte debbono essere piuttosto considerate come semplici illusioni ottiche. Infatti, quando l'occhio umano si sforza di distinguere i dettagli di un oggetto che si vede male (a causa della scarsa illuminazione o della grande distanza, e quest'ultimo è il caso di Marte), si ha inconsciamente la tendenza a congiungere ("integrare ") i punti più notevoli con segmenti di resta. Alcuni anni fa questa tendenza si è mostrata anche nei riguardi dei famosi canali (denominazione per prima introdotta dal p. Angelo Secchi S. J. e poi ripresa da G. V. Schiaparelli e da P. Lowell e diffusa in tutto il mondo) e della loro presunta "geminazione". Recenti fotografie, ottenute con tecnica nuova all'osservatorio del Pic-du-Midi sugli alti Pirenei, hanno invece mostrato effettivamente specie di canali, benché sotto aspetti variati e differenti dalle forme geometriche che gli osservatori visuali avevano la tendenza a misurare. In definitiva, anche se questi canali esistono, se ne ignora completamente la natura. Gli astronomi si ripromettono nuovi risultati dal telescopio gigante di Monte Palomar, che nel 1956 potrà per la prima volta essere adibito all'osservazione di Marte. Più sicure sembrano invece le nostre conoscenze su altre caratteristiche fisiche della superficie marziana ricavate da osservazioni spettroscopiche e polarimetriche, specialmente nell'infrarosso. Marte possiede una tenue atmosfera, che dovrebbe avere un'altezza di ca. 80 km e nella quale non si sono trovate tracce né di ossigeno né di vapor d'acqua (se esistono questi due elementi, essi non possono superare il $0,15 \%$ delle quantità presenti nell'atmosfera terrestre). Tuttavia le calotte polari debbono essere costituite da acqua ghiacciata, probabilmente però in uno strato sottilissimo dell'ordine di un decimo di millimetro di spessore, in sospensione nell'atmosfera molto fredda del pianeta. Le misure bolometriche della temperatura della superficie marziana hanno mostrato che essa raggiunge i $4-10^{\circ} \mathrm{C}$ all'equatore in estate, mentre è prossima a - $70^{\circ} \mathrm{C}$ al polo in inverno. Le aree verdi sarebbero dovute a forme elementari di vegetazione come muschi o licheni, particolarmente quest'ultimi per la possibilità di fissare l'azoto direttamente dal suolo anziché dall'atmosfera.
Marte ha due satelliti (Fobos e Deimos), entrambi molto piccoli e molto vicini al pianeta. Il periodo di rivoluzione di Fobos è di $7^{\circ} 39^{\mathrm{m}}$, e cioè minore del periodo rotazione del pianeta, onde esso, visto da Marte, apparirebbe sorgere a ponente e tramontare a levante.
IV. I PIANETINI O ASTRODII. - Sono cosi denominati un cospicuo gruppo (oltre 1600 finora conosciuti) di piccoli corpi circolanti intorno al Sole su orbite ellittiche generalmente comprese tra Marte e Giove. Le loro dimensioni sono dell'ordine di una cinquantina di km o ancora meno. Uno solo, Vesta, è appena visibile a occhio nudo. Il loro numero è grandissimo (si pensa oltre cinquantamila) e ogni anno se ne scoprono parecchi nuovi. Il primo, Cerere, fu scoperto dall'abate G. Piazzi a Palermo il $1^{\circ}$ genn. 1801; nel 1802 H. W. Olbers ha scoperto il secondo, Pallade; nel 1804 K. L. Harding scoprì il terzo, Giunone; nel 1807 Olbers ancora Vesta. Questi sono i quattro pianetini più grandi che hanno diametri di 770 km per Cerere, 480 per Pallade, 385 per Vesta
e 195 per Giunone. Tutti i pianetini sono troppo piccoli per possedere un'atmosfera. Le loro masse sono poco note: quella di Cerere sarebbe 1/8000 della massa della Terra. Ma si è potuto stimare che la massa totale dei pianetini è certamente inferiore alla massa terrestre, e forse anche a quella della Luna. Circa la loro origine sembra che, almeno per un notevole gruppo di essi, debbano provenire da esplosioni di alcuni pianeti più grandi. Ma gli astronomi non sono tutti d'accordo sopra questa questione, che presenta ancora parecchi punti oscuri. Le orbite dei pianetini mostrano una varietà assai maggiore di quelle dei grandi pianeti. Per la maggioranza la distanza media dal Sole è tra 2 e 3,6 unità astronomiche. Il periodo di rivoluzione ha un valore medio di 4,5 anni, mai valori estremi sono 2,5 e 12 anni. A causa della forma molto allungata delle loro orbite alcuni pianetini passano molto vicino alla Terra; cosi Hermes che si avvicina fino a 1,5 milioni di km.
V. Giove. - Giove è il pianeta più grande del s. s. con un diametro il volte maggiore di quello della Terra e $1 / 10$ di quello del Sole. La sua massa, che è oltre 300 volte quella terrestre, è da sola superiore alla massa di tutti i pianeti presi insieme. Esso è anche il pianeta che presenta il massimo valore della velocità di rotazione (periodo $9^{\mathrm{h}} 50^{\mathrm{m}}$ ); onde ne risulta un forte schiacciamento polare, ben visibile anche direttamente nel cannocchiale. Tale schiacciamento è però minore di quello che si avrebbe se il pianeta fosse simile a quello della Terra. Onde si pensa che una parte importante del suo volume sia costituita da un'atmosfera gassosa. La quale è l'unica che si osserva direttamente, apparendo con caratteristiche bande parallele all'equatore, di forma e colorazione variabili di tempo in tempo (tra cui la famosa "macchia rossa"). Le misure radiometriche dirette hanno rivelato una temperatura media di $-135^{\circ} \mathrm{C}$ e questo indica che la superficie del pianeta è riscaldata unicamente dalla radiazione solare. Lo spettro di Giove (come del resto quello degli altri grandi pianeti lontani) mostra bande caratteristiche nella zona del rosso e dell'infrarosso, bande che sono state riconosciute appartenere all'ammoniaca e al metano, di cui la prima deve trovarsi condensata in cristallini alla temperatura di $-135^{\circ} \mathrm{C}$, mentre il secondo è ancora gassoso. Onde le spesse nubi di Giove che si osservano devono essere formate di cristallini di ammoniaca in sospensione in un'atmosfera composta di metano e probabilmente anche di idrogeno. Le varie colorazioni sarebbero poi dovute a composti metallici.
Giove ha 12 satelliti che sono numerati secondo l'ordine di scoperta, tranne i primi cinque che hanno anche un nome proprio. I quattro più grandi, Io, Europa, Ganimede, Callisto, scoperti da Galileo (e pianeti medicei e), hanno diametri che arrivano a quello della Luna e sarebbero visibili anche a occhio nudo se non fossero annegati nel bagliore del pianeta. Poiché essi si muovono in vicinanza del piano dell'eclittica, sono soggetti periodicamente a passare davanti (transito) o dietro (eclissi) al disco di Giove. Gli altri 8 satelliti sono di difficile osservazione, e qualcuno di essi può essere un pianetino catturato dall'astro maggiore. Il quinto satellite è il più vicino al pianeta, intorno a cui gira assai rapidamente con una velocità che supera i mille km al minuto.
VI. Saturno. - E il più lontano pianeta conosciuto dagli antichi e l'unico ad essere dotato di un magnifico sistema di anelli, concentrici al pianeta e situati nei suo piano equatoriale. Intraviati da Galileo ( 8 altissimum pianetam tergeminum observavi ") e riconosciuti nella loro natura di anelli da C. Huygens nel 1655, essi appaiono divisi in 3 anelli separati, di cui quello più esterno ha un diametro esterno di 280 mila km , ossia $2,3$ volte il diametro equatoriale del pianeta. Il loro spessore è estremamente piccolo, forse solo di una dozzina di km . Gli anelli sono costituiti da un insieme di piccolissimi satelliti rotanti separatamente intorno al pianeta secondo le leggi della gravitazione, onde quelli più interni ruotano più velocemente degli esterni. Secondo le ricerche di G. Kuiper (1950) essi sarebbero costituiti da piccoli frammenti di acqua ghiacciata. La massa totale degli anelli è molto piccola, dell'ordine di un milionesimo della massa del pianeta.
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(fol. Minori)
A sinistra: MADONNA COL FIGLIO E DONATORE di Andrea Solario - Napoli, Pinacoteca. A destra: LA VERGINE DAL CUSCINO VERDE di Antonio Solario - Parigi, Louvre.
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(fot. Abbazia di Solesmes)
(fol. Abbazia di Solesmes)
In alto: VEDUTA DELL'ABBAZIA, lato prospiciente il fiume Sarthe. In basso a sinistra: SEPOLCRO DELLA VERGINE in pietra locale (ca. 1550) - Solesmes, chiesa abbaziale. In basso a destra: SEPOLCRO DI NOSTRO SIGNORE, in pietra locale (fine del sec. xv) - Solesmes, chiesa abbaziale.
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Un'altra caratteristica notevole di Saturno è la sua debole densità ( 0,71 , inferiore a quella dell'acqua), la più piccola fra tutti i corpi del s. s. Infatti mentre il diametro medio è 9 volte più grande di quello della Terra, e quindi il suo volume 750 volte maggiore, la massa di Saturno è solo 95 volte maggiore di quella della Terra. A simiglianza di Giove, Saturno dev'essere circondato da una spessa atmosfera opaca la cui apparenza mostra un aspetto del disco planetario con bande parallele all'equatore, composte anch'esse di ammoniaca e di metano, ma le bande dell'ammoniaca vi sono più deboli e quelle del metano più intense.
Saturno ha 9 satelliti, di cui il maggiore, Titano, è anch'esso circondato da un'atmosfera di metano, unico esempio di presenza di atmosfera fra tutti i satelliti del s. s.
VII. Urano e Nettuno. - Questi due pianeti, molto simili tra loro, sono gli ultimi, i più lontani, del gruppo dei giganti. Entrambi hanno un diametro che è ca. 4 volte il diametro terrestre; Urano è un po' più grosso di Nettuno, e quindi quest'ultimo è invece più massivo. A causa della loro grande distanza, poco si vede sul disco di Urano e praticamente nulla su quello di Nettuno. Entrambi appaiono con una tinta leggermente verdastroazzorrina. Lo spettroscopio vi rivela le stesse bande spettrali dell'ammoniaca e del metano; ma quelle dell'ammoniaca vi sono molto più deboli, e rafforzate invece quelle del metano, che ricoprono pressoché completamente le regioni rosse e gialle del loro spettro, e questo spiega la colorazione verdastra di questi du