oscopio vi rivela le stesse bande spettrali dell'ammoniaca e del metano; ma quelle dell'ammoniaca vi sono molto più deboli, e rafforzate invece quelle del metano, che ricoprono pressoché completamente le regioni rosse e gialle del loro spettro, e questo spiega la colorazione verdastra di questi due pianeti. Come gli altri pianeti giganti, Urano e Nettuno ruotano molto rapidamente intorno ai rispettivi assi, e quindi hanno anch'essi uno schiacciamento polare notevole. Particolarità di Urano è di avere il piano equatoriale pressoché perpendicolare al piano dell'orbita descritta intorno ai Sole. E poiché l'angolo dei due piani oltrepassa di poco i $90^{\circ}$, il moto di rotazione di Urano vien considerato come retrogrado. Urano ha 5 satelliti e Nettuno 2.
VIII. Plutone. - Molto poco si sa intorno a questo pianeta lontanissimo, che appare nel cannocchiale di un leggero colore giallastro. Molto si spera di poter riconoscere allorché esso passerà al perielio nel 1989, poiché allora esso sarà ad una distanza dal Sole pari a quella di Nettuno. Per adesso si è riusciti solo a misurarne il diametro col grande telescopio di Monte Palomar (Kuiper e Humeson) e dedurre da esso il diametro effettivo, e quindi, attraverso il valore della massa, ottenuta a sua volta dalle perturbazioni su Nettuno, il valore del suo volume. La massa di Plutone sarebbe dell'ordine di o. 8 di quella della Terra. Onde esso non rassomiglia affatto ai pianeti giganti, ma piuttosto ai terrestri. In base alla sua luminosità apparente, Plutone dovrebbe avere un debole potere riflettente (o albedo), simile cioè a quello della Luna, o anche minore; onde si deduce che esso non dovrebbe essere circondato da alcuna atmosfera opaca. La maggioranza dei gas debbono essere infatti allo stato liquido o solido a causa della bassissima temperatura che regna sulla superficie del pianeta.
Lucio Gialanella
SOLARI, Benedetto. - Vescovo domenicano, n. a Chiavari il 9 marzo 1742, m. a Genova il 13 apr. 1814. Entrò giovane nell'Ordine domenicano, fu professore di teologia dogmatica all'Università di Genova, poi vescovo di Noli il $1^{\circ}$ giugno 1778.
Entrato, non si sa bene quando, in contatto con il Degola (v.), ne divenne amico fino a vagheggiare di incardinarlo alla propria diocesi e ne subì profondamente l'influsso, senza peraltro condividerne mai lo spirito acre e fazioso. Già sfavorevolmente giudicato per una sua pubblicazione sul privilegio paolino (1789), suscitò scalpore opponendosi - unico tra i vescovi d'Italia - alla pubblicazione della cost. apost. Auctorem Fidei che condannava il Sinodo di Pistoia, e inviando al Senato di Genova l'8 ott. 1794 una lettera nella quale esponeva i motivi di tale opposizione. Entrato perciò in polemica con il card. Gerdil, pubblicò nel 1804 una Apologia, in tre volumetti, nella quale riprendeva i motivi consueti della polemica del giansenismo nostrano. Ostile alla costi-

(ftol. Gasparini)
Solari, Benedetto - Ritratto - Genova, Università.
tuzione civile del clero, fu poi trascinato dal Degola alle idee rivoluzionarie e lavorò nella commissione incaricata di redigere il progetto di costituzione della Repubblica democratica ligure, ma, presto disgustatosi delle esagerazioni dei novatori, rifiutò di consacrare, senza il beneplacito del Papa, il Calleri che la fazione del Degola pretendeva di imporre come coadiutore al vecchio arcivescovo di Genova, e più tardi non volle recarsi al Concilio nazionale indetto da Napoleone a Parigi nel 1811. Nella sua piccola diocesi fu ottimo pastore, pieno di zelo e di carità e non tentò mai di imporre al suo clero le idee gianseniste, trapelanti tuttavia da alcune sue pastorali.
Bim.: G. B. Sementa, Storia ecel. della Liguria, Torino 1838; id., Secoli cristiani della Liguria, ivi 1843; L. IonardiF. Celesia, Storia dell'Università di Genova, parte 2*, Genova 1867, pp. 22-26; B. Gandoglia, La città di Noli, Savona 1882; L. Descalzi, Storia di Noli, ivi 1903; F. Savio, Devocione di mons. Abrodato Turchi alla S. Scde, Roma 1938; J. Mercier, s. v. in DThC, XIV, II, coll. 2336-37: Documenti e lettere del S., in E. Codignola, Carteggi di giansenisti liguri. II, Firenze 1941, pp. 637-777; L. Vivaldo, Memorie nolevi di mons. B. S., Savona 1944.
Lorenzo Vivaldo
SOLARI (Solario), Cristoforo detto il Gobbo. Scultore e architetto milanese, n. intorno al 1460 , m. secondo taluni a Vigevano nel 1525 , secondo altri a Mantova nel 1527.
Dopo un soggiorno a Venezia ( 1489 ) fu attivo a Milano, soprattutto nell'Opera del Duomo, con compiti di scultore, fonditore, architetto, ingegnere. Nel 1514 fu a Roma. Della sua attività di scultore - perduto il gruppo di Ercole e Caco - testimoniano, nella certosa di Pavia, il monumento funebre di Ludovico il Moro ed Isabella d'Este ( 1499 ) e, nel duomo di Milano, le statue dell' Adamo, di Eva e del Cristo alla colonna, firmato. Muovendo dal plasticismo rude e compatto del monumento Sforza, lo stile di C. S. si evolve verso ricerche di misura classicheggiante, di grazia e di sentimento, spintovi sia dall'esperienza del breve viaggio a Roma, sia dalla tendenza della
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Solari (Solario), Cristoforo detto il Gobbo - Abside della Cattedrale - Como
coeva arte lombarda dominata dall'influsso di Leonardo. Opere attribuite : Busto del Redentore (Pavia, Museo MaJaspina); Pietà (certosa di Pavia); Madonna (certosa di Pavia); altra Madonna (Detroit, Institute of Arts).
Alla sua attività di architetto si devono, secondo alcuni, la chiesa di S. Maria della Passione di Milano, dall'ampio tiburio poligonale bramantesco, e l'abside del duomo di Como, ispirata a disegni di Leonardo, la cui esecuzione fu affidata a Tommaso Rodari.
Bibl.: anon., s. v. in Thieme-Becker, XXXI (1937), p. 227 con bibl.; Venturi, XI, i (1938), p. 699 sgg.; C. Baroni, Docum. per la stor. dell'archit. a Milano nel Rinascivo. e nel Barocco, Firenze 1940, p. 215 sgg.; id., L'archit. lombarda dal Bramante al Richini, Milano 1941, p. 114 sgg.; W. R. Valentiner, A Madonna by C. S., in Bull. of The Detroit Inst. of Arts, 21 (1941-42), n. 3; P. Mezzanotte - G. C. Bascapé, Milano nell'arte e nella storia, Milano 1948, passim. Amalia Mezzetti
SOLARI, Luigi Maria. - Servo di Dio, n. a Chiavari da illustre famiglia, il 13 maggio 1795, m. a Benevento il 17 ag. 1829.
Studiò a Savona nel Collegio dei Lazzaristi, poi all'Università di Genova. Nel 1814 decise di entrare nella Compagnia di Gesù, ristabilita; ma fu ostacolato dalla madre, vedova e senz'altri figli maschi. Dopo tre anni, già diacono fuggì dalla casa paterna ed entrò nel noviziato dei Gesuiti, alla chiesa di S. Ambrogio a Genova (1817). Insegnò a Torino, indi a Roma (1820) e a Napoli (1821), dove continuò a distinguersi per angelica pietà e virtù sugli esempi di s. Luigi Gonzaga, di cui volle prendere il nome, commutandolo col suo di Agostino. Ordinato sacerdote (1824), si spense prematuramente a Benevento, dopo pochi anni d'intenso e fruttuoso apostolato, propagando specialmente la devozione al s. Cuore di Gesù. La sua causa di beatificazione fu firmata da Pio X nel 1906.
Bibl.: A. Rapi, Mem. sulla vita del p. L. M. S. d. C. d. G., Genova 1875; V. Botto, Il servo di Dio L. S., Lavagna 1915; L. Sanguinetti, Un fiore chiavaresc di santità: p. L. S., ivi 1920, Arnoldo M. Lana
SOLARI, Pietro Antonio. - Figlio di Guiniforte, architetto e scultore lombardo. Si hanno sue notizie dal 1446, m. a Mosca nel 1493.
Nel 1476 entrò al servizio dell'Opera del duomo di Milano come architetto; nel 1481 succedette al padre, morto in quell'anno, nei lavori dell'Ospedale maggiore di Milano e della certosa di Pavia; nel 1490 si recò in Russia. Alla sua attività di architetto si attribuiscono a Milano: la ricostruzione (dopo l'incendio del 1446) della chiesa di S. Maria del Carmine, impostata su un vigoroso organismo di pilastri e di vòte a crociera; la chiesa di S. Maria dell'Incoronata e la cappella Borromeo in S. Maria Pedone. A Mosca lavorò alle mura ad alle torri del Cremlino edificandone i poderosi basamenti. Discussa è l'attribuzione al S. della statua della Vergine del Museo archeologico di Milano, nella quale si è creduto di riconoscere una sua scultura per il Duomo.
Bibl.: anon., s. v. in Thieme-Becker, XXXI (1937), pp. 230231, con bibl.; C. Baroni, Docum. per la stor. dell'archit. a Milano nel Rinascivo. e nel Barocco, Firenze 1940, p. 195 sgg.; P. Mezzanotte e G. C. Bascapé, Milano nell'arte e nella storia, Milano 1948, p. 33, passim. Amalia Mezzetti
SOLARIO, Andrea. - Pittore, n. a Milano tra il 1458 e il 1460 , fratello minore di Cristoforo che seguì a Venezia verso il 1490.
Le prime opere del S. risentono soprattutto dell'ambiente veneto, non senza ricordi quattrocenteschi lombardi; fra le più antiche la belliniana Madonna del Poldi Pezzoli, l'alvisiano Ritratto di un senatore veneziano della National Gallery di Londra, di ampio squadro antonellesco, il Ritratto di giovane di Brera, il Ritratto di Boston, l'Ecce Homo delle Gallerie Cook di Richmond e Crespi di Milano. Del 1495 è la prima opera datata e firmata, la S. Famiglia con s. Girolamo (Brera), ancora prevalentemente veneta; del 1499 la S. Caterina e il S. Giovanni Battista del Poldi Pezzoli, più legati alla scuola lombarda leonardesca come il Ritratto femminile del Museo di Palazzo Venezia e la Testa di s. Giovanni Battista del Louvre (1507). Dal 1507 al 1509 il pittore è in Francia presso il card. George d'Amboise e vi decora di affreschi, ora perduti, la cappella del suo Castello di Gaillon in Normandia. Influssi ultramontani si notano nelle sue opere successive. Nella famosa Madonna del Louvre, eseguita al Castello d'Amboise, detta del "cuscino verde", l' artista mostra un sensibile accostamento a Leonardo, cosi come nell'Ecce Homo del Poldi Pezzoli. Elementi manieristici sono nel Cristo portacroce della Galleria Borghese (1511)

Solari (Solario), Cristoforo detto il Gobbo - Monumento a Ludovico Sforza, detto il Moro, e a Beatrice d'Este - Pavia, chiesa della Certosa.
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che va accostato stilisticamente all' impetuosa Madonna della collezione Salting di Londra. Dell'ultimo periodo il Riposo in Egitto del Poldi Peazoli, la Pietà di Rossie in Scozia. La morte colse l'artista verso il 1520 a Pa via durante l'esecuzione dell' Assunzione nella Certosa, terminata (1576) da Bernardino Campi. - Vedi tav. LIX.
Bibl.: oltre a W. Suida, s. v. in Thieme-Becker, XXXI, pp. 222-24, v.: A. De Evrey, Les dêves de Leonard de Vinci, A. S., in Gavotte des Beaux-Arts, 1930, pp. 171-83; A. Venturi, Gruppo di case mad., in L'arte, 41 (1938), pp. 44-78; W. Suida, A. 1. in the light of newly discovered docum. and unpubl. works, in The Art Quart., 8 (1945), n. 1. Luisa Mortari
SOLARIO, ANTONIO detto lo Zingaro. - Pittore, attivo nell'ultimo decennio del 1400 e nei primi del 1500. Fonde nelle sue opere elementi veneti, umbri, marchigiani e lombardi, pur rimanendo sempre fedele alla sua iniziale formazione prevalentemente veneta.
Sono opera di collaborazione gli affreschi con le Storie di s. Benedetto nel chiostro dei SS. Severino e Sossio di Napoli ( 1495 ca.), anteriori al periodo trascorso nelle Marche, dove il pittore lascia l'affresco in S. Esuperanzio a Cingoli, l'ancona in S. Francesco a Osimo (1505), la pala della chiesa del Carmine a Fermo; quest'ultima non estranea anche a influssi umbri, che diventano più espliciti nella Madonna della misericordia, nell'omonima chiesa di Macerata, e nelle Sante di Londra. Sono tuttavia sempre dominanti i ricordi veneti vicentini dal Montagna e dal Fogolino e reminiscenze da Alvise Vivarini: così nella Madonna col Bambino e adoratore di Napoli, e dal Giambellino nella Madonna Wertheimer già a Leningrado, di un colore più morbido e fuso. Firmata e datata 1508 è la Testa di s. Giovanni dell'Amberciana di Milano affine ad Andrea S., di una minuta e raffinata tecnica lombarda, che si ritrova in altre opere quali la S. Famiglia di Amsterdam e la Salomé della Galleria Doria a Roma del 1511. - Vedi tav. LIX.
Bibl.: G. Gronau, s. v. in Thieme-Becker, XXXI (1937), pp. 225-26; S. Augusti, in Arch. st. per le prov. napol., 30 (19441948); G. Urbani, Il restauro degli affreschi di A. S. nel chiostro del Platona a Napoli, in Boll. dell' Istit. centr. del restauro, 2 (1950), pp. 41-43. Luisa Mortari
## SOLARO DELLA MARGARITA, Clemente.
- Uomo politico e diplomatico piemontese, n. il 21 nov. 1792 a Cuneo, m. il 12 nov. 1869 a Torino. Dall'ott. 1803 al 1806 stette nel Collegio Tolomei di Siena, retto allora dagli Scolopi.
Le vicende di quegli anni, culminate nell'occupazione francese del Piemonte e quindi nella deportazione di Pai VII, gli ispirarono un profondo e sentito attaccamento verso la propria dinastia ed un vivo sentimento religioso, e contribuirono a quella avversione decisa alle nuove idee, cui contrappose, fino alla morte, con programmatica costanza, l'unione del trono e dell'altare. Continuò i suoi studi a Torino e vi si laureò in ambo le leggi nel 1812. Addetto alla Procura generale della corte imperiale di Torino, non tralasciò occasione di manifestare la sua contrarietà al regime napoleonico ed in quello stesso anno si fece promotore di quella Società italiana, centro di riunione di tutti coloro, giovani in gran parte, che volevano reagire all'infranciosamento della cultura. A norma dello statuto dell'Associazione i soci assumevano, all'atto della loro ammissione, i nomi di italiani illustri nel campo delle lettere e delle arti, escluso qualsiasi nome romano, non solo perché età classica della "libertà della patria " era considerata dallo statuto quella successiva alla caduta del Regno longobardo, ma anche probabilmente per una naturale reazione alla consuetudine della Rivoluzione e dell'Impero di abusare dei nomi della romanità. L'art. 4 dello stesso statuto disponeva che «il fine della Società è la cultura italiana; ogni altra lingua che non l'italiana è esclusa». Questa attività, per cosi dire nazionale, era un'opposizione netta e decisa contro l'usurpazione ed il dominio francese, una professione di legittimismo verso la dinastia sabauda. Dopo la restaurazione nel 1816 fu segretario presso la legazione di Napoli, retta dal marchese di S. Saturnino, di cui

(da C. Lovera-I. Rinieri, Cl. S. della M., I. Torino 160, tav. tra pp. 3 e 18)
Solaro della Margarita, Clemente - Ritarito.
sposò nel 1825 la figlia Carolina, assai religiosa. Durante la Rivoluzione del 1820-21, ebbe l'incarico di reggere la legazione durante un temporaneo congedo del Ministro. Ritornato a Torino nel 1825 per il suo matrimonio, ebbe nel 1826 la nomina a ministro plenipotenziario a Madrid. Convinto della necessità che solo una lotta a fondo contro il liberalismo potesse arginare quel pericolo per i governi assoluti, si avvicinò durante la missione madrilena ai carlisti, e ne divenne fervido sostenitore presso la propria corte e presso la S. Sede, con la cui Segreteria di Stato fu in corrispondenza, da quando il pro-nunzio card. Giustiniani, nel 1827, gli affidò l'incarico di curare temporaneamente gli interessi pontifici. Legato d'amicizia con il vescovo di León, una delle figure più rappresentative del carliamo, S. si trovò in contrasto con il nuovo nunzio Tiberi, la cui azione gli pareva pregiudizievole ai fini di una energica lotta contro i liberali, e rimase molto contrariato del mancato ripristino dell'Inquisizione di Spagna. Nello stesso tempo se la prendeva anche con la politica del Metternich, considerata blanda e titubante, e si doleva del contegno ambiguo di tutta l'Europa monarchica, che non sosteneva con sufficente energia l'assolutismo contro il costituzionalismo. Il suo appoggio alla causa dei carlisti si intensificò dopo la morte di Ferdinando VII e quando, con il febbr. 1835 , il S. divenne ministro degli Esteri, esso condizionò tutta la politica sarda verso le potenze straniere. In pieno accordo con il pensiero e la volontà di re Carlo Alberto, difese il legittimismo contro il liberalismo in ogni parte d'Europa, dove la monarchia di "diritto divino" fosse minacciata dagli usurpatori. Perciò aiutò i carlisti della Spagna, i Miguelisti del Portogallo ed i Borboni di Francia, privati del trono nel 1830 . Anche le lotte tra i Cantoni radicali e quelli cattolici della vicina Svizzera attirarono la sua attenzione con particolare riguardo al finitimo Vallese, non senza intenzione di trarne un particolare tornaconto
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(fot. Abbazia di Salernice)
SALERMES, ABBAzIA DI SAN PIETRO - Testa di una delle pie donne, particolare del Sepolcro di Nostro Signore (scultura in pietra locale della fine del sec. xv) - Solesmea, chiesa abbaziale.
con l'estendere la sovranità del re su quella regione. Verso l'Austria i rapporti furono improntati, se non a freddezza, a diffidenza, sia perché non poteva perdonare al Metternich il suo modo troppo "diplomatico" nelle questioni legittimiste europee, sia perché mal tollerava la larvata tutela che l'Austria talora tendeva ad assumere verso il Piemonte. Il S. però comprendeva assai bene che l'Austria era l'unico alleato sul quale il Piemonte potesse fare sicuro affidamento in caso di pericolo. Nelle relazioni con la S. Sede, S. si fece promotore nel 1839 del ristabilimento della nunziatura a Torino, sospesa sino dal 1753 . Pur non riuscendo ad ottenere la formale promessa del conferimento della porpora ai nunzi al termine del loro ufficio, il S. ebbe tuttavia assicurazioni in proposito. Lasciato il Ministero nell'ott. 1847, per reagire agli attacchi ed alle critiche mossegli, il S. pose mano ad un'opera, in cui espose i principi seguiti durante il suo ministero, descrivendo analiticamente gli avvenimenti dal 1835 al 1847 , e la pubblicò nel 1851 con il titolo di Memorandum storico-politico. Negli Avvedimenti politici del 1853 ritornò più estesamente sui presupposti che avevano guidata la sua azione, con l'intento di dimostrare - come si mantengono (le sorti felici) in qualunque Stato, quando seguansi i principi della sana politica», come aveva posto "la religione per base della politica ", perché "tutto deriva da Dio... Fuori della sua legge non vi è che menzogna ed errore; fuori della sua volontà non si trova che scompiglio e disordine"; tesi che ribadì nelle Questioni di Stato del 1854. Non riusci eletto nei comizi per la V legislatura dell'8 dic. 1853 nei collegi di Borgomanero e di Pontestura. Entrò nella Camera nel febbr. 1854 per il collegio di S. Quirico, rimasto vacante, e gli fu confermato il mandato anche per la VI legislatura nel nov. 1857. Alla Camera prese la parola diverse volte, osteggiando la politica antiecclesiastica ed estera del Cavour. Rimasto soccombente nelle elezioni del 1860 nel collegio di Dogliani, non cessò dall'attività di pubblicista, e diede alle stampola Risposta del conte C. S. d.M. all'opuscolo "Il Papa e il Congresso" (1860); contro la cessione di Nizza e della Savoia: Sulla annessione di
alcuni Stati alla Monarchia e sulla cessione della Savoia e di Nizza alla Francia (1860); contro la Convenzione di sett.: Sguardo politico del conte C. S. d. M. sulla Convenzione italo-franca del 25 sett. 1864 (1864). Infine nei quattro libri de L'Uomo di Stato indirizzato al governo della cosa pubblica (Torino 1863-64) intese dimostrare la possibilità di un governo cattolico nei tempi moderni.
Bibl.: F. Boffi, Un retrogrado. Il conte C. S. d. M., in Rass. naz., $2^{2}$ serie, 15 (1918), pp. 270-82; A. C. Jomolo, Il "partito cattolico "piemontese nel 1855 e la legge sarda rappresenta della comunità religieuse, in Il Risorgim. ital., 11-12 (1918-19), pp. 1-52; F. Lemmi, La politica estera di Carlo Alberto nei suoi primi anni di regno, Firenze 1928, passim; L. Modaro, S. d. M. e il ristabilimento della nunziatura a Torino nel 1839, in Il Risorgim. ital., 23 (1930), pp. 515-26; C. Lovero-I. Rimeri, Cl. S. d. M., 3 voll., Torino 1931; L. Salvatorelli, Il pensiero politico ital. dal 1500 al 1850 , $2^{2}$ ed., ivi 1941, pp. 201-202; A. C. Jomolo, Il mancato ripristino della Jequice. di Spagna e il conte S. d. M., in Atti dell'Assad. della scienze di Torino. Se. morali, 76 (1940-41), pp. 443-58; id., Il conte S. d. M. ed il nunzio Tiberi, ibid., 77 (1941-42), pp. 119-43. Silvio Furlani
SOLESMES, abbaZia di San Pietro di. - Monastero fondato nel toro nel Maine (in Francia), da Goffredo di Sablé, con il concorso di monaci benedettini inviati dall'abbazia de "la Couture du Mans".
All'inizio fu un piccolo priorato di cui la storia rimane oscura fino alla guerra dei Cent'anni, durante la quale il monastero fu distrutto dagli inglesi, mentre rimase la chiesa romanica. Ricostruito il priorato, questo conobbe una grande prosperità durante i secc. xv-xvi. I suoi priori, soprattutto dom Bougler (m. nel 1556), ingrandirono la chiesa, adornandola con preziose opere, tra le quali i cosiddetti sepolcri di Nostro Signore della Vergine, di ignoti autori, tra i quali si riconosce qualche mano italiana (1475-1553). Poco dopo il priorato passò in commenda: uno dei migliori priori commendatari fu l'italiano Tommaso Bonzi, emulo di s. Carlo Borromeo. Nel 1664 S. entrò nella Congregazione di S. Mauro, che nel 1723 fece ricostruire gli edifici monastici, meno la chiesa. Nel 1791 la Rivoluzione dispersa i monaci; il priore dom De Sageon e il sottopriore dom Papion furono messi in prigione. Il monastero passò attraverso vari proprietari, di cui l'ultimo nel 1852 ne iniziò la demolizione. Allora dom Guéranger (v.) lo prese in affitto, quindi lo acquistò e nel 1833 vi ristabili la vita benedettina. Nel 1837 Gregorio XVI eresse il priorato ad abbazia e dom Guéranger ne fu il primo abate. S. non tardò a divenire un centro di vita spirituale e punto di partenza d'un rinnovamento della pietà liturgica che si diffuse poi in tutta la Chiesa. I successori di dom Guéranger (m. nel 1875), dom Couturier (m. nel 1890), dom Felatte (abate fino al 1921, m. nel 1937) e l'attuale dom Coxien hanno dovuto sostenere le persecuzioni di un governo laicizzatore, quindi esilio, espulsioni dal 1880 al 1882 , esilio in Inghilterra dal 1901 al 1922. Ma tali prove non hanno impedito la vitalità del monatero. Nuove costruzioni vennero erette nel 1895-1900 e nel 1916.
L'imponente edificio sulle rive della Sarthe è una meraviglia architettonica. Oltre dom Guéranger, l'abbazia ha annoverato insigni monaci nel sec. xix e nel xx, quali dom Pitra (v.) poi cardinale e bibliotecario di S. Chiesa; dom Cagin, noto liturgista; dom Piolin, storico della chiesa del Mans; dom Quentin, revisore della Volgata e primo abate di S. Girolamo in Urbe; dom Pothier e dom Moequereau restauratori del canto gregoriano; infine dom Delatte, autore dei noti commentari sui Vangeli, le epistole di s. Paolo e la Regola di s. Benedetto.
Bibl.: Cottinesu, II, coll. 3055-56. Leone Robert
La restaurazione del canto gregoriano. - Dom P. Guéranger (v.) restauratore della liturgia romana in Francia comprese che doveva essere complemento necessario anche la restaurazione del genuino canto gregoriano. Guidato dal suo gusto naturale e dai consigli del canonico Gontier di Le Mans, che s'era dato allo studio dei fondamenti storici del canto ecclesiastico tradizionale ed aveva pubblicato (1859) un'importante Méthode raisonnée du plain-chant, seppe dare alla esecu-
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zione delle melodie gregoriane nel suo monastero un carattere artistico e religioso in aperto contrasto con la completa decadenza secondo la quale da molto tempo venivano eseguite. E poiché le edizioni allora in uso erano molto difettose, dom Guéranger comprese la necessità di proporne, risalendo con metodo ai manoscritti, un testo che riproducesse il più fedelmente possibile le melodie originali. Nel 1860 affidò le ricerche a dom Paolo Jauissions, cui ben presto aggiunse dom Joseph Pothier (v.) ancora novizio. I loro studi e le loro pubblicazioni aprirono definitivamente la via alla riforma del canto gregoriano da Leone XIII incoraggiata ripetutamente ed efficacemente alla fine del suo pontificato ritirando anche il privilegio delle edizioni tipiche precedentemente accordato in precedenza ad altri e che il beato Pio X dovette tener presente per la pubblicazione del Graduale romano (1907) e dell'Antifonario romano (1912) dell'edizione vaticana. La preparazione di queste edizioni dalle stesso Pontefice fu affidata ai monaci di S. col motu proprio del 25 apr. e col breve del 22 maggio 1904. Una commissione detta "vaticana" presieduta da dom Pothier, divenuto abate di S. Wandrille, fu incaricata della revisione del testo proposto dalla redazione. Questo testo doveva avere per base i lavori fatti a S., dove era stata appropriata un'importante collezione di documenti fotografici ad opera specialmente di dom P. Mocquereau (v.), discepolo del Pothier, e da un gruppo di monaci specializzati in questi studi. La collaborazione fra la Commissione e la redazione ordinata da Pio X fu intralciata da gravi divergenze e la responsabilità del Graduale e più ancora dell'Antifonario ricadde solo sul Pothier.
Sciolta la Commissione vaticana, le ricerche scientifiche proseguirono ugualmente a S. sotto la direzione di dom Mocquereau che col 1887 cominciò la pubblicazione della Polographie musicale, e col 1911 della Revue gregorienne pubblica a Tournai. Vanno anche segnalate le edizioni ritmiche solesmensi che, malgrado le discussioni sollevate, furono di grande utilità e sono tuttora molto diffuse.
Sotto la direzione di dom J. Cajard, succeduto a dom Mocquereau alla scuola paleografica, S. continua le ricerche scientifiche per rendere sempre migliori le edizioni gregoriane. L'Antiphonarium monasticum (1934) dà in modo particolare un'idea dei progressi raggiunti. - Vedi tav. LX.
Bibl., P. Cagin, L'Oeuvre de S. dans la restauration du chant gregar., Roma 1904; M. Bousseau, L'Ecole grégor. de S. 1633-1915, Tournai 1910; D. G. Suñol, Introduction à la Polographie musicale grégor., Tournai 1936; D. J. Cajard, Les débuts de la restauration grégor. à S., ivi 1940; id., La méthode de S., ses principes constitutifs, ses règles d'interprétation, ivi 1951; J. Blanc, L'enseignement musical de S. et la prière chantée, Parigi 1952. Pietro Combes
SOLETTA, SOLOTHURN : v. basilea.
SOLIDARIETÀ. - Termine derivante dal diritto romano, dove l'obbligazione solidale, o in solidum, indicava quella obbligazione con pluralità di soggetti (creditori o debitori) e oggetto identico e unico, per la quale ciascuno dei vari debitori è tenuto all'intera prestazione, ovvero ciascuno dei vari creditori ha diritto all'intera prestazione; ma, d'altra parte, uno solo dei debitori paga o risponde per tutti, e viceversa uno solo dei creditori esige o si fa ragione per tutti (P. Bonfante, Istituzioni di diritto romano, $5^{\text {a }}$ ed., Milano 1912, p. 362 ).
Questo significato perdura nei codici civili moderni (cf. Cod. civ. ital., art., 1184 sgg.) e nella teologia morale (v. obbligazione; restaurazione). Nel diritto criminale primitivo s. era presa nel senso di responsabilità collettiva, per cui i componenti di un gruppo erano passibili della vendetta per il delitto commesso da uno solo (cf. G. Glotz, op. cit. in bibl.). Questo significato giuridico della s. è stato nel sec. xix allargato ad indicare la s. naturale, fondata su leggi fisiche e biologiche (cf. Cl. Bernard, Introduction à l'étude de la medicine expérimentale, II, Parigi 1865, p. 3), e di conseguenza, secondo il determinismo positivistico, la s. sociale. Per A.
Comte la s. indica o l'intrinseca e totale dipendenza di ogni uomo dalle precedenti generazioni (Système de polit. posit., Disc. Prélim., I, Parigi 1851, p. 364) o dalla presente situazione sociale (ibid., pp. 364-65; III, 1, p. 71). Con E. Durkheim il concetto di s. sociale diventa fondamentale per la scuola sociologica francese. Egli nella sua Division du travail social (1893) distingue una doppia s. sociale: meccanica e organica. La prima si fonda sulle similitudini e sull'uniformità dei sentimenti, delle idee, dei costumi, delle credenze, senza alcuna manifestazione di originalità individuale, e dà luogo a un diritto repressivo; con l'introduzione e il progresso della divisione del lavoro la s. diventa sempre più organica, cioè coordinazione e subordinazione di elementi differenziati e gerarchizzati, come tra gli organi di un corpo vivente, dando luogo a un diritto cooperativo a base non più repressiva, ma restitutiva (cf. ibid., I, 2-4). Il suo pensiero è stato sviluppato specialmente da C. Bouglé (Le solidarisme, Parigi 1924).
L'umanitarismo ha tentato di fare della s. la virtù fondamentale della vita morale, sostituendola alla giustizia e alla carità (P. Leroux, De l'Humanité, de son principe et de son avenir, ivi 1840 ). Il solidarismo morale ha il suo massimo rappresentante in L. Bourgeois (La solidarité, ivi 1879 ) : il fatto della s. sociale mostra che tutto quello che una persona ha o è capace di comprendere o fare è frutto del lavoro della società tutta, presente e passata; è un debito, questo, che la persona deve pagare, dedicandosi completamente a porre la sua attività a beneficio della società, accettando tutti i sacrifici che ne possano derivare. Il bene morale si identifica quindi con le esigenze della s.; ed i doveri morali ci impongono di aver sempre davanti agli occhi la ripercussione dei nostri atti nella vita collettiva. Per spiegare il passaggio dalla s. come fatto alla s. come dovere il Bourgeois ricorre all'intinto psicologico del bisogno di giustizia che esiste in ogni coscienza.
L'esistenza di una s. naturale fra tutti gli esseri e di una s. sociale fra tutti gli uomini è un fatto indubitato : tuttavia essa non è la causa del vivere sociale, ma un semplice condizionamento dell'attività personale. La s. morale deve distinguersi come fatto "e come "dovere". Come fatto, giustamente mette in rilievo le conseguenze buone e cattive, per la società, derivanti dall' attività buona o cattiva di ogni singola persona, per cui dal valore morale di ogni singolo dipende il valore della comunità. Come dovere, esso non è altro che un termine ambiguo per esprimere il dovere di giustizia e di amicizia, che è alla base di tutti i doveri sociali della persona e che trova il suo fondamento ultimo nell'eterna legge divina (v. obbligazione). Ogni persona ha da Dio la vocazione naturale di cooperare al bene dei suoi fratelli secondo le varie forme di socialità e secondo il suo particolare compito in ciascuno di essa (v. stato, obblighi del proprio) : la società è collaborazione di persone per realizzare insieme i beni umani particolari in vista del conseguimento eterno del bene supremo. Dato il carattere storico inerente al concetto di società, l'attività di ogni persona viene ad avere un valore di intima collaborazione al bene umano non solo sul piano orizzontale della società esistente, ma anche in quello verticale della società storica.
Il termine s. è oggi usato anche nella teologia dogmatica riguardo a particolari questioni : s. in Adamo, in Gesù Cristo, tra gli uomini; v.: COMUNIONE DEI SANTI; PROCATO ORIGINALE; REDENZIONE; per lo stesso concetto sviluppato nella teologia morale, v.: COOPERAZIONE; GIUSTIZIA; RESTITUZIONE.
Bibl.: P. Leroux, De l'humanité, de son principe et de son avenir, 2 voll., Parigi 1840; A. Comte, Système de politique positive, ivi 1851 ; C. Marion, De la solidarité morale, $2^{2}$ ed., ivi 1880; E. Renan, L'avenir de la science, ivi 1890; L. Bourgeois, La solidarité, ivi 1879, $3^{2}$ ed. 1902; E. Durkheim, La division du travail social, ivi 1893; E. A. Ross, Social Control, Nuova York 1901, pp. 14 sgg., 296 sgg.; G. Glotz, La solidarité de la famille dans le droit criminel en Grèce, Parigi 1904; R. Jacob, Devoir, ivi 1907, cap. 9, p. 211 sgg.; C. Bouglé, Le solidarisme, ivi 1924; A. Gandlach, Solidarismus, in Gregorianum, 17 (1936), pp. 271-95; J. Leclercq, Les grandes lignes de la philos. morale, Lovanio 1947, p. 118 sgg .
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SOLIMENA, Francesco. - Detto l'abate Ciccio, pittore ed architetto, n. a Canale di Serino (Avellino) il 4 ott. 1657, m. a Barra presso Napoli il 5 apr. 1747 .
Caposcuola dell'Accademia pittorica napoletana del sec. xviri, si dedicò interamente all'attività artistica e all'insegnamento e legò il suo nome a una produzione copiosissima, sparsa nelle chiese e palazzi di Napoli e della Campania e nelle principali raccolte pubbliche e private europee. La sua influenza sulla cultura artistica del sec. xviri nell'Italia e in Francia (Fragonard) fu determinante e giunse anche a Venezia, dove ebbe esiti persino sul linguaggio pittorico di un Piazzetta e di un Tiepolo.
Oltre il padre Angelo, non ignobile pittore giordanesco, il S. ebbe come maestro Francesco De Maria, epigono dell'Accademia bolognese. Ma la sua versatilità ricettiva gli indicò piuttosto come punto di arrivo un ecletismo in cui la larghezza dell'impianto compositivo fosse sostenuta dal rigore dell'accordo cromatico e luministico.
Perciò il S. fu portato a risalire a Mattia Preti, non senza suggerimenti cortoneschi e veneti, mediati dagli esempi dell'attività napoletana di Luca Giordano. Ad acquistare uno stile inconfondibile gli valsero tuttavia una incata sapienza architettonica e una straordinaria disid. voltura dell'articolazione narrativa, che gli consentirono di soddisfare alle più disparate esigenze iconografiche, puntando sulla intrinseca qualità della pennellata, sempre densa e vibrante. Anche nei momenti di minor vena il S. rivela infatti una sostenutezza tematica, che lo tiene lontano dalla ripetizione vacua e dall'involuzione grafica : l'abilità tecnica non scade quasi mai nell'artificiosità gratuita, anche quando è più evidente il compiacimento manieristico. L'evoluzione del suo stile si segue senza fatica dai giovanili affreschi di S. Giorgio dei Mannesi, di S. Anna al Gesù Nuovo in Napoli e di S. Giorgio a Salerno, fino al ciclo conclusivo di queste prime esperienze nell'abside di S. Maria Donna Regina (1680-84). Su questa strada il S. procederà con sempre maggiore coerenza, raggiungendo il vertice delle sue possibilità nei magnifoguent complessi delle sacrestie di S. Paolo Maggiore e di S. Domenico e nella magistrale, movimentatissima, Cavriata di Eliodoro dal Tempio nella parete interna della facciata del Gesù Nuovo (1725). Altre testimonianze della felicità narrativa di questi anni rimangono nella tela della badia di Montecassino con s. Francesco e s. Antonio ( 1681 ), negli affreschi di S. Patrizia (1682), in quelli della vòtta di S. Nicola alla Carità (1701) e soprattutto nell'affollatissima tela con santi di S. Girolamo delle Monache, che ha in primo piano una mirabile natura morta di fiori sparsi (1693), e in quelle veneziane con Rebecca ed Eleazuro e Rebecca e Giacobbe al pozzo.
La qualità delle opere perdute ci è rivelata dai bozzetti delle tele eseguite per il Consiglio di Genova (17081717), conservati nella Pinacoteca di Napoli : scene folte di figure minute, di gusto presepiale. Dei moltissimi ritratti si ricorderanno quello della principessa Caracciolo, già impostato su accordi preziosi di tonalità chiare, e l'autoritratto agli Uffisi, uno dei capolavori di questo genere, per efficacia espressionistica.
Il gusto e la maniera del S. influirono su tutta l'arte napoletana, dall'architettura alle figurine di presepio in terracotta. Come costruttore ha lasciato un alto saggio nell'armoniosa facciata di S. Nicola alla Carità. E a due ordini, secondo il modulo barocco, ma vigorosamente concepita in un equilibrio di aggetti e rientranze che esaltano le strutture, non sopraffatte dalla decorazione. Altre testimonianze rimangono in disegni, conservati nell'Archivio di Stato di Napoli, e in un gran numero di altari, portali e monumenti sepolcrali, sparsi nelle chiese di Napoli e dintorni.
Dalla scuola del S. uscirono gli architetti Domenico Antonio Vaccaro e G. Battista Fauclerio; gli scultori F. Celebraoo e G. Sammartino, vale a dire alcuni degli artisti più fecondi e geniali della Napoli settecentesca; e dalla sua opera di pittura furono influenzati i maggiori maestri della scuola napoletana del sec. xviII : il De Mura, il ${ }^{n}$ nito, il Giaquinto e il Diana. - Vedi tav. LXI.
Bial.: A. De Rinaldia, s. v. in Enc. Ital., XXXI, pp. 76-78: ivi per bibl. precedente al 1934: V. G. Ceci, F. S., in ThiemeBecker, XXXI (1937) pp. 243-46; C. Lorenzetti, La pitt. napolet. del sec. XVII, in Catalogo della Mostra della patt. napol., Napoli 1938, pp. 156-67; R. Pane, Architett. dell'vta barocca in Napoli, iv 1939, pp. 141-52; G. Lorenzetti, La pitt. italiana del ' 360 . Novara 1942, pp. vi-viII; R. Pallucchini, I capolavori dei Musci veneti, Catalogo, Venesia 1946, pp. 166-67; G. Fagolari, Scritti vari. Milano 1946, pp. 292 sgn. Riccardo Averini
SOLJARSKIJ, Paul. - Teologo dissidente, n. a Vladimir sul Kljasma nel 1803 e m. a Pietroburgo il 4 maggio 1890.
E autore della più voluminosa opera russa intorno alla morale (Zapiski po movstvennomu pravodlawnomu bogodloviu. 3 voll., Pietroburgo 1860-64). Essa è stata insegnata lungo tempo nelle accademie ecclesiastiche dell'Impero zarista, come libro classico. Nella forma esterna segue il metodo scolastico, il che le ha procurato aspre critiche da altri moralisti russi.
Bial.: S. Tyszkiewicz, Moralistes de Russie, in Orientalia christ. periodica, 16 (1950), pp. 384-95. Stanislao Tyszkiewicz
SOLLECITAZIONE. - S. nel significato generico, in campo etico, è sinonimo di seduzione (v.) o di istigazione (v.), per cui valgono i principi della cooperazione (v.) al male. In senso specifico, in teologia morale e diritto canonico, è l'abuso del sacramento della Penitenza, che si ha con il provocare il penitente a peccato grave contro la castità (v.), da parte del sacerdote confessore.
La santità del sacramento della Penitenza esige un profondo rispetto; per questo la Chiesa ha emesso una lunga serie di severe disposizioni dirette a regolarne il buon andamento e ad evitare abusi da parte sia del ministro sia del penitente. Tra gli altri possibili pericoli c'è quello: 1) da parte del sacerdote confessore di gravemente abusare della propria autorità, trasformando il Sacramento in strumento di perdizione, specie in materia di castità; 2) da parte del penitente di abusare del segreto sacramentale, per avanzare contro il sacerdote confessore, per ignoranza o per malizia, una delle più gravi calunnie, quella dell'abuso del Sacramento, in materia di castità. Simili abusi costituiscono gravissimi peccati contro la religione, castità ecc., e nel diritto canonico sono anche delitti specifici : delitto di s. e delitto di falsa denunzia per s.
1. Cenni storici. - La Chiesa ha emanato molte leggi contro la s.; la prima di cui si ha memoria è del Concilio di Treviri del 1221 (cap. 8). Il 16 apr. 1561 Pio IV (cost. Cum sicut) comandava all'Inquisizione generale della Spagna di indagare sui provocatori ad turpisi in actu sacramentali. Paolo V estese questa disciplina al Portogallo ( 1608 ) e la perfezionò ( 16 nov. 1612). Il 30 ag. 1622 Gregorio XV emetteva la bolla Universi, in cui comandava che fossero puniti e denunciati i sacerdoti sollecitanti (F. Gasparri, CIC, Fontes, n. 734). Questa fu la prima legge in materia che ebbe un potere obbligante per tutta la Chiesa. Anche la S. Congregazione del S. Uffizio intervenne più volte (v. soprattutto le risposte dell' 1 febbr. 1661 e l'Istruzione ai Vescovi del 9 febbr. 1867). Alessandro VII condannò ( 24 sett. 1667) due proposizioni attinenti a questa materia (prop. 6-7: Dens-U. 1106-1107). Tutta la dottrina e l'àmbito della s. vennero poi determinati dalla cost. Sacramentum Poenitentiae di Benedetto XIV ( 17 giugno 1741 : CIC, Appendix, doc. V) che rimane anche oggi d'attualità (can. 904). Con successiva cost. Etsi pastoralis ( 26 marzo 1742, § 9, n. 5) dichiarava che le leggi attinenti a questa materia obbligavano anche gli Orientali. Le pene comminate contro i sollecitanti furono conservate anche nella cost. di Pio IX Apostolicae Sedis, § 4, n. 4 (12 ott. 1869). Le misure così severe, più che dalla frequenza del delitto, piuttosto eccezionale, sono state ispirate dalla pericolosità del reato.
II. Peccato e delitto. - Secondo la bolla Sacramentum Poenitentiae, confermata dal can. 904, commettono s. i sacerdoti che o nell'atto della confessione sacramentale o prima o immediatamente dopo la confessione, o
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prendendo occasione o pretesto dalla confessione, ma in confessionale o in altro luogo destinato o scelto per ascoltarvi le confessioni, abbiano tentato di sollecitare o provocare qualche penitente (qualunque persona sia) a cose disoneste e turpi, o con parole, segni, cenni, tatti, o con scritture da leggersi subito o dopo; oppure abbiano temerariamente avuto con essi discorsi illeciti e disonesti. Chi cosi agisce, oltre il peccato contro la castità, pecca naturalmente contro la religione, la carità, e, se parroco, contro la giustizia. Per costituire il delitto occorre: 1) che vi sia l'ecclesione (gravemente colpevole in chi la compie, sotto il profilo della lussuria) di donna od uomo, fatta in modo esplicito od implicito, ad atti interni od esterni, ma gravi contro la castita; 2) che il sollecitante sia sacerdote nell'atto della confessione; 3) che solleciti immediatamente prima o dopo o durante la confessione e sotto il pretesto della confessione. Si ha la s. vera e propria anche se il sollecitato non acconsente; né è necessario che il sollecitato diretto sia il penitente, ma può essere anche una terza persona da avvicinarsi dal penitente. Le relative pene: sospensione dalla celebrazione della S. Messa e dall'udire le confessioni; nei casi più gravi, inabilità all'ufficio di confessore, privazione di benefici, uffici e dignità, della voce attiva e passiva e dichiarazione di inabilità alle medesime cariche e benefici; in casi gravissimi, degradazione. Sono tutte pene ferendae sententiae, data la necessità di una valutazione della gravità del delitto (can. 2368 § 1), prima di poterle irrogare. Sono esenti da queste sanzioni penali i cardinali; l'esenzione dei vescovi, propugnata da alcuni, non pare che si sostenga.
La determinazione delle condizioni per la configurazione del delitto ha dato luogo ad un'abbondante casistica, che non è qui il luogo di vagliare o discutere. L'interpretazione pratica che viene data dalla S. Congregazione del S. Uffizio (can. 247 § 2), competente in materia, è piuttosto restrittiva e severa.
III. Obbligo della denuncia. - Ogni persona, abbia o non abbia aderito alla sollecitazione, di qualunque condizione essa sia, è tenuta a denunciare il sollecitante entro un mese sotto pena di incorrere nella scomunica nemini reservatis (can. $2368 \S \mathrm{2}$ ). Il tempo va computato dal momento in cui si ha conoscenza della s. L'obbligo della denuncia si estende a tutte le persone che conoscono il fatto della s.; però la conoscenza dev'essere certa, trattandosi di un caso, cosi pieno di tristi conseguenze. Il can. 904 sembra restringere l'obbligo della denuncia alla sola persona sollecitata, ma, cio nonostante, l'estensione dell'obbligo a tutti coloro che ne abbiano conoscenza viene insinuata nella risposta del S. Uffizio dell' 11 febbr. 1661 ed espressa chiaramente nella risposta del 3 genn. 1663. Tuttavia il confessore sollecitante non è tenuto a denunciarsi; ma se lo fa, dev'essere trattato con minore rigore (istruzione del S. Uffizio del 20 febbr. 1866). Non si è tenuti ancora alla denuncia se si ha il dubbio che sia esistita vero e propria s.; ma se l'azione esterna importi evidentemente la s., e si dubiti solo dell'intenzione del confessore, rimane il dovere della denuncia. Il sacerdote graviter onerata eius conscientia (can. 904) deve ammonire il fedele dell'obbligo della denuncia; e non può assolverlo finché non abbia adempiuto a tale obbligo (can. 2368 § 2). Se il penitente prova ripugnanza a fare la denuncia, il confessore, dopo aver saggiamente esaminato il caso, deve aiutarlo e consigliarlo nel miglior modo possibile. L'obbligo della denuncia è un grave obbligo di carità (per impedire l'ulteriore rovina delle anime) e di obbedienza verso la legge ecclesiastica, che tratta di una materia gravissima. Ci sono tuttavia cause che scusano dall'obbligo della denuncia. Esse sono: 1) l'impossibilità di poter fare la denuncia; 2) la morte del confessore sollecitante. Tuttavia, finché egli è vivo, anche se la s. è passata da molto tempo, rimane sempre l'obbligo della denuncia, a meno che non siasi perfettamente emendato da un anno; 3) un grave pericolo di vita, di infamia, di perdita di beni di fortuna, o un grave disagio della persona sollecitata; 4) il sigillo sacramentale; 5) la dispensa ottenuta dal S. Uffizio o dalla S. Penitenzieria. Essa però non viene quasi mai concessa.
IV. Forma della denuncia. - La denuncia secondo il can. 2363 deve essere fatta ai superiori ecclesiastici che
hanno potestà di inquisire in materia, e cioè gli Ordinari del luogo, secondo l'estensione del can. 198, e il S. Uffizio. Secondo l'opinione comune il Vicario generale non può ricevere la denuncia di s. Infatti le parole della cost. di Benedetto XIV, Sacramentum poenitentiae, $1^{\circ}$ giugno 1741 : "inquirant et procedant contra omnes..." richiedono una potestà giudiziale che il vicario generale senza un mandato speciale non ha.
Si può distinguere una duplice specie di denuncia: una forma semplice o estragiudiziale, per es., per lettera; e una forma giudiziale. La forma semplice non è proibita, ma per sé non è sufficiente per soddisfare all'obbligo della denuncia, né per procedere contro il presunto reo. Tuttavia può offrire occasione al S. Uffizio e all'Ordinario del luogo per indagare e ottenere, se ce ne fosse bisogno, una denuncia pienamente giudiziale. La denuncia giudiziale deve farsi a viva voce al S. Uffizio o al vescovo o ad un loro delegato con l'intervento di un ecclesiastico che funga da notaio. L'Ordinario può per motivi giusti dispensare dalla presenza del notaio. Il vescovo può delegare a ricevere la denuncia anche un semplice sacerdote; questi però dovrà trasmettere integri tutti i documenti all'Ordinario senza riservarsene copia.
Perché raggiunga pienamente il suo fine la denuncia deve contenere l'esposizione particolareggiata del delitto con le circostanze di tempo, di luogo, ecc., il nome del confessore sollecitante, il domicilio e il nome del denunciante. Ciò oggi è molto facile, perché basta riempire il formulario che ha il S. Uffizio o l'Ordinario del luogo. Il denunciante d'altra parte è tenuto a rispondere con la massima sincerità alle domande che gli vengono fatte : anzi è bene promettere un giuramento sul Vangelo di dire tutta la verità. Inoltre il denunciante deve sottoscrivere tutte le sue dichiarazioni.
V. Processo contro i sollecitanti.- Il processo va fatto secondo le Istruzioni della S. Congr. del S. Uffizio del 20 febbr. 1886, 20 luglio 1890,6 ag. 1897 (P. Gasparri, op. cit., nn. 990, 1123, 1190). ma può essere fatto anche ex informata conscientia (can. 2186 sg..; S. Congr. S. Uffizio 20 febbr. 1866, nn. 10-11). Tutto deve svolgersi nel massimo segreto. Una prima indagine deve essere fatta sulla veracità del denunziante, da accertarsi attraverso testimoni (almeno due) giuarii de credibilitate. Se è necessario, il denunziante potrà essere di nuovo interrogato. Viene quindi interrogato il reo, che successivamente è ammesso alla difesa scritta da farsi da sé o a mezzo di avvocato (can. 1862 agg.). La sentenza deve essere pronunciata dal vescovo e non già da un suo delegato, sull'esistenza o meno del delitto e, in caso positivo, sulle pene da infliggersi a norma del can. 2368 § 1. Inoltre se l'imputato, nel corso del processo, abbia confessato il delitto, deve fare l'abiura (v.) per purgarsi dal sospetto di eresia (v.).
Il processo d'ordinario non tiene dietro alla prima denuncia, ma per prassi del S. Uffizio (S. Uffizio, 6 luglio 1833; Instruclio, 20 febbr. 1866) si procede solo dopo la terza. Nei primi due casi si conserva la denuncia scritta e si sottopone il sacerdote confessore a vigilanza; ma non è escluso che si possa procedere anche dopo la prima denuncia.
VI. Falsa denunzia della s. - La denuncia di s. contro i sacerdoti innocenti acquista una speciale malvagità che giustamente la Chiesa punisce con gravissima pena. Prima del CIC la falsa denuncia di s. era peccato riservato alla S. Sede specialissimo modo. Oggi invece come peccato è riservato alla S. Sede ratione sui e come delitto viene punito con la scomunica, speciali modo riservata, per la cui assoluzione si richiede previa ritrattazione, riparazione nella misura possibile e grave e diuturna penitenza (cann. 894, 2363). Per incorrere tali pene si richiede: 1) che vi sia una falsa denuncia del sacerdote nella sua qualità di confessore; 2) che il denunciante sia consapevole della sua falsità; 3) che vi sia stata una denuncia giudiziale, cioè fatta secondo le norme sopra esposte; 4) che il denunciante abbia conoscenza della censura. Concordemente si ritiene che l'ignoranza, purché non affettata, supina o crassa, scusi dall'incorrere nelle censure; ma non scusi dalla riserva, sebbene qualche teologo pensi diversamente.
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(da Camla de Saint-Saud, Paul Huat, Margue de Fayolle, la
bebille et les origines du venerable A. de S., Parigi 1863).
SolminHhac, Alain de, venerabile Ritratto.
Per quanto riguarda il confessore sollecitante, l'assoluzione segue le norme consuete dell'assoluzione da censure, ma la riabilitazione è lenta, e mai piena. Da parte del falsodenunziante, per l'assoluzione dalla censura si richiede inoltre la ritrattazione formale della calunnia e la riparazione, nei limiti delle possibilità, dei danni arrecati. Queste condizioni sono sempre richieste; anche in pericolo di vita. La ritrattazione deve essere formale. Ogni volta che si presenti una difficoltà, fisica o morale, basta che la ritrattazione sia fatta nel modo migliore. Però l'assoluzione data senza una formale ritrattazione è valida