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Gli effetti delle varie specie di s. sono riferiti nel can. $2278 \$ 2$ che ammonisce potersi essi trovare anche separatamente nei vari soggetti. La norma generale, però, è che quando essa viene inflitta senza espresse restrizioni, comprende tutti gli effetti dei quali parliano i cani. 2279-83, ossia e gli effetti propri della s. dall'ufficio e quelli della s. dal beneficio.

A norma di quanto il CIC stabilisce, gli effetti specifici delle singole s. sono i seguenti : nella s. dall'ufficio è vietato ogni atto di potestà di ordine e di giurisdizione, nonché di amministrazione dell'ufficio, esclusa solo l'amministrazione dei beni del proprio beneficio (can. 2279 § 1); nella s. dalla giurisdizione è vietato ogni atto di giurisdizione, sia di foro interno che esterno, tanto ordinaria che delegata (ibid., § 2, n. 1); in quella a divinis, ogni atto di potestà di ordine comunque ottenuto, ossia tanto per sacra ordinazione (p. es., la s. dal celebrare la Messa), che per privilegio (p. es., la s. dalla facoltà di conferire la Cresima inflitta al sacerdote che ne aveva ottenuto il privilegio apostolico : ibid, n. 2); nella s. dagli ordini, ogni atto di potestà di ordine ricevuta per l'ordinazione ma non di quelli eventualmente ricevuti per privilegio (ibid., n. 3); nella s. dagli Ordini sacri, ogni atto di potestà di ordine ricevuta mediante ordinazione in sacris (suddiaconato, diaconato, presbiterato, episcopato) ma non degli altri (ibid., n. 4); nella s. dall'esercizio di un determinato ordine ogni atto dell'ordine espressamente designato (in questo caso, anzi, il soggetto non solo non può, benché ne abbia la potestà, conferire lo stesso ordine ma neppure ricevere quello superiore né esercitarlo, se ricevuto nel periodo di s.: ibid., n. 5). La s. dal conferire un certo e determinato ordine invece comporta solo la proibizione di conferirlo, senza alcuna limitazione però nei riguardi degli ordini di grado inferiore o superiore a quello (ibid., n. 6); la s. dall'ordine pontificale proibisce ogni atto di potestà di ordine episcopale (ibid., n. 8). La s. dai pontificali impedisce invece solo l'esercizio di quegli atti che richiedono le insegne pontificali (mitra e pastorale) ma non gli altri, benché propri dei vescovi (ibid., n. 9 e can. $337 \$ 2$ ); infine vi sono s. parziali da determinati miniretri o uffici secondo quanto viene stabilito volta per volta (can. $2279 \$ 2$, n. 7 ).

Nei riguardi degli effetti della s. dal beneficio va tenuto presente quanto stabilisce il can. 2280, ossia che sebbene la s. privi dei frutti che derivano dal beneficio, non toglie però il diritto di abitare nella casa del beneficio né quello di amministrare i beni stessi beneficiari, salva contraria espressa imposizione; i frutti eventualmente attribuiti contrariamente alla norma predetta non divengono propri del beneficiario e devono essere restituiti (ibid., § 2). Parimenti, quanto agli uffici o benefici dai quali il soggetto viene sospeso, si intende che la s. è diretta esclusivamente a quelli che il chierico possiede nella diocesi di chi lo sospende (can. 2281); a meno che non sia una s. inflitta dal CIC o comunque da norme di diritto comune, nel qual caso essa opera di diritto ovunque (can. 2282). La s., però, da uno o più ordini lega il chierico ovunque, anche fuori del territorio del superiore che la inflisse.

Il chierico sospeso, a norma del can. 2265 non può eleggere, presentare e nominare agli uffici o benefici ec-

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clesiaatici; non può conseguire alcuna dignità, ufficio, beneficio, pensioni ecclesiastiche o altro incarico nella Chiesa; né può essere promosso agli Ordini. Tuttavia la promozione agli Ordini vale in ogni caso, mentre gli altri effetti penali, qualora la s. sia stata data con sentenza, hanno connessa l'invalidità (can. 2283). Parimenti il chierico colpito da s. che proibisce l'amministrazione dei Sacramenti e dei Sacramentali può, ciò nonostante, lecitamente conferirli qualora per qualunque ragionevole motivo (sul quale non è tenuto di indagare) ne sia richiesta dai fedeli; ciò però non vale nel caso di s. incorsa con sentenza apposita, a meno che i fedeli richiedenti non si trovino in pericolo di morte: in quest'ultimo caso, infatti, il sospeso può assolvere dai peccati e anche, in mancanza di altri ministri, amministrare gli altri Sacramenti e Sacramentali (cann. 2284 e 2263). Va pure attentamente ricordato che la s. inflitta per sentenza del competente superiore e che comporti la proibizione di esercitare la giurisdizione (tanto in foro interno che esterno) rende invalidi gli atti stessi proibiti (così, p. es., le assoluzioni sacramentali nella confessione); mentre prima della sentenza li rende solo illeciti, salvo quanto è stato detto circa i casi di richiesta diretta dei fedeli entro e fuori pericolo di morte, ma non invalidi.

Quanto agli effetti della s. inflitta a una comunità o collegio di chierici, va notato che a norma del can. $228 \S 5$ e essi investono o i chierici che commisero il delitto o la comunità in quanto tale o gli uni e l'altra cumulativamente. La s. che in questi casi viene data ai singoli chierici comporta gli effetti enumerati già sopra a seconda dei casi (can. 2285 § 2); quella data alla comunità in quanto tale comporta la proibizione di esercitare tutti e singoli i diritti spirituali che le competono come ente o corpo morale (ibid. § 2); quella data eventualmente ai chierici e alla comunità li assomma tutti (ibid. §4).

La s. è una pena che non proibisce di ricevere i Sacramenti. Cio spiega perché chierici e sacerdoti eventualmente sospesi, p. es., dalla celebrazione della Messa possono, qualora lo vogliano, ricevere la santa Comunione; tuttavia è evidente la necessità in questi casi che essi si siano prima confessati dei delitti commessi (can. 2250).
III. Le s. del CIC. - Le seguenti s. sono riservate alla S. Sede e siccome sono latue sententiae si incorrono senz'altro, per il solo fatto della violazione della norma canonica cui sono annesse: 1) s. generale per i vescovi consacranti e per i vescovi (o sacerdoti) conconsacranti che abbiano consacrato vescovo senza mandato apostolico un sacerdote; parimenti per il neo-consacrato (can. 2370); 2) s. generale per i chierici, non però se sono vescovi, che abbiano promosso agli Ordini o si siano lasciati promuovere ad essi simoniacamente, o abbiano cosi amministrati e ricevuti altri Sacramenti (can. 2371); 3) s. a divinis per coloro che si siano fatti ordinare da uno scomunicato o sospeso o interdetto per sentenza, oppure da un notorio apostata, eretico o scismatico (can. 2372); 4) s. dal conferire gli Ordini per un anno per chi ha ordinato un suddito altrui senza le lettere dimissorie del relativo Ordinario; per chi ha ordinato un proprio suddito che ha dimorato in altro territorio per tanto tempo quanto è presuntivamente sufficiente, a norma del can. 993, n. 4 e 994, per contrarre un impedimento qualora non siano state osservate le norme proprie di questi casi; per chi ha promosso agli Ordini maggiori senza il titolo canonico richiesto dal can. 974 \$ 1, n. 7; e infine per chi ha ordinato un suddito altrui anche con il permesso del suo superiore, a meno che non si verifichino le circostanze del can. 966 (can. 2373); 5) s. generale a beneplacito della S. Sede per i chierici religiosi ordinati in sacris qualora la loro professione sia stata dichiarata invalida per dolo nell'emissione (can. 2387); 6) s. generale per i chierici religiosi qualora siano stati legittimamente dimessi dalla religione per delitti che non comportano l'infamia di diritto, la deposizione o la degradazione, e comunque per delitti minori di quelli contemplati nel can. 646 (apostasia dalla fede cattolica, attentato matrimonio civile, fuga con una donna o rispettivamente con un uomo; can. 671, n. 1); 7) s. parziale contro i Capitoli e altre comunità a norma del can. 2394. All'Ordinario del luogo è riservata
la s. dall'ufficio, in cui incorre il chierico che abbia convenuto davanti ad un giudice laico una persona che gode del privilegio del foro, inferiore però di grado ai cardinali, ai Legati della S. Sede, agli Ufficiali maggiori della Curia Romana per gli uffici loro propri, al proprio Ordinario, a un vescovo, a un abate o prelato nullius, e ai superiori supremi di religioni di diritto pontificio (can. 2341). Al Superiore maggiore è riservata la s. generale che incorre il religioso ordinato in sacris, fuggitive dalla religione (can. 2386 ).

Le s. non riservate contemplate nel CIC sono le seguenti: 1) s. per un mese dalla celebrazione della Messa per i superiori religiosi che avranno mandato ad ordinare i propri sudditi a vescovo diverso dal proprio (can. 2410); questa s. che è in forma di pena vendicativa va osservata per tutto il mese salvo ricorso accetrato favorevolmente dalla S. Sede; 2) s. a divinis per il sacerdote che senza giurisdizione ha ascoltato confessioni sacramentali (can. 2366); 3) s. dalle confessioni per chi avrà assolto dai peccato riservati senza il debito potere (can. 2366); 4) s. dall'Ordine ricevuto senza o con false lettere testimoniali, o prima di aver compiuta l'età canonica, o saltando ordini precedenti (can. 2374); 5) s. a divinis per il chierico che avrà rassegnato le dimissioni e consegnato in mano a persone secolari l'ufficio, il beneficio o la dignità ecclesiastica di cui è insignito (can. 2400); 6) s. dalla giurisdizione per l'abate e prelato nullius che non riceve entro tre mesi dalla nomina lo benedizione (nei casi nei quali questa è richiesta) da un vescovo (can. 2402); 7) s. a divinis per il vicario capitolare che contro le prescrizioni canoniche di cui al can. 958 \& 1 n .3 diede le lettere dimissioriali per le ordinazioni (can. 2409).
IV. Cassazione della s. - La s. inflitta in forme di censura non cessa che con l'assoluzione data dalla competente autorità dopo che il sospeso si è pentito del delitto per il quale fu incorsa (can. 2248 § 1); l'assoluzione dalla s. in forma di censura non può essere negata a chi pentito la richiede, benché questi possa essere punito in cambio con s. che abbia la forza di pena vendicativa (can. 2248 § 2); una volta assolta la s. in forma di censura essa non rinasce salvo che non venga osservato quanto fu disposto dal superiore sotto la precisa minaccia di ricadervi (can. 2248 § 3). L'assoluzione dalla s. incorsa come censura può essere data in foro esterno (e allora vale anche per l'interno), o per il solo foro interno sia sacramentale che extrasacramentale (can. 2231). Tuttavia chi è colpito da più s. può essere assolto da una o più di esse senza che necessariamente debba esserlo da tutte (can. 2249 § 1). La s. inflitta come pena vendicativa cessa con la sua espiazione, ossia finito il tempo per il quale fu inflitta, oppure, qualora sia stata inflitta indeterminatamente o in perpetuo, mediante dispensa della competente autorità ecclesiastica (cann. 2236 §§ 1-2 e 2289).

Va attentamente notato che chi, sospeso dall'esercizio di un Ordine sacro (dal suddiaconato in su), sia mediante s. inflitta a modo di censura, sia mediante s. inflitta come pena vendicativa, ne esercita ciò non di meno il potere, anche per una sola volta, diviene senza altro irregolare per delitto con tutte le conseguenze (can. 985 n. 7).

Brsl.: cf. i trattati de poenis, de censuris; e in specie: G. Caviglioli, De censuris latue sententiae, Torino 1919; F. Cristo, Censurae vigentes, Padova 1921; A. Cipollini, De censuris latue sect., Torino 1922; R. Salucci, Il dir. penale secondo il CIC, Subiaco 1926-30; G. Stocchiero, Dir. penale della Chiesa e dello Stato, Vicenza 1932; M. Pistoechi, De suspensione ex informata conscientia, Torino 1933; F. Roberti, De delictis et poenis, Roma s. a., nn. 372-91; F. Cappello, De censuris, Torino 1950, nn. 495-564. Lorenzo Simeone

## SOSPETTO e GIUDIZIO TEMERARIO.

Quando si parla di pensieri malevoli circa l'onestà del prossimo, spesso si adoperano indiscriminatamente i termini g. t., opinione temeraria, s. t. e dubbio temerario. Si tratta infatti sempre di valutazioni della mente che si esprime internamente, nei confronti del prossimo, senza sufficiente motivazione. Pur tuttavia i termini indicano stati molteplici della mente, che differiscono fra di loro come tanti gradi,

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distinti secondo la maggiore o minore fermezza del consenso.
I. Nozione. - Il g. t., strettamente inteso, è l'assenso fermo e certo della mente, per cui, senza sufficiente fondamento, si ritiene cattiva qualche azione altrui. Volgarmente si suol prendere in senso più ampio, per indicare qualsiasi opinione non bencvola nei confronti del prossimo. L'opinione temeraria è un assenso della mente, meno fermo, per cui si ritiene soltanto come probabilmente cattiva un'azione del prossimo, sempre senza motivo sufficiente di giudizio. S. t. è la propensione ad attribuire al prossimo il male senza sufficiente motivo; ma la mente, così inclinata, non arriva fino al punto di attribuire effettivamente al prossimo il male. Dubbio temerario è la sospensione di giudizio, fatta senza ragione sufficiente circa la probità e l'improbitá del prossimo.

Questi quattro stati di animo si dicono temerari, perché non fondati su motivo reale e in ciò consiste il disordine di questi atti interni. L'essenza del peccato e nell'atto interno stesso, indipendentemente dalla comunicazione ad altri : questa costituirebbe, se mai, la diffamazione (v. detrazione).

La temerarietà può essere soltanto materiale quando non si avverte l'insufficienza dei motivi, sebbene si giudichi frettolosamente; se invece c'è l'avvertenza, allora la temerarietà diventa formale. Perciò la temerarietà consiste in ciò, che consapevolmente si trascurano di considerare le ragioni, in cui si fonda il proprio giudizio, la propria opinione, il proprio sospetto o dubbio. E ciò può avvenire o per leggerezza o per malizia. Difatti non raramente avviene che l'animo, per invidia, inclini ad un giudizio malevolo, quantunque non manchino motivi per i quali, se si volesse, ci si potrebbe invece dirigere ad un giudizio od opinione favorevole sul conto del prossimo.
II. Malizia. - 1) Il g. t. è un peccato ex genere suo grave. Viene insinuato dalle parole evangeliche: Nolite iudicare et non iudicabimini; nolite condemnare et non condemnabimini (Lc. 6, 37). L'ammettono tutti i moralisti. Del resto è evidente che chiunque, senza ragione sufficiente, nega ad uno la stima interna, con un giudizio fermo, imputandogli un'azione cattiva, senza nessun argomento certo, gravemente lede il diritto di costui alla fama. Vi è in tutto ciò implicito un certo disprezzo del prossimo (Sum. Theol., $2^{2}-2^{207}$, q. 6o. a. 3). Tuttavia, perché si abbia il peccato grave, si richiede che il giudizio sia perfetto, completamente temerario e veramente grave. Si esige cioè che : a) da parte dell'oggetto si rechi grave danno alla fama altrui. Infatti, sebbene comunemente gli uomini sopportino con maggior dolore che sia tolto qualche cosa alla propria fama esterna, anziché si formi internamente in altre persone un giudizio sfavorevole sulla propria condotta, tuttavia non sembra che violi meno l'altrui diritto alla fama chi senza sufficiente motivo priva alcuno della propria stima, di colui il quale rivela ad altri una mancanza del prossimo, veramente commessa; b) che si arrivi ad un vero giudizio; perciò non basta il solo sospetto o il dubbio; c) che la temerarietà di giudizio sia perfetta nel suo genere, e che di essa si abbia piena avvertenza.
2) Il sospetto ed il dubbio temerario per sé costituiscono un peccato leggero, perché non tolgono pienamente dal nostro animo la stima del prossimo, ma solo la diminuiscono.
3) Quando il dubbio sull'onestà di un altro sconvolge la nostra mente, la carità esige che si inclini piuttosto a valutare le ragioni che favoriscono l'altro. Tuttavia non siamo tenuti, violentando la nostra mente, a formulare un giudizio positivo e benevolo: piuttosto conviene rimettere le cosa al giudizio di Dio, che non abaglia.

BibL.: tutti i trattati di morale nel de iustitia e inoltre ${ }^{1}$ Sum. Theol., $2^{2}-207$, q. 66, aa. 3-4; E. van Roey, De obiectis et actibus ad iustitiam pertinentibus, Malinus 1923; A. Gouguard, De iudicio temerario, in Coll. Mecl., 3 (1929), pp. 593-95; J. Dermine, Outrage et diffamation, in Rev. disc. de Tournai, 3 (1948), pp. 519 -27. V. anche le bibl. di ingivina; onore.

Pietro Palazzini
SOSSIO, santo, martire : v. GENNARO, vescovo di BENEVENTO, santo, martire e COMPIAGNI.

SOSTANZA. - Può indicare tanto la realtà effettiva e concreta cioè singolare (la "sostanza prima" della terminologia aristotelica), quanto l'essenza (v.), sia nella sua struttura metafisica come nel suo contenuto nozionale e logico (a sostanza seconda»: cf. Cat., 5, a a 11 sgg.), o anche il "questo" particolare ( $\tau \dot{\delta} \delta \varepsilon \pi$ ) e il "cos'è" ( $\tau \dot{\tau} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \tau v$ : Met., VIII, 1, 1028 a 11 ).

Per s. s'intende quindi il modo "principale" di essere, e quindi la prima categoria del reale, fondamento, causa e sostrato degli accidenti (v.) sia propri come comuni. Perciò il significato di "soggetto" o "sostrato" ( 76 (uonx6jxvov) varia per quanti sono i modi della s. stessa nell'ordine logico o reale ovvero: 1) in quanto la s. è realtà principale che sostenta gli accidenti e si dice allora in senso stretto $\tau \dot{\delta}$ sī $\delta \circ \varsigma$ o $\dot{\eta} \mu \circ \varsigma \varphi \dot{\eta}$ (Met., VIII, 3, 1028 b 34); 2) lo stesso soggetto ultimo o materia prima ( $\pi \rho \hat{\omega} \tau \eta \hat{\imath} \hat{\omega} \eta$ ); 3) nell'ordine logico l'universale ( $\tau \dot{\delta}$ os $\delta \dot{\delta} \delta \hat{\imath} \alpha \mathrm{o}$ ) ch'è la specie e il genere. In quanto poi indica la consistenza di essere, 4) la s. è la realtà in atto ( $v \hat{\omega} \sigma i \alpha$ ) che si può indicare come l'essenza in sé completa (sintesi, nell'ente corporeo, di materia e forma, $\tau \dot{\delta} \sigma \hat{\imath} \nu \hat{\imath} \lambda \circ v$ : Met., VIII, 3, 1033 b 1), o infine 5) il singolare sussistere ( $\tau \dot{\delta} \delta \varepsilon$ $\pi$ ) ch'è la s. di pieno diritto nella quale si attua il reale nelle sue varie forme.

Nella polemica antiplatonica (Met., I e VII-VIII) Aristotele sostenne che la s. va indicata nella realtà sensibile con la quale l'esperienza ci mette in continuo contatto e dalla quale di necessità sempre dipendiamo sia per il conoscere come per l'agire. Il problema platonico quindi della "costruzione dei generi" ( $\mu \circ \nu \omega v \hat{\imath} \alpha \tau \hat{\omega} \alpha \tau \eta \alpha \hat{\imath} \alpha$ ), rimasto in Platone sempre oscillante, diventa nell'aristotelismo il problema della "dualità " di materia e forma nell'essenza, e di genere e differenza nella definizione (v.). Ma la dualità dei principi non distrugge, che anzi garantisce l'unità del reale da una parte e del concetto dall'altra. Tale unità è infatti garantita, nel reale, dall'unità della forma e nella definizione dalla differenza specifica ch'è costitutiva dell'essenza e che corrisponde alla forma. A questo modo nell'aristotelismo è chiuso il processo all'infinito (che resta invece aperto nella dialettica platonica) perché la forma è immanente al singolare sensibile, onde la materia informata e la forma attuante la materia coincidono nell'unità dell'ente : $\dot{\eta} \dot{\varepsilon} \sigma \tau \dot{\alpha} \tau \eta \hat{\imath} \lambda \eta \alpha \alpha i \dot{\eta} \mu \circ \varsigma \varphi \dot{\eta}$ $\tau \alpha \hat{\imath} \tau \hat{\imath} \alpha \alpha i \dot{\varepsilon} \nu \alpha \alpha i \dot{\varepsilon} \nu \alpha \alpha i \dot{\varepsilon} \nu \alpha \alpha i \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \tau \dot{\varepsilon} \dot{\varepsilon} \dot{\alpha}$ (Met., VIII, 5,1045 b 18). Materia e forma quindi nella struttura della sostanza (e della definizione) non si trovano con parità di diritti, ma la forma domina la materia e l'attira nel suo grado ontologico: «Unumquodque ponitur in sua specie per formam...» (s. Tommaso, In VII Met., lect. 11, n. 1231 : cf. Sum. Theol., 12, q. 83, a. 1 ad 2). Nella struttura metafisica dell'essenza corporea quindi forma e materia (e anima e corpo) sono come il concavo e il convesso e non due elementi che esigono un "principio intermedio "di collegamento. Quest'ultima concezione tradisce un dualismo che concepisce separatamente i due principi e, infine, l'incomprensione della metafisica dell'atto e della potenza: «Ultima materia, quae scilicet est appropriata ad formam, et ipsa forma, sunt idem. Aliud enim eorum est sicut potentia, aliud sicut actus.... Et sic non opertet ea uniri per aliquod vinculam» (In VIII Met., lect. 5, n. 1767). La teoria del "vincolo sostanziale" fu sviluppata da Leibniz e dalla sua scuola, ma i primi indizi espliciti compaiono in Suárez da cui con molta probabilità lo stesso Leibniz prese l'ispirazione (come ha dimostrato Ch. Boehm [Le vinculum substantiel chez Leibniz, Parigi 1938) il quale correggé su questo punto la tesi di M. Blondel [Une énigme historique: La "vinculum substantiale" d'après Leibniz et l'ébauche d'un réalisme supérieur, ivi 1930: è la trad. franc. della tesi latina del 1893]). Per suo conto Leibniz [v.] elaborò una teoria della s. come "monade» in sé completa, cosi che ogni s., anche materiale, è un mondo a parte; ciò che s. Tommaso dice degli angeli che ognuno è una specie a parte, secondo Leibniz "est de toutes les substances.... De plus, toute substance est comme un monde entier et comme un miroir de Dieu ou bien de tout l'univers, qu'elle exprime chacune à sa façon" (Discours de

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métaphysique, § IX; ed. H. Lestienne, Parigi 1929, p. 37). Più sobria nella sua esigenza teorica, la metafisica tomista elaborò il concetto di s. secondo il principio della "emergenza dell'atto" (Met., IX, 8, 1049 b 5; cf. De an., II, 4, 415 a 18). La s. materiale ottiene la sua attualità e consistenza ontologica dalla forma: (Quodl., I, q. IV, a. 6; cf. Arist., De an., II, 4, 415 b 13: 76 769 al7107 voû ches 7801 6 sócla). Di conseguenza le s. spirituali, che sono forme semplici senza materia, sono più perfette e consistenti delle s. materiali e perciò son dette forme "sussistenti" o separate, e come tali sono più vicine a Dio ch'è l'essere puro sussistente (cf. De spir. creat., a. 1). Allora nella struttura ontologica della s., col crescere della "sussistenza" (v.) diminuisce la ragione di soggetto o recettività rispetto agli accidenti; questi nelle s. spirituali sono ridotti alle sole qualità e attuazioni dell'intelletto e della volontà, mentre Dio è l'atto puro, pienezza di perfezione nell'assoluta semplicità.

La rottura dell'equilibrio della metafisica aristotelica dell'atto e della potenza già compiuta in Suárez, che non accetta il concetto tomista di potenza, mostra in Leibniz l'eliminazione della potenza come recettività per intensificare la potenza come virtualità e attività. In Spinoza (v.) la "s." esprime invece la sufficienza assoluta che comporta l'unità metafisica del reale nell'identità dei modi e attributi (estensione e pensiero, intelletto e volontà) : "Per substantiam intelligo id quod in se est et per se concipitur : hoc est id cuius conceptus non indiget conceptu alterius rei, a quo formari debeat" (Ethica, ed. Gentile, Bari 1933, p. 3). Hegel in questo punto ha unificato il dinamismo leibniziano e l'unità spinoziana nella concezione della realtà come "processo" (cf. Phän. d. Geistes, Vorrede, ed. J. Hoffmeister, Lipsia 1937, p. 45).

L'empirismo inglese invece - per reazione al razionalismo -, riducendo la s. alla funzione di "sostrato", portò alla dissoluzione dello stesso concetto di s. Movendo dal principio nominalista che il valore principale di realtà appartiene alla percezione immediata e che le "idee" non sono che il "residuo" mentale delle sensazioni, Locke afferma che le s. non sono propriamente conoscibili, né è possibile averne una nozione precisa (cf. Essay, I, 4, 18; ed. J. A. St. John, I, Londra 1854, p. 196 sgg.). La nostra conoscenza della s. si riduce quindi a un's idea complessa "e del tutto vaga di un certo qual ignoto sostegno degli accidenti (ibid., II, 23, 3; ed. cit., I, p. 424) e in concreto a un "intreccio (complication) o collezione di quelle diverse idee semplici di qualità sensibili le quali di solito si trovano unite nelle cose che si chiaman cavallo o pietra" (ibid., p. 425) : e ciò vale non soltanto per le s. materiali ma anche per le s. spirituali e per la stessa nostra anima o mente (ibid.).

Per uscire dal punto morto, Berkeley (v.) esgò il concetto di s. materiale e con ciò la nozione di sostrato e la teoria lockiana delle "idee complesse" e la distinzione delle qualità primarie (v.) e secondarie : l'esistenza delle cose s'identifica con il loro farsi percepire (esse est percipi), perciò il concetto di s. materiale o substratum è contraddittorio (Principles, §§ 3-23). L'unica s. è l'anima la quale si attesta come "causa" dei sentimenti, idee, nozioni che noi continuamente proviamo o produciamo in noi stessi (ibid., § 25). Infine Hume (v.), movendo dalla riduzione fatta dal Berkeley della s. spirituale al concetto di "causa" delle proprie modificazioni, sostenne che la nozione di causa (v.) non ha alcun fondamento né a priori, né a posteriori nella nostra conoscenza perché ci manca l'impressione corrispondente. La causa e con essa la s. si riduce a una convinzione naturale (belief), a un sentimento istintivo di cui non conosciamo l'origine (Treatise on human nature, parte $1^{2}$, sez. $7^{2}$; parte $4^{2}$, sez. $3^{2}$; ed. Selby-Bigge, Oxford 1928, pp. 17 sgg.; 219 sgg.; v. anche Appendix, p. 633).

Nella metafisica dell'immanenza la s. o è assorbita senza residuo nel divenire del Tutto della ragione o storia universale (monismo panteista) o si risolve tutta nel residuo stesso ch'è il fatto singolo del divenire (fenomenismo); nella metafisica della trascendenza invece la s. ha un fondamento assoluto nella "forma" che struttura il singolo nel tempo e nello spazio e la forma a sua volta
si fonda nell'intelletto divino da cui ogni essenza trae la prima origine.

Bibl.: A. Trendelenburg, Gesch. der Kategorienlehre, Berlino 1846, specialmente p. 33 sgg.; Fr. Brentano, Von der mannigfachen Bedeutung des Seienden nach Aristoteles, Friburgo in Br. 1864, p. 40 sgg.; B. Bauch, Das Substanzproblem in der griechisch. Philos. bis zur Bibliothek, Heidelberg 1910; J. Vogelbacher, Begriff u. Erkenntnis der S. bei Aristoteles, Limburg a L. 1932; R. Jolivet, La notion de s. Essai hist. et critique, Parigi 1920; J. Hessen, Das Substanzproblem in der Philos. der Neuzeit, Berlino e Bonn 1932; G. Koehler Le problème de la s. dans la philos. d'Abriente, in Rev. d'hist. de la philos. et d'hist. pto. de la civilisation, 13 (1936), pp. 1-22; A. de Voos, Het «Eidos» als "eerste substrantia", in De Metaphysica van Aristoteles, in Tijdschrift v. Philos. 4 (1942), pp. 57-102; J. Jalabert, La théorie Leibniz de la s., Parigi 1947; E. Wolff, Griechisch. Bechirdenhen, I, Francoforte s. M. 1950, specialmente p. 220 sgg. Cornelio Fabro

SOSTENE (Zuoobêvŋi, Sosthenes). - Nel Nuovo Testamento questo nome ricorre due volte; ma è incerto se trattasi della medesima persona oppure di una semplice omonimia. S. Paolo, secondo un'usanza a lui cara, si associa S. nell'indirizzare la prima lettere ai Corinti ( 1,1 ); lo qualifica con il solo titolo di " fratello ", come per Timoteo altrove (II Cor. 1, 1; Col. 1, 1).

In Act. 18, 17 si parla di un S. che, dopo l'inutile tentativo di far condannare l'Apostolo dal proconsole Gallione viene beffeggiato e picchiato da un gruppo di pagani. Luca si limita a riferire l'aneddoto ed a notare l'ostentata noncuranza di Gallione per la scena piuttosto comica. S. era archisinagogo della numerosa colonia ebraica. Se si ammette l'identificazione, si deve pensare che da accusatore di s. Paolo S. divenne suo fedele e caro collaboratore dopo la conversione al cristianesimo.

Angelo Penna
SOSTITUTO. - Il s. (substitutus, subrogatus, vicarius) è colui che tiene le veci di altri.

Negli uffici della Curia romana si hanno officiali cosi qualificati con incarico stabile in sottordine ai maggiori prelati che stanno a capo dei diversi dicasteri. Nel passato essi erano in numero maggiore con più alti od inferiori incarichi; oggi oltre il s. della Segreteria di Stato per gli affari ordinari, che è anche segretario della Cifra, nella Curia si hanno i s.: dell'assessore della S. Congreg. Concistoriale, dell'assessore della S. Congreg. per la Chiesa orientale, del segretario della S. Congreg. dei Riti. La Suprema S. Congreg. del S. Uffizio tra i suoi officiali ha sei s. notari. La S. Penitenziera Apostolica ha un s. nella sua sezione tribunale ed un altro s. tra gli officiali della sua sezione indulgenze. Il tribunale della S. Romana Rota ha un s. del difensore del vincolo ed infine la Rev.da Camera Apostolica ha due notari di Camera, di cui uno è s. dell'altro nella carica di segretario e cancelliere.

BNL.: Moroni, VII, p. 34; LXXX, p. 143; LXXXII, p. 69 sgg.; Ann. Pont. 1952, p. 804. e sgg. Guglielmo Felici

SOTERE, santa, vergine e martire. - Martirizzata probabilmente nella persecuzione dioclezianea, fu sepolta in un'area sopraterra sulla Via Appia.

Fu antenata paterna di s. Ambrogio, che ne tesse l'elogio nel 377 nel trattato De virginibus dedicato a sua sorella Marcellina, esaltandone l'intrepida fortezza tra i tormenti (III, 7: PL 16, 244), e nell'Exhortatio virginitatis in cui mette in rilievo l'illustre prosaica della Santa vergine di rara bellezza (" decora facie valde et nobilis virgo maiorum prosapia, consulatus et praefecturas parentum sacra posthabuit fide», cap. 12 : PL 16, 376). Di un formio di nome Vitale si ricorda che egli fu sepolto il ro febbr. dell'a. 401, cioè nel "natale domnes Sitiretis" (G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae, I, Roma 1857-61, p. 212, n. 495).

Il Martirologio geronimiano all's octavo id. feb. " cioè al 6 febbr. indica "Romae via Appia in cimiterio eiusdem Sotiritis virginis"; detto natale viene ricordato anche al "IV id. feb." (ro) e al "III id. feb." (11), come nell'iscrizione di un tale "Bitalis pistor" deposto nell'a. 401

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(per cortesia del prof. R. Josi)
Sotere, santo, vergine e martire - Epigrafe sepolcrale del fornajo - Ritalio - sepolto nel giorno natalizio di s. S. (s. 401). Basilica di S. Paolo fuori le mura, chiosiro superiore.
(E. Diehl, Inscriptiones christianae latinae veteres, Berlino 1925-31, n. 2115). Al tempo di s. Gregorio Magno (590604) un tale Giovanni raccolse l'olio sul sepolcro della Martire e lo portò alla regina Teodolinda (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, p. 41). La Notitia Ecclesiarum che nel suo giro viene da S. Sebastiano, indica il suo sepolcro sulla Via Appia, dopo aver visitata la tomba del papa Cornelio, cioè più vicino alla città (id., op. cit., p. 88); al contrario la topografia "de locis" che parte da Roma, la indica per prima sulla Via Appia (id., op. cit., p. 110). L'itinerario del sec. viI inserito nei Gesta regum Anglorum, che ha lo stesso andamento della Notitia ecclesiarum, pone s. S. dopo s. Cornelio e prima del gruppo di martiri detti greci (id., op. cit., p. 149). Anche nell'Itinerario di Einsiedeln si trova ricordata la Martire tra il gruppo dei ss. Marco e Marcelliano e s. Sisto II (id., op. cit., p. 172). Nella biografia del papa Stefano II (752) si legge che egli restaurò il tetto dell'oratorio di S. S. che era caduto (Lib. Pont., I, p. 444).
G. B. De Rossi ritenne di poter identificare il cimitero di S. S. nell'area adiacente alla tricora orientale posta sul cimitero di Callisto. Ma nel 1901 J. Wilpert, nel suo studio topografico sui cimiteri dell'Appia e dell'Ardestina, sulla guida degli itinerari del sec. viI, dimostrò che il sepolcro di S. S. non doveva ricercarsi nell'area del cimitero di Callisto, ma a nord di esso, in un luogo sempre sull'Appia più prossimo alla città, prima del sepolcro del papa Cornelio. Nel 1905 J. Wittig, in base alle conclusioni di J. Wilpert, propose di riconoscere il cimitero di S. a sinistra dell'Appia incontro a S. Cornelio. Non ha alcun fondamento il tentativo di J. Wilpert di identificare il sarcofago in cui sarebbe stata deposta la Martire in uno frammentario rinvenuto nell'area del cimitero di Callisto nel cui coperchio è un'apertura rettangolare e un'aquila che stringe nel becco una corona al disopra di un'orante (Sarcofagi, II, tav. 159, 2).

Bibs.: G. B. De Rossi, Roma sotterr., III, Roma 1877, pp. 5192: J. Wilpert, Neue Studien zur Katakombe des hl. Kallistus, in Röm. Quartalschr., 5 (1901), pp. 50-71; J. Wittig, S. Soteris und ihre Grabstätte, ibid., 19 (1905), pp. 30-65, 105-33; O. Marucchi, La cella tricora detta di s. S. ed il gruppo topograf. di Marco, Marcelliano e Donato, in N. Boll. arch. crist., 14 (1908), pp. 157 195; II. Delehaye, Trois dates du calendrier romain, in Anal. Boll., 46 (1928), pp. 59-66.

Enrico Josi
SOTERO, PAPA, santo. - Successe ad Aniceto e il suo Pontificato va posto tra il 166 e il 175 ca.

Secondo Eusebio (Hist. eccl., V, 19) fu eletto nel 168-69 e governo per 8 anni; secondo il Catalogo Liberiano invece fu papa dal 162 al 170 . E commemorato nel Martirologio romano il 22 apr. come martire, ma non consta di questa sua qualità, ignota all'antica tradizione liturgica romana; nel martirologio fu inserito per la prima volta da Adone.

Oriundo di Fondi, era figlio di un certo Concordio. Della sua attività niente si conosce; s. Dionigi di Corinto ne narra lo spirito di carità di cui diede prova nel soccorrere i fedeli che a causa delle persecuzioni erano costretti a vivere in esilio o erano condannati alle miniere. Fu sepolto in Vaticano.

Bibs.: Eusebio, Hist. eccl., IV, 23; Lib. Pont., I, pp. LXI, 135; Tillamont, II, pp. 439-61; Acta SS. Aprilis, III, Parigi 1866, pp. 4-6; Martyr. Romanum, p. 150. Agostino Amore

SOTO, Andreas de. - Teologo francescano, n. a S. Facundo in Castiglia nel 1552 o 1553, m. nel Convento dei Recolletti a Bruxelles il 5 apr. 1625.

Andò nei Paesi Bassi come confessore dell'infanta Isabella nel 1599, e vi rimase 26 anni. Fu guardiano del Convento di Bruxelles, poi superiore e commissario generale dei Paesi Bassi e di Germania. Come confessore il suo influsso nel campo religioso fu immenso.
S. è soprattutto noto come scrittore di opere edificanti, quasi tutte stampate in latino nei Paesi Bassi e tradotte in francese e in fummingo.

Bibs.: S. Dicks, Hist. litt. et bibliographique des Frères Mineurs..., Anversa 1886, pp. 142-46; Wadding, Scriptores, p. 19; Skarsles, I, p. 39; Biographie nation. de Belgique, XXIII, pp. 236242 (con intero elenco delle opere). Pietro Grootens

SOTO, Domingo de. - Teologo domenicano, n. a Segovia nel 1495, m. a Salamanca il 15 nov. 1560.

Prima professore di filosofia ad Alcalá (1520-24), si fece religioso a Burgos (1524), insegnò dal 1525 nello Studio e poi all'Università di Salamanca (1532-49). Partecipò al Concilio di Trento come teologo di Carlo V (dal 6 giugno 1545) e poi come delegato del vicario generale dell'Ordine (22 dic. 1545). Prese parte alle discussioni sulla S. Scrittura (IV sess.), facendosi notare special-

## CONTEMPLACION DEL CRVCIFIXO, Y CONSIDERACIONES

DECHRISTO CRVCIFICADO, y de los dolores que la Virgen fánctifsima padeício al piedelactuz.
Compuellas per el P. Fr. AndRES DE SOTO, de laurden delgloriefo Padre Sant Frantifte, Com. fofior de la Sereniflima Infanta Doka ISABEL Clara Evgenia, Sohorade los Effadoc de Flandes.

Dirigidas à fu Altera Serenifíma.
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SOTO, Andreas de - Frontespizio della Contemplación del Crucifixo, Anversa 1601 - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale.

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(let. Enc. Catt.)
Soto, Dominoo de - Frontespizio del De Natura et gratia, Venezia, Giunta, 1547 - Roma, esemplare della Biblioteca nazionale.
mente per la difesa dell'insegnamento della teologia scolastica sostenuta contro alcuni Padri che volevano abolirlo o almeno ridurlo.

Importanza decisiva ebbero i suoi interventi nella discussione sulla giustificazione (VI sess.). Con altri teologi stese l'Interim di Augusta. Fu confessore dell'Imperatore ( $1548-49$ ), consigliere di Stato e del S. Uffizio. Nel 1550 prese parte, per desiderio di Carlo V, alle discussioni che si agitavano fra il Sepulveda e Las Casas sui metodi di colonizzazione. Due volte priore a Salamanca ( $1550-52,1556-60$ ), nel 1552 successe a Melchior Cano sulla prima cattedra di teologia di quella Università. Sostenne una vivace polemica con Ambrogio Catarino (v. POLITI, LANCELLOTTO) a proposito della certezza di essere in grazia, della giustificazione e del peccato originale. Lasciò un corso di filosofia in a voll. Summulae (Burgos 1529; Salamanca 1539 e 1568); In dialecticam Aristotelis, Isagogae Porphirii, Aristotelis categoriae et De demonstratione commentarii (Salamanca 1543, 1566, 1574); In libros phisicorum comm. et quaestiones (ivi 1545). Tutte queste opere ebbero varie edizioni e spesso furono adoperate come manuali nelle università. Il suo commento al De anima rimase inedito ed è andato smarrito. Fra le molte opere teologiche si ricordano: Relectiones de ratione tegenti et detegendi secretum (Salamanca 1542); De natura et gratia libri tres (Venezia 1547, Anversa 1550), opera dedicata ai Padri del Concilio contro l'eresia luterana e pelagiana e che dette occasione alla polemica con il Catarino; In Epistolam divi Pauli ad Romanos comm. (Anversa 1550); De iustitia et iure (Salamanca 1556, opera classica, edita 27 volte); In quartum Sententiarum comm. (I, ivi 1557; II, ivi 1560).

BibL.: V. D. Carro, D. de S. y el derecho de gentes, Madrid 1930; V. Beltrán de Heredia, El maestro D. de S. en la Universidad de Alcald, in La ciencia tomista, 23 (1931, 1), pp. 357-73; 23 (1931, II), pp. 28-51; id., El maestro D. de S. en la controversia de Las Casas con Sepulveda, ibid., 24 (1932, 1), pp. 35-49, 177-93; id., D. de S. Juan Fero y Miguel de Molina, ibid., 25 (1933, 11), pp. 41-67; id., El maestro Juan de la Peña, Salamanca 1936, pp. 13-25; id., D. de S. catedrático de Visperos en la Universidad de Salamanca, in La ciencia tomista, 29 (1938), pp. 37-67, 281 202; id., Controversia de certitudine Gratiae entre D. de S. y A. Catarino, ibid., 32 (1941, II), pp. 133-62; id., D. de S. en el Con-
cilio de Trento, ibid., 33 (1942, 11), pp. 113-47; 34 (1943, 11), pp. 60-83; id., s. v. in DThC, XIV, coll. 2423-31; id., La teologia y las teólogos-juristas ante la conquista de América. I, Madrid 1944, pp. 408-42; II, ivi 1944, pp. 1-48; id., D. de S. y su doctrina juridica, ivi 1943-44; id., Las Dominicas y el Concilio de Trento, Salamanca 1948, passim; J. Stegmüller, Zur Gnadenlehre des spanischen Konsilstheologen D. de Soto, in G. Schreiber, Welthonzil von Trient, I, Friburgo in Br. 1951, pp. 169-230. Alfonso D'Amato

SOTO, Francisco. - Oratoriano, n. a Osma (Spagna) nel 1536, m. a Roma nel 1619.

Venuto a Roma dimostrò le sue spiccate qualità musicali e fu assunto come soprano della Cappella pontificia nel 1562. Frequentando l'Oratorio di S. Girolamo chiese di entrare nella nascente Congreg. dell'Oratorio e vi fu ammesso nel 1571; nel 1575 divenne sacerdote. Profondamente pio, si dedicò alla direzione spirituale, fondò il primo convento di Carmelitane riformate e un orfanotrofio femminile. Maestro della Sistina, fu molto apprezzato per la sua attività musicale. Pubblicò il terzo libro delle Laudi spirituali a tre e quattro voci ( 1588 ); in seguito ne pubblicò un quarto, oltre composizioni minori. Insieme all' Animuecia, fu l'inisiatore della tradizione musicale dell'Oratorio filippino di Roma.

Carlo Gasbarri
SOTO, Pedro de. - Teologo domenicano, n. a Alcalá ca. il 1495, m. a Trento il 20 apr. 1563. Religioso a Salamanca ( 30 marzo 1518 ).

Zelante promotore della stretta osservanza, esercitò inoltre cariche nell'Ordine, fu confondatore dell'Università di Dillingen (1549), dove insegnò teologia ( $1549-55$ ). Invitato dal card. Pole, insegnò a Oxford (1556). Esaminò il Catechismo del Carranza, prendendone le difese. Il 9 maggio 1561 Pio IV lo nominò suo teologo nel Concilio di Trento, ove sostenne il diritto divino della residenza e della giurisdizione dei vescovi.

Prudente e abile diplomatico, fu spesso intermediario tra l'Imperatore e il Pontefice. Contribuì alla pace di Crépy fra l'Imperatore e il Re di Francia e partecipò alla Dieta di Augusta. Lasciò varie opere di carattere catechetico e polemico: Institutiones Christianae (Augusta 1548); Compendium doctrinee catholicae (Ingolstadt 1549, e altre moltissime edizioni); Methodus Confessionis (Anversa 1550; Dillingen 1553); Assertio catholicae fidei (Colonia 1553); Tractatus de institutione sacerdotum (Dillingen 1558, usato per vario tempo come manuale all'Università di Dillingen); Defensio catholicae religionis (Anversa 1557).

BibL.: Quétil-Echard, II, pp. 183-84; I. A. Orsi, De P. de S. et Indoci Ravesteyn de concordia Gratine et liberi arbitrii cum R. Tappere epistolari disputatione, Roma 1794; V. Carro, El maestro P. de S. y las controversias politicos-teologicas en el siglo XVI, a voll., Salamanca 1931-49; id., s. v. in DThC, XIV, coll. 2431-43; id., Las Dominicas y el Concilio de Trento, Salamanca 1948, passim. Alfonso D'Amato

SOUBIRA, MARIE-THÉRÈSE de, beata. - Al secolo Sofia Agostina, fondatrice della Socictà di Maria Ausiliatrice, n. a Castelnaudary (diocesi di Carcassona) il 16 maggio 1834, m. a Parigi il 7 giugno 1889.

Cresciuta piamente sotto la guida dello zio sacerdote, fondò nel 1855, dopo una buona preparazione a Gand, un beghinaggio nella sua cittadina natale, in cui occuparsi delle fanciulle povere e pericolanti, preservandolo dal male; il che le suscitò contro l'ira così scossa dei malvagi che le incendiarono l'istituto. Ma esso rinacque e sotto nuova forma più consona ai tempi con la creazione di una nuova Congregazione, più moderna, sotto la guida del gesuita p. P. Ginhac, e che prese il nome di Società di Maria Ausiliatrice.

L'Istituto si diffuse assai presto, molte attività vennero abbracciate, ma la fondatrice fu obbligata nel 1873 a uscire dalla sua Congregazione sotto l'accusa mal fondata di essersi caricata di debiti, compromettenti la fama della sua opera. Quantunque la vera responsabile fosse un'altra, la S. tacque, né si difese, ma abbracciò la sua croce, entrando nel monastero di Nostra Signora della Carità del Rifugio a Parigi, restandovi fino alla morte.

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Questa mise tosto in luce la santità della fondatrice, il cui corpo fu solennemente trasportato nella casa da cui era stata dimessa. Si introdusse la causa di beatificazione il 9 maggio 1934. Fu beatificata il 20 ott. 1946. Festa il 7 giugno.

BibL.: AAS, 27 (1935), pp. 157-59; P. Monier-Vinard, La mire M.-T. de S., Parigi 1936; A. Lams, La b. M. T. de S., fondatrice della Soc. di. Moria Assiliatrice, Roma 1946.

Celestino Testore
SOULAS, André. - Sacerdote, fondatore delle Suore di Nostro Signore per la salute degli infermi, n. a Viola-le-Fort (diocesi di Montpellier) il 25 febbr. 1808, m. a Montpellier il 4 maggio 1857.

Già fin da seminarista si distinse per l'arte efficace e persuasiva nel parlare ai compagni e al popolo, per cui fu subito incaricato del catechismo ai neo-comunicandi e della predicazione in alcuni istituti. Ordinato sacerdote nel 1835, dopo un breve periodo di ministero a Salvetat, fu chiamato a Montpellier e incaricato delle missioni nella diocesi, nelle quali il frutto raccolto superò ogni aspettazione. Più tardi percorse predicando anche tutto il sud della Francia. In bene degli infermi volle fondare una Congregazione, che il vescovo approvò nel 1845 e che cominciò con due novizie sotto il governo di Virginia Montegnol de Cavillac. Con il crescere delle vocazioni, si ampliò anche il programma di apostolato, aggiungendo alla cura degli infermi, quella delle orfanelle da educare anche al lavoro, dei lattanti e dei bambini e l'adorazione perpetua. Il S. rianimò con ottimo affetto anche il sodalizio dei missionari diocesani, che aveva trovato ridotto a poche persone. La sua causa di beatificazione fu introdotta il 14 dic. 1914.

BibL.: AAS, 37 (1904-1905), pp. 469-73; Poitiz super introductione cuscuc, Roma 1914.

Celestino Testore
SOUSA, Luis de (Manuel de Sousa Coutinho). - Storico portoghese, n. a Santarém, vissuto dal 1555 al 1632.

La sua opera, che tratta la storia politica e quella ecclesiastica, si distingue per la serenità e per la limpidezza dello stile, in interessante contrasto con il barocchismo degli scrittori mistici ai quali va, invece, accostato per analogia di situazioni e di atteggiamenti spirituali. Ma la figura di L. de S. è celebre e popolare anche per un fatto della vita. Al ritorno in patria dalla cattività passata in mano agli Arabi, in Algeri (dove condivise il carcere con Cervantes), sposò Donna Maddalena di Vilhena, il cui primo marito, D. João de Portugal, dato per disperso da anni nella funesta battaglia africana di AlcácerQuibir, ricomparve poi improvvisamente in Lisbona: e questo ritorno la tradizione poetica portoghese attribuisce la patetica separazione, accordata fra Donna Maddalena e Don Manuel, che si diedero entrambi (1613) alla vita religiosa. Del fatto si impadronì la letteratura e J. B. de Almeida Garrett se ne ispirò per il capolavoro del teatro romantico nazionale, il Frei L. de S.

BibL.: opera: Vida de D. Frei Bartolomeu dos Mártires, 1619; História de S. Domingui, 3 parti, 1623, 1662, 1678; Anais d'El-Rei D. João III, 1844. Studi : M. Rodrigues Lapa, Prefácio all'ed. degli Anais, Lisbona 1946.

Giuseppe Carlo Rossi
SOUTHWARK, diocesi di. - Città e diocesi in Inghilterra. Ha una popolazione di 5.083 .495 ab. (censimento 1931) dei quali ca. 280.000 cattolici (1950), distribuiti in 238 parrocchie, servite da 418 sacerdoti diocesani, oltre 36 provenienti da fuori pro tempore e 338 regolari. Ha 288 chiese pubbliche, 152 private e di istituzioni, 49 comunità religiose maschili e 160 femminili, 275 scuole. A Wonersh, Surrey, si trova il Seminario diocesano; il « Training College» è a Mark Cross. Nel 1950 si ebbero 1246 conversioni, 9177 battesimi di bambini e 3568 matrimoni (compresi i misti).

La diocesi, creata dal papa Pio IX nel 1850 , comprende Londra a sud del Tamigi, il cui borgo principale è S., e le contee di Surrey, Kent, e Sussex. Prima inclu-
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ida The history of British Ar/isticture, s. i. e a., p. 20. Southwark, diocesi di - Cappella della Madonna, nella cattedrale di Chichester (sec. xit-xIII).
deva anche le contee di Berkshire, Hampshire, l'isola di Wight, e le isole della Manica, tolte nel 1882 per formare la nuova diocesi di Portsmouth. Patroni della diocesi sono l'Immacolata Concezione, s. Tomaso di Canterbury martire e s. Agostino apostolo d'Inghilterra. La residenza è in S., la cui cattedrale gotica su disegno di Pugin dedicata a s. Giorgio (1848) fu rovinata da bombe nel 1941, ma si spera sarà riparata.
S. comprende le antiche diocesi di Canterbury, Rochester e Chichester, con gran parte di Winchester. Dal 1688 al 1850 essa fece parte del « District » o vicariato apost. di Londra. E ricchissima di memorie storiche. S. Agostino sbarcò a Richborough (Kent) nel 597, converti il re Etelberto, fondò la sede arcivescovile di Canterbury (597) e quella vescovile di Rochester (604). S. Wilfrido evangelizsò il Regno di Sussex nel 681-86 e fondò la sede vescovile di Selsey, trasferita a Chichester nel 1975. S. Simone Stock nacque ad Aylesford (Kent), ca. il 1165: da lui proviene lo scapolare carmelitano. A S. appartiene tutta la storia gloriosa di Canterbury dal suo primo arcivescovo s. Agostino fino al card. Reginaldo Pole (1554-58), i martiri di S. Elphege (1012), e s. Tomaso (1170); s. Giovanni Fisher, trucidato da Enrico VIII nel 1535, fu vescovo di Rochester (1504-35), s. Edmondo resse Canterbury (1234-40) e s. Ricardo Chichester (1245-53).

Moltissime e notevoli chiese antiche (ora anglicane) si trovano nel suo territorio, p. es., le cattedrali di Canterbury, Rochester e Chichester, le chiese di Shoreham, Sompting, Worth, Rye, Winchelsea, Barfreston e S. Martino a Canterbury, ove la regina Berta, moglie cristiana del re Etelberto già ascoltava la Messa prima dell'arrivo di s. Agostino, ed altre. Rovine abbaziali notevoli si trovano a Battle, Bayham, Lewes, Boxley, Waverley, Dover, Canterbury ed altrove. La cappella del convento a Mayfield, Sussex, la sala di un Palazzo vescovile del sec. xir. Delle chiese moderne si ricordano: quelle di Arundel, Parkminster, Ramsgate, Wimbledon, Caterham, Horsham.
S. diede i seguenti martiri alla Chiesa: s. Giovanni Fisher (1535), i bb. John Stone agostiniano (1538), John Rugg (1539), David Gonson (1541), John Felton (1570), Thomas Felton (suo figlio) e Edward Shelley (1588), Thomas Garnet (1608) e i venerabili Thomas Cort e

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Thomas Belchiam, Francescani di Greenwich (1538), Thomas Pilchard (1587), Edmund Duke (1590), Roger Filcock (1601), George Gervase (1608), Thomas Bullaker (1642). Tra i confessori sono da notare le famiglie di Roper (specialmente William Roper genero di s. Tomaso More), Caryll, Hawkins, Gage, Weston ed altre. West Grinstead, Battle, Sutton Place erano rifugi per i fedeli; la prima ha una storia continua di missione cattolica. Thomas Goldwell vescovo di St. Asaph, l'ultimo vescovo dell'Inghilterra cattolica, nacque nel Kent; mori a Roma nel 1585. Sir Thomas Hawkins tradusse la Cour Sainte (The holy Court) del gesuita Nicolas Caussin nel 1650. John Caryll, nipote del conte (earl) Caryll, era amico del poeta Pope, Richard Challoner, il devotissimo vicario apost. del London District (1758-81) nacque a Lewes nel 1691.

Nel 1883 i Certosini fondarono Parkminster, la più grande certosa nel mondo. Nel 1949 i Carmelitan