te (The holy Court) del gesuita Nicolas Caussin nel 1650. John Caryll, nipote del conte (earl) Caryll, era amico del poeta Pope, Richard Challoner, il devotissimo vicario apost. del London District (1758-81) nacque a Lewes nel 1691.
Nel 1883 i Certosini fondarono Parkminster, la più grande certosa nel mondo. Nel 1949 i Carmelitani tornarono, rioccuparono e ripararono Aylesford, evento comparabile alla rinascita della badia benedettina di Buckfast nel Devonshire.
BibL.: The Cath. Direct. 1950, pp. 344-77; W. M. Cunningham, s. v. in Cath. Enc., XIV, pp. 169-64; J. Gillow, Biogr. Engl. Catholica, I, Londra 1885, pp. 419-21; III, ed. 1887, 190-95; G. Ramsay, Thomas Grant First Bishop of Southwark, ivi 1874; E. Barton, Life Times of Bishop Challoner, 2 voll., ivi 1909; The Southwark Record (mensile), 1949-51. Enrico G. Rope
Archeologia. - Fin dal 1950 cominciarono le scoperte di una villa romana a Lullington Park, vicino ad Eynsford. Detta villa ca. la fine del sec. Iv fu distrutta da un incendio e il primo piano cadde nella cantina sottostante. Tra i resti di questo primo piano furono trovati 2 busti di marmo, frammenti di muro e di tetto e una quantità di pezzi di intonaco dipinto.
Dopo tre anni di lavoro i 6000-7000 pezzi di intonaco sono stati rimessi insieme da C. D. P. Nicholson e studiati dalla prof. J. Toynbee dando l'idea delle pitture. Si suppone che detti frammenti abbiano appartenuto a due stanze dipinte, una maggiore ed una più piccola, destinate probabilmente al culto. Vi furono trovate monete degli imperatori Arcadio, Onorio, Teodosio e Valentiniano. La prof. J. Toynbee ha descritto di recente la villa come una delle più grandi e sontuose tra quelle finora scoperte in Inghilterra. Il carattere di culto delle due stanze non è ancora dimostrato, ma il suo carattere cristiano è provato dall'esistenza della raffigurazione di una orante e di due monogrammi costantiniani. La Toynbee suppone che la stanza più grande, immediatamente al di sopra della cantina, sia stata un oratorio o cappella domestica. Orientata nel senso est-ovest, era larga 7 m . (la sua lunghezza non si è ancora riconosciuta), e una porta nella parte occidentale del muro nord metteva in comunicazione la stanza più grande con la più piccola, la quale si suppone servisse da anticamera per i catecumeni. Sul muro occidentale della stanza grande vi era una fila di sei figure dipinte (per ora se ne sono ritrovate solo cinque) intercalate da colonne. Le figure indossano abiti colorati e decorati di perle, con maniche larghe, strette al polso. Nonostante il fatto che queste pitture costituiscano solo una parte della decorazione totale delle due stanze, indiscutibilmente esse costituiscono i migliori saggi finora scoperti in Inghilterra dell'epoca romana, mentre l'orante e i monogrammi sono una splendida conferma per la diffusione del cristianesimo in Gran Bretagna.
BibL.: anon., in Journal of Roman Studies, 41 (1951), p. 137; 42 (1952), p. 102. Enrico Josi
SOUTHWELL (BACON), Nathanael. - Scrittore e bibliografo gesuita, n. a Norfolk nel 1598, m. a Roma il 2 dic. 1676.
Dal 1617 al 1622 fu studente al Collegio Inglese di Roma, dove cambiò il suo cognome primitivo Bacon in S. Dopo due anni di attività missionaria in patria, nel 1624 entrò nella Compagnia di Gesù; ritornato a Roma, fu ministro nel Collegio Inglese (1627). Per quasi vent'anni fu segretario di cinque generali dell'Ordine : Carala, Piccolomini, Gottifredi, Nickel ed Oliva (1649-67), finché fu incaricato dell'edizione e continuazione della Bibliotheca Scriptorum Soc. Jesu, iniziata dai pp. Ribade-
neira ed Alegambe, che egli condusse fino all'a. 1675. Si conserva di lui anche un libro di meditazioni per tutti i giorni dell'anno.
BibL.: Scomervogel, VII, coll. 1408-1409. Arnaldo M. Lanz
SOUTHWELL, Robert, beato. - Gesuita, poeta e martire, n. ad Horsham St. Faith's (Norfolk) nel 1561, m. a Londra il 21 febbr. 1595.
Educato cattolicamente a Douai e a Parigi, entrò nell'Ordine a Roma il 18 ott. 1578. Ordinato sacerdote nel 1584, fu per breve tempo prefetto degli studi nel Collegio Inglese; ma già nel 1586 partiva con il p. E. Garnet per l'Inghilterra, dove il suo arrivo fu segnalato dalle spie del governo fin dallo sbarco. Attese per ca. 6 anni ai ministeri, sotto il falso nome di Cotton, travestito in varie guise, ospite delle famiglie principali, tra cui la contessa di Arundel, moglie del b. Filippo Howard, della quale fu cappellano. Tradito dall'apostata Anna Bellamy nel 1592, fu arrestato a Usenden Hall (Harrow), attovemente torturato nella casa stessa del giudice Topcliffe, indi gettato nelle prigioni di Newgate e poi in quelle della Torre di Londra. Dopo ca. 3 anni fu giudicato, condannato alla pena dei traditori e impiccato alla forca del Tyburn. Venne beatificato il 15 dic. 1929. Festa il 21 febbr.
Le sue opere in prosa e in versi incontrarono straordinaria popolarità presso i contemporanei, tanto che si vendevano apertamente e passavano tra le mani di tutti, manoscritte o stampate alla macchia in fogli volanti, benché se ne sapesse l'autore; diedero anche motivo di falsificazioni. A questa fama concorse certo il vivo e forte sentimento di devozione versatovi a piene mani, ma anche lo stile, allora molto apprezzato, che va sotto il nome di eufuismo, assai artificiale, tutto antitosi, allitterazioni, immagini ardite e ricercate, tra il barocchismo e l'Arcadia. Resta però sempre, anche ora, il profumo del cuore e l'ardore di chi viveva intimamente la fede in mezzo alla persecuzione, con la morte in agguato. Si possono citare i poemetti in versi : Mary Magdalen's Tears, e soprattutto St. Peter's Complaint, imitato, ma liberamente, da Le oncrine di S. Pietro di Luigi Tansillo, e le prose: Triumphs over Death, Hundred meditations on the Love of God.
Queste opere con altri brevi scritti furono stampati in volume, la prima volta nel 1595, l'anno del martirio; seguite, lo stesso anno, da un'altra raccolta di poemetti, con il titolo di Rheonize. L'opera A Fourthid meditations, uscita come sua nel 1606 s , invece, del suo amico il Conte di Arundel (cf. H. Thurston, Philip earl of Arundel, in The Month, 86 [1896], pp. 32-50).
BibL.: l'ediz. migliore resta ancora: A. B. Grosart, The complete Poems of R. S., Londra 1872; v. anche: The complete works of R. S., with Life and Death, ivi 1876. Letteratura: Sommervogel, VII, coll. 1409-12; G. Fullerton, Life and remains of Father R. S., Londra 1872; H. Folley, Record of the English Presince, I, Londra 1877, pp. 301-87; J. M. McLeod, R. S., Scholar, Poet and Martyr, in The Month, 31 (1877), pp. 439-56; H. Thurston, Catholic Writers and Elizabethan readers, ibid., 83 (1895), pp. 231-43, 383-99; id., A memorial of two Lady Margarets, ibid., 95 (1900), pp. 595-607; C. Testore, I martiri gesuiti di Inghilterra e di Scozia, Isola del Liri 1934, pp. 243-55; P. Janelle, R. S., the Writer, a study in religious inspiration, Londra 1935; C. Devlin, S. R. and Contemporary Poets, in The Month, 100 (1950), pp. 167-80, 309-19.
SOVANA-PITIGLIANO, Diocesi di. - In provincia di Grosseto, ha una superficie di 2000 kmq . e una popolazione di 60.000 ab. dei quali 59.000 cattolici, distribuiti in 51 parrocchie servite da 69 sacerdoti diocesani e 12 regolari; ha un seminario, 4 comunità religiose maschili e 17 femminili (Ann. Pont. 1953, p. 407).
La diocesi di S.-P. suffraganea di Siena ha il Seminario minore in P.; per il corso filosofico e teologico provvede il P. Seminario regionale S. Maria della Quercia (Viterbo); ha 9 comuni dei quali 8 in provincia di Grosseto: Pitigliano, Castell'Azzara, Manciano, Portercole, Roccalbegna, Samprugnano, Scansano; uno è in provincia di Siena: Piancastagnaio.
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A sinistra: APPARECCHIO DEL SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA per il trasporto di malati a Lourdes, in volo su Roma. In alto a destra: LOGGIA DELLA CASA DEI CAVALIERI DI RODI, eretta verso la fine del sec. xir e fatta restaurare tra il 1467-70, dal card. Marco Barbo - Roma, Foro di Traiano. In basso a destra: IL GRAN MAESTRO CHIGI CON IL SUO SEGUITO dopo un'udienza del S. Padre.
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(dn S. J. Arbo, Cerenales, Buresilloon 1945, p. 448)

(dn S. J. Arbi, Ceremules, Buresilloon 1945, p. 72)

(dn K. Hielscher, Orbis Ternaron, Berliom 1922, inc. 100)

(dn S. J. Arbi, Ceremules, Buresilloon 1945, p. 324)
In alto a sinistra: MULINI A VENTO. In alto a destra: VEDUTA DI UNA STRADA DI GUADIX. In basso a sinistra: MURA DI AVILA, patria di a. Teresa. In basso a destra: CORTILE con pozzo, di una casa di campagna a Toboso.
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(da Aes Hispanim, V, Madrid 1948, fig. 328)

(lat. Garcia Garciaella)

(per curtesia del prof. E. Jusi)

(per curtesia del p. Ortiz de l'bion. S.J.)
In alto a sinistra: ABSIDI RESTAURATE DELLA CHIESA DI S. MARTINO (sec. xi) - Fromista (Palencia). In alto a destra: SANTUARIO DI LOYOLA, opera di Carlo Fontana (fondato il 25 marzo 1689). In basso a sinistra: CORTILE DEL COLLEGIO DI S. GREGORIO, ora Museo nazionale di scultura, opera di architetti di Burgos dell' inizio del sec. xvi - Valladolid. In basso a destra: CHIOSTRO DEI RE nel convento di S. Tommaso (sec. xvi) - Avila.
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(fot. (iudial)

(fot. Max)

(fol. Max)

(fot. Max)
In alto a sinistra: INGRESSO ALLE CAPPELLE DEI MUÑOZ E DEI CABALLEROS (sec. xvII) - Cuenca, Cattedrale. In alto a destra: INTERNO DELLA CATTEDRALE di Valladolid, costruito su progetto di Juan de Herrero (sec. xvi). In basso a sinistra: INTERNO DELLA CHIESA di S. Giacomo, architettura del sec. xvi con decorazioni del secc. xxir-xviII - Cadice. In basso a destra: INTERNO DELLA CATTEDRALE di Cadice, iniziata il 3 maggio 1722.
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S. (frazione del comune di Sorano), in provincia di Grosseto, a m. 289 sul mare: ab. 729 (censimento 4 dic. 1951), nome originario etrusco, la Sinima romana, fu importante centro etrusco nei secc. vil-vi a. C.; subì poi un periodo di decadenza, da cui si riebbe nel sec. III a. C. essendo passata, come municipio, sotto il dominio di Roma. Fu assediata e distrutta dai Longobardi; ma il fatto che già, nel sec. viI, ebbe i suoi vescovi fa pensare che la città fosse risorta dalle rovine. Successe un'epoca di splendore con gli Aldobrandeschi, famiglia quasi certo di origine longobarda, che pretese discendere dal re Ildebrando (736-44) e che già verso il 1000 aveva ampi possedimenti nella regione dell'Amiata e di S. Fiora. Alla fine del sec. xiri passà, per matrimonio di discendenza femminile, agli Orsini, che ne conservarono il possesso fino al 1410 , perduto definitivamente nel 1431 dopo breve periodo di dominio senese. Tornata sotto Siena, venne, in seguito alle vicende della Toscana, sotto i granduchi, che cercarono di arrestarne la decadenza, causata specialmente dalla malaria. S. fu detta la "città di Geremia ", appun to per lo stato di abbandono e di rovina, che determinò nel 1672 il trasporto della residenza del vescovo a P. E interessante e caratteristica la circoscrizione delle diocesi, che si trovano nel territorio, non omogeneo, degli antichi possedimenti degli Aldobrandeschi, in cui verso il 1000 avevano giurisdizione i vescovi di Castro (la diocesi passò in seguito ad Acquapendente), di Massa Marittima, Volterra, Siena, Tuscania, Chiusi, e delle più recenti di Grosseto, Montefiascone, Corneto (Tarquinia), Montalcino, Pienza, Città della Pieve.
Primo vescovo di S., secondo l'Ughelli, è Tadino: ma secondo altri Mauriaio, che nel 680 sottoscrisse il sesto Concilio ecumenico costantinopolitano III.
S. conserva pochi avanzi etruschi : notevole una necropoli che presenta varietà di tombe, quasi tutte a camera. La Cattedrale (SS. Pietro e Paolo) ebbe restauri nei secc. xI, xII, xiv, mantenendo tuttavia l'organismo romanico; la facciata è coperta dalla canonica; l'interno a tre navate, grandioso ma spoglio : vi si conserva la tomba di s. Mamiliano, settimo vescovo di Palermo, esiliato al tempo dell'invasione dei Vandali di Genserico nel 445 , morto a S. nel 460 ; al Santo fu dedicata anche una antica chiesa, di cui rimangono i ruderi, costruita in origine sopra i resti di un tempio romano. Protettori di S. i ss. Mamiliano e Gregorio VII (Ildebrando, figlio di Bonizone), n. presso S.
P., comune in provincia di Grosseto, da cui dista km. 85 , a 919 m . sul mare : popolazione presente ab. 5760 , legale 5565 (censimento 4 nov. 1951); sorge in posizione molto pittoresca, sull'orlo delle rupi. Scarsissime sono le notizie di P. etrusca e romana, sulle cui rovine sorge la odierna città, che, con il suo territorio, salvatasi dalle incursioni barbariche, appartenne poi agli Aldobrandeschi, a cui successero gli Orsini, che, perduta S., si intitolarono conti di P. Sotto di essi P. divenne il centro più importante e la capitale della contea maremmana. Nel sec. xvi cominciò la rapida decadenza di questa famiglia; e P. dopo varie signorie e vicende passo nel 1604 definitivamente sotto i granduchi di Toscana. Fin dal ' 400 si stabili in P. una numerosa colonia di Ebrei, che vi ebbero la propria sinagoga; in seguito molti di essi si trasferirono a Firenze e Livorno. Nel 1509, l'antica chiesa di S. Maria fu eretta a collegiata, ricostruita dalle fondamenta dal conte Niccolò III; Gregorio XVI, poi, aderendo alle istanze del granduca Leopoldo II, dichiarando P. città, con bolla dell'i i genn. 1844, innalzò la collegiata in cattedrale di S. trasferendovi il suo Capitolo. L'ultimo vescovo di S., Barzellotti ( $70^{\circ}$ della serie), fu il primo ad intitolarsi vescovo di S. e P.
Tra i monumenti di P. eccelle il Palazzo degli Orsini, del '500, con rifacimento del ' 400 ; danneggiato nella rivolta del popolo contro gli Orsini del genn. 1561. La Cattedrale (oggi SS. Pietro e Paolo) presenta la facciata barocca,

(do Toscana, T.O.I.. VI, Milano 1811, fig. 162; Sovana-Pittigliano, diocesi di - Interno del Duomo (secc. xI-xII) con ciborio del sec. Ie - Sevana.
con al lato sinistro un caratteristico campanile a tre piani digradanti verso l'alto: interno rinnovato nel ' 500 .
Bim... Ughelli, III, coll. 733-62: Mansi, XI, col. 310: Cappelletti, XVII, pp. 725-51 e 752-55; Moroni, LXVII, pp. 130-35, e LIII, pp. 295-97; Lanson, I, p. 558; F. Ganurrini, Dell'antica dioc. e pieve di S., Pitigliano 1891; R. Bianchi-Bandinelli, S., Firenze 1929; Eubel, I, p. 491; II, p. 267; III, p. 324; IV, p. 323; V, pp. 364-65; P. Guidi, Taccia. La decima degli aa. 1254-60 (Studi e testi, 58), Città del Vaticano 1932, pp. 133-38. V. anche: G. Fabriziani, I conti Aldobrandeschi e Orsini, Pitigliano 1897.
Carlo Carletti
SOVRANITÀ. - Il concetto di s. è divenuto dalla metà del secolo scorso la chiave di volta della moderna concezione dello Stato. Tuttavia sia il suo contenuto sia il suo soggetto sono tuttora controversi, opponendosi alla loro esatta determinazione la varietà delle teorie sullo Stato (v.) e sul diritto, così che non è dato trovare presso i pubblicisti una definizione univoca. Si può dire che il significato più generale del termine, derivato dal basso latino superanus, sia quello di superiorità, e, nel caso specifico della società cui viene applicato, quello di un potere, autorità o funzione superiore ad altri poteri e funzioni esistenti nel medesimo organismo politico. Da questo senso relativo non era difficile il passaggio a quello più proprio di potestas suprema, che divenne il nucleo centrale del concetto, che va tuttavia meglio determinato.
I. Genesi del concetto di s. - La sua origine si fa comunemente risalire al sec. xvi, e in modo particolare al Bodin (v.), che, nel suo De republica (1576), lo avrebbe per la prima volta sistemato.
Prima ancora del Bodin la parola era diventata di uso corrente, per designare il potere del re in opposizione alle potestà feudali a lui subordinate; essa appare, p. es., presso il Budè (De l'institution du prince, Parigi 1547). Si deve ancora ammettere che il Bodin sistemò in modo più organico il principio della s. Fatte queste concessioni, in contrario è da rilevare che la concezione del Bodin non differisce in sostanza dalle precedenti, giacché quanto egli chiama s. non è altro se non quello che il pensiero più antico chiamava autorità o imperium. In ogni società, egli dice, ci deve essere un potere supremo, detto maiestas : si tratta quindi della potestas suprema, intorno alla quale aveva lungamente dissertato la speculazione che lo precedette.
Non è nemmeno nuova la definizione che egli ne dà: summa in cives legibusque soluta potestas (ibid.). La configurazione del potere pubblico legibus solutus risale al Diritto romano, al quale continuarono ad ispiravvi i legisti medievali, sottoponendo però il concetto a una larga rielaborazione per limitarne il significato. Bartolo sostenne che il principe è legibus solutus, ma insieme aggiunse essere cosa
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giusta ed equa che sia sottoposto alla legge. Baldus, riferendosi alla frase romanistica, gli attribuiva la pienezza del potere, ma lo riteneva legato dalle leggi di Dio e dal ius naturale. A questa corrente si ricollega evidentemente il Bodin, che, dopo aver definito la s. come potere supremo legibus solutus, aggiunge che essa rimane limitata dal ius divinum, naturale e gentium (cf. A. van Hove, De legibus, Malines 1930, n. 202 sgg.).
Nemmeno può dirsi originale il Bodin nell'attribuire la s. alla repubblica in quanto tale, poichć i teorici cattolici avevano già concepito l'autorità come un diritto emergente spontaneamente dal fatto dell'associazione, il cui soggetto originario era il popolo, unitariamente inteso come corpo morale organico. E questa la concezione che prevale nettamente lungo tutto il medioevo e presso gli scrittori del sec. xvI, sebbene sia ad essi sconosciuta la parola s. Del resto, non uno degli elementi che si sogliono attribuire alla s. era già stato messo in rilievo nei secoli precedenti, come, ad es., quello dell'autonomia e dell'indipendenza, indubbiamente incluso nel concetto di autarchia o autosufficienza, riconosciuta da Aristotele quale proprietà dello Stato ed espressa nella definizione scolastica dello stesso, concepito come societas perfecta (cf. Santonastaso, Le dottrine politiche da Lutero a Suárez, Milano 1946, p. 77 sgg.).
Per incontrarsi nelle prime enunciazioni di una teoria della s., che si avvicini a quella della più moderna dottrina dello Stato, occorre discendere al sec. xviII, quando da un comune fondo naturalistico germogliarono le teorie dell'Hobbes e del Rousseau, presso i quali la s. si configura come potere assolutamente illimitato. Col secondo, in modo particolare, si afferma il concetto della s. popolare, fondato sopra un contrattualismo ingenuo, in virtù del quale la s., divisa in frammenti in ciascun soggetto della società, non sarebbe altro se non la somma aritmetica delle s. particolari, raccolte nella cosiddetta volontà generale. Su questa base individualistica la pubblicistica francese sviluppò il concetto di s. nazionale, correggendo in parte la concezione atomistica del Rousseau (cf. E. Cross, op. cit. in bibl.).
Una rielaborazione strettamente giuridica ottenne la s. nel sec. xix in Germania, dove, per ragioni prevalentemente politiche, si ebbe una vivace reazione al giusnaturalismo. Alla s. nazionale venne sostituita la s. dello Stato, e questa venne concepita come una sua qualità essenziale, come un diritto soggettivo della sua personalità giuridica. Il cambiamento di soggetto non fu però accompagnato da un eguale cambiamento nell'estensione già data al concetto: la s. continuò ad essere definita come un potere assolutamente illimitato.
II. Determinazione del concetto di s. - Resta a determinare esattamente il concetto in questo scarno quadro storico. Col termine s. comunemente si intende il potere supremo dello Stato, la summa potestas, destinata a dirigere la vita dell'ente politico, con la facoltà di governare e imporre il diritto, munendolo di coazione. Tale definizione richiede però un'integrazione. Una concezione razionale della vita collettiva non può prescindere dall'indicazione del fine, al quale è naturalmente ed essenzialmente destinata la società, e quindi il concetto di s. non può fare a meno di riferirvisi. Essa pertanto definirà la s., come aveva fatto il Suárez del potere politico (Def. Fid., 1. III, cap. 2, n. 4), una potestà suprema di governare civilmente lo Stato, intendendo con l'avverbio civilmente lo scopo immediato, al quale il potere pubblico deve servire. Gli elementi che concorrono a comporre il concetto di s. sono, dunque, tre : due intrinseci che ne rivelano la sostanza, uno estrinseco alla s. per se stessa, ma intrinseco all'aggregato politico. I due elementi intrinseci consistono in ciò che la s. è un potere, aspetto generico, ma è un potere che si distingue dagli altri in quanto è supremo nel suo ordine, aspetto specifico: l'elemento estrinseco è il fine, il bene comune, cui tendono le volontà dei consociati. Qualche chiarimento renderà più perspicuo il concetto cosi delineato. Il Tlaparelli concepisce il sovrano come il centro, in cui va ad attuarsi quell'autorità universale, che spunta necessariamente, per
una legge necessaria di nostra natura, dal consociarsi degli uomini (Saggio teoretico di diritto naturale, I, $4^{\text {a }}$ ed., Roma 1928, p. 225 sgg.). La s. è dunque un'autorità e precisamente l'autorità sociale. Essa consiste conseguentemente nel diritto primordiale, che l'aggregato sociale possiede fin dal suo primo costituirsi, di regolare l'attività di tutti i suoi componenti per il conseguimento del fine collettivo. Nessuna difficoltà si oppone, pertanto, all'accettazione della più comune teoria, che concepisce la s. come un potere o diritto soggettivo dello Stato, connesso con la sua personalità giuridica.
I punti di convergenza con la dottrina contemporanea si possono anzi estendere ancora ad altre due note, che si sogliono da essa attribuire alla s., ossia che essa sia un contrassegno essenziale ed originario dello Stato. L'una e l'altra delle note riferite si deducono dall'esame obiettivo dell'aggregato politico. Un'associazione di uomini non può fare a meno di un potere centrale che ne regoli l'attività : la s., quindi, in quanto è facoltà di dirigere e governare, è a questa essenziale. Inoltre, essendo la presenza di un potere unitario una necessità di natura, tale potere o diritto nasce spontaneamente nel momento in cui l'essere della società è messo in atto dall'incontro delle volontà libere, di modo che nemmeno il consenso del genere umano potrebbe impedirne il sorgere e l'affermarsi. Nel suo aspetto generico la s. è, dunque, un potere o un'autorità, e propriamente quel potere che trova il suo saldo fondamento nel diritto originario della società di richiedere dai consociati le prestazioni necessarie ed utili al bene comune.
La nota specifica, che distingue la s. dagli altri poteri, consiste nella sua supremazia. Essa è una summa potestas, essenzialmente non ordinata a sottostare ad altra autorità dello stesso ordine, ultima nella scala gerarchica e con una latitudine di azione, che si estende a tutte le particolari potestà operanti dentro lo Stato. Occorre tuttavia stabilire le condizioni richieste, affinché un potere sia tale. Secondo il Suárez, una potestà si dice suprema, quando non riconosce sopra di sé un superiore. Il Taparelli, a sua volta, continuando la tradizione, ritiene come essenziale al concetto di s. l'indipendenza da altra superiorità, poiché la s. non è altro se non autorità che non dipende (ibid.). Contrassegno negativo della suprema potestas è pertanto l'indipendenza da qualsiasi altro potere dello stesso ordine.
Aggiunge ancora il Suárez (Def. Fid., 1. III, cap. 2, n. 4) che il potere civile si dice supremo, quando nello stesso ordine e rispetto al medesimo fine ad illam sit resolutio in sua sphera, seu in tota communitate quae illi mbes. Vale a dire un potere è supremo quando ad esso compete il giudizio di ultima istanza, per risolvere le questioni che riguardano la vita collettiva, con l'esercizio esclusivo della coazione. In altri termini, allora si ha una vera s., quando il potere da essa significato sta al vertice della gerarchia sociale, subordinando a sé i nuclei inferiori e le potestà relative, per decidere in modo autonomo e di piena competenza su quanto riguarda il bene comune. Essa è la competenza delle competenze, il centro in cui vengono ad assommarsi e a risolversi tutte le competenze inferiori, che da essa dimanano.
Integrando ora la conclusione precedente, la s. potrà essere definita un diritto supremo e unitario di governare la società pubblica, senza dipendenza da altra autorità dello stesso ordine.
Per le questioni che riguardano l'origine, il soggetto e i limiti intrinseci ed estrinseci della s., nella cui soluzione la dottrina cattolica differisce sensibilmente dalla dottrina contemporanea, si veda la voce altTORTÀ.
BibL.: H. Krabbe, Die Lehre der Rechtszowveränität, Groninga 1906; L. Raggi, La teoria della s., Genova 1908; L. Le Fur, La souveraineté et le droit, Parigi 1911; E. Cross, Il principio d.s. popolare dal medioevo alla Rivoluz. Francese, Torino 1915; H. J. Laski, Studies on the problem of Souvercipito, Nuova Haven 1917; L. Duguet, Souverainest et liberet, Parigi 1922; H. Kehner, Das Probleme der Souveränität und die Theorie des Völkerechts, Tubinga 1928; V. Zangara, Saggio sulla s., Roma 1932; C. Caristia, Studi recenti sul concetto di s., in Arch. di studi corporativi, 4 (1935), p. 264 sgg.; F. Battaglia, La s. e i suoi limiti, Milano
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1939; A. Messinco, Il diritta internaz. nella dottr. cattol., Roma 1942, pp. 329-421. Antonio Messinco
SOVRANO, CULTO del. - Negli aggruppamenti primitivi il capo della comunità riveste la doppia funzione di re e di sacerdote (mago, stregone) come quegli che, stando in maggior contatto con le potenze superiori, sa interpretarne la volontà e farsi portavoce presso di esse dei bisogni della comunità stessa.
Data la sua funzione egli deve trovarsi sempre in condizione di rappresentare efficacemente il suo gruppo, perciò quando l'età e le infermità hanno indebolito le sue forze egli viene eliminato o sostituito. Ma finché è in efficienza egli è oggetto di interdizioni (tabu) e di cure dirette a impedire che la Potenza mediatrice che è in lui si disperda con danno della comunita.
Il progresso della civiltà e della cultura, che tende a separare le due funzioni, sacra e civile, nella persona del s., non toglie alla regalità i suoi privilegi. Cosi nell'Impero cinese il monarca, pur non essendo considerato dio, esercita la funzione del Cielo stesso nel regolare i rapporti tra gli dèi e gli uomini, compie il sacrificio ufficiale al Cielo, ripara con cerimonie espiatrici lo sdegno del Cielo corrucciato per le male azioni degli uomini.
In Giappone il s. è considerato come un'incarnazione della dea solare Amaterasu: una volta all'anno gli dèi vanno ad ossequiarlo nella sua corte abbandonando i loro templi per un mese il quale è detto perciò senza dèi».
In Babilonia il s. è scelto dagli dèi che "pronunziano il suo nome " predestinandolo alla carica fino dal seno della madre; il re Hammurabi nel suo codice si dice "rampollo reale formato dal dio Sin ", "dio dei re", e il suo nome è invocato nei giuramenti come quello di una divinità. Il facione d'Egitto era deificato già da vivo, egli è il figlio del Sole (Ra, R\&'), il dio buono, dal dio stesso generato, accoppiandosi alla regina sotto la forma del di lei marito.
In Grecia il culto del s. non sarebbe stato possibile all'epoca classica, ma si sviluppò durante l'epoca ellenistica. Alessandro trovò l'adorazione del s. ben radicata nell'Egitto, nell'Asia Minore, in Babilonia, in Persia e quando ai suoi successori nei vari Regni del suo Impero smembrato (Tolomei, Seleucidi, Attalidi) subentrarono i Romani, gli onori divini furono resi ai rappresentanti di Roma: Senato, proconsoli, Dea Roma, imperatori.
In Roma stessa alcuni presupposti della possibile esaltazione della persona umana si trovano nell'antica religione: il flamine diale è una personificazione ( $\mathrm{E} \psi \mathrm{\zeta} \nu \mathrm{\gamma} \mathrm{s}$ ) di Giove; il generale vincitore assume nella cerimonia del trionfo gli attributi del dio; ogni privata famiglia venera il genius del padre di famiglia come protettore della sua gens; i morti sono onorati con particolare venerazione e chiamati dèi (di Manes). Con il trionfo dell'ellenismo questa esaltazione divina dei personaggi illustri si sviluppò: Giulio Cesare dopo morto fu ascritto tra gli dèi con il titolo ufficiale di Dima Tulius e venerato in apposito tempio. Augusto, il restauratore della religione ufficiale, permise che alla sua persona si volgesse la grata divozione del popolo, concedendo che al suo genius associato a quello dei Lari compitali, protettori delle varie suddivisioni della città, si prestasse un culto. Fu questa l'origine del culto imperiale, che in Oriente associò la figura del s. a quella delle grandi divinità che avevano nelle varie metropoli templi con annesse assemblee di carattere religioso politico (vovvè); mentre in Occidente, dove tali assemblee non esistevano, le istitui fissando con apposita legge gli obblighi del capo del sacerdozio (flamen), il regolamento dei raduni provinciali (Concilium, conventus) e le norme del sacrifizio. Il rito dell'apoteosi (consecratio), che consisteva nel cremare su di una pira il cadavere del s., lasciando libera al tempo stesso un'aquila che significava l'assunzione in cielo dell'anima dell'imperatore, poneva il suggello alla solenne cerimonia.
Il cristianesimo ha, naturalmente, abolito il culto del s., ma un'eco del potere soprannormale che è stato sempre attribuito alla persona del re si può riconoscere nel privilegio (da cui si sentivano investiti i re di Francia e d'Inghilterra) di guarire con il tocco delle loro mani i malati
di scrofola (écrouelle) detta perciò "male del re" (mal le roi, King's exil).
Bibl.: E. Beutier, Le culte impérial, Parigi 1891; J. G. Frazer, The golden Bough, I e II, The magic art and the evolution of Kings, Londra 1913; M. Rozoetzeff, Augustus als religiöser Reformator, in Röm. Mittheil., 38-39 (1923-24) p. 28 sgg.; M. Bloch, Les rois thaumaturges. Etude sur le caractère surnaturel attribué à la puissance royale, particulièrement en France et en Angleterre, Strasbourg 1924; G. van der Leeuw, Phénoménologie der Religion, Tubinga 1933, pp. 13, 14, 25, 26, 34; A. J. Festugière - P. Fabre, Le monde gréco-romain au temps de Notre-Seigneur, 2 voll., Parigi 1932.
Nicola Turchi
SOVRANO MILITARE ORDINE DI MALTA. - E il più antico, illustre, benemerito degli ordini cavallereschi (v.) e ripete le sue origini da quel quartiere che i mercanti di Amalfi avevano costituito a Gerusalemme, resistendo ai più fanatici ritorni di prepotenza musulmana. Era costituito da un fondaco commerciale con un ospedale di ricovero per pellegrini ed infermi ed una chiesa eretta in onore di S. Giovanni Battista. Quando nel 1099 i Crociati conquistarono Gerusalemme reggeva l'ospedale un Gerardo, forse amallitano, assistito da alcuni servienti, formando una specie di confraternita. Essi rivestirono un abito e mantello nero con croce bianca sulla spalla e si diedero un ordinamento proprio che Pasquale II, nel 1113, approvò.
Ebbe cosi origine un Istituto canonicamente eretto, riconosciuto dai principi di Occidente, sostenuto dalle elemosine e dai contributi di tutta la cristianità. Morto Gerardo, su cui lavorò la pia leggenda, nel 1120 , Raimondo du Puy (de Podio) provenzale, che gli successe nel governo, diede all'Istituto nuove funzioni militari-cavalleresche di protezione armata ai poveri ed ai pellegrini, e dal 1137 assunse anche il più largo compito della difesa del Regno latino di Gerusalemme e della guerra contro gli infedeli. Per questo il nuovo Ordine ricevette donazioni, non solo in Palestina, ma in tutto l'Occidente, privilegi sempre più ampi dai pontefici e dai sovrani, e fu ben presto in grado di costruire fortissimi castelli a difesa dei punti più pericolosi del Regno, di costituire, con gli indigeni, una cavalleria leggera a modo di quella degli infedeli (i Turcopoli) e di assumere spedizioni armate per iniziativa propria, mettendosi non di rado in contrasto con gli stessi re di Gerusalemme. Soggetti, come veri religiosi, alla diretta dipendenza del papa e distinti nei tre gradi di cavalieri propriamente detti, di chierici e di serventi, crearono anche nei diversi paesi di Occidente un'organizzazione di rase ("domus hospitales, mansiones"), ciascuna con ospedale per ricetto e difesa dei pellegrini e tutela delle strade nei punti di passaggio obbligato, con dotazione propria e con alcuni frati tutti di origine nobile, sotto un precettore (poi commendatore) per la custodia ed i servizi necessari; un gruppo di ospizi o commende formò un baliaggio, governato da un balivo (ball). In tal modo si provvedeva al reclutamento del personale necessario.
La caduta di Acri, dopo valorosa difesa, nel 1291 e la fine del Regno di Gerusalemme che ne consegui, non interruppero l'attività dei cavalieri. Essi trovarono ricovero dal 1292 al 1305 a Limisso (Cipro) presso il re Enrico di Lusignano, dove incominciò la potenza navale dell'Ordine che tentò anche una riconquista nel vicino continente e mise gli occhi sull'isola di Rodi (v.); nel 1308 riusci a togliere definitivamente l'isola all'Impero d'Oriente trasportandovi la propria sede. L'Ordine fu qui realmente sovrano, con flotta propria sulla quale inalberava la sua bandiera con la bianca croce in campo rosso, batteva moneta, costruiva difese e dimore sontuose. Dal 1344 al 1402 estese anche il suo dominio su Smirne, mentre organizzava spedizioni sulle città litoranee della Siria e sulla stessa Alessandria d'Egitto. Lo scisma d'Occidente portò discordia nell'Ordine che non si sottrasse alla rilassatezza di disciplina diventata generale, a quel tempo, nella Chiesa; di più la conquista di Costantinopoli (1453) per opera dei Turchi creò condizioni nuove nei
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mari d'Oriente e l'Ordine subj le conseguenze dell'allargarsi progressivo delle loro conquiste. Nel 1480 anche Rodi subì un duro assedio che riusci a superare, grazie al valore dei cavalieri guidati dal gran maestro Pietro d'Aubusson (v.); ma poi il 2I dic. 1522, mancato un sufficiente aiuto dall'Occidente, dovette piegarsi dopo disperata difesa. I superstiti si diedero a cercare un'altra sede ed intanto, per invito del Pontefice, unico loro superiore, sbarcati a Civitavecchia s'insediarono a Viterbo. Fu loro proposto di passare a Malta che dipendeva allora dalla Sicilia, cioè da Carlo V che, con la madre, ne era il sovrano. Clemente VII ch'era stato dignitario dell'Ordine li favorì, particolarmente quando, dopo il sacco di Roma, riprese le buone relazioni con Carlo V; sicché questi con diploma rilasciato a Castelfranco d'Emilia il 23 marzo 1530 cedette all'Ordine in a feudo perpetuo nobile e franco e le isole di Malta (v.) e Gozo e la città e castello di Tripoli assoggettando ad esso gli abitanti, con l'unico obbligo di offrire ogni anno, ad Ognissanti, un falcone o sparviere in ricognizione di dominio e di prestare il solito giuramento di fedeltà. Così l'Ordine otteneva la sua sede centrale quale feudo del Regno di Sicilia, senza cessare per questo di dipendere, come "religione", dall'autorità pontificia.
Malta divenne ben presto posizione chiave nel Mediterraneo per la sua importanza strategica, posta com'era fra i territori dominati dai Turchi e le nazioni cristiane. Rotto il governo del gran maestro Filippo Villiers de l'Isle Adam (1521-34) s'incominciarono quelle grandiose opere di fortificazione che ne fecero un propugnacolo inespugnabile, mentre si erigevano chiese e palazzi ancora più sontuosi di quelli dovuti abbandonare a Rodi, adornando la nuova residenza delle più belle espressioni dell'arte italiana. Intanto si provvedeva a dare agli abitanti i ne necessari ordinamenti civili badando a che il governo rimanesse completamente nelle mani del Gran maestro e dei capi delle otto lingue nelle quali l'Ordine era diviso, cioè di Italia, Castiglia e Portogallo, Aragona con Catalogna e Navarra, Francia, Alvernia, Provenza, Alemagna, Inghilterra. E sebbene, col distacco dell'Inghilterra e di gran parte della Germania, l'Ordine perdesse molta parte dei beni e fosse ben presto costretto a lasciare Tripoli, nulla perdette della sua potenza che gli permetteva di sorvegliare i movimenti dei Turchi sul mare e di tener viva la lotta contro i corsari. Due volte all'anno esso spediva in "carovana" le sue forze marittime, governate sempre da un ammiraglio della lingua italiana, in spedizione tutto intorno, mentre si teneva sempre pronto contro gli attacchi sull'isola; e memorabile fu l'assedio sostenuto dal 25 maggio al 7 sett. 1565 , eroicamente e vittoriosamente dal gran maestro Giov. de la Vallette (1557-68) contro l'esercito e la flotta turca risoluti a togliere di mezzo il più costante impedimento al loro incontrastato dominio sul mare. Così le galere di Malta parteciparono alla vittoria di Lepanto (1571) e furono di valido aiuto a Venezia nella guerra di Candia del secolo seguente. Un collegio gesuitico provvide all'istruzione secondaria, mentre si ritenne necessario da Roma stabilire a Malta una succursale della Inquisizione Romana. Una certa fastosità si palesa nel sec. xvir nelle usanze interne ed il gran maestro assunse il titolo di Altezza Eminen tissima; e nel sec. xviri si manifestano segni di decadenza, dovuti al diffondersi delle idee nuove, alle congiure ed alla insofferenza dei Maltesi dovute al progressivo assolutismo dell'Ordine nel governo; tuttavia ebbe origine in questa età il Gran Priorato di Polonia e nel 1797 il Gran Priorato di Russia per l'ambizione dell'imperatore Paolo che avrebbe voluto creare la lingua di Russia in seno all'Ordine. Invece si avvicinavano i giorni del tradimento. Il 7 giugno 1798 Napoleone con la flotta francese si avvicinava all'isola e senza colpo ferire, il 12, s'impadronì della fortezza ritenuta imprendibile. Il gran maestro Ferdinando von Hompesch (1797-99) rinunciò alla sovranità e l'Ordine il 27 luglio portò la sua sede provvisoria a Trieste sotto la protezione dell'imperatore Francesco. Protestarono i cavalieri russi ed elessero, il 7 nov. 1798, a Gran maestro l'imperatore Paolo che morì nel 1801 e nulla poté fare a difesa dell'Ordine. Intanto la
flotta inglese, dopo sconfitta quella francese ad Aboukir, s'impadroni di Malta nel sett. 1800; e sebbene per il Trattato di Amiens del 1802 Malta dovesse essere restituita ai cavalieri, gli Inglesi vi rimasero e nel Trattato di Parigi del 1814 se ne fecero riconoscere la sovranità che conservarono sino ad oggi. Deferita l'elezione di un nuovo gran maestro a papa Pio VII, fu nominato il 9 febbr. 1803 Giovan Battista Tommasi di Cortona che risiedette in Sicilia, e morto lui nel 1805 , il governo dell'Ordine, privo ormai della sua sede sovrana, fu affidato ad un luogotenente eletto dal consiglio e ratificato dal papa. Nel 1834 la sede dell'Ordine fu trasferita dalla Sicilia a Roma, dov'esso aveva un palazzo, residenza del suo rappresentante presso la S. Sede, il priorato sull'Aventino e la casa presso il loro d'Augusto. Finalmente il 29 marzo 1879 con bolla di Leone XIII fu ristabilito l'ufficio del Gran Maestro con sede a Roma; sussistono ancora i gran priorati di Roma, Lombardia e Venezia, Napoli e Sicilia, Boemia, Moravia, Austria e dodici associazioni di cavalieri divisi per nazioni. I cavalieri sono: di giustizia, ed emettono voti; di onore e devozione, che non emettono voti ma sono ammessi con prove di nobiltà. Vi sono poi le dame di onore e devozione per le quali pure sono richieste le prove di nobiltà. Sono pure affigliati all'Ordine i cavalieri gran croce magistrali, i cavalieri magistrali ed i donati di giustizia e quelli di grazia divisi in tre classi. Il clero è composto di cappellani conventuali e cappellani di obbedienza.
Perduta la sovranità territoriale e cessata anche la sua attività militare, l'Ordine ha ripreso il suo iniziale compito della beneficenza secondo le moderne esigenze, col provvedere al servizio dei feriti di guerra, alle vittime dei disastri sismici o di altre gravi necessità sociali ed alla assistenza dei malati in occasione di gravi epidemie dove speciale si presenta il bisogno. Per questo con i frutti dei suoi beni e con contributo dei suoi soci ha potuto mettere insieme moderno materiale ospedaliero, ed arruolare un suo personale che, in modo particolare, nella prima guerra mondiale, prestò lodevolissimo servizio sui treni ospedali e negli ospedali apprestati appositamente grazie alle speciali convenzioni col governo italiano; anche nella seconda guerra mondiale l'Ordine contribuì al trasporto dei feriti con gli serei. Fu sempre presente in occasione dei terremoti che desolarono intere regioni, svolgendo l'opera sua affiancata a quella della Croce Rossa. La recente sentenza cardinalizia del 24 genn. 1953 riconobbe all'Ordine le qualità di religioso e di sovrano alle dipendenze della S. Sede, per il tramite rispettivo della S. Congo, dei Religiosi e della Segreteria di Stato. - Vedi tav. LXV.
Bib.: è contenuta in F. de Hellwald, Bibliogr. method. de l'Ordre Suor. de St. Jean de Jérusalem, Roma 1885, completato poi da E. Rossi con aggiunto del 1024 e del 1929 e T. Guarnaschelli-E. Valenziani in Archivio storico di Malta, 1938, p. 436 sgg. Il primo vero storico dell'Ordine fu con la sua opera monumentale A. Bosio, Dell'istoria della S. Religione et Ill.ma Militia di S. Gimanni, Roma 1594, e 1802, Napoli 1683; J. Doleville Le Roul, Cartulaire général de l'Ordre des Hospitaliers de S. fean (1110-1310), Parigi 1894-1901; Th. M. de Pierredon, Histoire politique de l'Ordre sono. de Malte, Parigi 1926; G. Cansacchi, L'O. di M. e le sue commende famigliari nell'ordinamento giuridico ital., Temi Emiliana 1927 sgg.; A. Visconti, La sovranità dell'Ordine di Malta nel diritto italiano, in Riv. di diritto privato, 6 (1936), parte 2a, pp. 195-215; G. Cansacchi, La personalità di diritto internaz. del S.O.M. di Malta, in Il diritto eccles., 47 (1 936), pp. 89-118; C. Bottarelli-M. Monterisi, Storia politica e militare del Sovrano Ordine di S. Giov. di Gerusalemme, 2 voll., Milano 1940; G. C. Boscopè, L'O. S. di M. e gli Ordini equestri della Chiesa nella storia e nel diritto, Milano 1941. Si hanno pure i periodici: Archivio storico di Malta, Rivista S.M.O. di Malta oltre gli articoli contenuti nella Rivista arabica. Numerose pubblicazioni illustrano diversi momenti della storia dell'Ordine o alcuni dei personaggi più illustri o delle diverse istituzioni e luoghi dell'Ordine.
Pio Paschini
SOZOMENO. - Salamanes Ermias, secondo Fozio (Bibl., 30). Storico ecclesiastico, n. da famiglia cristiana nel villaggio di Bethelia presso Gaza e vissuto in un ambiente in cui erano vivi i ricordi del monaco Ilarione. Ignote le date di nascita e di morte.
Divenne avvocato, visse a Costantinopoli, dove dedicò la sua Storia ecclesiastica all'imperatore Teodosio II
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Spada, Virgilio - Isole fra le Vie Borgo Vecchio e Borgo Nuovo, da Piazza S. Pietro a Piazza S. Giacomo, con il valore locativo delle singole case. Disegno autografo di V. S. - Biblioteca Vaticana, cod. Vat. lat. 11457, f. 6.
Questa storia era stata preceduta (Hist. eccl., I, 11, 12) da una più sintetica che narrava la storia della Chiesa dall'Ascensione fino a Licinio, che è andata perduta. La Storia ecclesiastica consisteva di nove libri e doveva giungere al 439 ; il testo conservato va fino al 425 ; ne manca per ragioni sconosciute la fine (forse la metà di un libro).
L'opera fu scritta dopo il 443 e presuppone la conoscenza della Storia ecclesiastica di Socrate. Oltre a Socrate l'autore ha usato scritti sinodali, epistole degli imperatori, leggi ed altri documenti. Egli ha trovato questo materiale ufficiale in gran parte nella collezione di Sabino (cf. P. Batiffol, Sozomène et Sabinos, in Byzantinische Zeitschrift, 7 [1898], p. 265 sgg .) e nella Historia Athanasii (P. Batiffol, Le Synodihon de st Athanase, ibid., 10 [1901], p. 128 sgg .); inoltre ha conosciuto opere di Atanasio, Eusebio e Rufino. Per la storia profana dipende da Olimpiodoro. S. era giurista e non teologo e perciò non sempre chiaro nel suo giudizio, ma era uomo più, ammiratore della vita ascetica. Fozio è del parere che l'opera di S. superasse stilisticamente quella di Socrate.
BibL.: ed. PG. 67 : Hussey, Oxford 1860, in 3 voll. Monografie; L. Jorp, Quellen und Untertuch. zu den griechischen Kirchenbistorihern (Flecheisens Zohrbücher für class. Philol., Supplemento, 14), Lipsia 1883, pp. 137-54; G. Schoo, Die Quellen der Kirchenhistorihern S., Berlino 1911; I. Bidez, La tradition manuscrite de Sozomène et la Tripartite de Théodore le Lecteur, Lipsia 1908; id., Le texte du prologue de S. et de ses chapitres VI, 16-14, in Sitzungsberichte Berliner Ahad., 1935; Eltester, s. v. in PaulyWissowa, II, III, coll. 1240-48; G. Loeschcke, in Bauch's R. E., XVIII, p. 45 I sg : A. Siegmund, Die Überlieferung der griechischchristl. Liter. in der latein. Kirche, München-Pasing 1949, p. 55 sg.
Erik Poreson
SPACIL, Teofilo. - Professore di teologia bizan-tino-slava comparata nel Pontificio istituto di Studi orientali in Roma (1918-37).
N. il 25 apr. 1875 a Výmyslice in Moravia, m. il 5 e 8 dic. 1950, confinato nel monastero Osek presso Teplice in Boemia. Dopo essere stato alunno del Collegio Germanico a Roma (1895-1902) entrò (1905) nella Compagnia di Gesù. Tra gli anni 1912-18 fu professore di filosofia e teologia fondamentale nell'Università di Innsbruck. Dal 1938 al 1945 governò la provincia gesuitica della Boemia. Tra i primi professori dell'Istituto Orientale, cooperò a porre le fondamenta della teologia orientale cristiana comparata, specialmente coi suoi studi apparsi su Orientalia Christiana, poi Or. Chr. Analecta e Or. Chr. Periodica. Degnedi rilievo le sue indagini sull'insegnamento dei teologi orientali separati circa la Chiesa, il Battesimo e l'Eucaristia. Fu il primo a scrivere sulla teologia fondamentale comparata e sulla dottrina dei teologi separati sui Sacramenti in genere.
Bibl.: note biografiche e l'elenco delle sue pubblicazioni si trovano in Or. Chr. Per., 17 (1951), 220-23. Bernardo Schultze
SPADA, Giuseppe. - Storico, n. a Roma il 21 luglio 1793, m. ivi il 3 nov. 1867. Nel 1811 entrò nel
banco dei Torlonia, del quale divenne presto procuratore e, nel 1863 , comproprietario.
Scrisse la Storia della Rivoluzione di Roma (ed. parziale postuma del figlio Alessandro, 1868-69). La tesi fondamentale dell'origine "forestiera" della Rivoluzione romana, si manifesta in La difesa dei Romani e nelle Trecento biografie di "forestieri" venuti in Roma in quel periodo a turbare la tranquilla vita della popolazione locale, tesi che ricompare, attenuata, anche nella Storia.
Lo S., cattolico conservatore, non comprese certo a pieno il significato e il valore delle nuove correnti politico sociali alle quali decisamente si oppose. La sua Storia non è però opera faziosa e la narrazione, pur fiacca e prolissa, si svolge serena ed onesta, e va considerata come una delle più serie ed utili fonti a stampa per lo studio della Rivoluzione romana.
Opere edite : Osservazioni storiche sulla unità e nazionalità italiana (Roma 1860); Storia della Rivoluzione di Roma e della restaurazione del governo pontificio dal ro giugno 1846 al 15 luglio 1849 (3 voll., Firenze 1868-69). Inedite: una Cronaca di tutti gli avvenimenti di Roma dal 16 giugno 1846 al 3 luglio 1849; e Sommario ossia raccolta di alcuni documenti riportati in appoggio alla storia di Roma.
Bibl.: A. Monti, Mem. intorno la vita del comm. G. S.. Roma 1867; A. Spada, Presentaz., in G. S.. Stor. della rivoluo. di Roma, I. Roma 1868, pp. 3-12; E. Masi, La stor. del Risorg. nei libri. Bibliogr. ragionata, Bologna 1911, pp. 117-19; E. Michel, La racc. stor. Spada dell'Arch. Vaticana, in Rasc. stor. del Risorg., 12 (1925), p. 177 sgg.; F. Fonzi, G. S. stor. della Rivoluz. romana, in Capitolium, 24 (1949), pp. 411-22; P. Moraldi, G. S. stor. della Rivoluzione Romana, Roma 1953. Fausto Fonzi
SPADA, Mariano. - Teologo domenicano, n. ad Acireale il $1^{\circ}$ genn. 1796, m. a Roma il 15 nov. 1873.
Religioso a Taormina, fu reggente degli studi nel Collegio S. Tommaso di Roma, socio di parecchi maestri generali, maestro del S. Palazzo (1867-72) e vescovo di Girgenti (1867). Acuto teologo e di vasta erudizione, fu molto stimato da Gregorio XVI e da Pio IX. Consultore di varie Congregazioni romane, le molteplici sue occupazioni non gli permisero di scrivere molto; lasciò tuttavia : L'esame critico sulla dottrina dell' Angelico Dottore s. Tommaso d'Aguina circa il peccato originale relativamente alla B. V. Maria (Napoli 1835); Animadversiones in opus I. B. Malou de dogmate Immaculatae Conceptionis B. Mariae Virginis (Roma 1862); Purgatorio dei reprobi sostenuto dal sac. Vincenzo de Vit (ivi 1864).
Bibl.: Acta cap. gen. O. P., Roma 1886, pp. 83-86; A. G. Sesta, Del p. M. S., in Il Rosario : Memorie domenicane, 27 (1910), pp. 484-94; L. Taurisano, Hierarchia O. P., Roma 1916, pp. 62, 108; A. Andaloro, Il P. M. S., in Memorie domenicane, 68 (1951), pp. 160-81.
Alfonso D'Amato
SPADA, Virgilio. - Oratoriano, architetto, n. a Brisighella (Faenza) il 17 luglio 1596, m. a Roma l'ri dic. 1662.
Stretto congiunto dei cardd. Bernardino (m. nel
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1661) e Fabrizio (m. nel 1717), venne a Roma dopo una gioventù avventurosa ed il 14 ott. 1622 , già prete, fu ammesso nell'Oratorio e ne fu dal $1^{\circ}$ apr. 1638 al 10 giugno 1645 anche preposito. Fu elemosinicre di Innocenzo X e di Alessandro VII e dal 15 marzo 1636